UNA MADRE (continued 2)
Reading edition
— E perchè non potrai tu riuscirvi? No, tu non ti devi scoraggiare; tu hai gioventù, ingegno, robustezza, amor del lavoro....
— Ma che cosa farò io dunque, se abbandono l’arte addirittura?...
— Nè questo è necessario. Tu mi confidasti molto tempo fa che la tua prima vocazione sarebbe stata il disegno del paese....
— Pur troppo!...
— E io ti consigliai allora a studiare la prospettiva, l’ornato e soprattutto il paese; e vedo che tu l’hai fatto con passione, e che ci sei riuscito.
— Ora capisco il vostro pensiero....
— Or dunque rivolgi ogni tuo maggiore studio al paese; tu hai meno impedimenti a divenire buon pittore paesista che buon pittore di figura. E che tu sia già addestrato nel disegno della figura è bene, perchè così non sarai costretto a far paesi disabitati o a mettervi goffe e insulse figure, o a chiedere l’opera d’altri per condurre a fine i tuoi quadri.
— Avete ragione; il ripiego mi piace assai: e credete che io troverò da lavorar molto....
— Se tu sarai buon paesista, non ti figurare di dovere arricchire; ma i buoni paesisti sono rari: meglio essere abile tra i pochi che mediocre tra i molti. Per lavorare di paese non ci vuole tanto dispendio nè tanto tempo come per condurre opere di figura; meno guadagno, ma più frequente e più facile; meno celebrità, ma non può mancarti lode se tu la meriti; e ricordati, per non dire altri, di Salvator Rosa. Poi quanta ricreazione d’animo, quanta dolcezza in ritrarre le infinite e svariate bellezze della natura, i costumi per lo più onesti e semplici degli abitatori delle campagne lontane dalle città, da questi centri dei vizj! E le nostre pianure, i monti, i boschi, le marine, l’azzurro e splendido cielo, i fenomeni giornalieri che si palesano ai nostri occhi hanno tanta dovizia di stupende bellezze, che non lasciano mai senza grandi ispirazioni l’animo di chi le contempla e le sente! Nè sarebbe opera priva d’utilità far conoscere agli uomini, quasi sempre rinchiusi nelle vaste prigioni cittadine, come sia leggiadra e maestosa la terra della loro patria; e a quelli d’una provincia mostrare gli aspetti naturali, i costumi, i monumenti che ne adornano un’altra. Anche questo è espediente efficace ad affratellare di più tra di loro gli uomini d’una medesima nazione; far conoscere a tutti, per così dire, i pregi della propria casa. E soprattutto sarebbe intendimento degno dell’arte ritrarre quei luoghi che la storia dei padri nostri fece più celebri, e così rammentare le gesta gloriose dei grandi uomini e dei popoli, e nutrire od accendere nei giovani qualche scintilla di patrio amore e di virtù cittadine, or che n’è sì grande il bisogno!... I quadretti di paese ben condotti e che ritraggano il vero e che abbiano scopo anche istruttivo, meritano d’esser moltiplicati con la litografia, e di essi intravviene allora come dei libri fatti per dilettare e per porgere utili cognizioni. Tu stesso potresti riportare sulla litografia i tuoi quadri, che non è cosa difficile, e così guadagnarti un pane onorato con più indipendenza che se tu dovessi andare in cerca di chi ti volesse allogare opere di gran lena, la qual cosa pur troppo di rado avviene anco agli artisti più rinomati, ai maestri abili e provetti.
— Voi m’avete persuaso a seguire il vostro consiglio; e mi sento crescere l’ardore per la pittura del paese.
— Che io non ti avrei proposta, se non mi fosse sembrato, da quello che finora hai fatto, che tu dovessi riuscirvi meglio che in quella della figura.
— Ma ora non mi negate più un altro favore che da tanto tempo io aspetto da voi.
— E quale?
— Dalle vostre parole conosco che avete avuto educazione superiore al vostro stato presente. Per quali avventure vi siete voi ridotto così? Non la curiosità mi avrebbe fatto fare tante altre volte questa dimanda, ma sì l’affetto che io sento per voi. Un gran dolore vi affligge continuamente; benchè vi sforziate di nasconderlo, io me ne sono accorto. Io non presumo di potervi confortare; e rispetterò un segreto, se....
— Caro giovine, io non ti avrei nascosto le mie avventure, se il loro racconto avesse potuto istruirti nella pratica della vita. Ma a che cosa ti gioverà conoscere una di più delle tante disgrazie che toccano agli uomini? Io non farò altro che affliggerti. Ma tu lo chiedi in nome dell’affetto.... Ah sì! dopo tanti anni che io aveva chiuso l’animo ad ogni affetto, sento rinascere quello dell’amicizia per te, e consentirò a dartene una prova col farti conoscere la cagione del mio lungo e sconsolato dolore. —
III.
Ecco il racconto che Nicodemo fece a Pippo.
— Mio padre era un onesto negoziante d’un paesetto di provincia, molto lontano da queste parti. Ebbe me solo di figliuoli maschi, e una femmina. Non era ricco, ma le sue faccende andavano prosperamente; e non volle che io attendessi come lui alla mercatura. Mi mandò agli studi nella città più vicina, e morì prima che io gli avessi compiuti. A dir vero, io m’era molto affezionato a quegli studi, e mi sarebbe piaciuta la professione di dottor di legge, bramando d’andare all’università, d’acquistarmi un bel titolo, e di far poi la prima figura nel mio paese. La disgrazia di quella morte immatura mi levò subito di speranze, perchè dovei mettermi invece a bottega, per sostenere la casa coi guadagni del commercio. Mi riusciva di adempiere questo dovere, trovando anche il tempo di proseguire alla meglio da me stesso gli studi incominciati, allorchè in più parti del regno la popolazione, malcontenta del suo governo, sdegnata contro alcuni magistrati, si levò in armi con la speranza di migliorare o di mutare lo stato. Questi moti si propagarono anche nel mio paese; la gioventù arditamente rovesciò in un subito quell’ordine di cose che la popolazione giudicava contrario alla prosperità pubblica; e ai poco esperti, che erano i più, sembrava già di avere ottenuto piena vittoria. Ma questa cieca e presuntuosa fiducia nelle loro forze e nel loro senno li ridusse presto a mal partito. Mancavano persone capaci di ben dirigere i nuovi ordinamenti; uomini scellerati si prevalsero dei tumulti, delle dubbiezze, delle paure per accrescere lo scompiglio e specularvi a proprio vantaggio; nacquero molte discordie, trambusti infiniti, nuove scontentezze; e quel tempo che i buoni cittadini avrebbero dovuto adoperare a pro della patria, doverono spendere in combattere gli ostacoli suscitati dalla inesperienza o dalla perfidia. Intanto il governo spediva milizie a sedare i tumulti, a togliere la libertà a quanti, vi avessero o no preso parte, pur potevano comparire sospetti; e molte ingiustizie e crudeltà si commettevano dovunque. Io fui preso e maltrattato assai, talchè la mia povera madre se ne ammalò di spavento e d’afflizione, e sarebbe morta se non fosse stata l’assistenza di quell’angiolo della mia sorella, che seppe conservare mirabile coraggio in mezzo a tante sciagure. Ma non per tutto le milizie inviate dal governo poterono superare la rivoluzione o sostenersi a lungo dove l’avevano in sulle prime repressa; e accadde ancora che alcuni reggimenti coi loro capi si ponessero dalla parte dei novatori. Io potei allora liberarmi dalla dura prigionia, e tornare in seno della famiglia. Poi il governo, che non si credeva abbastanza forte per sostenere questa lotta contro le popolazioni, chiamò in soccorso milizie straniere. Queste vennero sollecite; i novatori, sorpresi in mezzo alle loro discordie, non ancora agguerriti, nè abbastanza provvisti per opporre maggior resistenza a tanti nemici, doverono cedere. Allora le persecuzioni e le stragi desolarono infinito numero di famiglie e molti paesi. Il mio fu dei più percossi. Una compagnia di soldati stranieri, cupidi di vendetta e pronti agli eccidj, venne a occuparlo e a saccheggiarlo. Pochi giovani animosi tentarono di difendere il borgo che era in luogo elevato e alquanto munito dalla natura e dall’arte, e dove avevano cercato rifugio molti campagnuoli. Quei pochi fecero prodezze mirabili, e si sostennero due giorni contro il nemico di forze molto superiori, e che batteva il borgo anche col cannone. Ma spesso qualche difensore periva, e la molta gente rinchiusa tra quelle mura anguste incominciava a patir la fame. In questo tempo mia madre moriva; e la mia sorella, appena ebbe compiuto gli uffici filiali si unì ad alcune altre valorose fanciulle che aiutavano gli uomini alla difesa, e combattevano esse medesime, e si prendevano cura dei feriti. Ma la terra non si poteva più tenere, quando il travaglio della fame s’aggiunse alla scarsità dei combattenti: questi avrebbero voluto morire con le armi in mano piuttosto che cedere, ma il rischio di tanti inermi li consigliò a chiedere capitolazione, purchè fossero salve le vite dei vecchi, delle donne e dei fanciulli; i giovani davano volentieri le vite loro per quelle. Il nemico accettò il patto, e promise la vita anche ai combattenti, se avessero posato le armi. E le posarono; ma la promessa del nemico non fu mantenuta! appena i soldati poterono penetrare nel borgo, ed ebbero disarmato i difensori, incominciarono a fare strage di quanti poteron cogliere, senza pietà di vecchi, di donne o di fanciulli, a saccheggiare per tutto, a fare ogni più nefando e crudele strazio del sesso debole. Io, benchè ferito gravemente in più parti, potei sottrarre all’obbrobrio e alla carneficina la sorella, che intanto si prendeva cura delle mie ferite: e ci ponemmo in fuga pei remoti sentieri, dei quali eravamo pratici ambedue, io perchè fui abile cacciatore, lei per un’altra ragione che dirò dopo. Con gran disagio andammo avanti parecchie ore per boschi e per luoghi scoscesi, fino a che non giunse la notte. Infine la spossatezza e la fame ci obbligò a stramazzare sul terreno, e a me la perdita del sangue e il dolore toglievano i sensi. Un poco di riposo ci sarebbe bastato per scendere in luoghi abitati e trovarvi soccorso; ma quando sul far del giorno eravamo per ricominciare il doloroso viaggio, ci ritrovammo in mezzo a un drappello di nemici, che essendo, non so come, rimasti indietro dai loro compagni, nè avendo potuto imbattersi in una guida, non trovavano il sentiero per ridursi al borgo dalla parte della montagna. Costoro supposero subito che io venissi di là, e m’ordinarono con aspri modi di accompagnarveli. Mostrai che non mi era possibile di far molti passi, e mi strinsi al seno la sorella; ma essi a forza me la strapparono dalle braccia, intimandomi di guidarli fino al borgo, e minacciando d’ucciderla sotto i miei occhi se non avessi obbedito subito, o se avessi osato d’ingannarli. A quella infelice non sarebbe importato di morire se la mia negativa non avesse cagionato anche la mia morte; e me tratteneva pietà di lei dal ricusare di condurre io stesso i nemici del mio paese.... Tu puoi immaginarti che orribile angoscia fosse la nostra! Bisognò dunque mettersi in cammino; ma gli snaturati s’accorsero presto che le forze mancavano a tutti e due; allora ci posero a barella sui fucili, e alla fine giungemmo in luogo di dove si scorgeva il borgo, ah! pur troppo visibile più di prima, poichè era un mucchio di rovine fumanti ancora dell’incendio suscitatovi dopo il saccheggio. Poichè io ebbi accennato il luogo colla mano, chiesi che ci lasciassero in libertà. Ah! figliuol mio, perchè hai tu voluto ch’io contristassi l’animo tuo col racconto d’inaudite scelleratezze? I mostri mi legarono allora ad un albero, poi s’avventarono contro la mia povera sorella, ne fecero strazio sotto i miei occhi, gettarono il cadavere in un burrone profondo, e facendomi segno ai tiri del loro schioppo, corsero a raggiungere i compagni. Io aveva già perduto i sensi pel disperato dolore; appena mi accorsi d’essere stato ferito; nè d’altro mi ricordo che d’essermi trovato, non so quanto tempo dopo, disteso sopra la paglia in una povera capanna d’un boscajolo. La famiglia che ivi abitava era tutta intorno a me per assistermi con quella sollecitudine, con quell’amore che maggiori non si possono dimostrare per un figliuolo. Io, maravigliato d’essere ancor vivo, per un sol fine desiderai che la misericordia di quei pietosi mi desse alcuni altri giorni di vita: il fine di ricercare le spoglie della sorella, per darle sepoltura, e poi lasciarmi morire di dolore o di fame sulla sua fossa. A poco a poco