PARTE PRIMA. (1863-69.)
Reading edition
Brevi vivens tempore.
PARTENZA.
Tu parti, ed io vorrei Essere un'aura lieve Ed alïarti intorno. Quanti profumi ha il rinascente giorno A te, dolce fanciulla, io recherei; Quanti tepori ha il maggio De la materna sponda Ti recherei su l'onda A far più mite il verno al tuo vïaggio. Allor che attinto il disïato lare, Ti ridurrai ne la gelosa stanza A rïandar le care Tue gioie di fanciulla E la dorata culla E gli amplessi materni e la speranza Che fida il cor t'inonda, Rondine vagabonda Io diventar vorrei, E sotto a la tua gronda Il nido appenderei. Quando ne le tacenti Rigide notti un timoroso affetto, Come a trepida lampa aura che fugge, Ad agitar ti vien l'anima in petto, E tutta päurosa Ne le custodi coltrici ti stringi, E al vigile pensier schermo non trovi, Io sonno esser vorrei: Come farfalla in giglio Io l'ala poserei Sovra il tuo roseo ciglio. Auretta vagabonda, Potrei baciarti almen la chioma bionda; Rondine, al primo albore Sul tuo balcon pispiglierei d'amore; Sonno, te almen potrei Stringer co' lacci miei.
A TE SOLA.
Te, se fra gli splendori Del circo e il molle plauso Degli armonici cori Volgi, o fra le vertigini De l'incitata danza E le dolci vigilie E il tepor de le feste e l'esultanza. Te fra l'elette e belle, Che i tuoi fianchi incoronano Gareggianti donzelle, Come sugli astri il tremulo Espro o su' fior la rosa, Te di tutte vaghissima Lieta la mia saluta arpa amorosa. Ed esaltar vorrìa Il lieve fronte e il mobile Guardo e la melodia D'ogni movenza e l'ebano De le flüenti anella E il sorriso ineffabile E la mestizia che ti fa più bella. Ma dentro al cor s'intrica La nota, e a l'alma estatica Non corrisponde amica; Chè fra' procaci e indocili Labbri e l'insano ardore Dei guardi altrui le armoniche Fila son mute, e sta confuso amore. Ma se a l'ostel fiorito Riedi e al natio silenzio Del tuo balcon romito, Come da pinto calice Volano olezzi a mille, Varie da l'alma scoppiano Irrequïete armoniche faville. E tu allor mi consenti Un tuo sorriso a' timidi Del cor veleggiamenti; Dammi un tuo guardo, un'aura De l'amor tuo mi dona, Dammi un sol raggio etereo, Dammi un sol fiore de la tua corona. Ch'io men vo' fare un serto. Io men vo' fare un'òasi Che allieti il mio deserto; Men vo' tesser lievissimo D'auree fantasme un velo, E un avvenire e un gaudio E un altro mondo che si perda in cielo.
IL MANDORLO.
E tu mettesti i fiori, mandorlo precoce, E tutta intorno la campagna odori. Qual giovinetto che ascolti la voce Di fanciulla che l'ami, Così, fido a' richiami De l'amica stagion che s'avvicina, Tu di candidi fior vesti i tuoi rami. Sott'esso a la pruìna Lenta, vedova ancor geme la valle, Nè sorride, per quanto occhio si stende Sotto al raggio del sol, fronda nè fiore. Tu sol, tu primo il calle De le deserte mie montagne allieti; Come a core dolente, A cui sorrida breve tratto amore, Così per lo squallore Dei circostanti campi, Al profumo innocente Che tu commetti a l'aura disïosa. Una dolcezza ascosa Del passegger ne l'anima discende. Quand'io movo pensoso Sotto il peso dei miei lunghi dolori A ricercar nei fiori Questa mia giovinezza che mi fugge, E l'anima si strugge A ripensar le inquiete e senza arrivo Agonie de la mia bruna giornata, E la mente affannata Nel sereno del ciel cerca riposo E nel sorriso di natura Iddio, Se la mite fragranza ed il festivo Biancheggiar di tue cime a te mi volge, O mandorlo innocente, Solitario e piangente Al tuo piede m'assido, E a quella solitudine fedele, Ov'è Dio che m'ascolta, il pianto affido. Ah! tu i fiori rimetti, O mandorlo precoce, E primavera affretti! Io come te solea, Impazïente de la tarda bruma Accender l'amoroso estro veloce, E i canti precorrea Degli augelli felici, e di speranza Vestivo il core giovinetto e il fronte, Pria che di fiori si vestisse il monte. Or mi ritorna invano Primavera, e su me vano s'accende Questo sole d'amore e questo cielo; Chè derelitto a stento Porto di questo ingombro egro il fardello, Cui nullo in terra a sostener m'ajuta, E desolato il lento Fianco trascino e di soffrir son stanco. Deh! chi l'ardor mi rende Dei miei vent'anni e la speranza e i sogni? Dio mio, Dio mio, più mai Dunque per me non tornerà l'aprile? Dunque di questa giovinezza al fiore Più rugiade dal ciel non manderai, Nè più bella e gioconda Verrà salute a rifiorirmi il core? Dio mio, tu che ridoni La fronda ai campi ed agli uccelli il canto, A questo inverno mio Altro conforto non darai che il pianto? Ahi! se così pur sempre Contar dovrò ne l'amarezza i giorni, Donami almen, mio Dio, Virtù, che su quest'onda Tempestosa che io corro, Mai la tua luce al guardo mio s'asconda!
