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Rime di Tullia d'Aragona, cortigiana del secolo XVI

LE RIME DI TULLIA D'ARAGONA (continued 2)

Reading edition

Cantin di te tanti gentil pastori, che pascon le lor greggie al Po d'intorno, a cui le Muse, a cui fortuna è amica:

forse il mio Mopso ancor, fatto ritorno, farà sentir non pur suoi bassi amori, ma tu sarai la sua maggior fatica.

[Questo sonetto diretto prima al Martelli, appare qui scritto per il Muzio come chiaramente rilevasi dal nome di _Mopso_.]

XXVI. -- Allo stesso

Ben sono in me d'ogni virtute accese le voglie tutte, e gli spirti alto intenti; ma 'l poter e l'oprar sì freddi e spenti, ch'io mi veggo aver l'ore indarno spese.

Onde non lodi no, ma gravi offese mi son le rime vostre, e però tenti vostr'alto stil, fra tante e sì eccellenti, mille di lui cantar più degne imprese.

Ben può celar il ver finta bugia, a qualche tempo, o 'n qualche loco, o parte: ma non sì ch'ei non vinca, e 'n sella stia,

dunque per più secura e corta via, rivolgete, Ugolin, tanta vostra arte, ch'in altrui molto, in me poco sarìa.

[Risposta al sonetto, del Martelli: _Se lodando di voi quel che palese._]

XXVII. -- A Benedetto Varchi

Varchi, da cui giammai non si scompagna il coro de le Muse, e ch'a l'affanno com'a la gioia, a l'util com'al danno, sempre avete virtù fida compagna;

qual monte, o valle, o riviera, o campagna, non sarìa a voi più che dorato scanno: se come fumo innanzi a lei sen vanno gli umani affetti, ond'altri più si lagna?

O perchè errar a me così non lice con voi pe' i boschi, com'ho 'l core acceso, de l'onorate vostre fide scorte?

Ch'avendo ogni pensiero al cielo inteso, vivendo viverei vita felice, e morta sperarei vincer la morte.

XXVIII -- Allo stesso

Varchi, il cui raro e immortal valore, ogni anima gentil subito invoglia, deh! perchè non poss'io, com'ho la voglia del vostro alto saver colmarmi il core?

che con tal guida so ch'uscirei fore, de la man di fortuna, che mi spoglia d'ogni usato conforto: e ogni mia doglia cangerei in dolce canto, e 'n miglior ore.

Ahi! lassa, io veggio ben che la mia sorte contrasta a così onesto e bel desire, sol perchè manch'io sotto l'aspre some.

Ma s'i me pur così convien finire, la penna vostra almen, levi il mio nome fuor degli artigli d'importuna morte.

[V. 4 E. saper.] [5 fuore.] [6 Delle.] [11 Sol perch'io manchi.] [_Componimenti poetici_, ecc. ediz. cit. pag. 113.]

XXIX. -- Allo stesso

Quel che 'l mondo d'invidia empie e di duolo, quel che sol di virtute è ricco e adorno, quel che col suo splendor un lieto giorno chiaro ne mostra a l'uno e all'altro polo:

quel sete Varchi voi, quel voi che solo, fate col valor vostro oltraggio e scorno a i più lontan, non ch'ai vicin d'intorno; ond'io v'ammiro, riverisco e colo.

E di voi canterei mentre ch'io vivo, s'al gran suggetto il mio debile stile, giunger potesse di gran spazio almeno.

O pur non fosse a voi noioso e schivo questo mio dire, scemo e troppo umile: che per voi renderassi altero e pieno.

XXX. -- Allo stesso

Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati, sieno al bel gregge tuo, dolce pastore vero d'Arcadia e di Toscana onore, più chiaro fra i più chiari e più pregiati:

se tanto in tuo favor girino i fati, che mai tor non ti possa il dato core Filli, nè tu a lei tuo santo amore, onde vi gridi ogni uom saggi e beati:

dinne, caro Damon, s'alma sì vile e sì cruda esser può, ch'essendo amata renda invece d'amor tormenti e morte.

Ch'io temo (lassa) se 'l tuo dotto stile non mi leva il dubbiar, d'esser pagata di tal mercede, sì dura è mia sorte.

[V. 7 E. casto.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXI. -- Allo stesso

Dopo importuna pioggia s'allegrano i pastor, quando 'l sereno ciel si discopre lor di stelle pieno;

e dopo 'l corso de l'instabil luna, ne l'apparir del sole, gioisce ogni animal che brama il giorno;

e l'alto Dio lodar ben spesso suole, dopo l'aspra fortuna, spaventato nocchier al porto intorno;

e 'l Varchi è al suo ritorno seren, sol, porto: e chi ha d'onor disìo, si rallegra, gioisce e loda Iddio.

[V. 10 B. Varchi al; C. D. Varchi è al.]

XXXII. -- A Girolamo Muzio

Voi ch'avete fortuna sì nimica, com'animo, valor e cortesia, qual benigno destino oggi v'invia a riveder la vostra fiamma antica?

Muzio gentile, un'alma così amica è soave valore a l'alma mia, ben duolmi de la dura e alpestra via con tanta non di voi degna fatica.

Visse gran tempo l'onorato amore ch'al Po già per me v'arse. E non cred'io che sia sì chiara fiamma in tutto spenta.

E se nel volto altrui si legge il core, spero ch'in riva d'Arno il nome mio alto sonar ancor per voi si senta.

[V. 1 E. nemica.] [13 all'Arno.] [14 Alto per voi suonare ancor si senta.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 113.]

XXXIII. -- Allo stesso

Fiamma gentil che da gl'interni lumi con dolce folgorar in me discendi, mio intenso affetto lietamente prendi, com'è usanza a tuoi santi costumi;

poi che con l'alta tua luce m'allumi e sì soavemente il cor m'accendi, ch'ardendo lieto vive e lo difendi, che forza di vil foco nol consumi.

E con la lingua fai che 'l rozo ingegno, caldo dal caldo tuo, cerchi inalzarsi per cantar tue virtuti in mille parti;

io spero ancor a l'età tarda farsi noto che fosti tal, che stil più degno uopo era, e che mi fu gloria l'amarti.

[V. 5 E. coll'alta.] [8 foco lo consumi.] [14 d'amarti.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag. 114.]

XXXIV. -- Allo stesso

Spirto gentil, che vero e raro oggetto se' di quel bel, che più l'alma disìa, e di cui brama ognor la mente mia essere al tuo cantar caro suggetto;

se di pari n'andasse in me l'effetto con le tue lode, onor render potrìa mia penna a te; ma poi mia sorte rìa m'ha sì bramato onor tutto interdetto.

Sol dirò, che seguendo la sua stella, l'anima tua da te fece partita, venendo in me, com'in sua propria cella;

e la mia, ch'ora è teco insieme unita, ten può far chiara fede, come quella, che con la tua si mosse a cangiar vita.

[V. 2 D. Sei; E. desia.] [5 si andasse.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit. pag, 116. - Risposta al sonetto del Muzio: _Donna, il cui grazioso e altero aspetto_.]

XXXV. -- A Bernardo Ochino

Bernardo, ben potea bastarvi averne co 'l dolce dir, ch'a voi natura infonde, qui dove 'l re de fiumi ha più chiare onde, acceso i cuori a le sante opre eterne;

che se pur sono in voi pure l'interne voglie, e la vita al vestir corrisponde, non uom di frale carne e d'ossa immonde, ma sete un voi de le schiere superne.

Or le finte apparenze, e 'l ballo, e 'l suono, chiesti dal tempo e da l'antica usanza, a che così da voi vietati sono?

Non fora santità, fora arroganza torre il libero arbitrio, il maggior dono che Dio ne diè ne la primiera stanza.

XXXVI. -- Ad Emilio Tondi

Siena dolente i suoi migliori invita a lagrimar intorno al suo gran Tondi, al cui valor ben furo i cieli secondi, poscia invidiaro l'onorata vita.

Marte il pianger di lei col pianto aita, morto 'l campion, cui fur gli altri secondi; io prego i miei sospir caldi e profondi, ch'a sfogar sì gran duol porgano aita.

So che non pon recar miei tristi accenti, a voi, messer Emilio, alcun conforto, che fra tanti dolori il primo è 'l vostro.

Ma 'l duol si tempri; il suo mortale è morto; vive 'l suo nome eterno fra le genti: l'alma trionfa nel superno chiostro.

XXXVII. -- A Tiberio Nari

Se veston sol d'eterna gloria il manto quei che l'onor più che la vita amaro, perchè volete voi, gentil mio Naro, render men bella con acerbo pianto

quella lode immortale e chiara tanto, di cui mai non sarà chi giunga al paro del valoroso vostro fratel caro, che morendo portò di morte 'l vanto?

Scacciate 'l duol è rasserenate il volto; e le unite da lui nemiche spoglie sacrate a lui, che già trionfa in cielo.

E da questo mortal caduco velo più che mai vivo, ormi libero e sciolto, par ch'a seguirlo ogni bell'alma invoglie.

XXXVIII. -- A Piero Manelli

Poi che mi diè natura a voi simile forma e materia, o fosse il gran Fattore, non pensate ch'ancor disìo d'onore mi desse, e bei pensier, Manel gentile?

Dunque credete me cotanto vile, ch'io non osi mostrar cantando, fore, quel che dentro n'ancide altero ardore, se bene a voi non ho pari lo stile?

Non lo crediate, no, Piero, ch'anch'io fatico ognor per appressarmi al cielo, e lasciar del mio nome in terra fama.

Non contenda rea sorte il bel desìo, che pria che l'alma dal corporeo velo si scioglia, sazierò forse mia brama.

[V. 7 D. m'ancide.]

XXXIX. -- Allo stesso

Amore un tempo in così lento foco arse mia vita, e sì colmo di doglia struggeasi 'l cor, che quale altro si voglia martir, fora ver lei dolcezza e gioco.

Poscia sdegno e pietate a poco a poco spenser la fiamma, ond'io più ch'altra soglia libera da sì lunga e fera voglia, giva lieta cantando in ciascun loco.

Ma 'l ciel nè sazio ancor (lassa) nè stanco de' danni miei, perchè sempre sospiri, mi riconduce a la mia antica sorte;

e con sì acuto spron mi punge il fianco, ch'io temo sotto i primi empii martiri cader, e per men mal bramar la morte.

[_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 115.] [_Parnaso italiano ovvero raccolta di poeti classici italiani_, Venezia 1787, presso Antonio Zatta, vol. XXX, pag. 240.] [_Scelta di sonetti e canzoni dei più celebri rimatori d'ogni secolo_. Quarta edizione con nuova aggiunta. Parte seconda che contiene i rimatori dal 1550 sino al 1600 e del 1600. In Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1784 in-12, a carte 532.]

XL. -- Allo stesso

Qual vaga Filomela, che fuggita è da l'odiata gabbia, e in superba vista sen va tra gli arboscelli e l'erba, tornata in libertate e in lieta vita;

er'io da gli amorosi lacci uscita, schernendo ogni martìre e pena acerba de l'incredibil duol, ch'in sè riserba qual ha per troppo amar l'alma smarrita.

Ben avev'io ritolte (ahi stella fera!) dal tempio di Ciprigna le mie spoglie, e di lor pregio me n'andava altera;

quand'a me Amor: le tue ritrose voglie, muterò, disse; e femmi prigioniera di tua virtù, per rinovar mie doglie.

XLI. -- Allo stesso

Felice speme, ch'a tant'alta impresa ergi la mente mia, che ad or ad ora dietro al santo pensier che la innamora, sen vola al Ciel per contemplare intesa.

De bei disir in gentil foco accesa, miro ivi lui, ch'ogni bell'alma onora, e quel ch'è dentro, e quanto appar di fora, versa in me gioia senz'alcuna offesa.

Dolce, che mi feristi, aurato strale, dolce, ch'inacerbir mai non potranno quante amarezze dar puote aspra sorte;

pro mi sia grande ogni più grave danno, che del mio ardir per aver merto uguale più degno guiderdon non è che morte.

[CRESCIMBENI: _Istoria della volgar poesia_, Venezia, presso Lorenzo Baseggio, 1730, vol. IV, pag. 68.]

