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Racconti e bozzetti

ABNEGAZIONE. NOVELLA. (continued 2)

Reading edition

IX.

Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine, e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno, sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli, pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a cui s'era messo per solo istinto di giovanile galanterìa, era egli ben certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma; ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.

Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina violenza della sua passione le avea messo la febbre addosso, ed ella si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così. A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che il povero cuore dell'Angelina osava battere degli stessi battiti suoi, e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.

Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione, in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero, e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî, le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita è bella a vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore. Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutisce l'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette, le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza, proruppe:

— Ah! bellissima. Stamane mi tocca far lo svegliarino della famiglia. La Matilde dorme, Vittorio non s'è ancora visto fuori di stanza, e tu, che sei sempre in piedi innanzi degli altri, nemmeno ti sogni d'alzarti.

— Sii buona, — rispose l'Angelina, che fin dalle prime parole aveva dato segno d'esser desta; — aprimi le imposte e fa un po' da donnina. —

L'Amalia eseguì prontissima l'ordine avuto; ma, quando l'aria e la luce ebbero inondata la stanza, si avvide del disordine insolito che v'era, ed esclamò ridendo:

— O che hai fatto baruffa col gatto stanotte? Guarda un po'.... un bicchiere in pezzi.... una dalia per terra che pare un pollo spennacchiato, e tutto sans dessus dessous, come direbbe la mia maestra di francese. —

L'Angelina si sforzò di far il viso ridente, e soggiunse:

— Orsù, poichè stamane sei una persona tanto assestata, metti un po' di regola in questo caos. —

La fanciulla seria seria s'accinse al suo ufficio.... Rimise al posto il tavolino e le sedie, prese fra la punta del pollice e dell'indice i pezzi del bicchiere infranto, e li raccolse sul davanzale della finestra; poi si pose a esaminare gravemente la dalia, e volgendosi all'An- gelina disse:

— E questa? —

L'Angelina fece uno sforzo, poi rispose:

— Buttala via.

— Guarda, guarda, l'è quella stessa che ti regalò Vittorio tante sere fa.... Glielo dirò io che bel fine ha fatto il suo fiore, — soggiunse poi tra lo scherzevole e il malizioso, chè la loro malizia l'hanno anche le bambine di nove anni. — In verità che mi par peccato.

— Oh, ma insomma — interruppe l'Angelina che in quel frattempo erasi alzata — non vuoi più finirla? — E senza celare un po' di dispetto, prese il fiore di mano all'Amalia e lo gettò dalla finestra.

— Ih! che furie! — sclamò la fanciulla fisando attentamente il volto della cugina, che nella pallida tinta e nelle occhiaie infossate serbava le tracce dell'agitazione di quella notte.

— Ma che cosa t'è accaduto? Se vedessi come sei scomposta in viso! Parrebbe che tu avessi pianto. —

L'Angelina s'affacciò allo specchio e non potè nascondere la sua commozione vedendosi tanto mutata: in poche ore le parve d'aver vissuto dieci anni.

— Sono stata alla finestra sino a molto innanzi nella notte, — diss'ella per giustificarsi in faccia all'Amalia; — l'aria era umida, avrò preso del freddo.... Ma non perdiamo tempo in chiacchiere, aiutami a fare un po' di toilette. — E sforzandosi di pigliare un tuono ilare e disinvolto, si gettò sopra una sedia, sciogliendo le lunghe e folte trecce de' suoi capelli che scesero giù fino a terra, e soggiunse:

— Vediamo se le tue manine son buone a dipanare questa matassa. —

Nell'età dell'Amalia ogni cosa serve di spasso, e l'impresa a cui ella si era posta tra il comico e il serio, le diede argomento alle più grasse risate, e lo fece lasciar da banda le sue domande sulle cagioni del turbamento dell'Angelina.

Frattanto, nel piano inferiore della casa, la signora Clara aveva chiamato a grave colloquio il marito. Le simpatie che s'erano manifestate tra la Matilde e Vittorio rendevano necessario un sollecito provvedimento. Se Vittorio fosse stato un ragazzo a modo, egli non si sarebbe certo lasciato sfuggire un partito come la Nella, i cui pregî di tanto avanzavano quelli della Matilde, e soprattutto avrebbe chiesto consiglio a lei, alla madre, alla padrona di casa, verso la quale ostentava invece così villana indifferenza. Ma Vittorio non era che un uomo volgare: ella erasene accorta da un pezzo. Nondimeno, poichè era ricco, e di ciò dovevasi pur tener conto, se vuole assolutamente sposar la Matilde, che se la sposi; ma lo dica schietto e non si prenda giuoco della famiglia che, se non per parte del signor Bernardo, almeno per parte di lei, Clara Mauri nata Morelli, doveva essere rispettata.... E sul termine di questa filastrocca la signora Clara si lasciò cadere maestosamente sopra una sedia a bracciuoli, facendosi fresco col fazzoletto. Dopo pochi secondi di pausa e come a guisa di conclusione soggiunse: — Ora tocca a voi. Dicono che siete il capo della famiglia; dunque parlate col signor Vittorio, chè già io con quello sventato non ci trovo gusto a discorrere, e poi venitemi a riferire il successo del vostro colloquio. —

Il povero signor Bernardo, che nemmeno ne' suoi bei tempi era stato un uomo di spirito, era molto meno adesso, dopo i suoi disastri commerciali. Nondimeno il cuore gli teneva luogo qualche volta dell'ingegno; aveva a tratti a tratti quella intelligenza del sentimento, che è il privilegio dei buoni, e loro dà modo di non parere ottusi del tutto. Solo nella famiglia, egli aveva un vago presentimento della simpatia dell'Angelina per Vittorio. Quando però la signora Clara ebbe da lui la timida rivelazione di questo dubbio, ella non rattenne più la sua collera. E gestendo furiosamente: — Vorrei un po' vedere — proruppe — che quella sfacciata pettegola si permettesse di far all'amore in casa mia e di rubare i partiti alle mie figliuole. Oh! sta a vedere che quel damerino del signor Vittorio avrà negletta una giovane come la Nella, ed ora metterà in un canto anche la Matilde, per far piacere a lei, alla signora maestra di musica! Non son chi sono se non li mando fuori della porta tutti e due, ove sia vera una cosa tale....

— Eh! per carità, — interruppe il signor Bernardo, che per quieto che fosse non poteva a meno di essere indispettito della burbanza della moglie, — non la prendiamo in tuono sì alto. Voi sapete meglio di me che senza l'Angelina saremmo stati bene imbrogliati a campare: toglieteci ora per soprassello anche la pensione che ci paga Vittorio, e poi vi farete i vostri cappellini con la sporta del pesce.

— Che cappellini! che sporta! — sclamò fiammante di sdegno la signora Clara, alzandosi in piedi in tutta la maestà della sua poderosa persona. — Io che ho sacrificato la mia dote, e, ciò che più monta, la mia gioventù, il mio spirito, il mio brio, le mie relazioni, tutto per causa della vostra dabbenaggine. Ah! vi sta bene di prendere il tratto innanzi e accusar me.... Avete trovato un pane per i vostri denti.... imbecille.... babbeo!... —

E senza nemmen terminare la sua perorazione uscì furibonda della stanza, chiudendo con violenza dietro a sè tutti gli usci, siccome era suo costume, e si recò a consolare la sua primogenita, alla quale toccava la sorte della biblica Lia, senza speranza alcuna di trovare un Giacobbe che la prendesse in iscambio.

X.

L'Angelina, che per quel giorno non si sentiva disposta a uscire per le sue solite lezioni, aveva già visto la Matilde e promessole ch'ella nel dopopranzo avrebbe parlato a Vittorio. Sarebbesi colto il momento della passeggiata: la Matilde avrebbe fatto in guisa da rimanere un po' addietro con l'Amalia, lasciando agio in quel frattempo all'Angelina di costringere Vittorio a spiegarsi. L'Angelina faceva a simiglianza di que' capitani, che, vedendosi in una posizione arrischiata, stimano non poterne uscire che con un coraggio disperatissimo e tagliano i ponti dietro a sè, per levarsi la tentazione di retrocedere. Dacchè le era d'uopo sacrificarsi, ella voleva che il suo sacrifizio fosse compiuto in maniera da non lasciarle via di sottrarvisi, nè oggi, nè domani, nè mai. Nulla poteva meglio conferire allo scopo che il farsi ella stessa interprete della Matilde, che il ragionare a Vittorio in favore di lei. Ferma in questo proposito, ella si mise al pianoforte a studiarvi un nuovo pezzo di musica, quando si bussò all'uscio della sua stanza. Era il signor Bernardo.

— Vengo a renderti una vecchia visita, — egli le disse, prendendole affettuosamente ambe le mani. E poichè ella lo guardava in atto di persona che non sa raccapezzarsi: — Sì, — soggiunse, — vengo a restituirti una visita che fu la più dolce che io mi ricevessi in mia vita. Ti ricordi di quel giorno, in cui, colpito dalla più atroce delle sventure che possano affliggere un negoziante onorato, e caduto in quell'abbattimento da cui pur troppo non potei più rialzarmi, tu venisti a sorprendermi nel mio banco, semplice, ingenua, amorevole? Tu mi offrivi di sacrificarmi tutto il tuo avere, pur di salvare il mio nome. Era un'illusione, ma un'illusione sublime, degna di te. Nè tu potesti compiere il tuo olocausto, nè io lo avrei permesso: ma un altro ne compisti, che non fu minore di questo. Tu hai immolato al bene della mia famiglia la tua libertà, hai faticato per noi, hai diviso con noi il tuo pane, senza che tu te ne lamentassi, senza che gli altri ti dessero in cambio tutta la gratitudine, tutto il rispetto che meritavi. Ma non discorriamo di ciò. Io vengo oggi a te col cuore di un padre a farti una confidenza e una domanda. —

L'Angelina lo interruppe vivamente:

— So che cosa volete dirmi, e confido che nemmeno questa volta avrete a dolervi della vostra nipote. Matilde ama Vittorio: ella diverrà sua sposa.... son io medesima che me ne sono assunta l'impegno.