A MARIA (Nel mandarle alcuni versi.)
Se ancor ti suona cara La rimembranza de l'età fuggita, Se ancor dolce ti suona il nome mio, O fanciulla romita, Un pensieroso fior pongo su l'ara Di quella illusïon prima che fugge: Me lo porgeva Iddio! E tu solinga e muta, Ne l'ora del crepuscolo fuggente, Deh! vi posa lo sguardo e pensa e prega. Pensierosa fanciulla, La mia vita è deserta, e i sogni miei Spariscono nel nulla! Nè v'è pallido fiore, Che m'odori la via, Dove come fantasima trapasso Con le memorie e con la croce mia, Nè su l'aride arene un'orma lasso. Tu pensa e prega! Più tu non udrai Del vespro ne la muta ora pensosa, O de la luna a' rai, Lontano per l'azzurro aere, gemente La mia nota solinga, ultimo e solo Conforto di mia vita! O fanciulla romita, Tu pensa e prega; quel conforto ancora M'è tolto, e su l'aurora! Tu pensa e prega! Oh! se ne' lievi aprili De la tua vita il pallido ricordo Di quell'ora innocente, Con cui tutte vanîr le mie speranze, Qual solitario fiore Al cor ti manderà le sue fragranze, O fanciulla pensosa, Non negarmi, sollievo ultimo a' mesti, Non negarmi, il tuo pianto! Chè se de' miei sospiri Uno avrà l'ala da levarsi a Dio, Io pregherò che di perpetue aurore Ridan le plaghe che il tuo cor vïaggia, Io pregherò che un'iri Di speranze incoroni il tuo sentiero, Io pregherò che d'ogni stilla amara Che versa il ciglio mio, Spunti una rosa che t'adombri il vero!
A GENTILE OPERAIA.
Al sottil refe intenta, Passi, ingegnosa giovinetta, i giorni De la tua nova vita, Nè april coi fior t'invita, Nè il brumoso dicembre ti sgomenta; Pari ad industre formichetta, a cui Da l'ardente stagion non vien paura, E provvida e contenta De l'avvenir si cura. Assisa al limitare Del polito tugurio, a cui giammai Non volse aurea fortuna i passi infidi, Canti, lavori e ridi, E tua bellezza e il mondo e altrui non sai. Io, quando al tuo pudico Sguardo, lo sguardo mio pensoso intendo, A te mi volgo e dico: Tienti, fanciulla, i giorni Di tua contenta poverezza onesta, Tienti l'ago veloce e il fil sottile, Tienti il povero sajo e la modesta Casa, ov'han pace ed innocenza albergo! Chè ben provvide il ciel, s'altro tesoro, Fuor che di gemme e d'oro, Non diede a cui felici il volgo appella, E la soave e bella Serenità del cor diede al lavoro. A me, più che le folte D'eletta gioventù sale festanti, Ove sacre al piacere ardon le danze, Cara è la pace del tuo tetto umìle; Più che tazze spumanti Di splendidi banchetti M'è dolce il pan che su povero desco Divide in sulla sera Il pio lavoratore ai figlioletti; Più che beltade altera Di cocchi aurati e d'opulente vesti, M'è sacra al cor l'intera Laborïosa tua vita gentile; Più che gemma orgogliosa Amo l'ingenua rosa. Al par di te son'io Operaio, o fanciulla; a me le fila De l'inconcussa cetra, Come a te l'ago e il fil, permise Iddio. Sovr'essa io l'ingegnosa Tela distendo degli affetti miei, E il sottile dei carmi arduo lavoro A le sue corde affido. Ma come l'onda che si rompe al lido, S'agita nel mio cor l'anima inquieta, Chè di serena e lieta Tranquillità non diemmi il ciel tesoro, E fo molle di pianto il mio lavoro. O gentile operaia, a te di lunghe Albe si vesta il cielo, E a lunga giovinezza Iddio ti serbi! Negl'ignorati, acerbi Casi, onde afflitta è ognor la vita mia, Te chiamerò soventi Ad allegrar miei solitari giorni; Nè di pallido volto o di languenti Occhi, o di piè leggero A' vorticosi balli Te loderò, ma d'almo e di sincero Volto e di core allegro, D'umile stato e di solerzia onesta, Onde la madre e il genitor cadenti Paga di tue modeste opre sostenti.