XLII. -- Allo stesso

S'io 'l feci unqua che mai non giunga a riva l'interno duol, che 'l cuor lasso sostiene; s'io 'l feci, che perduta ogni mia spene in guerra eterna de vostr'occhi viva;

s'io 'l feci, ch'ogni dì resti più priva de la grazia, onde nasce ogni mio bene; s'io 'l feci, che di tante e cotai pene, non m'apporti alcun mai tranquilla oliva;

s'io 'l feci, ch'in voi manchi ogni pietade, e cresca doglia in me, pianto e martìre distruggendomi pur come far soglio;

ma s'io no 'l feci, il duro vostro orgoglio in amor si converta: e lunga etade sia dolce il frutto del mio bel disire.

XLIII. -- Allo stesso

Se ben pietosa madre unico figlio perde talora, e nuovo, alto dolore le preme il tristo e suspiroso core, spera conforto almen, spera consiglio.

Se scaltro capitano in gran periglio, mostrando alteramente il suo valore, resta vinto e prigion, spera uscir fuore quando che sia con baldanzoso ciglio.

S'in tempestoso mar giunto si duole spaventato nocchier già presso a morte ha speme ancor di rivedersi in porto.

Ma io, s'avvien che perda il mio bel sole, o per mia colpa, o per malvagia sorte, non spero aver, nè voglio, alcun conforto.

XLIV. -- Allo stesso

Se forse per pietà del mio languire al suon del tristo pianto in questo loco ten vieni a me, che tutta fiamma e foco ardomi, e struggo colma di disire,

vago augellino, e meco il mio martìre ch'in pena volge ogni passato gioco, piangi cantando in suon dolente e roco, veggendomi del duol quasi perire;

pregoti per l'ardor che sì m'addoglia, ne voli in quella amena e cruda valle ov'è chi sol può darmi e morte e vita;

e cantando gli di' che cangi voglia, volgendo a Roma 'l viso, e a lei le spalle, se vuol l'alma trovar col corpo unita.

XLV. -- Allo stesso

Ov'è (misera me) quell'aureo crine di cui fe' rete per pigliarmi Amore ov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardore nasce, che mena la mia vita al fine?

Ove son quelle luci alte e divine in cui dolce si vive e insieme more? ov'è la bianca man, che lo mio core stringendo punse con acute spine?

Ove suonan l'angeliche parole, ch'in un momento mi dan morte e vita? u' i cari sguardi, u' le maniere belle?

Ove luce ora il vivo almo mio sole, con cui dolce destin mi venne in sorte quanto mai piovve da benigne stelle?

XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi

Spirto gentil, s'al giusto voler mio non è cortese il cielo e amico tanto, ch'io possa con ragion lodarvi quanto me fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio, che ciò mi niega, rivolgendo in pianto il mio già lieto e dilettoso canto, per cui fan gli occhi miei si largo riso.

Ma se fortuna mai si mostra amica a le mie voglie, non dubito ancora poter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìca quant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora, piacciavi s'or lo riverisce e ama.

[Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo petti aprìo_.]

XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

Io ch'a ragion tengo me stessa a vile, nè scorgo parte in me che non m'annoi, bramando tormi a morte e viver poi ne le carte d'un qualche a voi simile,

cercando vo per questo lieto aprile d'ingegni mille, non pur uno o doi suggetti degni de i più alti eroi, e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

Però dovunque avvien, che mai si nome alteramente alcuno, indi m'ingegno trar rime, onde s'eterni il nome nostro.

E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome non rende pigro questo ardito ingegno, d'Elicona salire al sacro chiostro.

[Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]

XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_

Io che fin qui quasi alga ingrata e vile sprezzava in me così l'interna parte, come u' di fuor, che tosto invecchia e parte da noi ben spesso nel più bello aprile,

oggi, Lasca gentil, non pur a vile non mi tengo (mercè de le tue carte) ma movo ancor la penna ad onorarte, fatta in tutto a me stessa dissimile.

E come pianta che suggendo piglia novo licor da l'umido terreno manda fuor frutti e fior, benchè s'attempi:

tal'io potrei, sì nuovo mi bisbiglia pensier nel cor di non venir mai meno, dar forse ancor di me non bassi esempi.

[V. 3 B. un; C. D. u'] [Risposta al sonetto del LASCA: _Se 'l vostro alto valor, Donna gentile_.]

XLIX. -- A Nicolò Martelli

Ben fu felice vostro alto destino, poi che vena vi die' tanto feconda, che 'l santo Apollo il vostro dir seconda più ch'ei non fece al suo diletto Lino.

Il coro de le Muse a capo chino lieto v'onora, e 'l bel crin vi circonda di vaghi fiori e d'odorata fronda: perchè ragion è ben s'a voi m'inchino.

Il cantar vostro l'anime innamora, e le fa da se stesse pellegrine, che celeste virtù può ciò che vuole.

E 'n voi mirando grazie sì divine chi ha più gentil spirto più v'onora, altri d'invidia si lamenta e dole.

[V. 7 adorata; C. D. odorata.] [8 E. Quindi.] [11 fa.] [14 duole.] [_Componimenti poetici_, ecc., ediz. cit., pag. 116. - Risposta al sonetto del MARTELLI: _Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino._]

L. -- A Simone Porzio

Porzio gentile, a cui l'alma natura e i sacri studi han posto dentro 'l core virtù, ch'esser vi fa primo cultore di lei, cui 'l cieco mondo oggi non cura;

poi che rendete a feconda coltura sue alpestre piaggie, onde d'eterno onore semi spargete, e d'immortal valore cogliete frutti che 'l tempo non fura;

piacciavi, prego, che vostra alta mente a l'umil pianta mia volga il pensieio, s'ella forse non n'è del tutto indegna,

che di quel che per me poter non spero, col favor vostro a la futura gente di maraviglia ancor si farà degna.

LI. -- A Giordano Orsini

Alma gentil, in cui l'eterna mente, per farvi sovra ogni alma, bella e chiara, pose ogni studio; onde per voi s'impara la via di gir al ciel sicuramente;

sì come il mondo della più eccellente cosa di voi non ha, nè tanto cara; e come sola sete e non pur rara d'ogni virtute ornata interamente;

potess'io dirne appien quanto 'l cor brama, che d'invidia empirei e di dolore ogni spirto più saggio e più gentile,

benchè vostro valor eterna fama per se vi acquisti, caro mio signore, quanto 'l sol gira e Battro abbraccia e Tile.

LII. -- Al Card. di Tournon

Sacro pastor, che la tua greggia umile, di caritade acceso e d'Amor pieno, guidi fuor del mortal camin terreno, per ricondurla al suo celeste ovile;

se 'l ben'oprar ti rende a Dio simile, or che raggio divin le scalda il seno, ricevi o Santo nel tuo pasco ameno questa tua pecorella errante e vile;

sì che possa ridotta in piagge apriche, ove nocer non può contraria sorte, nè fiere stelle al nostro danno intente;

poste in oblìo l'acerbe sue fatiche fuggir le pompe, e disprezzar la morte, tenendo sempre in Dio ferma la mente.

[Sta nel: _Sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori, nuovamente raccolte et mandate in luce con un discorso di GIROLAMO RUSCELLI, al molto Reverendo et honoratiss. Monsignor Girolamo Artusio. Con gratia et privilegio_. In Vinegia, al _Segno del Pozzo_, M.D.LIII, a carte 182.]

LIII. -- Allo stesso

Signor nel cui divino alto valore tanto si gloria l'una Gallia altera, e l'altra tutta mesta e afflitta spera por fin a l'aspro suo grave dolore, poscia che voi tornando, il suo splendore torna e fa bella Roma: ecco la sparsa chioma, ella v'accoglie lieta, e manda fore, voci gioconde a asciuga gli occhi molli, e Tornon grida 'l Tebro e i sette colli.

La pace, la letizia, a la sublime schiera de le virtù sacre, ch'a noi spariro al partir vostro, ora con voi riedono, e fan contesa al tornar prime le Muse a celebrarvi in versi e in rime; destano i chiari spirti, ond'or s'ergano i mirti, e i lauri spargon l'onorate cime, e prima de l'usato il mondo infiora, e l'aria empie d'odor Favonio e Flora.

Fra tanto almo gioir, fra tanta festa, ch'oggi al vostro tornar si mostra e sente, anch'io la speme, e la letizia spente poter nudrir ne l'alma dubbia e mesta, se mirate, Signor, quel che m'infesta noioso e aspro duolo che voi potete solo ridurmi in porto da crudel tempesta, e volgendo ver me pietoso il ciglio trar mia vita di doglia e di periglio.

Canzon, se innanzi a lui per grazia arrivi, che dee chiuder di Giano il tempio aperto, benchè nulla è 'l mio merto, pregal, che sola non mi lasci in guerra poi che per lui si spera pace in terra.

[_Sesto libro delle Rime_ raccolte dal RUSCELLI, Venezia 1553, c. 183.]

LIV.

Se materna pietate afflige il core onde cercando in questa parte e in quella il caro figlio tuo, Lilla mia bella, piangi, e cresci piangendo il tuo dolore:

a te, ch'animal se' di ragion fore, e non intendi (ohimè) quanto rubella sia stata ad ambe noi sorte empia e fella, togliendo a te 'l tuo figlio, a me 'l mio amore;

che far (lassa) degg'io? Qual degno pianto verseran gli occhi miei dal cor mai sempre, che conosco il tuo male, e 'l mio gran danno?

Chi potrà di Psichi con alto canto cantar l'altere lodi: o con quai tempre temprar quel, che mi da sua morte affanno?

[V. 3 Lilia; C. D. Lilla.] [5 C. D. sei.] [12 C. D. Chi di Psichi potrà.]

LV.

Ben mi credea fuggendo il mio bel sole scemar (misera me) l'ardente foco con cercar chiari rivi, e starne a l'ombra ne i più fronzuti e solitarii boschi; ma quanto più lontan luce il suo raggio tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampo crescesse quanto è più lontan dal sole? E pur il provo, che quel divin raggio quant'è più lunge più raddoppia il foco: nè mi giova abitar fontane o boschi, ch'al mio mal nulla val, fresco, onda od ombra.

Ma non cercherò più fresco, onda od ombra, che 'l mio così cocente e fero vampo non ponno ammorzar punto fonti o boschi; ma ben seguirò sempre il mio bel sole, poscia che nuova salamandra in foco vivo lieta, mercè del divo raggio.

[V. 10 B. longe; C. D. lunge.]

[LV.] _(Codice Vat. Ottob. 1595, c 118-119)_

Ben mi credea fuggendo il mio bel sole scemar misera a me l'estremo fuoco, con cercar chiari rivi e stare all'ombra dei verdi faggi ed abitar fra boschi; ma quanto più lontano è il suo bel volto tanto più d'or in or cresce 'l mio vampo.

Chi crederebbe mai che questo vampo crescesse quanto è più lontan dal sole? Io pur il provo, che quel divin volto accresce e 'n me raddoppia ognor il fuoco, nè mi giova cercar fontane o boschi, che questo sol non cuopre e frondi ed ombra.

Non cercarò vie più posare all'ombra per minuire il mio cocente vampo, nè, lassa, errando, gir tra folti boschi; ma ben seguirò io sempre quel sole per cui sì lieta mi nutrico in fuoco, che a ciò mi sforza il cielo col suo bel volto.

Deh! perchè non m'alluma il vivo raggio ovunqu' io vado, o per sole o per ombra, che lieta soffrirei sì dolce foco, e contenta morrei del suo gran vampo? Ma non spero giammai, lassa, che 'l sole scopra giorno sì chiaro in questi boschi.

Ond'avrò sempre in odio i monti e i boschi che m'ascondon la luce di quel raggio, che splende e scalda più de l'altro sole; biasmi chi vuole e fugga i raggi a l'ombra, ch'io per me cerco sempre e lodo il vampo che m'arde e strugge in sì possente foco.

Quanto dunque mi fora grato il foco, ingrati i monti, e le fontane, e i boschi, u' non veggo il mio sole e sento il vampo s'io potessi appressar l'amato raggio e del mio stesso corpo a lui far ombra, e quando parte e quando torna il sole.