le mie ferite che erano gravi ma non mortali si rimarginarono, e riacquistai le forze per camminare. Se ti sapessi descrivere il giubbilo dei miei liberatori a vedermi quasi risanato, mitigherei la mestizia del racconto; ma oh! non è possibile ritrarre gli affetti che nella rozzezza dei modi e delle vesti, in mezzo alla povertà e agli stenti, si racchiudono nelle loro anime! — Un’altra carità tu devi farmi, io dissi al boscajolo, appena mi sentii capace di girare per quei contorni: prendi la tua scure, e guidami al luogo ove tu mi trovasti; colà in fondo a un burrone rinverremo il cadavere di una fanciulla; coi rami d’un albero faremo una bara, e condurremo al camposanto le ossa della mia sorella.... — Della vostra sorella! rispose il buon uomo abbassando il capo e sospirando.... Oh! datevi pace.... Quelle ossa ebbero già sepoltura nel nostro camposanto, lo stesso giorno che portammo voi nella capanna. Io non v’ho detto mai nulla, perchè non sapeva se avrei fatto bene a parlarvene; e se.... Dunque, poveretta, era vostra sorella? Oh! l’abbiamo pianta, sapete? Tutto il popolo, uomini e donne di questi poveri monti, andò a prenderla in processione dietro il parroco, e tutti pregammo per l’anima sua innanzi di coprire il corpo colla terra del nostro camposanto, e di spargervi sopra i fiori dei nostri prati. — Io abbracciai di nuovo il pietoso; la tenerezza della gratitudine mi soffocava le parole; poi mi feci condurre al camposanto; vidi il tumulo recente; vi avevano posta una croce di legno, alla quale trovai appesa una ghirlanda di fiori e la crocellina d’oro che aveva da tanti anni posato sul seno della mia sorella.... Quivi m’inginocchiai a piangere; e vedendo il compagno che io bramava di restar solo, mi lasciò. Nè mi sarei più staccato da quella sepoltura, e stava lì propriamente immobile, senza dar segno di vita, aspettando che mi scavassero a’ piedi la fossa per rimanervi in eterno. Io non voleva più vedere gli uomini nè la terra; e in mezzo al disperato dolore, che contro mia voglia talvolta si convertiva in odio feroce, rimasto era solamente un senso di gratitudine pei miei liberatori e pei loro vicini, perchè avevano con tanto amore onorato di sepoltura e di lagrime le spoglie della mia diletta. Ma essi forse previdero a che fine mi sarei ridotto, lasciandomi in preda di tanta afflizione, e usarono ogni più amoroso conforto per ridurmi a più rassegnati pensieri. E voleva ragione ch’io gli esaudissi dopo che mi avevano tanto beneficato; nè volli che anche la mia morte o la presenza d’una persona sempre sconsolata li rattristasse maggiormente. Cedei ai loro conforti; promisi che avrei fatto di tutto per darmi pace; e in mezzo alle lagrime e alle benedizioni di trenta famiglie di poveri campagnuoli che mi accompagnarono per buon tratto di strada, che vollero ad ogni costo darmi chi un pane, chi una veste, chi qualche po’ di denaro, lasciai quei luoghi con maggior dolore che se vi fossi rimasto. Allora andai ramingando, ma deliberato di non sopravvivere alla mia disgrazia; e quante volte avrei potuto cedere a questa tentazione! Ma il ricordo dei miei benefattori mi ratteneva, e benchè ormai ne fossi lontano, mi sarebbe parso di macchiarmi di nera ingratitudine verso di loro. Poi riflettei che ci voleva maggior coraggio a vivere con la memoria delle patite sciagure e con l’afflizione perpetua della morte di quell’angiolo, e mi ricoverai lontano dal mio paese, in mezzo alla gente sì, ma stando come se fossi solo, e scegliendo per campare onestamente un lavoro che mi lasciasse vivere quasi in solitudine e a modo mio. Ora tu sei il primo al quale, dopo tanti anni, ho aperto l’animo mio, e svelato il segreto dolore che mi accompagnerà fino al sepolcro. Quella stanzetta vuota, quel ritratto.... Ora tu sai tutto! Quando sto lì mi pare d’esser con lei, di vederla, di parlarle; e lì mi farò condurre quando sarà venuto il termine del mio dolore su questa terra.... Ho lasciato dianzi una parte del mio racconto, ma ti ho detto che la mia sorella era un fiore di bontà e di bellezza, che le sue virtù modeste potevano essere un esemplare.... Oh! quanto affetto pe’ suoi genitori, per me, per gli infelici!... Io aveva incominciato fino da giovinetto a patire spesso pel dolore dei denti: una buona vecchia insegnò alla mia sorella a comporre un certo liquore coi sughi di parecchie erbe e di alcuni insetti, e questo liquore mi faceva buono. La vecchia morì, e la mia sorella si approfittò dell’imparato specifico per utile mio e degli altri, che nel paese solevano farsi medicare da quella povera donna, dandole qualche cosa per ricompensa. La mia Laura, come tu puoi immaginarti, non aveva bisogno di ricompense.... Quand’io andava a caccia, ella veniva meco in cerca delle erbe e degli insetti, e così aveva pratica dei monti e dei boschi vicini, e anch’io potei imparare a comporre la medicina pei denti. È quella stessa che adopero qui: e medicando chi a me ricorre, e ricusando qualunque ricompensa, mi par d’obbedire a un desiderio caritatevole della mia sorella, giacchè questa è la sola carità che nel mio povero stato mi vien concesso di fare a somiglianza di quelle tante ch’ella spargeva nel paese, quando la mia famiglia era in prospero stato. —
Dopo aver posto fine così al suo racconto, Nicodemo riprese tosto la consueta impassibilità, e tornò a lavorare come se fino allora non avesse aperto bocca. Pippo voleva dimostrargli, con qualche parola, la sua riconoscenza e la sua commozione, ma si accorse che Nicodemo non gli badava, e che forse, il ritornare di nuovo insiem con lui sul passato, avrebbe troppo accresciuto il suo dolore. Si ritirò dunque in silenzio, e per alcuni giorni non vi fu verso di far due parole con l’intagliatore. Chi non avesse, come Pippo, saputo la sua storia, l’avrebbe, secondo il solito, giudicato mentecatto o stravagante per folle ostentazione. Egli non era nè fu altro che un uomo il quale invece d’aspettar la morte accanto alla fossa d’una cara persona, l’aspettava, senza altra speranza, lavorando tacito e solitario. Un po’ d’affetto per quel giovine potè fargli dimenticare talvolta i suoi mesti proponimenti.
IV.
Il consiglio di maestro Nicodemo fu seguito da Pippo, e presto se ne trovò bene, perchè era lo stesso che secondare le inclinazioni della propria natura; ed anche le assuefazioni prese nell’infanzia gli giovarono molto. I suoi dipinti di paese copiati dal vero nei più bei luoghi dei contorni della città, piacquero ed ebbero smercio, ed egli incominciò a guadagnare. Allora in poco tempo apprese a disegnare sopra la pietra, e anche in quest’arte fece subito buon avanzamento.
Sopraggiunse intanto a sua madre un soccorso inaspettato. Quell’onesto merciajo che aveva preso la bottega, ed era entrato nelle ragioni del suo marito col darle in cambio un modico assegnamento giornaliero sua vita durante, morì lasciando ben provvista la propria famiglia, e facendo a favore della Carolina un legato di seicento scudi, fruttiferi al cinque per cento per sei anni, indi pagabili in due rate di semestre in semestre a lei od a’ suoi eredi. Il qual nuovo assegnamento, in aggiunta a quello del vitalizio, le assicurava una rendita di circa due lire il giorno, da poter meglio provvedere ai suoi bisogni. Figuratevi! le parve d’essere arricchita. S’era trovata a dover campare a stento sè e il figliuolo con pochi soldi, ed ora ecco che il figliuolo guadagnava, ed essa poteva mettere in serbo qualche avanzo di denaro per la vecchiaja, poteva preparare al figliuolo un rinfranco.[214] Non vi so dire quante benedizioni all’onesto merciajo!
Bensì le male lingue, al solito, non rispettarono la memoria di quell’uomo. Parecchi sapevano che il marito della Carolina era divenuto avaro e che faceva l’abominevole mercato dell’usura, e perciò supponevano che avesse dovuto lasciare morendo molti quattrini. Niuno sapeva in qual modo gli fosse stato rapito lo scrigno. Or dunque, secondo loro, il merciajo, sebbene nel prendere sopra di sè la bottega e la tutela degli interessi della Carolina fatto avesse ogni cosa in regola con l’assistenza d’un procuratore, doveva aver trovato in qualche ripostiglio della bottega chi sa che ricco bottino! e se l’era fatto suo senza veruno scrupolo. Se non che, in punto di morte, gli scrupoli e i rimorsi eran venuti: ed ecco che per andare all’altro mondo con la coscienza meno macchiata, aveva preso l’espediente di restituire alla vedova una parte almeno di quello che appartenuto le sarebbe. Costoro non rammentavano che il merciajo aveva saputo sempre condurre assai bene le proprie faccende, senza mai mettere in mezzo il suo prossimo; e che appena ebbe acquistato la bottega del tabaccajo le rese il credito, ebbe sempre molti avventori, e vi fece abbondanti guadagni. Ma lasciamoli dire. Fatto sta che il buon merciajo chiamò legataria la vedova di Giuseppe per sola carità di lei, carità gentilmente fatta in sembianza di gratitudine, chè questa appunto era la ragione del legato addotta nel testamento, col quale ei confessava che lo smercio della bottega di tabaccajo lo aveva molto avvantaggiato. Ma per disgrazia il più delle volte si stenta a credere che gli uomini possano nutrire generosi sentimenti ed essere capaci di buone azioni. Oh fossero meno frequenti le azioni malvagie quanto son vere le buone! Saranno; ma anche quanto rare in confronto delle altre!... E chi presume di conoscerle tutte? le più e le più belle rimangono occulte. La carità vera, la magnanimità vera, la virtù vera non vanno a dire a tutti: io ho fatto questo, io ho fatto quest’altro. Anche le malvagità occulte sono infinite, e in assai maggior numero, e spesso più inique delle palesi.... Sarà; ma che rimangano sempre occulte, come può avvenire delle opere buone, è per lo meno assai dubbio. Chi è che possa dire di non aver prima o poi, in un modo o nell’altro, pagato il fio delle sue colpe, e anche al cospetto degli uomini? Non sempre in un tribunale, non sempre in una carcere; ma davanti a qualcuno sempre, o almeno assai di rado davanti alla sola propria coscienza. E per questo il male, non solo è, ma assai più che veramente non sia, comparisce maggiore del bene, e accresce la diffidenza nei sospettosi, l’audacia nei malvagi la perfidia negl’ipocriti, lo scoraggiamento nei deboli. E noi badando più a querelarci dei colpevoli e a premunirci contro i male intenzionati che a migliorare noi stessi e prevenire gli errori di chi ha tanti incentivi, e massime l’ignoranza, il bisogno, la seduzione, per commetterli, facciamo di tutto perchè sempre più il vizio prevalga; come coloro che per paura, per egoismo o per pigrizia, invece di porgere soccorso, fuggono d’accanto alla casa del vicino se scoprono che in un de’ lati abbia preso fuoco, e poi dolorosamente si lagnano, e la negligenza del povero vicino maledicono, se il fuoco s’è appiccato anche alla casa loro. E siccome mi sta a cuore la riputazione di quel merciajo buon’anima, voglio dir qui a chi già non lo sapesse, e per non dimenticarmene dopo, che i tre assassini di Giuseppe, sebbene, com’essi dicevano, avessero acquistato la protezione del bargello e fossero divenuti ferri di bottega, tuttavia ne fecero tante altre, che fu giocoforza catturarli insieme con molti dei loro compagni; e i più andarono in galera, e alcuni in galera a vita; e tra questi il più scellerato, il quale quasi per vanto narrava come avesse punito Giuseppe dell’essersi sbrancato dalla sua comitiva, dopo aver fatto la vincita del lotto coi denari rubati. Ed ecco un’altra osservazione che poteva stare qui sopra; che, cioè, se non sempre la giustizia può colpire i malvagi, essi trovano il verso di punirsi tra di loro, e spesso assai più crudelmente che non farebbe un codice rigoroso. Già si sa: gl’iniqui sono amici.... ma non profaniamo questa parola.... sono collegati finchè hanno bisogno di reggersi l’un con l’altro per rubare, assassinare, opprimere, calunniare, e via discorrendo. Aspettate che quel bisogno finisca, o che uno soverchi l’altro, ecco la discordia, gli odj, le contese, le stragi; e tal sia di loro, purchè non ne patisca mai l’innocente pel reo! Oh! la fratellanza dei buoni, per fare il bene che ognuno da per sè non potrebbe, è pur bella e pacifica sempre e potente, e feconda di benefizi sempre maggiori!
