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Racconti e bozzetti

IL RACCONTO DELLA SIGNORA ADELAIDE.

Reading edition

— Ma voi, signora Adelaide, perchè non vi siete mai maritata? —

Una bella giovane da' diciannove a' vent'anni, elegantemente vestita, faceva questa domanda, che alcuni diranno indiscreta, a una donna che pareva essere sulla cinquantina, e il cui volto serbava le tracce di un'antica avvenenza insieme con quelle di molte lotte e di molti dolori.

Era una limpida sera d'estate. Le due donne sedevano l'una dirimpetto all'altra nel vano della porta che da un salotto a pian terreno riusciva in giardino. Un lume a Carcel posto sulla mensola spargeva intorno a sè un moderato chiarore, tanto da far risaltare gli addobbi signorili della stanza: nel mezzo un tavolino rotondo con alcuni giornali ed alcuni libri, tra cui due fascicoli della Revue des deux mondes; sul davanti a pochi passi dall'uscio stava il pianoforte aperto, con un quaderno di musica spiegato e con due candele spente sul leggìo. Di fuori nel giardino, un'aiuola di tuberose diffondeva le più acute fragranze, che si mescevano ai miti profumi della modesta gaggìa addossata alla muraglia. Un boschetto di carpini disegnava a grandi linee i pittoreschi contorni sull'azzurro del cielo stellato, e col lieve stormir delle fronde pareva rispondere amorosamente alla carezza dell'aria tepida ed odorata. L'ora ed il luogo erano propizî ai colloquî confidenziali.

Però, allorchè la leggiadra e florida Lina proferì le parole poste in principio, la signora Adelaide si scosse leggermente, e una nube improvvisa parve ottenebrarle la fronte. Nondimeno ella si ricompose prestissimo, e atteggiata a un mite sorriso

— Volete voi proprio saperlo? — disse, indirizzandosi alla giovane.

— Pur che a voi non incresca il narrarlo.

— No, ottima Lina, io sento che con voi, così buona meco e indulgente, io dovevo essere più schietta da un pezzo e nulla tacervi. Ora poi che siamo alla vigilia di separarci, sento che avete il diritto di leggere le più riposte pagine della mia vita. Discorriamone a dirittura, chè poche sere ancora ci restano ai fidati colloquî. Tra otto giorni la mia buona Lina sarà diventata la contessa degli Aldi, e si troverà chi sa quante miglia lontana dai suoi colli e dal suo giardino. —

Lina strinse la mano alla signora Adelaide, e le disse con un accento pieno di candore:

— Oh, come potrò adattarmi a vivere senza di voi?

— Vi ci adatterete, figliuola mia, chè posso chiamarvi con questo nome, vi ci adatterete. A molte cose l'animo s'avvezza quando è felice. E voi sarete tale, non ne ho dubbio alcuno. Ma non usciamo d'argomento. Voi desiderate conoscere la storia di questa vecchia zittella, ed eccomi qui a raccontarvela.

I.

— Diciannove anni fa, amica mia, la brutta e cascante Adelaide che conoscete (non mi fate di no col capo) era una giovane piena di vanità, di petulanza, di alterigia, e, per quello che assicuravano, di ricchezza. Cento bocche mi dicevano bella, e, ve lo confesso, io ero persuasa che dicessero la verità. Questi capelli che si vanno inargentando rapidamente, erano d'un castagno scuro, e così folti, così lunghi, ch'io consumavo un'ora il giorno a pettinarli. Le mie guance, potete ben crederlo, non avevano rughe, ed erano tinte d'un lieve incarnato che dava maggior risalto alla bianchezza della mia carnagione. La costante irrequietezza del mio spirito, che in quei tempi traboccava di vita, riflettevasi ne' miei occhi mobili sempre e ridenti. E poi, per non tediarvi con questo sfoggio di vanità retrospettiva, mi basterà soggiungervi ch'io stavo per compiere i ventiquattr'anni, e a ventiquattr'anni, per parer brutte, via, bisogna essere molto.

Poche ragazze ebbero una libertà così grande come la mia. Avevo perduta la madre prima di compiere i tre lustri, in quell'età, cioè, nella quale la mano che ci guidò nei primi passi, che sviò dal nostro sentiero le spine, sarebbe più necessaria che mai per proteggerci da nuove insidie e nuovi pericoli. Mio padre mi amava teneramente, ciecamente forse, ma assorto nei suoi affari non poteva dare a me che una piccolissima parte della giornata. Egli mi aveva fornito di tutti i maestri possibili. Italiano, francese, inglese, tedesco, ricamo, musica, ballo, disegno, storia naturale, persino matematica, non v'era cosa ch'io non dovessi imparare. Io me ne vendicai col non imparar nulla. Quanto a governanti, non ne volli sapere. N'ebbi due, una francese ed una inglese. Licenziai la prima con la scusa che parlava troppo, e la seconda con quella che non parlava punto; ma in sostanza perchè entrambe mi davano ombra, ed erano un freno alla mia autocrazia. A sedici anni io facevo in casa alto e basso ch'era una meraviglia. Ordinavo a mio talento che si attaccassero i cavalli e che mi si conducesse da qualche amica, o sul Corso a fare spese, davo le disposizioni pel pranzo, preparavo gl'inviti per le nostre festine del Carnovale, e guai se non m'obbedivano! La sarta e la crestaia pendevano da' miei cenni, e il babbo pagava le polizze. O che mio padre era forse un uomo debole? Tutt'altro. Aveva in certe cose una volontà tenacissima; ma erasi fatta tacitamente fra noi una specie di divisione di poteri, onde io non era più una vassalla, ma una viceregina.

Molto persone venivano in casa nostra, specialmente forestieri, raccomandati a mio padre, ch'era uno de' banchieri più rispettabili di Milano e che spesso li tratteneva a pranzo con noi. In quelle occasioni io sfoggiavo tutta la mia abilità musicale, che non era molta, e tutta la mia civetteria, che non era poca, o cinguettavo con singolare compiacenza in inglese o in francese mendicando la lode dei nostri ospiti, e poi gonfiandomene, come un tacchino che fa la rota. Tra lo scendere frequente in banco, e il conversare con negozianti, io andavo acquistando dimestichezza col linguaggio degli affari, e non ancora ventenne seguiva con una tal quale curiosità le oscillazioni dei valori pubblici nei listini di borsa della Gazzetta, allora ufficiale, di Milano. Avrei potuto divenire una donna alla foggia americana, se non fossi stata immensamente frivola, e non avessi avuto un disdegno teorico pel danaro.

Con centinaia di conoscenti che salivano e scendevano le nostre scale, noi non avevamo che un solo amico di famiglia, il notaio Anastasi. Era un uomo celibe, attempatello, basso, calvo, con gli occhiali d'ottone, piuttosto grosso e tarchiato, che discorreva soltanto dei suoi codici e delle sue procedure, e mi faceva venir sonno ogni volta ch'io lo vedevo. Io sentivo per esso una profonda antipatia, ma era un argomento da non toccarsi con mio padre, che invece ne andava pazzo. E veramente la mia avversione era cieca. Quando se ne levi la noia della sua compagnia, il signor Anastasi non mi aveva usato che gentilezze. Ogni anno al 3 di marzo, cioè al mio anniversario, io mi vedevo arrivare una scatola di dolci e un mazzo di camelie legato da un nastro di raso bianco con le mie iniziali ricamate a oro. Era un omaggio del signor Anastasi che mi si protestava sempre umilissimo servitore, e mi rammentava almeno due volte alla settimana ch'io dovevo contrarre uno splendido matrimonio, poichè aveva una dote di dugento mila lire. La venerazione della ricchezza, che è la malattia del secolo, erasi appiccicata anche al dabben uomo, il quale sapeva far cadere a ogni tratto il discorso sul nome de' suoi clienti più doviziosi e dimenticavasi d'esser miope, quando s'imbatteva per via nella carrozza del conte Berengari suo patrono ed amico. Eppure, vedete, allorchè penso come, a malgrado delle sue debolezze, il notaio Anastasi avesse un'integrità senza macchia, un animo disposto agli affetti, e una lucidissima intelligenza, allorchè penso ciò che gli debbo, io arrossisco d'averlo trattato per sì lungo tempo con una specie di ripulsione. Che torto abbiamo, Lina mia, ad esser troppo esigenti con coloro che ci avvicinano durante la nostra giovinezza! Noi non tardiamo ad accorgerci che i difettucci, verso cui fummo tanto severi, erano una cosa ben lieve a confronto dell'indifferenza, dell'egoismo che ne circondano con l'avanzarsi degli anni.

Io crescevo intanto non solo con le abitudini dell'autocrazìa, ma anche con quelle dell'opulenza. Tavola squisitamente imbandita, scuderia con superbi cavalli, rimesse con carrozze di lusso, domestici in livrea, e perfino un ragazzino, una specie di paggio, a mia intiera disposizione. Ogni autunno mio padre lasciava per un mese gli affari, e mi conduceva a una sua bellissima villa sul Lago Maggiore fra Intra e Pallanza. Quello era il mio paradiso, e non potrò mai dimenticare il terrazzo odoroso di cedri e d'aranci, da cui io fissavo lo sguardo a vicenda sul limpido specchio del lago, sulle incantevoli isolette Borromee e sui calvi cocuzzoli de' monti più alti e lontani. Oh le belle cavalcate lungo la costiera, oh le romantiche gite in barchetta, mentre la brezza vespertina increspava la superficie delle acque e gonfiava la vela! Come mi parevano brevi i trenta giorni trascorsi in mezzo a quell'incanto di cielo!

Sennonchè, ritornata in Milano, altre distrazioni mi attendevano. E così, alternando la vita fra le feste della città e le delizie della campagna, io stentavo a credere che vi fossero al mondo privazioni e miserie: ero liberale per indole, non per simpatia, e la mia mano s'apriva più che il mio cuore.

Non saprei dirvi in quale età intesi susurrarmi le prime parole di galanterìa, ma fu certo prestissimo. Non me ne maravigliai, non me ne commossi; abbastanza accorta da non cadere, abbastanza fredda da non amare. Mio padre, la cui famiglia principiava e compivasi in me, non aveva fretta di darmi marito: io che nella casa paterna ero più assoluta d'una czarina, non mi sentivo punto disposta a mutar domicilio. Ma il notaio Anastasi ripeteva sovente ch'era oramai necessario ch'io mi maritassi, e che se la mia famiglia non aveva eredi maschi, conveniva almeno ch'io dessi a mio padre la consolazione di una nidiata di nipotini. Io lasciavo dire, e ridevo.

Così andarono le cose precisamente fino a pochi mesi prima ch'io compissi i ventiquattr'anni, fino al tempo, cioè, dal quale avrei dovuto cominciare il mio racconto, se non mi fosse sembrato necessario farvi un tantino di prefazione.