Prima sia oscuro il sole e freddo il foco, nè faranno ombra in nessun tempo i boschi, che del bel raggio in me non arda il vampo.

[V. 11 B. certo.]

Deh! perchè non è meco il sacro volto dovunque io vadi, o per sole o per ombra, ch'avria forse men forza al cuore il fuoco e soffrirei più lieta ogni mio vampo; ma puote solo un raggio del mio sole farmi beata ne gli ombrosi boschi.

E perciò in odio avrò sempre quei boschi che torrammi il veder del sacro volto, e i chiari raggi dell'almo mio sole che fean sgombrar le nube e fuggir l'ombra, e me sola gioir nel chiaro vampo qual salamandra nel più ardente fuoco.

Quanto mi fora dilettoso il fuoco, noiosi i fonti e via men grati i boschi, men cari i faggi e men noioso il vampo, s'unir potessi il mio volto al bel volto e col mio stesso corpo al suo far ombre, ben d'arder godrei toccando il sole.

Deh, dicesse il mio sole: anch'io sto in foco però non cercar più ombra ne' boschi, che vo' che 'l volto mio tempri il tuo vampo.

[Questo componimento fu probabilmente diretto al MANELLI, quantunque il _sacro volto_ lasci credere trattarsi di qualche porporato.]

LVI.

Alma del vero bel chiara sembianza, a cui non può far schermo nè riparo così gentil e cristallina stanza che non mostri di fuor l'altero e raro splender, che sol ne da ferma speranza del ben, ch'unqua non fura il tempo avaro: deh! fa, se morta m'hai, ch'in te rinnovi acciò di doppia morte il viver pruovi.

[CRESCIMBENI. _Istoria della volgar poesia_, ecc., ediz. cit., vol. I, pag. 36.]

LVII. _(cod. Vat. Ottob. 1595, c. 119)_

Lieto viss'io sotto un bianco lauro e vivrò fin che 'l bianco amor m'infondi non per ornar le tempie d'ostro e d'auro ma sol delle tue sacre altiere frondi; ma poi che più e più volte il sole in Tauro tornato fa che i suoi bei crini ascondi se s'affredda stagion mutarà il corso, i frutti seccarà, le frondi e il dorso.

[Questa stanza è attribuita all'Aragona e diretta a _Madonna Laura Spinelli_, alias _Ninì_. Nell'edizione prima delle _Rime_ posseduta dalla Biblioteca Vittorio Emanuele il sonetto n. XXX porta scritto sopra a penna: alla _S. Philomena Ninì_.]

RIME A TULLIA D'ARAGONA

1. -- Di Girolamo Muzio

Amor nel cor mi siede e vuoi ch'io dica di qual esca racceso a l'alma mia sia 'l novo ardor, qual il soggetto sia ch'è de l'animo mio dolce fatica.

Alma gentil d'alti pensieri amica, lumi amorosi, angelica armonia, fan ch'ogni mio disir lieto s'invia per le vestigia de la fiamma antica.

Colei ch'io canto, nacque in su le sponde del chiaro fiume che d'eterni allori ben mille volte ornò le verdi chiome;

visse in tenera etate presso a l'onde del più bel fonte che Toscana onori: la sua stirpe è Aragon: Tullia il suo nome.

2. -- Dello stesso

Donna che sete in terra il primo oggetto a l'anime amorose e ai gentil cori, e i cui gloriosi e alteri onori sono al mio stile altissimo soggetto;

in voi stessa si volga il chiaro aspetto de l'alma vostra, in cui degli alti cori risplende il bel, e 'n tutti i vostri ardori fiammeggiar si vedrà celeste affetto.

Vedrete in voi mirando l'alma mia, ch'in voi sempre si specchia e si fa bella, per infiammarvi in me del vostro lume.

E 'l farà sì, per quel che mi favella nel petto amor, se rio mortal costume dietro a bassi pensier non vi disvia.

3. -- Dello stesso

Anima bella, che da gli alti chiostri fosti mandata in questo cieco inferno a consumar nel suggetto ampio e eterno, i più famosi e più purgati inchiostri;

mentre s'affannan gl'intelletti nostri a contemplar il tuo valore interno, con la voce e con gli occhi al ben superno gl'inalzi, e d'ire al ciel la via ne mostri.

Quinci è che quale ha in terra alma più rara, infiammata dal sol, ch'in te riluce, più lieta a te rivolge ogni pensero.

Ed io, poi che tua fiamma in me traluce, forse più ch'in altri soave e chiara, e porto 'l cor d'eterna gloria altero.

4. -- Dello stesso

Quando 'l raggio del bel, ch'in voi risplende, per l'orecchie e per gli occhi al mio mortale trapassa, o Donna, un chiaro ardor m'assale, che d'eterno disio tutto m'incende.

L'anima allor, che 'l novo affetto intende mover d'alta cagione, ogni mortale piacer schernendo, e al ciel battendo l'ale, verso l'amato lume il camin prende:

e com'aquila al sol drizzando gli occhi al foco vostro s'erge a la salita, dove alfin pace le promette amore.

Deh! siate larga a lei del bel splendore, e porgete al suo volo pronta aita, acciocchè inferma e cieca non trabocchi.

5. -- Dello stesso

Mentre le fiamme più che 'l sol lucenti, onde amor m'arde e già gran tempo m'arse, vaghi occhi miei non vi si mostran scarse, mandate nel mio core i raggi ardenti;

orecchi miei, mentre bramosi e intenti notate 'l suon, che di su in terra apparse, e ne van le sue voci all'aura sparse, inviate a la mente i sacri accenti;

anima mia, mentre in mortale oggetto scorgi ch'eterno è quel che dentro avampa, allarga il seno al sempiterno zelo:

e vi rimembri che sì chiara lampa, sì soave tenor, spirto sì chiaro, sono a voi scala da salire al cielo.

6. -- Dello stesso

Amore ad ora ad or battendo l'ale dal grave incarco leva il mio pensero, e nel conduce per erto sentero a gir in parte, ove uom per sè non sale.

E quivi ne l'oggetto alto e immortale gli dimostra l'esempio vivo e vero, onde discese il nostro spirto altero a dover informar cosa mortale.

L'anima accesa a l'eterna vaghezza, tutta s'accende a far novo disegno del bel, ch'entro dipinge il divo aspetto.

Ma come poi si move il basso ingegno, donna mia, per salire a tanta altezza, cade lo stile, e manca l'intelletto.

7. -- Dello stesso

Superbo Po, ch'a la tua manca riva tutto lieto ti volgi d'ora in ora, per mirar lei, che le tue piaggie infiora, e ti fa in mezzo l'onde fiamma viva;

che fa la nostra, ho da dir Donna, o Diva, lei, che del ben del ciel l'alme innamora? Oh fosse lunga a lei la mia dimora! Pensa ella almen ch'io di lei pensi o scriva?

Deh! com'io dico ognor: foss'io con lei così fosse talora il suo pensiero, or che dee far di me privo il meschino;

oh vedesse ella aperti i dolor miei, ch'io so che di pietà quel spirto altero porteria gli occhi molli, e 'l viso chino.

8. -- Dello stesso

Or di là se ne vien questa dolce ora, ov'è colei che col suo divo aspetto, mette dentro al mio cor l'ardente affetto; ond'ancor la sua vista mi ristora.

Oh se così potesse a ciascun ora essere a lei presente il mio imperfetto, come sempre la scorge il mio intelletto io sarei pur d'ogni tormento fora.

Che se dal mover di quest'aura io sento per sua virtù conforto a i miei martìri, ben dovrei seco sempre esser contento.

Battete l'ale o vaghi miei sospiri, e colà andando onde si parte il vento, a lei portate i miei caldi disiri.

9. -- Dello stesso

Lasso, onde avvien che qui non fa ritorno il chiaro dì, sì come altrove sole? Non ci risplende il lume di quel sole che solo suole a gli occhi tuoi far giorno.

In questo altrui sì placido soggiorno, perchè son le campagne ignude e sole? Non ci spira il favor de le parole che fanno a sè fiorir le piaggie intorno.

Poi ch'a te chiuse sono ambe le porte de gli occhi e de l'orecchie, anima mia, ond'esser può che più letizia speri?

Pensa misero a te, chi ti conforte che me al mio bene ad ora ad or n'invia il santo amor con l'ale de i pensieri.

10. -- Dello stesso

Oh se tra queste ombrose e fresche rive, ch'or cercan solitarii i passi miei, meco ne fosse e con amor con lei, di cui 'l cor sempre parla e la man scrive;

ella a seder qui presso a l'acque vive si porria in grembo a l'erba, io in grembo a lei, e da i boschi trarriano i semidei al sacro aspetto e le silvestre dive.

Io lei mirando, a dir del suo valore snoderei la mia lingua, e alcun di loro segneria per li tronchi il chiaro nome;

ella gioiosa e umile in tanto onore forse di varii fior, forse d'alloro, tesseria una ghirlanda a le mia chiome.

11. -- Dello stesso

Spirto gentile in cui sì chiaramente e ne la mortal parte e ne l'eterna, fiammeggia il sol de la bontà superna, ch'altro non è fra noi lume sì ardente;

mentre io con gli occhi e con l'orecchie intente raccolgo il doppio bel, che mi governa, sì vivo foco in me da voi s'interna che tutta illuminar l'alma si sente;

poi, non capendo in me l'immensa fiamma, convien ch'in alcun modo esca di fore, mostrando i raggi de la vostra luce.

Così da voi ne vien lo mio splendore, ch'ogni mio bel disio da voi s'infiamma, come 'l lume de' lumi in voi traluce.

12. -- Dello stesso

Fiamma che chiaramente il mio cor ardi: aura che dolcemente mi ristori: spirto che alteramente m'innamori col valor, con la voce, con gli sguardi;

quante volte avvien ch'in voi riguardi, ch'io v'ascolti e ch'io pensi i vostri onori, tante mi sforzo a i sempiterni cori; ma 'l mio mortal fa poi che 'l gir ritardi.

O beata alma, angelica armonia, o vivo lume, che degli alti chiostri mostrate esempio a l'anime terrene,

poi ch'a i sensi e nel cor m'avete mostri la bellezza e 'l piacer del sommo bene, aiutatemi ancor a l'alta via.

13. -- Dello stesso

Spirto felice, in cui sì rare e tante grazie e virtuti il ciel largo comparte, che non so se si trovi in altra parte che d'andar teco a paro alma si vante:

s'a me facesser le sorelle sante del bramato lor don così gran parte, ch'io fossi degno di ritrarre in carte de la tua chiara effigie il bel sembiante:

so ch'io fare' un disegno sì perfetto, che saria specchio a la futura gente di quanto ben di su tra noi discende.

Ma, lasso, a tanto onor non mi consente il sacro coro: e da sè il mio intelletto sopra i fuochi celesti non ascende.

14. -- Dello stesso

Donna se mai vedeste in verde prato surger felicemente un aureo fiore, cui porge nutrimento dolce umore, e vivace calor dal ciel gli è dato;

non altramente lieto e consolato fiorir si vede un'amoroso core, perchè 'l suo sole è 'l grazioso ardore, e la fonte è 'l favor del viso amato.

E come quel, se manca la rugiada, perduto il bel de le purpuree fronde convien ch'in breve spazio a terra cada:

così se rio voler o caso indegno, i suoi disiri altrui fura e nasconde, seccasi il fior d'ogni felice ingegno.

15. -- Dello stesso

Il valor vostro, Donna, il cor m'incende, lega ogni mio disir, m'impiaga il petto; e l'alma del suo mal sente diletto, dal ben ch'ella in voi vede, ode e intende.

M'infiamma il divo raggio onde risplende il chiaro vostro angelico intelletto; da i novi accenti è avvinto ogni mio affetto, e da' begli occhi il colpo al cor discende.

E non ha Amor in tutta la sua corte, m'oda chi vol, sì graziosi sguardi, sì chiara voce, o sì vivace lume.

Perch'io pur prego lui, ch'ognor più forte con tal foco, in tai lacci e con tai dardi mi trafigga, m'annodi e mi consume.

