UNA PASSEGGIATA PEI BORGHI DI FIRENZE
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I. — Il Capo d’Anno.
È capo d’anno; siamo tutti in gala. Chi torna da fare le visite di complimento, chi da portare i biglietti di visita alle case. Il viavai dei frettolosi portatori di biglietti che entrano ed escono con aria d’importanza dai palazzi, dura sempre, sebbene sia stato introdotto anche qui il lodevole uso di fare la nota del capo d’anno, e di assegnare quel denaro a benefizio dei poveri o di qualche istituzione ad essi vantaggiosa. Ma vi sono molti che non s’appagano di vedere stampato in quella nota il proprio nome, e vogliono anche far la girata e la distribuzione dei loro biglietti. Se credono speso bene il tempo e la fatica in questa faccenda, tal sia di loro. Quei bigliettini avranno l’onore di starsene dentro la cornice di uno specchio elegante, finchè a poco a poco un servo, spolverando, non li lasci cadere tra la spazzatura a guisa dei petali d’un fiore appassito, o finchè una donna gentile non ne faccia l’anima d’un gomitolino di seta. Oh quanti invidieranno questo destino più avventuroso! un bel titolo, una corona ducale sotto le nivee dita d’una donna gentile, e accuratamente riposti in una serica veste! Chi si diletta di paragoni, potrebbe mettere in campo il mirabile verme nato a formare la leggiadra farfalla e il bozzolo e la crisalide, ed eziandio le mummie d’Egitto, cose tutte che rasentano l’idea dell’immortalità, almeno di quella che può toccare alla materia. Ma lasciamo ora le splendide dimore ove le apparenti vagheggiate felicità e mille cure soavissime infiorano la vita dei mortali mollemente adagiati sul carro della fortuna.
Andiamo nei borghi della popolosa e vetusta città; andiamo in Camaldoli.[222] Ahimè, che rovescio di medaglia! Lasciamo stare che non vi possano essere gli svelti, eleganti e profumati portatori di bigliettini; ma anche senza ciò, il nome solo di questa parte della città addolora l’anima, perchè rammenta povere case e povere famiglie e dure fatiche e la penuria di lavoro e di guadagno, e gli stimoli inesorabili del bisogno, e tutte le tribolazioni dello stentato vivere di coloro che sembrano gente di un’altra e più bassa anzi infima ed abbietta sfera, caduti a caso attorno i cittadini lieti e facoltosi. Vero è che taluni asserirono, quella benedetta felicità da tutti gli uomini tanto desiderata aver più a grado l’umile casolare d’un campagnuolo o le rozze vesti d’un onesto artigiano, che i palazzi sontuosi o le ricche spoglie del fasto e dell’orgoglio; ma comunque ciò sia, fatto sta che di rado essa balena anco agli occhi di coloro che si credono averla più da presso. Nonostante giova credere che meno s’inganni chi la suppone amica della virtù e della moderazione ne’ desiderj, senza curarsi gran fatto se queste qualità sieno possedute dal ricco o dal povero. Sicchè resterebbe solamente a conoscere a quale di essi due sia più facile possederle.
Ma l’aspetto dei Camaldoli non è poi sì lurido e meschino in tutte le loro strade. Vi sono pur troppo, e dove meno si crederebbe, i tetri ripostigli in cui le più tribolate creature languiscono d’estrema povertà, e si consumano nei patimenti; ma il sentiero che ad esse conduce inspira repugnanza ad alcuni benefattori troppo delicati, e solamente quella carità misericordiosa che si copre del manto della modestia, essa sola vi sa penetrare senza ribrezzo, e tocca e solleva e conforta sul fetido giaciglio le membra dei fratelli soffrenti per infermità schifose e per difetto d’assistenza. Ma a quella carità non sempre è dato di prevenire i mali che logorano l’infima parte dell’umana famiglia; essa non può fare altro che mitigarne i dolori.
Nondimeno parrebbe che il primo giorno dell’anno un raggio di gioja dovesse spuntare per tutto. Noi rintoppiamo intanto parecchi artigiani rimpulizziti, e l’animo si riconforta sperando ch’essi godano di uno stato migliore. Oh sì! in un giorno come questo si cerca d’ornare a festa ogni cosa; oggi più facilmente si dimenticano le umane tribolazioni. Oggi tutta questa buona gente è allegra, tutta sollecita di tornare a casa per rivedere i parenti prossimi, i parenti lontani, gli amici, e per ritrovarsi qualche ora in famiglia. Oggi si rinfrescano i più teneri affetti, oggi si dissipano le inquietudini, i malumori, le ruggini.... I vezzi d’un’ingenua creaturina, la benedizione d’un vecchio venerando riconciliano quegli animi che forse erano turbati da un malinteso, da un dirizzone, da una ciarla, e spremono dolci lagrime da quegli occhi che jeri sfuggivano d’incontrarsi. I figliuoli chiedono perdono ai genitori, i mariti alle mogli; ogni rammarico è dimenticato, ogni famiglia è in tripudio.... E chi non l’ha? Oh! chi non l’ha, se la trova in quella del suo amico. E’ v’è aspettato a braccia aperte, i grandi e i piccini lo festeggiano, e tutti gli fanno animo, e dicono: — Siete nostro, siete nostro! — Poveretto! e’ s’intenerisce; anch’egli giubbila, anch’egli beve alla salute de’ suoi cari lontani, come se fossero a quella mensa d’una famiglia non sua. Lo strepito di queste vivaci, di queste schiette consolazioni che s’ode fin dalla strada, riempie l’animo di contentezza.
Vero è che anche il tripudio onesto passa talora certi limiti; oltre i quali, quando per effetto di vanità, quando per eccesso di buon cuore, diventa cagione di disordini: la è vecchia sentenza, che ogni eccesso è dannoso.
Or ecco venirsene frettoloso un falegname che oggi agli abiti ed al sussiego tu prenderesti per uno stipettajo: ha in capo lo stajo[223] nuovo e luccicante, indossa la falda nera, e una cocca del fazzoletto bianco si affaccia alla tasca. Il suo figlioletto, con la gala smerlata e la cintura di pelle fiorita, va innanzi battendo i tacchi e recando in mano un grande involto di carta. Maestro Giuseppe, che le male lingue (ve ne sono per tutto) vogliono tassare[224] d’un po’ di boria, dannosa in ciascuno e massime in un artigiano. Maestro Giuseppe sta rimpettito, e saluta a gote gonfie i vicini che gli pajono da meno di lui.... Ciò non sta bene, maestro mio, perchè si potrebbe credere che la taccia di borioso fosse fondata. — Oh! maestro Giuseppe ha comperato il pasticcio, — dice uno. — Si fa celia! — soggiunge un altro, — gli ha a desinare il Cursore del Commissariato! Chi è per lui? — Maestro Giuseppe mette la chiave nell’uscio, ordina al figliuolo che zitto zitto vada a nascondere in bottega l’involto accanto alle bottiglie comperate la sera innanzi, perchè vuol fare uno scialo, uno spolvero[225] da suo pari; e sale su.
Quanta gente! quanti evviva! Chi lo chiama cognato, chi zio, chi babbo, chi nonno, e tutti lo accerchiano e lo assordano, col suono della voce e col battere delle mani. Egli diventa due dita più alto, si rasciuga il sudore col fazzoletto bianco, sparge i confetti alla turba dei nipotini, e poi va in camera, e la moglie dietro, per ajutarlo a levarsi e ripiegare il vestito di gala.
— O Cecchino dov’è? — domanda la moglie.
— Dammi il berretto, non voglio infreddare.
— Eccolo qui; e Cecchino?
— Se non mi cavo questi stivali, divento zoppo. —
E la moglie lo ajuta, e poi: — Ma insomma si può sapere...?
— Finiscila con la tua curiosità! —
Ecco Cecchino. — O dove sei tu stato finora? — dice la mamma.
— A nascondere il pasticcio — risponde il fanciullo.
Ma il padre, senza lasciargli finir la parola, gli chiude la bocca con poco garbo, va in collera, e lo fa spiritare di paura.
— L’ho indovinata io che gatta ci cova! — esclama la moglie tutta dolente. — Ah! marito mio, tu ti vuoi rovinare con tante grandezze! Ti par egli questo il tempo di fare scialo?
— Signora Geltrude, non cominciamo!
— E intanto la mia povera roba rimane al Presto!
— Oggi non se ne poteva fare a meno. Io non voglio scomparire.
— Ma che bisogno c’era del pasticcio?
— Oh! il babbo non ha speso nulla! — diceva il bambino.
— Anche i debiti! Peggio che peggio!
— Stasera ci riparleremo. Va’ a mettere in tavola, — rispose il marito con mal piglio. — E fece un tal gesto, che la buona Geltrude, vedendo la mala parata, pensò che fosse meglio obbedire e tacere. Già i commensali che gli avevano visti sparire, e conoscevano l’umor della bestia, erano venuti in traccia di loro, ed empivano la camera.
— A mangiare, a mangiare! Allegramente, figliuoli! è capo d’anno! — esclamò allora il padrone di casa.
— Allegramente! — risposero tutti, rincorati di trovarlo in buona luna; e andarono a tavola.
Lasciamo stare maestro Giuseppe coi suoi commensali; forse domani lo rivedremo.
Guardate ora quella casipola di faccia: non ha altro che due finestrine per piano; vi sono ancora le impannate invece dei vetri; e la facciata qua e là è senza intonaco. Vo’ direste che la fosse proprio il tugurio della povertà. Nè s’ode schiamazzo di liete voci; forse chi v’abita non ha quattrini da celebrare il capo d’anno con tanto scialo! Salite tutte le sue scalucce, e troverete una stanzetta, povera di suppellettili, ma pulita come uno specchio. Ecco lì due vecchierelli, marito e moglie, e una vispa giovanetta che ha finito d’apparecchiare la tavola con biancheria ordinaria, ma linda e odorata di spigo. Sono tre, ed è apparecchiato per quattro: pare che aspettino con impazienza l’arrivo d’un commensale.
Il marito, pover’uomo, è cieco; un tempo faceva il tessitore di panni. La ragazza è un’orfanella presa dall’ospizio degl’Innocenti, la quale custodisce e vuol bene a quei vecchi, come se fossero il suo babbo e la sua mamma. Essi ricavano il campamento da un figliuolo, che fa il mestiere del padre in un paesetto di provincia, piuttosto lontano, verso i confini della Romagna.[226]
Povero Nisio! e’ non avrebbe voluto lasciare i suoi vecchi; ma quando il padre ebbe la disgrazia d’accecare, Nisio non trovò subito una fabbrica dove la sua abilità potesse fruttargli guadagno sufficente al bisogno. Allora capitò un fabbricante campagnuolo, che andava in cerca d’un ministro abile e morigerato; conobbe Nisio, gli piacque, e gli offerse di prenderselo in casa e di dargli un tanto il mese ed il vitto. Il partito parve buono; ed anche suo padre lo confortò ad accettarlo.
Questo principale è un uomo d’età avanzata, di poche parole e piuttosto burbero, ma onesto e molto amorevole; e conoscendo la buona indole, la capacità e la fidatezza del giovine, fa di tutto per tenerselo affezionato.
Nisio manda il suo guadagno ai genitori, i quali se la passano strettamente, ma in santa pace, confortati dalla speranza che non sia per mancare il campamento nè a loro nè a quel savio figliuolo. Sicuro, è una gran passione per essi il viverne separati; e anche Nisio se ne affligge, e vorrebbe almeno poterli rivedere più spesso; ma come si fa? in questo mondo non si possono avere tutte le cose a suo modo. Il principale ha sempre molto lavoro, e non concede al ministro d’andare a casa sua altro che tre o quattro volte l’anno per trattenervisi un giorno solo.
A quest’ora doveva esser giunto per fare il capo d’anno in famiglia; ha mandato scritto pel procaccia[227] che lo aspettino; il desinare è fatto, e va a male. Ma questo importerebbe poco; il peggio si è, che i vecchi e la Maria stanno in pensiero.
— Sarà partito più tardi, — dice la Maria, — vo’ sapete che per risparmio e’ fa molta strada a piedi; le miglia sono parecchie.... — E torna alla finestra per vedere se arriva.
In questo mentre una ventata porta seco alcuni rintocchi della campana della Misericordia.[228] La vecchia si riscuote e sospira. Il marito va alla finestra per orecchiare.