— Angelina, — soggiunse lo zio, guardandola con infinita tenerezza, e congiungendo le mani come in atto supplichevole, — al suo letto di morte mio fratello mi ti ha raccomandata con le lagrime agli occhi: di lì a poco tua madre, in estremo di vita, mandò anch'ella a chiamarmi, e con voce affannosa mi parlò di te e della solitudine in cui saresti rimasta, e ti confidò alle mie cure come un sacro deposito. Io, accettando quel legato d'affetti, m'obbligavo a provvedere alla tua felicità, come a quella d'un'altra figliuola, a farti del mio tetto un asilo che ti tenesse luogo dei lari domestici: ho io adempiuto quest'obbligo? No. Se in questa casa vi furono sacrifizî da compiere, chi più ne ha compìti? Se vi furono privazioni da soffrire, chi più ne ha sofferte? Oh! Angelina! io lo sento: se i tuoi genitori mi chiedessero conto di te, io dovrei chinare il capo per infinita vergogna.

— Oh!... che dite mai, zio mio?

— Ed ora — continuò il signor Bernardo — ho il presentimento che tu stai per compiere un nuovo sacrifizio, il maggiore forse di tutti.

— Io?... — interruppe l'Angelina, piegandosi innanzi con la persona e cercando di padroneggiare la sua commozione.

— Sì; tu così sollecita a parlare a Vittorio in favore della Matilde, sei ben certa di non amarlo tu stessa? —

Un fremito impercettibile le corse tutte le membra, un leggiero incarnato le apparve sulle pallide guance, con la mano sinistra strinse forte la spalliera della seggiola come se quel movimento convulso le desse vigore a sostenere l'interna battaglia, e, senza dir parola, chè non le sarebbe stato concesso in quel tumulto d'affetti, costrinse il labbro ad un languido sorriso d'incredulità, e crollò il capo in segno di diniego.

Il signor Bernardo proseguì: — Investiga bene il tuo cuore. Non a Matilde soltanto Vittorio fu prodigo di gentilezze e di cure. Con la spensieratezza dell'età sua, io lo vidi ora con l'una, ora con l'altra di voi ugualmente cortese, egualmente sollecito: forse non ama nessuna: forse ama te.... La Matilde, io la conosco, è più volubile, più leggiera; un primo disinganno d'amore la farebbe soltanto soffrire; ma tu, povera Angelina, tu sei di ben altra natura.... tu ne morresti. —

Ciò che il signor Bernardo diceva era vero, terribilmente vero. Ma l'Angelina aveva ormai raccolto tutte le sue forze, come il duce che concentra i suoi battaglioni nella lotta suprema, ed ancora una volta era uscita vittoriosa dal paragone.

— No, — rispos'ella ricomponendo il sembiante alla calma: — nè io amo Vittorio, nè Vittorio ama me. Forse i nostri caratteri non s'intendono. Forse egli è troppo leggiero ed io ebbi la sventura di nascer troppo riflessiva.... Che volete?... Bisogna pigliar la gente com'è. Ve ne supplico, zio mio, non insidiate la felicità della vostra figliuola.... Se sapeste come quel suo cuoricino s'è acceso, come la sua fantasia corre dietro al sogno avventuroso del suo primo amore.... Vedete.... pochi minuti prima che veniste voi, ella era in questa stanza e si faceva rinnovare da me la promessa di parlare a Vittorio.... Avrebbe dovuto confidarsi prima a voi, a sua madre, lo so; ma, se non lo fece, siatele indulgente.... Un'amica discreta che ha l'età nostra, che può partecipare ai nostri sentimenti, è una gran calamita pei nostri cuori di fanciulle. Insomma — concluse l'Angelina con una sforzata disinvoltura — è un affar fatto, e non se ne parli più.... prendetevi le cose in pace, Vittorio diverrà vostro genero. — E poichè le parve che nel dir quest'ultime parole la sua voce minacciasse velarsi e una lagrima le spuntasse sul ciglio, si rivolse vivamente con la persona verso il pianoforte, e come se il suo discorso non fosse stato che una lunga parentesi, tornò a correre con le dita sui tasti, ripigliando la sonata ove l'aveva interrotta.

Il signor Bernardo non persuaso, ma però impotente a smuovere un così fermo proposito, si alzò lentamente dalla seggiola, e appoggiando la mano alla spalla dell'Angelina:

— Hai nulla da soggiungermi? — le chiese.

— Oh! sì!... — proruppe ella commossa, volgendo la persona e alzando il viso verso di lui: — ho da ringraziarvi, e chiedervi un bacio. —

Il signor Bernardo si piegò sulla giovinetta seduta, e cintole amorevolmente il capo fra le mani, la baciò più volte in fronte con affetto infinito. Indi soggiunse: — Non vuoi proprio null'altro?

— Nulla, — ella disse con voce sicura, ma tenendo le pupille rivolte al suolo. Il signor Bernardo, prendendola leggiermente pel mento, la costrinse a guardarlo in viso. Ella potè ancora frenare le lagrime che le facevano groppo nelle palpebre, e fisarlo senza tradirsi. Egli non disse più molto, ma uscì crollando il capo e asciugandosi gli occhi umidi di pianto.

Il successo di questo colloquio salvò l'Angelina da un'altra visita: quella della signora Clara, che aveva già pronto il suo intervento armato presso la nipote. E fu meglio così: chè la dolcezza dell'indole non escludeva nell'Angelina un senso di nobile orgoglio, e ciò ch'ella concedeva spontanea agl'impulsi del proprio cuore e alle preghiere degli altri, mal lo avrebbe consentito a brutali comandi. Oh! ella moveva incontro a una prova così terribile, che le faceva mestieri di tutte le proprie forze per non restar soccombente. Ed ella il sentiva; e dolevasi talvolta seco medesima dell'essersi profferta a ciò, che ad altri sarebbe costato molto meno di fatica e d'angoscia. Ma un più maturo consiglio la faceva raffermarsi nella presa deliberazione, come la sola, che una volta messa ad effetto potesse chiudere il varco a ogni debolezza, a ogni pentimento. Uscì di rado della sua stanza in quel giorno, non cercò di Vittorio, che vide solo alla sfuggita e salutò freddamente; ma s'intrattenne a lungo con la Matilde, la quale nel trovarla così accalorata per lei aveva ripreso tutta l'antica fiducia, tutta l'antica espansione, e andava consultandola sul modo d'interpretare ogni parola, ogni sguardo del giovano amato. Sennonchè, quando l'Angelina non concordava seco nelle interpretazioni, ella si rannuvolava tutta, e le diceva: — Tu vuoi farlo apposta per indispettirmi. — L'Angelina sorrideva allora malinconicamente, assentendo col capo; ma l'altra, non soddisfatta nemmeno di questo modo, prorompeva in un gesto d'impazienza: — Insomma, non istartene lì come un automa; di' la tua opinione. — Capricci d'innamorati!

Vittorio non era così poco avvezzo all'odor della polvere da non sentire qualche cosa nell'aria, e non intendere che quello doveva essere un giorno di lotta. Glielo diceva un certo che di mistero in tutti della famiglia, ma glielo dicevano in ispecie le reticenze della Matilde, la quale pareva volesse aizzarlo a discorrere, o piuttosto a compire le frasi ch'ella, con quell'arte sopraffina che l'amore insegna alle fanciulle, lasciava a bello studio interrotte. Ed egli si schermiva alla meglio, desideroso com'era di sfuggire una battaglia campale, e di stancare le forze del nemico in tante piccole avvisaglie. Aveva operato con leggerezza, ne conveniva; ma era ella questa una buona ragione per lasciarsi pigliare alla rete, e diventare un candidato ufficiale al matrimonio, egli che, fino a quel punto, di matrimonio non aveva voluto sentirne discorrere? Mentre si abbandonava a queste riflessioni, non supponeva nemmeno da qual parte dovesse venirgli l'assalto più formidabile.

XI.

Nell'alzarsi da tavola l'Angelina, dopo aver fissato in volto ora lo zio e ora la Matilde, si avvicinò a Vittorio e gli disse:

— La Matilde ed io vogliamo fare una lunga passeggiata fuori della città: abbiamo confidato in voi per accompagnarci, e non ci mancherete, spero, tanto più ch'io debbo parlarvi. —

Vittorio assentì con quella galante sollecitudine che gli era propria, e l'Angelina rivoltasi allora all'Amalia:

— Verrai con noi, non è vero, se il babbo e la mamma te lo permettono? —

La bambina tutta giubilante corse a domandare l'assenso de' genitori, e, ottenutolo, salì in quattro salti la scala, s'acconciò il cappellino di paglia e la mantelletta color di rosa, e fu in un batter d'occhio nell'androne.

