LE RIME DI TULLIA D'ARAGONA (continued 3)
Reading edition
E quest'è 'l fonte in cui, cui 'l ciel non nega di poter pur bagnar le somme labbra, cantar si sente al par de i bianchi cigni. Qui conducon le Dive a cui interdetto non è 'l bel monte, e 'ncoronati e molli del santo rio gli rendono a' mortali, perchè rendano a ogniun degna mercede de le fatiche lor, de le bell'opre qual ornando di lauri e qual di mirti. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Quinci discesi quegli spirti eletti sopra tutt'altri, con eterne lode or del fier Marte, or del soave Amore, cantano il sudor d'un, d'altro i sospiri. E per memoria de l'amato albergo aman le ninfe i poggi, i fonti e i boschi. Ed è ragion, ch'ancor quelle chiare alme, in rimembranza del lor nascimento, godon di luoghi solitarii ed erti. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Fra le selve Pierie il Dio dei Dei, quel ch'ad un cenno il ciel move e governa, d'amor acceso, in forma di pastore con la bella Nemosine si giacque. Era costei la più vezzosa ninfa, ch'in quella o in altra età, ninfe e silvani, tenesse al suon de le sue dolci note dolce cantando le memorie antiche, e gli occhi avea stellanti e d'or le chiome. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Giacquesi con lei Giove, e tante notti giacque con lei, quante del santo coro son le dotte sorelle. E poi che Febo nove volte ebbe visto l'auree corna rifarsi al lume suo rotondo specchio, tante chiamò Lucina al suo soccorso la bella ninfa, e d'altrettanti parti madre divenne. O ben felice madre il mondo adorno ha il tuo fecondo ventre. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Venute in luce le felici piante, de' cui be' fiori e de' cui dolci frutti dovea goder il cielo e 'l nostro mondo, il sommo padre di sì bella stirpe tutto gioioso i teneretti germi degni intendendo di più degno suolo, che di suolo terren, fece pensiero di voler trapiantar la nova selva ne le splendenti sue felici piaggie. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
De' cieli d'uno in uno il re de' cieli donò loro il governo ad una ad una; e d'una in una a loro i nomi impose. Quella cui diede il cerchio in cui si mira errar d'intorno con cangiati aspetti, la dea de la cornuta e bianca fronte, fu la bella Talia, la cui virtute fa verdeggiando germogliar gl'ingegni di verdura immortal di fiori eterni. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Toccò a Mercurio seguitar l'impero de la placida Euterpe, a la cui voce s'empion l'alme di gioia e di diletto. S'accompagnò con l'alma dea di Cipri Erato bella, che ne l'alme inesta quel caro germe ch'è chiamato Amore; e Melpomene ascese al quarto lume, e la spera di lui tempra e rivolve col canto suo, ch'è pien d'ogni dolcezza. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
L'ardente spirto del superbo Marte ogni orgoglio deposto, non rifiuta di dar orecchie a la famosa Clio. A Tersicore diede il re superno che de la stella sua fosse compagna, tutto invaghito di sua allegra vista; e di Polinnia gode il padre antico notando l'armonia del vario suono e la memoria de le cose belle. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Urania su volando altera salse fra mille lumi, ed or in or s'aggira lieta del suo bel ciel cantando intorno. Calliope non ebbe proprio nido dal sommo padre: ei volle ch'in ciascuna, de l'altrui stanze fosse la sua stanza: e le buone sorelle a la sorella congiunte in dolce amor, in dolci accenti cantando insieme fan dolce armonia. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Signoreggiano in cielo, e 'n su la terra han signoria quell'anime celesti: e ciascuna di lor da la sua spera, Calliope da tutte il lor valore spargon quaggiù ne i più chiari intelletti. E qual del divo spirto ha l'alma ingombra a lui s'apre Elicona: a lui le chiome cingono i lauri: a lui non si disdice spenger la sete al fonte d'Aganippe. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.
Ma che novo furor m'ha 'l petto ingombro di voler col mio calamo palustre sonar di lor, ch'a i sempiterni Divi rotando tuttavia l'eterne spere, de le lor voci fan dolce concento? Mercè dive, mercè del novo ardire non vi chiamai nimico, e non mi vanto di cantar vosco a prova. Anzi 'l desio onde 'l vostro valor m'ha l'alma accesa mi mosse a ragionar de i vostri onori. Tornate, o sante Dive, a i vostri allori.
Tornate Dive; tornin l'altre e meco rimanga la dolcissima Talia; rimanti, o Diva, con colui che sempre teco è col core. O Musa a le mie rime basta la tua virtù. Tu 'l mio Elicona, tu 'l mio Parnaso se': tu se' 'l mio Apollo: tu con l'ardor de' begli occhi sereni accendi entro 'l mio cor sì chiaro foco, che l'invidia del tempo in alcun tempo non potrà spegner mai la nostra luce. Tu con la soavissima favella, col dolce suon, con le celesti note e con la leggiadria del chiaro stile, me togliendo a me stesso, a dir m'invii cose, ch'i' spero, che fra questi boschi si serveranno ancor dopo mill'anni. E trovando Talia per mille tronchi scritto per la mia man, trovando Mopso scritto per la man tua, n'avranno ancora diletto e invidia la futura gente.
O che parlo? Il tuo aspetto a dir m'ispira quantunque io parlo; tu mia lingua movi, tu mi porgi i concetti e le parole. O mia musa, o mio amor. E qual fu mai più glorioso amor che la mia Musa è 'l mio amor, e 'l mi' amor è la mia musa? Dolce amor, dolce musa: e non vaneggio; non è 'l mio sogno; no, che viva e vera ti veggio alma mia diva; e tal ti scorgo qual ti scorgono e Febo e tue sorelle a l'onde di Permesso; e qual ti scorge la sorella di Febo entro al suo giro.