Io che sono una vecchia zittella ho il diritto di dirlo: una ragazza di ventiquattr'anni è molto facilmente una creatura antipatica, ed è tale soprattutto quando è ricca e leggiadra. Non vi paia un paradosso. Io ho conosciuto molte donzelle in quell'età critica: ne conobbi anche parecchie di ammirabili, ma erano povere, nobilitate dal lavoro, santificate da un grande scopo nell'esistenza: o una vecchia madre da mantenere, o fratellini da educare, o un affetto da custodire. Però, in generale, a mio parere, ventiquattr'anni son troppi per una ragazza. Quando all'infanzia che ignora, all'adolescenza che sogna, succede l'età che a poco a poco vuol saper tutto e sa tutto, io credo sia giunta per la donna l'ora di diventare sposa e madre. È biasimevole, è turpe il costume di gettar la fanciulla in braccio a un marito appena che ella esca d'un chiostro; ma ciò che lo fa biasimevole e turpe, si è l'aver costretto uno spirito ardente entro quattro mura, in un'atmosfera viziata, in un mondo di pettegolezzi, d'invidie, di gelosie, ove le passioni sviate dal loro alveo naturale si pervertono e guastano miseramente. È certo che una fanciulla cresciuta lì dentro è disadatta a prendere in una nuova famiglia il posto che le si compete, se non fa prima un tirocinio nel mondo reale. Ma chi, come voi, fu educata nelle pareti domestiche, in mezzo allo spettacolo di affetti miti e soavi, chi, come voi, conobbe della vita quel tanto che a vereconda donzella si convenga conoscerne, non ha bisogno, credetelo, di passare attraverso una fase dell'esistenza, in cui si sollevano ad uno ad uno i veli che nascondono il vero. Ora, non dico l'innocenza dei prim'anni, chè sarebbe stoltezza il pretenderlo, ma i pudichi silenzi del labbro, ma la castità incorrotta dell'animo, ma la compostezza dei desiderî e dei modi abbandonano inesorabilmente la fanciulla a una certa età. Senz'avvedersene ella prende parte a discorsi che non le si addicono, senz'avvedersene ella lascia i crocchi dell'altre ragazze per frammischiarsi a quelli delle giovani spose, e nessuno più s'impone al suo cospetto riserbi, che hanno un grande valore anche quando l'ometterli non apprenderebbe nulla di nuovo.

Sebbene io possa dire con legittimo orgoglio di non aver mai violato il decoro della donna, non so ripensare ai miei ventiquattr'anni senza essere scontenta di me. Ma un grande cambiamento doveva in brevissimo tempo operarsi nell'animo mio.

Nell'autunno del 1849 un giovane piemontese, che aveva preso parte alla guerra dell'indipendenza, mi fu presentato nella nostra villa sul Lago Maggiore. Il suo nome era Gustavo: il cognome a voi non importa conoscerlo, a me giova tacerlo. Egli parve a me, ed era infatti, diverso da tutti gli altri giovani ch'io avevo visti fino allora. Nei ritrovi eleganti io m'ero imbattuta, nella parte più frivola della società, in uomini superbi d'un censo, o d'un titolo, o del nodo di una cravatta, o di un paio di baffi bene arricciati, o della grazia con cui sapevano comandare una contraddanza. Gustavo non era bellissimo della persona, ma la sua fisonomia era animata ed espressiva, le sue abitudini serie e studiose, il suo ingegno pronto e versatile, il suo modo di porgere pieno di efficacia e di leggiadrìa. Sfuggiva i convegni clamorosi, e i suoi trattenimenti favoriti erano le lunghe passeggiate solitarie, e la tranquilla e piacevole discussione sui più svariati argomenti. Mio padre strinse amicizia col padre di lui ch'era un possidente piuttosto agiato, e così la dimestichezza fra Gustavo e me fu agevolata da quella che regnava fra i nostri genitori. Quanti giri su e giù nel giardino, che belle mezz'ore trascorse insieme sul terrazzo fiorito, col cielo immenso sul capo, col lago placido ai piedi! In uno all'arte del porgere. Gustavo possedeva quella gentilissima dell'ascoltare, che invoglia alle confidenze, che vince gli sgomenti, che dona l'eloquenza al labbro più impacciato e più timido. Quand'io ero seco, non so se maggiormente mi compiacessi nel seguire i suoi discorsi o nel vedermi prestare orecchio benevolo, mentre parlavo. Una corrente di simpatia si formava tra noi: mi sentivo migliore di animo e d'ingegno, acquistavo la coscienza di un mondo diverso da quello ov'ero vissuta, di un ordine d'idee più elevato di quello, entro i cui angusti confini io m'ero mossa fino a quel punto. E mi dolevo meco medesima della mia educazione frivola e tutta apparenza, e pensavo quanto migliore avrei potuto essere di quei ch'io fossi se mi avessero allevata in modo diverso. A poco a poco vagheggiavo ciò che avea prima spregiato, schernivo ciò che prima era stato l'oggetto di tutti i miei sogni.

Gustavo era per me un uomo così superiore, ch'io, orgogliosa per natura, non sapevo nemmeno concepire la speranza ch'egli potesse abbassarsi fino a me. Quand'egli mi disse d'amarmi, credei morirne di contentezza. Non sono morta, e invece corsi da mio padre, e mi gettai come pazza nello sue braccia. Egli mi accolse sorridendo, e mi disse:

— So tutto.

— Come?

— Sì, certo. Gustavo fa le cose per bene. Credi tu ch'egli ti avrebbe fatta una dichiarazione senza prima parlare con me? —

Io era sì strana, che questa rivelazione mi diede più noia che compiacenza. Un amore che era passato per la trafila dell'autorità paterna mi sembrava meno romantico. Potete immaginarvi che siffatte ubbìe non mi durarono che pochi secondi, e mi abbandonai quindi alla gioia più pura che avessi provato in mia vita.

Fummo fidanzati, e il notaio Anastasi venne a stender la scritta nella nostra villa sul Lago, dove mio padre prolungò di un mese il suo soggiorno. Eravamo allora nell'ottobre del 1849: il matrimonio doveva succedere nel marzo del 1850, e precisamente il 3 di quel mese, il giorno cioè che io compivo i ventiquattr'anni e diventavo maggiore, secondo le leggi austriache allora vigenti nelle provincie lombarde. Portavo in dote al mio sposo la sostanza di 200 mila lire ereditate da mia madre. Taluno fece le meraviglie che mio padre non contribuisse dal suo lato ad arrotondare la somma: quanto a me, la cosa riusciva affatto indifferente. Gustavo aveva fretta di ammogliarsi, non solo perchè mi amava, ma perchè il tempo voleva così. Non istupite. È indicibile il numero dei matrimoni successi nei primi tempi che seguirono le peripezie del 1848-49. Il grande dolore di tutta la nazione per le catene ribadite, pei disinganni sofferti, pareva additare come unico porto la famiglia. Il momento d'una riscossa appariva a' più speranzosi come cosa remota: bisognava cercar l'oblio dei dolori pubblici nelle gioie tranquille delle pareti domestiche.

Lina, non occorre ch'io vi dica quante commozioni, quante dolcezze provi una fidanzata che ami davvero il futuro compagno della sua vita. Io m'ero prefissa uno scopo, quello di divenir per ogni lato degna di Gustavo. Non era soltanto l'amore, era anche l'ambizione; però, non me lo negherete, un'ambizione nobile e pura. Mi accinsi allo studio coll'ardore di chi deve farsi uno stato. Nelle lingue avevo cercato fino a quel momento la vernice che vuolsi dalla società: allora invece procurai d'intenderne l'indole, di conoscerne la letteratura, e ogni sera io comunicavo le mie impressioni a Gustavo, pendendo con trepida riverenza da' suoi giudicî. Egli rivedeva i miei quaderni, raddrizzava le mie idee, mi confidava le lotte che s'erano agitate nel suo pensiero, e l'assiduo alternarsi di focosi entusiasmi e di gelidi scoramenti, m'intratteneva delle sue rimembranze scolastiche, de' suoi trascorsi infantili; tutto con una grazia, di cui non ricordo l'uguale. Poi si discorreva dell'avvenire, e il fantasticare non aveva confino. Però il presente era per me il tipo ideale della felicità, e dopo che l'immaginazione stanca e trafelata aveva raccolte le ali, io concludevo che noi non dovevamo fare altro che rimanere così. In questo punto non eravamo d'accordo. Gustavo era ambizioso: egli mi diceva che un uomo devo spingersi innanzi, e che la stima di cui si gode e l'autorità che si possiede sono elementi essenzialissimi di felicità. Sopra un'altra cosa v'era dissidio fra noi. Si discorreva un giorno di ricchezza. Io chiesi: — Che cosa importa esser ricchi? — Baie! — mi rispose Gustavo; — tuttociò che porge modo, sia di soddisfare i proprî desiderî legittimi, sia di aiutare gli altri, è da tenersi in gran conto. Ricchezza vuol dir potenza, e la potenza, quand'è bene usata, è cosa da non apprezzarsi mai abbastanza. — Gustavo aveva ragione: pure m'infastidiva che i suoi discorsi fossero sempre così assennati, e ch'egli fosse così positivo. È vero ch'egli aveva ventott'anni e non era un bambino; ma un po' di giovanile spensieratezza sarebbe stata sì bella!

In me era accaduta una trasformazione singolare. Nella mia adolescenza io avevo divorato centinaia di romanzi, nè per ciò aveva mai manifestato un'estrema sensività. Appena fidanzata, mi ero messa sul sodo, mi ero accinta a letture serie, e da un punto all'altro, quando meno si sarebbe aspettato, sentii destarsi in me l'amor del fantastico. Non so rendermene ragione se non supponendo che la mia intelligenza sonnecchiasse, per risvegliarsi soltanto quando l'amore fece nascere in me la passione dello studio. Pare che lo spirito, entrato tardi in possesso delle sue facoltà, si diriga per quella via che è più consentanea a' suoi gusti senza badare alla voce ed al freno che vorrebbero condurlo. Un grande ingegno guidato da una grande volontà è uno spettacolo degno d'ammirazione; è Bucefalo che obbedisce alla mano di Alessandro, ma, bisogna confessarlo, è uno spettacolo raro. Molti riescono a star bene in sella, ma gli è che invece di cavalcare un destriero cavalcano un asino.

Comunque sia, alla vigilia di diventar donna di famiglia, io ero diventata una ragazza romantica. Ne aveva le subite accensioni, e le languidezze improvvise, e la esagerata facilità delle impressioni, e la febbre di desiderî indefiniti, confusi, mal noti a sè stessi. Gustavo me ne faceva rimprovero, e avrebbe voluto ch'io tornassi gaia e festosa come per lo addietro. Soprattutto gli doleva la mia eccessiva misantropia. — Non potremo mica vivere come due amanti, — egli mi andava dicendo, — e la mia sposina dovrà fare gli onori della nuova casa come fece quelli della casa paterna. — Anche qui Gustavo aveva ragione, e a me spiaceva ch'egli avesse ragione. È una gran noia quella di non poter mai dar torto ai proprî interlocutori.

Il sole veduto col telescopio ha delle macchie, e Gustavo, esaminato da vicino, aveva a' miei stessi occhi qualche piccolo neo. Certo egli mi amava sinceramente, ma mi sapeva male che in mezzo a tanto amore egli serbasse intatto tutto il suo criterio: avrei voluto vedergli fare delle pazzie, ed egli non ne faceva nessuna. Era troppo poco. Un'altra lieve nuvoletta nel mio orizzonte era la scarsa simpatia ch'io nutriva pe' miei futuri suoceri. Ho avuto sempre un trasporto molto mediocre pei parenti, a proposito dei quali mi venne spesso un'idea singolare, lo pensai cioè che se ad Eva avessero ordinato di mangiare il pomo, anzichè proibirglielo, ella avrebbe perduto egualmente il Paradiso. Il pomo imposto le sarebbe stato altrettanto funesto del pomo proibito. Ebbene: i parenti erano per me il pomo imposto dell'esistenza. Ne amai alcuno di vivissimo amore, non ostante che fossero parenti, non perchè erano. Questi qui, sebbene usassero meco cortesissimamente, mi sembravano gretti, volgari, servili coi ricchi, spregiatori de' poveri, e vicino ad essi il mio cuore chiudevasi come le foglie della sensitiva. Mio suocero in ispecie mi destava una invincibile ripulsione. Era un uomo che aveva toccata la settantina, ma mostrava appena i sessanta; alto, vegeto, rubicondo, e sempre ridente, ma d'un riso in cui non era nè candore, nè benevolenza. E, strano a dirsi, mi pareva ch'egli esercitasse tacitamente un grande impero sopra Gustavo.

Vi sarà facile immaginare però che ciò non alterava che lievissimamente la mia felicità.