Poichè la Carolina si fu trovata ad aver migliore stato, volle che Pippo facesse per sè solo quell’uso ch’ei credeva dei propri guadagni, potendosi ormai ripromettere ch’e’ non avrebbe sprecato il denaro in spese superflue, e molto meno in fomentar vizj, ma sì adoperato per avvantaggiarsi nell’arte. E infatti il giovane paesista, che aveva conosciuto per tempo quanto sia biasimevole e calamitoso il contegno di coloro i quali, incominciando per così dire, la propria educazione pubblica nei caffè, addivengono sciocchi e spensierati, dissipatori e libertini, s’era presto allontanato da’ male scelti compagni, e si governava con senno. Piacevagli il conversare con gli studenti, coi nuovi artisti, coi giovani d’ingegno, istruiti e bene educati, e l’avrebbe sovente fatto fosse anche nei caffè in mancanza d’altro luogo; ma di queste riunioni a modo suo, che sarebbero tanto utili tra i giovani per istruirsi, per consigliarsi, per migliorarsi a vicenda, o non ne trovava, o se di quando in quando se ne formavano, la durata ne era brevissima a cagione di qualche imprudente che vi suscitava contese e discordie. Nè eravi alcuno tra i primarj maestri che accogliesse nello studio o in casa i discepoli e i loro amici, e familiarmente conferendo con essi o dell’arte o degli studj che all’arte si riferiscono, s’ingegnasse di coltivare il loro intelletto, di accrescere la loro esperienza, di migliorare i costumi. Taluno avrebbe ambito vedersi attorno una corona di giovani, ma per esserne adulato e corteggiato; altri se ne stava sempre nascosto, quasi temesse che le sue parole, i concetti, i consigli, gli ammaestramenti potessero formare di quei giovani tanti emuli ansiosi d’oscurare la sua fama, di pensare e d’operare, per dir così, a spese sue; ovvero preferiva di farsi piaggiatore dei grandi e dei potenti, e umiliandosi in faccia a chi superbamente ostenta protezione e promette favori, s’alienava l’animo di chi avrebbe saputo meglio rispettare l’abilità e l’ingegno, e ricambiare con verace affetto di riconoscenza la familiarità generosa la quale se è usata verso animi gentili e riconoscenti, non sminuisce l’autorità del maestro provetto, ed anzi gli accresce merito e venerazione. In altri tempi, quando fiorivano artisti di grandissima vaglia i discepoli non erano così segregati dai maestri, ma sì e’ formavano tra loro quasi una famiglia, e studiavano e lavoravano insieme, senza sospetti, senza invidie, senza servilità, senza orgogli; e quelle erano scuole, non Accademie; di lì uscivano artisti veri, e opere degne di sopravvivere ai loro autori. Come mai da un branco di ragazzi appena curati da un maestro mediocre, posti per più anni davanti a pochi modelli per copiarli svogliatamente, chiassando tra loro, perdendo il rispetto ai maestri, consumando così male il fior dell’età, come potrebbero uscirne alcuni bene educati all’arte e bramosi d’esercitarla con decoro? E se poi quei giovani che pur sarebbero da natura disposti a operare abilmente, rimangono abbandonati a sè stessi, troppo raro è che non si guastino, e non divengano presuntuosi e frivoli, e non si lascino anche traviare dai cattivi costumi. Quelli poi che avrebbero bisogno di maggiori ajuti e che non li trovano, vanno perdendo il tempo, tradiscono le speranze della famiglia e della patria, e sono inetti o sventurati per tutta la vita.
Pippo, essendo per avventura scampato da questo pericolo, potè a poco a poco formarsi una buona riputazione; e approfittandosi del soccorso che gli veniva dall’affetto materno, si propose di fare alcuni viaggetti, intanto nel suo paese, per iscegliere i luoghi da ritrarre sulla tela e poi sulla pietra secondo il suggerimento di Nicodemo. Egli aveva già acquistato pratica e gusto nel bene scegliere le vedute da ricopiare; e poi le pitturava con diligenza, con grazia, con maestria di colorito, sicchè trovava smercio ai suoi quadri. Piaceva il concetto di dare a conoscere in quel modo ai cittadini le naturali bellezze del loro paese; e così Pippo s’andava formando riputazione d’abile paesista. Studiava poi continuamente la storia, e si preparava a condurre lavori d’assai maggiore importanza.
Una delle prime tra le sue gite più lunghe ei la fece in montagna; ed essendo robusto, avvezzo a vita attiva e frugale, gli riescì dilettevolissimo aggirarsi a piedi per quei luoghi alpestri, conversare coi buoni montanari suoi ospiti, e conoscere a fondo i loro costumi semplici e rozzi, vero modo per poterli meglio ritrarre. Più che altrove si trattenne Pippo nella casa d’un contadino montanaro, posta vicino a un grosso torrente, a boscaglie, a prati, a dirupi, a molte e svariate bellezze di terre colte e selvatiche. Probo, industrioso e cortese era quel montanaro, con poca famiglia, la moglie o la massaja, una figliuola di diciotto anni, due ragazzetti, un suo fratello e un garzone; tutti, a somiglianza del capoccia, onesti e amorevoli. Accolsero volentieri il giovine pittore, purchè si adattasse, come dicevano, a dormir male e a mangiare alla meglio. Pippo sapeva bene adattarvisi, mentre poi in quella casa era molta più nettezza che nelle altre, ed anco una certa abbondanza, la quale era meritata ricompensa della industria e della fatica. Avevano essi un bel branco di pecore e di capre ed alcune mucche, e per quei pascoli naturali delle praterie montanine ne ricavavano latte squisito, buoni caci, ed eccellenti ricotte e raveggiuoli. Il dolce frutto del castagno, il formentone, il grano; in certi solatii[215] la vigna e gli alveari; una boscaglia di querci per alimento dei majali; il pollame, e al bisogno la caccia e la pésca, provvedevano alla varietà e alla copia dei cibi. Il clima salubre, il lavoro, la pace domestica mantenevano l’appetito, la sanità, la contentezza dell’animo. Il capoccia era uomo di costumi patriarcali, severo pel mantenimento dell’ordine nel governo della famiglia e nelle faccende, infaticabile, risoluto, assennato; ma nel tempo stesso gioviale e affabile quand’era tempo di concedere riposo a sè ed agli altri, e di godersi a sobria mensa nella casa o sul campo i piaceri della famiglia. La massaja somigliava il marito, o s’era a poco a poco assuefatta a imitarlo; la figliuola era savia, bella, vispa, ingenua come i suoi fratellini, amorosa verso di tutti. Il suo zio era il vecchio di casa, e qual fratello maggiore del capoccia, a lui sarebbe appartenuto questo grado; ma poichè, quantunque fosse buono e robusto lavoratore, non aveva mente svegliata, nè accortezza pronta quanto il minore, così a lui cedeva l’autorità di comandare e d’amministrare. Nondimeno gli era sempre serbato il primo posto, e ognuno lo rispettava siccome anziano della famiglia; e da lui tutti dipendevano quando il capoccia si assentava da casa per andare ai mercati od altrove. Giovanni, il garzone, era con essi da molto tempo; aveva poco più di venti anni: bel giovine, pieno di vigorìa, d’ardore e d’abilità per le faccende campestri, sottomesso senza bassezza ai suoi superiori, prudente e virtuoso, ma per lo più malinconico e taciturno. Talvolta, in mezzo alla sua naturale e franca garbatezza, alla sua docilità sollecita in obbedire, alla sua schietta riconoscenza per l’amorevole contegno verso di lui di tutta la famiglia che ormai lo teneva propriamente per suocera sembrato sdegnoso, o burbero ed inquieto, quasi a fatica reprimesse qualche impeto di collera; e per due o tre giorni compariva allora più malinconico del consueto, e se ne stava più solitario. Della qual cosa accorgendosi gli altri, e credendo di non avergliene dato cagione, o non sapendola riconoscere, alquanto in sulle prime se ne affliggevano, ma poi si assuefecero a farne minor caso, attribuendo quegl’intervalli di malumore alla ricordanza delle sue passate disgrazie. Giovanni era stato levato in fasce dallo spedale degl’Innocenti; non conosceva i suoi genitori, e questa era la prima e la più grande delle sue disgrazie, poichè aveva animo da sentirne tutta la forza. Passò l’infanzia con una famiglia di campagnuoli della pianura, ma poco industriosi e alquanto guasti nei costumi, e perciò dissestati nelle faccende, spesso discordi fra loro, disamorati e qualche volta inumani. Lo avevano preso dall’ospizio degli orfanelli più con la speranza di cavarne guadagno che per bisogno che avessero d’ajuto pel podere. Infatti, dopochè in quella casa fu rilevato, e appena poteva camminare da sè, lo avvezzarono a chiedere l’elemosina ai viandanti sulla vicina strada maestra. E invero quella misera creatura, cresciuta fra lo stento e gli strapazzi, con luridi stracci attorno al corpo smunto e affamato, svegliava compassione e ribrezzo. Le sue lagrime nel raccomandarsi non erano finte come quelle d’un accattone adulto, ma pur troppo le spremeva il timore d’essere percosso, d’esser tenuto senza mangiare, o d’esser cacciato di casa un’intera notte invernale dai suoi crudeli padroni, se fosse tornato senza aver raccolto qualche soldo. Oh quante volte erasi ritrovato a dormire, o piuttosto a tremare tutta la notte dal freddo, standosi accovacciato a piè del pagliajo e accanto al casotto del cane da guardia! Sovente la perversità dei padroni lo ridusse a mal partito; e un giorno fra gli altri, per fuggire dalle mani di chi lo voleva percuotere, ruzzolò una scala, e rimase così gravemente ferito nel capo, che lo crederono morto. Risanò presto benchè gli avessero usato pochissima cura, e convennegli tornare alla medesima vita. Non molto dopo, correndo dietro a una carrozza di viaggiatori per chiedere l’elemosina, inciampò, cadde, rimase con una gamba sotto la ruota, e l’ebbe troncata in due luoghi. S’avvicinava la notte, e la strada maestra era poco frequentata. Lo sventurato fanciullo rimase lungo tempo senza soccorso, finchè accostandosi alla strada il cane da guardia, la sola creatura che gli fosse affezionata, lo trovò disteso in terra, fuori di sè dal dolore, e corse al padrone, e tanto fece mugolando e accennandogli di seguirlo, che lo condusse sul luogo della disgrazia. Nanni allora fu trasportato in casa, potete immaginarvi con quanto spasimo! Il padrone non volle che fosse condotto allo spedale, temendo che s’avesse a scoprire la vera cagione dell’accaduto; fu chiamato il medico con tutta segretezza, e questi prese a curarlo diligentemente e affettuosamente, ma non osò riferire ad alcuno ciò ch’ei sapeva degli strapazzi e dei pericoli a cui il fanciullo era esposto, perchè temeva la vendetta di quella gente. Peraltro ei seppe col tempo metter riparo a questa sua biasimevole debolezza, quando in ispecie si accòrse che i padroni di Nanni, non contenti di farne un accattone e di martoriarlo con tanta iniquità, lo costringevano ancora a commettere qualche furto sui campi e nelle case dei vicini. Anzi egli stesso lo sorprese mentre tentava di rubargli nell’orto; n’ebbe compassione, lo tenne celato due o tre giorni in casa sua, e poi lo mandò di soppiatto più lontano da certi suoi parenti. Questi erano amici d’Andrea: seppero ch’egli era per aver bisogno d’un garzoncello da mandare col branco delle pecore, gli parlarono di quello sfortunato ragazzo che già aveva intorno ai dieci o agli undici anni svelandogli francamente ogni cosa, e il buon Andrea non ebbe alcuna difficoltà a condurlo seco in montagna. Così Nanni fu salvato in tempo dal pericolo di divenire un malfattore. I suoi primi padroni, non lo vedendo più comparire, non s’arrischiarono a fame ricerca, per timore che si scoprissero i loro iniqui portamenti contro di lui; indi, non so con quali astute menzogne, poterono ingannare sul conto suo le persone che troppo leggermente avevano così male affidato quel meschinello, e fecero credere che fosse morto di malattia. Fatto è che Nanni in casa d’Andrea trovò misericordiosa assistenza, e quasi affetto di genitori. Il suo corpo, ricoperto di lividi e di sozzure, fu lavato da capo a piedi; gli diedero vesti rozze ma pulite; e prima di mandarlo con le pecore o di deputarlo ad altre faccende di maggior fatica, aspettarono ch’ei si fosse riavuto a quell’aria buona, con cibi sani e con le amorevolezze che tutti gli usavano. E in poco tempo sembrò rinato, s’invigorì, mostrossi di buona indole, riconoscente ai suoi benefattori, corretto delle male abitudini che aveva acquistato, e delle quali, benchè non fossero colpa sua, dolorosamente si vergognava. Perciò era ragionevole supporre che la malinconia e talvolta l’atrabile dipendessero ancora dai ricordi funesti di così travagliata infanzia. Ma col tempo vi s’aggiunse un’altra cagione segreta, e assai più forte di quella. Nello stesso modo che Andrea e la sua moglie lo avevano accolto, e lo tenevano come figliuolo, così la fanciulla Maddalena gli s’era affezionata con ingenuo e tenerissimo amor fraterno; e Nanni le corrispondeva, pensate voi con quanto ardore! La dolcezza dei modi, la semplicità, il candore, l’abbandono della vispa Maddalena a quel sentimento, svegliò sulle prime la riconoscenza del garzoncello; ma col crescere degli anni ei s’accòrse che questa si convertiva in amore di natura diversa dall’amor fraterno. La considerazione dello stato suo, del posto che aveva in quella casa e del bene che gli facevano continuamente, lo consigliava a tenersi guardingo, a reprimere una passione prepotente; e taceva e soffriva, ed era pronto a fuggire le occasioni che avessero a mettere a pericolosa prova la sua prudenza. E bene spesso gli era sembrato, o l’immaginazione glielo faceva credere, che la Maddalena sarebbe stata proclive a corrispondergli, con ingenuo abbandono, per naturale e innocente propensione a volergli bene più che a fratello; la qual cosa era per lui continuo alimento al soffocato amore, e gli suscitava nell’animo cotanta e sì fiera guerra di sentimenti, che talora, non potendo reggere a quel martirio, si proponeva di allontanarsi per sempre, piuttostochè trovarsi finalmente nel rischio di tradire la fiducia che i genitori della Maddalena riponevano nella sua saviezza. Nè crediate già che e’ non avessero preveduto i pericoli a cui poteva essere esposta la loro figliuola quando Nanni non fosse stato più ragazzo; ma veramente pareva loro di potersi fidare non solo nella onestà della fanciulla, bensì ancora in quella di Nanni; e poi sembrava che la loro intenzione non fosse per essere contraria agli effetti di un amore virtuoso e scambievole, quando Nanni avesse continuato a meritare la stima di tutti; mentre poi difficilmente avrebbero potuto rinvenire tra i vicini un giovine più abile di lui per tutte le faccende campestri e pel governo d’una famiglia. Nondimeno vegliavano attentamente sul contegno dei due giovani, ed aspettavano il tempo più opportuno a prendere qualche risoluzione. Per essi che in questa cosa procedevano con animo riposato, il tempo non passava nè troppo adagio nè troppo presto; ma a Nanni, inconsapevole dei loro disegni, sempre immerso in dolorose dubbiezze, ora i giorni parevan secoli, ora gli anni parevan giorni, e sempre rimaneva piuttosto oppresso dal timore che alquanto confortato dalla speranza. Oh! pur troppo, ricordandosi quanto fosse infelice per non avere un nome, una famiglia proprio sua, ei s’immaginava che per lui non vi potesse mai essere alcun bene sopra la terra, nemmeno quello della speranza, che è pure la sola consolazione degli sventurati!
