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Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I

CAPITOLO XVIII.

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1859—La guerra d'indipendenza.

Il 1o dell'anno 1859 l'Europa veniva risvegliata dall'eco rumorosa dei pochi detti, pronunziati dall'Imperatore Napoleone III al conte Hübuer ambasciatore d'Austria:

"Mi duole che le relazioni col vostro governo non sieno così amichevoli come per lo passato; dite però all'Imperatore che i miei sentimenti personali verso di lui non sono punto cambiati".

Era il preavviso della dichiarazione di guerra, e furono pochi quelli che non lo capirono. In Italia sopra tutto queste parole risvegliarono tutte le speranze alle forze sopite dal 49 in poi. I frutti delle alleanze di Crimea venivano a maturanza.

Si attendeva con ansia febbrile l'apertura della Camera Sarda per trovare nella parola del Re Sabaudo un detto che confermasse le concepite speranze, e la parola si fece sentire così:

Signori Senatori, signori Deputati,

"L'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno. Ciò nondimeno vi accingerete colla consueta alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dalla esperienza del passato, andiamo incontro risoluti all'eventualità dell'avvenire. Quest'avvenire sarà felice riposando la nostra politica sulla giustizia, sull'amore della libertà e della patria.

"Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei consigli di Europa, perchè grande per le idee che esso ispira.

"Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi.

"Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Provvidenza".

10 gennaio.

La Corona non potea dire di più: i gridi di dolore uditi dal Re Vittorio Emanuele, si cambiarono nelle genti italiane in grido di giubilo e di esultanza.

Il primo dardo era gettato e l'Austria non aveva tardato a raccoglierlo ordinando la marcia del 3o Corpo d'Armata di stazione a Vienna verso la Lombardia.

Questo provvedimento unito ad altri di concentrazioni di truppe ordinati dal Maresciallo Giulay sul Ticino e sul Lago Maggiore diede motivo alla stampa liberale, diretta dal Conte di Cavour, di dichiararsi provocati e di fare appello a tutto ciò che l'Italia aveva di valido e di nazionale—ed ai preparativi per la prossima campagna.

Mentre tutto nell'Alta Italia si apprestava alla guerra, in Toscana la dinastia di Lorena al 27 di aprile cessava di regnare. Una rivoluzione si compiva pacificamente, si formava un governo provvisorio, e il generale Ulloa prendeva il comando delle forze militari.

Il 20 di dicembre del 1858 il Conte di Cavour aveva chiamato in segreto convegno Garibaldi e gli comunicava in confidenza questo disegno: un'insurrezione era preparata nei ducati: verso il 1o di aprile Massa e Carrara inizierebbero il movimento; due bande di volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana: Garibaldi doveva spalleggiare la rivolta e capitanarla. Nello stesso tempo un battaglione di bersaglieri, dei migliori elementi della guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiare colla rivoluzione l'esercito regolare.

Garibaldi applaudì alla proposta e diede senza restrizione la sua adesione; e lieto che ormai la guerra dell'indipendenza era davvero imminente, si ridusse di nuovo nella sua isola di Caprera.

Ma l'accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte, consigliò il Conte di Cavour di pensare ad altro mezzo per potere più efficacemente trar profitto di Garibaldi. Infatti il 2 marzo 1859 il generale fu chiamato a Torino dal Re. Le parole di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l'eroe popolare andarono perdute; ma il senso ne fu presto palese. Gli si volle dare una parte più diretta ed importante sul teatro della guerra.

Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio e diede loro quest'annunzio: "Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno di ripigliare le armi non sia lontano; state pronti; io spero di poter fare ancora qualche cosa con voi"!

Fu deciso di ordinare tutta quella valorosa gioventù—che da ogni regione della penisola conveniva in Piemonte—in corpi speciali, che stessero a fianco dell'esercito, come rappresentanti dell'elemento popolare e rivoluzionario di Italia, disciplinati in ordinata milizia, ubbidienti al suo capo, e soggetta al Comando supremo.

Da questo concetto nacquero i Cacciatori delle Alpi. Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli; ed egli rispose subito all'appello, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni.

La sera pel 23 aprile due inviati austriaci presentavano al Conte di Cavour l'ultimatum del loro governo: "disarmo immediato, o guerra" e la risposta non poteva essere dubbia.

Finalmente quel cartello di sfida, tanto provocato, tanto desiderato, il grande statista lo teneva in mano; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata; l'Austria l'intimava essa stessa, e non poteva sfuggirla.

Infatti, prima ancora che il Conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancor più espressiva, riceveva l'ordine di portare la sua brigata a Brusasco, sulla destra del Po, cioè a dire, in prima linea. Suo mandato era, guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli esistenti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.

Garibaldi ad effettuare questo disegno, mandò una compagnia a presidiare Verua, e, spedito avviso al generale Cialdini suo capo immediato, nel giorno stesso occupava Brozzolo e vi piantava il suo quartier generale.

Il 25 aprile le truppe francesi varcavano il confine della Savoia, ed altre prendevano imbarco nei porti di Tolone e di Marsiglia per Genova.

Il dado era tratto, la guerra dichiarata, e il 29 aprile un corpo di austriaci comandato dal generale Giulay invadeva il territorio sardo.

L'esercito Piemontese si concentrava sulla destra del Po, tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, aspettando che il nemico avanzasse se lo avesse osato.

Nella giornata del 30 giungevano a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi.

In data del 29 aprile 1859 il re Vittorio Emanuele diresse alle truppe un nobilissimo proclama, il quale fra le altre belle cose diceva:

"..... L'annunzio che vi dò è annunzio di guerra; all'armi dunque o soldati... Io sarò il vostro duce. Altre volte ci siamo conosciuti con gran parte di voi nel fervore delle pugne; ed io, combattendo a fianco del magnanimo mio genitore, ammirai con orgoglio il vostro valore. Movete fidenti alla vittoria, e di novelli allori fregiate la vostra bandiera, quella bandiera che coi tre suoi colori e colla eletta gioventù, qui da ogni parte d'Italia convenuta e sotto a lei raccolta, vi addita che avete a compito vostro l'indipendenza d'Italia; questa giusta e santa impresa che sarà il vostro grido di guerra" quali parole del re guerriero e patriota empirono d'entusiasmo e di ardimento gli animi delle milizie regolari e dei volontari Garibaldini.

Nel pomeriggio del 22 maggio Garibaldi con marcia ordinata e celere aveva preso la via di Arona, e mentre per le disposizioni date, tutto doveva far credere che vi avrebbe pernottato, a notte calata le sue truppe facevano un rapido mezzo giro a destra e infilavano, serrate e silenziose, la strada di Castelletto, penetravano nel parco Visconti e trovati alla riva i barconi preparati già dal bravo Viganotti in ordine mirabile s'imbarcarono, e passarono sull'opposta riva occupandola militarmente; e subito dopo la 3a compagnia De Cristoforis, scelta per avanguardia si spingeva a notte profonda dentro Sesto Calende a cogliere nel sonno le autorità austriache, doganieri, gendarmi e croati colà residenti, facendoli prigionieri.

La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era questa: gli alleati ancora al di là della Sesia e del Po, tra Vercelli e Voghera; gli austriaci in faccia a loro, padroni delle due rive della Sesia e del Ticino, e di tutto il Lago Maggiore.

In questo stato di cose Garibaldi si trovava isolato, come campato in aria, ed i suoi cacciatori potevano considerarsi come un nucleo di truppa perduta nel cuore del campo nemico: per cui al nostro eroe non restava che, o vincere subito ad ogni costo, o disperdersi coi suoi per i monti, onde potere all'evenienza rifugiarsi in Isvizzera. A ragion militare veduta, dei due eventi certo il meno probabile non era il secondo. Ed invero l'Austria era signora della Lombardia, la scorrazzava con dodicimila uomini, riceveva rinforzi, o ne poteva ricevere ancora; occupava Milano con imponente presidio, allacciava i suoi distaccamenti con forti colonne mobili pronte a correre nei punti più minacciati; sicchè poteva opporre al condottiero italiano una forza sempre di molto maggiore della sua. Ma a Garibaldi in mancanza di grandi forze erano potenti ausiliari, la perizia e l'indomita audacia. Si fissava quindi nell'antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario, e formava in un baleno il suo piano deliberando la marcia su Varese nel giorno stesso.

Un fiero proclama scritto di sua mano, inciso colla sua spada, aveva annunziato il suo arrivo alle popolazioni della regione, e non vi era umile terra dei dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, accorsero festanti ad offrire al famoso Capitano l'opera loro, ad invocare una sua parola d'ordine per la lotta; ed a tutti l'eroe distribuiva parole d'incitamento e di coraggio.

All'inviato di Varese, che, a nome del suo generoso Podestà Carlo Carcano gli domandava istruzioni, rispondeva di suo pugno; "qualunque cosa facciate contro il nemico in pro' della santa causa italiana, sarà da me approvata, ed io vi sosterrò validamente".

La marcia da Sesto Calende a Varese non poteva essere fatta di fronte, perchè esposta ad essere pericolosamente molestata di fianco; oltre di che, prima d'inoltrarsi nel paese, importava assicurarsi sul Lago Maggiore un punto di sostegno, e impadronirsi di uno almeno dei piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato da questi concetti ordinò il suo movimento così:

Bixio con un battaglione del suo reggimento doveva marciare per la strada lacuale di Sesto Calende; toccato Angera doveva staccare una compagnia per tentare di predare il piroscafo "Ticino" ivi ancorato: giunto ad Ispra sostare ed informarsi esattamente del presidio di Laveno, e di tutte le altre forze austriache sul Lago, dopo ciò convergere su Brebbia e spingersi fino a S. Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese ed ivi accamparsi gagliardamente.

Il capitano De Cristoforis doveva rimanere a Sesto con la sua compagnia, sorvegliare il passo del Ticino, e se gli capitava il destro impossessarsi di qualcuno dei vapori nemici, e sopratutto doveva guardare la strada Sesto-Gallarate attirandovi il nemico, trattenerlo quanto avesse potuto, e battere in ritirata su Varese se assalito da forze superiori.

Tutto ciò stabilito, spinta un'altra pattuglia a Gallarate, per mascherare una volta di più la sua mossa, verso le 5 di sera Garibaldi staccava la marcia, e per le vie traverse di Corpegno, Varano, Bodio, Capolago, tra fitte tenebre, attento a tutti i bivii, e sollecito a tutti i rumori, con la truppa stanca, ma elettrizzata al contatto di quella terra tanto agognata, s'accostava a Varese, dove circa le 11 di sera incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in delirio, vi entrò in trionfo, s'avviò difilato al Municipio ed incontrato il Podestà lo abbracciava infiammando con l'ardente sua parola che affascinava quanti l'ascoltavano; e prima di ritirarsi pronunziava queste testuali parole, che la storia non può dimenticare: "Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele non sarà mai troppo. Io non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l'Italia un amore immenso, ma un culto, un'idolatria".

Quello che importava era provvedere alla difesa. L'Austriaco, scossa la prima sorpresa, accorreva e serrava da ogni banda. Giulay conosciuta l'invasione garibaldina, in risposta a quello di Garibaldi, bandiva un suo proclama feroce, nel quale dopo avere annunziato il suo arrivo concludeva. "Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comune con la rivoluzione, verrebbero puniti col fuoco e con la spada". E non dovevano essere parole soltanto.

Il giorno stesso spiccava dal grande esercito una colonna che a marcia forzata, accorreva sul nuovo teatro di guerra; anche da Milano il generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un corpo di quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone. Fu questo corpo che il 25 di mattino andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni di una pagina di storia indimenticabile, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in mano per quasi due ore con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi, a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dalla mattina non v'era più l'ombra di un garibaldino.