Di lì a pochi minuti la comitiva incamminavasi lungo il viale de' platani, che costeggiava l'argine del fiume. Il sole volgeva lento al tramonto; e i suoi raggi scendevano obliquamente sulla strada attraverso i rami frondosi di quelle piante. Di tratto in tratto una vettura passando rapidissima sollevava un nembo di polvere, e allora uno strato grigio copriva le più basse ed esposte foglie degli alberi, sinchè una lieve carezza di vento spazzava ogni cosa, ridonando al verde la sua primiera vivacità. E lo strepito fuggitivo d'una carrozza, e l'apparire a lunghi intervalli di qualche pedone affaticato, rendevano più spiccata la solitudine ed il silenzio di quell'ora.

Vittorio s'accostò all'Angelina nell'atto di chi dice: — Sto agli ordini vostri. — Ella accettò il suo braccio; e studiò il passo in guisa da lasciare indietro alquanto la Matilde e l'Amalia, a cui già questa giterella in campagna pareva inferiore all'aspettazione ch'ella ne aveva. Procedettero alcuni istanti in silenzio, l'una ruminando tra sè com'ella dovesse principiare il discorso, l'altro pensando che cosa potesse uscire da siffatto mistero. L'Angelina ruppe il ghiaccio, dicendo fra lo scherzevole e il serio:

— Sarà meglio bandire gli esordî, non è vero?

— Oh! sì, — rispose Vittorio; — veniamo pure all'argomento senza preamboli.

— Ebbene: sia dunque senza preamboli. Voi avete sulla vostra coscienza una colpa.

— Una colpa?

— Sì; agli occhi di molti potrà anzi parere una virtù; agli occhi miei, agli occhi degli onesti è una colpa, e gravissima. Però, acquetatevi; sta in voi ripararla, e — soggiunse la ragazza con un sorriso a fior di labbro — l'espiazione è il contravveleno del peccato. Voi avete turbato la pace di una fanciulla, al suo cuore ingenuo e fidente avete insegnato un affetto nuovo, che se può aspirare alla dolcezza del ricambio, è fonte di commozioni ineffabili; se deve rinchiudersi in sè medesimo, è piaga logoratrice di tutta la vita. Oh! vi leggo la risposta negli occhi: — Che ho io fatto per rapire la calma a quella giovinetta? In che offesi il candore dell'animo suo? Quali sono le parole che diedero alimento alle sue speranze? — Oh! signor Vittorio! vi sono fra gli uomini consuetudini di libertinaggio, che un'anima ingenua non conosce; vi sono mutue tolleranze, che un cuore verginale non intende. Se la Matilde (ch'è inutile tacerne il nome) vi era indifferente, perchè corteggiarla? E se una più viva simpatia vi attirava verso di lei, in quale altro modo credevate di poterla amare, che come si amano le oneste fanciulle? — Si fece rossa in viso, e colta da un pensiero repentino: — Vi fa maraviglia — diss'ella — la mia esperienza precoce. Oh! Vittorio! io non ho nè padre nè madre, sono sola sulla terra, e la solitudine è maestra di molte cose, e non tutte liete nè belle. La necessità ci sforza a sfuggire, conoscendoli, que' pericoli che una mano provvida avrebbe sviati da noi lasciandoceli ignorare. Ma appunto per questo, appunto perchè siamo meglio armati contro le insidie che si possono tendere a noi, ci corre il debito di vigilare sulle persone che amiamo. Per questo, o Vittorio, io prendo le parti della Matilde, per questo io vi discorro di lei. Ella vi ama. —

Si fece silenzio. Vittorio teneva il capo rivolto a terra, e andava spingendo innanzi col piede i ciottoli della strada. L'Angelina continuò con voce sempre più dolce ed insinuante:

— Sì: ella vi ama, e voi non potete ignorarlo. Non fatevi questo torto, Vittorio; non isforzatemi a credere che voi non leggete in viso d'una fanciulla la simpatia che le avete inspirata. Ebbene: se non vi sentivate l'animo inchinevole ad un amor serio, se più dei vincoli che possono render l'uomo felice avete caro l'isolamento che lo lascia libero e signore di sè, perchè non vi siete voi allontanato di qui, non avete cercato un pretesto per togliervi da un luogo, dove non potevate che compromettere o voi o gli altri? Ed ora chi, se non voi, risanerà quella fanciulla del male che le avete fatto? Pochi mesi or sono ella era gaia, spensierata, contenta; oggi è malinconica, inquieta, combattuta fra speranze e timori; oggi è forse alla vigilia d'uno di que' disinganni terribili, che spargono un'ombra sinistra su tutta la vita. Pochi mesi fa, era confidente nel bene e nella virtù; ora voi state per versare sull'anima di lei il freddo scetticismo che uccide gli affetti, che la farà un giorno sposa men tenera e madre meno sollecita. No, Vittorio, non sarebbe un'azione onesta. Voi siete nobile, generoso; voi non potete fallire al vostro dovere.

— Al mio dovere? — disse Vittorio. — Ma voi dunque credete realmente che il mio dovere sia di sposare oggi la Matilde?

— Di prometterglielo oggi, di farlo quando potrete; — rispose l'Angelina con voce ferma e tuono riciso.

— In verità — soggiunse Vittorio — voi siete la più fredda e rigida ragionatrice ch'io mi conosca. Ora vogliate porgermi ascolto. Io non vi dirò in questo momento quali siano i miei sentimenti: ma mettiamo, così per ipotesi, ch'io abbia commesso davvero qualche leggerezza, che qualche mia parola, qualche mio atto abbiano potuto accendere questo fuoco improvviso nel cuore della Matilde; stimate voi forse ch'io avrei riparato a ogni cosa, sposandola? Ma se non l'amassi?... Angelina, voi nata alle gioie domestiche, voi che della famiglia avete un'idea così alta, potete voi intendere un matrimonio senza amore e credere che la felicità sorrida a quei vincoli che la convenienza sola ha creati? Consultate il vostro cuore. L'amarezza d'un disinganno non vi sarebbe più tollerabile che il lungo avvicendarsi di giorni monotoni, che l'assidua convivenza con persone, le quali paressero rimproverarvi la pertinacia del vostro affetto? Una casa, attraverso la quale non passa mai il soffio dell'anima, ove non v'ha ricambio di confidenze, nè bisbiglio di parole soavemente amorose; una casa, ove la tavola in poco è dissimile da quella di una sala di restaurant, non vi sembra peggio che un deserto? No, Angelina, io non la offrirei questa felicità ad un amico. Meglio, mille volte meglio, soffrire atrocemente una volta, che sentirsi appiccicata alle membra questa camicia di Nesso. —

Quale pur fosse l'effetto prodotto sull'Angelina da questa mezza confessione che le faceva Vittorio di non amare la Matilde, ella non lo lasciò trasparire: anzi, con un calore onesto e sincero, riprese:

— Ma voi confessate adunque di esservi preso giuoco di lei? Era per soddisfare una vostra vanità che voi le usavate ogni sorta di cortesie; era per una vostra vanità che se gli occhi di lei cercavano i vostri, il vostro sguardo le moveva incontro con sì manifesta compiacenza; era per una vostra vanità infine che scendeste paladino in sua difesa, e quand'ella commossa vi disse: — Voi dunque mi proteggerete, — stringendole affettuosamente la mano le avete risposto: — Sempre? — Ed ora fingete ignorare le ferite che avete aperte, e poichè vi si chiama a versar sovr'esse un poco di balsamo, vi circondate di mille reticenze, e come vinto da un senso di sublime delicatezza: — Oh — dite — se non l'amassi, se non avessi la virtù di farla felice! — Ah! sta bene, signor Vittorio; dunque basterà questo scrupolo, perchè un uomo possa abbandonar la fanciulla, a cui egli primo insegnò la febbre d'amore, e menar vanto anzi di tale suo atto, come d'una splendida azione? E la poveretta, così amaramente disingannata, non potrà nemmeno dolersene, ma dovrà far manifesta la sua gratitudine a chi, non sentendosi d'amarla, non la volle incatenata a sè con vincolo eterno!

— Angelina, — rispose Vittorio, e v'era nella sua voce l'accento di chi riconosce il suo fallo, — voi siete inflessibile come la Dea della Giustizia, ed io non voglio contrastare la bontà delle vostre ragioni. Ma vediamo un po' come stanno le cose. Io sono un povero peccatore, e lo dico sul serio, che di questi torti ne ha parecchi sull'anima. È un vizio mio, o se mi siete indulgente, è un vizio dei tempi: questa galanteria superficiale che voi condannate con tanta energia e con sì rara potenza di convinzione, è accolta nel mondo non solo col compatimento, ma persino col sorriso sulle labbra. Ebbene, la coscienza anche più onesta subisce l'influsso dell'atmosfera che la circonda; ciò ch'ella sente intorno a sè maledetto e vituperato, le par sempre più grave di ciò ch'ella vede tollerato e plaudito. Io in quest'atmosfera ci vivo, e non sono di tanto superiore al comune degli uomini da potermene sottrarre a tutti gli effetti. Vedete se vi apro l'animo mio: è una confessione che vi faccio, e, quantunque non isperi d'essere assoluto, pure non la farei a niun altro così franca ed esplicita. Voi mi dite oggi: — Avete operato male verso la Matilde, e vi corre il debito di riparare. — Ma chi mi assicura che tra le fanciulle, a cui posso a fior di labbro aver discorso d'amore, non ve ne sia alcuna che più della Matilde soffra e si dolga di me? Non è vanità che mi fa parlare così: voi medesima mi avete detto che un cuore di giovinetta facilmente si accende. Ebbene: se pur questa fanciulla non ha trovato così vicino a sè un'amica, a cui confidar le sue pene, o s'ella, come si suole dei dolori profondi, le tenne chiuse gelosamente in sè stessa; chi vi dice che, s'io debbo ad alcuno un'espiazione, non la debba a lei, e non mi corra l'obbligo d'indugiare un poco prima di precludermi assolutamente la via a lenire la sua sventura?