Quant'è la gioia mia? Con voi ragiono riposti orrori e solitaria riva: e prego che fra voi si stian sepolte le mie parole: e voi piacevoli aure fermate l'ali e eco non risponda: non risponda eco a me, che la sua doglia mal si conface al mio gioioso stato. Chieggio silenzio, acciochè fuor non s'oda per la mia bocca l'alta mia ventura, che d'invidia potria colmare altrui. Quella, ch'un tempo per l'erbose sponde de l'ampio laco de l'antica Manto fece tenor cantando al gran Menalca: quella, quella or risponde al vostro Mopso.
Volgi a me i lumi o diva, ch'in que' lumi godo del ben del ciel: la lingua snoda dolce mio santo amore; da quella lingua sente 'l mio cor dolcezza più ch'umana. O dolce il veder mio s'eternamente gli occhi affisassi dentro a tuoi begl'occhi, e tu gli occhi affisassi a gl'occhi miei: o dolce udir, se 'l suon dolce e soave sonasse eterno dentro a le mie orecchie, dentro al cor penetrando, e dentr'a l'alma. O dolci i miei pensier, se al mio desire s'unisse il tuo desir con tanto affetto che fosse una la mia con la tua voglia.
O mia Diva, o mio amor, se del tuo amore e se del tuo favor tanto cortese sarai a l'alma mia, che le mie rime s'ergan sopra l'invidia, e i miei pensieri sian pensier di letizia, in su la foce del Formion, là dove il bel Sermino quinci le dolci e quindi le salse onde bagnan d'intorno, un venerabil tempio sorgerà al nome tuo; quivi i pastori soneran sempre a te cetre e zampogne: e di fior sempre, e sempre di verdura si trecceranno a te ghirlande fresche. E da i colli e da l'onde, i Dei silvestri e le ninfe e i tritoni, incoronati di liete frondi, a te festosi giri faran dolce iterando il tuo bel nome: e fra gli altri la bella, la più bella ninfa ch'abbia tutt'Adria in alcun scoglio Egida bella l'onorate tempie cinta di rami di felice oliva, Talia cantando, e 'l nome di Talia risonando d'intorno, e poggi e valli, sopra i sacrati altari in fochi eterni spargerà lieta a te con larga mano in sacrificio gli odorati incensi. Te col divo splender de i lumi santi, col dolce riso e con la chiara voce, ferma o Diva, e col cuore il mio bel voto.
V.
LA LONTANANZA
Mopso, solo.
È già gran tempo o Muse il mio suggetto l'amor di Mopso, e voi beate Dive sete 'l suo amore. Or il dolente Mopso dal dolce amato nido e dal suo bene fatto lontan, va empiendo selve e campi di dolor, di sospiri e di querele. Contan le ninfe che fra gli altri un giorno lungo la riva, su verso le fonti del vago Po salendo, a tali accenti, a sì pietosi, a sì dogliosi accenti allargò 'l fren, facendo in ogni verso gemer le sponde al nome di Talia; che le triste sorelle di Fetonte obliando 'l lor duol, al suo dolore porsero orecchie, e vinte di pietate largaro il corso a non usati pianti. Or qual fosse il suo pianto o santo coro ditelo a' boschi nostri, e non vi annoi di por le dotte e dilicate labbra a le mal culte mie silvestre canne, E tu mio dolce duol, mia amara gioia, mio solo eterno amor, mia prima Musa, mentr'io cantando lacrimo e sospiro con pietate raccogli il triste canto. Incominciate o Dee: le selve e gli antri daran risposta al lacrimabil suono.
MOPSO. Lasso; quest'è ben dura dipartita; dura, crudel, amara dipartita, via più ch'assenzio amara e più che morte. Ed è ragion, ch'estremamente amaro mi sia 'l partir da lei che m'è più cara che la zampogna mia, più che l'armento: più che la vita cara e più che l'alma. Ahi, ahi! protervo amore di te mi doglio, protervo, iniquo e dispietato amore. Tu con fredde paure in van sospetti mi tenesti gran tempo, mentre ch'io lei per Tirrenia e per ninfa del Tebro amai languendo, ardendo e lacrimando. Poi che 'l favor de' più benigni divi salir mi fece il glorioso monte, e mi fece veder fra i sacri allori l'alto mio santo e dolce amore; e poi che tolto via il furor di gelosia alti e dolci pensier battendo l'ali m'inalzavano al cielo altero e lieto; hai tronco 'l volo a' miei gentil desiri.
Ahi lasso me dolente, e qual furore mi conduce ad oprar la rabbia e i denti, contro il benigno mio soave Iddio? Mercè Signor, dolce Signor perdona al soverchio martir che mi trasporta. Tu la mia scorta se', tu 'l mio maestro; tu se' 'l mio onor e tu se' la mia palma; tu con la face tua m'hai mostro il calle d'ir al bel monte: tu con l'auree penne impenni i miei pensier; tu nel mio petto scolpita hai la dolcissima Talia.
Per tante grazie a te di sacro sangue spargerei d'or in or i santi altari, a te arderei gl'interi sacrifici, se non che tu (qual'è 'l tuo cor pietoso) di crudeltà nimico, il sangue aborri. Ma di quel, checchesia, che non rifiuti, di fior, di lode, e d'odorati fumi, la mia man, la mia lingua e la mia mente a te non sieno in alcun tempo avare.
Da dolermi ho di mia crudel fortuna, anzi di lui, che fa la mia fortuna. Di te m'ho da doler, di te Tirinto, crudel Tirinto, or se mai 'l petto caldo ti sentisti d'amor: se punto amico se' de le dotte Muse, il petto caldo pur ti senti talor, e eterno amico se' de l'amate Muse, ahi crudo, e come puoi scurar dal suo amor l'acceso amante? Come tòrre a la Musa il suo poeta? Ben ti dovria Tirinto esser a grado d'udir al suon di Mopso e di Talia risponder Eco: e l'una e l'altra sponda del tuo bel fiume: il tuo bel fiume e Eco ti pon far fede che eia le pendici de l'alto giogo, onde 'l Dio del tuo fiume da l'ampio vaso versa i larghi rivi insin là dove, per diverse foci, si scorga in Adria, in tutte le sue rive non ha 'l più santo ardor, nè 'l più gentile. E tu cerchi d'opporti a tale amore. O Tirinto crudel, se non ti move il mio dolore e 'l mio cocente affetto, di lei ti mova il grazioso sguardo, ch'acceso di desir tacendo grida, e per pietà pregando a te s'inchina. Movati 'l suon di que' pietosi versi in ch'ella amaramente sospirando riprega te per l'amorosa face, che 'l suo diletto Mopso a lei ritorni; sia pietoso Tirinto e sia sicuro che qual pastor, qual ninfa e qual bifolco non ha pietade a chi d'amor sospira, non gli ha pietade amor, quand'ei sospira.