— Non suoneranno a caso; suoneranno a malato, — aggiunge la Maria; ma anch’ella impensierita fa il viso bianco, e si studia di nasconderlo ai buoni vecchi.
Già nelle altre case tutti sono a tavola; tutti gli usci sono chiusi; di quando in quando s’odono le liete voci dei convitati; ma la strada è deserta. Solamente il servo della Compagnia,[229] incappato, va gridando con lugubre voce: — Elemosine per le anime del Purgatorio! — e picchia alle case. Ma oggi pochi lo sentono, o pochi gli daranno retta: in mezzo al tripudio chi vuol pensare alla morte? Ma giunto sotto la casa dei vecchi, la Maria gli butta un madonnino;[230] un madonnino che le era stato regalato da Nisio. — Dio ne renda merito a voi e alle anime dei vostri defunti! — e intuona il De profundis, e la Maria ed i vecchi divotamente rispondono ai mesti versetti.
Finita la santa prece, che fu recitata con la solita indifferenza dal servo e con pietosa compunzione dalla Maria e da’ suoi padroni, la fanciulla si mette a sedere con loro, dicendo in cuor suo: — Che cosa sarà accaduto del povero Nisio? Dio mio, ajutatelo! — E ad essi: — A proposito! Ora capisco. A vedere il servo della Compagnia, mi sono ricordata che uno di questi giorni doveva arrivare il priore nuovo nel paese dove sta Nisio; forse sarà arrivato oggi. Ecco perchè Nisio fa tardi. Avranno voluto che rimanga alla festa.... Io dico che fino a stasera non lo vedremo.
— Ti par egli? — soggiunse la vecchia — e’ ce l’avrebbe mandato scritto; non v’è pericolo. Ah! dicerto gli è accaduta qualche disgrazia.... — E le donne si guardavano sbigottite.
Il marito che intanto stava in orecchi verso la finestra, senza badare alle parole della Maria, a un tratto esclama tutto giubbilante: — È lui è lui! lo riconosco al passo; — e s’alza.
Mentre la Maria corre per affacciarsi, ecco tre picchi lesti e sonori all’uscio di casa.
— Dio sia benedetto! — grida la vecchia.
Nisio è già nelle sue braccia; le bacia le mani ed il volto; poi corre al babbo; e intanto la madre si rasciuga di nascosto una lagrima. Nisio si volta per salutare anche la Maria; ma ella era corsa tutta lieta a buttare le paste nella pentola.
— Dunque tu sta’ proprio bene? — domanda la madre.
— Benissimo! —
— Ma chi sa come tu sarai stracco! —
— Vo’ sapete che per gambe la cedo a pochi io. Mi dispiace d’avervi fatto stare in pensiero. È tanto più tardi del solito! Ma che cosa volete? Quasi due miglia fuori di porta è avvenuta una disgrazia ad un pover’uomo. E’ non è stato a tempo a ribadarsi dalla carrozza di certi signori, che andavano via come disperati; n’è stato investito, e.... poveretto! una ruota gli è passata sul braccio sinistro, e s’è fatto un po’ di male anche alla testa.... —
— Vergine santa! Ecco forse perchè è suonata la Misericordia.... E tu....
— Io l’ho portato alla meglio nella casa d’un contadino, e poi sono corso a chiamare i fratelli della Misericordia: m’è convenuto tornare in su col servo....
— E quei signori della carrozza?...
— Figuratevi! Il cocchiere ha frustato i cavalli, e via a precipizio più di prima. Sicuro, se avessero avuto compassione di quel disgraziato.... almeno si sarebbe potuto avvisare la Misericordia più presto!
— Sicchè, stracco come tu eri....
— E che cosa m’importava della stanchezza? M’avete insegnato voi a soccorrere il prossimo a costo anche della vita.
— Oh sì! tu hai ragione; hai fatto benissimo; e Dio te ne renderà merito.
— Ho fatto il mio dovere, e nulla di più....
— E quel pover’uomo?
— Confortiamoci, perchè il chirurgo ha detto che la ferita del capo non è pericolosa, e che il braccio si può rassettare facilmente. Sono stato a sentire le sue nuove allo spedale; e stasera voglio tornarvi....
— Farai bene; e se è un povero....
— Alle vesti pareva.... Ho capito; lasciate fare a me. Voialtri, grazie a Dio, state bene....
— Al solito contenti come tu vedi....
— E la Maria continua a custodirvi con amore?...
— Oh! sì davvero, povera ragazza! — rispose il padre. — Non possiamo dirne altro che bene!
— Fa le tue veci propriamente con garbo, — aggiunse la madre.
— Ma non è il nostro Nisio!
— Lo credo anch’io! ma ci vuol pazienza. E il tuo principale che fa egli?
— Ogni giorno va in collera con tutti; ma è sempre un gran galantuomo, e prosegue a volermi un bene dell’anima....
— Dunque, con te sarà un’altra cosa.
— Eppure qualche volta brontola anche con me.... Io non credo di dargli motivo; e mi studio di far sempre il mio dovere; ma vo’ lo sapete.... È fatto così: e’ piglia fuoco per un’inezia. Nonostante, figuratevi! non ci penso nemmeno. Cioè.... per un verso mi dispiace, perchè quando s’accorge d’avere sbagliato, mi chiede scusa; mi fa piangere di tenerezza.... Insomma si piange tutt’e due, e bell’e finita. Allora mi vuol più bene di prima. —
Dopo questi discorsi, la Maria che scodellava la minestra, e s’era tutta consolata a udire i padroni lodarsi di lei col figliuolo, esclamò: — A tavola, a tavola! La minestra si fredda.
— Evviva la Maria! — disse Nisio facendole festa. — Te ne farò onore davvero! —
Ecco un altro desinare; ma quanto diverso da quello di maestro Giuseppe! Un buon lesso ed un bel cappone, pane e vino quanto volete, e la contentezza nell’anima. Esempio della frugalità degli antichi artigiani fiorentini, di quelli stessi che allora erano popolo, e fecero inalzare la cupola di Brunellesco.
II. — Il giorno dopo Capo d’Anno.
Il giorno dopo, maestro Giuseppe alle nove precise era nell’anticamera del Commissario.[231] Il suo stesso cognato cursore, il quale jeri s’era lautamente pasciuto in casa sua, per vendicare la sorella di certe busse toccate dal marito la sera del banchetto, aveva staccato e portato da sè medesimo il precetto.[232]
Il falegname aspettò due ore prima di poter passare. Sventuratamente accade che nei giorni i quali precedono le solennità si trova, per cagione dei vanesj e degl’intemperanti, maggior folla nei botteghini del giuoco, ai fondachi, ai vinaj, ai pasticcieri, e nei giorni susseguenti sono piene le udienze dei commissarj e le carceri: gli effetti tengono sempre dietro alle cagioni. Ma il povero maestro Giuseppe che aveva sempre la testa invasata dal vino, con una bella dormita si liberò dalla noja dell’aspettare. Finalmente fu svegliato, andò a udienza, vide l’aspetto minaccioso del Commissario, udì le accuse, i rabuffi, e.... per mala sorte, scordandosi dove e con chi era, rispose a traverso, volle fare alto là, e la cosa divenne seria. Il pasticcio e le bottiglie, come potete immaginarvi, erano stati la pietra dello scandalo; ma non potendosi mettere in carcere nè i pasticci nè le bottiglie, toccò a lui ad andarsene in gabbia. Se avesse avuto il tempo di smaltire la balla,[233] questo non sarebbe accaduto; ma il cognato fu troppo sollecito, e il Commissario non sapeva o non pensava di parlare con un fiasco e non col cervello d’un uomo.
Quando la moglie seppe che il marito era al bujo,[234] disperata e invelenita venne ad aspra contesa col fratello; e dopo un casa del diavolo da non si dire, non fu cercato altro ripiego che quello d’ungere il chiavistello della segreta, supponendo che si potesse aprire innanzi il tempo senza fare strepito.[235] Ma ancora che questa supposizione fosse stata ragionevole, non si trovò chi potesse prestare un soldo; tutti s’erano ridotti al verde. Il povero maestro Giuseppe dovè battere i denti tutta la nottata; la moglie abortì pel rimescolamento e per l’arrabbiatura; il figliuolo ebbe una colica d’indigestione e una malattia di venti giorni; i creditori, dubitando che lo sventurato falegname navigasse per perso, vollero esser pagati addirittura per non rimanere al naufragio; sicchè il cappello nuovo, la giubba, e inclusive certe poche masserizie di casa andarono in fumo. Dopo qualche mese la disgraziata moglie aveva preso il suo posto a chiedere l’elemosina sotto le loggie dell’Annunziata, e Giuseppe, di maestro divenuto garzone, stentava un meschino salario.
Dalla casa di faccia ecco uscire il giovine Nisio, e i suoi vecchi e la Maria dirgli addio anche dalla finestra.
— A Pasqua d’Uovo!
— Sì, a Pasqua d’Uovo, — ripeteva egli camminando lentamente; e durò un pezzo a camminare lentamente, perchè gli dispiaceva di separarsi tanto presto dai genitori. Ma alla fine, quando ebbe fatto qualche passo fuori di porta, riflettè che stando lontano da casa sua procacciava il sostentamento di chi gli aveva dato la vita, e allestì il passo, e tornò contento a fare il proprio dovere.
Dopo due anni il suo principale burbero ma onesto, sentendosi fiacco per la vecchiaja, lasciò a lui tutta la direzione della fabbrica, assegnandogli un buono stipendio e una partecipazione agli utili. Sicchè Nisio potè aprir casa in quel paese, condurvi i suoi genitori per non doversene più separare, prendere per moglie la buona Maria ricompensandola dell’amorosa assistenza fatta ai suoi vecchi, e potersi dire pienamente contento.
III. — La vigilia dell’Epifania.[236]
Era la vigilia dell’Epifania, e in varie strade di Camaldoli vedevasi un viavai di ragazzi e di giovinastri con torce e granate accese e fumanti, e udivansi un tafferuglio, un risuonare di strane vociacce, un rimbombare di stridule trombe, e per tutto conciliaboli e spauracchi, quasi la sognata ribaldaglia delle streghe fosse venuta a trescare in quel luogo.
— Stasera — diceva Gigi merciajo a un rivenditore nel chiudere la bottega — stasera Camaldoli è divenuto proprio una casa del diavolo. Ma anche tu, Cencio mio, mescolarti in queste ragazzate! Mi fa specie davvero, che un uomo che ha moglie e figliuoli....
— Che cosa vuoi che ti dica? È un uso antico; vo dietro alla corrente io. E poi non fanno la Befana anche quelli della Pergola?[237]
— E se non hanno giudizio loro, lo volete perdere anche voialtri? E poi quello è uno stillo[238] de’ coristi per far quattrini o per gozzovigliare a spese degli altri; e voi sciupate senza sugo que’ po’ di soldi che vi costano tanti sudori! Codesta granata per esempio, non sarebbe meglio serbarla per dare una buona spazzata alla tua bottega? E quel povero ragazzo del tuo figliuolo con quella tromba alla bocca si logora i polmoni e va a rischio d’allentarsi. Un buon medico che pratica molto per questi luoghi e vuol bene alla povera gente, mi diceva che le chiassate delle rificolone e delle befane,[239] a motivo dei fischi, degli urlacci e delle trombe, fanno venire l’ernia a una quantità di persone....
— Tu dira’ bene; ma ormai sono in compagnia, ho promesso; e se manco, domattina mi fanno martire.
— Perchè s’accorgeranno che hai avuto più giudizio di loro. Guarda che premura stasera di mantenere le tue promesse! Fa’ a modo mio: o non v’andare, o provati a dissuadere anche loro....
— Oh sì! e subito mi darebbero retta! Anderei a rischio d’essere canzonato pel dì delle feste!
— E per fare una buon’azione tu hai paura delle beffe?
— Ormai ho pagato la mia crazia[240] ogni settimana per la spesa del carro e della cena, e giacchè sono in ballo voglio ballare. Tanto, se non ci vo, non mi rendono mica i quattrini.
— Meglio perderli e perdere la cena, che andare a rischio di capitar male in cattiva compagnia, d’ubriacarsi, e qualche cosa di peggio! Ecco! per le scioccherie i quattrini si trovano, e per farne buon uso non si sanno mettere insieme. Se tu avessi portato quelle craziuole[241] nella cassa di Risparmio; o se.... c’intendiamo....