Intanto la colonna austriaca partita da Oleggio, il cui antiguardo fu visto spuntare ad Olgiate la sera del 23, era in marcia su Varese, forte di quattromila uomini con due batterie e due squadroni, comandata dal tenente maresciallo Urban.

Varese giace in una conca di colline alcuna delle quali vestite di macchie e di boscaglie che formano il suo baluardo. E tramezzo a siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono altrettante strade principali: ad oriente, quella che dalle falde di Biumo conduce per Malnate, a Olgiate e a Como; a mezzodì, quella che lambendo le pendici di San Pedrino e di Gubiano, va per Gallarate a Tradate a Milano; ad occidente, quella che, traversati i poggi di Masnago e Comerio, mena per Gavirate a Laveno, a settentrione, infine le due strade d'Induno e di Sant'Ambrogio che spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana, portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Ora a chi avesse considerata questa topografia, due cose risultavano notabili: la prima, che la strada di Induno e di Valgana si allacciava presso Biumo inferiore, alla strada di Como in guisa da formare con essa un angolo retto; la seconda, che per il poggio di Biumo Superiore s'incamminava nel quadrivio testè descritto, Varese-Sant'Ambrogio-Induno-Como, e con la forte postura ne teneva la chiave e la dominava.

Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l'attacco principale sarebbe venuto dalla via di Como, non era però da trascurarsi, il supposto, assai probabile, che l'Urban avrebbe compiuto un movimento aggirante per la via Induno; nè molto meno era a rigettarsi come improbabile il caso che i corpi incontrati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Laveno si muovessero a rincalzare di fianco e alle spalle l'assalto principale, tentando di mettere i garibaldini tra tre fuochi.

Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da potere all'evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di troppo la propria linea e disseminare le forze; e Garibaldi non titubò. Fissate due linee di difesa, l'una esterna, lungo l'arco Biumo-Giubiano-San Pedrino e l'altra interna rasente gli sbocchi delle principali vie di Varese, occupò coi carabinieri genovesi e un battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi piantò il suo Quartier Generale; mise a guardia di Biumo Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due barricate, una appoggiata alla Villa Litta Modignani, a custodia della strada d'Induno, l'altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini, a sbarrare le vie di Como, assicurò su queste posizioni la sua sinistra. Appostò indi un battaglione del primo Reggimento in faccia a Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggiò il suo centro; collocato tra Villa Pero e la Villa De Cristoforis a San Pedrino, il rimanente del primo Reggimento sotto il comando di Cosenz, e fatta asserragliare anche quella strada, afforzò la sua destra dal lato di Milano; richiamò Bixio da Sant'Andrea, senza tralasciare di far battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno, munì di barricate tutti gli sbocchi di Varese e provvedere così alla sua seconda linea; infine prescritte come eventuali linee di ritirata le strade di Induno e Sant'Ambrogio, tutto ispezionato co' suoi occhi, a tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attese di piè fermo il nemico.

E questo non si fece aspettare lungamente, fin dalla sera del 25 gli esploratori l'avevano segnalato a Olgiate. Un breve ma eloquente manifesto del Regio Commissario Emilio Visconti-Venosta che diceva: "Varesini, Voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, Voi sarete i primi a difenderla" vi aveva preparato gli animi ad accoglierlo degnamente e al mattino seguente infatti sullo scoccare delle otto il nemico appariva innanzi a Belforte e il combattimento incominciò.

Dei quattromila uomini che il generale Urban traeva seco, una parte, l'aveva lasciata in riserva a San Salvatore forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di granatieri lo aveva inviato per Casanuova e Cozzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d'Induno che Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria, e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Impadronitosi del poggetto di Belforte annunziò con alcuni razzi il suo attacco, muovendo simultaneamente contro la sinistra e il centro garibaldino; ma questi non si mossero ed attesero, come Garibaldi aveva ordinato, a mezzo tiro il nemico e con pochi colpi ben assestati l'arrestarono di botto. Ad un secondo e più gagliardo attacco, i garibaldini usarono la medesima tattica. Infatti appena il nemico fu presso la barricata della gran strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio, Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, e Cosenz con un abile contrattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore ributtarono l'assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo forzarono a battere in ritirata su tutta la linea.

Garibaldi da Villa Ponti, donde aveva osservato le vicende della pugna, visto che il nemico si ritirava, ordinò che s'inseguisse e scendendo di galoppo sulla strada, si pose egli stesso a capo dell'inseguimento.

Il generale Urban era intanto arrivato a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, e, saputo del rovescio toccato ai suoi, si apparecchiava a sua volta a sostenere l'assalto.

Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze, e quantunque la posizione di San Salvatore fosse fortissima e serrasse la strada come un contrafforte, non esitò ad ordinare l'attacco; occupato il poggetto Raera fronteggiante San Salvatore, e fatto ripiegare Bixio che si era troppo inoltrato, tenne a bada il nemico con vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cozzone il Medici, spinse ad una carica alla baionetta tutta la sua linea, costringendo gli Austriaci a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.

All'annunzio della vittoria di Varese, l'agitazione patriottica divampò, estendendosi rapidamente. I patrioti di Como fecero sapere a Garibaldi che lo aspettavano frementi nella loro città; che molte pievi del Savio s'erano sollevate, e che alcuni giovani armati si erano impadroniti dei vapori del Lago ed erano passati alla causa Nazionale. Garibaldi promise che avrebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito di entrarvi, ma di occupare una buona posizione che gli avesse permesso di dar la mano agli insorti del Lago, e di riassaltare di conserva con loro l'austriaco.

Date le opportune disposizioni per la sicurezza di Varese, all'alba del 27 col primo reggimento in testa s'incaminava con tutta la brigata per la via che per Olgiate e Cavallasca mette a Como.

Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Scoffgotsche) che facevan montare le sue truppe a ben diecimila uomini, aveva preso posizione difensiva fra la strada medesima e l'altra più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Breccia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Porè sul lago, si preparava a sostenere l'assalto. Se non che, male esperto delle abitudini tattiche di Garibaldi, egli se l'aspettava nel piano, alla sua sinistra e quindi per rinforzare questo punto aveva malaccortamente indeboliti gli altri. Garibaldi invece aveva l'occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arrestava la colonna, metteva in posizione tutto il primo reggimento sì da far credere si preparasse allo assalto, tenne a bada il nemico per più ore, e allo scoccar del mezzogiorno, coperto dal reggimento Cosenz, voltava repentinamente a sinistra per gli erti viottoli che salivano a Geranico al Piano ed a Porè; e giungeva a Cavallasca in faccia a San Fermo. Quivi, spiate dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, Garibaldi stabiliva prontamente il suo piano di battaglia e ne ordinava con pari celerità l'esecuzione. Al colonnello Medici ed al suo reggimento l'onore del primo assalto; De Cristoforis con due compagnie doveva attaccare di fronte la chiesa di San Fermo; Susini-Millelire con una compagnia doveva attaccarla da sinistra, quella del Vacchieri da destra; altre compagnie, condotte dal Gorini, e tutte comandate dal Medici in persona, dovevano calare sulla strada San Fermo-Rondinello e minacciare il nemico.

Il primo cozzo fu tremendo; i cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati attorno al parapetto del piazzale della Chiesa, che s'innalzava sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre delle case circostanti battevano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco, i primi assalitori e cioè la compagnia De Cristoforis, che rigò del sangue dei suoi migliori la via infuocata; cadde colpito gravemente il tenente Pedotti; cadde, lacerate le visceri, il capitano De Cristoforis; cadde, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni ed altri, ed altri; la compagnia decimata balena s'arresta un istante, ma non indietreggia. Nel frattempo l'assalto ai due fianchi si spiegava ed incalzava; un battaglione austriaco si lanciava alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici che lo arresta, e con una carica furiosa riesce a rovesciarlo; altre compagnie dei nostri subentrano a rinforzare l'assalto, sicchè il nemico ormai circuito, sgominato, rotto, volta in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.

Garibaldi non indugiò un istante ad occupare le posizioni espugnate, e mentre Medici s'afforzava tra Rondinello e Breccia, e Bixio chiudeva gl'intervalli tra S. Fermo e Rondinello, il maggiore Quintini si piantava col battaglione ed alcune compagnie del secondo reggimento a San Fermo; ed altre compagnie si stendevano a sinistra verso Cima la Costa. Ma ancora il nemico non si dava per vinto, il generale Augustin, raccolte tutte le sue forze, le spinse parte a destra, su Cima la Costa, per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca, per riafforzare l'altura di sopra la Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa fu condotta con rapidità; ma vegliava Garibaldi, e vegliavano i suoi luogotenenti; onde appena l'assalitore giunse a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a sinistra di Cima la Costa, il Medici a destra da sopra la Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio, giù per la strada d'onde era venuto, fino a che Garibaldi adocchiata da Cima la Costa quella seconda più rovinosa ritirata, vide possibile quello di cui prima dubitava, cioè la presa di Como; e vi si preparò senz'altro.

Ordinò che si raccogliessero e riordinassero le forze; spedì Simonetta con alcune guide ad esplorare i dintorni della città, e lasciata una buona retroguardia a San Fermo, marciò a notte fatta giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l'austriaco aveva abbandonato Como vi entrò risolutamente.

Non può descriversi la festosa sorpresa della città; una piena di popolo trasognato accorse ebbro, frenetico; Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, è portato in trionfo fino al palazzo del Comune. Ma nella gioia di una intera città egli non smarrì un solo istante la mente; e tosto diede opera a custodire le sue spalle, mandando Medici, infaticabile quanto lui, a vegliare sulla strada di Camerlata, dove ancora s'accalcava minaccioso il nemico.

L'alba dell'indomani però chiariva che l'ultimo austriaco era scomparso da Camerlata e che ormai tutta la colonna dell'Urban s'era riconcentrata tra Barlesina e Monza sulla via di Milano.

L'Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emigrare, si trovava a New York quando i giornali diedero la notizia che Vittorio Emanuele aveva sguainata la spada per l'indipendenza italiana.

Non perdette tempo—col primo Pacchetto in partenza il "Devonshire" s'imbarcava per Londra e presa la via di Calais per la Svizzera raggiungeva Garibaldi a Como il 28 maggio e subito si presentava al generale sotto gli auspici del padre, già amico suo fin da quando era in America. All'udire che colui che gli stava davanti era il figlio del fucilato Antonio Elia, volle baciarlo e tenendogli stretta la mano, con accento commosso gli disse parole di affetto paterno e volle che stesse al quartier generale. Da quell'ora l'Elia seguì sempre Garibaldi con venerazione filiale.

Garibaldi non era uomo da stare ozioso; affidò a Camozzi, Commissario Regio per Bergamo, l'organizzazione militare; lasciò la compagnia del Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi, inviò con lo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati come meritavano i suoi bravi cacciatori delle Alpi, e concessa loro per riposarsi tutta la giornata del 28, la mattina del 29, senza svelare ad alcuno il suo disegno, fece battere l'assemblea, e si pose in marcia, col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagli infermi e dai distaccati, per Olgiate e Varese.

Dove si andava? a che mirava il generale? a qualcuno dello stato maggiore che lo interrogò "Andiamo, risponde, a incontrare i nostri cannoni a Varese". Infatti il ministro della guerra aveva deciso d'inviare ai cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna: ma i cannoni erano un pretesto, o tutto al più uno scopo secondario, altro era l'intendimento di Garibaldi.

Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago Maggiore; voleva quindi impadronirsi di Laveno che ne era uno dei punti dominanti. Marciava per ciò a quello scopo, fidando nella rapidità e segretezza delle sue mosse.

Passata la notte del 30 a Varese, mosse all'alba dell'indomani per la gran strada di Laveno; giunto a Germonio, sostò per studiare il piano e raccogliere notizie dopo di che decise di tentare di notte la sorpresa del forte: e si inoltrò con la brigata fino a Citiglio, lasciò dietro di sè a Brenta il secondo Reggimento, ed a Germonio sulla strada di Varese il terzo, mandò segretamente Bixio e il Simonetta nell'altra sponda del Lago, perchè vi raccogliessero barche ed armati, con cui tentare un abbordaggio contro qualcuno dei vapori Austriaci ancorati a Laveno; e ciò disposto voltò a sinistra per Mombello e andò a collocarsi a due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per attaccarlo.

Gli ordini erano buoni; i soli possibili; e se a frustrarli non avesse cospirato quel nemico fatale in tutte le imprese notturne, il buio, causa di confusione, d'equivoci, di terrori, il colpo sarebbe riuscito. Il capitano Bronzetti che doveva con la sua compagnia cogliere di sorpresa il Castello dal lato settentrionale, venne abbandonato dalle guide, perdette la via e non arrivò al posto. Il capitano Landi, che doveva con un'altra compagnia sorprendere il Castello dal lato meridionale, incontrò una strada coperta, gremita di nemici, dove credeva trovare un orto indifeso; scoperto, prima del tempo dalle vedette, combattè per più di un'ora valorosamente, lasciando sul terreno non pochi de' suoi, sino a che feriti i suoi luogotenenti Gastaldi e Sprovieri e ferito egli stesso fu costretto a ripiegare ed a ritirarsi, conducendo seco i feriti. Il forte desto dall'allarme, diede fuoco a tutte le sue batterie, tempestò di palle il terreno circostante, comunicò l'allarme ai Vapori, che, accortisi delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta, le presero a bordate mettendo ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che si sgominava, e nonostante le preghiere, le minacce degli intrepidi condottieri voltavano precipitosamente le prue.

Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi visto fallito il tentativo, ordinava la ritirata su Cittiglio, colà si ricongiungeva in buon ordine ai corpi che aveva lasciato a Brenta ed a Gemonio, con intendimento di ritornare a Varese.

Però la mattina del 31 maggio si ebbero non liete novelle. Il generale Urban marciava minaccioso e ringagliardito su Varese; sicchè Garibaldi dovette prudentemente mutar pensiero, e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi.

Ma era difatti la giornata del 31 al tramonto, che Urban compariva con due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San Pedrino dominanti Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva dodicimila uomini e diciotto pezzi d'artiglieria; sbuffava fuoco e fiamme, annunziava alla città ribelle strage e rovina, la multava dell'enorme tributo di tre milioni, oltre grande quantità di provvisioni, prendeva ostaggi numerosi, li minacciava ad ogni istante di morte, e non vedendo subito soddisfatte le sue insensate pretese, apriva contro di essa un furibondo bombardamento abbandonandola poi per più ore al saccheggio.

Intanto che Varese subiva l'infernale flagello, Garibaldi scendeva da Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina del 1o giugno, giù fino a Sant'Ambrogio e Robarello, discosti un'ora da Varese, sfidando il nemico.

Più bella occasione pel generale austriaco di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi non gli si poteva dare. Aveva giurato che lo avrebbe impiccato con tutti i suoi: ed ora che lo teneva quasi nelle unghie, appena ad un tiro di cannone, in una posizione quasi disperata, e presso a schiacciarlo di un sol colpo con forze quadruplicate, perchè non lo assaliva? Perchè se ne stette immobile dietro Varese, occupato soltanto a bombardare una città inerme, non rispondendo alla sfida temeraria dell'eroe?

Il perchè è un mistero! Il fatto si è che l'Urban lasciò passare tutta quella giornata senza fare un passo, senza tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e, soltanto, la sera si decise ad occupare la posizione di Biumo superiore temendo di essere attaccato. Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra.

Fra il 27 e 28 maggio l'esercito alleato iniziava quel gran movimento di fianco dal Po al Ticino, che fu la più abile manovra strategica della campagna.

Il 29 maggio l'esercito Sardo, meno la quinta divisione rimasta a difesa della riva destra del Po, si concentrava sopra Vercelli per passare la Sesia sui ponti che vi erano stati gettati. Il 30 la divisione Cialdini passò per la prima. Il nemico occupava tutti i villaggi sparsi in faccia alla Sesia e dominava il paese; a Palestro poi aveva concentrati i più grandi mezzi di resistenza. Vi aveva piantato batterie per dominare il fiume e per battere d'infilata la strada. Aveva inoltre coronate le cime delle alture di forti parapetti per tenere al coperto la fanteria, e scavati dei fossi nei lati, pure protetti di parapetti, dietro ai quali stavano numerose truppe, mentre molti cacciatori tirolesi erano appostati dietro gli alberi e nelle case da dove fulminavano gli assalitori.

Vittorio Emanuele dirigeva in persona le operazioni militari. Il 6o e 7o bersaglieri formavano l'avanguardia con una sezione d'artiglieria ed uno squadrone di cavalleggeri d'Alessandria; il generale Cialdini marciava alla testa.

Al terzo ponte che taglia la strada, gli esploratori incontrarono gli avamposti austriaci; accolti da fitte scariche di fucile e di mitraglia i nostri non si arrestarono, si cacciarono risolutamente di corsa, invadendo il ponte e vi si stabilirono, mentre il 17o bersaglieri guidato dal suo comandante Chiabrera si precipitò con slancio irresistibile sulla difesa di destra, snidò i cacciatori nemici imboscati nei declivi, e la quarta divisione con rapidità fulminea, con foga irresistibile metteva in fuga il nemico e s'impadroniva di Palestro. La terza divisione rafforzata dai reggimenti 5o cavalleria e Piemonte Reale, traversata la Sesia marciava sopra Vinzaglio, fortemente occupato dal nemico. La divisione piombò in colonne serrate sul villaggio; non vi furono ostacoli validi ad arrestarla; i battaglioni divoravano lo spazio e fatta una scarica si avventavano sul nemico colla punta della baionetta—questo non resistè all'urto terribile e, come a Palestro, abbandonò il villaggio e si ritirò su Confienza.

L'imperatore dei francesi, prevedendo che l'esercito italiano avrebbe dovuto sostenere aspre battaglie, staccava dal 5o corpo il 3o reggimento Zuavi, ed ordinava al colonnello Chabron di mettersi a disposizione di Vittorio Emanuele. Il Re, sicuro che gli austriaci avrebbero fatto tutti gli sforzi per riprendere l'importante posizione di Palestro, ordinava al colonnello dei Zuavi di dirigersi su quella posizione.

Verso le dieci del 31 maggio gli austriaci sboccando per le strade di Robbio e di Rozano diedero di cozzo negli avamposti piemontesi che li accolse con fuoco ben nutrito. Ma erano tre le colonne d'attacco che si avanzavano in grandi masse compatte, ed obbligavano i nostri a ripiegare sul villaggio.

Il 20o reggimento che trovavasi a sinistra della strada di Robbio fu pure obbligato a ritirarsi sull'alture ma non rallentò il fuoco; il nemico però ingrossando sempre, minacciava di schiacciare le poche e intrepide nostre truppe; accorse in quel frangente il prode colonnello Brignone conducendo con se alcuni battaglioni, ed i Piemontesi prendendo l'offensiva, si lanciarono contro il nemico e lo respinsero al di là delle linee degli avamposti.

Il generale Cialdini accorso, si avvide che le manovre del nemico tendevano ad aggirare la sinistra della sua posizione; vi mandò tosto alcuni battaglioni che raccolse con una sezione d'artiglieria comandata dal bravo capitano Ponzio-Vaglia, mentre il 7o bersaglieri si slanciò addosso al nemico, minacciante il ponte gettato sulla Sesia e fa occupare vigorosamente gli approcci di Palestro affine d'impedire al nemico la marcia sul villaggio; la lotta si fa accanita, le grosse colonne austriache comandate dal feld Maresciallo Zobel, sorrette da numerose compagnie di tirolesi e dall'artiglieria, si avanzarono risolutamente contro le truppe piemontesi che tennero fermo, incuorate dalla presenza di Vittorio Emanuele; coprendosi di gloria. Proprio nel più caldo del combattimento il colonnello Chabron lanciò i suoi Zuavi all'attacco: questi, come un uragano, sotto gli occhi del Re di Piemonte si gettarono sopra agli austriaci; nessun ostacolo, nessuna resistenza li arresta; invadono le difese nemiche si gettano sopra ai cannoni: gli artiglieri austriaci non hanno tempo di caricare i pezzi perchè le terribili baionette ne fanno strage; riescono vani i tentativi della fanteria che accorse per salvarli e i cinque cannoni furono preda dei vincitori; non si arresta il reggimento, si slancia sulla strada e, seguendo Vittorio Emanuele che con la spada li invita all'attacco, si avventa contro le masse austriache impegnate in furiosa lotta coi piemontesi, e così i soldati delle due nazioni si frammischiarono nel combattimento e nella gloria, investendo il nemico alla baionetta. Questo fortemente trincerato sul ponte della Brida, fortificatosi in una grande masseria, munita di cannoni e di feritoie, preclude il passaggio del ponte; ma zuavi e piemontesi non si sgomentano, nè si arrestano; animati dalla presenza del re e dall'esempio degli ufficiali, s'avventano sul ponte, sui cannoni, che sono presi dai piemontesi; nella masseria è una lotta terribile, corpo a corpo, e gran numero di nemici trovano la morte nel fiume che li travolge nei gorghi delle sue acque.

La vittoria dei nostri fu completa, oltre ventimila erano gli austriaci combattenti, numerosissimi furono quelli rimasti sul campo, circa cinquecento trovarono la morte nel fiume, gli austriaci perderono fra morti feriti e prigionieri oltre seimila uomini; i nostri circa duemila uomini fra morti e feriti. Trofeo della vittoria furono, oltre mille prigionieri, cinque cannoni presi dai zuavi e tre dai piemontesi. La campagna s'iniziava splendidamente!

I Zuavi per rendere omaggio al valore del Re, vollero portare al suo quartier generale la sera stessa del 31 i cannoni tolti al nemico.

Il Re grato del delicato pensiero di quei valorosi, scrisse al colonnello Chabron la seguente lettera:

Torrione, 1 giugno 1859

Sig. Colonnello,

"L'Imperatore nel porre sotto ai miei ordini il 3o reggimento degli Zuavi mi ha dato un prezioso attestato di amicizia. Io ho creduto di non poter meglio accogliere questa truppa scelta, che fornendole immediatamente l'occasione di aggiungere un nuovo glorioso fatto a quelli che sui campi di battaglia d'Africa e di Crimea hanno reso così terribile al nemico il nome degli Zuavi. Lo slancio irresistibile con cui il vostro reggimento, sig. Colonnello, ha mosso ieri all'assalto, ha meritato tutta la mia ammirazione. Avventarsi contro il nemico alla baionetta, impadronirsi di una batteria, sfidando la mitraglia, è stato l'affare di pochi istanti. Voi dovete essere altero di comandare a siffatti soldati, ed essi debbono essere felici di obbedire ad un capo quale voi siete. Io apprezzo altamente il pensiero che hanno avuto i vostri Zuavi di condurre al mio quartier generale i pezzi d'artiglieria presi agli austriaci, e vi prego di ringraziarli in mio nome. Io mi affretterò d'inviare questo bel trofeo a S. M. l'Imperatore, al quale ho già fatto conoscere la bravura impareggiabile con cui il vostro reggimento si è battuto ieri a Palestro ed ha sostenuto la mia estrema destra.