16. -- Dello stesso

O novo esempio de l'eterna luce, alma gentile, ond'ogni alma più rara mirando la beltà ch'in te riluce, del vero amore i veri effetti impara;

se del lume ch'in te dal ciel traluce, a l'alma mia non sarai punto avara, spero col raggio di sì altera duce farmi fiamma di fama al mondo chiara.

Te canteran mie rime in ogni parte e diran que' ch'avran più vivo ingegno: qual fu quel foco onde tal lampo uscìo?

Amor promette a te ne le mie carte nome immortale. O così fosse degno ne le tue d'aver vita il nome mio!

17. -- Dello stesso

In su le rive del superbo fiume ch'altrui già die' sepolcro in mezzo l'onde: ond'altri mutò il crine in verdi fronde, e altri si vestì di bianche piume;

invaghito del dolce altero lume, lo qual di cielo in cielo in voi s'infonde, e con sua luce ogni altra luce asconde, arse 'l mio cor oltra mortal costume;

poi sendo privo de gli amati rai, non so dove si chiuse il grande ardore, come fuoco ch'in cener si ricopra.

Or rivedendo il vostro almo splendore, l'antica fiamma, chiara più che mai, convien ch'in riva d'Arno si discopra.

18. -- Dello stesso

Sogni chi vuol di riportar corona da gli alti gioghi del sacrato monte; altri s'attuffi nel famoso fonte che fa più chiaro 'l nome d'Elicona;

sia gloria altrui se la sua lira suona aver le sacre Muse al cantar pronte; cinga altrui Febo la felice fronte de la fronde, che mai non l'abbandona;

altri si vanti che benigna e lieta stella, a lui rivolgendo il suo splendore, a questa luce il fece uscir poeta;

il mio Parnaso, il mio perpetuo umore, le mie Dive, il mio Apollo e 'l mio pianeta, è 'l valor vostro impresso nel mio core.

19. -- Dello stesso

Donna gentile, i cui beati ardori del celeste splendore e del mortale, spargon virtù che mentre i cori assale, ne l'alme accende mille eterni amori;

se 'l vostro sole interno e 'l bel di fuori, a voi da me n'han tratto il mio immortale: e se Amore al mio stile impenna l'ale da gir portando al Cielo i vostri onori;

se cara sete a me più di me stesso; s'a voi ne volar tutti i miei sospiri; se con voi vivo e senza voi son morto;

se mi vedete 'l cor ne gli occhi espresso, e le mie pene, e i miei caldi disiri, ben dovreste pensare al mio conforto.

20. -- Dello stesso

Quando, com'Amor vuol, la donna mia, tra soavi sospiri e dolci accenti, move la lingua a angelici concenti, e l'aura del bel petto a l'aere invia;

al suon de la dolcissima armonia ferman le penne i tempestosi venti; stanno i giri del ciel taciti e intenti; e non ch'altri, ma Febo il corso oblìa.

E qual alma mortal la mira e ascolta, ad ogni uman disìo tutta si toglie e con tutti i pensieri al cielo aspira.

La mia, che mai da lei non si discioglie, col vago spirto suo da Amore accolta a quel si stringe, e 'ntorno a lei s'aggira.

21. -- Dello stesso

Ebbe la favolosa antica etade chi co 'l tenor di feri e dolci canti e con novo splender di rea beltade, allettando affogava i naviganti:

e or donata ci ha l'alta bontade donna, che con l'ardor de gli occhi santi e con note d'amor e di pietade, rende porto e salute a l'alme erranti.

Voi, Donna mia, voi sete alma sirena voi, voi Tullia gentil, che fido lume nel mar d'amor porgete e placid'aura.

La vista vostra angelica, serena, fa ch'in voi l'altrui vita ognor s'allume, e 'l cantar d'ogni affanno ci restaura.

22. -- Dello stesso

Già vide alle sue sponde il gelid'Ebro Orfeo cantare, e tacite ascoltarlo varie fere e augelli, e seguitarlo quercia, popolo, abete, olmo e ginebro.

Vista ha 'l gran Po, veduta ha 'l chiaro Tebro, vede 'l bel Arno, a cui sovente parlo quel che mi detta l'amoroso tarlo cantar la donna, ch'io sempre celebro;

ma se colui seguiano e sassi e sterpi, questa ogni alma più dura e più silvestra trae dal grave suo incarco, e al ciel la scorge.

Beata voce, che dal cor mi sterpi ogni vil cura, onde per te s'addestra l'alma a salir ove per sè non sorge.

23. -- Dello stesso

Donna, a cui 'l santo coro ognor s'aggira de l'alme Muse e la cui chiara fronte verdeggia de l'onor del sacro Monte, ove chi s'erge eterna vita spira:

qual anima gentil v'ascolta e mira brama far vostre grazie al mondo conte; poi non trovando rime al cantar pronte com'è la voglia, duolsi e ne sospira.

Di così bello, raro e alto suggetto, dal vostro infuori, ogni altro stile è indegno; quel sol n'è degno e altro non v'arriva.

Io per molto provar, vero disegno di voi non feci mai; ma dentro 'l petto ben vi porto scolpita, bella e viva.

24. -- Dello stesso

La sembianza di Dio che 'n noi risplende di cielo in cielo e c'ha nome beltade e move Amor, per perigliose strade de l'orecchie e de gli occhi al cor discende;

perchè dal senso il senso il bello apprende, e 'n la natura nostra è qualitade ch'in mortal disiderio il mortal cade, e così bassa voglia il senso accende.

Ond'è ch'ingombro di piacer terreno entrando il mal fidato messaggero fa ne l'alma sentir del suo veleno.

Quinci è che talor cade il mio pensero: ma voi, ch'avete in man la verga e 'l freno, ne 'l ridrizzate per erto sentero.

25. -- Dello stesso

Dal mio mortal co 'l mio immortal m'involo sovente o Donna, e da me stesso sciolto, al bel vostro splendor tutto rivolto, l'ali battendo al ciel mi levo a volo.

E lontanato dal terrestre suolo giungo a l'esempio de l'amato volto, donde è tutto quel bello in voi raccolto, che fa 'l mio amor fra gli altri in terra solo.

Deh! vi priegh'io per le bellezze vostre, Tullia, ch'al bel camin compagna eterna mi siate, senza mai voltarvi a dietro.

Ch'amor, s'ancor da voi tal grazia impetro, promette a noi tranquilla pace interna, e certa gloria a i nomi e a l'alme nostre.

26. -- Dello stesso

Donna, più volte m'ha già detto Amore che nell'anima vostra i miei pensieri son tutti espressi così vivi e veri com'io voi, viva, ho impressa in mezzo 'l core;

e ch'accesi del vostro alto splendore ne van vostri disir cotanto alteri, ch'a mortal non convien che da voi speri altra mercede ch'immortal dolore.

Così dice egli, e io per prova il sento, che quant'uom più vi serve e più v'adora, voi del suo mal più vi mostrate vaga;

per tutto ciò d'amarvi io non mi pento: anzi bramo ch'in me più d'ora in ora veder possiate quel che più v'appaga.

27. -- Dello stesso

Se ben gli occhi e l'orecchie alcuna volta vi mostran tale a i miei bassi disiri, che surgon dal mio core agri sospiri ond'è ch'al lamentar la lingua è sciolta;

tosto che l'alma in sè stessa raccolta, a l'alma vostra avvien che si raggiri, in diletto si cangiano i martiri e la mia lingua a ringraziar si volta.

Che la pena, che par che sì mi prema non passa oltra 'l mortal; ma la dolcezza acqueta i sensi e pasce lo intelletto.

Donna sia benedetta quella asprezza, ch'anzi 'l chiuder de gli occhi all'ora estrema, morire insegna al mio terreno affetto.

28. -- Dello stesso

Donna, l'onor de' i cui be' raggi ardenti m'infiamma 'l core e a ragionar m'invita, perchè sia nostra penna mal gradita, l'alto nostro sperar non si sgomenti.

Rabbiosa invidia i velenosi denti adopra in noi mentre 'l mortal è in vita; ma sentirem sanarsi ogni ferita come diam luogo a le future genti.

Vedransi allor questi intelletti foschi in tenebre sepolti, e 'l nostro onore viverà chiaro e eterno in ogni parte.

E si vedrà che non i fiumi Toschi, ma 'l ciel, l'arte, lo studio e 'l santo amore, dan spirto e vita ai nomi e a le carte.

29. -- Dello stesso

Donna, il cui grazioso e altero aspetto e 'l parlar pien d'angelica armonia, scorgon qual alma presso a lor s'invia a contemplar il ben de l'intelletto;

deh, così amor non mai m'ingombri 'l petto d'umil disir, nè mai di gelosia gustiate 'l tosco: e sempre intenta sia a l'interna beltate il vostro affetto.

Date, vi prego a me vera novella de l'alma mia che del mio cor uscita, voi seguendo, è venuta a farsi bella:

che se da voi la misera è sbandita, ella senza voi stando e io senz'ella, non ritrovo al mio scampo alcuna aita.

30. -- Dello stesso

Quai d'eloquenza fien sì chiari fiumi luce che d'alto ardor mio core incendi, ch'aguagli tua virtù? Se la 've splendi a superno desio l'anime impiumi?

Come dinanzi a Borea nebbie e fumi, così di là, dove tu i raggi stendi, fugge ogni vil pensier, sì ch'a noi rendi a vita in terra de i celesti numi.

E poi ch'a me non son tuoi lumi scarsi di quel splendor, che da l'eterno regno in te disceso, tu fra noi comparti;

di quel ch'ho dentro e fuor non può mostrarsi, faranno al mondo manifesto segno l'amarti, il celebrarti e l'onorarti.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Fiamma gentil che da gl'interni lumi_.]

31. -- Di Benedetto Varchi

Quando doveva, ohimè, l'arco e la face, l'una spenta del tutto e l'altro stanco, a questo ardito e tormentoso fianco per suo gran danno e mio, troppo vivace,

non breve tregua pur, ma eterna pace donar, poi che nel lato destro e manco per le nevi del capo omai vien bianco il crin fatto d'argento, che sì spiace;

più che mai fresco e più che mai cocente, mi saetta lo stral, m'accende il foco di tal ferite e così caldo ardore,

ch'ogni salute a mio soccorso è poco: anzi cresce la piaga e fa maggiore incendio, ch'al suo mal l'alma consente.

32. -- Dello stesso

Donna, che di bellezza e di virtude e d'ogni alto valor gran tempo in cima, sola fra tutte l'altre non che prima, piovete ne' miglior senno e salute;

ben so ch'a dir di voi sarebber mute le lingue tutte: e qual prosa nè rima poria cose aguagliar, che poscia o prima non furon mai, nè saran mai vedute?

Tacciomi dunque fuor gelato e fioco, per tema di scemar sì chiare lodi, ma dentro infino al ciel notte e dì grido:

ringraziando le stelle, il tempo e 'l loco, gli sguardi, gli atti, le parole e i modi, che mi donaro a cor gentile e fido.

33. -- Dello stesso

Io non miro giammai cosa nessuna, o in terra, o in ciel, ov'io non veggia quella, ch'amor in sorte e mia benigna stella, da le fasce mi diero e da la cuna.

Ogni nube m'assembra e sole e luna la mia donna gentil più d'altra bella; monte o valle non veggio, o poggio, ov'ella per lo mio ben non sia, ch'è nel mondo una.

L'erbe, gli alberi, i fior, le frondi, i sassi, mi rappresentan sempre, e l'onde, e l'ora, quel viso dopo il qual nulla mi piacque.

U' gli occhi giro, ovunque movo i passi, nulla non scorgo, o penso, o sento fuora di lei, che per bearmi in terra nacque.

34. -- Dello stesso

Se di così selvaggio e così duro legno sì aspro frutto, ohimè, v'aggrada: chi fia ch'unqua vi miri e poscia vada di non sempre penar, Donna, securo?

Bench'io, poi ch'ognor più m'inaspro e induro del duol, cui lungo a voi fo larga strada de la mia pena sola, non pur rada fra quante sono al mondo e quante furo,

dovrei trovar pietà, ch'asprezza eguale o più selvaggia e solitaria vita, non sentì mai e visse alcun mortale.

Fera legge d'amor, sperar aita del dolor che n'ancide, e del suo male pascer l'alma, via più che saggia, ardita.