— Oh, i conti addosso poi non li voglio! — E se ne va tutto stizzito, serrando la bottega in fretta e furia, e correndo col figliuolo alla bettola, dov’era un ritrovato di bighelloni per accompagnare la più sciatta befana che mai fosse andata a zonzo per Camaldoli.
Intanto una povera tessitora, mamma senza cervello, rimpinzava di fave cotte il corpicciuolo d’una sua bambinella di quattro o cinque anni, dicendo: — Mangiane dell’altre, piccina mia, mangiane dell’altre, sennò la befana stanotte viene a bucarti il corpo con lo stidione. E sai? non servirebbe ch’i’ ti mettessi addosso il tagliere o l’asse del pane.... Le senti tu le trombe? Eccola, eccola! vieni alla finestra a vederla passare.
— Mamma, ho paura!
— Vien via, grulla! Vedrai domani quante chicche vi saranno nella tua calzina.[242] Oh! svoltano in via dell’Ariento.... Che peccato! Ma più tardi passeranno anche di qui. Eh la Befana non manca!
— Che viene anche quando si dorme?
— Di buona ragione! Se tu vedessi! Col capo tutto imbacuccato, col viso nero, zitta zitta, le braccia lunghe che non finiscono mai....
— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola per la sottana.
— Animo! Che geate[243] son queste? Va’ a vedere chi è.
— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.
— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per pigliarti in collo mi s’è spento il lume!
— E’ picchiano daccapo, sentite?
— Andiamo ad aprire.
— Al bujo?
— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244] nè lo Smisurato, nè l’Orco che vengano a portarti via! —
La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia; apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!
— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?
— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò scaldare il letto, col vento che tira stasera. —
Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo; non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! — Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio, e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su con la bambina tramortita dalla paura.
La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì lo scoppio del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli impiombati.
La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di pioggia.
Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio, stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia dell’uscio.
Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a motivo del vento che trasportava le faville per tutto.
Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate dal baccano della Befana.
La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando che essa sola fosse cagione di tutte queste disgrazie; e già tra parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte, s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.
Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie. Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra per conforto della sua tribolata vecchiaja.
Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo del rivenditore che era rimasto brullo[245] pel bruciamento, e gli donò una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia di Befanìa. —
VI. — Il giorno di Berlingaccio.
— Animo! per oggi facciamo festa. I’ non ne vo’ sapere più nulla della lima; è Berlingaccio, — diceva maestro Simone magnano al suo fattorino di bottega. — È meglio andare sotto gli Ufizj[246] a vedere le maschere. O tu, maestro Carlo — al magnano di faccia, — che cosa fai che non serri ancora la tua bottega?
— Che è festa di precetto?[247]
— No, ma un po’ di svago ci vuole per tutti.
— Questa non la ’ntendo. Dello svago ce ne pigliamo abbastanza le domeniche; e poi mi preme di rimettere il lavoro quando l’ho promesso; e sinchè ho da fare, non smetto io.
— E non vorrai nè anche vedere du’ maschere?
— Non mi par vero che di qui non ne passino. Sono scioccherie che mi fanno rivoltare lo stomaco. Gli uomini ho piacere di vederli in viso io, anche quando si spassano.
— O badate ora che uomo savio, che sputasentenze! Qualche anno fa, quando s’era garzoni assieme, tu non la pensavi così, fratello.
— È meglio metter giudizio una volta che mai. E quando s’ha moglie e figliuoli, mi parrebb’ora di far l’uomo posato.
— Che forse la fo mancare di qualche cosa la me’ famiglia?[248]
— Non dirò questo; ma lo vedi? E’ s’era tutt’e due bardotti alla stessa paga; poi si aprì bottega di nostro, su per giù nel medesimo tempo. Ma ora tu hai un garzone soltanto, e io n’ho quattro. Ho più famiglia di te; la mantengo passabilmente, e qualche cosuccia m’avanza sempre.
— Che vuo’ tu ch’i’ ti dica io? Bazza a chi tocca! Tu se’ più affortunato di me. Le ordinazioni ti piovono da ogni parte....
— Gli è che levato delle domeniche e delle altre feste d’intero precetto, i’ lavoro sempre. Per me, sotto la Fortezza, Lungarno di Carnovale, al Monte alle Croci i venerdì di Quaresima, al Prato delle Lune per San Luca, alla Cella di Cialdo, lungo Mugnone, alle Mura,[249] e via discorrendo, per gozzovigliare, per vedere tanti scioperati che anche dalle feste sacre pigliano occasione di far baldoria e d’ubriacarsi, chi m’ha visto m’ha visto. E poi non siamo più dell’erba d’oggi, Simone mio; e a stare a bottega più che si può, è sempre meglio per l’anima e pel corpo.
— Ed avrai cuore di tener costì a telonio tutta la giornata codesti ragazzi?
— Io non gli obbligo: chi vuole sdarsi,[250] padrone; e’ fa sul suo.
I garzoni, ridendo sotto i baffi, lavoravano lietamente; e chi diceva: — Io me ne trovo bene a dar retta al principale; — e chi: — Ho più gusto a portare un giulio a me’ madre, io, che a veder cento maschere.
— Sai tu come l’è? — rispose maestro Simone — voglio andare sotto gli Ufizj; la moglie m’aspetta. Oh! guarda, guarda il me’ Biagio vestito da Arlecchino. Che cosa te ne pare? Non è un giojello? Buffone! ti riconosco, sai? Eccomi, eccomi. Di’ alla mamma che vengo subito; corri. Addio, maestro Carlo. Buona veglia!
— Addio. Animo, ragazzi! il lavoro d’oggi rende il doppio. Povero Simone, vuol rovinarsi; ma il peggio è che quel figliuolo s’avvezza male! —
Nella strada non si udivano altri strepiti che quelli dei martelli e delle lime di maestro Carlo e dei suoi garzoni.
Un’ora dopo, cápita un giovine di banco tutto frettoloso in cerca di maestro Simone, e trova chiusa la bottega. — Volevo maestro Simone — dice a Carlo; — è il magnano del mio principale; ma si vede che oggi e’ se la sbirba; suo danno! Venite voi, maestro Carlo; so che posso fidarmi. Il principale ha bisogno di mutare certe chiavi. Se avete tempo, pigliate gli arnesi: ci vuole un lavoro lesto e fatto con garbo.
— Grazie; ma io non voglio levare questo guadagno a maestro Simone. È andato sotto gli Ufizj, posso mandare a cercarlo.
— Vi par egli? Il principale non può aspettare; domani parte. Animo! Una volta tanto non ci sarà male. Doveva stare a bottega il balordo! Ve lo chiedo proprio in piacere. E se non venite voi, cerco un altro.
— Quand’è così, eccomi a’ vostri comandi. Lavorerò per Simone.
— Va bene. Ma prendete de’ buoni arnesi; le son toppe indiavolate.
— Se vedrò di potervi contentare, starò all’impegno: sennò, vi servirete d’un altro.
— Così parlano i galantuomini; ma chi ha meno pretensione, dà più nel segno.
— Andiamo. Ragazzi, lavorate. Or ora torno. —
Maestro Carlo si comportò da suo pari; lavorò a bottega chiusa fin dopo la mezzanotte; e il banchiere fu tanto contento della sua abilità e della sua esattezza, che volle dargli un bello zecchino. L’avrebbe anche fissato per altri lavori invece di Simone, ed egli rispose: — La scusi, non mi dà l’animo; non voglio levare il pane a nessuno. Se oggi Simone ha avuto la disgrazia di non poterla servire, non sarà così da qui innanzi.
— Hai ragione; mi piace la tua onestà. Ma c’è un forestiero che mi richiede d’un buon magnano per dargli molto lavoro. Gli propongo subito te, perchè sono sicuro di farmene onore.
— Ed io lo servirò meglio che potrò. Grazie tante! —
Il giorno dopo, all’aperta di bottega, maestro Carlo andò a trovare maestro Simone, che era sempre immelensito dal chiasso e dal sonno. — E com’è andata? Ti divertisti tu a tuo modo?
— Lasciami stare! non ho più fiato; e quel che è peggio, mi trovo rasciutta la tasca. Buon per me se jeri t’avessi dato retta! Me ne seguirono d’ogni razza! Che giornataccia! Il figliuolo m’ebbe a rimanere sotto una carrozza; si conciò tutto, e trema sempre dal rimescolamento; ho paura che mi s’ammali. La me’ donna si strappò il vestito nuovo. Io non trovo la via di rimettermi a lavorare. Sarei capace di andarmene a gironi[251] per passar la mattana.
— Vorresti pregiudicarti più che mai? Animo! a ogni cosa v’è il suo rimedio. Coraggio! Una buona settimana di lavoro ripara a tutto. E intanto, vien qua. Lo vedi questo zecchino? È tuo; lo guadagnai jersera per te, lavorando a un banchiere che aveva mandato a cercarti. E’ mi ha promesso il lavoro d’un forestiere, e ci combineremo per farlo a mezzo. —
Maestro Simone gli buttò le braccia al collo; non voleva lo zecchino, ma finalmente lo prese; fece proposito fermo di non mai più abbandonare il lavoro pei passatempi frivoli e dannosi, e fu puntuale con sè stesso.
V. — Un lunedì in Camaldoli.
Il Canarino.
Un lunedì mattina, levatomi presto, passeggiando bel bello, arrivai in Camaldoli. Appena entrato in una via delle più popolose, odo un frastuono di risate, d’urlacci, di batter di mani e di fischi; e vedo ragazzi col loro pezzo di pane sotto il braccio, uomini con gli arnesi del mestiere, donne scapigliate e in ciabatte accorrere ed affollarsi davanti una casa, e bambini e fanciulle alle finestre, e tutti fare un tafferuglio, uno schiamazzo da disgradarne la fiera dell’Impruneta;[252] e guardavano e accennavano un tetto che poteva essere dominato in parte anche dal mezzo della strada. Su quel tetto v’erano una donna e un fanciullo che parevano forsennati, ballonzolando la tarantella. A un tratto anch’io fui mosso alle risa; ma tosto me ne uscì la voglia, pensando al loro pericolo, ed accorgendomi che facevano la caccia ad un povero canarino scappato di gabbia. Le fischiate erano pei loro inutili tentativi di chiapparlo; gli evviva pei voli dell’innocente bestiolina, quasi fosse diventata il Pagliaccio di monsu Guerra,[253] allorchè ad ogni salto mortale,
Dell’attonita gente i magni spirti Accendeva di bella emulazione, Ed in mezzo agli applausi iva l’eroe Con la patria nel petto a far più grande D’essa il nome, ed il suo....
Fatto sta che il misero animaluccio, stordito dagli urli, spaventato dai suoi persecutori, che per affetto sviscerato lo volevano rimprigionare, alla fine tentò un volo più ardito, ma non lo resse, e precipitò sulla folla, allora cento mani si contesero il protetto amico della libertà; ma l’infelice pagò troppo cara la protezione, perchè morì soffocato da chi avea tanto zelo per la sua salvezza. Intanto i suoi tiranni rimasero sul tetto, delusi e segno alle beffe ed alle fischiate della marmaglia; ed o fosse l’impeto dello sdegno, o la fretta di rifugiarsi nell’abbaìno, venne giù un tegolo smosso, e spaccò la testa a un ragazzo. Allora un prorompere in osceni improperj, e uno schiamazzare più strepitoso che mai, finchè non scaturirono dalle vicine botteghe due o tre uomini armati di bastone o di nerbo a dar la caccia ai monelli, tempestando bòtte alla cieca e facendo piazza pulita in un attimo. Il corpo dell’estinto ebbe tosto sepoltura nel ventre d’un gatto.