"Vogliate, sig. Colonnello, far noti questi miei sentimenti ai vostri Zuavi".

L'Imperatore Napoleone, desideroso di mostrare la sua ammirazione pel cavalleresco alleato e di soddisfare il voto dei Zuavi, decise che il Re di Sardegna sarebbe pregato di volere accettare i cannoni. E così fu infatti.

Ma un altro regalo di non minor gradimento pel Re doveva venirgli dai bravi Zuavi.

L'indomani mattina, quando Vittorio Emanuele si recava a visitare i suoi valorosi camerati della vigilia, ed a consegnare al Colonnello Chabron il decreto col quale decorava colla medaglia d'oro la bandiera del suo reggimento, il più anziano dei Zuavi gli partecipava che il reggimento lo aveva acclamato suo Caporale e lo pregava di accettare. "Ben volentieri amici miei" rispose il Re commosso di quel segno di simpatia "d'ora innanzi io appartengo a voi".

Così Vittorio Emanuele fu nominato Caporale dei Zuavi, come altra volta Napoleone Bonaparte era inalzato allo stesso grado a Montenotte.

In seguito a questi avvenimenti il generalissimo austriaco, sicuro che ormai l'aspettava una grossa battaglia sul Ticino, aveva pensato a rafforzarsi, e s'era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese, dandole per obiettivo Turbigo.

Mentre avvenivano questi fatti, gli austriaci in grandi masse, comandati dall'Arciduca Carlo, dalle alture di Montebello dimostravano, coi loro movimenti del 19 maggio proseguiti il 20, essere loro intenzione di stringere in un cerchio di ferro e di fuoco la 1a divisione dell'esercito francese, comandata dal generale Forey, prima che fosse riunita ed in ordine di battaglia; bisognava ad ogni costo arrestare il movimento girante delle grandi masse nemiche.

Il generale Forey vi si preparò arditamente, ordinando al colonnello Cambriels di riunire quanti più uomini può della sua divisione in marcia, e con questo piccolo numero di valorosi, elettrizzati dall'ardente coraggio del generale e del loro colonnello, con audacia senza pari si slanciò contro il nemico tre volte superiore di numero, lo arrestò e gli tenne testa. Ma la lotta ineguale non può durare a lungo, molti dei bravi cadono colpiti a morte fra i quali il maggiore Lecretelle che combatteva da eroe alla testa del suo battaglione; bisognava difendere passo-passo il terreno per impedire al nemico di avanzare e dare tempo al resto della divisione di arrivare sulla linea del combattimento; ma il nemico con forze preponderanti pressa, si avanza, e la resistenza ulteriore diviene ormai impossibile; quando per grande fortuna in quel critico momento un reggimento di cavalleria piemontese (Monferrato) comandato dal valoroso generale De Sonnaz si slanciò vigorosamente all'attacco in soccorso dei fratelli d'armi di Francia e con ripetute cariche irresistibili, si gettò contro le masse austriache che ne furono sgominate e costrette a sbandarsi e a cedere terreno.

Intanto giunsero al generale Forey i desiderati rinforzi del resto della sua divisione.

Il combattimento si fece sempre più accanito da ogni parte; il generale Forey ordinò al brigadiere Beuret un supremo attacco alla baionetta; gli austriaci non resistendo all'urto sono obbligati a cedere terreno; si arrestano, però, al Cimitero di Montebello del quale fanno la loro estrema base di difesa. Bisognava sloggiare il nemico da quell'ultimo formidabile riparo; ancora uno sforzo: e, gridando ai suoi bravi soldati:

"—Allens, mes enfants, arrachons a l'ennemi son dernier abrì! Suivez votre generale".—Il valoroso Forey si slanciò alla testa dei suoi contro la posizione nemica. Il Cimitero fu investito con slancio furioso ed il terreno venne seminato di morti e feriti—primo a cadere mortalmente colpito fu il generale di brigata Beuret; ma niente arrestò la foga degli assalitori che, scavalcato il muro del Cimitero investirono il nemico colla punta della baionetta menandone strage.

Alle ore sei e mezzo il nemico era in rotta precipitosa verso Casteggio, inseguito alle reni per buon tratto di via. La vittoria di Montebello, nella quale la 1a divisione comandata dal prode generale Forey si copriva di gloria, inaugurava brillantemente la campagna che doveva procedere di vittoria in vittoria.

In questo combattimento anche le brave truppe piemontesi comandate dal valoroso De Sonnaz ebbero la loro parte di gloria.

Il 4 di giugno a Magenta e a Ponte Vecchio si decideva delle sorti di quella memoranda giornata.

Avanti e dentro Magenta il combattimento fu accanito oltre ogni credere. Gli austriaci vi avevano concentrate tutte le truppe del loro centro lasciando la sola brigata Rammindz in riserva. Le truppe degli alleati fecero sforzi i più eroici per sloggiarli; i loro soldati caddero sotto il fuoco violento dei ripetuti contrattacchi. Nel momento il più caldo e decisivo il generale d'artiglieria Auger ebbe un'ispirazione felice; seguendo il movimento dell'estrema destra riuscì a piantare, un dopo l'altro, 42 pezzi d'artiglieria sull'argine della ferrovia ed il loro fuoco a mitraglia fece orribili vuoti nelle file nemiche, e portò lo sgomento nelle brigate del 1o 2o 7o e 3o corpo che combattevano unite: i francesi e due battaglioni di bersaglieri italiani si slanciarono con impeto irresistibile contro il nemico che non resse all'urto tremendo, si ruppe e si dette alla fuga. Alle 8 di sera le truppe francesi entrarono a Magenta. Gli austriaci vi perdettero due bandiere, quattro cannoni e circa quindicimila uomini fra morti, feriti e prigionieri.

La vittoria di Magenta ebbe per immediata conseguenza non solo la sollevazione di Milano e di tutta la Lombardia, ma pur quella dei Ducati e delle legazioni pontificie.

Il giorno 8 di giugno, dopo un accanito combattimento di tre ore i francesi sloggiarono gli austriaci, comandati dal Principe di Sassonia ed occuparono Melegnano.

Il giorno 10 gli austriaci sgombrando Lodi batterono in piena ritirata sulla sinistra dell'Oglio.

Il giorno 16 occupate forti posizioni dietro il Chiese attesero di piè fermo gli alleati. Lonato e Castiglione furono i due punti salienti sui quali la linea spiegò la sua azione.

L'imperatore Napoleone e Vittorio Emanuele conosciuta la ritirata dei nemici nell'interno del quadrilatero ordinavano il passaggio del Chiese e l'occupazione delle ultime colline che tra questo fiume e il Mincio rannodano la grande catena delle Alpi alla pianura Lombarda.

Il giorno 23 al Maresciallo Mac-Mahon venne ordinato di fare ricognizioni generali tra il fronte dell'esercito e il Mincio.

Intanto all'imperatore Francesco Giuseppe giunsero grandi rinforzi: cambia, perciò, tattica e risolve di prendere l'offensiva. Divise le sue forze in due grossi corpi di armata, il 23 passava il Mincio sopra 11 ponti gettati fra Peschiera e Goito, spingendo avanti forti ricognizioni, onde conoscere al giusto le posizioni degli alleati.

Dalla situazione dei belligeranti è provato che gli austriaci portavano in campo nell'imminente battaglia 150 mila fanti, 13 mila cavalli e 688 pezzi di cannone, mentre gli alleati mettevano in linea 140 mila fanti, 15 mila cavalli e 522 pezzi d'artiglieria.

Il giorno 24 i due eserciti si pongono in marcia l'uno verso l'altro, senza sapere che andavano rispettivamente ad urtare il grosso del nemico.

Il Maresciallo Baraguay partito alle tre del mattino per la strada di montagna che va da Esenta su Solferino, trovava i posti di Fontana e le Grotte occupati dagli austriaci e impegnava un accanito combattimento.

Il Maresciallo Mac-Mahon, che si era messo in marcia alle due e mezzo antimeridiane per la gran strada che da Castiglione va a Mantova, a cinque chilometri dal primo villaggio, vedeva il 7o cacciatori a cavallo incontrare gli avamposti del nono corpo austriaco, che aveva occupato casa Merini.

Il Maresciallo fece prendere dai suoi immediatamente casa Merini e se ne servì di base per lo spiegamento delle sue forze.

Così avvenne di tutti gli altri corpi in marcia, i quali si urtarono contro il nemico pure in marcia.

L'imperatore Napoleone ai primi colpi di cannone era montato a cavallo e senza indugio diede gli ordini per la battaglia.

Per descrivere le vicende di quel sanguinoso e memorabile combattimento, il più glorioso che ebbe a sostenere la Francia dopo la battaglia di Marengo ci vorrebbe un volume.

A Solferino l'esercito francese si coprì di gloria.

L'armata Sarda secondo gli ordini ricevuti da Vittorio Emanuele doveva portarsi il 24 a Pozzolengo. Il quartiere generale ordinava alla 1a 3a e 5a divisione di esplorare il terreno con cura, mediante numerose ricognizioni. In conseguenza la brigata granatieri della 1a divisione, postasi in moto alle 4 del mattino, era preceduta da un battaglione di bersaglieri, uno di fanteria, uno squadrone di cavalleggeri d'Alessandria ed una sezione d'artiglieria; la 3a divisione aveva spinto quattro ricognizioni sulla strada che costeggia il Lago e la ferrovia; la 5a inviò il suo capo di Stato Maggiore Colonnello Cadorna con l'8o bersaglieri, un battaglione dell'11o, una sezione d'artiglieria ed uno squadrone cavalleggeri di Saluzzo per la strada Sugana nella direzione di Pozzolengo.

La ricognizione della 1a divisione che costituiva la destra dell'esercito Sardo, incontrati gli avamposti austriaci in Val di Quadri, attaccò il nemico, ma essendo questi in forze assai superiori dovette retrocedere fino verso Fenile Vecchio per ricongiungersi al grosso della divisione. Questa si slanciò sulla posizione austriaca e se ne impossessò; ma gli austriaci rinforzati gagliardamente tornarono alla carica e vi fu un momento in cui i granatieri Sardi furono per essere sopraffatti, ma l'arrivo della brigata Savoia li salvò. Sulle alture di Monte Polperi l'arrivo di nuovi rinforzi rende il combattimento ostinato, micidiale; nè Piemontesi nè austriaci, guadagnano terreno, ma infine gli austriaci sono obbligati alla ritirata, e La Marmora fa avanzare i suoi che occuparono Madonna della Scoperta; là vi ricevè il rinforzo della brigata Piemonte e si mette in marcia per Pozzolengo.