35. -- Dello stesso

Pur non sentir la turba iniqua e fella così larga al mal dir, come al ben parca, da lei, che nel mio cuor siede monarca, non men cortese che leggiadra e bella;

non mio voler seguendo ma mia stella, parto col corpo sol, che l'alma scarca de la soma mortal meco non varca, ma riman seco obediente ancella.

E se quel, che fra me tacito e solo cantando vo' con più di mille insieme, per la Garza, e Forcella, e Tavaiano,

udisse pur un dì l'invido stuolo ben morria di dolor veggendo vano tornar l'empio ardir suo, ch'indarno freme.

36. -- Dello stesso

Se da i bassi pensier talor m'involo e me medesmo in me stesso ritorno; s'al ciel, lasciato ogni terren soggiorno, sopra l'ali d'amor poggiando volo:

quest'è sol don di voi, Tullia, al cui solo lume mi specchio e quanto posso adorno la 've sempre con voi lieto soggiorno, da santo e bel disio levato a volo.

E se quel che entro 'l cor ragiono e scrivo, del vostro alto valor Donna gentile, ch'avete quanto può bramarsi a pieno

ridir potessi, o beato, anzi Divo me, per me proprio tutto oscuro e vile se non quant'ho da voi pregio e sereno.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Quel che mondo d'invidia empie e di duolo_.]

37. -- Dello stesso

Ninfa, di cui per boschi, o fonti, o prati, non vide mai più bella alcun pastore ver di Diana e de le Muse onore, cui più inchinano sempre i più pregiati:

così siano a Damon men feri i fati nè gli renda mai Filli il dato core; e ella arda per lui di santo amore più ch'altri fosser mai lieti e beati:

com'alma esser non può sì cruda e vile, la quale essendo veramente amata non ami un cor gentil già presso a morte.

Dunque s'a dotto no, ma fido stile credi, ama e non dubbiar, che ben pagata sarà d'alta mercè tua dolce sorte.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Se 'l ciel sempre sereno e verdi i prati_.]

38. -- Di Giulio Camillo

Tullia gentile, a le cui tempie intorno verdeggia avvolta l'onorata fronde, e la cui voce a l'armonia risponde di chi fa in Elicon dolce soggiorno;

qualora a voi fo col pensier ritorno e ritrovo sentenze sì profonde in sì leggiadro stil, sì mi confonde novello orror, ch'in me più non soggiorno.

Vostra Musa di me cantando canta d'uno sterpo silvestro, a cui nemica stata è natura e 'l ciel, e io no 'l celo.

Ben è la vostra fortunata pianta, che lieto il Re de' fiumi la nutrica, e la rinforza il gran Signor di Delo.

39. -- Dello stesso

Poi ch'a la vostra tanto alma beltade, onde pregiata d'onorate e rare spoglie di tante elette anime chiare n'andate altero specchio ad ogni etade;

piace ch'io ancor per le medesme strade seguir vostre amorose insegne impare; non siano almen vostre alme luci avare di quel raggio, ond'io scorgo ogni bontade.

E nel bel petto vostro Amor ispiri pietà e mercede al mio dolore eguale, e a gli ardenti intensi miei disiri;

poi se le aggrada il mio destin fatale, versi in me pur ognor doglie e martiri, che dolce mi fia sempre ogni altro male.

40. -- Dello stesso

Ben fu tra gli altri avventuroso il giorno, quando l'eterno e gran re de le stelle fece, per fare il fior de l'altre belle, di voi, Tullia divina, il mondo adorno.

Le grazie tutte e le virtuti intorno vi fur quasi devote e fide ancelle, e 'l ciel lasciaro per seguitarvi quelle in questo nostro umil, basso soggiorno;

però ripiena di celeste ardore, di gloria accesa e colma di mercede; vaga di bello e di perpetuo amore:

di grazia albergo e di bellezza erede, sola fra noi vivete in dolce amore, del ben del Ciel facendo in terra fede.

41. -- Del Cardinale Ippolito De' Medici

Anima bella, che nel bel tuo lume divino interno ti rivolgi e giri, e indi in voce dolcemente spiri il suon ch'avanza ogni mortal costume;

onde la mia poi d'amorose piume coverta avien che al ciel volando aspiri, e nel tuo chiaro raggio aperto miri com'amor sani, ancida, arda e consume;

deh! se l'alta bellezza e 'l dolce canto ond'in te stessa sol beata sei: e s'amor punto mai ti piacque o piace:

prego volgendo in me 'l bel viso santo, al lungo penar mio dia qualche pace, e qualche tregua a gli aspri dolor miei

42. -- Dello stesso

Se 'l dolce folgorar de i bei crini d'oro, e 'l fiammeggiar de i begli occhi lucenti, e 'l far dolce acquetar per l'aria i venti co 'l riso, ond'io m'incendo e mi scoloro,

son le cagion che per voi vivo e moro, piango e m'adiro e fo restar contenti gli spirti afflitti in mezzo i miei lamenti, e mi par dolce il grave aspro martoro;

non voi sì bella, io non così bramoso; voi non sì dura, io non sì frale almeno fossi; non voi d'amor rubella, io servo;

ch'io sperarei nel stato mio gioioso goder un giorno almen lieto e sereno, piegando alquanto il core empio e protervo.

43. -- Di Bernardo Molza

Spirto gentil, che riccamente adorno de i più pregiati e cari don del cielo, cortesemente nel corporeo velo con tue virtuti fai lieto soggiorno;

deh! s'amor sempre a te faccia ritorno, di nove spoglie ornando, al caldo e al gelo, d'uomini e Dei il tuo onorato stelo, e cresca il valor tuo di giorno in giorno;

fa che 'l nobile tuo chiaro intelletto, sempre guardando a la più bella parte di sè, giammai non si rivolga a terra.

Ch'allor vedrai come natura ed arte, soavemente in te rinchiude e serra d'ogni bell'opra il seme e 'l bel perfetto.

44. -- Dello stesso

Se 'l pensier mio, ov'altamente amore, Tullia gentil, vostra sembianza impresse, tutto altamente in sè voi tutta espresse dal piacer vinto, che mi strinse il core;

e tutta or vi risembra e a tutte l'ore, trasformando pur sempre in quelle stesse virtù, grazia e beltà, che vi concesse Dio, ch'in voi tutto intese a farsi onore:

non dovete voi dir ch'io sia deforme, ch'io son quello che son fatto voi bello, e non questa rozza e fragil scorza.

E spero ancor, seguendo ognor vostr'orme, essere appresso Dio 'l secondo poi, se 'l bello a trarre il bello sempre ha forza.

45. -- Di Ercole Bentivoglio

Poi che lasciando i sette colli e l'acque del Tebro oscure e le campagne meste, d'illustrar queste piagge e premer queste rive del Po col piè Tullia vi piacque;

ogni basso pensier spento in noi giacque, e un dolce foco, e un bel disio celeste, quel primo dì ch'a noi gli occhi volgeste, ne le nostre alme alteramente nacque.

Fortunate sorelle di Fetonte, ch'udir potranno a le lor ombre liete, i dotti accenti che vi ispira Euterpe!

Potess'io pur con rime ornate e pronte com'è 'l disio, dir le virtù ch'avete! Ma troppo a terra il mio stil basso serpe.

46. -- Dello stesso

Vaghe sorelle, che di treccie bionde ornò natura e di fattezze conte; poi la pietà del misero Fetonte vi volse in duri tronchi e 'n verdi fronde;

or sotto l'ombre tremule e gioconde vostre sedendo, fo palesi e conte le gran beltà de la celeste fronte di Tullia mia, cantando a l'aure e a l'onde.

Così già sotto i vostri ombrosi rami cantò d'Onfale sua gli occhi e le chiome il vincitor de' più superbi mostri.

'priego il ciel, che sì v'esalti e v'ami, ch'eterno sia con voi sempre il bel nome di Tullia scritto in tutti i tronchi vostri.

47. -- Di Filippo Strozzi

Alma gentile, ove ogni studio pose natura in darvi a pieno ogni eccellenza, e fece il ciel quasi restarne senza per dar a voi quel bel, ch'a ogni altra ascose;

voi fra leggiadre donne e gloriose elesse sola; e per esperienza si vede altera andarne oggi Fiorenza de le belle opre vostre alte e famose.

Ma non solo Arno oggi vi loda e canta, ma dove ancora l'inesperto auriga cadde, di voi terrà memoria eterna.

Il Tever lascio, che tenera pianta vi nutrì, dolce essendo ogni fatiga a chi co 'l spirto e 'l core in voi s'interna

48. -- Dello stesso

Uscendo 'l spirto mio per seguir voi, Donna gentile, in voi vera pietade spinse l'anima vostra a le contrade ond'egli uscìo, con che vivessi io poi;

tal che 'l splendor, che dite uscir tra noi di me, è propria vostra qualitade, concessavi da l'alta e gran bontade, per sembianza de i chiari raggi suoi.

Dove scorger si puote un dolce inganno veggendovi in me vaga di voi stessa, nè v'accorgete ch'io v'appago a punto

Che se mi vi toglieste allora il danno mortal mio vedreste, e fora espressa la colpa vostra, send'io a morte giunto.

49. -- Di Alessandro Arrighi

L'aspetto sacro e la bellezza rara, eguale a cui non ebbe il mondo ancora; il folgorar de gli occhi ch'innamora il mondo tutto, e quasi sol lo schiara;

il parlar saggio, onde la via s'impara di gir al chiaro e uscir dal fosco fora; e l'alto sangue, lo cui ammira e onora chiunque adorno è più di stirpe chiara;

i bei costumi, e 'l portamento adorno; e col dolce cantare il dolce suono che fan di marmo una persona viva,

fur le cagioni o donna, ch'in quel giorno stetti a mirare il bello, a udire il buono, in guisa d'uom che pensi, parli e scriva.

50. -- Dello stesso

Come di dolce più che d'agro parte, Donna mi feste il dì, ch 'l colpo caro di voi impiagommi, onde sì ardente e chiaro foco poscia avampommi a parte a parte,

così men d'agro, che di dolce parte da me per guiderdon del dono raro; e giunge a voi per addolcir l'amaro vostro languir del tutto non che 'n parte;

il foco ch'io dovrei mandarvi ancora per render merce pari al degno merlo, meco si sta, nè vuol partirsi un'ora.

Selva chiusa non è, nè campo aperto, nè giardin culto, o poggio aspro o deserto, che non sappian com'ei m'arde e divora.

51. -- Dello stesso

S'il dissi mai ch'io venga in odio a voi, Donna, ch'io tanto pregio, ed è ben degno; s'il dissi che mai sempre ira e disdegno portiate in seno, e sol me stesso annoi;

s'il dissi che 'l mortale eterno muoi di me non mai giungendo al santo regno; s'il dissi sia d'amor prigione e segno de l'acuto suo strale, e preda, poi.

Ma s'io nol dissi chi si dolce aprìo a me lo cor chiudendovi entro i raggi, non mai rivolga altronde il lume chiaro.

Io no 'l dissi giammai, nè dir disìo: vinca 'l ver dunque, e 'l falso a terra caggi, e 'n dolce amor ritorni l'odio amaro.

52. -- Dello stesso

S'un medesimo stral duo petti aprìo: s'arse due cor d'amor un foco santo: se nascendo 'l piacer morì cotanto martir, che l'uno e l'altro già sentìo,

Donna, e s'insomma nudrì ambo un disio, ond'è ch'in me del dir vostro altrettanto non rivolgete sì, ch'io mi dia vanto d'esser d'uom fatto un'immortale Dio?

Forse sì come sempre ebbi nimica la stella a i miei disir, così avien ora ch'io non goda e non sorti una tale brama.

O pur ch'ad alma sì saggia e pudica parlar di me basso suggetto fora: come che sia il bel vostro a sè mi chiama.

53. -- Di Benedetto Arrighi

Voi che volgete il vostro alto disio a la chiara virtù, donde si coglie quelle onorate, sacre, sante spoglie, di che va altera e Calliope e Clio;

voi che schernite al tempo quell'oblio, che la fama immortale al nome toglie, colpa e vergogna de l'umane voglie, che non son come voi rivolte a Dio;

voi sol vi sete fabricato un tempio di glorie tal, che gli onori e trofei non pon lasciar di lui più chiaro esempio;

deh! così potess'io com'io vorrei le virtuti cantar, ch'in voi contemplo memoria eterna a gli uomini e a li Dei.