Alla fine di ottobre ci separammo. Io tornavo in Milano a sollecitare il mio corredo di sposa, egli recavasi in Torino a prepararmi il quartiere. In quel tempo non era agevol cosa l'andar su e giù dal Piemonte alla Lombardia, ma Gustavo era riuscito a ottenere un passaporto e veniva regolarmente a stare con noi ogni domenica. Tutti gli altri giorni ci scrivevamo. La lontananza, quantunque piccola, le assenze, quantunque brevi, crescevano la mia passione, e ogni giorno io mi sentivo infiammata d'un amore più vivo per Gustavo. Egli poi nelle sue lettere era più espansivo che mai, e in ogni sua gita a Milano mi si mostrava più sollecito, più tenero, più affettuoso. Io era veramente fortunata e tutti si congratulavano meco della mia buona ventura. I più rimessi dicevano: — Non è un partito principesco, non è un gran signore, ma un giovane così amabile, di così bei modi, di tanta cultura, d'un così splendido avvenire! — Io ne insuperbivo e ne scrivevo a Gustavo, il quale, convien confessarlo, non insuperbivane punto.

In quei giorni di suprema felicità un'unica cosa mi dava martello, ed era il pensiero di mio padre. Egli rimaneva solo nel mondo, affidato a gente mercenaria che gli sarebbe stata intorno per dissanguarne la borsa, ma non per recargli efficaci conforti. Egli aveva un numero infinito di conoscenti, ma di amici veri non credo potesse contare che il notaio Anastasi, galantuomo a tutta prova, ma poco amena persona. Mio padre aveva un carattere bizzarro. Facile alle prime confidenze che procurano gli aderenti, era alieno quanto mai da quelle che fanno gli amici. La sua tenerezza egli l'aveva concentrata in me. Io non ero soltanto la sovrana della sua casa, ma anche quella del suo cuore.

Ed io scorgevo per non dubbî segni ch'egli sentiva profondamente la perdita che stava per fare. Poveretto! Me partita, chi sarebbe andato ogni mattina a interrompergli con celie infantili le monotone occupazioni del banco? Chi dopo pranzo, quand'egli stanco degli affari della giornata s'adagiava sul canapè, avrebbe sollevato il suo spirito destando sul pianoforte le armonie ch'egli aveva sì care? Chi la sera gli avrebbe tenuto compagnia nel suo palchetto alla Scala, ove, s'io non c'ero, egli soleva assopirsi? Chi si sarebbe frapposto tra lui e la verbosa eloquenza dell'Anastasi, il quale ogni giorno aveva un caso pratico (come dicono i legali) da raccontare, un cliente ricco da magnificare, e un articolo del Codice da citare?

A mano a mano che s'avvicinava il tempo delle mie nozze, mio padre diveniva più tristo e pensoso, quantunque cercasse dissimularmi in ogni modo la sua preoccupazione. E quando io m'affaticavo a persuaderlo che Gustavo ed io saremmo stati spesso in Milano, egli sorrideva malinconicamente e mi baciava.

Nondimeno, per uno strano contrasto, egli pareva voler affrettare, anzichè indugiare, il mio matrimonio. E se molte cose da porre in assetto lo avessero conceduto, io sono di parere ch'egli avrebbe accorciato il termine prefisso. A pranzo stava in lungo ed insolito silenzio, ed alzatosi da tavola, anzichè invitarmi a sedere al pianoforte, mi pregava d'uscir seco per qualche passeggiata. Più che i siti solitarî cercava le vie affollate e chiassose, e quel frastuono di carrozze e quell'andirivieni di gente gli servivano di distrazione e rasserenavano il suo spirito. Se poi alcuni de' suoi conoscenti gli si facevano dappresso, egli riprendeva tutto il suo buon umore, e con una loquacità e un fare espansivo assai più dell'usato si metteva a discorrer loro delle mie nozze vicine, e gl'invitava a rammentarsi di lui quand'egli fosse rimasto solo, e ad andarlo a visitare nel suo nido deserto.

L'affezione figliale mi rendeva sospettosa, ma dall'altro canto una tendenza dell'animo, che è naturale ai felici, mi aiutava a cacciare via i sospetti. È così comodo il persuadersi che nulla verrà ad abbattere il bell'edifizio del vostro avvenire, che nessuna nuvola turberà l'azzurro del vostro cielo, che nessun inciampo si frapporrà al vostro cammino! Possibile, io mi dicevo, che mio padre abbia un dolore segreto! Possibile ch'io, che conosco tutte le vie del suo cuore, non riesca a strapparglielo! E poi egli mi rispondeva in modo da acquetare i miei dubbî. L'idea d'essere per separarsi da me non era essa sufficiente cagione al suo turbamento? E nel contrasto tra questa idea e quella che pur gli si doveva affacciare della mia felicità, non era una giustificazione bastevole alla frequente mutabilità del suo umore? V'era poi un altro sintomo rassicurante. Dopo alcune parole ch'io gli avevo rivolte, la sua malinconia s'era, al meno a' miei occhi, di molto attenuata: egli aveva ancora momenti tetri, ma si ricomponeva prestissimo, ed anzi una domenica Gustavo, ch'era a pranzo con noi, mi confessò che da lungo tempo egli non aveva veduto mio padre così sereno.

Chi diveniva serio e lugubre come un epitaffio era il notaio Anastasi. Io avevo seco una grande dimestichezza che trascendeva di leggieri sino all'impertinenza, e mi ricordo d'avergli detto un giorno: — Per carità, notaio, vi par egli d'esser così ameno, quando siete del vostro umore naturale, per aggiungervi anche un granellino di patetico? Sareste innamorato? — M'accorsi d'aver soverchiato la misura ed era per chiedergliene perdono e stendergli la mano, quando incontrai un suo sguardo, nel quale non v'era risentimento, ma compassione. La mia alterezza ne fu punta, le parole mi morirono tra le labbra, e, come avviene quasi sempre in chi ha torto, stetti imbronciata tutta la sera. Però il dì appresso tornammo amici, e la frequenza delle visite che l'Anastasi faceva a mio padre m'inspirava a poco a poco una reale affezione per lui. E io arrossivo di non aver avuto bastanti riguardi per quest'uomo, che non era stato estraneo ad alcun nostro evento domestico, malinconico o lieto, e che per la lunga consuetudine poteva oggimai dirsi di famiglia. Ve lo confesserò io? Vista sotto una nuova luce, la sua onesta fisonomia mi pareva meno volgare; udite con una prevenzione più benevola, le sue citazioni del Codice mi riuscivano meno uggiose: chi sa che alla lunga, per una singolare contraddizione del cuore umano, io non finissi col giudicarlo bello e romantico?

Così il giorno delle nozze s'avvicinava a gran passi, senza che alcun incidente venisse a turbare la lieta aspettazione dell'animo mio. Non ch'io avessi potuto estirpare ogni dubbio, non che io non mi angustiassi talora pei mutamenti operatisi nel carattere di mio padre altra volta così riservato, e tranquillo, ed eguale, ed ora facile a passare dalla più scapigliata allegria alla tristezza più profonda, dall'abbandono più espansivo alla irritabilità più nervosa; ma in fine le mie ombre non prendevano corpo, e nulla mi dava ragione di credere che fossero altra cosa che ombre.

Una settimana prima delle nozze Gustavo condusse in Milano i suoi genitori, che presero alloggio da noi. Egli ritornò a Torino, dove aveva in quei giorni una importante causa da discutere (obliai dirvi che Gustavo era avvocato, e, tra' giovani, uno de' più promettenti della capitale); e sarebbe tornato a Milano soltanto il mattino del 3 marzo, cioè poche ore prima del nostro sposalizio che doveva celebrarsi alle 6 della sera.

Le accoglienze di mio padre a' miei suoceri furono, più che cortesi, festevoli. Ma io m'accorsi ben presto che la sua ilarità non era tutta spontanea e che, quand'egli restava solo, la nube di tristezza, che per tanto tempo gli aveva oscurata la fronte, si addensava più fitta che mai, e le mie inquietudini riacquistarono l'antico vigore. Mio suocero invece era d'una serenità olimpica, e a vederlo in così buon essere si sarebbe detto ch'egli stava per andare a nozze. Cantava, rideva, e si abbandonava di tratto in tratto a lazzi di gusto molto equivoco che lo divertivano assai, ma che indispettivano me. E in mezzo a queste apparenze di bonarietà v'era negli atti suoi, nei gesti, negli sguardi qualche cosa di freddamente imperioso, di calcolatore, di maligno che mi metteva i brividi addosso. Sua moglie era un monumento parlante del suo dispotismo. Quantunque di tre lustri almeno più giovane di lui, ella pareva aver gli anni di Matusalemme; quantunque affermassero ch'ella era stata avvenente, era divenuta così smilza e macilenta da incuter paura. Si sarebbe detto che ella avesse perduto a brandelli le proprie carni, conservando soltanto la pelle e l'ossa. È naturale ch'io non avessi mai avuto agio di osservarla attentamente come in quei giorni, nei quali ella era mia ospite, e v'assicuro che le impressioni ch'io ne ricevevo erano un misto di pietà e di disistima. Io non sapevo intendere quella docilità pecorina che non si risentiva, nè degli scherni, nè dei modi acri e brutali, e che provava anzi una certa voluttà nel far palese la sua condizione umiliante. Certo Gustavo aveva della dignità della donna un'idea affatto diversa.... ma se non fosse così, ma s'egli avesse a rivelarmisi sotto la stessa luce del padre suo!... A questo solo pensiero tutti gl'istinti della ribellione si destavano in me.

Il giorno destinato al mio matrimonio era il sabato. Il giovedì mattina io m'ero alzata di pessimo umore: però l'aspetto sorridente di mio padre aveva contribuito molto a rasserenarmi; la sua giovialità mi sembrava più schietta, meno forzata del consueto. Ricevetti una lunga lettera da Gustavo che mi narrava i particolari del suo dibattimento, e mi esponeva la tela della difesa ch'egli aveva preparata pel giorno dopo, per la vigilia cioè, com'egli scriveva, del più bel giorno della mia vita. Io ero altera de' suoi trionfi: mi pareva di vederlo dominare col gesto l'assemblea, di sentirlo tuonare generosamente in patrocinio della infelice ch'egli doveva difendere innanzi ai giurati. Trattavasi d'una povera giovane che in un istante d'oblìo aveva tentato d'uccidere l'uomo, da cui era stata sedotta, resa madre, e poi vilmente tradita.

Stavamo desinando, quando il domestico consegnò un biglietto a mio padre. Lo vidi aprirlo con mano convulsa, leggerlo rapidamente e impallidire. Ma fu il pallore d'un attimo; in men che non si dice egli aveva ripreso la compostezza di prima. Però la cosa non doveva essere sfuggita nemmeno a mio suocero, poichè i suoi occhi manifestavano un'inquieta curiosità. Io giurai a me stessa di trovar la chiave di questo enigma. Dopo pranzo dovetti uscire con mia suocera, e per giustificare la mia preoccupazione accusai un improvviso dolore di capo. Avevo toccato un cattivo tasto, poichè la buona donna vi andava soggetta, e me ne discorse con grande diffusione, suggerendomi tutti i farmachi immaginabili, e dicendo almeno due volte al minuto: — Speriamo che passerà. — E in fatto, per non sentirne altro parlare, feci sì che passasse, e nel rientrare in casa mi dichiarai bella e guarita.

Il salotto era illuminato e v'era già qualcheduno. Altri molti si aspettavano. Mio padre stava addossato alla stufa in festevole colloquio con due persone. Era tranquillo; tutt'al più si sarebbe potuto dire ch'egli fosse un po' sofferente di salute. Mio suocero giocava al domino con un suo compatriota ch'era venuto a visitarlo. Amici del babbo ed amiche mie, figli degli amici del babbo, e madri delle mie amiche capitarono in frotta a passar con noi la serata: mancava però la cravatta bianca, il vestito nero ed il faccione rotondo dell'Anastasi. A me toccò simulare allegria e disinvoltura; pregata andai al cembalo; poi dispensai il tè, ricevendo complimenti, congratulazioni, baci e strette di mano. Il meno ch'io poteva fare in ricambio era di sorridere.... sorridere con l'angoscia che mi dilaniava.