Il Colonnello Cadorna della 5a divisione avanzandosi per la strada Sugana incontra alle cascine di Ponticello gli avamposti del corpo di Benedeck; per rendersi conto della loro forza spiegò immediatamente le sue poche truppe, mandando ad avvisare il generale Mollard onde accelerasse la marcia. Gli austriaci, che erano in forze preponderanti, accettarono la sfida e, malgrado la resistenza eroica delle poche truppe che loro stanno di fronte, riescirono ad impadronirsi delle alture della Casetta e S. Martino occupandole solidamente. Alle 10 del mattino il generale Mollard vedendo sboccare la brigata Cuneo la spiegò in due linee fra la strada Sugana e Casa Nuova e procedè all'assalto. Il 7o e l'8o reggimento si slanciarono alla baionetta sostenuti dal fuoco di una batteria e da alcune cariche dei cavalleggeri di Monferrato, giungono due volte sul culmine dell'altura, ma non riescono a scacciarvi il nemico che la tiene solidamente e sono costretti alla fine di ritirarsi, protetti dalle batterie della sopraggiunta divisione Cucchiari; la brigata Acqui si portò anche essa in linea e tutte queste truppe si precipitarono sotto una pioggia di fuoco all'assalto di S. Martino e se ne rendono padroni; ma Benedeck lanciò le sue riserve intatte sul fronte e sul fianco dei Piemontesi; ed è allora che la 5a divisione mitragliata a pochi passi, contrattaccata vivamente, balena e non trovandosi sostenuta fu costretta a ripiegare e a retrocedere in buon ordine fino a mezza strada di Rivoltella. Il generale Mollard ridotto alle sole sue forze prende posizione alla Cascina di Retinella colla brigata Pinerolo in prima linea e vi si tiene.

Intanto il generale Fanti—riserva generale dell'armata Sarda—era stata inoltrata secondo gli ordini imperiali verso Solferino, ma alle 12 le altre tre divisioni strette seriamente da Benedeck con grandi forze, domandando rinforzi, il Re Vittorio Emanuele dava l'ordine di spedire la brigata Piemonte a Madonna dello Scoperto, ove La Marmora avrebbe preso il comando superiore, mentre la brigata Aosta, col quartier generale, si sarebbe rivolto a S. Martino.

All'arrivo della brigata Aosta, il generale Mollard, che era l'anima di tutti i movimenti offensivi, la formò su due linee colla sinistra alla ferrovia; la brigata Pinerolo si collocò alla sua diritta identicamente disposta, aggregandosi il 7o reggimento, mentre l'8o stava in riserva. Il punto di direzione di queste truppe è la Contracania, mentre sei compagnie con due pezzi di cannone si volgono sulla sinistra austriaca dietro le alture di S. Girolamo. Appena fosse giunta in linea la 5a divisione era dato ordine di cominciare l'attacco generale. Ma in quel punto scoppiò un forte uragano che obbligò la sospensione di qualunque operazione.

Fin dalle prime ore del mattino si combatteva con gran valore e con straordinario accanimento—erano le sette di sera e per quanti sforzi eroici si fossero fatti dai nostri non si era potuto sloggiare il nemico dalle alture di S. Martino, da dove opponeva indomita resistenza.—Molte erano state le perdite. Vi era rimasto ucciso il colonnello Rovetta e il Maggior Bosio del 6o reggimento: feriti il generale Cerale, il generale Arnaldi, il colonnello Vialardi del 5o, il Colonnello del 6o, i maggiori Polastri, Botteri e molti altri ufficiali.

Cessato l'uragano fu deciso di fare uno sforzo supremo con un assalto generale per strappare al nemico il possesso di posizioni con tanto accanimento disputate; il piano concepito stava per essere posto in esecuzione con quella simultaneità da cui solo potevasi sperare vittoria.

Il 14o era all'estrema destra, poi verso sinistra veniva il 7o, indi Aosta, poscia Casale, e un battaglione dell'8o, in ultima Acqui. L'8o battaglione bersaglieri col 14o, il 1o con Aosta, il 5o col 17o.

Cerale, che quantunque ferito non si ritirava dall'azione, domandava al generale Mollard aiuto di artiglieria e tosto venti pezzi erano condotti dal valente maggiore Revel e posti in buona posizione.

Appena le truppe si posero in movimento, un fracasso assordante delle artiglierie che battevano di fronte e di fianco, avvertiva il nemico che i nostri stavano per piombargli addosso. Centinaia di tamburi battevano la carica, le trombe dei bersaglieri la suonavano ai punti estremi ed al centro; un urrah generale scoppiava da un punto all'altro delle colonne convergenti che, a baionettaspianata, si slanciavano sulla posizione e ne toccavano la cima. I generali, gli ufficiali, tutti alla testa dei loro soldati, incuoravanli col grido "Avanti, avanti". Il nemico ne fu scosso, non sostenne l'urto tremendo, cominciò ad oscillare ed infine voltate le spalle si diede alla fuga; e allora l'Avogadro, comandante il 2o squadrone di cavalleria, collo assenso del colonnello Ricotti lo assalì con carica brillantissima, lo sbaragliò e lo pose in rotta disordinata verso Pozzolengo, lasciando nelle nostre mani numerosi prigionieri.

Il combattimento aveva durato dalle sette del mattino fino alle nove di sera: quattordici ore! fu uno dei più lunghi ed ostinati combattimenti che gli annali delle battaglie ricordino.

Trofei della vittoria furono cinque cannoni, non pochi prigionieri, fra cui parecchi ufficiali.

Così la sera del 24 giugno prendeva posto, tra le glorie dell'esercito, la battaglia di S. Martino.

La memorabile giornata del 24 fu chiamata di Solferino e S. Martino dal nome dei luoghi sui quali ne venne deciso l'esito.

Le truppe alleate hanno dovunque combattuto con grandissimo valore. I Piemontesi si diportarono in modo degno di grande lode, dacchè è certo che le loro 3 divisioni 1a 3a 5a hanno avuto a fronte 7 brigate austriache, quasi un terzo di forze superiori; e, quel che è peggio, situate in ottime posizioni difensive.

Bella la vittoria di S. Martino—tale da rendere immortali quanti vi presero parte.—Molti furono gli atti di supremo valore che meriterebbero di essere qui ricordati. Ma per farlo non basterebbe un intero volume. Merita di essere segnalato quello di un valoroso giovane tenente Besozzi Giuseppe, ufficiale d'ordinanza del colonnello comandante il 17o reggimento: questo bravo, quantunque ferito due volte gravemente, con ferrea volontà, con sforzo sovrumano volle continuare il suo servizio—e resistette per tutto il tempo che durò il combattimento; solo acconsentì a farsi medicare quando cambiata la linea del suo reggimento non trovossi più esposto al fuoco nemico.

Questo valoroso veniva decorato colla croce dell'ordine militare di Savoia e portato all'ordine del giorno dell'esercito.

Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, Napoleone III emetteva il seguente ordine del giorno:

Soldati!

"Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta cannoni e seimila prigionieri. L'esercito Sardo ha lottato con grande valore contro forze superiori. Esso è degno di marciare al vostro fianco. Soldati! tanto sangue versato non sarà inutile per la gloria della Francia e dell'Italia e per la felicità dei popoli".

Napoleone.

Mentre l'Urban, lasciata una forte retroguardia a Varese, contromarciava col grosso della sua divisione su Gallarate diretto al Ticino, Garibaldi ignaro di questa improvvisa ritirata, levato nel tempo stesso il suo campo da Induno, per Arcisate, Rodero, Casanova arrivava a Como fra il tripudio di quella cittadinanza che da quattro giorni paventava di rivedere ad ogni istante gli austriaci.

La vittoria delle armi alleate spalancava loro le porte di Milano, mentre gli austriaci erano obbligati a ritirarsi precipitosamente.

Quest'avvenimento fortunato ebbe per immediata conseguenza non solo la liberazione della Lombardia ma la sollevazione dei ducati, delle Legazioni e dell'Umbria.

Nel giorno 20 di giugno una forte colonna di soldati svizzeri al soldo del Papa, partiti da Roma assaliva Perugia che si era ribellata al governo papale. La patriottica città, quantunque la gran parte della gioventù fosse in Lombardia a combattere con Vittorio Emanuele e con Garibaldi, oppose una valorosissima resistenza, dapprima dall'alto delle mura, poi nelle contrade, combattendo corpo a corpo, cedendo il terreno alle forze soverchianti palmo a palmo, finchè, i bravi Perugini sopraffatti dovettero cedere. I vincitori, satelliti della tirannide vaticana, inferociti per la resistenza incontrata, si vendicarono mettendo a saccheggio la città, seminando strage, non rispettando neppure gli inermi e le donne; la strage di Perugia perpetrata da armati al soldo del Papa andrà alla storia come fatto esecrando.

Ventiquattro ore dopo la battaglia di Magenta l'intero esercito austriaco era in ritirata sull'Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo corpo dei cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.

Il 4 e 5 giugno Garibaldi li impiegò a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, e lanciare scorridori che si spinsero fin presso le porte di Milano.

Dal 5 al 6 s'imbarcava con tutta la sua brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como, alla volta di Lecco e nel giorno in cui l'esercito alleato varcava il Ticino, egli toccava la destra sponda dell'Adda. Non vi si fermò a lungo; chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripigliò la marcia per Caprino e Almeno.

Mentre Garibaldi era in via per Caprino e Almeno, accompagnati da una lettera di Cavour si presentarono al generale Garibaldi, Turr e Teleki, ambedue colonnelli nell'esercito della libera Ungheria, che nel 1849 combattè strenuamente contro l'Austria.

Il generale accolse i due valorosi magiari come fratelli e da quel giorno quei bravi seguirono Garibaldi con vera devozione.

Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei cacciatori delle Alpi con alla testa il suo generale passava il Brembo sul ponte S. Salvatore e per la strada occidentale del monte Luvrida riusciva a Voltezza, ed a passo di carica scendeva in Bergamo.

Vi arrivava però troppo tardi, chè il nemico, erasi precipitosamente ritirato. Garibaldi pensò immediatamente d'inseguire i fuggenti sulla strada di Crema, ma appena incominciata la marcia venne informato che un corpo d'austriaci stava per arrivare in ferrovia per portare rinforzo al presidio. Richiamò in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuì e rimpiattò i suoi cacciatori alla stazione e nei dintorni, in modo che il nemico non potesse scappargli; senonchè a pochi passi da Seriate uno spione avvisò la colonna viaggiante che i Garibaldini erano a Bergamo; il comandante austriaco fatto fermare il treno, fece smontare le truppe, e protetto da fiancheggiatori e da esploratori s'inoltrò con tutta cautela verso la città, ove sarebbe stato ben accolto; ma il Bronzetti inviato con due compagnie per la strada di Seriate lo incontrò, e, senza contare i nemici, li assalì con impetuoso ardimento, lo arrestò, lo sbaragliò costringendolo a riprendere in fretta la vaporiera.

In quel giorno i sovrani entravano nella capitale Lombarda; e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele. Le accoglienze fatte al comandante dei cacciatori delle Alpi furono degne del grande animo del Re, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi compagni.

Intanto il generale Urban fin dal giorno 7 si era accampato sull'Adda, nei dintorni di Vaprio e vi si era trincerato. Era questa una posizione forte; ma, dopo l'entrata di Garibaldi a Bergamo, la sua importanza era di molto diminuita perchè poteva essere minacciata di fronte e di fianco. Sarebbe bastato che il generale Cialdini, il quale formava l'avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l'Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella divisione nemica fosse inevitabilmente disfatta. Quali frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra!

La rotta di Vaprio avrebbe precipitato la ritirata dell'esercito austriaco più della rotta di Magenta; gli alleati avrebbero potuto marciare senza intoppi e con celerità, e, arrivando molto prima nella destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il concentramento nemico.

Per questo mancato accordo del generale Cialdini con Garibaldi, l'Urban potè restare impunemente tre giorni sull'Adda, e per altrettanti Garibaldi indugiarsi a Bergamo.

La mattina dell'11 giugno l'Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi, abbandonato Bergamo, si mise in marcia per Martinengo alla volta di Brescia; il 12 riprendeva il cammino per Palazzolo, da dove passava a Polasco, mentre l'Urban con la sua divisione si trovava a Pontoglio.