Tutto ciò poteva dirsi un’inezia, se non fossero stati gli strapazzi patiti dal canarino prima di morire, e le dolorose conseguenze che derivarono dalla curiosità di chi accorse a vedere e ad accrescere lo scompiglio. Non dirò le inimicizie e le contese dei padroni del canarino col vicinato: non i lividi, le paure e i pianti dei bambini lasciati soli e ruzzolati a terra dal letto, non le prede dei gatti rimasti padroni delle cucine.... Le grida disperate che uscivano da una casa della strada contigua mi spinsero ad entrarvi con gli altri: «M’è affogato il figliuolo! Ajuto! Oh Vergine! urlava una donna spenzolandosi al pozzo, e strappandosi i capelli; e la gente affollata, sbigottita, non sapeva che cosa farsi; quand’ecco un giovine, ratto come il baleno, aprirsi la via, ghermire la fune, annodarla che non scorresse e calarsi nel pozzo; e un uomo accorrere con una scala, e in men che il dico ricomparire salendo per essa il giovine coraggioso con in braccio un bambino di forse quattro anni. Non dava segno di vita; e la madre, più forsennata di prima, a stringerlo al seno, a baciarlo, a brancicarlo piangendo. Ma l’uomo cavatoglielo dalle mani: — Potrebbe darsi che non fosse morto, — diceva — aspettate; — e presolo pei piedi lo capovolgeva per fargli vomitar l’acqua secondo il comune errore. Allora mi feci avanti, e: — Se v’è speranza di salvarlo, — esclamai — per carità non fate così. Via subito a chiamare un medico; — e il giovane a corsa pel medico. E intanto feci stendere supino il fanciullo sul letto, e scaldare quanti panni si poteva..., e pregai che la folla facesse posto. Per buona sorte un medico era vicino, e tosto venne.
Postosi attorno al fanciullo, bisognò respingere a forza i curiosi, altrimenti non avrebbe avuto campo di fare il suo ufficio. È una crudele stoltezza affollarsi attorno un disgraziato per vedere, senza dare ajuto, facendogli respirare un’aria cattiva e impacciando coloro che lo assistono. Io trassi in disparte la madre per frenare le sue smanie e la sua impazienza, e intanto udiva il cinguettìo delle donnicciuole: — Già non concluderanno nulla.... Pretendono di resuscitare un morto.
— Le sono minchionerie; tempo perso!
— È tanto bracona quella benedetta Geltrude, che si lascierebbe bruciare la casa per andar dietro a’ fatti degli altri.
— Dacchè il suo marito sta con l’Ebreo ha la sperpetua in casa. —
Come se il servire onestamente, e senza rinnegare la fede, un Turco o un Ebreo, fosse peccato!...
Dopo due ore di tentativi e di cure, dopo una buona cavata di sangue ed altre opportune cautele, l’abile medico con grande maraviglia di tutti e con indicibile consolazione della madre, aveva richiamato in vita il fanciullo. Esaminando allora in che modo e’ fosse caduto nel pozzo, fu visto ch’ei doveva essere salito da una seggiola sopra la madia, posta con poco senno presso la finestra del pozzo, e che questa finestra era stata scapatamente lasciata aperta dalla madre per accorrere fuori; il bambino, o volesse guardare il fondo, o baloccarsi con la fune, s’era spenzolato tanto da precipitare laggiù. Fortuna che la cucina era a terreno, e il pozzo poco profondo! La madre incolpandosi, giurando di non lasciar più solo il figliuolo, di chiudere sempre il pozzo, e tuttavia piangendo dirottamente, ringraziava Dio, il medico e il giovine, il quale, senza curarsi di ringraziamenti o di lodi, già se n’era andato pel fatto suo. Aveva una buona fisonomia tutta serenità e schiettezza, le vesti da bracciante[254] ma pulite, gli sguardi pieni di fuoco; ed era intrepido e risoluto negli atti. Seppi che faceva il trombaio; e tutti lo tenevano per giovine onesto, laborioso, abile e di buon cuore.
La Protezione.
Batteva il tacco innanzi a me un uomo attempato e grassotto; aveva il codino, i calzoni corti e le fibbie alle scarpe. Quel vestiario antiquato mi dette nell’occhio, e accostatomi un po’ più, vidi una di quelle facce rubiconde e gioviali che fanno consolazione e mettono proprio di buon umore. A un tratto mi parve che incominciasse a rattenersi o a camminare di malincorpo, come chi teme il passo di Malamocco. Ora si fregava il mento con la mano storcendo la bocca, ora si rosicchiava le unghie, stabaccava, o faceva la rassegna dei suoi bottoni. Ma finalmente, squadrata ben bene una casuccia, e scossa la testa, si piantò nel rigagnolo a gambe larghe e con le braccia incrociate sul petto, alzò il capo facendo rizzare all’improvviso il codino sul bavero lumacoso della giubba, e chiamò con quanto fiato aveva — Giovann’Antonia! — Una vecchia impresciuttita e rubizza apparì a scatto di molla alla finestra dell’ultimo piano, esclamando: — Oh! mamma delle poerine! gli è proprio lui!
— Volete voi far motto a capo scala, Giovann’Antonia?
— Gaudeamus![255] — rispose ella; e in un batter d’occhio scese le scale, appuntandosi un fazzoletto bianco, buttato alla peggio per pudicizia sopra un collo color di nocciòla e grinzoso come quello delle testuggini. — Che Dio vi dia bene! — esclamò tutta gioconda ed a mani giunte; — chi non muor si rivede! ogni cent’anni una volta! Animo, passate; almeno per riposarvi.... Non degna più vosustrissima?
— Non ho tempo.
— No’ siamo alle solite! Sempre le furie. Che cosa vuol dire eh non esser più dell’erba d’oggi, maestro Jacopo? Ma!... scordarsi proprio di tutto!....
— Il tempo passa, Giovann’Antonia! —
E la temuta loquacità della vecchia, incominciava a fargli perdere la pazienza.
— Lo so che il tempo passa — rispose ella ponendo le mani sui fianchi, — ma eh? quarant’anni fa non avreste parlato così; salmisia![256]
— Insomma! — esclamò Jacopo, uscendo de’ gangheri, — o chetatevi o me ne vado.
— Sì, starò zitta. — Soggiunse allora colei strillando meno. — Dite voi; in che cosa posso servirvi?
— Dov’è Matteo? Sempre a gironi? Ha egli messo giudizio? Ho bisogno d’un lavorante. Quasi quasi mi arrischierei a metterlo in fabbrica un’altra volta.
— Dio facesse! — esclamò con fuoco; — mi sono raccomandata tanto nelle mie orazioni! volevo ben dire che vo’ ci avessi abbandonati per l’affatto, a questi lumi di luna!
— In conclusione, c’è egli?
— Ora come ora.... ve la dirò giusta giusta.... — e con voce supplichevole — gli è a caccia; ma, non dubitate....
— Con quel solito signorino? con quel protettore spiantato? Ho capito! Buon pro gli faccia! — E si voltava risoluto per andarsene.
— Per l’amor di Dio, sentite — diceva la vecchia tutta umile e addolorata, scongiurandolo a trattenersi. — Domani va lassù il prete; gli mando a dire che torni subito....
— Figliuola mia, non s’è fatto nulla; finchè Matteo farà il secutus[257] a quello sdolcinato ganimede, a quel vagabondo pieno di boria e di debiti, può girar largo. Per me, lo sapete, voglio gente che stia al sizio: i signori nei palazzi, e i braccianti a bottega.
— Ma che cosa volete ch’i’ ci faccia io, povera madre? E’ non aveva lavoro.... Quando stette con voi la prima volta stentava tanto a guadagnare....
— Perchè aveva poca voglia di durar fatica; perchè stava dietro a tutte le festicciuole.... E poi, si sa, bisogna fare il noviziato; e se avesse avuto pazienza, a quest’ora potrebbe riscuotere un buon salario. Ma se crede di passarsela meglio a baloccare il signorino, padrone, si serva....
— Oh che dite voi? figuratevi! e’ c’è andato per non disgustare la casa.... Le son persone che ci possono fare del bene....
— Sarà....
— Fate conto che qualche cosa casca sempre. Non foss’altro gli avanzi di cucina....
— Oh! su questo poi, state zitta! buona roba!... me ne ricordo.... la grazia di Dio andata male.... Sciatterìe, golaggini da far rivoltare lo stomaco.... un companatico da aver bisogno del medico e dei purganti.... Vuol esser pane, maestrina!... La si vede la bella cera della vostra nuora e della sua povera creaturina che ingojano quei veleni! Pane, pane!...
— O gli spogli?... li contate voi per nulla?
— Sciala! uno straccio di falde all’inghilese, e i pantaloni bianchi ragnati.... per far venire la voglia della giannettina e del sigaro! Vuol esser lavoro, e rivestirsi a modo suo, e non portare la livrea di nessuno. A rivederci; ho fatto tardi.
— Ohimè, vo’ siete diventato aspro davvero! Ma via!... voglio darvi la ragione; e sapete? da povera madre, gliel’ho dette anch’io queste cose. Ma noialtri, mi risponde, noialtri non possiamo fare superbia....
— Superbia! superbia! Eh, Giovann’Antonia, i’ vi compatisco io!... L’onore, dico, l’onore.... Quando s’ha un par di braccia e un mestiere alle mani, e voglia di lavorare, non è superbia se ci teniamo di campare da braccianti, ma a casa nostra, e senza strascicarci dietro agli sfaccendati per aspettare che caschi qualcosa, per aver protezione, e bisognando, esser costretti a tener di mano.... lasciarsi disonorare.... Basta, non ho più tempo da perdere. — E se n’andava pieno di dispetto.
— Oh Vergin santa! dico che avete mille ragioni;... ma io....
— Sentite — ritornando un po’ indietro e parlandole nell’orecchio. — Quando quello svenevole dicesse: «Matteo, va’, trovati una bottega; ti darò del lavoro.... te ne farò avere da’ miei amici.... Ecco, ti compro gli arnesi: mi renderai i denari a suo tempo....» Oh! allora crederò al bene ch’e’ dice di volergli; allora benedite la sua carità.... Già, me l’aspettava, sapete, questa notizia! Ma per farvi vedere ch’i’ sono sempre il maestro Jacopo di quarant’anni fa, i’ era venuto prima a cercar di lui. Ora ho fatto il mio dovere; non occorr’altro. —
La povera vecchia non aveva più parole; un nodo le serrava la gola; implorava misericordia con le mani giunte, e con le lagrime grondanti sotto le ciglia canute. Maestro Jacopo che non era un orso, abbassando il capo come per guardarsi le fibbie delle scarpe:
— Chetatevi! — disse con la voce commossa; — Giovann’Antonia, chetatevi! Ci penserò meglio; vedrò; ma non gli mandate a dir nulla.... Lasciate che si diverta, che si sfoghi. Quando ritornerà, se ne avrà voglia, ci sarà da lavorare anche per lui.... La Provvidenza mi assiste.... Sì, mandatemelo a bottega.... Po’ poi, la colpa non è tutta sua.... è traviato, e potrebbe darsi che una volta si ravvedesse. Mettiamolo daccapo alla prova.... E quella disgraziata della sua moglie, come se la passa?
— Eh! che cosa volete? — ripigliando tutto il suo animo e rasciugandosi le lacrime col grembiule. — La non si può dar pace.... E’ la fa stentare.... e così sopra parto.... Volete voi che la chiami?
— No! — con una risoluzione che sarebbe parsa crudele, se la voce non fosse venuta come un gemito dal fondo del cuore; e poi, nel pigliare la mano alla vecchia per dirle addio, le lasciò una moneta di dieci paoli![258] e, senz’altro, pigiandosi il cappello sugli occhi, andò via.
La Giovann’Antonia proferì qualche parola di ringraziamento, si fermò sulla soglia dell’uscio a guardargli dietro, e poi, quando l’ebbe visto scantonare, baciò due o tre volte quella moneta, e adagio adagio cominciò a salire le scale. — Questi sono uomini! — diceva tra se e sè. — Che sbaglio fece mia madre, Dio la perdoni, a non volermi dare a lui, perchè era nocentino![259] Nocentino o no, aveva un buon mestiere e buone intenzioni; e un cuore di Cesare! Quel che diceva, lo manteneva. Era colpa sua, poverino, se non conosceva nè babbo nè mamma? A me non importava; conoscevo lui, e tanto basta.... Mio marito, buon’anima.... uh! il cielo mi guardi dal dirne male! era una perla.... ma con tanto voler fare le cose alla grande.... ecco qui.... e’ ci ha lasciati come Tenete.[260] E quel benedetto ragazzo tirerebbe da lui! e’ si vergogna di portare il grembiule.... Vuol bazzicare i signori.... Oh! ma starò a vedere io, se questa volta lascierà l’arrosto pel fumo. Eh, eh! non sono ancora sottoterra, no, io! — E così dicendo arrivò al pianerottolo, riprese fiato, e andò a consolare la povera nuora, che pallida, a capo basso, logorata dal crepacuore, cullava il figliuolo di un padre senza giudizio; un bambino macilento, nutrito col latte del dolore, e più avvezzo a veder le lagrime che il sorriso d’una madre sventurata ridotta a patire ed a piangere per le insensatezze del marito traviato e per le insidie del protettore libertino.