Quando piacque al cielo, gli ospiti se ne andarono e ciascuno si ricondusse alla propria stanza. Io aveva maturato il mio progetto: attendere pochi minuti, e volar poscia nella camera del babbo. La sua sorpresa, le mie lagrime, le mie carezze lo avrebbero indotto senza dubbio ad aprirmi l'animo suo.

Avvezza a percorrere la mia casa con passo sicuro, con fronte alta e serena, non so dirvi quel ch'io provassi nel traversarne gli anditi in punta di piedi a guisa del delinquente che ha violato l'altrui dimora. Uno strano senso di terrore mi dominava tutta, le fantasie più lugubri mi si affacciavano allo spirito, la mia immagine riflessa in uno specchio, la mia ombra fuggente sulla parete mi mettevano un tremito addosso, il fruscìo delle mie vesti mi suonava sinistramente all'orecchio: io ero diventata superstiziosa come la contadina che, transitando la sera pel suo campicello, pensa ai racconti dell'ava e vede intorno a sè spettri e fantasmi. Nell'aprire una porta mi si spense il lume; ciocchè accrebbe in sulle prime il mio sgomento, ma produsse tosto una salutare reazione. Vergognai della mia pusillanimità e proseguii a tentoni. L'uscio della camera di mio padre era sbarrato: vi regnava un perfetto silenzio. Entrai trattenendo il respiro.... mi provai a chiamare: la voce mi morì soffocata nella strozza.... pure mi feci forza e gridai replicatamente: — Babbo, babbo. — Nessuna risposta. Io mi sentivo venir meno, ma guidata da quel po' di virtù visiva che resta all'occhio anche nell'oscurità appena vi si sia avvezzato, mi approssimai al letto, palpandone le coltri. Non v'era nessuno e la intatta rimboccatura delle lenzuola rendeva evidente che non v'era neppure stato nessuno. La mia ragione smarrivasi: nondimeno ebbi ancora bastante lucidezza di spirito da pensare che mio padre poteva essere nel suo studio, e, raccolte le poche forze che mi restavano, ripresi al buio il mio affannoso pellegrinaggio. Per arrivare allo studio conveniva scendere una scaletta interna: la scesi, sempre nell'oscurità, e giunta sul pianerottolo mi persuasi ch'io non avevo errato nel mio giudizio. Udii un bisbiglio, e mi parve distinguer le voci di mio padre e del notaio Anastasi. Tranquillata dalle più lugubri apprensioni, io mi sentivo però il cuore batter sì forte, che per reggermi mi convenne appoggiarmi alla parete. Temetti che fosse chiuso a chiave anche l'uscio dell'antistudio, ma non era; e potei entrare, ed accovacciarmi dietro un paravento e porger l'orecchio a ciò che si diceva nella stanza attigua. Introdurmivi io pure, ammesso che la porta non ne fosse assicurata di dentro, sarebbe stata cosa inopportunissima: avrei prodotto uno scompiglio e perduto il destro di sapere il mistero che mi stava sì a cuore; il mistero, pel quale io non rifuggivo dall'indelicatezza di origliare ad un uscio.

Ebbi subito agio di convincermi che due soli erano gl'interlocutori, Anastasi e mio padre. In sulle prime il dialogo mi sfuggiva; ma poi, sia che dentro si alzasse la voce, sia che uno sforzo della volontà aguzzasse in me il senso dell'udito, riuscii ad afferrare una buona parte del colloquio, e, quantunque si trattasse d'affari, l'ho qui scolpita in mente come se uno stile l'avesse incisa nel marmo.

— Dunque, — diceva mio padre, — voi credete che col Miragli non sia sperabile di venir a un componimento.

— Pur troppo ne son sicuro, — rispose l'Anastasi; — egli mi dichiarò stasera che non accetterà altro che l'integrale rimborso in contanti.

— Trovar danari è impossibile.

— Impossibile, — riprese il notaio. — Inoltre, signor Giorgio, a un vecchio amico voi permetterete il dirvelo francamente, ciò che voi fareste pel Miragli andrebbe a danno degli altri vostri creditori. Quando voi abbiate liquidato tutta la vostra sostanza, vi resterà sempre un deficit di 200 mila lire. Se per avventura voi trovaste oggi a prestito questa somma per rimborsare il Miragli, non avreste evitato ciò che disgraziatamente è inevitabile, ma sareste colpevole di una ingiusta preferenza, di cui non so se i tribunali potrebbero chiedervi conto, ma di cui vi chiederebbe conto per certo l'opinione pubblica e la vostra coscienza. —

Io credevo di sognare: però lo stupore e l'angoscia non facevano che accrescere l'intensità della mia attenzione.

Udii di nuovo la voce di mio padre che diceva: — Avete ragione. — Poi successe un silenzio o piuttosto un bisbiglio confuso, nel quale io non potevo distinguere parola. Indi mi giunsero di nuovo all'orecchio queste frasi proferite in tuono concitato, confuso: — Che orrore! Che orrore!... Il fallimento! Alla mia età.... Dopo tanti anni di oneste fatiche, dopo tanti anni di riputazione intemerata!... — Una sedia si mosse: credei che il colloquio fosse finito, e mi rannicchiai paurosa, ansante nel mio nascondiglio. Ma l'uscio non ancora si aperse, e intesi soltanto il passo di mio padre che andava su e giù per la stanza. — Sentite, Anastasi, — egli soggiunse con qualche solennità, — le cambiali scadono domani. Avete almeno ottenuto da quell'uomo ch'egli non le protesti sino a lunedì dopo che mia figlia sarà partita col suo sposo? La legge glielo consente.

— Egli mi diede la sua parola d'onore, — rispose l'Anastasi.

— Adelaide esce di minorità sabato, o per meglio dire alla mezzanotte di venerdì, ch'ella nacque appunto in quell'ora. Sarà vostra cura di farla entrare in possesso della sostanza che le ha lasciato sua madre e che formerà la sua dote.... Oh! io avrei dovuto accrescere il suo patrimonio, e invece è un gran che se le rendo intatto ciò che mi lasciò per lei la mia povera Maria. —

Il nome della madre mia proferito in quel momento, il pensiero che in tanta rovina mi mancavano le supreme consolazioni del bacio materno, ruppero il freno alle lagrime ch'io aveva rattenute fino a quel punto. Io mi sentii le guance inondate di pianto: nondimeno una forza maggiore di me mi teneva incatenata al mio posto.

— Signor Giorgio, — rispose l'Anastasi dopo brevissima pausa, e con la voce perplessa ed incerta di chi si perita ad esprimere un proprio concetto, — signor Giorgio, non vi venne mai il pensiero di confidarvi a vostra figlia ed a vostro genero?..; Le dugento mila lire della signora Adelaide.... —

Mio padre diè fortemente col pugno sul tavolo, e proruppe con accento pieno d'ira e di fuoco, — Voi delirate, Anastasi. Turbare a mia figlia i giorni più cari della sua vita? Mettere a repentaglio la sua felicità? Espormi al caso ch'ella, offrendomi ogni suo avere, dovesse perdere il matrimonio che forma lo scopo de' suoi pensieri....

— Perdere il matrimonio! Voi credete il signor Gustavo tante venale.... Oh no! egli è giovane....

— Se tal non fosse lui, sarebbero i suoi. O che vi pare che suo padre sia un modello di abnegazione e di disinteresse? Via, Anastasi, non mi fate il poeta, voi lo sapete meglio di me che conto bisogni fare degli uomini, quando si tratti di siffatte questioni. Basti, e per sempre, di ciò... Almeno, quando Adelaide saprà l'accaduto, ella sarà lungi di qui, fra le braccia dell'uomo che adora, e le cure del nuovo stato e le impressioni di luoghi non mai veduti le renderanno meno penoso l'annuncio. Del resto io saprò attenuarle il vero per modo ch'ella supponga soltanto un momentaneo sconcerto. E prima ch'ella ritorni dal suo viaggio, lo spero, le mie faccende saranno sulla via di accomodarsi.... Per ora io non chiedo altro, se non che il cielo mi dia tanta forza da non tradirmi al cospetto della mia figliuola. Ella già presente qualche guaio: conviene che il mio contegno ed anche il vostro, Anastasi, siano tali da dissipare ogni dubbio. Non vi fu mai simulazione più santa di questa. —

Le voci ricaddero nuovamente in un indistinto ronzìo; poi intesi mio padre dire: — Andiamo.

— Sì, — rispose il notaio. — Domattina passerò da voi dalle sette alle nove. Più tardi ho qualche occupazione e non potrò muovermi dallo scrittoio. —

L'uscio dello studio si aperse. Precedeva mio padre tenendo il lume in mano. La sua faccia illuminata dai raggi della candela sembrava ancora più pallida: nondimeno egli mi parve meno turbato che non fosse nella mattina; il suo passo era lento, ma sicuro, il suo sguardo aveva qualche cosa di risoluto e virile che metteva riverenza ed ammirazione. O egli si era rassegnato da stoico, o egli lottava da eroe. Il notaio Anastasi lo seguiva a capo chino, e divorando in silenzio una lagrima che gli scendeva giù per la guancia. Quest'uomo, al quale io non avevo portato altra affezione che quella inspirata dalla lunga consuetudine, quest'uomo ch'io avevo creduto onesto sì, ma volgare e incapace d'intendere nulla al di là de' suoi codici, mi si mostrava sotto una luce affatto nuova. Oserei dirlo? Vi fu un punto, nel quale il mio animo si sentì attratto verso di lui più che verso mio padre. Mio padre aveva dubitato di Gustavo; egli lo aveva difeso.

Accovacciata nel mio cantuccio li vidi passare per l'antistudio ed uscire. Dovevo io scoprirmi? Dovevo gettarmi ai piedi di mio padre per dirgli ch'io non avrei mai permesso il suo disonore, finchè restava un centesimo nella mia borsa, una stilla di sangue nelle mie vene? Fui in forse un istante, ma mi ricredetti subitamente: io non potevo salvare mio padre che contro sua voglia; perchè, adunque, metterlo in guardia?

Mi ricondussi faticosamente alla mia stanza; con quali impressioni, con quali pensieri lascio a voi immaginarlo. Ho io bisogno di notomizzare innanzi a voi il mio cuore? Innanzi a voi, così intelligente, così buona? Vi dirò: figuratevi d'essere ne' miei panni: ecco tutto. Figuratevi, vicina alle nozze come voi siete, d'essere, com'io fui, colpita da una di quelle notizie che mutano a un tratto le condizioni dell'animo, e possono mutare del pari il corso agli eventi. Avete un pensiero in cima a tutti gli altri; l'uomo che sta per essere vostro marito: ebbene, questo pensiero deve andare in seconda linea; a vostro padre dovete pensare: a vostro padre che voi credevate opulento, rispettato da tutti, serbato a una vecchiezza tranquilla, e che invece è povero e dovrà sostenere le contumelie degli avversari e degl'indifferenti, e la inerte commiserazione dei tepidi amici, e perdere il frutto d'una vita intemeratamente operosa. Non è un sogno. Eravate alla soglia della vostra casa per uscirne lasciandovi un tesoro d'affetti, e portandone con voi un desiderio pacato, una reminiscenza soave, ed ecco a un punto un imperioso dovere vi ci trattiene e vi dice: — Il vostro posto è qui, e sarà forse qui anche domani, e fosse pure per tutta la vita, voi non potreste lasciarlo senza commettere una viltà pari a quella del soldato che viola la sua consegna. —

Occorre ch'io vi dica che quella notte non chiusi occhio?... Occorre ch'io vi dica che non mi spogliai? Che non mi gettai nemmeno sul letto, ma che, sebbene il clima fosse rigidissimo, mi parve a più riprese di soffocare e spalancai la finestra? Quante volte chiamai mia madre!... ella era morta da undici anni!... Quante volte invocai la presenza di Gustavo, e poi contraddicendomi da me stessa augurai ch'egli non venisse, sinchè tutto non fosse finito. Allorchè l'alba, una gelida e triste alba di marzo, cominciò ad imbiancar l'orizzonte, io avevo già fisso in mente il mio disegno. Concedetemi di raccogliere le mie idee, e proseguirò il racconto. —

Lina accostò la sua sedia a quella della signora Adelaide, pose la sua nella mano di lei, e susurrò con voce commossa:

— Povera amica; quanto avete dovuto soffrire! —

II.