ADDIO.
Addio, placidi campi, Asil nel mio dolore; Dove che il passo io stampi, La vostra cara immagine Mi porterò nel core. A l'aere suo ridente Torna co 'l maggio il pellegrino uccel; Ritorno anch'io, benchè solo e dolente, Al dolce riso del mio patrio ciel. Addio, bruna e secreta Valle ove il sol si perde, Ove tranquilla e cheta Spiccia dal masso, e mormora L'onda fra 'l tuo bel verde; A l'ombra tua serena Stanco s'asside il povero pastor, E al noto suon de la silvestre avena Pasce la greggia, e posa il cacciator. Valli ridenti e clivi, Floridi colli, addio, Ove d'argentei ulivi File ondeggianti al zefiro Ombreggiano il pendio; Io vi saluto, o care Piagge, confine del fiorito pian; Crespo da l'aure vi careggia il mare, Il mar natio che ò sospirato invan. Da le selvose vette, Dal piano e da le valli Venite, o forosette, La provvida vendemmia A festeggiar co' balli; Danziam, colmiamo i nappi, Orniam le chiome d'ellera e di fior; Al dolce odor degli spremuti grappi Men triste il vostro addio suoni al mio cor. Addio; qual foglia al vento, Come alcïon su lago, Va l'infedel contento, E dietro a lui dileguasi Ogni più cara immago. Addio; l'ape smarrita Cerca tra' fiori il timo e il gelsomin; Io fra voi cerco la gentil mia Ghita, Ghita, che bruni ha gli occhi e nero il crin. Ah! qui non è! Dai cheti Colmi di sua casetta Fuggiro i giorni lieti, Qual lieto stuol di tortori Da la montana vetta. Su la finestra bruna Venne a posarsi, ingrato ospite, il duol; Siede al suo capezzal la ria Fortuna E giace a canto a lei sotto a un lenzuol. O poveretta, or dove, Ditelo, or dove è ita? Corre co 'l verno altrove, E va piangendo a l'aure La rondine romita. Forse ella pur solinga Cerca sott'altro ciel pane ed asil, Forse in cerca di fiori ella raminga, Ma più per lei non fiorirà l'april. O nugoletta bianca, Che vai pe 'l ciel turchino, Se mai soletta e stanca L'incontrerai fra' triboli Del suo lungo cammino, O nugoletta lieve, Sovra il capo di lei rattieni il vol; Chè quella fronte candida qual neve Non tocchi e offenda nel meriggio il sol. O tiepide e leggiere Aure di fior nutrici, Se a quelle trecce nere Non val recar le splendide Corone dei felici, Deh! le recate almeno Un semprevivo che non può morir, Le susurrate, aure pietose, in seno La speranza del cielo e il mio sospir.
UNICA MEA!
Sovra un bocciòl di rosa Vidi un'aurea farfalla in su 'l mattino Posar l'ala amorosa, Libando i primi e più soavi odori; Poi su mill'altri fiori Del tacito giardino Alïando cogliea La dolce stilla iblea. Farfalla, le diss'io, Su cento fiori al dì tu posi il volo, Ma su la terra è solo Il fior de l'amor mio! Una raminga stella Apparir vidi al pallido occidente, E tremolante e bella Spargea di raggi nostra ombra terrena; Poi, come pria serena, Volgea tacitamente A illuminar lontane Sfere, al nostr'occhio arcane. O stella, le diss'io, Tu splendi in mille sfere, e volgi al polo, Ma splende per me solo La stella del cor mio! Per la campagna aprica Vidi un colombo candido e pietoso Con la sua dolce amica Gioir la più ridente ora del giorno. A lor fec'io ritorno Co 'l verno tempestoso, E morti in un amplesso Eran nel nido istesso. Colombo, io dissi allora, Una è come la tua chi m'innamora, E come te vogl'io Morir con l'amor mio!