I Compagnoni.
Tra la tenerezza e il rammarico di ciò che io aveva visto e saputo, mi posi dietro a due calzolaj che s’incamminavano con poca sollecitudine verso la bottega. Uno di essi aveva l’aspetto sereno ed un buon colorito, e avresti detto che andasse adagio per far piacere al compagno; il quale col viso giallo, col sigaro in bocca e gli occhi smarriti, pareva malato. — Animo! — dicevagli dolcemente l’altro, allestisci il passo, che è tardi.
— Oggi non c’è bisogno di furia, — rispose. — È lunedì. Tutti se la sbirbano.
— Oh! un bel discorso codesto! Par che sia obbligo seguire il mal esempio degli altri, sciupare il tempo, i denari e la salute perchè è lunedì. D’avanzo chi ha poco giudizio si rovina le domeniche! E tu lo sai, figliuolo. Credevo d’averti persuaso; ma si vede che per tua disgrazia non vuoi darmi retta. Guarda se quelli che si potrebbero spassare più di noi, nemmeno ci pensano! Il nostro principale s’è fatto un patrimonio, ma non smette mica di lavorare; e lavora tutti i giorni, e dalla mattina alla sera. E nella sua gioventù era un povero garzone come noialtri. E il signor Andrea che conosci anche tu, con un’entrata di dieci paoli il giorno, e poca famiglia, potrebbe darsi buon tempo.... gnornò; e’ lavora sempre! Conosco un magnano che ha una villa con tre poderi; nonostante va a bottega, e non fa vacanza nè anche le mezze feste!... — Il compagno rispose:
— Sicuro! loro hanno già fatto i quattrini; e chi più ha, più vorrebbe avere.
— O che non possiamo mettere in serbo qualche soldo anche noi? Basta cominciare. Io, tu lo sai, ho il mio libretto della cassa di risparmio. Quel che avrei speso in merende, in sigari, in divertimenti, tutto lì; e ancora non son morto ch’i’ non diventi qualche cosa più di garzone. Per carità, Sandro mio, ti voglio bene, e vorrei....
— Po’ poi io non ho famiglia; posso scialare un altro poco.
— O io che l’ho? E poi quando si fa l’uso alla scioperatezza e all’ozio, è più difficile ravvedersi.... E’ viene lo scoraggiamento. —
Intanto un altro giovinotto fischiava a una casa, di dove ne uscivano due, e tutti insieme fermarono i calzolaj, facendo loro le feste. Il fischiatore zelante:
— Animo! — disse — figliuoli; oggi ci sono le corse degl’Inghilesi alle Cascine; bisogna andarci. Il ritocchino[261] lo pago io. Ho sempre un resticciòlo della vincita del terno. Gli hanno a andare tutti pel medesimo verso. Si deve stare allegramente. Venite, venite. — Il calzolajo svogliato, che era per cedere alle buone ragioni dell’amico giudizioso, non potè resistere a quest’invito. Due lo presero nel mezzo a braccetto, e all’amico non riuscì di trattenerlo. Anzi n’ebbe le beffe, perchè ricusò di seguirli; ma anche da lontano s’affaticava a dir loro:
— Date retta a me.... finitela questa storia.... Verrà il tempo che ve ne pentirete.... — Non gli badarono; e canterellando disoneste canzoni s’avviarono alle Cascine.
I Giuocatori.
Riflettendo passo passo alle triste conseguenze della scioperataggine a cui s’abbandonano il lunedì alcuni mestieranti della città, mi trovai di faccia ad una prenditoria di lotto.

I GIUOCATORI
V’era la folla a leggere l’estrazione di Roma. Anch’io mi fermai; nessuno degli affollati, uomini o donne, era lieto: chi si grattava il capo, imprecando alla fortuna o al libro de’ sogni; chi si rammaricava di non aver saputo levare i numeri; chi era disperato per aver impegnato senza costrutto ogni cosa; e i mariti se ne tornavano a casa a sfogare la loro collera contro le povere mogli. Grande schiamazzo faceva un pollajuolo per aver avuto due numeri accanto: — O va’ a riscoterli! — dicevano gli altri beffandolo. Egli impermalito rispondeva con oscene parole, senza curarsi delle fanciulle e dei ragazzi che udivano. Due donne erano per accapigliarsi, sostenendo l’una d’aver fatto la giocata a mezzo con l’altra, e richiedendo in conseguenza la metà della messa;[262] ma sarebbe stata capace di negare la metà della vincita, se la fortuna le avesse assistite. Una pinzochera battipetto narrava i suoi sogni, le diverse spiegazioni di essi, citava le cabale, portava le ragioni del non aver vinto nè ella nè la tale nè la tal’altra che avevano avuto i suoi numeri; e non era scoraggiata, ma si sdegnava della poca accortezza dei giocatori, delle malìe fattele per invidia, e dava consigli e avvertimenti per l’avvenire. Aveva un’udienza numerosa, e i balordi le davano ragione; ma non tutti. — Gracchia meno![263] — esclamava con acerbo rammarico una donna rovinata per averle dato retta. — Intanto il tuo marito è allo spedale e il figliuolo in prigione, precipitàti dal tuo poco giudizio.
— E non va mai a vederlo quel pover’uomo, — soggiunse un’altra. — Non v’è pericolo che la gli compri una beuta.[264] Tutti nel giuoco. Quando venne la Misericordia a pigliarlo, l’era nel botteghino.
— Io poi non mi lascio infinocchiare dalle sue frottole — riprese una che aveva l’aria di donna savia. — Il giuoco non mi gabba: non passo mai la lira...; raddoppio la posta quando c’è la Gogna,[265] e basta....
— E io — scappa fuori una serva — giuoco solamente quando qualcheduno ne fa delle belle. Mi sa mill’anni che segua una rissa, un rubamento o un incendio; allora soltanto ricavo i numeri. Ho visto che i più sicuri si ricavano sempre dal fuoco.
— Me la fareste dir bella, donne senza cuore e senza giudizio! — esclamò un ortolano che passava di lì col suo carretto. — C’è più conclusione negli orecchi del mio somaro, che in tutte le vostre zucche arruffate.
— Aspetta ch’io compri l’insalata da te, villanaccio! — rispose indispettita una donna.
— Non m’importa; tanto con chi giuoca non ho mai fatto un pasto buono. Arri là, Bartolo! che sta’ tu a fiutare? Non senti che è tutto puzzo di miseria? —
Intanto la pinzochera se n’andava dicendo: — Maria benedetta! è tardi.... Mi toccherà a perdere la messa; e a quest’ora il confessore se ne sarà andato.... — E così mischiando il giuoco e la religione, ella andava a profanare il tempio co’ voti colpevoli di un turpe vizio. Ecco dall’altra parte correre furiosamente un omaccione in maniche di camicia, scalzo, ansimante; aprire con impeto la folla, quasi ebbro di giubbilo, ma ritenuto ancora dall’incertezza; guardare, e sbirciare con ansietà l’estrazione; s’accosta di più, ma tremando; e poi fatto certo dell’inganno, si morde le labbra divenute bianche, si caccia disperatamente le mani entro i capelli, e imprecando con orribili grida, ritorna indietro.
— Madonna santa! — esclamarono le donne atterrite — or ora si butta in Arno!
— Gli hanno dato ad intendere che aveva vinto — disse uno sopraggiunto di fresco. — Ha messo tutto il suo sopra un numero, e per un punto ha perduto. — E seguitò a narrare la celia ordita per fargli credere la vincita.
Il peggio si è ch’egli sfogò la sua collera sulla sventurata famiglia; e il frenetico, arrestato pe’ suoi disordini, dovè andare a scontarli in una prigione. Dopo questi fatti mi parve di scorgere sul volto di alcuni un rammarico, una specie di ravvedimento, e tutti se n’andarono costernati. In terra, di faccia alla prenditorìa v’era la fiorita dei biglietti stracciati. Parevano sangue mischiato di lacrime e di veleno, e che ne uscissero sospiri, pianti ed alti guai!
La Gogna.
La gente se n’andava alle sue faccende. Scoccavano le dieci; ed ecco il suono lugubre della campana del Bargello che incomincia a percuotere l’aria. Il bisbiglio rinasce. Uno, due, tre.... escono dalle case, dalle botteghe, e via a corsa verso il Bargello[266] e non solamente uomini, ma ragazzi, e donne e fanciulli. Pur taluno proseguiva pel fatto suo, e allestiva il passo, e sospirando si chiudeva gli orecchi. Udii un bambino domandare alla mamma che cosa volesse dire quella campana e quel correre della gente: — Raccomandiamolo a Dio, — gli rispose; — suonano per uno che ha fatto del male. — E s’affrettava per chiudersi in casa.
Ma gli altri: — Vieni tu? Animo, si fa in un momento.
— Oggi ce ne sono tre.
— Sì, bisogna vederli.
— Sventurati! — esclamò un sacerdote, che forse era il parroco, — sventurati loro, e voi più di loro! E avrete il cuore di lasciare le vostre faccende per vedere l’infamia e il gastigo dei vostri fratelli? La giustizia umana avrà forse bisogno di questi tremendi esempj; ma voi, perchè, trascurando il proprio dovere, abbandonate la bottega o la famiglia per sì crudele curiosità? Quei meschini son lì perchè hanno trascurato il proprio dovere.... pensateci! E se la disperazione non gli avesse accecati, o se avessero avuto la fortuna meno avversa, forse non sarebbero nè anche colpevoli. Compiangeteli piuttosto, e pregate Dio, affinchè possano sopportare con pazienza il loro gastigo, e ravvedersi. —
Alcuni tornarono indietro; e il buon parroco accompagnatosi con essi, strinse affettuosamente le loro mani, li condusse in un oratorio vicino, e fatta insieme una breve orazione a Dio, implorò perdono e misericordia pe’ traviati. La sua voce era commossa e, qualche lagrima cadde dagli occhi di coloro che lo avevano seguìto.
La Bettola.
Verso il mezzogiorno incominciò l’affluenza alla bettola, sebbene vi entrasse meno gente del solito, perchè essendo giorno di lunedì, molti dei suoi avventori erano per le osterie di campagna. Intanto dal terreno di una casuccia poco distante dalla bettola uscivano le dolorose querele d’una donna.
— Ecco qui, — diceva ella ad una sua vicina, che le aveva portato per carità una minestruccia fatta sull’acqua, — lui all’osteria, ed io a patire. Dio ve ne renda merito! Se non foste voi, oggi sarebbe stato digiuno rigoroso. Finchè non posso riportare quella po’ di seta non si mangia. Ma eh? che mariti! Hanno la casa aperta, e la moglie che gli aspetta: ma no! all’osteria per ispendere il doppio, e ubriacarsi, e non esser più buoni a lavorare nel resto della giornata. E per soprappiù anche il giuoco! Si comincia dal fiasco, e si finisce col perdere la camicia. Ma! è toccata a me questa tribolazione.... Benedetto il me’ cognato: guadagna poco! non potrà comperarsi la carne tutti i giorni; ma quel poco lo mangia con la moglie, sempre in pace, sempre di buon umore. E la Geppa? ha il marito che lavora fuori di porta; ma e’ torna a bella posta in Firenze per pigliare un boccone[267] con la famiglia. E l’osteria l’avrebbe accanto; ma che! una volta ch’è una volta non c’è entrato. Quelli son uomini! E senza debiti, e pieni di salute loro e i figliuoli; perchè lì non si trangugia pane e afflizione. —
La vicina, confortatala ad aver pazienza, andò via. Poco dopo sopraggiunse il figlioletto della sventurata; ed ella rasciugandosi una lagrima e composta a serenità la sua faccia, si pose a mangiare con lui la minestra. Quindi il fanciullo si provava a rodere un tozzo di pane scuro e risecchito; ma la madre, levandoglielo di mano, diceva: — Aspetta, bambino mio, è troppo duro cotesto. — E andò a cavare da un ripostiglio una fetta di pane bianco involtata in uno straccio di tovagliolo, e glielo dette senza pigliarne un boccone per sè. — Ma bada, sai? che il babbo non lo risappia. Povera me, se arrivasse a scoprire che ho da comperarti una libbra di pan bianco! Ah Cencio, Cencio! Quando mi facevi l’innamorato, a detta tua dovevo trovarmi a stare come una regina; non mi sarebbe mancato nulla; e sempre insieme.... E allora tu eri un giojello! Il primo sempre a andare a bottega; tutto pace, e buono come un angiolo.... Ora, dacchè tu pratichi tanti capitalacci, e bàzzichi le osterie e i biliardi, sei diventato un demonio. Carlino! tu piangi!.... che hai?