L’arrivo di Pippo, una novità così rara per quei luoghi, pose propriamente in festa la famiglia; tanto più che Pippo era allegro e faceto, sapeva affiatarsi coi buoni montanari, e dava loro nel genio mostrandosi così affezionato ai costumi semplici, così riconoscente alle garbatezze che si studiavano di fargli, così innamorato di quei luoghi dei quali non si rifiniva di far gli elogi. I ragazzi, la fanciulla, il garzone non avevano mai visto pitturare, nè si sapevano persuadere come si potesse, a forza di colori e di pennelli, ritrarre in così piccolo spazio un gran tratto di paese, gli alberi, gli animali, le cascate del torrente, il cielo or sereno ed or burrascoso, e tutto in guisa da riconoscere a puntino qualunque luogo lor fosse più noto, cosicchè a fissarvi gli sguardi sembrasse vero e vasto quanto il vero, e animato dalla viva natura. Per essi pareva piuttosto prodigio che arte umana, e se fossero stati sciocchi superstiziosi, avrebbero creduto di vedere in Pippo nientemeno che un negromante. Ei fece, si può dire, in un batter d’occhio la veduta della casa che era pittoresca, e vi pose con bizzarri componimenti di figure tutta la famiglia ritratta dal vero, sicchè ognuno vi riconosceva gli altri e sè stesso, e lietamente se ne compiacevano. Pippo andava tutto il giorno ora qua ora là a ricavar vedute, a fare studj su per quei greppi, e la sera tornava a cena coi montanari, e li teneva sempre in gran festa. Nanni, a dir vero, si rallegrava meno facilmente degli altri, e non vedeva di buon occhio le cortesie di Pippo alla Maddalena, e lo pungevano le confidenze ch’ei si prendeva con lei con quella disinvolta e talora indiscreta franchezza di un giovine assuefatto a vedere i licenziosi costumi della capitale. Pippo s’accorse del mal’umore di Nanni, ne immaginò subito la cagione, e si propose, con biasimevole leggerezza, di divertirsi alle spalle del rozzo e timido amante. Venne la domenica, e dopo cena il vecchio di casa prese a suonare la sua zampogna. Era una serata bellissima; andarono tutti sull’aja: dopo alcun tempo, al suono della zampogna che l’eco e il venticello avea recato in lontananza, vennero alcuni altri montanari, uomini e donne. Solevano appunto le fanciulle radunarsi a veglia le domeniche in casa della Maddalena, della più leggiadra fra le montanine di quei contorni, e quella sera più volenterose vi accorsero per la curiosità di vedere il giovine e allegro pittore, del quale avevano già avuto contezza. Pippo all’arrivo di questa comitiva era acceso di giubbilo, e non gli parve vero che incominciasse la danza campestre. Ecco un altro quadro importante per lui; ma a dirla schietta ei pensava allora più al proprio diletto che all’arte. Si fece capo della festa; diede principio alla danza con la Maddalena; e in breve si dileguò dall’animo dei sopraggiunti quella specie di soggezione che sì negli uomini che nelle donne veniva dalla presenza del cittadino. Tutti gli s’affratellarono, e onestamente sollazzandosi fecero la più lieta veglia che mai fosse stata nel paese. Ma Nanni s’era presto e di nascosto allontanato dalla compagnia: Pippo se ne accorse; gli venne voglia di fare una qualche burla allo scontroso, e di porgere così nuova materia di divertimento alla brigata. Andò a cercarlo senza che altri se ne accorgesse, e lo trovò che pareva assorto in un sonno profondo. Il povero Nanni non aveva certamente volontà di dormire, ma s’era rintanato in quel modo, perchè sentiva di non poter godere come gli altri, e non sapeva fingere: dunque era meglio andar via. Nondimeno anche da lontano sentiva lo schiamazzo dei gaudenti, e quella gioja tanto contraria allo stato del suo animo gli faceva male. Allora appoggiando i gomiti alle ginocchia si chiuse gli orecchi, e trovandosi così solo, seduto, oppresso da un pensiero fastidioso, scontento di sè medesimo, era piuttosto fuori di sè pel dolore che addormentato. Comunque siasi, Pippo credè che dormisse, e non sapendo così all’improvviso quale altra burla immaginare, corse a prendere alcuni dei suoi pennelli, e gli dipinse sul volto come meglio potè una maschera grottesca e ridicola; poi ritornando alla festa incominciò a ricercare di Nanni come se solamente allora si fosse accorto della sua assenza, e lagnossene, e mandò a cercarlo. Subito alcuni entrarono in casa; allo strepito che fecero nel chiamarlo, Nanni si riscosse; lo videro, e lo condussero quasi a forza tra la comitiva. Finchè furono a poca luce non s’accorsero del ceffo che aveva; ma appena ebbero raggiunto gli altri, che quasi tutti s’erano ridotti nella cucina, ognuno sbigottì; poi conoscendo la burla si diedero a ridergli in faccia; e le beffe crescevano a vederlo immobile in mezzo alla stanza stupefatto di così strana accoglienza, e in forse del chiederne la ragione. Ma la Maddalena conobbe che la celia non poteva piacergli, e accostandosegli con una compagna che le teneva il braccio sul collo, gli sussurrò all’orecchio che andasse via, e si lavasse il viso perchè lo aveva conciato. Così fece il povero giovine, e lavandosi vide l’acqua tinta, e nel medesimo tempo da uno dei ragazzi gli fu narrato come la burla stata fosse una scappata del bizzarro pittore. Nanni aggrottò le ciglia traendo un sospiro sdegnoso, e non si fece più vedere a nessuno; andò nella stalla, com’era solito tutte le sere, per custodire il bestiame, e rimase colà finchè non fu posto fine alla veglia. Pippo a null’altro pensando che alla riuscita del suo scherzo, e al rimanente della veglia che avrebbe voluto potesse continuare fino a giorno come s’usa nelle città, non si curò più del giovine burlato, nè s’accorse che la Maddalena ne fosse rimasta afflitta. Infine il vecchio ripose la sua zampogna, i vicini tornarono alle loro case, e la famiglia d’Andrea si diede in braccio al riposo. Il pittore si pose a far fagotto perchè aveva destinato di partire il lunedì per un borgo vicino, dove voleva trattenersi tre o quattro giorni, e poi s’addormentò anch’egli senza indugio, da quanto era stanco. Gli ultimi a prender sonno furono la Maddalena, turbata ancora dal rincrescimento del brutto tiro che era stato fatto a Nanni, e Nanni medesimo che non si poteva così presto dimenticare le beffe avute per cagione della celia scortese, e che soprattutto ne era stato punto perchè si trovava in faccia alla Maddalena e ad altre fanciulle.
Pippo col sorgere del sole si pose il lunedì dopo in via per continuare il suo dilettevole pellegrinaggio, senza altro pensiero che quello di divertirsi e di studiare le frequenti bellezze naturali che gli s’offerivano allo sguardo.
Ritornò, come aveva promesso, sul finire della settimana alla casa d’Andrea, ma prima di giungervi fu colto da un temporale improvviso e fierissimo. Ebbe un dicatti[216] di ricoverarsi in una capanna da pastori, e dopo che si fu dissipata la burrasca riprese la strada. Giunse al torrente, e vide che il guado era assai malagevole per l’impetuosa piena delle acque, che trascinavano seco grosse pietre e tronchi d’alberi. Andò a cercare un varco meno pericoloso; ma essendo poco pratico dei luoghi e troppo ardito, si lanciò dov’era maggior rischio, non potè resistere alla forza della corrente che lo fece cadere, e scendendo di masso in masso, in procinto sempre di sfracellarsi, fu spinto sull’orlo di un pelago angusto ma profondo, ove le acque riversandosi e gorgogliando con grande impeto lo avrebbero fatto prestamente annegare, se Nanni, che lo aveva scòrto da un’altura vicina, non fosse accorso in tempo a soccorrerlo. L’animoso garzone si lanciò sopra un masso che sporgeva sul pelago, giunse ad afferrare con le robuste sue braccia il meschino che già aveva perduto i sensi, lo tirò fuori, e a gran fatica e con molto suo rischio lo condusse in salvo sopra la sponda, e poi di peso a casa. Le donne sbigottite lo credevano morto, ma tuttavia non messero tempo in mezzo per assisterlo, e con grande consolazione di tutti incominciò presto a dar segni di vita. La paura, i lividi delle percosse nelle pietre e il guasto della sua cassetta da dipingere e del fagotto di panni che aveva ad armacollo, furono i maggiori mali di questa avventura. Quando seppe chi era stato il suo generoso liberatore, volle abbracciarlo con tenera riconoscenza; e nella pienezza dell’affetto, ricordando la persona più cara che avesse sopra la terra, esclamava: — Tu ci hai fatto il maggiore dei benefizi; tu hai reso il figliuolo a una madre che è già stata tanto infelice, che non ha altra consolazione che l’amor mio! Io ti sono debitore di due vite; io t’amerò sempre più che fratello! — e Nanni si commoveva a quei trasporti di riconoscenza e d’affetto filiale. Ma, povero Nanni! quali tormentosi pensieri lo assalivano nel tempo stesso! Egli che non aveva conosciuto nè genitori nè parenti, che non aveva potuto dir mai mia madre a colei che veramente gli aveva dato la vita, che ignorava la dolcezza dei più cari affetti, che si vedeva condannato a non poterne godere giammai!
Quando Pippo fu migliorato di un forte raffreddore, conseguenza del bagno involontario nel torrente, si sollecitò a ritornare a casa sua, che già aveva indugiato troppo, e temeva con ragione che sua madre stesse in pensiero.
La dipartenza del giovine pittore da quella buona famiglia di montanari fu piena di tenerezza; ma Nanni non si faceva vedere; era sempre nel campo alle sue faccende, Pippo andò a cercarlo, e lo trovò malinconico più del solito; gli dimostrò nuovamente la sua riconoscenza, e dopo averlo abbracciato e baciato più volte, nello stringergli la mano per separarsi gli fece scorrere sulla palma alcune monete. Nanni allora infiammandosi a un tratto nel volto, ritraendosi con fremito furibondo, le lasciò cadere per terra, e si dileguò tra le siepi e i cespugli. Pippo rimase estatico e afflitto; conobbe d’aver offeso quell’anima sdegnosa, si ricordò e si pentì della burla fattagli in occasion della veglia, e corse tosto a pregare Andrea che facesse di tutto per riconciliarlo con lui, che s’interponesse affinchè si separassero da amici. Andrea che ben conosceva l’indole di Nanni, quand’ebbe saputo del denaro, disse al pittore che giudicava troppo difficile mansuefarlo così su due piedi; che bisognava aspettare ch’ei si sfogasse da sè medesimo, che si riprometteva di ricondurlo, ma col tempo, a sentimenti d’amicizia verso di lui. Che intanto partisse, e avrebbegli mandato scritto qualche cosa. Pippo dunque si pose in viaggio con molta afflizione per quello che di spiacevole eragli avvenuto in simile incontro, e con animo di tornar presto ad abbracciare il suo benefattore placato.