A FANCIULLA INFERMA.
Sotto a la bianca coltrice Del tuo polito letticiuol ti vidi, sofferente giovinetta, e quanta Pietà mi vinse da quell'ora il petto Del tuo stato infelice, Mortal labbro non dice. Era il tramonto E pe 'l cheto villaggio Incoronato del novello aprile, Spargean l'imbalsamata aura gli aranci. Cinte di fior la testa Reddian le allegre villanelle a schiere Da la vicina festa, Ricordando il furtivo Guardo d'amore e il tenero saluto E lo splendor de' ceri e degli arredi De la parata pieve E il patetico accento Del pio predicatore. In abito festivo Torna anch'esso l'assiduo zappatore, A cui non lieve ingombro è per la via L'insolito calzare; Su la tarda asinella Sen va cheto e satollo il buon pievano, Mentre scalzo ed ansante Da presso il siegue il suo fedel garzone, Con la verga pungente e con la voce L'asin sollecitando al suo padrone. In quell'ora di festa al tuo romito Casolare venn'io: dolce ai soffrenti Dei soffrenti è il ritrovo. Al limitare Corsemi incontro il povero mastino Adulandomi intorno E ai piedi miei sdraiandosi supino. Deserto era il cortile, E su l'incolta ajuola, Già dolce cura di tua man gentile, Morian le frondi e i fiori; Solo su l'infrequente uscio, ondeggiando Al dolcissimo orezzo vespertino, Qualche pallido fior piovea da' rami Il lento gelsomino. Pensosa e taciturna Al tuo vegliato capezzal sedea L'addolorata madre, Spesso volgendo il ciglio A una pietosa immagin di Maria, Che ha tra le braccia il figlio. Lesta intorno venia L'affettuosa tua sorella intesa Ai pietosi servigi; in su la porta Siede il buon genitore e sottovoce Ripiglia il fratellino, Che corre dietro all'infedel micino. De la lucerna al tremolante raggio Vidi il bianco tuo fronte e il fuggitivo Lume degli occhi tuoi E le diffuse chiome E l'aereo sorriso. Oh! dimmi, a quali Fantasime di ciel guardi e sorridi, Candida giovinetta? Qual ti lusinga mai viso e splendore Di sempiterni lidi, Che ad occhio di felici Iddio contende? Qual su le tacit'ali Invisibile a noi spirto d'amore Per le sedi degli astri amor t'insegna? Dunque di questa nova Primavera terrena, Ove più agli occhi tuoi vita non splende, Ne fuggirai per sempre? Dunque sol dura prova D'infinito dolore Degni del ciel ne rende? Deh! se per lunga passïon si trova Oltre i lacci del fango amore e luce, Al luminoso e santo Volo, o fanciulla mia, tu mi sia duce, Chè amore io cerco, e lungamente ho pianto!
A GHITA.
Fior d'albicocco, mandorla non colta, Grappolo d'uva che s'indora al sole, Spiga di grano tra le foglie accolta, Mazzo di gelsomini e di vïole, Gelso che mette il fior la prima volta, Cestolin di ciregie e d'azzaruole, Mela appiòla, dattero sul ramo, Ghita gentil, cor del mio core, io t'amo! Dal muricciol de l'orto abbandonato Sente il rovo l'aprile e mette il fiore; Così dal gelo del dolor serrato L'aura de l'amor tuo sente il mio core. Rondinella che torna al nido amato, Posa in sul ramo e pispiglia d'amore; Quand'io specchio nei tuoi quest'occhi in pianto, Ghita gentil, dal cor mi sgorga il canto. Canto, ma dentro al cor lunga e secreta M'arde un'ansia, un desio che il cor mi sugge; Come vana di sogno immagin lieta, Ogni più cara illusïon mi fugge; La giovinezza mia mesta ed inquieta Pe 'l deserto del mondo erra e si strugge; Arido è il labbro mio, trepida è l'alma, Dolce mia Ghita, garzuolin di palma. Pur, finchè te vedrò, dolce e sereno Del mio nebbioso giorno unico raggio, Il desiderio del mio cor fia pieno, Sarà sparso d'un fiore il mio vïaggio. Ha le perle e i coralli il mar nel seno, Le notti han gli astri, ha le rugiade il maggio; Senza il tuo sguardo e il tuo sorriso, o pia, Non avria stella o fior la vita mia. E quando lungi dal tuo niveo fronte Lungi mi sbalzeran mie sorti avare, Uccellin diverrò che passa il monte, Pesce diventerò che passa il mare; Verrò a cercarti appo il lucido fonte, Girerò di tua porta al limitare; Muoia con gli astri, o co 'l sol nasca il giorno, Gentil mia Ghita, io ti verrò d'intorno. E se stanca una volta e infastidita Del vegliante amor mio ch'arde e non spera, Negli occhi io ti vedrò, dolce mia Ghita, E trar debbo in dolor la vita intera; Farfalla io diverrò lieve e romita, Che cerca i fiori al dì, la morte a sera, Farfalletta gentil, ch'à per costume Di morire girando attorno al lume.