Misero me, i' mi dolgo, e tuttavia dilungando mi vo dal mio desio, e per molto desio piango e languisco; e fo col pianto mio col mio languire pianger gli sterpi e fo pietosi i sassi. Fera ventura, veramente fera, che tu diva gentile e 'l tuo fedele esser debbiate eternamente insieme fermo suggetto a dolorose note.
Or il vago pensier va rimembrando quelle parole tue; quelle parole, quelle, quelle, quell'ultime parole che mi sterparo il cor, mi svelser l'alma. Ben è ragion ch'eternamente t'ami, e se verace amore, se ferma fede merta cambio d'amor, ragion è ancora che tu, mia vita, eternamente m'ami.
Non sia mai luogo o tempo che disgiunga da me 'l tuo amor, che mai per luogo o tempo non sarà l'amor mio dal tuo disgiunto; meco sia 'l tuo pensier, che 'l mio pensiero sempre è con te. Con me sia 'l tuo desire, che teco è 'l mio desir: sia l'alma tua sempre con me, che teco è l'alma mia. Così ci ricongiunga un giorno amore; e ricongiunga con felice sorte i pensieri, i desiri e l'alme nostre.
Lasso che 'l ragionar il pensier segue e ragionando ognor cresce la voglia, e crescendo la voglia il duol sormonta. Vago fiume, alte rive, ombrose piante, passò mai quinci, o qui mai si ritenne pastor alcun a cui sì tristi lai, sì cocenti sospir, sì largo pianto facesser fede del dolor suo interno? Ma degno è ben che mia lingua si dolga, e che sospiri il core e piangan gli occhi. È tolto agli occhi il sol de gli occhi santi; il sol, ch'è solo il sol de gli occhi miei, il sol, ch'oltre per gli occhi al cor passando tutto l'empiea di vivi ardenti spirti; di spirti che mia lingua a ta' suggetti movea sovente, che per avventura non son suggetti da ciascuna lingua. Or sendo privo di sì altero oggetto ragion è ben che 'l mio dolor sia solo; e che sia la mia lingua, il cor e gli occhi, lingua fioca, cor tristo e occhi molli.
I' vo dolente, e pur convien ch'io vada; misero Mopso ov'è la tua Talia? Cara Talia, ov'è il tuo fido Mopso? O duro fato, o cruda dipartita.
Lasso, che importa a poverel pastore quel che facciano i ricchi, empii tiranni? Che tocca a me cercar l'armate squadre? Inique stelle: veramente i cieli contra me son giurati; e 'l fiero Marte ha tant'arme commosse e tanti sdegni per dipartirmi dal maggior mio bene.
O fortunati, a cui 'l terren natìo è fermo seggio e certa sepoltura: fortunati bifolchi voi se 'l giorno i buoi giungete e col gravoso aratro sottosopra voltate i duri campi, non v'è negato almen tornar la sera a le capanne vostre, a i dolci alberghi, a le dilette vostre compagnie. Voi non arate il periglioso suolo del tempestoso mar: voi gli alti gioghi non varcate giammai de l'orrid'alpi; voi non bevete le straniere fonti. È 'l lungo cammin vostro a la cittade, a la città, al mercato; e quindi il sole che v'ha condotti ancor vi riconduce. Voi fortunati e sfortunato Mopso: ei da quel dì ch'al sol pria gli occhi aperse non ha potuto ancor pur una volta dir: qui sarà domane il mio soggiorno. Ma da la patria ad estrani paesi dal Tebro a l'Istro e dal Po alla Garonna, d'oltre il Carnaio a l'ultimo Oceano, e dal Vesuvio a gli alti Pirenei errando ognor, è stato a tutte l'ore perpetuo strale a l'arco di fortuna.
Misero Mopso! O patria, o patria cara; o grande Antiniano, o bel Sermino, o vago Formione, o scoglio amato quando sarà ch'io vi rivegga e dica: quel poco omai di vita che m'avanza mi vivrò pur tra voi, ch'è quel ch'io bramo? Il grande Atiniano, il bel Sermino il vago Formion, l'amato scoglio a me è Talia. Talia mi renda 'l cielo ch'è Talia la mia patria e 'l mio riposo.
VI.
LA SCONCIATURA
Mopso, solo.
Torniamo, o Muse, ai pianti e ai sospiri: nostro soggetto or son sospiri e pianti. Il vostro Mopso si consuma e strugge. Or mentre io ch'io con lui mi lagno e ploro seguite o dive le dolenti note.
FEDEL mio, se 'l mio Mopso men fedele fosse in amor, i' vi so dir per vero che fora la sua vita men dolente; ma suo costante amor sua ferma fede di vento di dolor, d'amaro umore gli tien ognor il petto e gli occhi pregni; e voi il sapete pur, ch'alcuna volta gli occhi affissate in lui tutto pietoso. Or se la vista del suo aspetto solo può pietade inestar ne gli altrui cori, che dovran far i dolorosi lai? Il miserel ad or ad or s'invola al vulgo e ai pastori; e in qualche bosco in qualche antro riposto si raccoglie; quivi s'asside, e quivi s'accompagna or con un tronco antico, or con un sasso: e di sé privo, col pensier dipigne il dolce amato viso; in quel ritratto gli occhi e l'animo affisa: in quel si specchia; con quel ragiona; e quel tanto ha di pace quanto 'l ritiene il dilettoso inganno. Poi ch'in sé è ritornato, il duolo immenso non capendo ne l'alma, si disgombra per lo petto, per gli occhi e per la lingua in spirti accesi, in lacrimosi rivi, in fiochi, rotti ed angosciosi accenti.