Era già levato il sole — continuò la signora Adelaide — allorchè, per non insospettire la cameriera che sarebbe entrata di lì a poco, mi misi a letto. Quand'ella venne, le ordinai di far approntare la mia carrozza. Io esercitavo in casa una così assoluta padronanza, che quella gita ad ora strana non poteva dar ombra a nessuno. Non era la prima volta ch'io uscivo di buon mattino per qualche spesuccia.

Abbigliatami in fretta, salii nella carrozza, dicendo al cocchiere che mi conducesse sul Corso. Mentre io comperavo non so qual bagattella in un negozio, una mia antica conoscente, ch'erasi da alcuni anni stabilita in provincia, mi si gettò al collo baciandomi con effusione, e dicendo: — Ho inteso che sei prossima a nozze. Accetta di volo le mie congratulazioni. — Poi con un fare tra il serio e il gioviale soggiunse: — Sono diventata madama anch'io, sai? Eccoti mio marito. — E mi presentò un bel giovane, alto della persona, che s'era tenuto modestamente in disparte. Ribaciai la mia amica, rivolsi un complimento dozzinale al suo compagno, e risalita in carrozza gridai: — Dal banchiere Miragli, — nominando la via da me conosciutissima ove questi abitava. La mia amica e il suo sposo parevano ammirar la bellezza del mio equipaggio, e nel saluto ch'essi mi fecero, allorchè i miei cavalli si misero al trotto, credetti scorgere quella deferenza quasi involontaria, con cui la gente di mediocre fortuna guarda coloro che sono, o ch'ella stima opulenti. Temei d'essere stata un po' aristocratica, un po' fredda, e spinsi la testa fuori della portiera per far un nuovo cenno del capo alla giovane coppia, ma essi non mi abbadavano più. — Camminavano a braccio l'uno dell'altro, discorrendo e sorridendosi amorosamente. I loro occhi non s'incontrarono coi miei, il mio movimento passò inosservato. Essi erano felici! Ed io?...

Quando la carrozza si arrestò dinanzi alla dimora del Miragli, io sentii un gran tremito per tutta la persona. Io non avevo nè ponderato, nè discusso meco medesima la condotta da tenere; una sola cosa mi stava chiara e distinta nel cervello, ed era la mèta, a cui dovevo arrivare.

Mi feci precedere dal mio biglietto di visita, su cui avevo scritto che si trattava di cosa urgentissima. Un servo gallonato venne a farmi discendere assai cerimoniosamente dalla carrozza, mi accompagnò lungo un andito senza finestre che riceveva luce da una parete a cristalli appannati e m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, ove mi disse che il signor Cavaliere non mi avrebbe fatto attendere che pochi secondi. Oggi il banchiere Miragli è cavaliere de' Ss. Maurizio e Lazzaro, allora era cavaliere di Francesco Giuseppe, e se ne teneva.

Non era la prima volta ch'io vedevo questo signore. Egli veniva qualche sera a trovar mio padre nel suo palchetto alla Scala, e le nostre carrozze s'incrociavano ogni giorno sul Corso. Sua moglie e le sue figliuole mi erano antipatiche al sommo, e la nostra conoscenza non era arrivata più in là di un compassato cenno del capo. Figuratevi poi che cosa io pensassi in quel momento del signor Miragli. Egli era per me un mostro d'infamia, un rifiuto dell'umanità, un essere così sozzo e perverso che il peggiore non avrebbe potuto immaginarsi. Indi, procedendo cogli anni e con la triste esperienza della vita, si attutirono in me gli entusiasmi e gli sdegni, ed anche del signor Miragli feci più equo giudizio. Egli era soltanto un uomo inteso a tutelare gelosamente il proprio interesse. E, invero, perchè avrebbe dovuto sacrificarsi alla felicità mia, alla felicità di mio padre? Quali obblighi aveva egli verso di noi?

Egli non tardò a comparire. Teneva in mano il mio biglietto di visita, guardandolo sotto gli occhiali con un certo atto sospettoso, come volesse dire: — Che diavolo viene a fare costei? —

Io ero troppo sollecita della dignità mia, della dignità di mio padre per ismarrire un solo istante il mio contegno tranquillo e severo.

Il banchiere che, quantunque toccasse la cinquantina, pretendeva ancora di far l'elegante, mi sciorinò alcuni complimenti; ma io, che non era in vena di cerimonie, entrai diritta nel cuore dell'argomento.

— Io sono venuta qui — dissi — per sottoporle francamente una domanda e farle francamente una mia proposta. Posso sperare nel signor cavaliere Miragli un'uguale franchezza? —

Egli, spintosi innanzi sulla sedia con mezza la persona a guisa di chi si accinge ad ascoltare attentamente, fece col capo e con la mano un cenno affermativo, ed io continuai.

— È vero ch'Ella è creditore di mio padre per la somma di 200 mila lire?

— Scusi, — rispose il banchiere, — non intendo come ciò che si riferisce alle relazioni di due uomini d'affari tra loro, possa formare oggetto del nostro colloquio.

— Non saprei — interruppi — di che cos'altro dovrebbe occuparsi il nostro colloquio, se non di ciò che riguarda gli affari di lei con mio padre. Del resto poco vale lo schermirsi. Io so che la faccenda è così.

— In tal caso, è vero, — riprese il Miragli, giuocherellando coi gingilli dell'orologio.

— È vero che questo credito è rappresentato da alcune cambiali, le quali scadono oggi?

— Ma.... Signorina!...

— È inutile il voler nasconderlo, perchè lo so.

— Allora non mi resta che dire: è vero.

— È vero — continuai senza scompormi — ch'Ella rifiuta ogni proroga ed esige di esser pagato immediatamente e interamente?

— Le confesso, o Signora, ch'io persisto nel credere inutili queste spiegazioni. È penoso ad un uomo di onore, come io credo di essere, il dover mettere in discussione proponimenti che ormai non possono più esser mutati.

— Nè io intendo ch'Ella li muti, — risposi, sollevando il capo con alterezza. — Io non vengo qui a implorar grazia, ma a trattare d'affari. —

Il banchiere prese un occhialetto che gli pendeva al collo, e poichè n'ebbe sovrapposte le lenti a quelle degli occhiali si mise a guardarmi più attentamente che mai. V'era nella sua fisonomia qualche cosa che esprimeva o una immensa commiserazione o una immensa maraviglia. Se taluno fosse in quel momento disceso nel cuore del signor cavaliere Miragli, scommetto che vi avrebbe trovata la convinzione ch'io presto o tardi diverrei pazza. Siccome però poteva accadere ch'io parlassi del miglior senno, non gli conveniva render troppo patente la sua incredulità. E soltanto, come esponendo un suo dubbio, egli riprese:

— Io temo, Signorina, che la sua ben naturale inesperienza d'affari non Le permetta di considerare l'importanza della somma che quelle cambiali rappresentano, nè la difficoltà di trovarla così su due piedi.

— Ebbene, signor Cavaliere, — ripresi, — io non sono certo in grado di pagare oggi per intero la somma, di cui Ella è creditore; ma sono venuta a chiederle se Ella accetterebbe la mia firma in sostituzione a quella di mio padre. —

Il cavaliere Miragli tornò a fissarmi nell'atto di chi sta dinanzi ad un visionario. E riprendendo a poco a poco il tuono dell'uomo d'affari:

— Scusi, — mi disse, — Ella oggi è minorenne e non può assumere impegni: domani, s'io non erro, va sposa al signor avvocato, — e proferì il nome del mio fidanzato, — onde non saprei davvero....

— Ah! — interruppi con fredda ironia, quantunque l'allusione al mio matrimonio mi avesse fatta impallidire. — Ella mi tratta come una fanciulla, e suppone ch'io non fossi preparata alle sue obbiezioni. Le dirò ch'io nacqui, e veda un po' se sono precisa, appena scoccata la mezzanotte del 2 marzo 1826. Adunque poche ore mi mancano a compire i ventiquattr'anni e ad esser padrona di me. Le mie nozze sono stabilite pel dopopranzo di domani, per cui v'è un breve periodo di tempo, nel quale io ho la potestà piena delle mie sostanze, e la piena responsabilità dei miei atti. —

Nel mentre che io parlavo, il banchiere aveva avvicinato la sua sedia, e il suo volto non esprimeva più la curiosità ironica di chi ascolta le chiacchiere d'uno sconclusionato, ma l'attenzione vigile e intensa dell'uomo che sente proporsi un affare serio.

Io continuai: — Approfittando di questo intervallo, nel quale non dipendo che da me medesima, io Le offro (perchè non m'è dato svincolare da un momento all'altro ogni mio avere) di sottoscrivere quelle obbligazioni ch'Ella stimerà necessarie a coprire il suo credito. Il nome di mio padre deve restare senza macchia.

— Ma, e questa sua sostanza? — bisbigliò perplesso il banchiere.

— Signore, — diss'io alzandomi in piedi, — io non soglio offrire che quello che possiedo, nè ora scenderò a inutili particolari. Ha Ella piena fiducia nel notaio Anastasi?

— Pienissima, — egli rispose inchinando il capo.

— Ebbene, egli potrà chiarirle i fatti miei più ch'io non voglia o non debba. A mezzanotte io sarò nel suo studio. Vi si rechi e porti con sè le cambiali. Se le parole dell'Anastasi non la convinceranno, s'Ella non avrà la certezza che un impegno assunto da me sia una piena guarentigia per Lei, Ella conserverà i suoi diritti, e sarà come se il nostro colloquio non fosse succeduto. —

Il Miragli promise che non mancherebbe al convegno, e si confuse in proteste di ammirazione.

Nell'accompagnarmi all'uscio soggiunse a mezza voce, quasi vergognandosi di sè stesso: — Spero che i documenti.... compresa la sua fede di nascita.... —

Non lo lasciai finire, ma lo fulminai con uno sguardo così pieno di disprezzo e di orgoglio, che le parole gli morirono sulle labbra.

Egli mi porse la mano: io ritirai la mia e feci atto d'uscire. Però mi rivolsi un momento indietro, e dissi con voce ferma: — Silenzio con tutti, s'intende.

— Si figuri! — rispose; poi mi precesse nell'andito e richiamò il servo in livrea che m'aveva fatto discendere dalla carrozza. Ci accomiatammo con un semplice cenno del capo.

Dopo il banchiere, il notaio. In pochi minuti il cocchio mi mise alla porta dell'Anastasi: in pochi secondi fui nel suo studio.

Quand'io, senza punto farmi annunciare, me gli presentai dinanzi, egli era tutto assorto nell'esame di alcune carte che stavano sul suo tavolino. Al fruscìo della mia veste alzò il capo, e sul suo volto si dipinse una sorpresa che confinava con lo sgomento.

— Voi qui?

— Io stessa, — risposi; — e mettendo il chiavistello all'uscio, soggiunsi: — Ho bisogno d'un abboccamento da sola a solo con voi. —

La fisonomia del notaio si scomponeva sempre più: egli si levò gli occhiali, mi piantò in viso uno sguardo indagatore, e accostando una scranna alla sua poltrona m'invitò a sedere.