54. -- Dello stesso

Alma gentile che già foste al paro de l'alta e gran colonna, oggi si mostra in voi tutto l'onor de l'età nostra; in voi lo stil più che 'l suo dolce e caro;

al vostro stil, dov'io ch'al mondo imparo a riverir la chiara virtù vostra, ch'oggi solinga l'universo giostra non trovando di lei pregio più chiaro;

sì come un picciol lume alta chiarezza vince, così con vostre lodi sole lei vincete in virtute e in bellezza;

l'alto motor come 'l ciel ornar vole la terra, piacque a sua reale altezza far Vittoria una Luna e Tullia un Sole.

[V. 14 Vittoria Colonna.]

55. -- Di Lattanzio De' Benucci

Se per lodarvi e dir quanto s'onora di voi natura e 'l ciel, Tullia gentile, fosse eguale al soggetto in me lo stile, e 'l saper pari a l'alta voglia ancora;

forse non tanto il secol nostro indora vostra virtute, e non dal Gange al Tile fate voi co' i begli occhi eterno aprile, quant'io n'avrei grazie e favori ognora.

Non può ingegno mortal tante divine virtù ritrar; nè può basso disìo scolpir parti sì eccelse e pellegrine,

che 'n voi il valor del vago petto e pio avanza ogni pensier, passa ogni fine, non che l'aguagli altrui parlare, o mio.

56. -- Dello stesso

O fiumicel se 'l più cocente ardore estivo il lento tuo correr affrena, e la tua profonda umile arena incende e fa restar priva d'umore;

ecco a le rive tue novo splendore che l'aer d'ogni intorno rasserena: di colei, che cantando in dolce vena a le nove sorelle aggiunge onore.

Onde il vecchio Arno ormai d'invidia pieno lascia l'usato corso e a te rivolto, quivi perde le chiare e lucid'onde;

godi, or che vedi entro il tuo ricco seno la imagin bella del leggiadro volto: e Tullia odi sonar ambe le sponde.

57. -- Dello stesso

Deh, non volgete altrove il dotto stile altera donna, ch'a voi stessa, poi che scorge il mondo esser accolto in voi quant'ha del pellegrino e del gentile.

Appo questo suggetto incolto e vile divien qual più pregiato oggi è tra noi; e co 'l splender de' vivi raggi suoi chiaro si mostra ognor da Battro a Tile.

Voi dunque di voi sola alzare il nome dovete, poi ch'a sì pregiato segno giunger non puote il più purgato inchiostro.

Quindi vedrassi apertamente come non è di lode altri di voi più degno, nè stil che giunga al dolce cantar vostro.

58. -- Di Latino Giovenale

Vide già la famosa antica etade nel palazzo reale alto di Roma donna empia sì, che fe' del carro soma al padre anciso, e spense ogni pietade.

Vede or donna real di tal beltade la nostra, e Roma, e da colei si noma; che chi mira i begli occhi e l'aurea chioma di piacer, d'amor empie e d'umiltade.

Questa sol per mio ben, per mio sostegno al mio imperfetto, a la fortuna avversa diede natura, e 'l ciel cortese e largo.

O gloria de le donne, o ricco pegno d'onor, d'ogni virtù ch'oggi è dispersa: deh! perchè non ho io gli occhi ch'ebbe Argo?

59. -- Di Ludovico Martelli

Voi, che lieti pascete ad Arno intorno il vostro gregge fra leggiadri fiori, godete, poi che da i superni cori discesa è Tullia a far con voi soggiorno

sforzisi ognun co 'l crin d'alloro adorno gli altari empir de i più soavi odori; che per costei vostri tanti alti onori faranno ancor a voi degno ritorno.

Quest'è la vaga pastorella, ch'ebbe fra i più degni pastor del Tebro il vanto; del cui partir restar sì afflitti e mesti;

e poi che per voi sol non le rincrebbe lasciar le rive ove fu in pregio tanto, siate a cantarla e a riverirla presti.

60. -- Di Simone Dalla Volta

Tullia, mostrò (?), miracolo, Sibilla, di cui si maraviglia il mondo e gode: mar di saver, che non ha fondo o prode, e mena l'onda sua lieta e tranquilla.

Da cui sì dolce umor, sì chiaro stilla di virtù vera ch'oggi rado s'ode: cui non guasta fortuna, o 'l tempo rode; men che quelle di Saffo e di Camilla.

Ma che dico io? Il vostro alto valore non si può comparare a cosa alcuna: perchè non che 'l poter, passa il disio.

Chi vuol vivo vedere in terra amore, divin, pien di virtù, miri quest'una, vera amica de gli angioli e di Dio.

61. -- Di Camillo Da Monte Varchi

Mosso da l'alta vostra chiara fama, di cui per tutto il mondo il grido suona, vengo cantarvi anch'io Tullia Aragona, cui chi più sa, più sempre ammira e ama.

E s'adempir potessi ardente brama di salir l'alto monte d'Elicona, qual voi n'arrecherei degna corona, ch'al ciel vi porta, che vi aspetta e chiama.

Or voi più d'altra saggia e più gentile, degnate di pigliar quanto vi porge un ch'a voi consacrato ha ingegno e stile.

Ben so, vostra mercè, ch'altera e vile alma tanto non è, che quando scorge d'essere amata non divenga umile.

62. -- Di Claudio Tolomei

Quando la Tullia mia che vien dal cielo, che d'altronde non può sì bella cosa, umilemente altera e disdegnosa, toglie al mondo 'l suo sol con un bel velo;

allora agghiaccia 'l fuoco ed arde 'l gelo, e Amor tremando l'armi in terra posa, vertù si fugge e cortesia sta ascosa, e spegnesi ogni ardente onesto zelo.

Ma s'avvien poi che a le tranquille ciglia ridendo levi il velo, allor più incende il foco e 'l ghiaccio è freddo in ogni parte;

virtù ritorna e Amor l'armi riprende ch'ella governa, e non è meraviglia ciò che può far 'l ciel, natura ed arte.

[Sta nel: _Libro quarto delle rime di diversi eccellentissimi autori nella lingua volgare nuovamente raccolte_. In Bologna, presso A. Ciccarelli 1551, pag. 217.]

63. -- Di Antonio Grazzini (_Lasca_)

Se 'l vostro alto valor, Donna gentile, esser lodato pur dovesse in parte, uopo sarebbe al fin vergar le carte col vostro altero e glorioso stile.

Dunque voi sola a voi stessa simile, a cui s'inchina la natura e l'arte, fate di voi cantando in ogni parte Tullia, Tullia, suonar da Gange a Tile.

Si vedrem poi di gioia e maraviglia e di gloria e d'onore il mondo pieno, drizzare al vostro nome altare e tempï;

cosa che mai con l'ardenti sue ciglia non vide il sol rotando il ciel sereno, o ne' gli antichi o ne' moderni tempi.

64. -- Di Nicolò Martelli

Se 'l mondo diede allor la gloria a Arpino d'eloquenza immortale alta e profonda, la vostra al nome egual gli vien seconda Tullia di sangue illustre e pellegrino;

il cui spirto reale almo e divino, sovra l'uso mortal di grazie abonda, in guisa tal che l'onorata sponda De l'Arbia, infino al ciel tocca il confino.

E 'l bel chiaro Arno ora di voi s'onora, l'antico fuor traendo umido crine, forma con l'acque in suon cotai parole:

qual luce e questa o beltà senza fine, che col sommo valor le rive infiora al gel, come d'april nel mezzo il sole?

65. -- Di Ugolino Martelli

Se bella voi così le Grazie fero, che pari al mondo non fu mai nè fia; e se le muse con pietà natìa il dolcissimo latte ancor vi diero:

qual piena voce e qual giudicio intero, il valor giunto a somma leggiadria, e scorgere e cantar sì ben potria, ch'almen di lungo ne apparisse il vero?

Questi che vostri sono alteri onori, e fanno altrui veracemente adorno, scemar non può fortuna aspra e nimica.

E questa spero che di giorno in giorno averete con doti assai maggiori, di fosca e trista, omai lieta e aprica.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Più volte, Ugolin mio, mossi il pensiero _.]

66. -- Dello stesso

Se lodando di voi quel che palese di fuor si mostra a le più strane genti, rare bellezze e disusati accenti, degne parole a ciò mi son contese:

com' esser vi potrà larga e cortese la lingua a dir, che non tema o paventi di tante ascoste in voi virtuti ardenti, Tullia, ch'amor divino al cor v'accese?

Bontà, senno, valor e cortesia, con l'altre mille insieme in voi cosparte, rozzamente contar forse potria;

ma come rara e eccellente sia ciascuna d'esse in voi, con mille carte Mantova e Smirna a dir non basteria.

[V. 11. _Rozzamente cantar forse patria_.]

67. -- Di Simone Porzio

Or qual penna d'ingegno m'assecura di poter appressarmi al gran valore di quella che di pregio alto e d'onore, ornarmi con sue rime ha tanta cura?

La debil pianta, mia da sè non dura, e se prende crescendo alcun vigore, nutrita è dal fecondo vostro umore, che tal frutto non vien d'altra coltura.

Ma se di quella vostra le semente sempre mi trovo al petto, nè più spero sentir d'essa giammai cosa più degna,

scorgete adunque col giudicio interno che tutte l'altre voghe in me son spente, e vive quel ch'amor di voi m'insegna.

[Risposta al sonetto della TULLIA: _Porzio gentile a cui l'alma natura_.]

LE AMOROSE EGLOGHE DEL MUZIO GIUSTINOPOLITANO ALLA SIGNORA TULLIA D'ARAGONA

I. MOPSO

Mopso, _solo_.

Canti chi vuol le sanguinose imprese del fiero Marte, e d'onorati allori cinto le tempie a suon di chiara tromba desti i bianchi destrier, ch'in Campidoglio han da condur i purpurei trionfi; a me, cui 'l ciel non diè sì altero spirto, basta parlar tra le fontane e i boschi de gli onori di Pan; e che la fronte m'ornin le Ninfe d'edere e di mirti, mentre ch'al suon de le incerate canne fo risonar quella virtù che move dal vivo ardor de i lor splendenti lumi.

E or darà al mio dir ampio suggetto l'amor del pastor Mopso; di quel Mopso lo qual sacrato ha infin da i teneri anni i sensi e l'alma al tempio di Parnaso.

Il buon pastor, cercando le pendici de i santi gioghi, ha con novella cura novo oggetto trovato ai suoi pensieri; nova materia ha data a le sue rime: che l'interno splendore e 'l chiaro viso de la bella Tirrenia il petto ingombro gli ha sì del suo piacer, che la sua lingua d'altro non sa parlar, nè può, nè vuole che di lei, ch'or gli siede in mezzo l'alma. Ei non potendo un di 'l soverchio ardore chiuder dentro al suo cor, in tali accenti la strada aperse a la vivace fiamma.

MOPSO. Bella Tirrenia mia, che di bellezza avanzi i più bei fior di primavera, morbida più che tenera vitella, ch'ancor non ha gustato erba nè fonte; e delicata più ch'i bianchi velli di non tonduto pargoletto agnello; e più schiva d'amor e più fugace ch'innanzi a cacciator timida cerva: odi, bella Tirrenia: a queste ombrette meco t'assidi, e i miei sospiri ascolta.

Era ne la stagion ch'i verdi prati d'ogni intorno fiorian; fiorian le rose, e cantavan gli augei tra i novi fiori, quando prima ti vidi; e come prima ti vidi, così ratto al cor mi corse, mosso da la virtù de' tuoi bei lumi, con gelato timor caldo disio. Da quel dí innanzi entro 'l mio petto chiuso ho continuo portato il foco e 'l ghiaccio. E già due volte le campagne aperte visto han d'intorno biondeggiar le spighe: e due volte han veduto i salci e gli olmi le non lor uve su per li lor rami quai d'oro divenir, e quai vermiglie: e tu nel duro cor, ghiaccio nè foco crudel non senti, e non senti pietade.