— Mamma, questo pane non lo posso buttar giù, se non ne mangiate anche voi. — La povera madre, rimproverandosi d’aver dato sfogo al suo dolore senza più ricordarsi che era presente il figliuolo, prese ad accarezzarlo e baciarlo, quando a un tratto fu scossa da uno scroscio di risa sgangherate. Il pane bianco scappò di mano al fanciullo, ed ella tutta sgomenta lo raccattò, corse a rimpiattarlo, e poi ricoverò il figliuolo tra le ginocchia. Ecco il marito in compagnia d’un altro sciagurato. Pareva che non potessero salire lo scalino dell’uscio; ma traballando passarono; e narrarono con risa scempiate, che il cammino dell’oste avea preso fuoco; polli e frittura, tutto sciupato dalla fuliggine; ma che essi a buon conto qualche cosa avevano in corpo, e che approfittandosi dello scompiglio erano venuti via senza pagare. Volevano godersi sotto la Fortezza[268] i denari non spesi all’osteria; e invitavano anche lei a fare scialo con essi alla barba dell’oste.
— O perchè non ajutarlo a spengere? — diss’ella.
— Cospetto! — rispose il marito, cadendo di scoppio a sedere sopra la panca — che bruci lui con tutti i libracci dove ha scritto il mio nome! Ci fa pagare l’osso del collo; e noi ci dobbiamo sbracciare per lui?
— O perchè ci andate? e lasciate le povere mogli a casa a patire?
— Chétati! — alzandosele contro furioso. — Ti conduco a far merenda sotto la Fortezza, e tu mi vieni fuora con questi discorsi?
— Per carità, — esclamò la sventurata buttandosegli a’ piedi — non fare strepito!
E il fanciullo piangendo stava tra mezzo, con le mani giunte verso quel padre spietato. Ma intanto l’amico, che non poteva più stare alle mosse lo tirò via con sè, e andarono barcollando sotto la Fortezza. La moglie rimase lì a piangere; e tanto ella che il figliuolo non poterono più accostarsi il pane alla bocca in tutto quel giorno.
L’Innamorato.
Verso sera mi ritrovai in fondo a una strada solitaria e vicina alle mura della città. Vidi aperta la finestra terrena dell’ultima casipola, e ne usciva un dolcissimo canto. Era la voce di una fanciulla, e le parole cantate mi parvero queste:
Su, notturni viandanti, Su, movendo i passi lieti, Oda il Cielo i nostri canti Nella sua serenità: Forse un coro d’Angioletti A cantar con noi verrà. Della Luna il bianco raggio Inargenta omai la Terra; Ci accompagna per viaggio, E consola i nostri cor. Duri eterna l’ora santa Della pace e dell’amor.
In quella povera stanza vedevasi un letto, ed in esso una donna malata, col volto pallido e magro, ma sereno. La figliuola vereconda e leggiadra, forse di diciotto anni, con vesti povere ma linde, stavasi accanto al capezzale della madre; e allora faceva la calza; ma presso la finestra v’era un telajo da ricamare. Vedendo la madre sorriderle per la dolcezza del canto, tutta consolata continuava:
Presto andiamo; in sulla via Sorge un piccolo tugurio Che l’immagin di Maria Col suo tetto coprirà; Della luna il bianco raggio La sua lampada sarà. Protettrice delle mèssi Tra la siepe in mezzo ai fiori, Quante volte genuflessi L’han baciata i pii cultori, Invocando pei figliuoli La gran madre del Signor!
— Vien qui! — disse l’inferma, e le chiese un bacio. Allora la giovinetta giubbilando si chinò sul suo volto, e le ne diede due.
— E ho finito la calza — disse poi con un sorriso di contentezza.
— Hai fatto presto! e’ mi pare di non aver male con questa figliuola accanto. Ce n’è più della canzoncina?
— Sì, mamma; ecco il resto:
Oh! per quante rimembranze Sacro è a noi quel monumento! Di conforti, di speranze Taciturno donator. Quante lagrime vi han sparse E la gioja ed il dolor!
— Non t’ho sentito cantare mai tanto bene! Mi passano tutti i dolori.... — Indi, come se un pensiero molesto le fosse balenato alla mente, si turbò all’improvviso, strinse la mano della figliuola, e guardandola con occhi supplichevoli, disse: — Ma!... non le darai retta eh? a quella signora che ti lodò tanto, e che ti vuole per cameriera. È vero; ti promesse tante belle cose, ma....
— Mamma mia! che cosa dite? Perchè affliggervi dubitando ch’io possa lasciarvi nè anche un giorno? Già vo’ lo sapete; ancora che fossi certa che non vi poteste più ammalare, starei sempre con voi, ancora che non dovessi più pensare a Beppe.... — E nel proferire quel nome, il volto le si copriva d’onesto rossore.
— E poi, tu hai l’esempio della povera Lisa — riprese la madre.
— Eh lo so, poverina! non ha un momento di bene..., par tisica; lavora come un martire, e la sua padrona non è mai contenta; le fa fare e disfare le cose due o tre volte, e non ha riposo nè anche la notte. Poi.... Oh! povera Lisa!... la mi disse piangendo che l’aveva anche certi altri dispiaceri più grandi.... tanto grandi, da non potermeli raccontare. Nè io mi curo di sapere i fatti suoi quando non abbia modo d’ajutarla. Almeno, diceva potessi uscire! Ma no! e’ la tengono, si può dire, per forza.
— Che peccato! Lo vedi dunque? non ti lasciar mettere su da nessuno.
— Figuratevi! E se Beppe potesse immaginare che ho parlato con quella signora, e ch’ella mi fece quei discorsi, Dio guardi!
— Sì, sì, non ci va pensato.
— E non mi date più il dolore di dubitarne. Non vi lascerò mai; e se Beppe vorrà la mia mano, giacchè non ha nessuno, deve prima promettermi di star sempre con voi. Oh! lo farà dicerto. Intanto bisogna raccomandarsi a Dio che abbia il premio al concorso di meccanica, perchè il suo maestro di bottega gli ha promesso di crescergli il salario se ha questo premio.
— Oh! gli toccherà, ne son certa.
— Ma chi lo sa? diceva sospirando la giovinetta.
— E se non lo avesse quest’anno? pazienza! — riprese tosto la madre, confortandola. — A buon conto lavora bene, ha giudizio; e anche senza il premio, se il principale è giusto....
— Lo so; ma si potrebbe accorare e perdere d’animo....
— Eh via, non aver paura! Beppe non è più un ragazzo. Animo! canta un altro poco. — E la fanciulla, piena di fiducia, ricominciava a cantare:
Della luna il bianco raggio Inargenta omai la terra; Ci accompagna per viaggio, E consola i nostri cor. Duri eterna l’ora santa Della pace....
E interrompendo il canto, si pose in orecchi. La madre si voltò a guardarla; ed ella con timido sorriso: — M’era parso.... avrò sbagliato....
— E tu credi che stasera venga presto? Ha finito forse di lavorare intorno al modello?
— Non lo so, perchè su questo non mi ha voluto dire mai nulla....
Duri eterna l’ora santa Della pace e dell’amor.
Intanto s’accostava alla casuccia un giovine frettoloso. La fanciulla balzò alla finestra, lo riconobbe, e dopo avere avvisato la mamma, corse ad aprire. Quel giovine era più lieto del solito; ella se ne accorse appena gli ebbe rivolto un’occhiata amorosa; e battendo le mani: — Buone nuove! — disse alla mamma.
Beppe era un artigiano, non bello, ma d’aspetto sereno, piacevole, sincero e dignitoso; era vestito con semplicità e lindura. Le parole e gli atti manifestavano la bontà del cuore, un affetto virtuoso e una buona educazione. Dopo aver salutato l’inferma, zitto zitto e sorridendo prese il lume, s’accostò al letto, e si trasse di tasca una lucida medaglia. Le donne la guardarono con subita maraviglia.
— Michelangiolo! — esclamò la fanciulla, leggendo il contorno. — È il premio? Così presto! Davvero? — Beppe guardando il cielo, e accostandosi la medaglia al petto, esclamò:
— Dio m’ha assistito!
— Ma tu non me lo dicesti — soggiunse la Nina — che il giorno dei premi era così prossimo!
— Se non mi fosse toccato...! — rispose Beppe — chi sa quante ore di penosa incertezza per voi. — La povera inferma piangeva dalla consolazione, abbracciava ora il giovine, ora la figliuola, e giugnendo le mani, invocava su loro la benedizione del Cielo. Immaginiamo le venerate e severe sembianze del Buonarroti, i volti lieti, l’amore, le speranze ed il giubbilo di chi le contemplava, e lasciamo quella coppia felice a godersi i piaceri d’un amore virtuoso.
Presa la via delle mura, mi trovai alla porta delle Cascine. Vidi un chiarore insolito, e la gente accorrere ed affollarsi; e finalmente ecco le torce e la compagnia della Misericordia ed il cataletto. Portavano allo spedale un disgraziato giovine calzolajo, il quale, per ribadarsi[269] da un soldato a cavallo, che faceva largo alle corse degl’Inghilesi, era rimasto sotto una carrozza, e s’era rotto una gamba!
Il Teatro.
Era già bujo, e il cielo rannuvolato minacciava un rovescio. Passando di Via Palazzuolo, udii più qua e più là ragionare di commedia e dello Stenterello che recitava nel vicino teatro di Borgognissanti;[270] ma quasi tutti rattenuti dal cattivo tempo dicevano esser meglio di stare in casa, di risparmiare quel mezzo paolo,[271] e per minor consumo di lume, andarsene a cena e a letto. — Vi lodo; — diceva un uomo ad alcuni giovani artigiani — tanto il teatro non è necessario; e poi in oggi non rappresentano altro che scempiaggini, e si va a rischio di impararvi piuttosto il male. Lo Stenterello si butta a fare solamente scioccherie o sconcezze, e tutti spettacolacci d’assassini, di spiriti folletti.... È una vergogna. Andateci di rado, o soltanto allorchè siete certi che la commedia sia buona, non scipita nè immorale; e quando tale non fosse, meglio sarebbe sempre starsene a casa a far qualche briccica o a leggere qualche libro utile. Soprattutto poi badate bene di non vi condurre ragazzi! Lasciamo stare che le scelleratezze o le inezie indecenti, dannose a tutti, per loro sono pessime; ma la platea! Oh che poca educazione! quante magagne, che licenza, figliuoli! A tempo mio.... non dirò.... gl’imprudenti vi sono sempre; ma ora.... che si fa celia? Si parla di tutto, si sparla, si dà noja.... Insomma io sono rimasto scandalizzato.... E credo che questo dipenda appunto dalle cattive lezioni che vi si danno. Chè se la commedia fosse come m’intendo io, gli spettatori si comporterebbero altrimenti. Ma.... che cosa volete? Gli ostacoli per avere un buon teatro sono troppi! So io quel che dico.... — Pareva che quei giovani gli menassero buone le sue querele. Uno di essi che si allontanò prima degli altri, appena ebbe scantonato[272] videsi venire incontro una povera vecchierella. E’ la conosceva, e le domandò: — Come sta egli oggi Tonino?
— Al solito, figliuolo, al solito, — rispose sospirando.
— E poi, con la povertà addosso....
— Tieni, avevo fatto conto d’andare al teatro; ma è meglio che l’abbia lui. — E ciò dicendo, le donò un mezzo paolo e la buona notte.
La vecchia: — Dio ve ne renda merito! — esclamò. — Già lo sapevo che voi siete un giovine perbene. — E allestì il passo, perchè principiava a piovigginare.