Non vi ripeterò il nostro colloquio ne' suoi particolari. Io, donna e inesperta, io, la cui sorte pendeva da un filo, ero tranquilla e serena; egli, uomo d'affari, era invece agitato come se avesse avuto la febbre. Fu più volte sul punto d'interrompermi; ma io lo trattenni d'un gesto, e narrai tutto, tutto ciò ch'io avevo inteso la sera precedente, tutto ciò che avevo detto allora allora al banchiere Miragli, tutti gl'impegni ch'io aveva presi con l'incrollabile determinazione di mantenerli ad ogni costo.

Quand'ebbi finito, il buon uomo si portò ambe le mani al capo in atto di profonda disperazione.

— Adelaide, — egli proruppe, chiamandomi confidenzialmente per nome, come gliene dava diritto la lunga dimestichezza, — ciò che avete fatto è una pazzia, sublime forse, ma sempre pazzia, e io non posso e non debbo esserne complice. Via, calmatevi, — soggiunse, prendendo nelle sue le mie mani agitate da un tremito nervoso; — state a sentire anche me, come io stetti a sentir voi. — Egli allora, riacquistata tutta la lucidezza della sua mente, fredda e ordinata come le carte del suo archivio, mi svolse una serie di considerazioni, in cui era innegabilmente un lato di giusto, ma che m'irritavano appunto per quello di giusto che contenevano. — Io volevo immolarmi per salvare l'onor di mio padre, — egli diceva; — ma quest'onore non era punto in questione. Checchè avvenisse, tutti avrebbero saputo che mio padre soccombeva a un rovescio di fortuna, e il suo passato n'era la miglior guarentigia. Col mio sacrificio io mettevo a repentaglio la sua pace, la sua vita forse. Ma io ignoravo adunque che, più ancora della sventura imminente, lo turbava il pensiero ch'io di questa sventura potessi esser partecipe prima di aver assicurato il mio avvenire? Inoltre, era egli in mia potestà il disporre così delle mie sostanze? Legalmente non v'era dubbio: io non rimanevo padrona assoluta di me che nelle poche ore, le quali scorrevano tra il momento in cui io compivo i ventiquattr'anni, e quello in cui andavo a marito, e di quelle poche ore io potevo dispor da sovrana. Ma, alla fine dei conti, libera al cospetto del Codice, era io tale moralmente? Non appartenevo io già all'uomo che doveva viver meco, meco formare una famiglia? Non dovevo io per lo meno consultarlo prima di prendere una deliberazione di tanto rilievo? Era in facoltà mia di consumare, lui assente ed ignaro, un patrimonio destinato a' nostri figliuoli? E poichè prima delle nozze era per me un debito sacrosanto di dirgli ogni cosa, non avevo io considerato quanto fosse più delicato, più nobile il far precedere la confessione al fatto, che farla seguire? —

I suoi argomenti non mi commossero. Io non sapevo che una cosa: che mio padre era sull'orlo del fallimento, e che io avevo i mezzi di salvarlo. Ogni irresolutezza era per me, più che una colpa, un delitto. Pure io non potevo a meno di chiedere a me stessa, perchè mi ripugnasse in modo così strano e invincibile l'idea di confidare tutto a Gustavo. Io non ne avevo il tempo per lettera, è verissimo; ma Gustavo sarebbe stato in Milano il mattino del dì successivo, e poichè il banchiere Miragli era deciso a non protestar le cambiali sino al lunedì, nella giornata di sabato, prima dell'ora delle nozze, v'era agio di accomodare ogni cosa. In tal modo io mi sarei risparmiata la giusta accusa di mancare di fiducia verso l'uomo ch'io amavo più sulla terra, ed avrei associato quest'uomo all'adempimento del mio dovere. Tutto ciò era evidente: nondimeno io mi sentivo incrollabile nel mio proposito. Era forse il dubbio che Gustavo mi distogliesse dall'adempiere un obbligo sacro? Era la vanità di serbarmi intera la lode di una nobile azione, e di farmene una specie di manto, entro cui presentarmi teatralmente atteggiata innanzi al mio sposo? Non vi maravigli, Lina, il mio dire. Voi siete una natura schietta ed ingenua, io ero invece un carattere pieno di bizzarrie e di contraddizioni, uno di quei caratteri che amano la virtù, ma la vogliono cinta d'un apparato scenico.

Ad ogni modo, gli è certo che tutte queste ragioni cospiravano per mantenermi irremovibile nel mio proponimento. — O siatemi complice, — dissi all'Anastasi, — o mi avrete nemica. Che cosa io farò, l'ignoro io medesima; ma voi mi avrete ferita, provocata per modo da spingermi ad ogni pazzia. E, invero, se per poche ore io son libera da ogni potestà, se sono padrona assoluta di me, dovrò forse cadere sotto la sovranità vostra? Quali sono i vostri titoli? Voi vi rifiutate di assistermi? Ebbene, io cercherò chi tenga le vostre veci. Mancano forse altri uomini di legge in Milano? E mi credete così spoglia d'ogni energia da non saper far valere i miei diritti? io mi ero rivolta a voi come ad un amico, a cui si confida ciò che si è fatto, non come a un consigliere, a cui si chiede ciò che deve farsi. Voi mi conoscete, sapete la tenacità de' miei propositi. Ve lo chiedo per l'ultima volta, volete assistermi? —

L'Anastasi giunse fino alle lagrime. Egli mi disse, piangendo, che il secondarmi gli costerebbe l'amicizia di mio padre, mi scongiurò di attendere almeno sino alla venuta di Gustavo; ma tutto invano. Quando mi vide così risoluta si alzò, e con una spontaneità di movimento, e una delicatezza di parola, di cui non l'avrei creduto capace, mi stese ambe le mani e mi disse:

— Ebbene, poichè lo esigete, sia pure così. Io vi ho veduta nascere, vi tenni fra le braccia bambina, e non posso lasciarvi in questo istante della vostra vita. Voi siete una ragazza ammirabile di virtù e di sacrificio, ma avete giocato sopra una carta il vostro avvenire. Voglia il cielo che abbiate a vincere la partita. —

Suggellammo la pace, convenendo sul modo d'incontrarci la sera. Era cosa facilissima. L'Anastasi doveva farmi conoscere il mio stato economico; bastava quindi fissare il nostro abboccamento per la mezzanotte.

Giunsi in casa a tempo della colazione e trovai mio padre un po' maravigliato, ma non inquieto della mia assenza. Io ero in quel primo momento ancora più ansiosa di veder riuscito il mio disegno che trepidante per l'avvenire. Intanto i preparativi per le nozze procedevano con affannosa alacrità. Servi ed operai erano tutti intesi a dar l'ultima mano al salotto da pranzo e a quello di ricevimento: per le scale e pegli anditi si disponevano acconciamente vasi di sempreverdi; nella cucina s'udiva il brulichìo d'un laboratorio chimico, e il cuoco di casa in berretto e giubba bianca andava su e giù trafelato, impartendo ordini concisi e assoluti a' suoi quattro aiutanti. Ad ogni istante un servo in livrea capitava da parte dell'una o dell'altra delle nostre conoscenze a portare o un biglietto di visita, o un mazzo di fiori, o un astuccio con qualche regalo per me. Ed io ero la regina della festa, e dovunque io passavo era un inchinarsi rispettoso, un sospendere momentaneamente il lavoro per farmi ossequio. Io ero la gran tormentata, ed ora la crestaia mi provava l'acconciatura, ora la sarta mi accomodava in dosso il vestito da nozze, un vestito di seta bianco, accollato, con uno strascico lungo due braccia. Tutti avevano una parola di congratulazione, una parola d'augurio per me: io dovevo avere un sorriso per tutti. E quando la cameriera mi fece passare in rassegna il mio corredo, un corredo de' più ricchi e assortiti che mai una sposa avesse recato seco, e quand'ella mi chiese quali oggetti dovesse riporre nella valigia pel mio viaggio di nozze, mi toccò risponderle con fronte serena, e dissimulare la tremenda agitazione dell'animo. Oh Lina, vi sono battaglie che non si vedono, eppur sono più difficili a vincersi di quelle che decidono le sorti degl'Imperi! Soffocare un gemito che sta per irrompervi dal petto, frenare una lagrima che sta per discendervi dal ciglio, supplire con l'energia della volontà alla forza delle membra che vi abbandona, ecco una serie d'imprese che non danno gloria, ma costano sudori di sangue. Io quel giorno di martirio senza confine potete credere, se la petulanza di mio suocero mi producesse un effetto gradevole. Egli mi era sempre attorno canticchiando e saltellando, nonostante i suoi settant'anni, e dicendo sempre: — Gran bella cosa il matrimonio per una ragazza, non è vero? Più bella per loro che per noi, poveri uomini, che ci lasciamo prendere al laccio. — E rideva sgangheratamente. Sua moglie poi non sapeva staccarsi dall'esame del mio corredo e mi faceva di tratto in tratto le sue critiche. I fazzoletti di battista non erano abbastanza fini, i collarini non erano tutti di buon gusto. Se avessi veduto il corredo di lei, trent'anni addietro! Bisogna dir proprio che allora si lavorasse meglio!...

Ma non ci perdiamo in minuzie. Dopo pranzo, secondo il nostro accordo, venne il notaio Anastasi. Bisbigliò alcune parole all'orecchio di mio padre, che parve annoiato, e sclamò a voce alta: — Che ora siete andato a scegliere! — L'altro insistette con qualche calore, onde mio padre si rimosse dalle sue obbiezioni. Venne verso di me, mi trasse in disparte e mi disse: — Lo sai? stasera compi ventiquattr'anni. Ho piacere che tu riveda da te stessa i tuoi conti. Quell'originale dell'Anastasi afferma di non esser libero che alle undici e mezzo, onde convien fare il comodo suo. Per quell'ora ho già ordinato la carrozza. Vuoi essere accompagnata?... —

Ci sarebbe mancato altro! Risposi subito che sarei andata sola, e il pericolo fu sventato.

Di lì a qualche minuto l'Anastasi si mosse facendomi un cenno. Io l'accompagnai all'uscio della scala e seppi che il banchiere Miragli era stato nello studio di lui, e che ogni difficoltà era rimossa. Non restava che firmare. Nel lasciarmi, il notaio mi disse con amarezza: — È la prima volta in vita mia ch'io inganno un uomo; e quest'uomo è un amico, è vostro padre, e siete voi che mi avete indotto a ingannarlo.... —

Io esultavo all'idea che tutto era appianato: ogni altra cosa scompariva pel momento a' miei sguardi. Rientrai nel salotto col passo più elastico, con la fisonomia più serena, onde mio suocero mi piantò in viso gli occhi e mi chiese: — Ehi, sposina, che vuol dire quell'aria di trionfo? —

Mi schermii alla meglio, e andai a sedere proprio dirimpetto all'orologio a pendolo ch'era collocato sulla mensola. La sfera dei minuti procedeva abbastanza sollecita, ma come mi pareva tarda quella delle ore! Alla fine scoccarono le undici. Mi dileguai in silenzio dal salotto, mi acconciai in fretta uno scialle e un cappello, e scesi nel cortile, ove la carrozza era pronta ad aspettarmi. Non erano ancora le undici e mezzo quando io fui nello studio del notaio. I suoi due commessi sonnecchiavano nell'anticamera; egli era solo dinanzi allo scrittoio col capo appoggiato ai gomiti e nascosto fra le mani. Una lampada, la cui campana era rivestita di un paralume di color verde, concentrava tutta la sua luce sulle carte del tavolino lasciando in ombra la stanza, che così buia, così silenziosa, aveva qualche cosa di lugubre che vi stringeva l'animo. Il tic-tac uniforme di un orologio infisso alla parete contribuiva a quell'insieme di tristezza, inesplicabile, eppur gagliarda e profonda.