I' pascea un dì 'l mio armento per le piagge del bel Tesin: e così passo passo per la sua riva errando, il piè mi scorse là ov'io sentì dolersi quel meschino con le fere, con l'acque e con gli sterpi. E quanto con la mano ir seguitando potei 'l suo dir, le triste sue querele diedi a serbar ad una antiqua quercia. Or, a voi di ridirle è 'l mio pensiero: e voi cui talor visto ho 'l petto caldo di caldo amore, e che di vera fede portate il nome, con pietate udite gli acri lamenti del fedele amante.
MOPSO. O mia cara Talia, m'ha dunque il cielo disposto ad amarti perch'amando i' pera? Ben poss'io dir che quanto gira il sole non ha la nostra età più ardente foco: non più gentil, non più lodevol foco che sia 'l mio foco, e posso dir ancora che non ha 'l mondo e non ha 'l secol nostro alcun del mio più sventurato amore.
Bella, vaga, gentil, dolce Talia, vaga e dolce Talia, ma non men cruda che vaga e bella e che dolce e gentile: perché crudel? Perché se tante voci e se tanti sospir, se tanti pianti ti mando d'or in or giù per quest'acque, alcun tuo accento a me non mai ritorna? Perché s'ami 'l tuo Mopso, a le sue pene non hai pietate? E se pietà ti move, che non porgi al dolente alcun conforto?
Misero Mopso, e sarà dunque il vero quel, che per tutti i boschi ognor ribomba del breve amor, de' mal fermi pensieri del sesso feminil? Ahi! dunque lasso avrò senza 'l suo amor da stare in vita? Non sarà il ver, sebbene e pastorelle e Ninfe, e Driadi e Naiacli, e Napee son di mobil voler; però non voglio dir che sia 'l suo così mutabil core. Non è la mia non è cosa mortale, non Naiada, non Driada od altra Ninfa; ma de l'eccelse eterne abitatrici de le spere celesti, una di loro è la mia diva: e col suo divo spirto nel cor mi spira l'alte cose belle.
O pur non sia fallace il creder mio. Or mi sovvien, ch'ancor de l'alte dive son mal stabili i cori. E quante volte mutò voglia e amor la dea di Cipri, la dea del terzo ciel? Di lei mi taccio. Ma la bianca, la fredda e casta luna come fu fida, lasso, al fido amante? Il sanno gli alti boschi, ch'alcun tempo vider Pan lieto e tristo Endimione. Mal fida luna, avara luna; e troppo grande argomento de l'incerta fede de le mutabil, de l'avare voglie del femineo desir. Chi mi conforta in sì novo dolor? Su per le rive del vago Po non mancano i pastori: non mancano i leggiadri e bei pastori, non i ricchi pastor di grassi armenti.
Ma non di gregge mai, non mai d'armenti vidi vago 'l suo cor. Gli umil disiri sdegna quell'alma sopra ogni alma altera. Non per fior giovenil, non per tesoro apron le sante Dive il santo monte. Nè per fior giovenil, nè per tesoro dee la mia Diva altrui largare il petto. Caro a Talia di Mopso è il dolce canto pien d'alti spirti e di gentili ardori.
Or non ha 'l Po di più soavi note? Di più gentil, di più leggiadri spirti? Dolente me: di quanti or mi sovviene chiari pastor ch'alberghin per le sponde dov'alberga 'l mio ben, tante punture mi sento al cor. Ahi! ch'ella non rivolga gli occhi altrove e l'orecchie e i pensieri.
Chiari pastor, deh! no, deh! no per Dio, tant'oltraggio al buon Mopso. O Musa, o Diva: o mia Musa, o mia Diva, il tuo buon Mopso, il tuo devoto il tuo costante Mopso, il tuo sincero il tuo verace amante, il tuo fedel pastor il tuo poeta, vive egli, o Diva, caro e solo albergo de la sua vita? Ei vive, s'in te vive la memoria di lui, s'a l'alma sua dal petto amato non hai dato il bando.
Ahi, qual fora 'l mio stato o triste core, (tolga Iddio tale augurio) quale stato fora 'l mio s'a la mia dolce Talia fosse a grado d'udir ch'altri che Mopso, mia le dicesse. O pria fra questi boschi aspra, selvaggia fera, e l'unghie, e i denti contro me adopre; l'affamate voglie di mie tremanti membra e del mio sangue sbramando fiera e pia, finisca a un punto il mio amor, il mio duolo e la mia vita.
VII.
TIRRENIA
Cosa propria d'amante è, Nobilissima signora mia, desiderare di esser sempre e interamente unito con la persona amata, e di qui è che oltra il desiderio il quale io ho che l'anima mia sia con la vostra indissolubilmente congiunta, bramo ancora che i nomi nostri insieme siano eternamente letti e che insieme vivano chiari e immortali. E per tanto, oltra le molte altre rime alle quali l'amor vostro m'è stato Elicona e voi stata mi sete Musa favorevole, mi è novamente venuto fatta una mia composizione per avventura più affettuosa che artificiosa, nella quale ingegnato mi sono di far un disegno di voi più particolare che altro il quale insino ad ora io abbia visto che sia stato fatto da altrui. E se io non ho così dotta mano che di voi possa fare un vero ritratto, penso avervi almeno ombreggiata in maniera che siccome dalle ombre delle bellezze superiori gli animi nostri di grado in grado al disio della vera bellezza sono tirati, così da questa ombra da me fatta di voi, i più gentili spiriti potranno salire alla considerazione di quel vero ch'è in voi; or quale che ella si sia, tale la vi mando nè altro vi dirò se non che se un altra figura poteste vedere con gli occhi corporali la quale io porto già gran tempo nell'animo e di quella farne comparazione con voi stessa, sono securo che voi medesima non sapreste discernere se in voi o in me sia più vera l'imagine di quella forma ab eterno conceputa nella mente di Dio, alla cui simiglianza vi fabricò natura quando ella volse
Mostrar quaggiù quanto lassù potea.