In quel mentre escono da una casipola un uomo e una donna; quello in giubba nera ed in guanti bianchi, questa col vestito di seta e una penna al cappello e la mantiglia ricamata. Infine parevano due signori; ma le esclamazioni poco scelte che fecero accorgendosi della pioggia, non andavano d’accordo con l’apparenza delle vesti. Poi nacque un diverbio, perchè l’uomo riprendeva la donna d’aver indugiato a vestirsi, e questa lui di non essere andato più presto alla crestaia, e si rammaricavano di dovere stare tutta la sera col fradicio addosso, e perdere forse l’introduzione dell’opera nuova. Cospetto! questi signori si sono ripicchiati[273] per andare alla Pergola! E non tornarono già indietro, sebbene la pioggia crescesse; ma aperto un ombrelluccio, si posero una pezzola bianca sopra i cappelli; l’uomo si tirò su i calzoni, la donna tutto il vestito; e saltellando per iscansare le grondaje e le pozze, andarono a gambe verso la Pergola. Questo signore era un gentiluomo caduto al basso, e la signora Maria, sua moglie, aveva chiesto in prestito la mattina stessa ad una buona vecchiarella che abitava una soffitta di quella casuccia la somma di quattro lire, appunto quante occorrevano per andare col marito all’opera nuova della Pergola. — Mi fate una carità fiorita — diceva ella, — perchè il signor Guidobaldo non ha potuto riscuotere ancora certi denari; e non vorrei far debito col macellaro nè col fornajo. Ce n’andrebbe del nostro onore. Sono uomini maldicenti, pieni d’insolenza; non sanno avere i debiti riguardi per le persone distinte al par di noi. Fra tre o quattro giorni vi restituisco tutto, non dubitate.... — E molte altre cose diceva, con voce quasi piangente.
E la vecchia confortandola:
— Glieli do volentieri, sa ella? Basta che la si ricordi che siamo vicini alla pigione: gli ho fatti col mio filato per pagarla.... — E consegnati i denari tornava su, tutta contenta d’avere asciugato le lagrime di quella signora. Dopo la sua partenza, le lagrime si mutarono in riso ed in beffe intorno alla credulità della vecchia che le aveva menato buono tutte le sue fandonie. La sera la moglie ed il marito si lisciano, pongono a letto un loro bambinello di tre o quattr’anni, e se ne vanno alla Pergola. Un’ora dopo, mentre la vecchia era per andarsene a letto, il bambino si riscuote allo scoppio d’un tuono; impaurito chiama la mamma; nissuno gli risponde, ed egli comincia a strillare. La vecchia l’ode nello spogliarsi, e rimane afflitta; ma pensandosi che sua madre troverebbe il verso di farlo chetare, se ne va a letto. Ma il pianto continua. — Meschina me! — esclama ella — o è seguita qualche disgrazia, o i suoi genitori sono fuori di casa. A questo tempo! Mi pare impossibile. Vo’ un po’ vedere se hanno bisogno di me.... — Si riveste, riaccende il lume, e va giù; si accosta all’uscio, e chiama; nessuno risponde; picchia, nessuno apre. Chiama più forte, e allora il bambino, udita la sua voce, va gridando che si è trovato solo, che ha paura, che non può dormire; ed ella a confortarlo, a promettergli che starà lì per fargli compagnia; e difatti corre a pigliare la rócca, torna giù, si pone a sedere sopra uno scalino, ed incomincia con lui un colloquio, poi gli racconta le novelle; e il bambino che per lo spiraglio dell’uscio vedeva un poco di lume, si riconforta, è contento; e dopo due ore, a mezzo di una novella, si raddormenta.
La vecchia quando lo ebbe udito russare ben bene, risalì nella sua soffitta, e andò a dormire, non senza prima durar fatica a sgranchiare le membra assiderate dal freddo. Tornarono i genitori fradici mézzi;[274] trovarono il figliuolo come lo avevano lasciato, e poco soddisfatti del loro divertimento, se n’andarono a riposare. Di levata il figliuolo narrò che gli era apparso in sogno la vecchia a liberarlo dai lupi che lo volevano sbranare ed a raccontargli novelle. Nè in quel giorno, nè in quello dopo, nè in altri si ragionò di restituire i denari alla vecchia. S’ella avesse avuto qualche altra lira da prestare, sarebbe stato un negozione. Ma la stentava il pane, poveretta! e i due malaccorti scialacquavano ridendosi di lei e del suo perpetuo filare. Venne il giorno della pigione; la vecchia si arrapinò, vendè, impegnò la sua robicciuola per non perdersi la soffitta. I signori buontemponi doverono sloggiare col danno e la vergogna, perchè era il secondo semestre che non pagavano. La vecchia, ricavando il campamento dalla rócca e dai fusi, morì in santa pace, e lasciò tanto da farsi suffragare l’anima e da rivestire di tutto punto tre suoi nipotini. I signori, quando non poterono più far le mode nè andare al teatro, al caffè o ai passeggi, nè giocare al lotto, nè mangiare a debito, nè trovare chi prestasse denari per fomento dell’orgoglio e dei vizj signorili, andarono miseramente a finire, il marito in Montedomini,[275] la moglie allo spedale. Il povero figlioletto era già morto dallo stento!
VI. — Un vecchio Camaldolese.
Non è passato gran tempo che nei Camaldoli di San Lorenzo morì un vecchio battilano, il quale per aver tenuto vita onesta, operosa e utile al bene dei suoi vicini, fu da essi compianto con affetto filiale, e lasciò di sè onorata memoria.
Egli fu buon padre di famiglia, morigerato e amorevole, e potè con savj portamenti indirizzarla al bene, nello stesso tempo che la moderazione nei desiderj, i risparmj e il coraggio, gli diedero modo di liberarla anche nei giorni calamitosi dalle strettezze del bisogno che suole essere cagione di tanti guai.
Contento sempre del suo umile mestiere, cercò di renderlo anche più onorato esercitandolo onestamente, e lo fece diventare più lucroso con l’assiduità del lavoro. Indi recavasi a vanto d’essere battilano, perchè sapeva quanta parte il lanificio avesse avuto nella potenza e nella celebrità degli antichi Fiorentini. Intorno alla qual cosa inoltre soleva dire che il popolo fiorentino potè edificare la maravigliosa cupola del Duomo quando erano più rispettati i grembiuli e quando facevano meno schifo il puzzo e l’untume della lana. Siccome poi in nessuna cosa volle mai costrignere l’animo altrui, così concesse che il suo stesso figliuolo, non inclinando a questo suo favorito mestiere del battilano, si tirasse su piuttosto per quello del calzolajo.
Ebbe nome Michele; e anche di ciò era lieto per memoria di quel raro uomo di Michele di Lando scardassiere, che nella sollevazione dei Ciompi seppe con senno e prodezza por freno alle angherie dei grandi, governare la plebe tumultuante, rendendo tuttavia ai popolani il potere che era stato loro usurpato, riformare insomma gli ordinamenti della Repubblica, e riprendere poi con modestia lo scamàto[276] e il grembiule del suo mestiere, dopo aver sostenuto gloriosamente il gonfalone della suprema magistratura.
Essendo inoltre il nostro vecchio molto affezionato alla sua patria, soleva raccomandare ai compagni che ciascuno venerasse la bella Firenze coi monumenti della passata grandezza, con le opere dei celebri artefici che la resero gloriosa, con le memorie del senno, del valore e dell’amor di patria del buon popolo antico. Senza andare alle scuole, era venuto a capo, domandando a questo e quello, e leggicchiando a tempo avanzato, d’imparare a conoscere i più notabili avvenimenti della storia fiorentina; ma non si reputava un dottore, e soprattutto diceva di non sapere le date, sebbene intorno ad alcune delle più importanti e’ non sgarrasse[277] nemmeno di un giorno.
Essendo anche molto religioso, gustava la sublime dolcezza delle verità e della carità del Vangelo, e studiandosi di esercitare le virtù cristiane, osservava puntualmente i doveri della sua fede. Talora s’affliggeva, considerando che molti nelle sacre solennità agognavano e pregiavano solamente l’apparenza e lo sfarzo delle cose mondane, e che le frequenti feste e festicciuole divenivano per parecchi oggetto di passatempo, pretesto ad oziare, e occasione ad abbandonarsi all’intemperanza.
Intorno alla qual cosa giovi riferire ciò ch’egli fece un anno per la festa di San Rocco.
I Camaldolesi che tengono in molta venerazione questo santo, sogliono la sera della sua vigilia far luminarie nelle loro strade ai tabernacoli ed alle case, ed imbandire liete cene sull’uscio, facendo strage di maccheroni, e talora chiudendo la veglia con qualche rissa cagionata dai vapori del vino. Due giorni prima che si dovesse apparecchiare questa pia gozzoviglia, morì, per esser caduto di sulla fabbrica dov’ei lavorava, un falegname del vicinato di Michele, giovine onesto e benaffetto a ciascuno, e lasciò desolata e povera la moglie con quattro figliuoli. Michele, deplorando la repentina disgrazia di quella famiglia, — Io, per me, — diceva ad alcuni compagni, — lasciamo stare che le cene non hanno nulla che fare con la divozione a San Rocco, ma non potrò vedere tanta baldoria e tanta allegria, pensando che quei tribolati non hanno più chi li campi. Si fa egli una cosa, fratelli? Ci accordiamo noi a mettere assieme quel tanto che si spenderebbe nei lumi alle finestre e nella cena, per poi donarlo alla vedova? Io non ricuso di pagare la mia tassa pe’ lumi al tabernacolo; ma ogni rimanente a quella povera donna.
— Tu pensi bene — risposero ad una voce i compagni. — Ci stiamo anche noi! — Detto fatto; ne parlarono con le loro mogli che furono tosto del medesimo sentimento; e il partito[278] girando di bocca in bocca andò a genio a tutte le savie famiglie del vicinato, le quali deputarono Michele a raccogliere le caritatevoli offerte per consegnarle alla vedova. Così in quella strada non si videro illuminazioni alle case nè tavole apparecchiate sull’uscio, nè si udirono suoni o canti o schiamazzi di gente allegra. I lumi erano accesi solamente alla immagine del tabernacolo parata con bell’assetto; e le donne e i fanciullini vi recitavano il rosario con divozione consolata e tranquilla. Intanto la povera vedova del falegname, benedicendo con le sue creaturine la buona ispirazione di Michele, sopportava con più coraggio lo spasimo d’aver perduto il marito, e si confortava nel vedere assicurato per molti giorni il campamento della famiglia.
Michele non apparteneva ad altre confraternite fuorchè a quella dei Battilani, nella quale si onora sempre la memoria di Michele di Lando, e dove, tra gli statuti delle antiche corporazioni d’arti e mestieri, si mantengono in vigore soltanto quelli che si riferiscono alla scambievole assistenza dei mestieranti malati e impoveriti. Del resto, e’ non approvava che tra fratelli e fratelli si vedessero introdotte quasi in nome della religione certe distinzioni contrarie all’eguaglianza evangelica, e suscitare ambizioni e promovere spese e dissidj per cagioni tutte mondane.
I suoi compagni lo chiamavano per soprannome lo Sveglia, perchè avendo egli avuto fino da giovinetto una particolare avversione al soverchio dormire, non solamente era sempre il primo a svegliarsi nel vicinato ed a comparire a bottega, ma faceva anche da svegliatore agli amici, che desideravano d’imitare la sua sollecitudine: quasi ogni giorno, prima d’essere in sul lavoro, aveva già destato per via sette o otto artigiani, proferendo ad alta voce il suo favorito proverbio: «Chi dorme non piglia pesci!» Talora biasimando il troppo dormire, toccava anche alcuni altri difetti che ne dipendono o che lo fomentano, e ribadiva i suoi avvertimenti con molti esempj, quando gli pareva ch’e’ quadrassero bene. Alla poltronaggine attribuiva, non senza ragione, un visibilio di guai. — Dal mangiare o dal bere con intemperanza — diceva egli — nasce di necessità il bisogno di dormire un po’ troppo e il pericolo d’ammalarsi; ed ecco una cagione di spese gravose e di disastri, perchè l’intemperanza divora tutto il salario, il dormire accorcia il tempo del lavorare e diminuisce la voglia, e una malattia può essere la rovina delle nostre famiglie. E poi, chi più dorme più vorrebbe dormire, e fa la testa grossa, e si trova indebolite tutte le membra; e l’uomo sonnolento o sbalordito guasta spesso i fatti suoi, e trova chi gli dà ad intendere o gli fa fare tutto quel male che vuole. E badate, dove molti dormono c’è sempre qualcheduno che veglia: uno che vegli con buone intenzioni può giovare a sè ed agli altri; ma vi potrebbe anch’essere chi vegliasse per nuocere ai dormiglioni. Oh se sapeste quanti rimasero mortificati, o perdettero una buona ventura, o si ritrovarono senza letto, per aver troppo dormito! — E qui narrava delle sconfitte toccate di nottetempo ai Filistei dopo la gozzoviglia, del Campidoglio romano che sarebbe caduto nelle mani dei Galli se le oche non ne avessero svegliate le guardie; di Pisa che era per essere saccheggiata e arsa nel sonno dai Saracini, se non fossero state le grida e il valore di Cinzica de’ Sismondi.... aggiungendo che non per tutto vi sono le oche pronte a sventare con lo schiamazzo le insidie dei nemici, e che una Cinzica de’ Sismondi sarebbe cosa troppo rara al dì d’oggi. I sogni poi che si affacciano tanto spesso a turbare il sonno dell’intemperante e dell’infingardo, o a sedurre la fantasia del giocatore, non sono le più volte cagione di grandi mali?...