Chi nel giorno 13 giugno avesse potuto guardare a volo d'uccello sulla terra Lombarda vi avrebbe scorto: l'imperatore Napoleone colla sua guardia imperiale a Gorgonzola, il re Vittorio Emanuele a Vimercate in mossa per Palazzolo, la più avanzata sinistra degli scaglioni francesi a Treviglio sulla sinistra dell'Adda, il più avanzato scaglione piemontese a Romano sulla sinistra del Serio, lo scaglione austriaco più vicino, divisione Urban, a Pontoglio e Garibaldi marciare coi suoi cacciatori da Palazzolo a Brescia; marcia pericolosa perchè fatta su strada parallela a quella del nemico, quattro volte più forte, e minacciante sul fianco. Ma il generale destreggiandosi con grande avvedutezza, facendo uso delle poche guide, comparendo or quà or là su tutti i punti della linea nemica, spingendo a marcia forzata i cacciatori delle Alpi, affranti ma non domi, all'alba del 14 si trovava già alle porte di Brescia, la quale, incitata da infuocate parole dell'illustre patriota Giuseppe Zanardelli, non aveva atteso neghittosa l'arrivo del corpo liberatore, ma era già tutto pronto per dare a colui che li emancipava potente aiuto. Dopo l'entrata in Brescia accolto dalla popolazione delirante, Garibaldi cessava di godere di quella indipendenza che era il principale fattore dei suoi successi.

Mentre i cacciatori dello Alpi eransi fermati nella sera del 14 di giugno per pernottare a S. Eufemia a due chilometri circa da Brescia, il generale Garibaldi riceveva nella notte stessa un ordine dal quartier generale espresso in questi termini: "S. M. il Re desidera, che domattina ella porti la sua divisione su Lonato, dove sarà raggiunto dalla divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo".

Generale Della Rocca.

Ebbe anche l'ordine il generale di ristabilire il ponte del Bettoletto sul Chiese a monte del ponte di S. Marco.

Sul fare dell'alba del 15 Garibaldi lasciata una compagnia a S. Eufemia, e fatto perlustrare tutto intorno il paese si pose in marcia. Giunto a Rezzatto e non avendo notizia della divisione di cavalleria che doveva seguire, fermò la colonna e mandò al Re, a mezzo del tenente Trecchi, un rapporto scritto col quale informava che, quantunque avesse sul fianco destro la divisione Urban pure egli procedeva avanti per eseguire gli ordini ricevuti. Infatti pattuglie delle guide a cavallo avevano rapportato che avamposti nemici stavano sulla strada tra Rezzato-Castenedolo e Villa-Boffalora. Per non lasciarsi dietro al suo fianco destro truppe nemiche sì prossime, scaglionò i suoi sei battaglioni nel modo seguente. Due del 1o reggimento agli ordini di Cosenz, dietro le case Carbone in Tre Ponti; un battaglione del 2o con una squadra di carabinieri genovesi sotto il comando di Medici, in Bettola di Ciliverghe, dove la strada da Brescia a Lonato si biforca, l'una sul ponte di S. Marco, l'altra a sinistra sul ponte del Bettoletto; l'altro battaglione del 2o reggimento, e i due del 3o coll'artiglieria e con i rimanenti carabinieri genovesi Garibaldi stesso li condusse in persona al ponte del Bettoletto; al colonnello Turr addetto al suo Stato Maggiore il generale ordinava di occupare con due compagnie del 1o reggimento lo sbocco di Tre Ponti verso Castenedolo e nel tempo stesso riconoscere bene il nemico; a tutti Garibaldi raccomandava di difendere ad ogni costo la strada da Rezzato a Tre Ponti e Bettola di Ciliverghe aspettando l'arrivo della divisione di cavalleria piemontese; mandò il capitano Corte del suo Stato Maggiore ad avvisare Cialdini che era sul Mella, della sua mossa e si mise senz'altro per la via di Molinetto. Intanto il generale Rupprecht, che colla sua brigata formava l'avanguardia della divisione Urban dal Mella al Chiese, mandava ricognizioni sulla strada tra Rezzato, Tre Ponti e Bettola-Ciliverghe, mentre si portava col grosso a Castenedolo.

Per far fronte al nemico e rigettarlo come aveva ordinato il generale Garibaldi, Medici fece costrurre una barricata al biforcamento della strada Brescia-Bettola-Ciliverghe appoggiata alla Cascina Lana che occupò militarmente; pose tre compagnie nel Cimitero di Ciliverghe munendo i muri di feritoie. Cosenz dal suo canto fece occupare Osteria di Rezzato, casa Bassalini che sta a destra della strada bresciana a capo del sentiero di Tre Ponti, munendo i muri di feritoie, lasciando in riserva il primo battaglione. Così la difesa era ordinata col fronte a Castenedolo, la destra a Osteria di Rezzato, il Centro a Tre Ponti, la sinistra a Bettola-Ciliverghe.

Una ricognizione nemica si spinse stendendo la sua catena di cacciatori fin sotto il giardino di casa Bassalini; e fu presto respinta. Alle otto di mattina il nemico molto rinforzato si avanzò a destra e a sinistra del canale Lupo, con forti riserve nelle cascine Chizzola e Chidone fra Tre Ponti e la strada ferrata. Il colonnello Cosenz deliberò di opporre attacco ad attacco; il colonnello Turr si recava di persona a Rezzato e dava ordine al comandante della compagnia posta all'Osteria di mandare una parte dei suoi uomini per un sentiero traversale in forma di testa di colonna che accennasse a girare la sinistra della catena nemica.

Ciò fatto Turr raggiunse Cosenz il quale, spinte due compagnie da casa Bassalini a risoluto attacco di fronte, costringeva il nemico a ripiegare; e tanto fu l'ardore dei nostri da riuscire a sloggiare il nemico anche dalle due cascine Chizzola e Chidone, ed occupare l'argine della strada ferrata e il ponticello sul Lupo.

I nostri, rinforzati da una compagnia del Bronzetti e da altra del Lipari, non si arrestarono, assalirono il cascinone chiamato Fenile-Ospitale e, sebbene fortemente difeso, riuscirono a cacciarne il nemico e l'occuparono.

In questo frattempo il capitano Croce, che calla sua compagnia formava l'ala spinta più avanti della estrema nostra sinistra scoprì molte forze nemiche ammassarsi sulle alture di Castenedolo; avvisatone Cosenz, questi riconoscendo di non essere in numero da potere assalire la intera brigata Rupprecht, fece suonare l'alto e l'assemblea a sinistra per prepararsi a ricevere l'urto nemico. Ma il colonnello Turr riunite quel che potè di forze, e chiamando a sè la restante debole riserva, deliberò di assalire il nemico sul roccolo che prende nome da S. Giacomo e fece suonare la carica; udito questo segnale il Cosenz, per non produrre un movimento slegato nella sua linea fece esso pure suonare la carica. I nostri si avanzarono arditamente fin presso alla falda del poggio di Castenedolo; ma il nemico suonata a sua volta la carica su tutta la linea si rovesciò imponente di forze su quelle scarse dei cacciatori delle Alpi che, minacciati di aggiramento, dovettero ripiegare. Nel tempo stesso il colonnello Turr spinse arditamente alla carica i suoi, ma il fuoco micidiale dei nemici che coronavano il roccolo boscoso li arrestò sul ponte S. Giacomo; qui il Turr avanti a tutti comandava a voce sonora... "Passo di carica, avanti..." allorchè una palla gli trapassava il braccio sinistro poco sotto la scapola; non si arrestò per questo il bravo soldato ma seguitò a comandare e incoraggiare i militi allo assalto. Ma il nemico, numeroso assai, dalla forte posizione seminava la morte; a fianco di Turr, colpito da una palla alla gola cadeva il tenente Gradenigo; nel medesimo istante era colpito mortalmente il Bronzetti e, al sergente Gnocchi che lo sorreggeva, una palla gli traversava l'omero. Non era possibile più sostenersi e i nostri dovettero ripiegare.

Ma il Cosenz non si sconfortava; formata dalla prima compagnia e dai resti di altre che potè raccogliere una piccola colonna comandata dal tenente Martini, la spinse avanti per la via di mezzo, e sostenuta da un distaccamento guidato dal tenente Mancini per un sentiero di destra, e da altro simile affidato al tenente Logarbo che lo condusse a sinistra celato fra le boscaglie, riprendeva l'offensiva.

Giungeva in quel punto il generale Garibaldi coi bravi carabinieri genovesi e con altri valorosi; arrivavano pure in quel mentre tre compagnie del Medici, e dirette da Garibaldi stesso si spinsero ad un furioso attacco in aiuto del Cosenz; la lotta per alcun tempo fu accanita e micidiale, già il nemico balenava e cedeva terreno quando comparvero le prime avanguardie del Cialdini mandato in soccorso del Re; si poteva ben sperare di prendere fra due fuochi il nemico e distruggerlo, ma questo si affrettò a battere in ritirata lasciando i nostri padroni del campo di battaglia seminato di morti. Fu quella dei Tre Ponti una giornata ben calda; anche i garibaldini ebbero perdite gravi: centoventi feriti, fra i quali molti ufficiali e sott'ufficiali alla testa delle loro squadre; fra questi l'Elia del seguito del generale Garibaldi ed il Carbone dei carabinieri genovesi; più del quinto degli ufficiali che presero parte all'azione vi rimasero feriti. Grandi lodi meritarono prima d'altri il Cosenz, e il Turr, il capitano Bronzetti e il tenente Gradenigo, il maggiore Lipari i capitani Pesce e Rosaguti, i tenenti Mancini, Logarbo, Martini, Specchi, Pea, Ribolla, Spettini, ed i furieri Pedotti, Torre e Torchi, portati all'ordine del giorno e proposti per la medaglia al valore militare.

Il giorno 16 il generale Lamarmora si recava a trovar Garibaldi a Nuvolento—i due generali si stimavano a vicenda, e certo devono avere parlato sulle mosse ulteriori della guerra.

Il 17 Garibaldi mandava a Turr che era a Brescia a curarsi la ferita la seguente lettera:

Carissimo amico,

"Il sangue Magiaro si è versato per l'Italia, e la fratellanza che deve rannodare i due popoli nell'avvenire, è aumentata: quel sangue doveva essere il vostro, quello di un prode! Io sarò privo di un valoroso compagno d'armi per qualche tempo e d'un amico, ma spero rivedervi presto sano al mio lato, per ricondurre i nostri giovani soldati alla vittoria. Sarei fortunato in qualunque circostanza di potervi valere, e non avete che a comandarmi".

Vostro

G. Garibaldi

Alla sera di quel giorno la brigata con Garibaldi entrava in Gavardo fra le acclamazioni della popolazione. La mattina del 18 all'alba Bixio, come all'ordine avuto, occupava Salò.

La mattina del 20 la brigata col generale a capo si metteva in marcia. Un ordine del Comando generale portava che i cacciatori delle Alpi senza indugio si recassero ad occupare la Valtellina.

Il 26 la brigata bivaccava a Pontida e a sera arrivava a Lecco; così il generale si approssimava alla meta designatagli, la Valtellina, preceduto buon tratto avanti dal colonnello Medici. Lecco, costeggiando il lago, mena a Colico e, continuando nella Valtellina, va per lo Stelvio al Tirolo austriaco.

La Valtellina incomincia dalla foce dell'Adda nel lago di Como e si prolunga, incassata fra altissimi monti, le cui inaccessibili punte piramidali vanno a congiungersi colle altre pure altissime dello Stelvio.