Interlocutori.- DAMETA e TIRSE
L'erboso prato e i verdeggianti allori, l'aura soave e 'l bel rivo corrente, m'invitan seco a far lieto soggiorno e ragionar del mio soave foco. Muse, Muse, mentr'io di lei favello, avvolgetemi alcun di questi rami intorno al crine, e non mi siate avare del favor vostro: i' canto il vostro onore. E tu, TITIRO mio, mcntr'io ricorro quel che mi detta Amor, le mie parole 10 va ricogliendo, e 'n quel surgente tronco le ripon di tua man; col tronco insieme sorgeranno il suo nome e i nostri amori.
T. Dunque avrò da lodar la mia fortuna, che qui a quest'ora ha volto il mio camino; che, se brami DAMETA ch'el suo nome per le piante si legga, non ti dee noiar che TIRSE, tuo fedele amico, l'oda sonar ancor per la tua lingua.
D. Tu se'qui Tirse? Anzi a me è caro assai 20 che tu ci sia, che con la tua zampogna porger potrai soccorso a le mie note
T. Ciò ch'a te piace. Ma saper disìo qual sia quella beata a cui tu intendi d'acquistar lode con tue eterne rime.
D. Anzi sarian beate le mie rime se pareggiasser le sue eterne lode. Di TIRRENIA cantar è 'l mio pensiero.
T. Di TIRRENIA? Ho più volte in queste selve il bel nome sentito; ma di lei 30 non ho particolare altra contezza.
D. Gran danno a lei, ch'un sì gentile spirto non le sia in tempo alcun stato soggetto: a te, che del suo chiaro e vivo lume ancor non t'hai sentita l'alma accesa.
T. Nova querela, udir ch'altri si doglia ch'altri non arda del medesmo foco.
D. Da diverse cagion diversi effetti nascon, mio TIRSE, e altramente s'ama cosa pura mortale, altri disiri 40 son quei che movon da cose divine. Come, perché dal soie il lume prenda una copia infinita d'animanti non perciò il suo splendore alcuno è scemo; così qual uom si sente l'alma piena de' diletti de l'alma, non si sente scemar il ben perch'altri ancor ne goda. Anzi gode quel cor, ch'oggetto eterno ha in se scolpito, che per molti cori cresca la gloria del superno raggio. 50 E di quel ch'io ti dico, chiara luce di TIRRENIA ne porge il divo lume.
T. Bramo di quel che di' saperne il come.
D. TIRSE, non ha veduto il secol nostro pastor ch'io creda alcun, che d'alcun pregio abbia colto ghirlanda in Elicona, che s'ha lei vista, e se gli accenti suoi ha ne l'alma raccolti, tale ardore non abbia conceputo, che 'l suo ingegno n'ha poi fuor dimostrati ardenti lampi. 60 Nè tra color giammai si vide o udìo che ne nascesse invidia o gelosia; anzi di lodar lei fa ognuno a gara, e ne l'udir di lei ciascun si gode de le sue laudi, e l'un l'altro n'invita a dir del bel suggetto. E 'n lei n'avviene quel ch'avvien de le cose rare e nove e ch'avverrìa se sopra l'orizzonte cominciasse a scoprirsi un nuovo sole a gli occhi nostri: che com'altri scorto 70 prima l'avesse, così immantenente si volgerebbe a dimostrarlo altrui. E ciò n'avvien perochè al suo focile non s'accende altro che gentil disire.
T. Nuovo ben, nuove grazie e santi amori. Ma bram'io da te, se non t'annoia, Dameta mio, che tu mi scopri ancora que' pastor onorati che pur dianzi hai detto c'han per lei cantato e arso.
D. E questo, Tirse, ancor farò di grado, 80 nè penso ch'altri altra più chiara fede possa altrui far del suo valor soprano che con sì gloriosi testimoni. Dirò di loro, e dirò con tal legge, che senza servar legge, di quel prima ch'a la mia mente pria farà ritorno, m'udirai favellar. Nè creder dei ch'io sia per ricordargli tutti a pieno; che lungo fora, e poi non m'assicuro di tutti aver memoria o conoscenza. 90
T. Com'a te aggrada: io ad ascoltare intendo.
D. Fra i primi che cantaro in riva al Tebro de la bella Tirrenia fu un pastore d'antico sangue e di gente Latina, e nel cui nome suona la sua gente e del cui canto ancor, e del cui suono, suonan le trionfali e altere sponde. Arse colui per lei lunga stagione: e ancor dolcemente ne sospira.
E per lei sospirò quel chiaro spirto 100 che morendo lasciò dubbiosi i boschi tra le Muse di Lazio e di Toscana quali al suo dir sian state più benigne. Dico di quel che per li sette colli abbandonò le piaggie di Panara. E un altro di patria a lui vicino per li paschi del Po ne 'l bel soggetto affaticò sovente le sue canne. TIRINTO dico, a costui 'l nostro Reno diè 'l patrio albergo; e poi, come 'l ciel volse, 110 fu costretto a lasciare i dolci gioghi e pascer le sue gregge per le valli che 'l fiume, che detto ho, parte e abbraccia.
Che dirò del pastor che l'Arbia onora? Di quel dotto pastore i cui vestigi van seguitando e pastorelli e ninfe, non altramente che lasciva greggia la lanuta sua guida? Ei le sue rime del bel nome ch'io canto ha fatte adorne.
T. Tu di', s'io non m'inganno, di colui 120 ch'un tempo parlar feo le nostre Muse con quelle leggi e con quelle misure, che già servò 'l Permesso, il Mincio e 'l Tebro.
D. Di' pur che dir di lui mia lingua intese. E di lei cantò ancor un'altro Tosco, un giovin pastor, ch'in riva d'Arno mentre ch'a lui spargeano il novo fiore le molli guance, con sì dolci note tenne le ninfe, i satiri e i silvani, de le donne cantando i pregi eterni, 130 che ne parlano ancor per questi poggi le quercie e gli olmi; e se da morte acerba non era tolto, a lui nel secol nostro si convenia l'onor de i primi allori.