— Oh! — proruppe l'Angelina sforzandosi di sorridere — ciò vuol dire che farete un giro pel mondo, cercando la più infelice delle vostre vittime per immolare a' piedi di lei la vostra libertà? Son baie codeste: siete a due passi da colei che vi ama e soffre per voi, e andate in traccia di un'amante ipotetica, a cui avete parlato non si sa quando, che avete visto non si sa dove, che non ha svelato a nessuno i suoi sentimenti, che forse non esiste nemmeno....

— Ma s'ella esistesse? — sclamò Vittorio con calore — se anzichè essere un sogno della fantasia fosse una creatura viva e palpitante, se anzichè abitatrice d'una terra remota fosse poco lungi di qui, se io l'avessi fatta soffrire più forse della Matilde, se io l'amassi di più; che direste allora? —

L'Angelina diè un balzo; ma, ricomponendosi tosto, chiese con voce che si sforzava d'esser ferma e sicura: — Ma s'ella esiste, siete voi certo ch'ella vi ami? —

Vittorio sollevò il capo che teneva chinato a terra, e guardando fissamente l'Angelina rispose: — Quello di cui son certo si è ch'io non l'era increscioso, e che alle mie parole ella porgeva benevolo ascolto, e ch'io l'ho veduta trascolorarsi in viso al racconto delle mie campagne, e ch'ella è sventurata e senza amici e senza parenti nel mondo, e ch'ella non mi perdonerà mai la mia leggerezza. Perchè io, non chiesto, non incoraggiato da lei, l'ho cercata nella solitudine della sua stanza, ho turbato i silenzî della sua anima verginale, e la posi a parte de' miei affetti e de' miei ricordi domestici e de' miei sogni di poeta, e le apersi il cuor mio come ad una sorella....

— Amatela dunque come una sorella, — interruppe l'Angelina, nel cui animo s'era combattuta una di quelle lotte titaniche che durano un minuto, e che un volume non basterebbe a descrivere.

— Angelina, — proseguì Vittorio con accento appassionato, — voi che forse la conoscete questa donna, non potreste dirmi una men desolante parola, non potreste perorare presso di lei la mia causa? Oh! scendete un istante da quella specie di Olimpo, in cui oggi per la prima volta vi vedo, arbitra severa ed inesorabile de' falli altrui, lasciate parlare il vostro cuore; la virtù del sacrifizio non è virtù unica al mondo, ve n'è un'altra più dolce, più soave, più umana, la virtù della simpatia che ci fa, amati, riamare.... Angelina.... —

La povera fanciulla, mentre Vittorio parlava, sentivasi come colta da quella vertigine che assale chi si trova sull'orlo di un precipizio. È un senso indistinto di voluttà e di terrore, è un desiderio affannoso di sottrarsi al pericolo, e nel medesimo tempo una strana tentazione di gettarvisi a corpo morto. L'aria che vi saetta sul viso, e gli alberi, e i monti, e le case che vi rotano intorno vorticosamente, e l'ampio firmamento che vi si stende sul capo, tutto insomma coopera a sospendere in voi l'azione della volontà, a farvi vivere come in un sogno. Ma se per avventura il piede vi manca, se l'idea del vuoto vi si affaccia allo spirito, un gelo improvviso vi corre per l'ossa, vi si drizzano i capelli sulla fronte, e la vostra mano s'aggrappa convulsa al primo oggetto che vi si presenta. Così l'Angelina, trasportata in un mondo fantastico dalle parole di Vittorio, vedeva passarsi dinanzi agli occhi mille immagini confuse, credeva d'udire mille suoni diversi, e pur indovinando il pericolo non aveva forza di sfuggirlo. Ma, quando intese proferire appassionatamente il suo nome, quando sentì la mano di Vittorio che cercava la sua, il pensiero dell'abisso imminente le balenò repentino all'anima, si ricordò della Matilde che in lei confidava e ch'ella tradiva con la semplicità del silenzio, e una voce che partiva dal profondo del cuore le susurrò all'orecchio: — Vergognati! — Si svincolò da Vittorio come atterrita, e accennandogli con la mano che s'allontanasse, — Basta così, — disse con voce angosciata, — basta così. Se quella donna ha potere alcuno sull'anima vostra, ella v'impone di dimenticarla; e se la sua stima v'è cara, ella vi scongiura di far felice la Matilde. —

— Ma ella ha dunque un cuore di sasso? — proruppe Vittorio accendendosi in volto. — A che le servono la gioventù e l'avvenenza, s'ella è chiusa a quei sentimenti che ingentiliscono il suo sesso? Oh! è agevol cosa a chi è fatto di gelo il predicare agli altri il sacrifizio e l'abnegazione.... Ma no; non è possibile: quale io l'ho conosciuta, ell'era buona e mite, e pronta a commuoversi delle sofferenze altrui; il suo volto leggiadro, i suoi begli occhi profondi rivelavano un'anima ricca di commozioni e di affetti. No, voi non siete la fedele interprete del suo cuore.... quando — continuò Vittorio, colpito da una subita idea, e strascicando le parole come se la lingua gli si fosse disseccata sul palato — quando ella non ne ami un altro.... —

L'Angelina fece un movimento rapido, come di chi si risente d'un'accusa non meritata: ma bentosto padroneggiò la sua commozione, e in quel dubbio che l'aveva offesa, vide una tavola per isfuggire al naufragio, e l'afferrò con disperato proposito, e freddamente rispose: — E se fosse così? —

Com'ebbe proferite queste parole, le parve di sentirsi sopra un terreno più saldo, e attese con calma il nuovo infuriare della procella. Sennonchè in quel momento si vide vicine la Matilde e l'Amalia. Il volto della Matilde esprimeva una dubbiezza affannosa; i suoi occhi correvano incerti da Vittorio all'Angelina, e dall'Angelina a Vittorio, e il silenzio con cui ella era accolta non le faceva augurare nulla di buono. Certo discorso ambiguo dell'Amalia circa il fiore buttato via con dispetto dall'Angelina le tornava al pensiero, per quanto si adoperasse a scacciarlo; il sospetto insidioso la rodeva internamente e vi fu un istante, nel quale le due fanciulle si misurarono con lo sguardo. L'Angelina intese ciò che passava nel cuore della Matilde, e non tentò una spiegazione, e non mormorò una scusa; ma nell'atteggiarsi della persona, e nel fiammeggiare degli occhi le apparve tutta la onesta baldanza dell'animo. Fu la Matilde la prima ad abbassare la fronte, arrossendo di sè medesima. Quando la rialzò, la sua fisionomia non mostrava altro che una trepida ansietà, un bisogno intenso di confidarsi e di piangere......

XII.

A chi non è accaduto di trovarsi talvolta in una compagnia, sulla quale pesi la plumbea cappa dell'equivoco e dell'imbarazzo? Una parola men che opportuna sfuggita ad alcuno dei presenti, una notizia inattesa, raccontata fuor di proposito, bastano assai spesso a produrre questi stati difficili, i quali spengono il buon umore nella più gaia comitiva del mondo. Nel caso nostro l'imbarazzo aveva ben più serie cagioni. L'Angelina, per ischietta che fosse, non poteva dir tutto alla Matilde, nè parlare in guisa da toglierle ogni speranza; e la Matilde dal canto suo sentiva che nelle confidenze della cugina vi era qualche cosa di sforzato e qualche cosa di taciuto, e i sospetti, che lo sguardo dell'Angelina aveva dispersi, tornavano a darle martello. Di Vittorio è agevole intendere com'egli dovesse essere confuso e scontento di sè. Con l'Angelina egli non aveva mentito. Ella non gli era stata mai indifferente, e il vederla così giovane e bella perorare la causa di un'altra con una sollecitudine tutta materna, gliela aveva resa mille volte più cara. Favellandole d'amore in modo sì trasparente, egli aveva obbedito a un impulso reale del proprio cuore, che in quell'istante sentivasi affascinato dalle elette virtù e dalla peregrina avvenenza della giovinetta: pure il suo affetto, non maturato nel silenzio, non cresciuto solo e senza rivali, era esso forse degno di lei, anima candidissima, nata piuttosto a chiudersi in sè, romita e sdegnosa, che a piegarsi a passioni volgari? E poi ch'ella aveva respinto questo suo amore, quale altro sentimento poteva provare per lui che il disprezzo? Che altro poteva crederlo, se non un libertino svenevole, che, per sottrarsi ai doveri dell'uomo onesto verso una donna, si mostrava spasimante di tutte? Oh! il disprezzo dell'Angelina gli era grave fuor di misura. E la Matilde che avrebbe pensato di lui? Ella lo amava! E perchè egli non aveva accettato con lieto animo l'offerta di un cuore, di cui egli solo aveva insidiato la pace? La Matilde non era forse ella pure bella e virtuosa, non ne aveva egli mille volle lodato a' suoi compagni di scuola e i bruni capelli, e gli occhi neri, e la vispa persona, e la doppia fila di bianchissimi denti che ne faceva sì attraente il sorriso? Perchè disdegnando un affetto che, per così dire, gli veniva incontro spontaneo, ne aveva cercato un altro che gli si rifiutava con tanta alterezza? E qui sopraggiungeva un nuovo pensiero. L'Angelina aveva lasciato trasparire di amare qualcuno. Era uno strattagemma di difesa? Era una verità? E in quest'ultimo caso, chi poteva essere l'incognito amante? Onde venuto? E da quando?... Se la Matilde non gli fosse piombata addosso in quel modo, forse egli avrebbe potuto venire a capo dell'arcano, forse ottenere dall'Angelina una men dura ed assoluta risposta. Ed ora, quale stato era il suo in casa Mauri? Non gli conveniva d'uscirne al più presto? Così egli passava d'una in altra interrogazione, senza trovar mai risposte che lo soddisfacessero, e non avendo di ben chiaro e preciso altro che il concetto dell'amor proprio ferito, e quell'indefinibile disgusto di sè che nasce dal sentimento de' proprî torti.