Quand'io entrai, l'Anastasi si scosse, guardò l'orologio e disse: — Avete anticipato. Però il banchiere non tarderà a giungere. Intanto vostro padre m'incaricò di farvi vedere il conto della sua amministrazione. —

E mi squadernò dinanzi una pagina irta di cifre. Io la rispinsi senza nemmeno gittarvi l'occhio. — Ciò che fu fatto da mio padre e da voi — risposi — non ha bisogno della mia approvazione. Solo permettetemi di chiedervi ancora una volta: la mia sostanza basta a salvarlo? —

— Basta. Ora ecco la vostra fede di nascita, — soggiunse il notaio. — Era necessario levarne una copia per dare al cavalier Miragli una guarentigia della validità de' vostri atti. Le pratiche occorrenti per liberare il vostro avere, che è depositato presso il Tribunale, non esigeranno che un mese tutto al più, per cui abbiamo convenuto col signor cavaliere che voi sottoscriverete delle obbligazioni pel 15 aprile; ma che, ove mi riesca d'aver prima il danaro, io gliene anticiperò il pagamento. Questa poi — continuò il notaio, mostrandomi un'altra carta — è una istanza di vostro padre, con cui si dichiara che siete divenuta maggiore, e si domanda che sia messa a vostra piena disposizione l'eredità materna.... —

Un rumore di passi annunziò l'arrivo del banchiere Miragli. Era umile come un agnello e dolce come uno zuccherino; nè rifiniva mai di scusarsi pel breve ritardo, e di attestarmi la sua ammirazione pel mio affetto filiale. Contemporaneamente egli scorreva con lo sguardo le carte che il notaio andava passandogli, leggendone in fretta alcuni tratti. Udii una frase della fede di nascita, che suonava così.... Nei primi istanti del giorno 3 marzo 1826, e precisamente pochi secondi dopo scoccata la mezzanotte del 2 nell'orologio di Piazza dei Mercanti, la signora Maria Dossi, moglie del signor Giorgio Nerli, banchiere di questa città, diede alla luce una creatura di sesso femminile, a cui venne imposto il nome di Adelaide. Il cavaliere Miragli trasse di tasca il suo cilindro, dicendo: — Non sono che le undici e tre quarti, — e ripose il documento sul tavolo. Indi soggiunse: — Vediamo il resto. —

Di mano in mano ch'egli aveva esaminato una carta, la riconsegnava al notaio che alla sua volta me la metteva sotto agli occhi, affinchè io ne prendessi cognizione. Vidi così le quattro obbligazioni ch'io dovevo sottoscrivere e che importavano 50 mila lire per ciascheduna, più gl'interessi, e vidi pure una minuta di procura, con la quale io abilitavo l'Anastasi a ritirare per conto mio la sostanza depositata presso il Tribunale.

Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse, quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: — È tempo. —

Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni, ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro, testimoni validi e idonei, io avevo firmato le obbligazioni il giorno 3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente, perchè l'Anastasi disse: — Va bene. — Allora il banchiere, tuffata la penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi, alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed idonei. Dopo di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia era pallidissima e stravolta.

— Che avete, per amore del cielo? — gli chiesi.

— Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante, ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa avverrà?

— Oh amico mio, — risposi, — la notte scorsa a quest'ora voi avete difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? —

Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani mi appariva pieno di funesti presagi.

Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne; compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la mano sclamando: — Grazie, di quanto avete fatto per me. —

Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse: — Addio, addio; a rivederci domani. —

A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: — È l'ultima sera che tu dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora quanto fosti qui. — La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa. Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene, avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero subitamente un altro indirizzo.

— Vedi, Adelaide mia, — egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè, dinanzi a un mio tavolino da lavoro, — io penso adesso a trentanni fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla da fidanzata.... — Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. — Questo ritratto — soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime — mi ricorda un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla; ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento, onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là, la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò scappare un bravo che mi fece diventar rosso come una bragia. Usciti che fummo, il pittore mi disse: — Lo sai ch'io sono un poco superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno, ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. — Allora ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si potrebbe desiderare. — In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato. Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto, abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse la fronte con la mano, e sclamò: — Smemorato ch'io sono: ho in tasca una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. —

E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì frettoloso.

— Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta Adelaide — così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza, il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato andare all'entusiasmo più clamoroso. Ma non degli applausi ricevuti, — egli concludeva, — ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere.

Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere, poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva abbandonarmi povera e sventurata?

I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia fede nel bene, la mia fede nella virtù!

La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio lusinghiero mi diceva: — Sei bella. — Oh! io volevo esser bella davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o come un'ironìa?

Avevo appena terminata la mia toilette, quando una carrozza s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto, che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia.

Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: — Sto bene, sai? fu un capogiro. —

Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta quanta.

Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar così rapidi?

Io stessa ruppi l'incanto. — Gustavo, debbo parlarti.

— Ah! dunque tu hai qualche segreto, — egli rispose impallidendo — Per amor del cielo, Adelaide, levami da questa incertezza. —

Egli era sempre inginocchiato dinanzi a me; io gli posi una mano sull'omero, e con voce più ferma ch'io non avrei creduto, gli rivelai ogni cosa, soffermandomi anche sulla subitaneità dell'accaduto che m'aveva impedito di attenderlo a concertarmi seco. Mentre io parlavo, il suo volto esprimeva un misto d'ammirazione, d'ansietà, di dolore. — Gustavo, — conclusi, — io non sono più la fidanzata di ieri: sono una nuova Adelaide povera, derelitta, infelice, che non può costringerti a farla tua sposa. Ecco, essa ti rende la tua libertà.... —

— La mia libertà? — egli interruppe. — Oggi che mi ti mostri più grande che mai, oggi che la sventura ti ha colpito, presumi ch'io t'abbandoni? —

Oh! queste parole erano dolci, soavi, ineffabili; ma la fisonomia di Gustavo svelava un pensiero affannoso, profondo che ne scemava il valore.... Infatti egli tosto soggiunse: — Mio padre sa nulla, gli hai detto nulla? — E si alzò, girando intorno uno sguardo perplesso come chi vede crescersi in mano le difficoltà....

— A tuo padre? — risposi; — ma se non ho nemmeno parlato al mio? Ma non dovevo io a te la mia prima confidenza? —

Gustavo camminava su e giù per la stanza. Di tratto in tratto la sua fisonomia prendeva un'espressione singolare, come di chi si vergogna di qualche proprio pensiero, e vuol far prevalere in sè stesso più generosi consigli. Dopo alcuni secondi mi si arrestò dinanzi e mi disse:

— Adelaide, tu hai salvato tuo padre, posso io tradire il mio? —

Io tremai. Che significava questo preambolo?

Egli continuò. — Posso io tacergli il vero? —

Non l'affetto, non l'angoscia, non lo sgomento dell'avvenire, che già mi si pingeva coi più tetri colori, valsero a frenare in me un senso d'ira e di dispetto. — E chi ti chiede questa viltà? — interruppi con amara alterezza, sorgendo io pur dalla sedia. — O sono io forse tale che accetterei d'esser tua a prezzo d'un inganno? Gustavo, così mi conosci? —

Egli mi si accostò e mi susurrò nell'orecchio: — Adelaide, quanto sei migliore di me! — Poi ricadde nella sua incertezza, e soggiunse in tuono di domanda: — Non è meglio discorrergli subito?...

— Ma sì, ma sì, — risposi mal dissimulando la mia impazienza. — Usciamo per carità da queste angustie. —

Si avviò con passo deciso, ma prima di richiuder l'uscio dietro a sè, mi rivolse ancora la parola: — Non ti sgomenterai se mio padre fa un po' di strepito. Ha un carattere tanto bisbetico!... —

E senz'attendere altra risposta s'incamminò rapidamente verso il quartierino ch'era assegnato alla sua famiglia.

Quando fui sola mi gettai sul canapè nascondendo la faccia tra i guanciali. Sino da quel punto tutto era finito per me. Nel turbamento, nelle incertezze di Gustavo io vedevo scritta la mia sentenza. Io ero giovane, non avevo quell'abitudine dell'abnegazione onde uno s'immola quasi senza avvertirlo: io sentivo la grandezza del sacrificio compiuto, e mi pareva che l'uomo destinato ad esser mio sposo dovesse pagarmi largo tributo di entusiasmo e di ammirazione. Nel caso suo, io sarei caduta ai piedi di chi mi si fosse rivelato capace di tanto; avrei detto: Questa donna non mi reca più una fortuna, ma essa mi scopre il tesoro del suo cuore; nel caso suo avrei provato un senso d'orgoglio nel farla mia a malgrado di mio padre, di tutti. L'affetto vero non teme la lotta: esso forse la cerca e giganteggia in mezzo agli ostacoli. Ma Gustavo aveva paura; bisogna ben dirla questa parola, per quanto aspra ella sia, egli aveva paura della rampogna paterna. E nell'ora che io m'aspettavo di vederlo deliberato a combattere col proponimento di vincere, lo scorgevo invece timido, incerto, oscillante, chiedente a me inspirazioni e consigli. Oh Lina! e ci dicono il sesso debole?

Non so quanto io rimanessi così. So che alla fine l'impazienza mi vinse, e provai il bisogno di scacciare con commozioni forse più tristi e violente i pensieri che mi tormentavano. Uscii della stanza, dopo aver preso meco le funeste cambiali ch'io dovevo restituire a mio padre. Tant'era ch'io mi aprissi pienamente seco. Io avevo appena messo piede in un salottino, sul quale riuscivano le camere dei miei suoceri quando una porta si spalancò e ne uscì Gustavo con gli occhi stravolti, con la chioma disordinata, con un pallore di morte sul viso. Quando avvertì la mia presenza, mi si gettò incontro esclamando: — Che hai tu fatto, Adelaide?

— Il mio dovere, — risposi risoluta.

Io non avevo ancora terminate queste parole, quando comparve il padre di Gustavo, altrettanto infiammato nel volto quanto suo figlio era pallido.

— Ah! siete qui, signorina, — egli gridò in tuono brutale; — voi che avete aspettato d'aver preso il merlo alla rete prima di rivelargli che appartenete ad una famiglia rovinata. —

V'era tanta sfrontatezza in quest'affermazione, ch'io sollevai il capo sdegnosamente senza rispondere.

Però anche Gustavo sentì che suo padre aveva soverchiato la misura, e disse vivamente: — Questa è una menzogna.

— Sì, sì, — riprese l'altro senza scomporsi; — ma intanto si vorrebbe ch'io dessi il mio consenso al matrimonio di Gustavo con la figliuola d'uno spiantato....

— Non ve ne date pensiero, — interruppi; — è Adelaide che ritira il suo.

— Che dici mai? — esclamò Gustavo avvicinandomisi.

— O Gustavo, — gli risposi con amarezza, — la vostra facondia l'avete lasciata ieri al Tribunale di Torino: per difendere una donna colpevole avete trovato accenti che non sapete più trovare per difendere la vostra fidanzata. Siete sempre così, voi avvocati: avete l'eloquenza del sofisma, non quella dell'affetto. Andatevene, andatevene, o Gustavo, Adelaide vi ha reso la vostra parola....

— No, Adelaide, tu deliri, — egli proruppe; — io solo sono padrone della mia volontà, e saprò farla trionfare. —

Vi confesso la mia debolezza. Ho fin da bambina tanto usato e abusato del verbo volere, che mi accostumai a crederlo la parola più nobile del dizionario. Un uomo che dice voglio si è sempre rialzato al mio cospetto, e perciò questo lampo inaspettato d'energia nel linguaggio di Gustavo mi aveva racceso un fioco lume di speranza nell'anima.