Nè ci mancano ancor tra queste rive di quei che van segnando il chiaro nome in piante e in sassi. E sopra gli altri s'ode risonar BATTO: BATTO, che per l'erta del sacro monte sale a' sì gran varchi, che fatica è notar le sue pedate. 140 Ei d'or in or a lei volgendo gli occhi prende virtute a gli alti e bei suggetti.
Per lei fatto anco ha risonare i boschi colui, che sceso da gli alpestri gioghi onde discendon l'acque a i lieti paschi, de' pastor d'Insubria, in su le sponde del Re de' fiumi fe 'l suo nome chiaro cantando a l'ombra d'un gentil ginebro.
Fu cantata costei da l'aurea cetra d'un ben dotto pastore, a cui Parnaso 150 concedette non sol tener le Ninfe al dolce suon de le palustri canne, ma gli mostrò i secreti di natura, e render la salute a i membri infermi.
T. Forse di lui vuoi dir, che già discese dal chiaro sangue di quel gran bifolco, che fuggendo l'incendio e la ruina de la sua patria, penetrando i seni de l'aspra Illiria e di Liburni e d'Istri, non lunge d'Adria pose la sua mandra? 160
D. Di lui dir volli. E dir ti voglio ancora che 'l ricordar de gl'Istri a la mia mente tornato ha MOPSO; MOPSO, in cui contende il favor de le Muse e lo intelletto. del terminar le sanguinose liti de' più audaci pastor. Or quanto e dove ei sia per TIRRENIA arso e quanto egli arda, e quanto abbia per lei cantato e canti, fan chiara fede il Po, il Ticino e l'Arno che mille piante han di sue rime impresse. 170
Ma dove lascio, lasso, il buono IOLA, IOLA che col dotto e nuovo suono de ben temprati calami, a' pastori solea far corto e agevole sentiero di gir al fonte che fa i nomi eterni? Questi venuto da gli aperti campi che bagna l'uno e l'altro Tagliamento, sè di gloria colmò, d'invidia altrui. Ei col vivace lume del suo ingegno solea in TIRRENIA, come aquila in sole, 180 gli occhi affissare e da' suoi chiari raggi formar lo stile, e le parole, e 'l canto. Morte pose silenzio a le sue note.
Invida morte, a lei rapisti ancora e al mondo insieme un'altra chiara luce d'un gran pastor, che nato in queste piagge fu cultor nel giardin de' pomi d'oro. Poi trapassando a le ricche pasture e a gli orti di Celio e d'Aventino, si trovò non pur d'edere e di mirti, 190 ma di purpurei fior cinte le tempie. Fior di gloria mortal com'è caduco! Ne sospirano ancor i sette colli del caso acerbo; e VIRBIO nei sospiri suona d'intorno. VIRBIO almo pastore e poeta e materia de' poeti; viverà in mille versi il pastor sacro e 'l pregio di Tirrenia ne' suoi versi. 200
Non patisce la gloria di costui ch'altri d'altro pastor, d'altro poeta, faccia memoria: e a te bastar ben puote d'aver sentito come tali e tanti, e poeti, e pastori, i loro ingegni abbian stancati intorno al caro oggetto.
T. Come sollecita ape per li prati suoi la novella state errando intorno di fior in fior gustare il dolce succo: o come innamorata pastorella 210 di varii fiori al suo diletto amante trecciar si vede una ghirlanda fresca, così visto ho DAMETA la tua lingua andar cogliendo il fior de i chiari spirti, onde composto è 'l mel di quelle lode, che rese ha 'l mondo a la tua cara amata, e coronata d'immortal corona.
D. Ma non men gloriosa è la corona ch'ella tesse a sè stessa: ch'oltra quelle rime che d'ella col favor suo ispira 220 a chi del suo amor arde, che da lei non men provengon che da l'altre Muse le rime e i versi de gli altri poeti. Ella suol d'or in or con le sue rime destare i boschi intorno; e ad ora ad ora, co' i più rari pastor cantando a prova tiene intenti al suo dir Fauni e Napee. Già sono impressi in più ch'in una pianta gli alti suoi amori; e la virtù d'amore quanto sia grande e come sia infinita, 230 si legge da lei scritta in nuove scorze: e suggetti altri, che felicemente viveran col suo nome chiari e eterni.
T. Ragion è adunque che sì altero spirto cantato sia da gli spirti più chiari.
D. TIRSE, non vo' lasciare ancor di dirti che se di lei scorgessi il divo aspetto, e le dolci maniere e i bei sembianti: s'udissi il suon de l'alte sue parole, e le sentenze de' profondi detti, 240 protesti dir, non quel che di Medusa si favoleggia che sua fiera vista altrui mutava in insensibil pietra; ma c'ha virtute a l'insensibil pietre d'ispirar sentimento e intelletto. O s'udissi talor quando accompagna la voce al suon de la soave cetra: o quando assisa tra Ninfe e Pastori move tra lor la lingua a dolci note: s'udissi, dico, come in nuovi accenti, 250 e come in soavissimi sospiri l'aria intorno addolcisca, e i vaghi augelli tra le frondi si stiano intenti e muti, e come i colli, e gli alberi, e le grotte mandin cantando al ciel novelle voci, so che non chiederiano i tuoi disiri altre Muse, altro Apollo, altro Elicona.
T. Grazie son queste così belle e care, ch'in lei racconti, che fan dubbio altrui se sia da dir ch'essa sia rara, o sola. 260 Ma perché spesso avvien ai nostri cori che da l'un bel disio l'altro risorge, poi che m'hai di TIRRENIA il gran valore fatto sì aperto, ancor saper disio qual sia di lei la stirpe e 'l patrio suolo; salvo se del parlar già non se' stanco.