V.
Il paesista rivide la madre che lo aspettava con impazienza, che pianse di vera consolazione nel riabbracciarlo; narrò le sue avventure a lei, alla Clarice, a Nicodemo; fece infiniti elogi della famiglia d’Andrea, e parlò di Nanni come avrebbe fatto del più caro amico, occultando peraltro alla madre il grave pericolo da cui quel giovine e generoso montanaro lo aveva salvato. Ma questi prudenti riguardi sogliono essere poco validi, a fronte delle trepidazioni dell’amor materno. Il narratore immaginoso non seppe poi rattenersi dal descrivere anco la burrasca, il torrente gonfio, i rischi del varco; e benchè parlasse di sè medesimo in barzelletta, pure la gratitudine verso Nanni rinforzò il colorito della pittura. Una madre affettuosa pensa sempre al peggio; e in questo caso la Carolina aveva ragione! Si figurava quello e più di quello che stato fosse, e la sua tenerezza riconoscente per Nanni non la cedeva a quella del suo figliuolo. Immaginatevi poi quanto maggiore sarebbe stata in lei la commozione, se Pippo, che non sapeva nulla della origine di Nanni, avesse potuto dirle ch’egli aveva la grande sventura di non conoscere i genitori! Oh! la Carolina ne sarebbe stata crudelmente afflitta, poichè in segreto piangeva sempre la perdita del primogenito. La poveretta, dopo la morte del marito e il miglioramento del suo stato, aveva fatto, di nascosto al figliuolo, molte ricerche, ma erano state tutte inutili; e infine, perdendo qualunque speranza, erasi rassegnata a contentarsi del suo Pippo, a nascondere per sempre e a tutti quel doloroso segreto, a sopportare il perpetuo e acuto rammarico d’una colpa non sua. E se il figliuolo recuperato avesse potuto immaginare quanta afflizione fosse costata la sua assenza a una madre che, ritrovandosi nuovamente sola, era angustiata ogni istante dalla paura d’averlo a perdere un’altra volta, certo ei non si sarebbe dipartito mai dal suo fianco. Ella dunque ne benedisse mille volte il ritorno, benedisse mille volte quel giovine ignoto che a lei pareva, e non s’ingannava, essere stato il salvatore dell’unico figliuolo che le era rimasto; e tanto andava farneticando con la immaginazione amorosa, che le pareva di vederlo, di conoscerlo da lungo tempo, di ritrovare nel suo sembiante e nel suo affetto qualche conforto all’immenso dolore d’un bene perduto senza speranza di ricuperarlo.
Intanto Pippo aspettava con impazienza la lettera d’Andrea, la quale indugiò molti giorni, e finalmente gli giunse; ma quella lettera conteneva una dolorosa notizia: Nanni poco dopo la sua partenza s’era ammalato d’una febbre biliosa; non aveva fatto conoscere a nessuno il male che si sentiva, lasciandolo inacerbire; e finalmente, non avendo più potuto celarlo, erasi ridotto a curarsi tanto tardi, che il medico disperava della sua salvezza. «Del resto,» diceva Andrea in quella lettera, «state tranquillo sul conto della riconciliazione, perchè questo buono e infelice figliuolo dimenticò presto ogni cosa, e vi mandava a salutare con sincera affezione. Potete figurarvi se siamo tutti addolorati di questa sua malattia e del timore di perderlo, tanto più che se s’avesse a cercare una cagione, dubiterei che fosse questa. Al povero Nanni fu raccontato, senza mia saputa, che un giovine benestante di questi luoghi m’aveva chiesto in moglie la Maddalena. Io che non guardo ai denari nella scelta di un marito per la mia figliuola, e che da molto tempo m’era accorto di un segreto affetto tra questi ragazzi, non mi sarei opposto ai loro desiderj quando me ne fossi assicurato; ma Nanni non conosceva ancora le mie intenzioni, nè sapeva che risposta avessi dato al benestante. Io m’immagino dunque ch’ei si sia figurato tutto il contrario di quello che poteva essere, e che se ne sia tanto accorato da ammalarsi. Ho fatto il possibile per confortarlo; gli direi addirittura l’animo mio anche su questa faccenda; e la Maddalena che lo assiste continuamente con quell’amore che vi potete pensare, lo sa. Ma finora tutto sembra inutile. Il povero giovine non ascolta, non parla, non risponde, non darebbe segno di vita se non fosse il polso che gli batte a febbre continuamente. Noi preghiamo Iddio che ce lo conservi, non solo per quel buon giovine che è, ma perchè temiamo che se si avesse questa disgrazia di perder lui, la nostra figliuola non se ne potrebbe dar pace; e poverina!... Ma non mi dà il cuore di dirvi altro; e mi dispiace che questa lettera, che per me vi è stata scritta dal Parroco, v’abbia a dare dell’afflizione. Rimettiamoci nelle mani del Signore, e speriamo.»
Pippo a questa notizia si afflisse, come se si fosse trattato del suo migliore amico, d’un suo fratello; se ne spassionò con la madre, e si propose di andar subito da sè medesimo a vedere in che stato fosse l’infermo. Alla Carolina sarebbe venuto subito lo stesso desiderio, se la lontananza e l’incertezza di trovare alloggio, chè non conveniva allora andare in casa d’Andrea, non avessero fatto ostacolo. Ma a Pippo non pareva vero che fosse venuta questa volontà a sua madre, soprattutto pensando quanto ella fosse esperta nel custodire i malati: e la stagione era buona; e il viaggio benchè lunghetto per una donna, poteva esser fatto con tutto il comodo in carrozza fino a un certo punto, e di lì in treggia[217] fino alla casa. Quanto all’alloggio, ei disse che il Priore avrebbe avuto posto per lei e per lui, e che ragionando di sua madre con quella buona gente, gli avevano, come suole, fatto più volte l’invito di condurla lassù a respirare quella buon’aria, offrendosi il Parroco d’ospitarla nella canonica, perchè vi stesse con più agio che nella casa d’un contadino. Dunque ne scrisse subito al Priore, chiedendo le nuove di Nanni, e n’ebbe immediata risposta che l’infermo non peggiorava nè migliorava, e che sarebbero stati graditi da tutti, se davvero si fossero voluti incomodare ad andarvi; e tanto più in una occasione, nella quale li conduceva piuttosto un sentimento di carità che il desiderio di ricrearsi in campagna. E su questo particolare, aggiungeva il Parroco: «Se potessimo avere la consolazione che Nanni scampasse da così grave pericolo, io credo che al suo miglioramento conferirebbe molto il vedersi attorno altre buone persone venute a visitarlo per amor suo, o il sapere almeno che si prendono tanto a cuore la sua salvezza; perchè, a parer mio, una delle grandi passioni, essendo egli molto sensibile, dev’essere quella di non sapere a qual famiglia propriamente appartenga. Povero Nanni! Anch’egli è uno di quei tanti.... Basta, m’avete capito. Una famiglia che lo ama davvero c’è; e si può dire che in certo modo sia divenuta sua; e diverrà sua addirittura s’ei sopravvive. Ma intanto la premura degli amici gli farebbe coraggio, gli accrescerebbe il sentimento della propria stima, e sarebbe un preparativo a quella maggior consolazione, che gli è riserbata dalla bontà e dalla giustizia d’Andrea, dall’amore di quella cara fanciulla della Maddalena. Io temerei che se Nanni s’è ridotto in questo lagrimevole stato per la passione di credere impossibile il suo matrimonio con la Maddalena, dovesse poi ricevere una scossa troppo forte e dannosa per l’estremo della contentezza, quando venisse a sapere che i suoi occulti desiderj potrebbero essere appieno esauditi. Mostriamogli adunque coi fatti che l’oscurità della sua nascita, invece d’umiliarlo ai nostri occhi, come farebbe a quelli di gente pregiudicata e disumana, ce lo rende anzi più caro, e accresce d’assai quella stima che le sue buone qualità gli hanno fatto meritare. Oh! il mondo vano e spensierato è per lo più ingiusto e crudele con questi infelici! Ma se ognuno sapesse quanto sentano la loro disgrazia! Io che ho esperienza di molte cose, posso attestarlo. Anche quelli, e sono comparabilmente i più, i quali hanno un’infanzia tribolatissima, e sono tenuti quali schiavi, e sono strapazzati e vilipesi a segno di perdere quasi ogni sentimento della propria dignità d’uomo e della propria sventura, anche quelli, in certi supremi istanti della misera vita che trascinano su questa terra, bevono sino al fondo del calice l’amarezza di così grande sventura! Se poi gli animi più vigorosi possono redimersi dall’abbrutimento a cui si trovano esposti che è cosa ben rara ma almeno toccata in sorte al nostro Nanni, e formarsi uno stato onorevole e godere i pochi beni che a tutti gli uomini son comuni, quella prima e irrimediabile disgrazia, crediatelo, amareggia per sempre tutte le loro contentezze. Ma, pur troppo, i più sprecano in male opere la vigoria dell’animo, quasi fossero fatalmente costretti dalla colpa o dalla sventura dei genitori che li rinnegarono a mettersi in guerra con tutti, a ricattarsi ferocemente con la società che gli accoglie male o che li respinge; e per essi con quel rancore antico, segreto, perpetuo, il ravvedimento è più difficile, i delitti paiono inevitabili. Ah! io mi scordava che scrivo una lettera e non un sermone. Compatitemi se la mestizia di questi pensieri m’ha levato di strada. Fate prudente uso delle notizie che vi ho dato, come ad amico della famiglia d’Andrea, di Nanni e mio. E, con questa qualità o senza, venite pure da me con vostra madre, che sarete ambedue padroni della mia casa, e accolti con tutto l’amore ec.»
Se vi fosse stato bisogno di sprone a sollecitare la partenza di Pippo, questa lettera sarebbe giunta opportuna, e accresceva in lui l’affetto per Nanni disvelandogli sul conto suo altre circostanze alle quali nemmeno per sogno aveva pensato. Quindi non indugiò a mostrare la lettera a sua madre, considerando che anch’ella vi avrebbe trovato maggiore incentivo ad accompagnarlo. Ma e’ non sapeva che a lei quelle notizie avrebbero fatto ben maggiore impressione! che anch’ella aveva un segreto! E poco mancò che nel sentirla leggere, la meschina non si tradisse. Pippo teneva gli occhi sul foglio, e non potè scorgere il volto della madre ora impallidire ora accendersi di rossore, e le lagrime scorrere in abbondanza lungo le gote, e un fremito convulso assalirle tutta la persona. Dopo la lettura s’allontanò da lui con un pretesto, dicendogli a fatica: — Sì, andiamo subito, — e si ritirò a dare sfogo in segreto a quei sentimenti che la facevano spasimare. — Colpa o sventura! — pensava ella. — Ah! io non ho colpa, io non ho rinnegato il mio figliuolo. Ma sì! forse mi lasciai troppo intimorire dalla collera di quell’uomo.... E poi non avrò fatto bastanti ricerche.... E nell’amore per Pippo avrò dimenticato qualche volta quell’altro.... Mio Dio! Non potrò rimediare mai a questa colpa!... Avrò sempre questi rimorsi atroci!... E doverli nascondere!... Che vita è la mia? Io sarò sempre infelice! — Così alla povera Carolina, che era martoriata continuamente da quel gran dolore, più che mai crebbe l’affanno dopo aver udito la digressione della lettera del Parroco. Ma nello stesso tempo era divenuta più impaziente di Pippo per fare quella visita; e si figurava che amando e assistendo Nanni dovesse cavarne qualche po’ di consolazione, come se in parte espiasse una colpa, benchè non sua; e si raccomandava a Dio che il giovine guarisse, e immaginando gli anni che aver poteva, le tornavano tutte le antiche speranze, e s’affidava in una combinazione fortunata. Poi rifletteva alla rarità di simili combinazioni, si ricordava che gli amministratori dell’ospizio non sapendo più che cosa rispondere alle sue premurose indagini, le avevano fatto credere che quella creatura fosse morta, e vedeva dileguarsi ogni speranza; e in questa vicenda di dolori certi e di speranze fragilissime, il suo tormento era sempre maggiore.