A UN SEGATORE DI PIETRE.
Con l'ostinato filo Del tuo pigro strumento Il duro sasso esercitando vai, assiduo segatore, Nè per sole o per vento Da la lunga, penosa opra ristai, A cui tua sorte misera ti danna, Ma l'egro petto e il dorso Sopra la sega stridula affatichi; Solo di quando in quando, A l'ardua lama agevolando il corso, Versi nel sasso con la bugia canna, Sciolta ne l'acqua la mordente arena, Malinconicamente mormorando La nota cantilena. Al monotono suono Di tua lenta fatica, Che la tarda del tempo opra somiglia, Da le mie ciglia si dilegua il miele Del dolcissimo sonno mattutino Di rosee larve apportator fedele. Su le tiepide piume Snodo le membra non ben deste ancora, Guizza il notturno lume Morente a la parete, Già tremano le liete Rose de l'alba a lo spiraglio incerto; Odo il festante grido De le rideste vie E il rumor lieto dei carri balzanti, Sento gli allegri canti De l'amorosa rondine che suole Sotto la gronda mia pendere il nido; A la nota bottega, Cantando una canzone, Il garzoncel s'avvia; Per la frequente via Passan belando sotto al mio balcone Le capre mattutine, E con assidua ressa La stridula campana de la pieve Chiama i fedeli a messa. Quindi sorgo, e tergendo In schietta onda la faccia, Schiudo i vetri custodi, e anch'io cantando Il nuovo aprile e il fresco aer saluto. Ma se da tanta immagine di cielo, Ove cerco di mia vita la luce, Pallido segatore, a te mi giro, Di repentino gelo Pensierosa tristezza il sen mi vince, E ne l'intimo cor gemo e sospiro: Quale colpa o fortuna A sì diverso fato obliga e preme Nostra dolente umanità raminga, Ch'altri scarno e cencioso Sul duro solco si travagli e sudi, E altri, d'ozio fastoso E d'opulenza e di splendor si cinga? Dunque è destin, che a' faticosi studi Più vil mercé si renda? E che tanta di noi parte migliore D'inedia eterna e di dolor languisca, E altri del suo soffrir gioco si prenda? Povero segatore, a noi non lice Investigar la sacra ombra che chiude Tanto nume di Dio. Forse la prova Di cotanto dolore E de l'onesta poverezza i pianti L'occulta stancheranno ira del cielo; Chè ormai splendida e nova Di santa civiltà stagion migliore Ne impromettono i fati. A più sublime Vol, non più visto altrove, Poggia l'umano ingegno; uguale e piana Da la superba cattedra discende A popolar convegno L'agevole Scïenza, e a tutti è schiusa, Quanta concessa è in terra, Felicità. Su la contesa soglia Più non mendica il provvido lavoro Di ricche orgie i rifiuti, Ma a sè stesso è tesoro. Ecco, vegg'io Co 'l vetusto patrizio il fabbro umìle Confondere la destra, E civiltà di miti usi maestra Chiama fra tutte genti arbitro il merto. Sorge dal fango, in nome Di Lui, che l'onorate opre fè sante, La derelitta povertade, e come Pioggia che le morenti erbe rinnova, Sugli adusti mortali Uguaglianza ed amor distendon l'ali.
DUE FIORI.
Gittai due fiori al vento Due piccioletti fior da un gambo uniti; Girâr, girâr sui zeffiri un momento, Caduti son, ma non si son partiti. Sovra lo stesso stelo, Sovra la stessa zolla, a la stess'ora, Bevvero insiem le miti aure del cielo, Tremâro al nembo e salutâr l'aurora. Poi tolti a la serena Terra e dal vivo cespite recisi, Vissero insiem l'estrema ora terrena, Son morti entrambi e non si son divisi. E vuoi tu mai, fanciulla, Che lontano da te vivere io possa? Il destin presso a te mi diè la culla, Vuo' che amor presso a te mi dia la fossa.
LUNA SULLE NEVI.