Il basso fondo della valle è così stretto da non lasciare altro spazio che al corso rapidissimo dell'Adda e ad un'unica strada carreggiabile che la costeggia fino a piccola distanza da Bormio, ove volge a sinistra per salire allo Stelvio.

Bormio, ora poco popolato, fu un punto importante cinto di fortificazioni, avanzo delle quali sono le sue antichissime torri.

Da Bormio incomincia una strada tortuosa tagliata lungo il fianco del monte Cristallo; verso la sommità si trova la fortissima posizione della Cima di Sponda Lunga che gli austriaci tenevano chiusa con doppie palizzate e con parapetti, oltre a due fortini all'estremità, armati di più pezzi per battere di fianco e di fronte il sottoposto stradale, nei cui ponti e gallerie vi avevano praticato delle mine. Trincerati in tale inespugnabile posizione gli austriaci vi possedevano la chiave dell'unica comunicazione della Valtellina all'Alto Tirolo.

Il generale Cialdini avendo assunto l'incarico della difesa delle Valli limitrofe al Tirolo aveva concentrato il nerbo delle sue forze in Valcamonica e come principale punto lo stretto di Breno che mise tosto in stato di difesa.

A Garibaldi era dato l'incarico d'impedire la discesa in Lombardia di masse nemiche dal Tirolo. Importava prima di tutto impadronirsi delle gallerie soprastanti alla strada dello Stelvio, per frapporre un ostacolo inespugnabile alla minacciata invasione. Necessitava quindi conquistare la sommità dello Stelvio onde far nostro lo sbocco alla valle dell'Adige.

Questo compito era affidato al colonnello Medici, che precedeva la brigata comandata da Garibaldi, il quale aveva formato una colonna di ottocento combattenti con volontari che il maggiore Fanti, il capitano Bassini ed il tenente Bottini avevano arruolati ed armati alla meglio.

Il giorno 25 giugno Medici diede ordine al tenente Zambelli, comandante una compagnia di volontari Valtellinesi, di occupare il ponte del Diavolo come estremo avamposto, e la seconda linea di Prese-Mondadizza e Balladore, mentre faceva avanzare le altre truppe su Mazzo, Grosetto e Grosio, e si assicurava i fianchi con un distaccamento in Val Grosina, ed un altro alla sommità del Monte Mortirolo che comunica colla Val Camonica.

Il giorno 26 mentre Medici erasi recato ad ispezionare l'estremo avamposto, questo venne di sorpresa attaccato. I pochi ma valorosi Valtellinesi si ritiravano calmi e combattendo, ma arrestati dal Medici in una forte posizione a cavallo della strada, quel pugno d'uomini per oltre un'ora oppose valida resistenza, finchè raggiunto da altra compagnia di Valtellinesi comandati dal capitano Strambio gli austriaci furano costretti a ritirarsi.

Il colonnello Medici visto che la scelta del ponte del Diavolo per estrema linea di difesa era stata poco abile, si spinse ad occupare l'indomani S. Antonio di Morigone e fattevi erigere alcune opere di fortificazione si mise in grado di potersi vantaggiosamente sostenere fino allo arrivo di Garibaldi col grosso delle forze.

Frattanto il generale Garibaldi colla brigata sbarcava a Colico il 27 giugno e proseguiva fino a Tirano, dove seppe che il generale Cialdini dovendo ripiegare su Brescia, incaricava lui della difesa degli sbocchi dello Stelvio, Tonale e Caffaro con Rocca d'Anfo, in conseguenza di che il generale affidava al Medici, col secondo reggimento, con un battaglione del terzo comandato da Bixio, colla compagnia carabinieri genovesi comandata dal tenente Chiassi, con una sezione d'artiglieria ed un distaccamento del Genio, la difesa dell'Alta Valtellina, mentre Garibaldi scaglionava in dietro il resto dei cacciatori delle Alpi.

Il 1o luglio una deputazione di Bormio avvertiva Medici che quel municipio aveva ricevuto l'intimazione di provvedere una forte somma di denaro, viveri e bestiame agli austriaci.

Il 3 luglio il Medici si spingeva avanti per lo stradale e per le alture laterali. Giunto a Ceppina fece occupare a sinistra il monte Oga, ed a destra le alture di Piazza e Ratta che si stendono verso Bormio. Dopo di che fece avanzare due compagnie ad occupare il ponte di S. Lucia.

Il distaccamento austriaco che si trovava in Bormio per l'intimata requisizione, strepitava contro il Municipio che ritardava la consegna; ma intanto due compagnie agli ordini del maggiore Fanti si avanzavano su Bormio il che fece decidere gli austriaci a darsi a precipitosa fuga. A mezzogiorno Bormio era salva.

La mattina seguente Medici disponeva un attacco simultaneo da Bormio e da Ceppina; tosto che vide le due colonne in marcia, il nemico si ritirava dai Bagni Nuovi sui Bagni Vecchi, dando fuoco alle mine, per cui in un istante si vide cadere il magnifico ponte della galleria.

Il Medici diè ordine di occupare i Bagni Nuovi; s'impegnò una viva fucilata fra i due stabilimenti. Garibaldi giunto in quel momento, 3 luglio, si portò sul luogo del combattimento; la resistenza degli austriaci durava ostinatissima; ma sul fare della sera, presi di fianco da un distaccamento, asceso a sinistra fino a metà del monte delle Scale, e minacciati alle spalle da altro distaccamento disceso dalle Torri di Fraele, il nemico battè in ritirata dando fuoco alle mine delle altre gallerie, ma senza molto successo.

Al Medici importava scacciare il nemico al di là dello Stelvio. Con questo intendimento dava le seguenti disposizioni. Il maggiore Bixio colle forze di cui disponeva, più la compagnia del genio, doveva dalle alture di Piatta-Martina avanzarsi fin oltre a Val Vitelli per minacciare l'estrema sinistra nemica fortificata a Cima di Sponda Lunga, e così con un finto attacco distrarre l'attenzione del nemico dalla sua destra.

Il capitano Bosisio, doveva la mattina dell'8 impadronirsi delle vette del monte Pedenello con trecento uomini scelti del secondo reggimento; il tenente Croft con circa cento carabinieri doveva mostrarsi a tempo opportuno sull'altura che domina la quarta Cantoniera bersagliando il nemico alle spalle; il Bosisio doveva assalire con vigore dalla nostra sinistra il nemico, minacciargli la ritirata e rendere possibile un assalto di fronte; sulla strada dello Stelvio nelle gallerie, tra la prima e la seconda Cantoniera, era disposto un battaglione in colonna d'attacco agli ordini del maggiore Sacchi rinforzato da pochi pezzi d'artiglieria che a gran stento eransi potuti trascinar fin lassù.

Come alle istruzioni avute la mattina dell'8 Bixio riusciva ad occupare la posizione che minacciava la sinistra nemica; gli austriaci aprivano un fuoco vivissimo colle eccellenti loro carabine, alle quali solo i carabinieri potevano rispondere. Nonostante Bixio si mantenne nella posizione finchè non ebbe ordine di ritirarsi.

Il nemico prevedendo un attacco aveva chiesto ed ottenuto rinforzi, tanto che in quelle formidabili posizioni vi aveva concentrato settemila uomini delle migliori truppe oltre un numero di volontari tirolesi con eccellenti carabine; per questo fatto la sorpresa di sinistra non potè riuscire perchè il Bosisio trovava già solidamente occupate le alture di Pedenollo. Del resto quello dell'8 fu un combattimento inutile, perchè in quel giorno era stato segnato l'armistizio.

Difatti dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino l'imperatore Napoleone mandava all'imperatore d'Austria una proposta di armistizio. Il giorno 8 di luglio in seguito ad una conferenza dei commissari incaricati venivano regolate le condizioni dell'armistizio stesso.

Secondo questa convenzione la ripresa delle ostilità era fissata per il 16 di agosto.

Ma l'armistizio nel pensiero di Napoleone segnava il preludio della pace; e a tal fine mandava a chiedere un convegno all'imperatore d'Austria che lo accordava.

Il giorno 11 i due imperatori ebbero una conferenza a Villafranca, nella quale furono fissate le basi del trattato di pace, a concludere il quale fu incaricato il principe Girolamo Bonaparte.

Il 12 di luglio l'imperatore Napoleone mandava all'armata, dal suo quartier generale di Valeggio, il seguente proclama:

Soldats!

"Les bases de la paix sont arrétêes avec l'empereur d'Autriche, le but principal de la guerre est ateint, l'Italie va devenir pour la primière fois una nation.

"Une confederation de tous les Etats de l'Italie, sous la presidence honoraire du Saint-Pere, reunira en un faisceau les membres d'une même famille; la Venétia reste, il est vrai, sour le sceptre de l'Autriche: elle sera neanmois une province italienne faisant partie da la confederation.

"La réunion de la Lombardie au Piémont nous crée de ce cotè des Alpes un allié puissant qui nous devra son indipendance; les gouvernements restés en dehors du mouvement, on rappelés dans leur possessions, comprendront la necessité de réforms salutaires.

"Un amnistie générale fera disparaître les traces des discords civiles. L'Italie, desormais maitresse de ses destinées, n'aura plus qu'à s'en prendre á elle-même, si elle ne progresse pas réguliërment dans l'ordre e la libertè.

"Vous allez bientôt retourner en France, la patrie reconnaissant accuillera avec transport ses soldats qui ont porté si haut la gloire de nos armes á Montebello, á Palestro, á Turbigo, á Magenta, á Marignano, et Solferino, qui en deux mois, ont affranchi le Piémont e le Lombardie, et ne se sont arretés, que parce que la lutte allait prendre des proportions qui n'etaient plus en rapport avec les intéréts que la France avait dans cette guerre formidable.

"Soyez donc fiers de vos succés, fiers des résultats obtenus, fiers sourtout d'etre les enfents bien-aimés de cette France qui sera toujours la grande nation, tant q'elle aura un coeur pour comprendre les nobles causes et des hommes comme vous pour les défendre.

Napoleon"

Così mentre le vittorie di Solferino e di S. Martino ci dovevano schiudere i varchi all'Adige ed all'agognata conquista del Veneto, inattesa e dolorosa come una catastrofe giungeva la notizia della pace di Villafranca, che tale ormai poteva chiamarsi.

L'Italia, prima i garibaldini, accolse con vivo dolore la fatale notizia che troncava d'un colpo le più belle speranze. Ma pensandoci poi a sangue freddo, si dovette trovare che la pace fu una provvidenza. Se l'aiuto della Francia ci costò per la liberazione della Lombardia, Nizza e Savoia, che cosa altro ci avrebbe costato l'aiuto per la liberazione del Veneto? Di più avremmo veduto ingrandirsi il predominio della Francia imperiale, e forse effettuata l'idea Napoleonica della Confederazione Italica presieduta dal Papa!

Invece restava agli italiani soltanto il compito doveroso di completare l'unità della Patria, e questo dovere essi lo compirono con prudenza e con fermezza.

Un articolo del trattato di pace—quello nel quale veniva stabilito il non intervento—giovò all'unità della Patria, perchè permise alle diverse provincie sorte a libertà di proclamare coi loro plebisciti l'unione nazionale.

Verso la metà di agosto, la Toscana, la Romagna, Modena e Parma concludevano una lega, costituendo un governo dell'Italia centrale e prescegliendo come comandante supremo il generale Manfredo Fanti, e comandante in seconda il generale Giuseppe Garibaldi.