Pippo aveva già trovato la vettura, e dopo pochi e lesti preparativi, condusse a buon viaggio sua madre fino alla casa del Priore che gli aspettava, e che andò a incontrarli con lieto volto. — Buone nuove, — esclamò subito, salutando affettuosamente la Carolina e il pittore, — buone nuove! Nanni sta un poco meglio, e si spera che guarirà presto: fin da ieri sera il medico annunziò che gli pareva ormai fuori di pericolo. Andrea vi aspetta; Nanni ha udito dire della vostra visita, e se ne è rallegrato; ora gli possiamo parlare; capisce tutto, risponde a tono, e sembra tranquillo. Voi siete arrivati in buon punto. —
Così entrarono in casa del venerando loro ospite tutti consolati non solo per la buona notizia, ma ancora per l’accoglienza sinceramente amorevole che venne lor fatta. La famiglia d’Andrea e Nanni furono avvisati e lietissimi del loro arrivo; e dopo che la Carolina si fu alquanto ristorata dal viaggio, andò col Priore e con Pippo alla casa d’Andrea. Nanni s’era svegliato di poco da un sonno placido e più lungo del consueto; la massaia e la Maddalena vegliavano al suo capezzale. Il capoccia si mosse a incontrare i sopraggiunti, si rallegrò della loro venuta, e andò in camera insieme col Parroco, per farlo sapere alle donne e al malato. Nel mentre che queste, a un cenno d’Andrea uscirono per salutare la Carolina e il figliuolo, il Parroco s’accostò a Nanni, e gli disse: — Il pittore ha mantenuto la sua promessa, e ha condotto seco un’altra persona.
— Ah! forse sua madre — soggiunse subito Nanni, con quel suo solito sorriso a fior di labbra, misto di malinconia e di dolcezza.
— Appunto; e gradirebbero di vederti, di rallegrarsi teco del tuo miglioramento....
— È una carità; ma io....
— Se tu li gradisci....
— Eccòme!
— Tu non devi peraltro metterti in soggezione. Ormai sono amici di casa; hanno approfittato del bel tempo e della buona stagione per prendere una boccata d’aria; e poi la madre di quel giovine ti vuole un gran bene senza conoscerti, perchè sa che tu salvasti la vita....
— Questo poi.... Che cosa feci?...
— Il tuo dovere; sta bene. Ed essa non viene per ringraziarti, ma per fare la tua conoscenza, perchè tu sei un giovine savio, amico del suo figliuolo, stimato e amato con ragione da tutti noi. È una cosa naturale, e se non t’incomoda....
— No davvero!
— Dunque non ti mettere in orgasmo; figurati che sia una conoscenza vecchia; sta’ tranquillo, senza moverti senza scompannarti....[218] Ora li fo passare, eh?
— Sì signore. — E il suo volto annunziava che l’animo era bastantemente quieto.
Adunque il parroco invitò gli altri nella camera. Pippo s’accostò il primo al malato, e si dettero un bacio. La Maddalena conduceva per mano la Carolina dall’altra parte del letto; Nanni fece segno di volersi alzare; ma la Carolina lo pregò con soave garbatezza a non si muovere; e i loro sguardi s’incontrarono, e per breve tempo si fissarono reciprocamente, e fu un silenzio profondo in ciascuno dei circostanti, senza che se ne sapessero rendere ragione. A Nanni era comparso all’improvviso un poco di rossore sulle guance impallidite; e la Carolina, sorpresa da un’interna soavissima commozione, ebbe bisogno di mettersi a sedere. Il Parroco fu il primo a rompere quel silenzio; parlando con vivace familiarità ora alla Carolina ora a Pippo, del buon viaggio che aveano avuto, della campagna, d’altre cose indifferenti, per dare agio a Nanni di riaversi dalla prima commozione d’una visita, della quale sebbene fosse stato prevenuto, pur doveva risentire qualche effetto come di cosa insolita e per parte di una persona sconosciuta. Ma questa persona assai più che Nanni avrebbe avuto bisogno di sfogare con libertà la commozione dell’animo. La Carolina, fosse immaginazione o acutezza di sguardo materno, aveva riconosciuto nei lineamenti di Nanni qualche leggiero tratto di somiglianza con quelli di suo marito e di Pippo; si sentiva un impulso prepotente a ricoprire di baci e di lacrime quel volto, ad esclamare fuor di sè dalla gioia; chi sa che io non abbia ritrovato un figliuolo? Due o tre volte si mosse.... ma subito la riflessione, considerando lo stato del giovine e il pericolo d’un inganno, la trattenne. Si sforzò anche a guardarlo di nuovo con apparente pacatezza e a interrogarlo a voce sommessa s’ei continuava a sentirsi meglio; e Nanni rispose dolcemente: — Sì signora; mi par proprio di star bene. — Ah! quella voce le penetrò sì addentro nell’anima, che vedendo di non poter più resistere, s’appoggiò al braccio della Maddalena per alzarsi da sedere e per allontanarsi. Appena ebbe fiato di dire: — Lasciamolo in quiete; ritornerò più tardi. — Il Priore che sempre osservava con la coda dell’occhio Nanni e la Carolina, andò a darle di braccio, accorgendosi ch’ella si studiava di celare a fatica una commozione straordinaria. Pippo distraeva gli altri col suo buon umore; non s’avvide di nulla, e proseguì a trattenersi in piacevole colloquio con la massaja, con Andrea, col vecchio fratello del capoccia, e di quando in quando volgeva la parola a Nanni, anco senza aspettarne risposta; e riparava insieme a ricevere le feste dei ragazzi, e a scherzare con essi.
— La vista di questo giovine m’ha intenerito più che io non credeva, — disse la Carolina uscendo di camera e parlando sottovoce al Priore.
— Me ne sono accorto: e ha fatto bene ad assentarsi per ora. Davvero che Nanni sveglia affetto in tutti. E poi la sua gratitudine, la gratitudine d’una madre.... Oh! intendo, intendo; la compatisco....
— Anzi vorrei pregarla d’una carità, quando saremo soli.
— Subito; vuol tornare alla prioria, chè saremo più liberi?
— Mi lascerò regolare da lei. —
La Maddalena s’era già separata da loro, vedendo che avevano da discorrere; ed essi se n’andarono inosservati.
Strada facendo, la Carolina si provò due o tre volte a intavolare il discorso: non aveva parole fatte; si peritava, dubitava di dover passare per visionaria, d’aver voluto toccare con troppa precipitazione un tasto così delicato; ma un animo la stimolava tuttavia a sollecitarsi, ed era più divorata dall’impazienza che disposta a cedere alla riflessione; e poi ormai nell’impegno s’era messa, e qualche cosa bisognava dire. Il Parroco interruppe di rado il conflitto dei suoi pensieri con domande di cose da nulla; poi giunsero a un viottolo scosceso, dove bisognava andare uno dietro l’altra, e la necessità di muovere il passo con maggiore attenzione li tenne in silenzio. Eccoli alla prioria: il Parroco la condusse nella cameretta che le aveva destinata per alloggio, la fece sedere, e la esortò a riposarsi intanto che egli andava a dare qualche ordine al suo servente.
In breve fu di ritorno, dicendole, nel sederle di faccia: — Eccomi qui ad ascoltarla, se non le scomoda. —
La Carolina aveva trovato il bandolo,[219] e s’era fatta animo, o, per dir meglio, la gentilezza dei modi del buon vecchio le dava coraggio, e prese a dirgli:
— La compatirà se io, che son madre afflitta da lungo tempo, ricorro a lei in questa congiuntura, per palesarle un segreto e per chiederle ajuto, se mai una certa speranza che m’è nata avesse fondamento.
— Devo ringraziarla della fiducia che mi dimostra; e non v’è bisogno che io le dica come per affetto e per dovere terrò celato a tutti, se occorre, questo suo segreto, e mi studierò d’assisterla con l’ajuto di Dio.
— Signor Priore, io ho letto quello che ultimamente la mandò scritto al mio Pippo; forse Pippo non doveva palesare a me quella lettera, perchè conteneva certi ragguagli sopra Nanni; ma la lo compatisca: è di primo impeto;[220] non sapeva quel fatto....
— Oh! a una madre prudente si possono confidare molte cose che non starebbe bene dirle ad altri. E poi, io credo che lei.... Oh! sì certo, una buona persona come lei, non può avere quei pregiudizj che ingiustamente avviliscono tanti poveretti....
— Mio Dio! si figuri!... Oh! sentirà, sentirà!... Ma se non fosse presunzione di salvarmi senza merito, direi.... vorrei prima assicurarla che io.... Ma forse.... Ah! non ho più il coraggio che credevo.... Mi compatisca... — E si diede a singhiozzare e a versar lagrime, arrossendo e abbandonandosi a dolorosi sospiri.
— Stia tranquilla! Aspetti quanto vuole; e si ricordi che ora, qui, la può far conto d’esser sola. Io l’ascolto con lo spirito solamente; e se oggi non potesse....
— No, no! Non mi par vero di dir tutto, e subito. Ecco: io era una povera fanciulla; presi marito con pochi assegnamenti.... i due figliuoli che ebbi nei primi due anni di matrimonio.... la povertà.... contro mia voglia....
— Ho capito; pur troppo!... Oh! la compatisco; e poi vedo che uno....
— Sì, il secondo; appena che potei... Ed ebbi la consolazione di ricuperarlo.... È Pippo....
— L’altro non le sarà riuscito....
— Per mia disgrazia! E non ho avuto più bene; mi sono sempre logorata dentro di me, quantunque non lo dessi a divedere....
— Poveretta! ma si faccia coraggio.
— E ora.... la combinazione.... chi sa?... Una somiglianza.... Un animo mi dice.... Oh! mi soccorra lei!... Non vorrei ingannarmi! Dopo avere sperato un bene come questo, che cosa sarebbe di me, se io m’ingannassi?...
— Bisognerebbe continuare a rassegnarsi con l’ajuto di Dio.... Lo so, il desiderio d’una madre a volte accieca.... Ma vediamo.... Oltre la somiglianza....
— Anche l’età combinerebbe.... E avrà capito che io parlo di quel giovine....
— Sì; ma per il solito, chi ha volontà, chi ha speranza di poter un tempo riprendere la creatura....
— Ecco! un segno.... E ci pensai.... Ma io tremo a cercarne!... Se non l’avesse, o se non fosse quello!...
— Ma nonostante.... vediamo.... Che segno era?
— Una medaglina della Madonna dei dolori, traforata in due luoghi per poterla meglio distinguere....
— Ah! ho capito. — E nel dire queste parole, il Parroco si sforzò di nascondere uno slancio involontario di giubbilo, che gli rasserenava improvvisamente tutta la faccia.
La Carolina peraltro se ne accòrse, ed esclamò: — Ah! signor Priore! che?... forse....
— Ho caro che se ne ricordi precisamente di questo segno.... E però....
— E come non me ne doveva io ricordare? — aggiunse con sorpresa, e ricadendo subito nel dolore.
— Bene, bene! Perchè così sarà più facile riconoscere la persona, se Dio le concedesse una volta di ritrovare in qualche luogo questo figliuolo....
— Ah! per carità, mi compatisca; ma le sue parole mi accrescevano la speranza. Pareva che la sapesse qualche cosa.... — E tornava a farsi animo.
— Cara mia, qui o saper tutto o nulla.... Io non posso.... non voglio.... Ecco, poniamo il caso che la dovesse ricevere questa grande consolazione!... Vi sarebbe ella preparata? Pensi che un avvenimento come questo la dovrebbe commovere all’estremo; e vi sarebbe poi la combinazione che Nanni è in quello stato.... Anche per riguardo di lui....
— Ma dunque lei non mi leva di speranza!
— Tutto è possibile!...
— E avrebbe timore che io, dopo aver patito tanto...?
— Appunto per questo....
— Ah, signor Priore, non dubiti, no; io sarei preparata.... E se quella creatura.... Oh! saprei vincermi, saprei soffrir tutto per amor suo!... Ma questo, questo tormento che provo ora.... oh! questo è insoffribile.... Questo mi farebbe morire, se dovesse durare dell’altro....
— Or bene, io le dirò che Nanni, come tanti altri, ha naturalmente un segno d’esser cristiano; ha una medaglia; che io gliel’ho vista al collo nell’ajutare la massaja quando gli medicava i vessicanti....
— E l’ha riconosciuta?... Era come quella che dico io?...
— Per averla vista una volta, e senza saper altro....
— Dunque, che io la veda, o che lei, signor Priore, abbia la bontà di esaminarla....
— Questo sì; e quanto volentieri! Ma potrò io compromettermi della sua rassegnazione ad aspettare quant’occorre? Ci vorrà un po’ di tempo.... Anderò subito; bisognerà che io cerchi il medico, perchè egli trovi un pretesto.... Ora non v’è più da medicare i vessicanti sul petto.... E se poi la medaglia non fosse quella?...
— Che cosa vuole? Eccomi rassegnata.... Vedo pur troppo che sarebbe una fortuna troppo grande. Ah! io non la merito!
— Non dica questo; si faccia animo, e consideri intanto che quand’anco avessi da darle presto una buona notizia, Nanni, ora come ora, non mi parrebbe in tale stato da poterne essere messo a parte....