Batte il notturno vento a la campagna L'ondeggiante oliveto, e su le prime Nevi de la montagna Passa la fredda luna. Da le materne cime Cade la foglia inaridita e smorta, E de la corta vigna Su 'l gelido vïal saltan le lepri. Fra gl'ispidi ginepri de la siepe S'acquatta il cacciatore, Mentre con l'importuno Raglio il disturba dal vicin presepe Il povero asinel freddo e digiuno. Là su 'l romito calle, Dove s'incrocia la petrosa via, Splende la lampa tremula Su 'l povero altarino di Maria. Passa tremante e mesto il contadino Su 'l nodoso baston curvo le spalle; Dal chiuso pecorile Lo provoca uggiolando a la lontana L'indocile mastino; Egli guardingo passa, E mormora una prece e fa un inchino. Vede intanto da l'erta L'accesa fenestrella De la capanna misera e deserta, E pe 'l noto vïale allunga il passo; Ode il murmure incerto e la faccenda De la sua famigliola, E sente al petto lasso Un secreto piacer che lo consola. Così verso un'ignota iri di pace Tende l'umana vita, Chè sulla terra squallida e fugace Fiore non porta aprile Di salde foglie e di profumo eterno. Pari a larva sottile Di sogno mattutino Fugge il piacer di nostra istabil sorte, E perpetua ne incombe ala di verno; Ma da la cieca fronte Il mensognero vel scioglie la Morte, Ed al redento spirito Schiude del vero il libero orizzonte. Ah! tu dillo, o secreta Visitatrice del mio cor dolente, Dolce fanciulla aerea, Tu lo ridici al povero poeta! Che ti valse il clemente Riso del nostro cielo E il lampo degli azzurri occhi sereni Ed il trapunto velo Ed il voto d'amore, ond'eri avvinta, Or tu lo sai, che cinta Di sempiterni raggi, Qual fior su lago tremulo, L'onda d'eternità vedi e vïaggi. Pria che degli anni il gelo T'inaridisse il core, o pia fanciulla, a te fu caro il cielo. Così esotico fiore, Chiuso in vetro geloso, a l'aere immite Sporge la cima tenera, Cerca il suo cielo, e muore; Uccello doloroso Pellegrinante per stranio paese Cerca così il cortese Nido del suo riposo; Così striscia lucente Di fuggitiva stella Guizza e dilegua a la pupilla intenta; Oh! non dite ch'è spenta, Non dite ch'è per lei l'ultima sera, Dite che viva e bella Corre ad illuminar più lieta sfera. Io doloroso e solo De la memoria tua ravvivo il canto, E di celesti immagini Il mio lungo aspettar queto e consolo. Oh! dimmi, o pia, quanti di questi ancora Sono serbati a me giorni di pianto? Quanto per questa tenebra Affaticando andrò gli occhi miei lassi Desiderosi de l'eterna aurora? Ah! tu mi guardi e passi, Mi guardi e passi, e la serena fronte Al pianto mio s'imbruna . . . . E fischia il vento intanto, e dietro al monte Cade la fredda luna.
AD A. SALVINI nel regalargli un esemplare della Palingenesi.
A te che sai le amare. Gioie de l'Arte e i trepidi Sogni, a cui l'ardua fida ala il pensier, A te non fian discare Queste vegliate pagine, Che la sacra spirommi aura del Ver. Se da la mesta e bruna Vita, a più belle e vivide Sfere poggiare il vol seppi talor, È pregio e non fortuna, Che su 'l mio fronte pallido Segga una fronda di sudato allor. Su quelle sfere, dove Spiran del bello i liberi Entusiasmi ed è perpetuo april, Ivi di grazie nuove Talìa sorride, e d'attici Fiori diffonde il suo peplo gentil. Scherzano a lei d'intorno La gioia alata e il florido Riso d'alme serene unico re; A l'immortal soggiorno, Sacro a le Grazie ingenue, L'empio livor mai non appressa il piè. Ma la suave e mesta Malinconia, che l'anime Tempra ne l'onda d'un etereo duol, Cinta di bianca vesta Ivi s'aggira, e a l'aure Geme siccome vedovo usignuol. Ivi te vidi, o altero Spirto che il dotto interpreti Dei figli di Talìa riso immortal; E teco era il severo Genio, cui di Melpomene Sovra l'itale scene arma il pugnal. Di lieti plausi un suono, Dolce compenso al vigile Culto de l'Arte, intorno a te volò, E su l'etereo trono La sacra musa italica Nuova luce da' bruni occhi raggiò! Or m'odi. E s'io libai Unqua de l'alme Càriti Al negato a' profani inclito altar, Son degno, e lo mertai, Che tra il fragor dei plausi Oda tu pur ne l'alma il mio pregar. Lascia a le franche scene Le vôte larve e gli orridi Mostri che infame vita hanno quaggiù; A noi l'aure serene, Gli astri ed i fior consigliano Arte più mite e men facil virtù. Di fole e di chimere Regno non han le italiche Muse, d'almo pudor cinte e di vel; Nè soffron, che a le nere Trame del mondo l'improbe Scuse sian manto di pietà crudel. Osa! Ed allor che al santo Aere ritorni e a' limpidi Regni de l'Arte, unico mio sospir, Di' ch'io deserto in pianto Vivo; ma intatta e vergine Serbo la cetra, e m'è grato il morir.