Sappi, ninfa gentil, che dal suo giro Venere bella per ciascuna parte rimira aperte l'opre de' mortali; e qual pastor, qual satiro e qual ninfa, contra chi l'ama è disdegnosa e schiva, la santa Dea ne sente altero sdegno, e dimostrar ne suole agre vendette, arder facendo i lor gelati cori d'amor di tal, che gli disprezza e fugge. Che doglia, che tormento, alma mia cara, credi che sia l'amar chi te non prezza? O tolga Dio, ch'in così amaro stato i' ti vegga giammai; Tirrenia intendi: non voler contra te l'ira de' Dei mover sì leggiermente: ama chi t'ama. Ama il tuo Mopso, il quale lode immortali va cantando di te mattina e sera; e va segnando intorno i sassi e i tronchi del nome tuo per farti eterna e chiara. Ama 'l tuo Mopso, il qual e giorno e notte, o vegghi, o dorma, di te pensa e sogna: te rimira, te cerca e te disia. Braman le pecchie gli odorati fiori: le molli gregge i rugiadosi paschi; brama 'l cervo assetato i chiari fonti; e te, Tirrenia, l'infiammato Mopso.

Mostra, ninfa gentil, il bel sereno de la lucida tua tranquilla fronte; de la cui vista l'aere e 'l ciel d'intorno d'ogni parte s'allegra e si rischiara.

Rivolgi a me i begli occhi: o occhi belli, occhi leggiadri, occhi amorosi e cari; più che le stelle belli e più che 'l sole: e a me cari più che armenti e gregge: più che la vita cari e più che l'alma. Occhi miei belli e cari, il chiaro lume volgete a me benigni: e non vi annoi, ch'arda del vostro ardor: e non v'incresca mirar talor com'io mi struggo e ardo. Oh ti fosse, Tirrenia, un giorno a grado di fermar così presso e così fisso que' tuoi begli occhi dentr'a gli occhi miei, ch'ogniun di noi facendo a l'altro specchio, con gli occhi suoi vedesse ne gli altri occhi il suo stesso ritratto e l'alma altrui.

Volgi a me gli occhi: volgi gli occhi e volgi il chiaro viso e le polite guance, le molli guance ad ogni aura tremanti, che fan tremar in me l'anima e i sensi di diletto, di voglia e di dolcezza.

Ma qual'è quel diletto e quella voglia? Qual la dolcezza che sentir mi face il veder e l'udir le dolci labbra? Quelle labbra amorose, dolci e care, or dolcemente chiuse, or dolce aperte, spirar per gli occhi e per l'orecchie mie a l'alma mia dolcissimo veleno? O misti insieme fior vermigli e bianchi: o sparso tra be' fior soave odore: o bramose mie labbra: o spirto ardente: o anima mia accesa: e qual desire tutto m'infiamma? E qual'è quel conforto che mi promette il bel, che s'ode e vede? Apri, Tirrenia, le rosate porte: mostra, Tirrenia, i candidi ligustri: spargi, Tirrenia, in graziosi accenti l'ambrosia e 'l mel de l'amorosa lingua. Di', Tirrenia, una volta: te solo amo, al fedel Mopso tuo, che te sola ama. Dillo, Tirrenia, e scopri il caro seno, apri 'l giardin d'amor, dimostra al sole i dolci pomi e gli odorati gigli. Leva, Tirrenia, l'inimico velo ch'a te'l tuo bel, a me 'l mio ben nasconde. Invido avaro velo: avara mano, crudo velo; man cruda e crudo core, che tanto bene a gli occhi miei contendi.

Ninfa crudele, e perché con tant'arte sì fieramente a' miei desir contrasti? Ninfa crudele infin a gli occhi miei, a gli occhi miei, crudele, hai posto 'l freno. Deh, leva 'l velo omai, levane i nodi; leva la crudeltà del natio petto: lascia andar gli occhi vaghi al lor diporto tra i diletti di Flora e di Pomona, là ve vaga beltà, bella vaghezza movon d'intorno le purpuree penne, e fan festa ad Amor, che la sua fede ha locata tra 'l bel de i cari pomi. Man bella, cara man disciogli il laccio, allarga il velo, o mano: a la man mia sii cortese man cara: a la mia sete porgi alcun refrigerio poi ch'invano prego 'l petto crudel, e 'nvano aspiro a la beltà de le purpuree gote, invano al bel de le rosate labbra.

Ninfa bella e crudele, in cui combatte bellezza e crudeltà, come non hai qualche pietà di me? Le selve e gli antri piangono al pianto mio; meco si lagna eco non men del mio che del suo duolo: e sovente gli augei su per li rami muti si fanno a le mie doglie intenti: e le gregge rivolte a i miei sospiri, i paschi e i fonti mandano in oblio. E tu sola se' nuda di pietade.

Vien, Ninfa bella, e fra le molli braccia raccogli quel, che con le braccia aperte disioso t'aspetta; e nel tuo grembo ricevi lieta l'infocato amante; stringi 'l bramoso amante, e strette aggiungi le labbra a le sue labbra, e 'l vivo spirto suggi de l'alma amata, e del tuo spirto il vivo fiore ispira a le sue brame. Giungansi insieme gli amorosi petti: premer si sentan le vezzose poppe, le belle poppe delicate e sode, dal petto ad amor sacro e sacro a Febo, non si ritengan più celate o chiuse; le belle membra tue morbide e bianche più che 'l cacio novello e più che 'l latte, ad amor le consacra: e al tuo amante qual vite ad olmo avviticchiata e stretta, con lui cogli d'amore i dolci frutti.

II.

IL SOLE

Mopso, solo.

Già fiammeggiava presso a l'aurea Aurora il pianeta maggior nell'oriente, inargentando i nuviletti d'oro: quand'io, ch'avea col fischio e con la verga scorta mia greggia a i rugiadosi paschi, posto a seder sott'una antica quercia, notava intento il dilettevol suono, che d'intorno facean le pecorelle tondendo il verde de l'erboso suolo. Ed ecco l'armonia d'una zampogna sonar non lunge. Io da le dolci note tratto, e lasciando il mio maggior pensiero, in piè risorto, cheto, passo passo, ver là mi mossi, e vidi a piè d'un faggio sedersi un solo. E quanto gli occhi miei scorger potero in quella incerta luce mi parve Mopso; Mopso a cui le selve son testimonie quanto a l'alme Muse, e quanto ei sia ad Amor fedele amico. E quale in pria mi parve, tal la voce e 'l chiaro giorno poi mostrolmi aperto. Quivi vago d'udir suoi dolci accenti dietro una macchia stretto mi raccolsi. E egli omai spuntando il primo raggio del novo giorno, al dir la lingua mosse, accompagnando il suon con tai parole:

MOPSO. Sorgi omai chiaro sole, e 'l ciel aprendo l'aer rischiara; e 'l mare intorno imbianca; la terra alluma; e 'l desiato giorno riporta a gli animali e ai pastori. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Se non hai sole e se colei non ave cosa simil, ben posso dir di voi, che tu se' a lei, ed ella a te simile. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Solo se' sol, ch'in tutti gli alti giri lume non è ch'al tuo lume s'aguagli, nè lassù fuoco v'ha che t'assimigli. E sola è sol in acque, in selve e in monti: la bella ninfa mia, ch'è così sola, che beltà non si mira a lei sembiante. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Quando cinto di raggi il capo biondo a noi ti mostri, fugge d'ogni intorno la cieca notte da l'ombrosa terra: e s'allegrano in piani, in poggi e in boschi le solitarie fiere, i vaghi augelli, e con gli armenti, pecore e bifolchi. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E quando 'l lampeggiar del divo lume a me si scopre, del mio tristo core si scuote intorno il tenebroso velo: gioiscon gli occhi miei: l'anima mia tutta s'allegra e seco i miei pensieri; e meco gode il mio cornuto armento. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Poi come le montagne d'occidente ingombran la tua luce, e tu t'invii al tuo riposo là nei bassi liti, la fosca notte entro a l'oscuro manto involve 'l cielo, e involve gli animali, tenendo il mondo in tenebre sepolto. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E come del mio sol l'amata vista da me si parte, al dipartir di lei a me in un punto ogni mia luce è tolta. Il giorno mio sen va verso l'occaso e son sepolti in tenebrosa notte i miei pensier, il cor, l'animo e l'alma. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Da che tolta è dal ciel tua ardente fiamma, perché 'l superno chiostro intorno splenda di mille ardori, non però ritorna il giorno al mondo infin che non ritorni tu, la cui luce ogni altra luce asconde. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E da ch'io de' begli occhi ho gli occhi privi perché da mille belle e vaghe ninfe cinto mi vegga, non però s'aggiorna dentro al mio cor fin che colei non riede, il cui bel lume ogni altro lume adombra. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Qualor avvien ch'a la tua accesa face occhio mortal s'arrischi alzar i rai per ritrar forse l'alma tua figura, la soverchia virtù del tuo splendore sì l'abbarbaglia, che smarrito e vinto ad ogni aspetto uman si trova infermo. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E io qualor a la mia ardente lampa mi riprovo d'alzar gli occhi e la mente, per farne poi ne i tronchi alcun disegno, il divo onor del rilucente oggetto sì mi confonde, che perduti i sensi non sento quel, che di me stesso io senta. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Poi quando più 'l tuo lume s'avvicina al mondo nostro, occhio del mondo eterno, e più drizzi i tuoi raggi sopra noi, arde la terra, e arde ogni vivente; e de la sete per colli e per piani mancar si veggon gli alberi e l'erbette. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E quando a me 'l mio amato sol s'appressa (il sol ch'è solo il sol de la mia vita) e fiammeggiando in me 'l suo lampo vibra, arde in me 'l cor, ardon miei accesi spirti, e 'n me s'infiamma un sì caldo disire ch'a me stesso mi sento venir manco. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Tu con la tua virtù non solo allumi, non solo incendi quel che fuor si scorge, ma dove umana vista non discende, dentro passando, fai pregno il terreno di tal semenza ch'i terrestri germi producon d'ogni intorno e fronde e fiori, onde si veston le campagne e i poggi. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

E la virtù di lei non sol rischiara, non sol infiamma la mortal mia scorza, ma dove altro non passa che 'l suo sguardo, in me varcando, in me fa tal radice che poi germoglia in graziosa pianta, in cui fiorendo i miei gentil concetti fanno 'l mio col suo nome eterno adorni. Sorgi sol del mio sol sola sembianza.

Ma che parl'io? che fo? dormo o vaneggio? sì son col core al mio bel sole intento ch'ad alta voce ancor chiamo e richiamo, e pur or sommi accorto ch'è tant'alto sorto 'l sol del mio sol sola sembianza.

Oh così fosse ai miei bramosi lumi sorto il lor sol. Tornato è 'l giorno al mondo non (lasso) a me, ch'a me non luce il sole, non s'apre il giorno a me se non si scopre colei, ch'è sola il sol de l'alma mia. Oh me infelice sovra ogni vivente! Sa l'universo, sanno gli elementi, san le ninfe e i pastor, sanno i bifolchi, san le fiere e gli augelli, e san le gregge che da tornare ha il sole e 'l giorno e quando; e sol io solo senza sole e senza alcun lume, di giorno in cieca notte vo brancolando: e non so quando o come mi ritorni a veder l'amato raggio. Ahi, lasso me dolente: or fosse almeno la notte mia tal notte, qual'è quella ch'al cader del suo sole al mondo sorge, ch'in quella dolce notte in ogni verso si posa in pace! Rive, prati e poggi valli, monti, campagne, selve e fonti han dolce requie, e i miseri mortali quetan le stanche membra e ogni affanno, ogni fatica, mandano in oblio. Ma non è tal la mia, che cieco e solo vo intorno errando. E non han pace o tregua gli occhi miei, non i piedi e non la lingua; no 'l pensir, no 'l desir, non i sospiri. E s'alcun è che turbi l'altrui pace, io son quel desso; che son sol colui che col continuo suon de' miei lamenti ho già stancate le campagne e i colli. Almo mio caro sol, sarà giammai ch'io ti rivegga un giorno, un giorno intero? Un giorno che giammai non giunga a sera, e gli occhi affisi in te quant'io vorrei?

