CAPITOLO VIII.
Reading edition
Sollevazione di Bologna.
Il giorno 8 agosto fin dal mattino, v'erano state provocazioni fra le truppe austriache ed i cittadini. Tra il pro-legato Bianchetti e il generale Velden, era stato convenuto che le truppe austriache non sarebbero stanziate colle armi in città, riservandosi la sola guardia delle Porte di San Felice, Galliera e Maggiore.
Alla Guardia Civica era affidato il servizio della città, e l'onorevole posto della Gran Guardia al Pubblico Palazzo.
Tali patti non vennero mantenuti, e soldati armati erano entrati in città, sfidando e provocando i cittadini; ne seguirono delle risse con ferimento di un ufficiale e di alcuni croati, quindi scorrerie in città di truppe a piede ed a cavallo, entrate da Porta San Felice, ed un corpo di cavalleria alle 9 del mattino, entrato da Porta Maggiore, recavasi ad occupare la piazza.
Fu un fremito generale per la città e gli atti minacciosi degli austriaci non si vollero tollerare. Datone il segno, tutte le campane della città suonarono a stormo, i tamburi della guardia civica batterono a raccolta; gli armati volarono alla difesa; gli inermi, non atterriti dalle minaccie nemiche, si diedero ad erigere barricate.
Gli austriaci senz'altro cominciarono l'attacco lungo la linea che da Porta San Felice stendesi a quella Galliera, punto formidabilmente battuto.
Da porta Galliera la mitraglia contro la strada diretta recava danni gravissimi; cannoni, dalla Montagnola e da piazza d'armi, fulminano contro le case e gli sbocchi delle vie.
Le racchette, i razzi, le bombe piovendo nella città, recavano gravi guasti agli edifizi, ed appiccavano incendi, che i bravi pompieri a stento riuscivano con ammirevole coraggio a domare.
Ma il popolo non si atterrisce, anzi cresce il suo sdegno di fronte a tali barbarie e armatosi di fucili o con qualsiasi altro mezzo offensivo che può trovare incomincia una disperata difesa. Si combatteva da due ore virilmente da parte dei cittadini; quando la guardia civica con due cannoni si piantò alla Montagnola menando strage dei nemici, che sfiduciati e vinti si danno alla fuga, lasciando prigionieri ufficiali e soldati. Per fortuna loro il popolo, senza alcuna direzione, non pensò di approfittare della fuga, nè d'impadronirsi dei cannoni che poterono portar seco.
Fu universale il grido di gioia da parte dei cittadini quando, usciti i nemici, si videro padroni di Porta Galliera.
Ma la gioia della vittoria non fece dimenticare i pericoli ai quali la città era esposta. Fu ordinato un servizio di sorveglianza e di difesa lungo tutte le mura, e fu salutare consiglio.
Un corpo di cavalleria muovendo da S. Felice si dirigeva lungo gli spalti esterni verso Porta S. Mamolo, minacciando d'impadronirsi degli sbocchi e dei Colli che da quel lato sovrastano e dominano la città; una mano di bravi giovani, appostata in un interno riparo, lasciarono venirsi sotto i cavalieri nemici e con una scarica generale ne ferirono diversi e misero in fuga gli altri.
I bolognesi non si addormentarono sulla vittoria; essi si prepararono alla difesa per potere accogliere come si conveniva il nemico.
Si creò un comitato di pubblica salute, il quale subito si mise all'opera pubblicando il seguente manifesto:
Fratelli delle Romagne e d'Italia!
"Dopo di avere occupato tre porte principali della città ed i suburbi, l'insolente austriaco credeva di potere gettare il fango a piene mani su un popolo italiano; il castigo fu pronto. L'amor della patria e l'onore d'Italia fa gagliardamente palpitare il cuore del nostro popolo quanto ogni altro generoso; in breve, dopo ostinata pugna, gli austriaci furono cacciati dai posti che avevano proditoriamente occupati e dalla Montagnola, ove avevano fatto il loro inespugnabile baluardo, che credevano di tener saldo coi cannoni bombardando la città. Un popolo quasi inerme fece mordere la polvere a molti di quei tristi, e ne incatenò molti altri.
"Dopo la prima vittoria la causa non è vinta; accorrete in armi tutti, generosi fratelli a dividere la gloria come divideste per tanto tempo i dolori.
Bologna, 9 agosto 1848. Bianchetti, Pro-delegato—Pepoli Gioacchino-Napoleone—Biancoli Oreste—Berti Lodovico—Gherardi Silvestre—Dottore Frezzolini—Rusconi Federico".
Ma il destino era segnato, l'Italia doveva ancora soffrire il servaggio dello straniero, causa non ultima le nostre discordie.