D. Di ragionar di lei sazio nè stanco esser non poss'io mai; poi vizio fora non sodisfare a sì giusti disiri. Or porgi orecchie al chiaro nascimento. 270
In quelle parti ove si corca il sole, si stende un'onorato ampio paese, lo qual da l'oceano e dal mar nostro è cinto d'ogni intorno, se non quanto lunga costa di gioghi s'attraversa: e questi son chiamati i Pirenei. Da questi monti un gran fiume discende, il qual porta tributo al sale interno, e IBERO è 'l suo nome: or quanto serra il giogo, e l'acque dolci, e l'acque salse, 280 vien nomato ARAGON. In quel paese già surse un'onorata e chiara stirpe ch'in tutti que' confìn co 'l suo vincastro diede legge a' pastori ed a' bifolchi; e questa dal paese il nome tolse. Poi co 'l girar del ciel volgendo gli anni passò l'alto legnaggio a i nostri liti, a gl'italici liti; e s'alcun nome ci fu mai chiaro o altero, sopra gli altri questo gran tempo risonar s'udìo. 290 Che donde di là in Adria il fiume Aterno, e di quà passa il Liri al gran Tirreno, quanto circonda 'l mar fin là ove frange l'orribil Scilla i legni a i duri scogli, e quanto ara Peloro e Lilibeo, solea già tutto a la famosa verga del generoso sangue esser soggetto.
Or fra molti altri uscìo del chiaro sangue un gran pastor, che di purpuree bende ornato il crine e la sacrata fronte, 300 com'amor volle, un giorno per le rive del vago Tebro errando, a gli occhi suoi corse l'aspetto grazioso e novo de la bella IOLE. Questa tra le sponde nata del Re de' fiumi, ove si parte l'acqua del suo gran fiume in molti fiumi, avea cangiato 'l Po coi sette poggi: e di questa 'l pastor, di ch'io ragiono, caldo di dolce amore fe' 'l grande acquisto di lei, ch'or m'arde il cor d'eterno amore. 310
T. Già non si convenìa men chiaro seme per dare al mondo pianta sì gentile.
D. E non si convenìa men chiaro loco al gran concetto e al glorioso parto che l'onorate piaggie trionfali de l'almo Tebro, il quale andar si vede non men superbo che tra le sue arene sia germogliata pianta sì felice, che di solenne alcun altro trionfo.
T. Dunque felice il luogo, e 'l seme, e 'l ventre, 320 onde frutto sì eletto al mondo nacque: e più felice a cui dal cielo è dato gli occhi affissar nel lume de' begl'occhi, ai dolci accenti aver l'orecchie intente, e aver de gli occhi e de gli orecchi aperte le porte a l'alma e aver l'alma rivolta a la beltà del doppio eterno oggetto da salir sopra 'l cielo. E sopra ogn'altro felicissima lei, ch 'l gran legnaggio e l'alto onor del bel nido natìo 330 vinto ha col pregio del valore interno.
Ma mentre abbiam la lingua e 'l cor rivolti al tuo bel Sole, è già 'l celeste sole presso che giunto a l'ultimo orizzonte: perché buon sia che diam luogo a la sera.
D. Vanne felice. Io pria che 'l vago piede, rivolga altrove, questa bella pianta sacrare intendo a lei, cui 'l petto ho sacro con la memoria de l'amato nome
[5 O sante Dee.] [11 raccogliendo.] [15 ch'a quest'ora qui volto ho 'l] [20 m'è.] [23 Eccomi presto.] [24 il cui valore.] [25 cerchi inalzar con le tue.] [44 Non è in alcuno il suo splendore scemo.] [48 Nel core ha impresso.] [60 eterni lampi.] [63 fan tutti.] [76 ben da te.] [127 Nel tempo che.] [128 Sue molli.] [147 Del real fiume.] [174 Agevolar solea l'aspro sentiero.] [205 Bastar ben ti puote.] [225 e d'or in ora.] [231 Leggesi.] [233 col suo nome eterna vita.] [252 L'aria addolcisca donde i vaghi augelli.] [261 Ma perché avvenir suol ne i nostri cuori.] [262 Che spesso l'un disio dall'altro sorge.] [289 chiaro sopra gli altri nomi.] [290 Questo oltra gli altri risuonar s'è udito.] [314 beato parto.]