Sebbene i suoi ragionamenti su questo e sugli altri difetti ch’egli prendeva di mira, fossero in sostanza molto rozzi e comuni, tuttavia e’ li faceva con tanta vivacità e amorevolezza, che ai suoi uditori andavano molto a genio, e producevano spesso qualche buono effetto. Inoltre, ponendosi a tassare le azioni degli uomini, egli sfuggiva sempre di mordere questo o quello, e non portava mai sè medesimo per esempio; laonde non veniva in fastidio a nessuno: e soprattutto quando era fuori di casa sua, bisognava proprio levargli le parole di bocca; altrimenti non avrebbe osato di far la predica a chicchessia. E queste e le cose che seguono sono state narrate con tenera riconoscenza da coloro a cui giovò molto l’averle udite proprio dalla sua bocca.
Tra i buoni costumi ch’egli massimamente raccomandava ai Camaldolesi era la nettezza della casa e della persona. — Perchè siete poveri, — diceva loro, — vo’ credete di non potere stare puliti? Ma questo è uno sbaglio grosso: anzi la pulizia che sta bene in tutti, è necessaria quanto il pane per noi; starei per dire che l’è la nostra ricchezza. Non crediate che per farsi vedere puliti vi sia bisogno della giubba di panno fine e del fazzoletto di seta; ma la camicia, chi è quello che non la può mettere spesso in bucato? E l’acqua per lavare non manca mai. È meglio andare in maniche di camicia ed averla anche rattoppata ma linda, che nascondere con un fronzolo le vesti sudice e strambellate. Tutti vi diranno che la pulizia giova molto a mantenerci sani; e tutti abbiamo potuto vedere che le malattie contagiose hanno sperperato più gente dove i poveri si cibavano male e stavano sudici, che dove erano frugali e puliti. Vo’ mi dite che ai poveri manca il tempo di ripulirsi: ed io vedo che per l’appunto i più sudici sono quelli che stanno più in ozio; e posso dirvi che anzi la pulizia è un risparmio di tempo. Una buona tessitora ebbe da incannare per cinque o sei mesi di séguito, e intanto il telajo rimase fermo. Il suo marito le diceva spesso; dagli una spolverata a quel telajo; riguardalo di quando in quando. — Oh! — rispondeva la moglie, — ho altro tempo da perdere! Mi preme d’incannare.... — e via discorrendo. Venne il giorno d’andare a tessere: era un lavoro di soggezione e di furia. Prima d’avere spolverato il telajo ci vollero molte ore; e qui mancava una cosa, e là un’altra; i licci e il pettine erano sciupati, e bisognò che spendesse per far rifare alcuni pezzi; e la tela veniva disunita ed a stento. Il marito rimproverò la malaccorta: nacque un litigio; ed ecco turbata la pace di casa, un’arrabbiatura da ammalarsi, e un lavoro da scomparire e da perdere la buona riputazione, che aveva, di tessitora abile e diligente. V’è chi dice che la biancheria si logori troppo a lavarla spesso: ed io vi farei vedere che il sudiciume mangia la roba più che il ranno o il sapone; mangia perfino la pelle, perchè quante sono le malattie cutanee cagionate o alimentate dal sudiciume, e che spesso deformano il corpo di chi le ha sofferte! E poi un povero che almeno faccia di tutto per mantenersi pulito, trova più compatimento e più fiducia nelle persone caritatevoli che possono assisterlo, dandogli del lavoro o adoperandolo in qualche servigio.
Sebbene non fosse ricco, Michele si trovava spesso a fare qualche elemosina, ma segretamente, ed elemosine da suo pari: un pane comperato con quei po’ di soldi che avrebbero dovuto servire pel suo companatico: un vestito usato; un pajo di giornate di lavoro per un padre di famiglia malato, affinchè il principale che aveva le furie non avesse a prendere un altro lavorante invece di quello; qualche povero senza tetto ricoverato per varj giorni in casa sua; e via discorrendo.
Una volta gli fu chiesta in prestito da un amico una sommerella per pagare la pigione: altrimenti il padrone di casa, usurajo matricolato, lo minacciava di cacciarlo fuori o di sequestrargli i letti; e la povera madre di quest’amico era inferma! Michele che appunto aveva messo in serbo certi denari per portarli nella Cassa di risparmio, glieli prestò subito; e l’amico fu puntuale a restituirgli il giorno fissato. Ma considerando il buon vecchio la povertà di colui per la grave malattia della madre, volle dargli altro tempo e più lungo per la restituzione: e quei denari furono una manna, perchè il figliuolo non ebbe il dolore di mandare allo spedale colei che gli aveva dato la vita.
Ad un altro fece lo stesso; ma siccome sapeva che in casa sua non v’erano disgrazie di malattie, e che sarebbe stata a proposito un po’ più di regola nello spendere, con molta delicatezza fece cadere il discorso sopra il risparmio.
— Vo’ dite bene — rispondeva l’amico; — ma che cosa dobbiamo risparmiare noialtri poveri, che non abbiamo nulla, e quando il guadagno appena ci basta per levarci la fame? — E Michele soggiungeva:
— Pensaci bene, e vedrai che alcune spese sono inutili, o che si potrebbero fare con più giudizio, e che talora si sciupa il tempo, e questa è l’uscita più rovinosa. Chi ci obbliga, per esempio, a spendere le craziuole in certe golaggini, che costano più del pane, che non sfamano come quello, e che spesso riescono dannose alla salute? Così dei liquori, così dei ninnoli che ci si mettono attorno per fare spocchia, così dei divertimenti che costano e che fanno sempre venire nuove tentazioni; e quanti vi sono che non lavorano il lunedì, che per ogni festicciuola si danno buon tempo all’osteria e poi fanno stentare il pane alla famiglia per tentar la fortuna, sperando di poter rimediare alla loro miseria con una vincita che non viene mai, o se viene, è quasi sempre cagione di un precipizio maggiore! — L’amico gli diede retta; incominciò a serbare una parte del denaro donatogli da Michele, e le cose gli andarono meglio di prima. Nello stesso modo che una voglia tira l’altra, così il resistere alla prima tentazione ci dà la forza di scacciare anche la seconda.
Un’altra volta rintoppò[279] un suo parente tutto sgomento: il suo figliuolo cadendo si era spaccato la testa, ed egli dopo la paura aveva dovuto spendere per farlo medicare.
— Me ne dispiace davvero! — rispose Michele — povero ragazzo! O come mai gli è seguita questa disgrazia?
— Che cosa volete? — riprese l’altro — è un monello; e’ le caverebbe di mano a un santo: i’ lo rincorrevo per picchiarlo, e fuggendo ha inciampato in una seggiola.... Dio mio! credevo che fosse rimasto sul tiro. —
Michele si recò a visitare il fanciullo, ed a confortare i suoi genitori; e quando quel ragazzo fu guarito, un giorno di domenica andò a spasso con suo padre. Allora, tornando sul fatto della caduta del figliuolo, si provò a fargli capire quanto stesse male percuotere i fanciulli, mostrandogli con evidenza che in quel modo invece di correggerli si va a rischio di farli diventare peggiori, di perdere il loro affetto, e d’indebolire l’autorità continua e tranquilla che un padre deve avere sopra di essi. Oggi e’ ricoprirà di baci il figliuolo, gli concederà tutto quello che vuole, lo condurrà seco Dio sa dove, e domani, se è di cattivo umore, o se il fanciullo s’imbizzarrisce per una cosa di poco, ecco in ballo le busse.
Il parente, il quale aveva da farsi molti rimproveri, dovè convenire che qualche volta i falli dei ragazzetti possono dipendere dai disordini e dalle imprudenze dei genitori, e che perciò il batterli sta tanto più male, in quanto che alla crudeltà s’unisce l’ingiustizia. In sostanza quel padre a poco a poco potè moderarsi, diventò più cauto nelle proprie azioni, e fu in tempo a rimettere sulla buona strada il figliuolo. Appunto in quei giorni si narrava di un giovinetto, che fuggendo dalla casa paterna per essere stato battuto dal genitore, s’era intruppato con alcuni discoli, e arrestato insieme con essi e creduto complice delle loro mariuolerie, gli era toccato a vedersi rinchiudere in una carcere e a soggiacere a un processo. Il padre pel rammarico e pel dolore fu còlto da una fiera malattia, e il figliuolo si perdette la bottega dov’era garzone. Così quello fu punito del modo bestiale di correggere il suo figliuolo, questi pagò anche troppo cara la pena di una colpevole disobbedienza. Chi lo sa? se avessero avuto per amico Michele, non si sarebbero ritrovati a quelle disgrazie.
Michele parlando ora con questa ora con quella camaldolese, aveva più volte biasimato l’usanza di correre senza ragionevole bisogno ad impegnare la loro robicciuola al Presto.[280] E’ lodava l’istituzione di questo Presto, perchè derivata dal desiderio di soccorrere i poveri nelle loro strettezze, ma siccome il cattivo uso o l’abuso delle cose buone è sempre nocivo, egli ammoniva gli amici a non far pegni per andar poi a gozzovigliare con quei po’ di soldi nelle osterie i giorni di festa; gli dispiaceva di vedere tanti poveri sconsigliati che impegnando mantelli, coltroni, materasse e perfino le camice per godersi un’ora di lauta mensa, andavano a rischio di tremare di freddo tutto un inverno, di guastarsi la salute, di perdere le cose impegnate e di spendere il doppio di quello che costavano per ricomprarle; deplorava i dissapori e le discordie che nascono in molte famiglie dopo il pentimento e dopo i rimproveri, rammentava che nella folla alla porta del Presto nascono spesso gravi inconvenienti e risse e inimicizie e scandali senza fine, e che tra l’andare a portare il pegno e a ricoglierlo, molte donne sciupano due o tre giornate di lavoro; mentrechè se invece le stessero a casa a telajo, potrebbero conservare la loro roba, e guadagnare nel tempo stesso quel tanto che ricevono in prestito sul piccolo valsente della roba impegnata. Ma questa e molte altre ragioni, menate buone in altri tempi, poco valevano alla vigilia d’una solennità. Una volta corse la voce in Camaldoli che per non so quale straordinaria occasione i piccoli pegni sarebbero stati resi senza riscatto. Allora sì, che in tutti venne voglia d’impegnare a ruba! Ma il nostro Michele che sapeva di buon luogo quella voce altro non essere spesse volte che una congettura poco fondata, non volle stare zitto, e uscì fuori, e parlò allora a voce alta a un buon numero di donne qua e là radunate e in procinto d’andare al Presto. Ma per quanto si affaticasse, poche furono quelle che gli dessero ascolto. La folla ai Monti di Pietà fu senza esempio; bisognò mettervi le sentinelle per tenerla a freno, e nonostante accaddero varie disgrazie, e furono fatti parecchi arresti. Una donna gravida, che più delle altre s’era fatto beffe dei buoni avvertimenti di Michele, caduta e calpestata nel tafferuglio, abortì, dovè patire una malattia lunga e dispendiosa, e poco mancò non morisse; e una madre di famiglia che s’era trattenuta al Presto tutta la giornata e aveva dato in custodia i suoi piccini a una donnicciuola dappoco, trovò che uno di essi era caduto boccone sul focolare, e s’era sciupato la faccia e gli occhi, in modo da far temere ch’ei ne perdesse la vista. E finalmente, secondo che Michele aveva preveduto, la speranza della restituzione gratuita dei pegni svanì per l’affatto. Allora in Camaldoli incominciarono a chiamarlo indovino e profeta; ed egli durò molta fatica a levar di capo agli sciocchi questo pregiudizio, studiandosi di far loro capire che molti avvenimenti si possono prevedere con l’ajuto della riflessione e con l’esperienza dei fatti che gli hanno preceduti.