Ahi, lasso me: perché, perché non lice mostrar aperto il cor? perché disdetto m'è 'l dir ch'io t'ami, se cotanto t'amo? Perché disdetto a te l'amar chi t'ama?

Cotai parole, e altre sospirando e lagrimando, il doloroso Mopso spargeva a l'aura; e io che senza scorta lasciata avea la greggia e tuttavia sentia montando il sol montar il caldo, lui lasciai pur dolersi: il dolce canto fra me stesso membrando, e 'l petto pieno non di minor pietà che di dolcezza.

III

IL FURORE

Mopso, solo.

Dive, ch'al suon de la dorata cetra dei sacro Apollo, al glorioso fonte fate dintorno mille dolci giri, premendo il verde del fiorito suolo liete alternando le vezzose piante non senza l'armonia d'eterni versi: quella, ch'è Donna de le Donne, e Donna è del mio cor, o sante Donne, o Dive, vuoi pur ch'io canti: e vuol che 'l canto s'erga sopra ogni bosco. Adunque perchè 'l canto sia canto degno di Donna sì cara movete insieme e con voi mova Apollo: mova tutto Elicona e si raccolga tutto lo spirto vostro entro al mio petto.

Oh de la mente mia lucido specchio, alma gentil fra le belle alme bella, in cui fiso mirando d'ora in ora, si fan dentr'al mio cor novi concetti, da partorir scrivendo in nove carte; lietamente ricevi il novo frutto, che prodotto ha 'l germoglìo del tuo seme; e mentre io fo sonar la mia zampogna al furor del tuo Mopso porgi orecchie, e nel furor di Mopso al furor mio.

Salita era la notte al sommo cielo e rilucea nel mezzo del suo cerchio la sorella di Febo, il bianco volto tutta splendente del fraterno lume. Taceva il mondo, in sè pe' lor vestigi tacite si volgean l'eterne spere; taceano i venti e 'l mar; tacea la terra e con lei piani e colli, e monti, e valli. Sol nel silenzio d'ogni alma vivente non tacea Mopso: e non taceva amore dentro al suo petto. Ei per deserte piagge da furor trasportato, solo e vago, errava, intorno pur con gli occhi fissi ne la cornuta diva. E 'n quello stato disse de l'amor suo cose sì nove, che ne suonano ancor le selve e gli antri.

MOPSO. Dove, dicea, mi scorge or la tua luce, candida luna, per solinghe strade? Tirar mi sento ove per gli erti gioghi rara di piede umano orma si scorge. Qual novo aspetto e qual novo desire verdeggia nel mio cor? La folta selva de l'odorate, verdi, ombrose piante, tutto m'empie d'orror e di diletto. E quel dolce ruscel, che mormorando fugge tra l'erbe e i flori, a sè mi chiama. Ma donde viene il canto? E donde il suono che sì dolce lusinga l'aere intorno? E cosi è dolce, che simil dolcezza non porge a me 'l belar de le mie gregge, nè sì soave è 'l suon de le mie canne.

Or ecco là che giovinette donne cinte le terapie di fronduti rami fan la nova armonia; ina che vegg'io? Non è tra lor, non è colei ìa mia? Ahi! m'è tolta la voce. Or chi l'ha scorta di mezza notte senza fida scorta da le rive del Po fra questi boschi? E che fa qui l'altero giovinetto c'ha la lira dorata e d'or le chiome e d'ogni vello ancor le guancie ha nude: misero: adunque? Adunque in cotal guisa? Or dove sono? E che fo? Vegghio o dormo? Non so ove sia: non so se vegghi o dorma. E s'io vegghio, è ella dessa o altra? Ahi, lasso, non conosco io la ninfa mia? La voce piena di melodia, gli ardenti lumi, il vago aspetto, il grazioso viso: gli atti soavi, i movimenti alteri: l'andar, lo star: la mano, i piedi, i panni, far la dovrian pur conta a gli occhi miei. E s'altro a me non la facesse conta, si la farìa quell'amoroso orrore ch'a l'apparir di lei m'ha l'alma ingombra, e quel desio, che qui condotto m'have, u' condur non poteami altro desìo. Ma ch'è quel ch'odo, che da l'altre l'odo chiamar sorella e nominar Talia? Questo bosco di lauri e quella fonte: le donne coronate: il bel concento: l'aspetto più ch'umano? Or una, e due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove, il numero conviensi... questo è 'l giogo de l'alme Muse: e queste son le Muse. E una n'è la mia. È la mia ninfa dunque una Musa, o son le Muse ninfe? O mia, come dir debbo, alma mia Diva, con quanto amor, con quanto studio ed arte, fra mortali discesa dentro a l'alma m'accendesti l'ardor; presso al cui raggio movendo i passi, a questo santo giogo mi trovo aggiunto. O mano, amata mano, tu mi tien, tu mi guida: o caro dono, bramato don, così ne foss'io degno. Tu con la tua sorella le mie terapie fai verdeggiar de l'onorata fronde perch'ogni mio pensier tutto verdeggia.

O sacri, vivi e lucidi cristalli, onde s'inaffian così rare piante, qual radice ha sentito il vostro umore c'ha virtù di produr pianta sì ferma che non le nuoce il più cocente sole: non la molesta grandine nè pioggia: non la crolla il furor di Borea o d'Austro, e non la tocca il folgorar di Giove? Qual radice ha sentito il vostro umore? Ne la sua pianta il verde eterno vive; vivono eterni i fior, vivono i frutti: nè muta vista per mutar stagione. Beato, eterno umor che liete e chiare fai le piante, le fronde, i frutti e i fiori; i' pur spengo di te mia lunga sete: e 'n te s'attuffan mie bramose labbra. O che veggio? O che intendo? Il cieco velo tolt'è da gli occhi miei: m'è fatto amico il sacro coro, amico il santo Apollo. Pur or conosco io te fedel compagna, fedel mia guida e mia fedel maestra; Erato bella. Tu fin da la culla mi fosti a lato; tu la tua sorella fra le genti mortali in forma umana mi scorgesti a mirar. Tu mi dimostri com'io lei segua, cui più sempre amando l'alma mia più verdeggia e più s'infiora.

Ma che novo desir mi punge il core di levarmi da terra? Oh, ch'i' mi sento mutar di fuori e farmi un bianco augello: le man, gli omeri, il capo, il collo, il petto tutti si veston di novelle piume; già comincio a cantar, già batto l'ali.... non mi lasciar Talia, levati a volo;.. Erato spiega al ciel l'aurate penne... date forza al mio ardir, che senza voi ogni mio sforzo alfin sarebbe invano. Già lasciato ho 'l terreno; altero e lieve sopra i nuvoli m'alzo e sopra i venti: già mi si fa minor e terra e mare. Alma sorella del compagno e Dio de la mia Dea benigna, a te raccogli colui, cui la tua luce ha mostro il calle di gir al monte ove la via s'impara, che l'alme altrui conduce a più bel monte.

I' veggio aperte le dorate porte del gran gìardin, ch'i muri ha di zaffiro; qui n'accoglie Diana; e qui n'envia per la verdura del suo bel verziero; qui la fiorita e verde primavera move d'intorno, e va pascendo il verde del santo umor de la rugiada eterna; qui l'alma Clori e 'l suo diletto sposo spargendo a l'aere ognor novelli odori van dipingendo il variato suolo; qui non arde la state e qui non sfronda l'autunno i rami e non gli imbianca il verno; qui vive il verde eterno; eterni rivi di liquidi smeraldi i verdi prati van compartendo; al mormorar de l'acque, al soave spirar de le dolci aure, al tremolar de i verdeggianti rami, suonano in dolci e 'n dilettosi accenti mille amorosi eterni rosignoli. Qui s'odon risonar cetre e zampogne; immortai cetre e immortai zampogne; oh dolce vista, ed oh soavi note; oh tra 'l veder e udir dolci pensieri; qui, santissime Muse: qui Talia, qui, qui sia, Diva, eterno il nostro albergo.

Così diceva il forsennato Mopso: e così detto, muto e sbigottito stette buon spazio; e 'n sé fatto ritorno e raccolto lo spirto, alti sospiri dal cor traendo, intorno al molle tronco d'un tenero olmo tai parole scrisse:

Udite selve, udite Dei silvestri, odan le ninfe, oda ogni pastore. Ho veduto Elicona e 'l sacro bosco; ho veduto 'l licor ch'i nomi avviva; veduto ho Febo e le dotte sorelle, e Tirrenia fra loro; una di loro è la bella Tirrenia: ella m'ha tratto al sacro bosco, e dal bosco a la fonte, e da la fonte al cielo: ella è colei che m'arde 'l cor; ella è colei ch'io canto; ella è il mio sole; ella è la mia Talia. Ed io son Mopso. Pianta eterna vivi: e i nomi nostri eternamente serva.

IV.

TALIA

Mopso, solo.

Già risalito sopra l'orizzonte il pianeta d'amor dal terzo cielo fiammeggiando spargea l'aer sereno, il tempestoso mare, il duro suolo di chiari raggi e di virtute ardente: e destando le selve e le campagne, richiamava pastor, gregge e bifolchi a le zampogne, a i paschi e a gli aratri. Quando Mopso d'ardor l'anima acceso, posto a seder in una erbosa riva, al dolce mormorio di lucid'onde in sè raccolto, immobile e pensoso si stette alquanto; indi a sue dolci note rispondendo gli augei, le selve e l'acque, ruppe 'l silenzio in così nuovi accenti, che n'han fatto conserva i Dei silvestri, per dar lor vita in più ch'in una etade.

Or qual fosse 'l suo canto, a lei che desta ti tiene ognor a gli amorosi canti fa che 'l ritorni a dir rozza zampogna; e sia tale il tuo suon, che degno sia de materia maggior che di zampogne. MOPSO. Alme sorelle, che d'eterno grido rendete onor a chi col cor v'onora, se mai liete porgeste alcuna aita al suon de gli amorosi miei sospiri, or, che d'amor cantando è 'l mio pensiero cantar voi insieme (che di voi cantando canto 'l mio amor) a l'incerate canne ispirate sì dolce e chiaro suono, che sia 'l mio amor co'l vostri nomi eterno. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

E tu, mio santo e mio soave ardore, dotta e bella Talia, mentr'io m'affanno per voler dir di te, ne l'alta impresa porgi soccorso a la mia fioca voce: dammi ardir, dammi forza; alza 'l mio ingegno e con la cara mano un novo ramo fresco, verde, odorato, or ora colto dal sacro monte a la mia fronte avvolgi. Movi Talia, movete sante Dive. Movete o sante Dive a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Sorge in Boezia e non molto lontano dal gran Parnaso un onorato giogo che d'altezza e d'onor con lui contende; quest'è 'l santo Elicona, in cui verdeggia l'eterna selva sacra al sacro Apollo, d'uno e d'altro valor degna corona. Qui si monta per luoghi alpestri ed ermi; raro sentier v'appar, rari vestigi; nè v'ascende uom mortal, cui 'l ciel non chiama. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Quest'è quel poggio, che fra gli altri poggi è de le Muse il più diletto poggio: qui 'l grande Apollo ispira entro a' lor petti quella virtù ch'a lui 'l gran padre ispira; ed elle l'alme elette a i Dei più care, chiamano al verde de l'amate piante; e chiamanle al licor del chiaro fonte; chiamanle al chiaro fonte d'Ippocrene, eterno onor del sangue di Medusa. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Scritto è nel sasso antico, onde si versa la dolce vena, in ben limati versi, ch'un giovinetto che di pioggia d'oro fu conceputo, alzato un giorno a volo uccise lei, che con l'orribil vista rivolgea l'uomo in insensibil marmo: e che del sangue suo, mille veleni fur sparsi in terra; e fra i diversi mostri un'alato destrier subito apparve. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

Questi nitrendo e dibattendo l'ale si levò in aere, e dopo un lungo corso pervenuto al bel giogo ond'io favello, volando tuttavia, nel duro masso percosse un'unghia, e quei ratto s'aperse larghi versando e liquidi cristalli. Apollo il vide, e 'l vider seco insieme tutte le nove Muse, ed egli, ed elle, fede ne fanno a chi con lor ragiona. Movete, o sante Dive, a i vostri onori, cinte le tempie d'odorati allori.

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