SOLE D'INVERNO. A C. REINA.
Cari mi siete, o colli, Quando nel verno vi saluta il sole, Quando con l'alba tremano L'argentee brine su l'erbette molli, E su le siepi imbrunano Il ridestato calice Le tenere vïole. Sul tortüoso calle, Dove il cardo le foglie ispide muta, Va saltellando il passere, E fra il timo s'inseguon le farfalle; Dal povero tugurio Il legnajuolo affacciasi E il caro sol saluta. A la cadente porta, Col suo grembial più bianco de le nevi, Siede co 'l mento tremulo La vecchiarella derelitta e smorta, E da la ròcca tenue Traendo il sottil canape, Fila i suoi giorni brevi. O tu che solo allegri Il silenzio di mia casa infrequente, E d'amicizia il balsamo Spargi su' giorni miei dolenti ed egri, Godiam tra il verno gelido La dolce ora fuggevole Di questo ciel ridente. Forse, o chi sa? ne l'ombra Che lungamente mi ravvolge il core, Forse tra l'ansia e il dubbio, Che i propositi tuoi tarda ed ingombra, Come a quest'erbe tremule, Un raggio di letizia Ne manderà il Signore. E allor che queta è l'onda, E più belli i suoi fiori april dipinge, Noi lascerem quest'Etna E il biondo golfo e la petrosa sponda; E andrem sicuri e unanimi, Ove de l'arte il fervido Sogno gentil ne spinge. Noi cercherem la riva Dove più specchia il ciel l'onda tirrena, Dove armonia son l'aure, E di voci d'amor l'aura è più viva; Dove vestita d'iridi S'asside l'incantevole Partenopèa sirena. A l'inconteso corso Di nostra prora ardente Fuori de l'acqua emergono Gli amorosi delfin l'argenteo dorso; Fuggono l'onde; suonano L'aure, le piagge olezzano De l'appennin ridente. A te daran colori Il cielo azzurro e la flegrea marina, Le nubi del Vesuvio, Di Capri i lidi e di Sorrento i fiori; A me la fredda cetera Avviveran le tiepide Aure di Mergellina; E canterò. Ma dove Spingi il tuo volo, o instabile speranza? Il pianto mio dimentichi E i lunghi affanni e le durate prove? Ahi! ne la solitudine Di questo umano esilio Solo il dolore ha stanza. Signor, che a queste brume Doni del sole il provvido sorriso, Toglimi al dubbio gelido, Che a l'ingenua mia fede ammorza il lume! Deh! ch'io non più ne l'orrida Nebbia, che il cor m'intenebra, Gema da te diviso! Io rapirò l'incenso Di queste fragolette mattutine, La mite ala del zeffiro Che il mar cheto sorvola e il cielo immenso; Rapirò un raggio a l'iride E la sottile, argentea Falda di queste brine. E come fior che a sera Con le fragranze al ciel s'apre la via, Eterno, istabil atomo, Cercherò la mia sede e la mia sfera; Chè in mezzo a questa tenebra, Il veggio, il sento, o spirito, Non è la sede mia!
ULTIMO AUTUNNO.