INDICE
(ARAGONA) Alma del vero bel chiara sembianza (ARRIGHI B.) Alma gentile che già foste al paro (ARAGONA ) Alma gentile in cui l'eterna mente (STROZZI F.) Alma gentile ove ogni studio pose (ARAGONA) Almo Pastor che godi alle chiare onde (Muzio G.) Amore ad ora ad or battendo l'ale (ARAGONA ) Amore un tempo in così lento foco (MUZIO G.) Amor nel cor mi siede e vuol ch'io dica (LO STESSO) Anima bella che da gli alti chiostri (ARAGONA) Anima bella che dal Padre Eterno (DE' MEDICI I.) Anima bella che nel tuo bel lume (ARAGONA) Bembo, io che fino a qui di grave sonno (LA STESSA) Ben fu felice vostro alto destino (CAMILLO G.) Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno (ARAGONA) Ben mi credea fuggendo il mio bel sole (LA STESSA) Ben si richiede al vostro almo splendore (LA STESSA) Ben sono in me d'ogni virtute accese (LA STESSA) Bernardo, ben potea bastarvi averne (MUZIO G.) Canti chi vuol le sanguinose imprese (ARRIGHI A.) Come di dolce più che d'agro parte (MUZIO G.) Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo. (DE' BENUCCI L.) Deh, non volgete altrove il dotto stile (MUZIO G.) Dive ch'al suon de la dorata cetra (ARAGONA) Dive che dal bel monte d'Elicona (MUZIO G.) Donna a cui 'l santo coro ognor s'aggira. (VARCHI B.) Donna che di bellezza e di virtute (MUZIO G.) Donna che sete in terra il primo oggetto (LO STESSO) Donna i cui beati ardori (LO STESSO) Donna il cui grazioso e altero aspetto (LO STESSO) Donna l'onor de' i cui be' raggi ardenti (LO STESSO) Donna più volte m'ha già detto amore (ARAGONA) Donna reale a i cui santi disiri (MUZIO G.) Donna se mai vedeste in verde prato (ARAGONA) Dopo importuna pioggia (MUZIO G.) Ebbe la favolosa antica etade (LO STESSO) È già gran tempo o Muse il mio suggetto (ARAGONA) Felice speme che a tant'alta impresa (MUZIO G. ) Fiamma che chiaramente il mio cor ardi (ARAGONA) Fiamma gentil che da gl'interni lumi (MUZIO G.) Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora. (LO STESSO) Già risalito sopra l'orizzonte (LO STESSO) Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro (ARAGONA) Ho più volte signor fatto pensiero (MUZIO O.) Il valor vostro Donna il cor m'incende (LO STESSO) In su le rive del superbo fiume (ARAGONA) Io ch'a ragion tengo me stessa a vile (LA STESSA) Io che fin qui quasi alga ingrata e vile (VARCHI B.) Io non miro giammai cosa nessuna (ARAGONA) La nobil valorosa antica gente (MUZIO G.) La sembianza di Dio che 'n noi risplende (ARRIGHI A). L'aspetto sacro e la bellezza rara (MUZIO G.) Lasso onde avvien che qui non fa ritorno (LO STESSO ) L'erboso prato e i verdeggianti allori (......) Lieto viss'io sotto un bianco lauro (ARAGONA) Mentre ch'al suon de' i dotti ornati versi (MUZIO G.) Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti (DA MONTE VARCHI C.) Mosso da l'alta vostra chiara fama (ARAGONA) Nè vostro impero ancor che bello e raro (VARCHI B.) Ninfa di cui per boschi, o fonti, o prati (ARAGONA) Non così d'acqua colmo in mar discende (LA STESSA) Nuovo Numa Toscan che le chiar'onde (DE' BENUCCI L.) O fiumicel se 'l più cocente ardore (MUZIO G.) O novo esempio de l'eterna luce (ARAGONA) O qual vi debb'io dire o Donna o Diva (MUZIO G.) Or di là se ne vien questa dolce ora (PORZIO S) Or qual penna d'ingegno m'assecura (MUZIO G.) O se tra queste ombrose e fresche rive (ARAGONA) Ov'è misera me quell'aureo crine (VARCHI B.) Per non sentir la turba iniqua e fella (ARAGONA) Più volte Ugolin mio mossi il pensiero (CAMILLO G.) Poi ch'a la vostra tanto alma beltade (BENTIVOGLIO E.) Poi che lasciando i sette colli e l'acque (ARAGONA) Poi che mi diè natura a voi simile (LA STESSA) Poi che rea sorte ingiustamente preme (LA STESSA) Porzio gentile a cui l'alma natura (LA STESSA) Poscia, ohimè, che spento ha l'empia morte (MUZO G.) Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi (ARAGONA) Qual vaga Filomela che fuggita (MUZIO G.) Quando, com'Amor vuol, la donna mia (VARCHI B.) Quando doveva ohimè l'arco e la face (TOLOMEI C.) Quando la Tullia mia che vien dal cielo (MUZIO G.) Quando 'l raggio del bel ch'in voi risplende (ARAGONA) Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo (LA STESSA) Sacro pastor che la tua greggia umile (LA STESSA) S' a l'alto Creator de gli elementi (MUZIO G.) Sebben gli occhi e l'orecchie alcuna volta (MARTELLI U.) Se bella voi così le Grazie fero (ARAGONA) Se ben pietosa madre unico figlio (VARCHI B.) Se da i bassi pensier talor m'involo (LO STESSO) Se di così selvaggio e così duro (ARAGONA) Se forse per pietà del mio languire (LA STESSA) Se gli antichi pastor di rose e fiori (LA STESSA) Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati (DE' MEDICI I.) Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro (MARTELLI N.) Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino (MARTELLI U.) Se lodando di voi quel che palese (MOLZA B.) Se 'l pensier mio, ov'altamente amore (GRAZZINI A.) Se 'l vostro alto valor, Donna gentile (ARAGONA) Se materna pietate affligge il core (DE' BENUCCI L.) Se per lodarvi e dir quanto s'onora (ARAGONA) Se veston sol d'eterna gloria il manto (LA STESSA) Siena dolente i suoi migliori invita (LA STESSA) Signor che con pietate alta e consiglio (LA STESSA) Signor d'ogni valor più d'altro adorno (LA STESSA) Signore in cui valore e cortesia (LA STESSA) Signor nel cui divino alto valore (LA STESSA) Signor pregio e onor di questa etade (ARRIGHI A.) S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi (ARAGONA) S'io 'l feci unqua, che mai non giunga a riva (MUZIO G.) Sogni chi vuol di riportar corona (LO STESSO) Spirto felice in cui sì rare e tante (ARAGONA) Spirto gentil che dal natio terreno (LA STESSA) Spirto gentil che vero e raro oggetto (MOLZA B.) Spirto gentile che riccamente adorno (MUZIO G.) Spirto gentile in cui sì chiaramente (ARAGONA) Spirto gentil s'el giusto voler mio (ARRIGHI A.) S'un medesimo stral due petti aprio (MUZIO G.) Superbo Po ch'a la tua manca riva (LO STESSO) Torniamo o Muse a i pianti e ai sospiri (CAMILLO G.) Tullia gentile a le cui tempie intorno (DALLA VOLTA S.) Tullia mostro miracol Sibilla (STROZZI F.) Uscendo 'l spirto mio per seguir voi (BENTIVOGLIO E.) Vaghe sorelle che di trecce bionde (ARAGONA) Varchi, da cui giammai non si scompagna (LA STESSA) Varchi, il cui raro e immortal valore (GlOVENALE L.) Vide già la famosa antica etade (ARAGONA) Voi ch'avete fortuna sì nemica (MARTELLI L.) Voi che lieti pascete ad Arno intorno (ARRIGHI B.) Voi che volgete il vostro alto disio