In tal maniera l'Angelina, la Matilde e Vittorio ritornavano dalla poco lieta passeggiata campestre, taciturni, discosti alquanti passi l'uno dall'altro, a guisa di congiurati. L'Amalia che, dopo essersi ripromessi mari e mondi da questa gita, vi si era invece indicibilmente annoiata, piagnucolava di stanchezza e di tedio, e se talora con la felice volubilità dell'età sua passava dalle lagrime al riso, seguendo con gli occhi il volo d'una farfalla o il tuffarsi d'una rana nel fosso, quando s'accorgeva che nessuno le dava retta, tornava a brontolare ed a piangere.

Il sole era tramontato, lasciando parte del suo manto di luce a certe nubi rossastre che si disegnavano nelle più pittoresche fogge del mondo sugli ultimi lembi dell'orizzonte. Del resto, il cielo era limpidissimo: soffiava una brezza ristoratrice, pronuba ai connubi delle piante e dei fiori; i platani dimenavano gravemente il capo; e le spighe dorate dei campi s'agitavano con un fruscìo pettegolo, pari a quello che fanno le insegne spiegate al vento: il fiume, secondo i movimenti del terreno, ora celato, ora aperto allo sguardo, menava con un moto impaziente e con un sordo ribollimento le sue acque torbide e gonfie, urtando con violenza le barche legate alla riva. La strada era quasi deserta, chè la moda aveva in quell'estate assegnato a convegno della società elegante una passeggiata dal capo opposto della città: non vi s'incontrava che qualche drappello di contadini reduci dai campi; qualche coppia d'amanti desiderosi della solitudine, e qualche modesta carrozza, diretta alla vòlta d'una o d'altra villa del circondario. Tra i virgulti d'una siepe, o dietro un muricciuolo, vedevasi spuntare la canna d'un fucile e il cappello di feltro di un dilettante di caccia, che col suo sigaro in bocca se ne stava silenzioso spiando il cielo, in cui passavano a stormo gli spensierati uccellini. Di tratto in tratto udivasi uno sparo, una nuvoletta di fumo si levava nell'aria, e un cane sbucava fuori dalle macchie, con le orecchie tese, con le narici enfiate, ed ora correva attraverso i campi, ed ora scendeva rapidissimo per la china sdrucciolevole dell'argine, riportando a' piedi del padrone la preda ancor palpitante e dibattentesi pietosamente negli spasimi dell'agonia. A ciascuno di quegli spari gli augelletti, che giravano innumerevoli per l'aria, si stringevano sgomenti fra loro con un pigolìo lamentevole, e, come li consigliava l'istinto, spingevansi alto alto nel firmamento, che, visto dal basso, rendeva immagine d'un ampio padiglione turchino, punteggiato di nero. Poi le povere bestioline, o vinte dalla stanchezza o facilmente dimentiche, tornavano a raccogliere il volo verso la terra, e allora ricominciava la sinistra armonia delle schioppettate. A poco a poco anche quel suono cessò: i cacciatori col fucile ad armacollo ritornavano in città, seguìti dai loro cani, e il verde dei campi e l'azzurro del cielo andavano prendendo una tinta ognor più uniforme, e le colline lontane si ravvolgevano in un tenue vapore, e gli alberi si disegnavano in masse opache, su cui principiava a deporsi la rugiada della sera. Insomma si avvicinava la notte, e la nostra comitiva era ancora mezzo miglio dal sobborgo della città. L'Amalia inseguiva due lucciolette, che, librate sulle loro piccole ali luminose, avevano sembianza di due pallide stelle, e ora stringevansi l'una all'altra come se volessero abbracciarsi, e ora si discostavano rapidamente, tenendosi tuttavia nella medesima direzione lungo l'argine del fiume. La fanciulletta, sventatella com'era, non badava troppo al pericolo, e stava per perder l'equilibrio e rotolar giù dalla costa, se la Matilde, avvedutasene a tempo, non le era tosto ai panni e non l'afferrava pel lembo del vestito. Volle sfortuna che nel rispingere la sorellina verso la strada non s'accorgesse d'una subita svolta del terrapieno, e il piede le sdrucciolasse nel vuoto, onde cadde boccone sul pendìo esterno dell'argine. Atterrita mise uno strido e cacciò le mani nell'erba, ma l'erba, umida per la rugiada, non le offrì alcun punto d'appoggio, anzi le agevolò la discesa, e in men che non si dice si sentì investita dall'acqua e travolta dalla corrente. Un urlo terribile di spavento, un grido angoscioso di aiuto si levò per l'aria e scosse gli abitatori dell'altra parte della riviera. Lumi apparvero nell'interno delle case, e la gente affacciata alle finestre ripeteva, come per eco ripercossa, il grido di — Aiuto. — L'Angelina era balzata sulla cima dell'argine, pallida, con la fisonomia stravolta; aveva appiccicata alle vesti l'Amalia, che chiamava Matilde in mezzo a un singhiozzo convulso. E che facea Vittorio, e dov'era? — Vittorio, Vittorio! — proruppe l'Angelina disperatamente. In quel punto, chinando il trepido sguardo verso il fiume, vide, o le parve, un'altra persona alle prese con l'onda, ma non nell'atto di chi sta per sommergersi; bensì come quegli che, sicuro delle sue forze, s'avventura intrepido e quasi a sollazzo nell'infido elemento. Col moto affrettato, eppur regolare, delle braccia, fendeva rapidissimo l'acque, e ognor più guadagnando sulla corrente accostavasi alla Matilde che ancora si dibatteva, sorretta dall'aria raccolta entro l'ampio volume delle sue vesti. Intanto la gente accalcavasi sulle due rive, ma non uno osava gettarsi nel fiume e accorrere in aiuto de' pericolanti. Fra la folla eran divisi i pareri, e chi supponeva che i caduti nella riviera fossero due, e chi, apponendosi al vero, giudicava che l'uno tentasse il salvamento dell'altro: tutti però erano d'accordo nel temere che la corrente travolgerebbe entrambi nella sua furia. E già alle grida, alle alte querele si mescevano i commenti, tra le donne in ispecie, e taluna osservava trattarsi di due amanti, a cui le famiglie non permettevano di unirsi in matrimonio, e che perciò morivano insieme; e tal'altra diceva che il fidanzato aveva gettato nell'acqua la sposa per gelosia, ma, pentitosi tosto, si slanciava a salvarla o a perire con essa. E queste cose dette in modo dubitativo venivano poi affermate in gran pompa e ingrandite secondo la fantasia del narratore. Ma intanto che questi pensieri e queste parole si ricambiavano nello spazio di pochi secondi, i due punti neri che stavano nell'acqua eransi avvicinati, e n'era successa una specie di lotta a corpo a corpo. Chè la Matilde, quasi fuori de' sensi per l'acqua che le era entrata dalla bocca, dagli occhi, dalle narici, obbediva soltanto all'istinto della propria conservazione, e s'era aggrappata al suo salvatore in modo da togliergli il movimento e il respiro. Vi fu un momento che scomparvero entrambi: poi uno, divincolatosi, ricomparve a galla, aspirando affannosamente una boccata d'aria. Un grido di raccapriccio si levò fra gli astanti, e taluno se ne andava pe' fatti suoi, dicendo: — Tutto è finito; — e tal altro, accennando col dito, crollava il capo e bisbigliava al vicino: — Non c'è più caso. Vedete: laggiù ci sono i mulini, la corrente si fa ancor più rapida, e sfido il più gagliardo uomo del mondo ad uscirne. — In quella, che è che non è, s'ode levarsi dal fiume una voce: — È salva. — Era Vittorio; chè l'intrepido nuotatore non era altri che lui, e il lettore se lo sarà immaginato, il quale, dopo infinite fatiche, aveva potuto afferrar la Matilde per i capelli e trarla a terra. A quella parola — è salva — rispose un immenso applauso, e una barca, che finalmente erasi mossa dalla spiaggia e portava il così detto soccorso di Pisa, fu accolta a risate ed a fischi. L'Angelina piangeva dirottamente dalla consolazione, e copriva di baci la piccola Amalia, anch'ella tutta in lagrime ed in singhiozzi. Molti scendevano con cautela l'erta dell'argine per aiutare Vittorio a salire. Ma quegli, tenendo fra le braccia la Matilde come si terrebbe un bambino di pochi mesi, ringraziava col capo e saliva la costa senza appoggiarsi ad alcuno. E alle congratulazioni che gli venivano fatte del suo coraggio e della sua vigoria, rispondeva: — Se ho potuto tirarmi fuori dalle acque del Volturno in mezzo a quel serra serra, vedono che non c'è grande bravura a uscire illesi di qui. — La Matilde era svenuta: i capelli grondanti le scendevano giù per le spalle, e sotto le vesti, che inzuppate d'acqua le si aderivano alle membra, disegnavansi gli eleganti contorni della bella persona. Vittorio, posto un ginocchio a terra, l'adagiò soavemente sull'erba, tenendole sollevato il capo con la mano sinistra e posandole la destra sul cuore per sentirne i battiti; mentre l'Angelina, curva sopra la giacente, la scaldava del suo respiro, e ad ogni istante alzava gli occhi verso Vittorio per attingere dal suo sguardo sereno quella fiducia ch'ella non aveva ancora interamente riacquistata. Quanto all'Amalia, ella non voleva mai staccarsi dalle vesti di lei. Un capannello di curiosi erasi fatto attorno a quel gruppo, e ognuno diceva la sua, e ognuno dava un consiglio, e v'erano soprattutto due o tre donnicciuole che non rifinivano di parlare: — Bisogna metterla con la testa all'ingiù. — Oibò; anzi bisogna tenerla ritta. — Tutt'altro; il miglior modo è di farla stare sul fianco. — E così di questo tuono. L'Angelina intanto, zitta zitta, erasi accinta a slacciare il vestito della Matilde; sennonchè, vedendo in quel crocchio degli uomini, si fermò un istante e rivolse loro uno sguardo mezzo supplichevole, che pareva significare: — Sarebbe più dicevole che se ne andassero. — Alcuni intesero; altri no. Vittorio, o per delicatezza, o perchè credesse di esser più utile in altro modo, si allontanò un momento, e l'Angelina, discinta ch'ebbe la Matilde, le gettò addosso la sua mantiglia, e tornò a far di tutto perchè si risentisse. E in fatto la fanciulla diè segno di ritornare in sè; mosse prima un braccio, poi l'altro, aperse a stento gli occhi, li girò un istante languidamente, e li richiuse di nuovo, trasse un lungo sospiro, fece insomma quanto bastava per rassicurare ognuno sul conto suo. — Ora ci vorrebbe una carrozza, — disse l'Angelina in modo da essere intesa da quelli che le stavano attorno, nella speranza che taluno volesse prestare un soccorso più efficace che non rimaner lì a cicalare. Ma tosto si udì un romore di ruote. Era Vittorio, che, procuratosi un'umile vettura scoperta in una fattoria lì presso, ov'egli aveva qualche conoscenza, accorreva a gran trotto per ricondurre a casa la Matilde ed il resto della comitiva. La Matilde fu collocata con molta cura nel biroccino: le ravvolsero i piedi e parte della persona in una ruvida coperta di lana; le acconciarono il capo sopra un gran mucchio di paglia, affinch'ella non risentisse le scosse del tragitto: l'Angelina le si assise a fianco; l'Amalia dirimpetto; Vittorio salì in un batter d'occhio sulla serpe della vettura, e, scuotendo le redini e agitando la frusta, mise in movimento il cavallo, non senza ricambiare prima un saluto affrettato colla gente ivi raccolta, che gridava: — Buon viaggio: il Signore gli accompagni. — Vittorio pensava, con un giusto sentimento d'orgoglio, che, se non fosse stato lui, la povera Matilde si sarebbe affogata da un pezzo, e non è a dirsi quanto egli fosse contento dentro di sè. La strada era sicura e il cavallo tranquillo, ond'egli a ogni tratto allentava le redini, e girandosi sul fianco guardava nell'interno della carrozza. L'aria fresca della sera aveva fatto rinvenire la Matilde, non però tanto ch'ella si facesse giusto concetto delle sue impressioni. Schiudeva un istante gli occhi, ma poi le palpebre le si riabbassavano nuovamente, a cagione dell'estrema debolezza, e ricadeva come in un sopore. La luna, uscita appena da un gruppo di nuvolette bianche e sottili, le mandava in viso la sua candida luce, rivestendola di nuova e arcana bellezza. Nè a Vittorio ella era mai sembrata tanto avvenente.