— Ah! si pretende fare la volontà propria, — gridò il vecchio con piglio ironico, — si pretende ribellarsi. Va benone; ma allora il signorino penserà anche a trovarsi una casa propria, a mantenersi da sè.... La dev'esser bella davvero con le sue abitudini da sibarita, con la sua delicatezza; oh! la dev'esser bella a vederlo misurare le spese con la sua signora consorte e abituarsi alle privazioni... Alle privazioni, lui! Povero grullo. Via, datti pace, le non son virtù per te, cresciuto fra due guanciali. Oh! recitare un discorsone da far piangere i sassi, scrivere un paio di colonne su quei fogli di carta sporca che si chiaman giornali, questo sì lo saprai fare; ma lavorare per vivere come ho fatto io nella mia gioventù, ma patire.... via, levatela dal capo.... Se non ti mancassero che le frutta a tavola, sarebbe anche troppo per te.... —

Guardai in viso Gustavo. Io temevo che insulti sì bassi e triviali gli facessero smarrire la ragione e dimenticare che l'insultatore era suo padre. Io temevo di vederlo slanciarsi contro l'uomo che lo feriva nella sua dignità, e che aggiungeva il sarcasmo all'offesa. Ma Gustavo era impassibile. Le sue membra tremavano, le sue labbra si erano contratte; però egli non si lasciò sfuggire nè un accento, nè un gesto.... In verità io non capisco gli uomini, talora audaci fino alla temerità, talora timidi fino alla vigliaccherìa.

Nondimeno ignoro se Gustavo si sarebbe scosso, quando apparve mio padre attratto dal suono di quell'alterco. Io sentii, più che non vedessi, i suoi occhi fissi in me per interrogarmi, e corsi a lui dicendogli: — Babbo, usciamo di qui, la dignità di entrambi lo vuole.

— No, — egli rispose con fermezza, quantunque una tremenda ansietà gli fosse dipinta nel volto, — no; a me occorre sapere prima di tutto la cagione di questo diverbio nel mattino d'un giorno di nozze. E se s'insulta mia figlia, nè altri sorge a difenderla, — e calcò su queste parole ch'erano rivolte a Gustavo, — non voglio mancare io al mio dovere. —

Ciò ch'io paventavo sopra tutto, accadde. Il vecchio sordido ed egoista, che avrebbe dovuto diventare mio suocero, si svincolò da Gustavo che voleva trattenerlo e avanzandosi di qualche passo, e gestendo furiosamente, urlò a piena gola:

— Ve lo dirò io di che si tratta, o signore. Gli è ch'io non voglio esser vittima d'una truffa; gli è ch'io non voglio consentire al matrimonio di Gustavo con la figlia d'un fallito.

Rinuncio a descrivervi la scena che successe. Mio padre cadde fulminato sopra una seggiola. Gustavo accorse in suo aiuto, ed egli lo respinse, non volendo vicino altri che me. I servi, quali col pretesto di portar soccorso, quali senz'altra scusa che la curiosità, si affollarono nella stanza. Era comparsa allo spiraglio dell'uscio anche la madre di Gustavo in gran cuffia coi nastri color di rosa e abito di seta verde, senza decidersi nè a venire innanzi nè a ritirarsi, combattuta com'era tra l'istinto femminile e la paura del marito che le faceva segno di rientrare. Nel mentre che io spruzzavo d'acqua la fronte di mio padre, andavo susurrandogli con rotti accenti: — No, babbo, sai? non sei fallito.... È una vile menzogna.... Fui informata di tutto e ho salvato tutto.... —

Egli si scosse, e sollevandosi con mezza la persona sulla sedia, e afferrandomi per le braccia: — Hai salvato tutto!... tu?... Ma come?... Spiegati.... —

Io mi liberai a fatica da quella stretta e trassi di tasca le cambiali, aggiungendo: — Il Miragli è pagato.

— Pagato? — egli riprese — ma da chi? — Ebbe una subitanea intelligenza della cosa, e presami per mano con un movimento convulso, nervoso: — Saresti tu forse? — egli gridò con voce tremante per la commozione.... E perchè io non facevo motto, soggiunse: — Tu che ti saresti rovinata per me? Adelaide, dimmi che non è vero, che non può esser vero....

— Ne parleremo più tardi, — risposi. — Ora ripiglia l'usata tranquillità.... —

Ma mio padre non mi lasciò finire, e fattosi innanzi per modo che io sentivo l'ardor della sua fronte.... — Tu non lo neghi, — proruppe, — dunque è così, dunque io ho spezzato il tuo avvenire, dunque tu sei povera?... Ora, ora intendo ogni cosa. — Ma io non lo permetterò giammai,... io ricorrerò al Tribunale contro siffatta mostruosità. Chi abusò della tua buona fede dovrà pagarne il fio....

— No, padre mio, — dissi con accento tranquillo e sicuro, — no; nessuno abusò di me, io non fui ingannata da nessuno. Il Tribunale non potrebbe trovar la menoma irregolarità in ciò ch'io feci, perchè operai sempre d'accordo col notaio Anastasi.

— Col notaio! — gridò mio padre fuori di sè. — Ah sciagurato! —

Questa rivelazione parve produrre sull'animo suo un effetto ancora maggior della prima, ed egli si abbandonò ad una collera, di cui io non sapevo intendere la ragione. Si alzò per rientrare nella sua stanza, ma le gambe non fecero l'ufficio loro, e convenne sostenerlo. Non volle però, cosa incredibile, nemmeno esser sorretto da me, e si appoggiò al braccio di un vecchio servo di famiglia. A un tratto si volse indietro, e: — Che cosa fate qui? — chiese a Gustavo e a suo padre. — Questa non è casa per voi, è la casa di un uomo rovinato. —

Gustavo gli si avvicinò con piglio sommesso, dicendo: — Voi mi giudicate male, signor Giorgio. —

Un amaro sorriso sfiorò le labbra di mio padre, che non si degnò nemmeno rispondere; ma soggiunse: — E dire che mia figlia lo amava tanto! —

Io seguivo macchinalmente mio padre lungo gli anditi che conducevano alla sua stanza, lo seguivo oppressa, sbalordita dalle commozioni accumulate sull'animo mio, simile a chi dopo una grave caduta sente un dolore per tutta la persona, ma non sa ancora discernere che membro abbia contuso o ferito.

Prima ch'io giungessi alla soglia della stanza paterna, sentii una mano toccarmi leggermente la spalla. Era Gustavo.

— Adelaide, — egli mi disse, — puoi tu credere ch'io ti lasci così? Puoi credere che il nostro bel sogno sia svanito per sempre? Io partirò, ma per poco; io partirò per farmi uno stato libero, indipendente, per poter offrirti una casa mia, ove nessuno osi insultare alla santità del tuo sacrificio, alla grandezza della tua povertà. Adelaide, mi aspetterai, mi ridonerai la tua stima?... —

Io sentivo scorrermi per le vene una insperata dolcezza; ma fui forte, e risposi:

— Gustavo, voi lo sapete, io vi ho reso la vostra libertà.... —

Egli mi pose vivamente una mano sulle labbra, è interruppe: — No, Adelaide, non parlarmi così. Dammi ancora del tu, come quando mi amavi, come un'ora fa. Oh! non volgere gli occhi altrove. Non sono poi tanto colpevole. Dio buono! È egli possibile che un'ora sola abbia distrutto un amore come il nostro? —

Non dissi parola, ma le lagrime che mi scendevano giù per le gote attestavano la mia debolezza. Egli era là presso di me, l'alito del suo respiro si confondeva col mio, la mia mano aveva tentato invano di sottrarsi alla sua, un bacio ardente sfiorò la mia bocca.... Mi scossi svincolandomi dalle sue braccia, e accennando a Gustavo che partisse, sclamai: — A rivederci. —

Egli si portò alle labbra la mia mano che teneva stretta, e col volto raggiante mi disse: — Grazie, Adelaide, a rivederci. —

Si dileguò. Immobile dietro i cristalli della finestra vidi la carrozza che lo conduceva lontano.... Intorno a me era un silenzio di morte; solo la neve a piccoli fiocchi gelati flagellando i vetri dava un suono simile al battito di un orologio.... Uno strato candidissimo copriva il davanzale della finestra e i tetti delle case circostanti.... le guglie acuminate del Duomo tutte vestite di bianco spiccavano fantasticamente sul cielo grigio e uniforme.... Nella via sottoposta la gente affaccendata passava e ripassava senza strepito alcuno.... pareva come un muoversi d'ombre in un mondo di sogni.... Oh! certo io sognavo.... Era quello il mio giorno di nozze, il mio giorno di festa e di trionfo?... Avevo io inteso veramente echeggiare le stanze d'insulti e di minacce brutali?... Il mio sposo era egli veramente partito?... Eppure io sentivo ancora sulle labbra il suo bacio, e mi suonava nell'orecchio la sua voce amorosa....

Io andavo vaneggiando così, quando intesi chiamarmi a nome: — Adelaide, povera Adelaide! —

Mi volsi in sussulto, staccandomi dalla finestra. Era il notaio Anastasi. Le lagrime che mi si erano cristallizzate negli occhi irruppero a un punto e m'abbandonai a un pianto sfrenato. Caddi nelle braccia dell'amico fedele, e obbedendo al mio pensiero dominante, esclamai in mezzo ai singhiozzi: — Oh! tornerà, sapete, tornerà.

— Sì certo, Adelaide, — egli mi rispose con dolcezza; — ma vostro padre? —

Mio padre! Io l'avevo dimenticato. Ed egli febbricitava nella stanza vicina.

III.

Il mio racconto è ormai così lungo, che mi conviene stringerne le fila e non discendere a troppo minuti particolari. Non vi dirò adunque dello scompiglio della mia casa in quel giorno, finito tanto diversamente da ogni ragionevole previsione; non vi dirò delle chiose petulanti dei servi, delle indiscrete ambasciate dei maligni, delle visite inesorabilmente rispinte, dei regali rinviati ai donatori, delle tavole levate prima d'imbandirle, dei pretesti con cui tentammo coprire il vero e far credere che si trattasse soltanto di una brevissima proroga, non vi dirò nulla di tutto ciò; chè la vostra imaginazione può formarsene un'idea e indurre quello che dovesse passarmi nell'animo. Nondimeno, come accade assai spesso, i miei pronostici della vigilia non s'erano avverati. O sommamente felice, o misera sommamente, era stato il mio presagio. Ebbene, la fortuna, pur volgendomi avversa, non mi aveva tolto ogni raggio di speranza; tant'è vero che il cuore umano assai di rado ha disseccate le fonti del conforto, e, come il naufrago all'alghe, s'aggrappa ai più deboli appoggi per non sommergere affatto. Io ho osservato che la logica rigida ed inflessibile ci abbandona nella pratica della vita, ed è gran ventura, perchè essa ci condurrebbe agli estremi nei nostri atti e nei nostri sentimenti. La contraddizione qualche volta ci salva da noi medesimi: essa è l'ultimo nostro rifugio, quando il dolore ci uccide, o la fatalità ci trascina alla colpa. Disprezzare, odiare il mio sposo, s'egli esitava a farmi sua per la mutata fortuna, ecco ciò ch'io avevo creduto agevole e naturale. Stolta! Non si disprezza e non si odia così presto, quando si è amato davvero. Il cuore si ribella contro questo proposito della volontà, e lungamente e tenacemente resiste, e co' suoi mille artifizî scompiglia gli argomenti della ragione. Pensando a Gustavo, e potete immaginarvi ch'io vi pensavo sempre, io non ne rammentavo la perplessità, le indecisioni colpevoli, non ne rammentavo la timidezza codarda al cospetto della brutale arroganza paterna; ma ne ricomponevo con la fantasia le ultime parole e le carezze prima di lasciarmi, quando, in fine, nessuno lo costringeva a promettermi ciò che non avesse in animo di mantenere. Io sentivo che non era abbastanza, sentivo che Gustavo non era più l'uomo che avanzava per me tutti gli altri, e nondimeno io volevo riacquistar la mia fede, volevo sperare. Una lettera di Gustavo ricevuta il giorno dopo la catastrofe era discesa come un balsamo sulle mie piaghe: un mese addietro avrei desiderato molto di più, un mese addietro quella lettera mi sarebbe parsa troppo concisa, troppo fredda, ma il dolore è tanto meno esigente quanto è più grande.

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