— Ha ragione.... Oh! saprei contenermi....
— Basta; ci lasceremo regolare dal medico. Intanto anderò a cercarlo, per concertare qualche cosa.... Ma lei rimane qui sola....
— Non pensi a me....
— Già, se ha bisogno potrà chiamare: il mio servente non esce di prioria;... ecco qui un campanello....
— Signor Priore, abbia la bontà d’accompagnarmi in chiesa. Mi rimetto nella volontà di Dio; sento che la preghiera mi darà forza.... —
Così il Priore la condusse in chiesa, e poi andò in traccia del medico.
Del resto, il prudente vecchio aveva visto il descritto contrassegno sulla medaglia; ma come arrischiarsi a dar subito alla madre una notizia di tanta importanza, senza prima accertarsene scrupolosamente? Gli parve anzi d’aver corso troppo nel suo colloquio con la Carolina; ed era non meno di lei premuroso di schiarir subito questa faccenda.
Difatti potè schiarirla con ogni cautela, ed ebbe la consolazione ch’ei s’aspettava. Bastò alla Carolina un’occhiata al volto sereno del Parroco, per abbandonarsi nell’atto a un’ineffabile gioja. Egli aveva nelle sue mani la medaglia; e poichè si fu accorto di non aver saputo nascondere la interna sua contentezza, giudicò di non dovere interporre altri indugi; e alle prime insistenti domande della madre, rispose:
— Io le farò vedere la medaglia; giudicherà da sè medesima se è quella stessa.
— Davvero? Dov’è?
— Eccola....
— È questa, è questa! Dio, ti ringrazio! Nanni è mio figliuolo! Ora morirò contenta!... — E baciando con immensa tenerezza la medaglia, non potè dir altro, perchè la troppo forte commozione le tolse i sensi.
Il Priore aveva avuto la cautela di condur seco il medico, il quale a un suo cenno accorse subito ad assistere la Carolina. Il deliquio durò molto, ma senza grave sconcerto della persona. La Carolina tornando in sè, e ritrovandosi sola col Parroco, ebbe agio di sfogarsi in lagrime di suprema dolcezza; e quando il suo assistente la vide abbastanza tranquilla, pensò di poterla lasciar sola, per preparare, come ella stessa ne lo richiese, l’animo di Pippo a ricevere quella notizia.
Il pittore, tutto contento d’aver fatto la sua visita a Nanni e d’aver condotta seco la madre, ad altro più non pensava che alle vedute di paese; e quando incontrò il Parroco mentre appunto ritornava da una gita con le sue carabàttole[221] per disegnare, entrò subito in discorso delle nuove bellezze che aveva scoperto in quei luoghi.
— E ora ch’io sono qui con mia madre, con la certezza della guarigione di Nanni, in mezzo a una famiglia di gente sì buona, in compagnia d’un uomo tanto stimabile quanto lei, signor Priore, che ha avuto la bontà di accordarmi la sua amicizia, mi par d’essere felice; non ho mai goduto tanto in vita mia. Un solo dispiacere mi diminuisce un poco questa contentezza, quando penso che presto ci dovremo separare. Oh! ma spero che non si scorderanno di me; io di loro no certo; e prometto di fare altre visite; e chi sa che anche mia madre?... A proposito! È ancora tornata a riveder Nanni? È sempre in casa?
— Sì, è in casa....
— Che forse quest’aria fine le riesce molesta?...
— Oh! sta benone! Dirò.... ha avuto desiderio di trattenersi meco. Nella vostra assenza abbiamo discorso molto insieme; e ora ho da parlare anche a voi....
— Cospetto! Mi fa una grazia. E poichè me lo dice sorridendo, io mi figuro che si tratti di cose liete.
— Lietissime, caro amico! e cose che riguardano vostra madre, Nanni, e voi molto da vicino....
— Non mi fa celia? dica dunque; subito!... cioè.... scusi.... se le piace: mi ha messo in curiosità...
— Abbiamo fatto una scoperta di molta importanza.
— Sì?
— Vostra madre mi ha messo a parte dei suoi segreti....
— Mia madre ha dei segreti?
— E che l’angustiavano molto!
— Ah! è vero; io l’ho sempre veduta tanto afflitta!... Oh! se lei avesse trovato il verso di consolarla, sarebbe davvero una grande scoperta! un benefizio segnalato! Che si fa celia? povera mamma! io mi sono accorto che la faceva di tutto per celarmi il motivo della sua mestizia; ma dunque, è lecito sapere da che cosa derivi? Ora spero di non esserne cagione io. —
Qui il Parroco allontanando, com’era giusto, ogni ombra di colpa o di negligenza della Carolina, palesò a Pippo ciò che egli non sapeva nè della sua infanzia nè d’un fratello maggiore che la madre non aveva potuto ricuperare; e poi brevemente venne a svelargli la scoperta, quando già era balenata alla immaginazione di Pippo, il quale nello scoppio del giubbilo non sapendo reprimersi, lasciò cadere a terra quanto aveva in mano, e buttò le braccia al collo del Parroco, e sì fattamente lo teneva stretto, che il buon vecchio si sentiva soffocare. Poi gli chiese scusa della troppa confidenza; e subito voleva correre alla madre e a Nanni, ma incerto dove andar prima: ora affrettando i passi verso la prioria, ora verso la casa d’Andrea, quale forsennato, calpestando i disegni, i pennelli, dava calci alla cassetta, a quella stessa malcapitata cassetta, che aveva fatto naufragio al passo del torrente. Il Parroco durò fatica a frenarlo, a persuaderlo che per allora bisognava lasciar quieto il malato e usare circospezione anche con sua madre, narrandogli del lungo patire che aveva fatto prima d’acquistar la certezza del ritrovamento, e del deliquio dal quale era stata presa dipoi.
Ma intanto la Carolina gli aveva veduti avviarsi alla prioria, e dai gesti di Pippo s’era accorta d’ogni cosa. Non aveva potuto stare alle mosse; era scesa; e mentre il Priore, benchè Pippo si opponesse, lo aiutava, ridendo, a raccogliere le sparpagliate reliquie del suo bagaglio artistico, si affrettava a raggiungerli. Appena ebbero ripreso il cammino se la videro dinanzi; e quivi all’aria aperta un’altra scena di tenerezza tra la madre e il figliuolo, e le poche ma affettuosissime parole che si dissero, erano interrotte da molte lacrime e baci.
Il Parroco, vigilando, considerava quali e quante sono le vie del Signore per riparare con insoliti casi le ingiustizie o le sventure degli uomini. — E così, — diceva egli in cuor suo, — così potesse intravvenire di tutte le disgrazie che ci angustiano sopra la terra!... Oh! ma pur troppo! per la maggior parte non v’è altra speranza di riparo che nel cielo! Ah! rassegnatevi a questo solo conforto, che è pur grande, o infelici che languite separati senza rimedio dai vostri cari, smarriti a piangere, abbandonati a patire in mezzo a quei tanti che sembrano felici, a quei pochi che sono meno sventurati di voi! E deplorate le disgrazie, compatite gli errori, perdonate le colpe che furono cagione di condannare al dolore tutti i giorni della vostra vita! No, non aggiungete ai mali che vi opprimono il tormento dei rancori, degli odj, delle invidie! Il perdono generoso vi mansuefaccia, vi commova, vi esalti fino alla dignità dell’esser vostro; che se voi sapete mantenerla ad onta delle tribolazioni, diviene più augusta e più meritoria, e nessuno potrà conculcarla nè per abbiettezza di vilipendj, nè per forza di pregiudizj, nè per colpevole dimenticanza di chi sarebbe deputato da Dio e dagli uomini a mitigare la vostra disgrazia, e pur si mostra indegno di così sacro e soave ufficio! Piangete, sì, perchè vi sono divietati i più soavi affetti; ma quanti altri la virtù vostra non ne può generare invece di quelli! E la virtù modesta negl’infelici è più bella, più sublime, più veneranda!... Che cosa sono, in faccia a lei, le vane grandigie, le voluttà della gloria, dell’orgoglio, della potenza? —
VI.
Chi avesse veduto la Maddalena custodire Nanni nella sua malattia, avrebbe detto davvero che una buona e amorosa assistenza è la migliore di tutte le medicine. Il dolore che l’aveva oppressa quando lo vide ridotto agli estremi, era stato chiaro indizio pe’ suoi genitori che la si fosse da lungo tempo affezionata a lui con quell’ingenuo abbandono dell’innocenza che ama il buono ed il bello, e d’altro non si cura. Poi la riflessione dell’età e l’esempio di ciò che le altre fanciulle oneste e dicono e fanno, dovevano averla naturalmente condotta a celare con gelosa ritenutezza quel sentimento, al giovine per modestia, ai genitori per temenza che non potessero approvarlo. Ma l’affezione fraterna s’era già convertita in amore d’innamorata; e sapesse o no d’essere corrisposta, avesse o no la speranza di divenire sposa di Nanni, il suo cuore ormai era dato, e per sempre, a lui solo. Fortuna dunque che i genitori avessero ragione di tener Nanni in conto di giovine virtuoso, che sapessero vincere il pregiudizio che gli stava contro per la nascita, e avessero conosciuto, anche prima della figliuola, com’egli ne fosse amante segreto, e rispettoso, rassegnato se mai, a non possederla, credendolo cosa impossibile. Ebbero quasi a pentirsi che la fredda prudenza, la quale in simili negozj si suol dire non è mai troppa, gli avesse fatti indugiare soverchiamente a render palese ai due giovani l’animo loro; perchè temerono che se Nanni non avesse potuto scampare dal fiero morbo, la fanciulla se ne sarebbe accorata tanto, da perderne anch’essa la salute e la vita. Ma poichè il pericolo sembrò del tutto svanito, essi medesimi fecero animo alla figliuola, mostrandole che già da lungo tempo conoscevano e non biasimavano i suoi desiderj onestamente occulti, e lasciando a lei principalmente, in tutto ciò che non poteva offendere il suo pudore, la custodia d’una vita che ormai a lei medesima apparteneva. E di questo seppero intanto fare accorto il buon giovine, quando videro che il giubbilo di così bella speranza poteva dargli coraggio ed ajutare la sua guarigione. Oh! come allora la pallida faccia di Nanni si ricoperse tutta d’insolita serenità! Che palpiti di non mai più goduta consolazione, quando Andrea, dopo essersi con prudenti domande assicurato della sua inclinazione per la Maddalena, gli ebbe detto addirittura: — Potevi tu dubitare che noi che ti vogliamo bene da tanto tempo come a un figliuolo, perchè tu lo meriti, dovessimo avere difficoltà a farti propriamente della nostra famiglia? Se tu non ti fossi portato sempre bene, t’avrei io tenuto con questa fanciulla per casa? Dunque pensa intanto a guarire, e a suo tempo, questo, possiamo dire, è un negozio fatto. —
Nanni non aveva parole da rispondere, tanta era la sua gioja! E difatti la guarigione già incominciata progrediva sollecitamente. La Maddalena poi, il suo angiolo custode, vegliando al capezzale di colui ch’ella poteva considerare suo fidanzato, aveva ripreso quella vereconda franchezza, che usava con lui nei primi anni che si conobbero da fanciulli; e sulla faccia di Nanni non appariva più la mestizia, nè le sue parole erano rade come prima, nè i suoi sguardi sfuggivano d’incontrarsi con quelli della Maddalena. Fosse anche stata nei loro costumi tutta la rozzezza che si può immaginare nei montanari incolti, l’amor virtuoso educa a gentilezza gli amanti e mirabilmente sublima le loro anime.
Intanto la Carolina, benchè tornando a rivedere il suo Nanni avesse potuto a gran fatica reprimere la subitanea commozione, e fosse venuta in compagnia del Parroco e di Pippo che intavolarono tosto lieti colloqui, si mostrò tuttavia così affettuosa verso l’infermo, ch’ei ne rimase maravigliato, e pensava fra sè stesso: — Che cosa mi farebbe una madre, se questa pietosa donna che appena mi conosce mi dimostra cotanto amore? Ah! è vero; lo fa perchè crede che io le abbia salvato il figliuolo. Felici quei figliuoli che conoscono la loro madre, e che l’hanno così amorosa! — Pippo nascondeva a gran fatica il suo giubbilo con le facezie; e tutti erano più lieti del solito in quella comitiva; nè Andrea e la sua famiglia sapevano ancora quale altra maggior cagione di letizia fosse apparecchiata per tutti.
Così trascorse quel tempo, che il medico e il priore giudicarono necessario perchè Nanni fosse in istato di ricevere senza rischio una nuova e sì straordinaria consolazione. Intanto Andrea aveva dato licenza che si parlasse del matrimonio di Nanni con la Maddalena; e se ne faceva da ognuno quella festa che potete pensare, coi fidanzati e coi genitori.