A cinquanta passi dalla casa trovarono il signor Bernardo inquietissimo, ed è agevole immaginare il suo stupore vedendoli arrivare in quel modo. La vettura gli passò innanzi rapidissima, e forse, se non era Vittorio che con la mano gli accennava che stésse tranquillo, e l'Angelina che gli gridava: — Non è nulla, non è nulla, — non si sarebbe nemmeno accorto della Matilde mezzo svenuta. Ma quei gesti e quelle parole, che dovevano rinfrancarlo, gli diedero una trafittura al cuore. Temè d'una disgrazia, gli occhi gli caddero sopra la figliuola, e con un sudore freddo per tutta la persona e con le gambe barcollanti s'affrettò a ritornare a casa. La vettura era appena entrata nell'androne, e tutta la famiglia era lì facendo ressa intorno alla Matilde, le cui guance cominciavano a tingersi d'un rossore febbrile. Non diremo delle domande angosciose, delle spiegazioni date e ripetute, dei sussulti nervosi della signora Clara e della Nella, nè delle smorfie che la fantesca faceva dietro a loro, ogni volta che davano segni di cadere in deliquio. Diremo soltanto che il medico, chiamato senza indugio, assicurò svanito ogni pericolo, pur che la fanciulla stésse qualche giorno in riposo. E diremo che in quella sera, mentre ancora tutti le erano presso il letto, la Matilde, girando gli occhi attorno, li riposò sul giovine di nostra conoscenza, che l'aveva salvata, e le sue prime parole furono: — Grazie, Vittorio. —

XIII.

Nessuna cosa al mondo può far parer tanto bella la vita, quanto il compimento d'una buona azione. L'uomo più stanco, più infastidito dalle noie diuturne, nel momento che ha la coscienza di aver operato il bene, d'aver sollevato un infelice, d'aver salvato un amico, sente che in questo fiume amaro della esistenza v'è qualche vena di dolce, e che, se la vostra fortuna vi dà di trovarla, o la vostra virtù di scoprirla, ne avete un largo compenso a mille giorni di tedio e d'ambascia. V'ha poi certe nature venturose, per le quali la compiacenza del bene operato s'accresce in ragione dei rischi affrontati per compierlo. Per anime di questa tempra il pericolo è di per sè solo una voluttà e un'attrattiva: l'averlo sfidato senza impallidire le riempie d'una nobile fiducia, le arma d'un generoso disdegno contro le insidie dei vili e le calunnie dei tristi.

A sollevare gli spiriti abbattuti di Vittorio nulla poteva capitar più a proposito dell'avvenimento, nel quale per poco non perdette la vita. Dopo il suo colloquio con l'Angelina egli si sentiva umiliato, rimpiccolito a' suoi proprî occhi, e se lo avessero chiamato a dir la sua opinione sul modo, in cui s'era condotto, si sarebbe qualificato egli medesimo per un collegiale senza giudizio. Ed ecco ad un tratto mutarsi la scena. In pochi minuti era parsa l'indole risoluta della sua anima, la vigoria del suo braccio, la sua freddezza in mezzo a' cimenti. La famiglia, dalla quale egli presentiva di dover allontanarsi come ospite increscioso, gli era invece prodiga meritamente d'ogni dimostrazione di riconoscenza; la fanciulla, verso la quale egli aveva operato con sì imperdonabile leggerezza, gli andava debitrice del più grande dei benefizî, e colei, di cui temeva il disprezzo, non poteva a meno di mitigare il suo giudizio dopo una di quelle prove d'audacia che tanto piacciono a un cuore di donna.