Passa il ramingo augello Su l'umil vigna allor che muore il giorno, E posa il volo a un tremulo arbuscello; Ma poi che mira intorno La campagna deserta E più incerta la luce a l'occidente, Mestamente guardando, il vol dispiega, E con pietoso grido Miglior campo procaccia e miglior nido. Così, già presso al fine Del mio fatal pellegrinaggio in terra, In voi fermo un istante il fianco lasso, Dolci colli materni, Di cui l'imbalsamata aura più volte Nel cor la fuggitiva alma contenne. Ma vano or tornerà vostro sorriso A questa vita stanca, E allor che al soffio de l'estremo autunno Cadran le foglie dal materno stelo, E col manto di gelo Si calerà da l'Etna il verno rio, Cadrò, cadrò pur'io, E calerà su me gelo di morte; O verdi colli, addio! Pur grato al cor mi scende Vostro tacito aspetto e la notturna Aura e il sorriso de le stelle incerto. Spesso muto e deserto, allor che trema Su per le argentee ulive Il verecondo albore De la luna imminente, erro il viale Del contiguo giardino, O là m'assido a canto D'un piccioletto fonte, arido come Questi occhi miei cui pur negato è il pianto. Quindi a la lunga io sento Dal vecchio campanile Russar querulo il gufo Ed ondeggiare al vento Del mesto legnajuol la cantilena. Brillano a la serena Le sparse lucciolette, Ed aggrappato al suo materno tufo, Il monotono trillo Siegue con ressa il solitario grillo. Allor questa noiosa Creta e mia vita dolorosa oblio; E già mi par che sciolta D'ogni colpa mortal la disïosa Ala spinga pe 'l ciel l'anima mia, Chiara qual sole e libera qual vento. Ma qual voce e lamento Da questa nova, luminosa via Chiamarmi a nome e richiamarmi io sento? Maria, dolce Maria, Non turbarmi quest'ora! Ah! ch'io non vegga Quei pensosi occhi tuoi, che fur già tanto Universo per me, ch'io non li vegga Per mia cagione in pianto! Ahi! de la vita lieta, Breve pur troppo e pur suave e cara, L'ora passò, passò qual fuggitivo Sonno di cacciatore; Lunga stagion di pianto e di dolore Per me seguì, per te gioia e festivo Fulgor di tede e amore. Vedi, sul labbro mio più non s'accende Giovin raggio di gioia, entro a la stanca Alma più non esulta La bella giovinezza, Ed anzi tempo la mia chioma imbianca. Da l'affannato petto Fuggì l'alma salute, e la vitale Aere sin la vitale aere sì cara Nel travagliato cor tarda discende. Funesta ala di notte D'intorno a la mia dolce arpa si stende, E l'auree corde son disperse e rotte. Sol'una ancor sol'una Corda rimane a la dolce arpa mia; E allor che ne la bruna Fossa cadrà quest'egra argilla oppressa; Si spezzerà pur essa, E flebilmente suonerà Maria. Or mi lascia, in pietà. Come a ritrovo Di libertà e di pace a morte, io corro; Nè già son'io sdegnoso Di mia sorte immatura, Nè a te, cieca Natura, Qual suole ignobil volgo, Le mie vane querele E il pianto mio rivolgo! Ben tu su noi crudele Sempre fosti, o Natura; e un fiore un solo Fior sul tramite mio mai non scordâro Le primavere tue vane e fugaci, E con sorriso amaro Ai lunghi affanni e a mia virtù schernisti. Ma se a quest'occhi miei la luce or neghi, Pianger debbo i tuoi soli e la tua possa? Forse, se omai quest'ossa Con muta e disperata ira calpesti, Speri, che intero io resti Nel guancial freddo de l'oscura fossa? A inesorate, uguali Leggi tu servi, e in tuoi chiusi destini Quel che rovini e te stessa non sai. Con perenne, monotona vicenda, Macchina cieca, per l'ombre cammini, E qual fosti, sarai. Ma l'immortale Spirto, che è raggio de l'eterna Idea, Libero sorge e l'infinito abbraccia, E in luminosa traccia Tutto muta e feconda e strugge e crea; Senza principio e fine Egli è tutto nel tutto e al tutto impera, E' prima, ei luce vera Che la tarda materia informa e accende Di senso e di pensiero, E da l'esilio de la terra intende L'occhio irrequeto al sempiterno vero. Ma tu, Natura, un giorno Tu, superba, cadrai, pari a codesta Scorza di fango che mi pesa intorno. Più non verran gli aprili Ad infiorarti la superba vesta, Nè la chiomata cresta Ergeran da l'immense acque i tuoi monti. Ecco, al ciel si confondono Gli sconfinati mari; orbo di rai Precipita dal ciel vedovo il sole; Schiudon le mille gole I terrestri vulcani; si dissolve A l'urto dei cadenti astri la terra; Fra la scomposta polve Distruzïon la negra ala disserra, E ne l'eterna notte Tutto ravvolve e inghiotte. Allor congiunto A l'universo spirito, Sul nulla vagherà lo spirto mio, Ch'è di Dio parte anch'esso, anch'esso è Dio!
INTERMEZZO.
Omnia vincit amor.