Nell'ottobre sparsasi la voce che le truppe al soldo del Papa si adunavano a Pesaro per marciare di qua della Cattolica, e che le Marche si preparavano ad una generale sollevazione, il Fanti disponeva che Garibaldi si recasse alla frontiera, per far fronte ad ogni attacco del nemico, batterlo ed inseguirlo oltre il confine, occupando le Marche.

Giunto il generale a Rimini vi stabiliva la sede del comando, volle fosse data esecuzione ad un suo disegno che avrebbe giovato all'occupazione delle Marche; quello cioè di armare alcune delle navi mercantili che si trovavano in quel porto-canale.

Furono scelte pel momento le due migliori, lo Scooner "Arimino" e "la Fenice" di proprietà del patriota Agostino Pericoli; del primo il generale diede il comando ad Andrea Rossi di Oneglia, del secondo ne fu nominato comandante Augusto Elia entrambi col grado di sotto-tenenti di Vascello dell'Italia centrale. Essi si misero all'opera senza ritardo per armare ed equipaggiare il naviglio facendo tesoro dei consigli che ad essi dava il loro amico colonnello Bixio. L'Elia intanto per ordine del generale e con l'intesa dei patrioti di Pergola, G. B. Jonni, Ginevri, Bertiboni e Bertuccioli per la via di S. Marino aveva fatto pervenire nell'Urbinate buon numero di fucili affine di promuovere un movimento insurrezionale che provocasse l'intervento di Garibaldi.

Tutto era pronto e non si attendeva che l'ordine di marciare.

Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori dei quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, Modena e Parma l'ordine ritardava. Il Ricasoli ed il Cipriani, temendo di complicare le cose nostre, decidevano di sconfessare le istruzioni date dal generale Fanti a Garibaldi; ma questi alla loro intimazione, sorretto dal patriottico ardire del Farini, rispondeva fieramente col noto telegramma—"Non ricevo ordini che dai governi riuniti".

Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo seguito anche quello fra il Fanti e Garibaldi; il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sè Garibaldi.

All'invito del Re, Garibaldi si recò subito a Torino e con lui si trattenne a lungo colloquio.—Che cosa il Re abbia raccomandato a Garibaldi non si seppe, ma si potè ben immaginare che erasi elaborato questo piano:

Se attaccato dai mercenari del Papa Garibaldi avrebbe dovuto sgominarli, inseguirli ed occupare le Marche; se le Marche fossero insorte, correre in loro soccorso. Tolto di mezzo il Fanti generale dell'esercito regio, cessava la compromessa del Piemonte; Garibaldi rappresentava la rivoluzione, e nulla si comprometteva da parte del governo, se lui fosse accorso in aiuto degli insorti. Infatti Garibaldi lavorava allo scopo di incitare le Marche alla sommossa, ma queste sventuratamente non davano segno di prepararsi ad un serio movimento insurrezionale—e non potevano neppur tentarlo; basti considerare che le Marche erano occupate da imponenti forze mercenarie al soldo del Papa, e che i migliori patrioti erano stati obbligati ad esiliare; come dovette fare il conte Michele Fazioli, gonfaloniere di Ancona, che si salvò miracolosamente colla fuga da condanna di morte per avere eccitato un tentativo di sommossa.

Il Farini era d'accordo col Fanti, e, come Garibaldi, credeva alla rivoluzione nelle Marche ma voleva la mossa rivoluzionaria. Il Cipriani, reputato fautore di un movimento politico nell'Italia Centrale inteso a favorire il Principe Napoleone, chiamato davanti all'assemblea delle Romagne a dare ragione dei fatti che gli si addebitavano, si dimise; così che L. C. Farini fu chiamato al governo anche di Bologna, Ravenna e Forlì, formando lo Stato unico delle provincie dell'Emilia; la lega dell'Italia Centrale veniva così ricomposta in due Stati: Emilia e Toscana.

Garibaldi intanto persuaso da agenti e da amici che la rivoluzione era imminente, aveva fatto i preparativi per l'occupazione; e mentre al governo della Lega risultava che l'insurrezione era assolutamente priva di base, e solo fissa nella mente di pochissimi esaltati, Garibaldi mandava un telegramma al governo annunziante che la rivoluzione era scoppiata, e che egli stimava suo dovere di accorrere senza altro, come aveva preso impegno, in favore di quei patrioti.

L'animo del Farini, amante delle audaci risoluzioni e devoto a Garibaldi, avrebbe desiderato che l'asserzione della scoppiata rivoluzione fosse vera; ma le informazioni che aveva autentiche la smentivano assolutamente; ed obbligato a ricordarsi che egli era il dittatore dell'Emilia, e che era suo dovere di agire d'accordo col Ricasoli dittatore in Toscana, che ben sapeva che le Marche non erano nella possibilità d'insorgere, dava ordine al generale Fanti di richiamare Garibaldi al dovere, invitandolo a recarsi a Bologna.

Garibaldi ubbidì alla chiamata; gli si fece presente quali pericoli sarebbero derivati alla patria se egli si fosse spinto nelle Marche che non davano segno di sommossa e si cercò di strappargli la promessa che sul momento avrebbe rinunziato all'impresa.

Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la certezza che le popolazioni marchigiane qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il suo intervento.

Allora si fece di nuovo ricorso al Re Vittorio Emanuele, ed il 14 novembre Garibaldi era di nuovo chiamato a Torino.

Il 17 mattino il generale si abboccava col Re, e la sera stessa i giornali davano la notizia che Garibaldi aveva rassegnato le sue dimissioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava l'annunzio agli italiani col suo celebre manifesto da Genova, portante la data del 19 novembre 1859.

Eccolo:

"Agli Italiani:

"Trovando, con arti subdole e continue, vincolata quella libertà d'azione che è inerente al mio grado nell'Armata dell'Italia Centrale, onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon italiano, mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un'altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della Patria, io ritroverò un'arma qualunque ed un posto avanti ai miei prodi commilitoni.

"La miserabile volpina politica, che turba il maestoso andamento delle cose italiane, deve persuaderci più che mai, che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale soldato dell'Indipendenza Nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti tuffarci nelle antiche sciagure.

G. Garibaldi"

Dopo ciò il generale volle annunciare al Re la sua determinazione con questo affettuoso e riverente biglietto:

23 novembre 1859.

Sire,

"Secondo il desiderio della Maestà Vostra, io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole servizio.

"La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non è ottenuta ancora. Prego Vostra Maestà si degni ordinare venga ammessa.

"Con affettuoso rispetto di Vostra Maestà

"Devmo

"G. Garibaldi"

Ed il prode, insieme ai suoi vecchi amici che vollero dimettersi con lui, Schiaffino, Basso, Froscianti, Elia, Gusmaroli, Stagnetti, Rossi ed il figlio del generale Menotti si ritirarono a Caprera e colà vissero in famiglia, amandosi come fratelli e passando le giornate a fare lavori di muratura per condurre a termine la casa di Garibaldi, a dissodare quella parte di terra dell'isola che si prestava alla coltivazione, a cacciare e pescare per provvedere al loro nutrimento.

Garibaldi era da poco a Caprera quando ricevette una lettera dal colonnello Turr con la quale gli proponeva in nome del Ministro Rattazzi di organizzare la mobilizzazione della guardia nazionale, includendovi i volontari.

Garibaldi rispondeva al Turr dando la sua piena adesione, e il Turr si recava da S. M. il Re con la lettera ricevuta, e dopo di avere conferito col Ministro Rattazzi scriveva al generale di recarsi a Torino.

Garibaldi non indugiò e arrivato a Torino prendeva alloggio all'Hôtel Trombetta.

Il 1o di gennaio i patrioti di Torino Sineo, Bottero, Brofferio, Leardi, Turr ed altri, vollero dare un banchetto al generale e mentre questi siedeva a mensa cogli amici, una immensa folla lo acclama dalla piazza.

Garibaldi dovette affacciarsi e parlare al popolo: disse essere pieno di speranze nell'avvenire della patria; avere fiducia intera nel Re galantuomo e molto confidare nel forte carattere del popolo subalpino; concludendo che egli non avrebbe deposta la spada finchè l'Italia non fosse interamente unita e libera.

Ma la dimostrazione del 2 gennaio organizzata dagli studenti universitari fu anche più imponente. Garibaldi fu costretto a parlare dal balcone dell'Albergo: disse di andare superbo di quella dimostrazione che lo assicurava dello amore della gioventù per l'Italia, pronta a liberarla dal fango nel quale le potenze straniere volevano cacciarla; concludendo così: "Ho chiesto un milione di fucili—ed oggi vi dico che bisogna formare la Nazione armata per essere padroni dei destini della patria nostra".

Questo discorso elettrizzò la gioventù ma ebbe un grave contraccolpo; poichè il giorno appresso tutto il corpo diplomatico protestava presso S. M. il Re contro le parole pronunziate da Garibaldi; e il Ministro fu obbligato a dare le dimissioni, e il generale Garibaldi fece pubblicare dalla Gazzetta del Popolo la seguente sua lettera:

Agli Italiani,

"Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la presidenza d'una società che si sarebbe chiamata "La Nazione Armata".

"Credetti potere essere utile; mi piacque la grandezza del concetto ed accettai.

"Ma siccome la Nazione Italiana armata è tal fatto che spaventa quanto c'è di sleale e prepotente tanto dentro che fuori d'Italia, la folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato; Anatema!

"Il governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti, e per non comprometterlo mi sono deciso di desistere dall'onorevole e grande proposito.

"Di unanime accordo con tutti i soci—dichiaro dunque sciolta la società della Nazione armata—ed invito ogni italiano che ami la patria a concorrere alla sottoscrizione per l'acquisto di un milione di fucili.

"Se con un milione di fucili l'Italia in cospetto dello straniero non fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell'umanità!

"L'Italia si armi e sarà libera"!

Torino 4 gennaio 1860.

G. Garibaldi

Il Conte Benso di Cavour veniva incaricato di formare il nuovo Ministero.

Il 17 gennaio 1860 il colonnello Turr riceveva dal generale Garibaldi la lettera seguente:

Fino 17 del 1860.

Mio caro colonnello Turr

"Vogliate avere la compiacenza di chiedere a S. M. se è deciso di cedere Nizza alla Francia. Questa domanda mi viene fatta molto caldamente dai miei concittadini.

Rispondetemi subito per telegrafo. Sì! o no!

G. Garibaldi"

Il colonnello Turr ossequiente al desiderio del generale si recava da S. M. e gli consegnava la stessa sua lettera: ed Egli dopo averla letta disse al Turr:—umh, hum, sì o no—è un po' spiccio, umh! Ebbene sì—ma non telegrafategli—Andate a trovare Garibaldi e ditegli:—"Pare il destino domandi da noi due il più grande sacrificio che uomo possa fare. E se a lui rode il cuore per la sua Nizza deve immaginare il dolore mio per la Savoia, culla della mia famiglia! Ma per fare l'Italia noi due dobbiamo fare questo grande sacrificio.

"Andate a fare questa mia commissione a Garibaldi e ditegli che conto su di lui, come egli può contare su di me per il bene d'Italia".

Il colonnello Turr portò la parola del Re a Garibaldi che si trovava a Fino e che subito si ritirava a Caprera.

Ma non doveva trattenervi a lungo e venne il momento in cui Garibaldi dovette decidersi di passare sul Continente, e s'imbarcò coi suoi fidi compagni.

Arrivato a Genova dopo breve sosta in casa del suo amico Coltelletti, il generale si recava ad alloggiare a Quarto nella Villa Spinola presso il suo vecchio amico e compagno del 1849, Augusto Vecchi.

Gli altri prendevano stanza nella locanda di Raschiani al porto.

Fine del Primo Volume

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