Però questo non era l'unico cangiamento che si fosse fatto in Vittorio. Nè le grazie della Matilde, nè il sapersi amato da lei, erano bastati a vincere la sua freddezza. Ma ora un vincolo nuovo erasi stretto fra lui e quella fanciulla; tra le anime loro erasi formato un ricambio di commozioni e d'affetti: avevano entrambi palpitato l'uno per l'altro: egli, nel sottrarla al pericolo; ella, nel vederlo sfidare la morte per lei. E Vittorio, seduto alla sponda del suo letto di convalescente, mirava con un senso di dolcezza ineffabile i rosei colori della salute ritornarle alle guance, e il primiero sorriso spuntarle sul labbro; e gli pareva che la voce di lei suonasse inusatamente soave, e che una insolita luce le brillasse negli occhi. Ed era ben egli che l'aveva salvata, senza di lui la gentile creatura poserebbe immobile sotto un pugno di terra, nè il lieve incarnato colorirebbe più le sue gote, nè intorno alle labbra le scherzerebbe il sorriso, nè le sue pupille risplenderebbero di fulgidi raggi. Ella era opera sua: egli l'aveva richiamata alle dolci aure vitali, l'aveva restituita al mondo che si contrista, quando la falce di morte miete la gioventù e la bellezza. Ella era opera sua; era parte di lui, come il profumo è parte del fiore, come la statua è parte dell'ingegno che la evocò dal gelido marmo. Per questo il beneficio avvince più tenacemente chi lo compie che chi lo riceve: nel trepido amore che ci lega alla persona beneficata da noi, è quell'arcana e pur possente attrazione che ci tira verso tutte quelle cose, nelle quali abbiamo spirato un soffio dell'anima nostra. Così nella simpatia che la Matilde destava in Vittorio, era una commozione intensa e profonda, ben diversa dalla leggiera galanterìa, che in altri tempi l'aveva avvicinato a lei. Quante volte, dopo averla a lungo contemplata nel suo letticciuolo con mezza la persona fuori delle coltri, col suo candido giubboncino succinto fino al collo, coi capelli raccolti entro una rete bianca di filo, con la testa sorretta da due o tre guanciali che le formavano una specie di nicchia intorno al capo ed al busto, quante volte, dopo averla contemplata silenziosa, serena, raggiante in viso d'una dolce speranza, si sentì gli occhi pieni di lagrime e non seppe il perchè! Non una parola di quanto era successo precedentemente alla sera avventurosa, che abbiamo descritta, si ricambiava tra la Matilde e Vittorio: si sarebbe detto che la loro conoscenza non risalisse più in là di quel giorno. E invero, perchè la Matilde avrebbe dovuto ricordarsi delle contraddizioni, delle reticenze, delle mille incertezze di una settimana addietro, se l'idea d'essere stata salvata dall'uomo ch'ella aveva sì caro la riempiva d'una ineffabile voluttà? Ed egli perchè avrebbe favellato di que' giorni, che gli rammentavano soltanto la sua frivolezza e la sua continua mutabilità di propositi? Così pure, benchè talvolta rimanessero soli per qualche minuto, e tal'altra avessero agio di parlarsi all'orecchio, non correva tra loro parola alcuna d'amore. Non ne avevano bisogno. Amore era l'atmosfera che gli avvolgeva, amore era nei loro sguardi, nel loro sorriso, nella dolcezza infinita del loro accento: il dirsi scambievolmente — io ti amo — era proprio una cosa superflua. Il medico, uomo esperimentato, che visitò la Matilde ne' due o tre dì della sua convalescenza, mentre tastava per consuetudine il polso alla fiorente ammalata, non poteva trattenersi dal mandare un'occhiatina a Vittorio, e si lasciava scappare maliziosamente un — Va benissimo: è stata una malattia acuta che le ha conferito. — Il curioso si era che la Matilde non voleva guarire. Stava tanto bene così! Era circondata di cure: aveva quasi sempre Vittorio al suo fianco: che poteva desiderare di più?

In casa Mauri l'era omai una cosa intesa. A una spiegazione formale niuno era ancora venuto, ma eran corse fra Vittorio e la signora Clara quelle mezze parole, che equivalgono alle note ufficiose dei giornali governativi e indicano lo stato delle cose. Il signor Bernardo se ne stava in disparte: aveva l'idea fissa che quel matrimonio darebbe l'ultimo crollo alla povera Angelina. Intanto alcuni dei così detti amici di famiglia, che non s'eran fatti vedere dopo il fallimento, avendo inteso che la Matilde trovava un eccellente partito, tornavano a far capolino nella casa e si profondevano in elogî de' due fidanzati, e in tenerissime dimostrazioni d'affetto verso la Matilde, che dicevano degna d'ogni fortuna. Non mancava poi chi, per iscavar terreno, susurrava all'orecchio della signora Clara, che persone pettegole avevano nel passato sparso la voce di qualche simpatia tra il signor Vittorio e la giovinetta Angelina, ma che già nessuno vi aveva prestato fede, visto la manifesta superiorità della Matilde su tutte le ragazze immaginabili. La signora Clara rispondeva con certe smorfie particolari, borbottando: — S'imagini, si figuri, non faccio per dire, ma ho due figliuole in casa che lasciano poco adito ad ammirare le estranie. — Qualcheduno allora cadeva in una goffaggine grandissima, obiettando timidamente: — Però l'Amalia è ancor fanciulla. — A cui la signora Clara, punta sul vivo, replicava: — Ma io ho inteso parlare della Nella! — E il mal capitato interlocutore si mordeva le labbra. Intanto giravano intorno i vassoi coi rinfreschi pegli amabili visitatori, e chi sapeva che molta parte della spesa domestica aggravava il bilancio dell'Angelina, poteva trarne argomento a curiose riflessioni. Insomma l'agiatezza pareva ritornata in famiglia. La signora Clara, che su Vittorio aveva fatto tutt'altri conti, andavasi a poco a poco rassegnando: alla fin fine, l'era madre tanto della Matilde quanto della Nella, e seppure prediligeva una delle sue figliuole, non poteva dolersi della buona ventura dell'altra. E poi ella si gonfiava all'idea di andare in qualità di suocera nella villa di Vittorio, di approfittare delle sue carrozze, de' suoi cavalli, e soprattutto de' suoi servitori in livrea. Ah! quest'affare della livrea le stava proprio sul cuore, e le venivano le lagrime agli occhi quando si ricordava che giusto in que' giorni, in cui ella avea trasformato in un cocchiere comme il faut lo zotico servitore di casa, era successa la disgrazia del fallimento. E la Nella? La Nella assicurava che Vittorio non le piaceva punto punto, e confortavasi ricambiando patetici sospiri coi maturi celibi, che venivano talvolta a visitare sua madre.

Nell'autunno capitò il padre di Vittorio. Le lettere del figlio, il suo prolungato soggiorno in città nella stagione delle vacanze, lo avevano insospettito del vero, ed era veniva di persona a vedere come stavano le cose. Era un uomo sulla cinquantina, alto, rubizzo, pieno di salute e di vigorìa. Dissimile dal signor Bernardo nella naturale intelligenza, nell'attività indefessa, pure ricordava i bei tempi di quello nella onesta giovialità del carattere, e nella squisita bontà che avea comune con esso. Non vedeva che cogli occhi del suo Vittorio, e perciò se gli altri si sgomentarono del suo arrivo, Vittorio non se ne sgomentò punto, conscio che i suoi desiderî erano legge al padre suo. Il signor Antonio, che così nomavasi, sapeva benissimo che in casa Mauri v'erano due ragazze da marito; ma sapeva anche che vi si trovava una cugina non priva di dote, e non gli sarebbe spiaciuto che, se il suo figliuolo doveva innamorarsi, s'innamorasse almeno di quella che aveva quattro soldi da parte, invece che della Matilde, la quale, senza sua colpa, era, come dicono, al verde. Sicchè vi furono, e più forse che Vittorio non se l'aspettasse, obiezioni, prediche, paternali, musi lunghi tre palmi, e soprattutto un certo ritornello, che al giovane non faceva punto buon sangue: — Ma perchè non ti sei innamorato di quell'altra? — Però, alla fine dei conti, il signor Antonio non volle smentire la riputazione dei padri di commedia, e diede il consenso. La cosa doveva rimaner segreta per qualche tempo, ma figuratevi! tutti la sapevano già prima che avvenisse. Allora si centuplicarono le congratulazioni, le visite, i rinfreschi, e nella casa si fece quel brio, quel movimento che s'accompagnano sempre cogli sponsali d'una ragazza. Prima i regali del fidanzato, poi un andirivieni di scatole d'ogni misura, con pizzi e oggetti di biancheria pel corredo, ed ora c'era da attendere alla crestaia, ora alla modista, o che so io. Quanto al danaro, era Vittorio che lo provvedeva in gran parte; e per procurarselo, gli convenne ricorrere allo strattagemma di far credere a suo padre di avere vecchi debiti da saldare. Il buon uomo strepitava, s'imbestialiva, dava dello scapestrato a Vittorio; ma poi rabbonivasi, e, secondo il solito, finiva col pagare, dicendo: — Io li guadagno e tu li mangi, bemobile che sei. — L'umiliazione reale era per la famiglia Mauri, ma il solo signor Bernardo la sentiva profondamente: la signora Clara non davasene nemmeno per intesa; la Nella aveva ben altro pel capo, occupata com'era a un dotto parallelo fra gli uomini maturi e i giovinastri della giornata, e quanto alla Matilde, o non se n'accorgeva, o faceva le viste di non se ne accorgere. L'Amalia si rimpinzava di dolci, e se ne metteva anche nelle tasche del vestito per portarne all'Angelina, la quale scendeva molto mal volentieri nel salotto comune. E siccome a proposito dell'Angelina e di Vittorio mi aspetto dai lettori un nugolo di domande, così piglio fiato e rispondo.

XIV.

Vittorio si trovava verso l'Angelina nel difficile stato d'un uomo che ha fatto un fiasco. Ora le ripulse di questo genere possono avere due conseguenze affatto opposte. O stuzzicano la vanità e, se la passione è viva e profonda, ne raddoppiano il vigore e fanno quindi rinnovare gli assalti, o lasciano nell'animo quel po' di ruggine che viene dall'esserci mostrati deboli verso qualcheduno che non si cura di noi. Una dichiarazione d'amore, quando non riesca, ha sempre un lato di ridicolo; una donna che non volle esser complice, può sempre divenire accusatrice, ed è per lo meno una testimone importuna dei nostri momenti di oblio. È certo che se null'altro fosse sopraggiunto nella sera che l'Angelina respinse l'amore offertole, Vittorio non avrebbe levato l'assedio, ma strettolo anzi con inesorabile pertinacia. Ma il trambusto avvenuto dipoi aveva mutato corso alle sue idee e a' suoi sentimenti: l'affetto vivissimo che gli destava la Matilde, i non dubbî segni della riconoscenza e della tenerezza di lei, avevano dato una nuova piega al suo animo. Più che il desiderio del trionfo lo premeva il rancore del torto avuto, e tutto ciò convertivasi in un manifesto imbarazzo nel suo trattare con l'Angelina. La poveretta se ne avvedeva, e non saprei davvero se la riuscita più che compiuta de' suoi disegni l'aveva messa di troppo buon umore. Ciò ch'ella aveva promesso di fare verso la Matilde, ella l'aveva fatto lealmente, l'aveva fatto a prezzo della sua sincerità ch'ella avea cara più d'ogni cosa al mondo, l'aveva fatto a prezzo de' suoi sentimenti più intimi, e non era bastato a smuover Vittorio. Che importava che il caso volesse metterci la sua zampa e far nascere tutto quel parapiglia? Non era una crudeltà della fortuna questo congiurare a' suoi danni?