— Oh, — scappò detto una volta a Pippo, mentre ne parlava con Nanni, — tempo fa involontariamente ti offesi.... Tu m’hai perdonato, non ne parliamo più. Ma io ti preparo un regalo di nozze, che tu non potrai ricusare davvero! —
Nanni arrossiva, ma senza ombra di sdegno. S’era già molto affezionato a Pippo, e gli pareva propriamente un altro, perchè non s’era più arrischiato a prendersi con la Maddalena quelle confidenze le quali altra volta, sebbene non avessero potuto offendere il pudore della fanciulla, nondimeno gli passavano l’anima; e tollerabili certo non erano, nè a lei stessa potevan piacere, nè a Pippo giovavano, facendolo passare per giovine frivolo e ineducato. Che s’egli si fosse imbattuto in montanari meno cauti e garbati, gli sarebbe forse intravvenuto di pagar molto care quelle leziosaggini in luoghi dov’era tanta abbondanza di legna verdi.
Infine il Parroco, rimasto da solo a solo con Nanni, prese a parlare di Pippo e della Carolina, rivelando le loro buone qualità e compiacendosi d’averli conosciuti.
— Sì davvero, che son persone per bene, e io rimango delle garbatezze che mi fanno; io, povero garzone di contadini in montagna....
— Oh! questo poi.... Che cosa vuol dire che tu sia semplice garzone, quando i tuoi portamenti sono da uomo onesto, quando ti rendi utile col lavoro e con l’abilità nella tua arte? Un gran signore che fosse vizioso o stolido, non sarebbe nemmeno da mettersi a paragone con te. L’essenziale consiste nel meritare la stima delle persone di proposito; e tu l’hai meritata, lo vedi? fino al punto che Andrea di semplice garzone che eri ti fa suo genero.
— Davvero che una fortuna così grande io non me l’aspettava!
— Ma è una giusta ricompensa....
— Anche lei, signor Priore, ha troppa bontà per me....
— Oh! non dir questo! Io ti voglio bene, io parlo così perchè sono persuaso che tu lo meriti; e così fanno il pittore e sua madre. Potresti tu dubitare che le loro parole e le loro attenzioni affettuose per te non fossero sincere?
— No certo! Non l’ho mai dubitato. Si figuri!
— E se tu sapessi quante cose la Carolina mi ha detto di te! O lei sì, che ti vuole un bene dell’anima!
— Eh lo vedo! Io non so se una madre potrebbe fare di più col suo figliuolo! — Ed era questa l’idea fissa di Nanni, ch’ei manifestava pur sempre con una certa mestizia, quasi dicesse: Eppure alla mia felicità mancherà sempre dimolto!
— Senti, Nanni, io vorrei che tu potessi avere un’altra consolazione....
— Oh! quale, signor Priore? Crede ella che non sia contento?
— Sì; ma se si trattasse di qualche ricerca per sapere dei tuoi genitori?
— Ah! che cosa dice? magari! Ma perchè volere l’impossibile?...
— Oh! impossibile? Come puoi tu asserirlo?
— Se mi avessero voluto conoscere, non mi avrebbero abbandonato. Per carità, non mi rammenti queste cose!...
— Tu sai che questo abbandono può essere dipeso solamente dalla disgrazia; e che poi, dopo un certo tempo, ancorchè la volontà di ricercare una creatura vi sia, possono darsi tali e tanti ostacoli.... Se questo fosse stato il caso dei tuoi genitori, e che poi una combinazione fortunata, rara sì, pur troppo delle più rare, ma nondimeno possibile.... Insomma, vorresti tu impedirmi di fare delle premure?
— Oh! no, signor Priore! Anzi sarebbe carità....
— E quando si scoprisse che la sola disgrazia fosse stata cagione del tuo abbandono, sapresti tu compatire una madre, che dalla povertà e dalla sola volontà del marito fosse stata costretta a lasciarsi strappare dalle braccia la sua creatura, e che poi l’avesse pianta e desiderata sempre, e cercata con ogni premura, ma invano; finchè una combinazione dopo molti anni?....
— Ah! che cosa mi dice? Ma scusi, perchè affacciarmi queste speranze? Dopo tanto tempo, non posso credere....
— Sai tu perchè? perchè le premure che io ti diceva sono state fatte.... perchè tu non hai più in seno la tua medaglia....
— Oh! è vero. Chi me l’ha presa? E perchè?
— L’ho io; eccola qui; te la rendo; e questa medaglia è indizio dell’intenzione che i tuoi genitori avevano di riprenderti, subito che avessero potuto....
— Ma dunque; la sa già qualche cosa.... E ora.... Oh Dio! potrei figurarmi.... forse...
— Intanto sappi che tua madre vive.
— Ma dov’è? Presto....
— Ti sentiresti tu la forza di sostenere una consolazione così grande?
— Sì!
— Se io potessi condurtela qui ora....
— Oh! andiamo a cercarla.... subito! anderei in capo al mondo.... — E si alzava dalla sedia con la franchezza di giovine robusto.
— Pensa che tu dovresti far coraggio a lei! — aggiungeva il Priore nel trattenerlo.
— Sì; lo farò; non dubiti....
— Or bene; andiamo da tua madre!.... —
E sostenendolo, o piuttosto raffrenando la sua impazienza, lo condusse nella stanza accanto, dov’era la Carolina con Pippo e col medico. La madre gli corse incontro, e si abbracciarono e si baciarono senza poter proferire altre parole che, mio figliuolo! mia madre! Poi le loro lagrime scorsero lungo tempo in silenzio, nell’estasi d’un piacere soprumano. La Carolina ebbe infine bisogno di abbandonarsi sopra una sedia, e l’assistenza del medico non fu inutile; Nanni si resse, andò a gettarsi nelle braccia di Pippo che lo aspettava impaziente, e che dopo averlo stretto al suo seno con tutto l’impeto dell’amore fraterno: «Eccoti,» esclamò additando la madre, «eccoti dunque il regalo di nozze ch’io t’ho promesso.»
Nè meno smaniosi di rallegrarsi di così fausto avvenimento erano, come potete figurarvi, tutti gli altri, in specie la Maddalena, che fu chiamata la prima ad assistere la Carolina. Questa era assisa nel mezzo ai suoi figliuoli, tornata in sè, tenendo strette nelle sue le mani di Nanni; e Pippo al sopraggiungere della fanciulla, subito le cedè il suo posto.
Io non vi starò a dire i nuovi trasporti di giubbilo per tante consolazioni ad un tempo. Quella, che ormai, se ne togliete il Parroco e il Medico rimasti da parte a godere di così tenera vista, poteva considerarsi tutta una famiglia, passò in gran festa la intera giornata. Il parroco e il Medico doverono rimanere con loro fino alla sera, quando la Carolina e Pippo si separarono dagli altri per tornare a inebriarsi nei giorni successivi, di più riposati ma non meno soavi godimenti.
Qui potrei metter fine al racconto con la descrizione delle nozze di Nanni e della Maddalena fatte pochi mesi dipoi, e senza dubbio furono liete e commoventi: ma io voglio lasciare questa cura alla vostra immaginazione, e dirvi piuttosto che la riuscita di quel matrimonio fu ottima; sebbene anche di ciò possiate da voi medesimi agevolmente persuadervi, riflettendo che gli sposi erano bene accoppiati, e che tutta la parentela era composta di persone di garbo.
Dirò nondimeno qualche altra cosa dei fatti loro, senza tema di essere indiscreto, perchè mi pare che confermino la buona opinione che ormai possiamo averne. Nanni, benchè ritrovato avesse una madre cittadina, e un fratello pittore paesista di molto merito, il quale co’ suoi guadagni poteva ormai vivere e mantenere agiatamente la madre, non lasciò peraltro la sua onorata arte d’agricoltore, nè si separò dalla famiglia, che lo aveva con tanto amore raccolto da giovinetto e salvato chi sa da quali pericoli! Bensì divenne agricoltore possidente, perchè sua madre coi cinquecento scudi redati dal merciajo, e Pippo col frutto dei suoi risparmi, comperarono alcune terre in vicinanza di quelle che erano lavorate da Andrea, e posero in assetto una casa ove la Carolina andò a passare lietamente la sua vecchiaja in compagnia del figliuolo ricuperato, di quell’angiolo della sua nuora, e di una bella corona di nipotini, che con grande consolazione si vide crescere attorno. Pippo si godeva i domestici affetti passando spesso dalia città alla campagna, lavorando per tutto, viaggiando, facendo quadri da valente paesista, e rammentando con la maestria nel dipingere, con la viva copia della bella natura, con la scelta sapiente dei luoghi e delle gesta da ritrarre, le glorie e le sventure della patria, e col generoso intendimento di risvegliare magnanimi sensi ed emulazione di egregi e forti fatti, in un’età e in un popolo come ripeteva Nicodemo, che di questi ricordi hanno dovizia e pur sempre tanto bisogno.
Nè la Carolina nè Pippo dimenticarono mai la buona Clarice, che tuttavia sosteneva con lieta e veramente eroica rassegnazione la sua infermità e le tribolazioni crescenti per la vecchiaja, tra le quali a ottantacinque anni, la perdita della vista. Allora sì che le divenne opportuno il soccorso di coloro che migliorando stato, seppero essere riconoscenti verso una donna, la quale sebbene fosse povera gli aveva assistiti e consolati tante volte! Eppure benchè cieca, benchè d’ottantacinque anni, e debole e inferma, io l’ho veduta lavorare al tasto con la tanta pratica che aveva del suo mestiere; io l’ho udita benedire con lagrime di tenera riconoscenza l’ajuto offertole dai suoi pochi amici, attribuendolo tutto alla loro carità e alla mano della Provvidenza, non ai meriti che avesse potuto acquistare con le sue buone azioni verso di essi e di molte altre persone, alle quali era stata utile in varj modi.
Pippo narrò a Nicodemo le felicità di sua madre, le sue e quelle di Nanni. L’afflitto valentuomo le udì volentieri, ne fu commosso, se ne rallegrò con sincero affetto verso di loro; pure non potè fare a meno di dire in segreto; — Ma io non riavrò una sorella, nè potrò vendicarla! Ah! che cosa dico vendicar lei? La mia patria, la mia sventurata patria!
Ma confortati, povero Nicodemo! il dì del riscatto suole a volte spuntare quand’uno men se lo aspetta. Lo preparano, è vero, gli eventi lontani, lo contrastano i tentativi infelici; e molti che hanno perduto nell’esilio la cara patria, nelle carceri la libertà, nelle stragi e nei supplizj la vita, non lo vedranno risplendere; ma anch’esso è pur segnato dalla mano della Provvidenza nei destini e nella vita dei popoli, e verrà, e sarà principio di novella e più felice e più gloriosa età per la nazione che lo aspetta e che ne è fatta degna dal lungo patire. Benedetti coloro che lo sperarono, che lo prepararono, che lo santificarono con le virtù cittadine, con l’eroismo, col martirio! Forse tu sei destinato a vederlo splendere dalla tua povera soffitta, prima che i tuoi occhi moribondi spremano le ultime lagrime sulla perduta sorella, sulla sventurata patria, sulle vittime invendicate. Allora tu scioglierai a parole di giubbilo e di speranza vera le labbra per tanti anni chiuse dal doloroso silenzio; allora non ti pentirai d’averlo una volta interrotto per dare utili e generosi consigli a quel giovine, che ti mostrava di non averli ascoltati invano. E tu, o madre popolana, che hai patito e pianto per sì lunghe sventure, non aver paura per la salvezza dei figliuoli ricuperati nella vecchiaja. Il giorno del riscatto spunterà sereno per la loro patria; la forza del vero otterrà alfine una vittoria tutta pacifica; e se al valor cittadino non bastasse di risorgere per trionfare, rammentati che con quel valore sta il diritto dei popoli, e che la vita spesa per la patria non è perdita, ma acquisto di gloria immacolata, fruttuosa, immortale. Anche la patria aveva smarrito, come te, i suoi figliuoli, e giaceva derelitta co’ suoi figliuoli infelici, dimentichi di lei, e il suo dolore non aveva confini! Ma quando anch’essa udì le note voci, rivide gli amati sembianti, e scòrse balenare un raggio di speranza che i suoi figliuoli tornassero a lei per salvarla, per sostenerla, sorrise allora di celeste giubbilo, si sentì rigenerata nei valorosi, e non le dolse che con una mano stringessero l’ulivo, con l’altra il ferro per compiere e assicurare la sua salvezza. Narra pur le tue gioje alle altre madri popolane che ti somigliano, mostra loro i tesori che rinvenisti, godi dei godimenti della tua nuora, delle speranze dei tuoi nipoti; ma non essere avara del tuo sangue alla patria comune quand’essa lo chiedesse per la comune salute. I piaceri domestici sono grandi, ineffabili; prima di essi vi sono i doveri dei cittadini; ma in mezzo alle tribolazioni della moltitudine derelitta perderebbero ogni dolcezza se li amareggiasse il rimorso di non aver nulla operato a sollievo dei fratelli infelici.