Vi son certi sacrificî che si compiono con animo risoluto, appunto perchè ci seducono con la loro grandezza. Il bisogno di raccogliere tutta la nostra energia per uno sforzo supremo, e la voluttà di vincere, sempre potente anche quando si vinca a danno di sè medesimi, impediscono ne' primi istanti che il dolore ne soverchi. Ma quando s'è riportato il trionfo, nè dura più la febbrile ansietà della lotta, e il sacrificio compìto non reca mai un eguale tributo di riconoscenza, oh! allora comincia davvero lo scoramento; allora una indefinita tristezza s'impadronisce dell'anima nostra. Così avvenne all'Angelina. L'era bastata la forza a domare la sua passione nascente, ella aveva potuto perorare la causa di un'altra; ma adesso ella non si sentiva da tanto di assistere allo spettacolo di una felicità che le costava tutte le speranze dell'avvenire. La felicità è cieca come l'amore: a simiglianza del fanciullo che folleggiando per la campagna calpesta le macchie di fiori, ella procede nel suo cammino spensierata e obliosa, e non si cura di ciò che schiaccia sotto i suoi piedi, o di ciò che offende con la clamorosa allegria. La Matilde non aveva altro in bocca che l'amor suo, e di questo ragionava con l'Angelina e de' suoi disegni per l'avvenire, oh! quanto diversi da quelli che l'Angelina s'era formati nel segreto del suo cuore a' dì beati, in cui ella pure inebbriavasi in un sogno d'amore. Alla Matilde non sorrideva l'idea della vita campestre, ed ella sperava d'indurre il suo Vittorio a trasferirsi in città, ove col suo ingegno avrebbe potuto farsi un nome e uno stato, e, chi sa? diventar col tempo un personaggio importante, forse forse prefetto. Poi, seguendo i capricci della sua fantasia, saltava a discorrere del suo vestito di nozze, mettendo sul tappeto la grave questione se convenisse meglio ch'esso fosse di velo o di moire, se con lungo strascico o senza. L'Angelina era sulle brage, e quando la Matilde usciva, ella, cosa insolita, si sentiva sollevata d'un peso e trovava almeno il refrigerio del pianto. E lì dalla sua finestra mirava allontanarsi lungo il viale di platani la Matilde e Vittorio, l'una al braccio dell'altro, col passo lieve ed elastico di chi ha la letizia nell'animo e vede sparsa di rose la via. Quante volte aveva anch'ella percorso quel viale a fianco di Vittorio, quante volte gli sguardi e le parole di lui le avean fatto balenare innanzi agli occhi i larghi orizzonti della felicità! Era appunto su quel sentiero, era sotto quegli alberi, era presso a quell'argine, che Vittorio le aveva fatto intendere di amarla, e ch'ella l'avea ributtato armandosi d'una menzogna. Così, immobile, appoggiata al davanzale del balcone, ella se ne stava senza parola lungo tempo dopo che i due amanti s'erano dileguati, nè più si udiva il suono festevole delle loro voci. Era allora che talvolta la sorprendeva lo zio, ed ella appena sentiva muovere il saliscendi dell'uscio, si rasciugava gli occhi, e componevasi alla più tranquilla cera del mondo. Non tanto però che allo sguardo amorevole del signor Bernardo sfuggisse l'assidua cura, da cui ell'era logorata. L'Angelina non diceva molto, non lagnavasi mai, tentava distrarsi approfittando, più che non solesse una volta, di alcuno fra gl'inviti che le faceano le sue discepole: eppure ella dimagrava ogni giorno, ogni giorno si faceva più profondo il solco del dolore sul suo pallido viso. Tutto rianimavasi in casa Mauri, tutto aprivasi a una vita nuova; solo l'Angelina e il signor Bernardo non ne sentivano gl'influssi. Ella cercava invano di farsi maggiore dell'interno travaglio, egli dal soffrire di lei vedevasi tolta ogni gioia per la contentezza della figliuola. Non v'era dubbio alcuno; l'Angelina aveva amato Vittorio prima della Matilde. Ma qual rimedio a sì malaugurato avvenimento? Appunto questa impossibilità del rimedio lo turbava a mille doppî. Ed egli richiamava alla mente le raccomandazioni del fratello e le lagrime della cognata al suo letto di morte, e gli pareva udir la voce angosciosa di que' cari defunti chiedergli conto della loro creatura. Oh! ma ella non gli serbava rancore, e se il suo labbro aveva ancora sorrisi, erano per lui, e se aveva un resto d'allegrezza nell'anima, lo serbava pei momenti de' loro colloquî. Il signor Antonio, il padre di Vittorio, provava anch'egli un vivo affetto per l'Angelina, e le dava la preferenza sulla sua futura nuora, e continuava a maravigliarsi come Vittorio non si fosse innamorato di lei. Sennonchè, a vederla così pallida, così affilata, gli veniva il sospetto ch'ella godesse di mal ferma salute, e questa era una ragione sufficiente a giustificare Vittorio.

Passarono le settimane, passarono i mesi. Vittorio, presa la laurea, si assentò insieme col padre per preparare gli appartamenti alla sposa. Erasi deciso che, almeno per qualche tempo, Vittorio dimorerebbe nella sua villa, e i sogni della Matilde circa il soggiorno nella capitale erano andati in fumo. Vittorio si trattenne lontano dalla sua fidanzata quindici giorni, e ogni mattina il fattorino della posta recava alla Matilde una bella lettera in carta color di rosa, profumata di patchouli, ch'ella leggeva tutta d'un fiato, e di cui faceva poi sentire frammenti all'Angelina, non senza riportarle fedelmente i saluti che le mandava Vittorio. Un dì le lettere furono due: oltre alla solita per la Matilde ve n'era una del padre di Vittorio pel signor Bernardo. In quella lettera il signor Antonio offriva, senza tanti preamboli, al futuro suocero del figlio suo una occupazione commerciale di non grande rilievo, ma sufficiente a procacciargli di che mantenere la sua famiglia, senza dover nulla a nessuno. Era una improvvisata, che il lettore può immaginarsi se riuscisse gradita ad un uomo corto sì, ma delicato e dabbene come il signor Bernardo. Non potè a meno di correr subito dall'Angelina a confidarle la sua esultanza, e a portare ai sette cieli la bontà e la rettitudine del padre di Vittorio, che con la sua provvida offerta lo facea rinascere a nuova vita e lo rendeva utile a qualche cosa. La commozione sincera dello zio toccò l'Angelina: eppure, lo credereste? ripensandovi, ella provò nell'anima più vivo che mai quel senso pauroso d'isolamento onde, a suo malgrado, ella era da qualche tempo assalita. L'aiuto ch'ella recava alla famiglia de' suoi congiunti era sempre uno stimolo alla sua attività, e le avea fatto parer cento volte più belle le ore del lavoro e della fatica. Persino le bizzarrie della signora Clara e della sua primogenita ella subiva con ispirito sereno, allorchè, consultando il suo cuore, sentiva rispondersi: — Tu paghi col benefizio il male ch'altri ti fa. — Era orgoglio? Era egoismo? Volesse il cielo che tali fossero tutti gli egoismi e tutti gli orgogli del mondo! Finchè in casa Mauri v'erano dolori da lenire, confidenze da ricevere, consigli da porgere, la presenza dell'Angelina aveva un valore, uno scopo; ma adesso? La Matilde, la dolce amica d'infanzia, era sposa, ebbra di contentezza e d'amore; l'Amalia, secondo il costume dell'età sua, preferiva la vispa ilarità della sorella alla tranquilla, ma profonda mestizia dell'Angelina, e il signor Bernardo, l'ultimo ad esultare di quei lieti eventi domestici, s'era rasserenato pur esso all'idea di ritornare alla onesta operosità del passato. Ella sola era malinconica, ella sola era sventurata in mezzo ai felici, e le sembrava di non poter essere agli altri che un imbarazzo, o un peso, o un rimorso. Andava svogliata alle consuete lezioni, e le sue discepole già susurravano che la non pareva più quella; non che si ristessero però dall'amarla, tanto era dolce e buona e indulgente. Ma tutti dicevano: — L'Angelina sta male, l'Angelina dovrebbe far una cura seria; — oppure: — L'Angelina ha qualche grande affanno nascosto. — E l'affanno nascosto la poveretta l'aveva, ma non era soltanto il suo amore sventurato: era l'insieme del suo stato, era la solitudine del suo cuore. Nelle nature squisitamente temprate come la sua, lo spirito di gran lunga prevale alla materia, e la vita, per mantenersi, domanda con più angosciosa insistenza l'alimento dell'anima che quello del corpo. Era appunto l'alimento dell'anima che andava mancando all'Angelina, e la vita le veniva meno per insufficiente ricambio d'affetti. Se la Matilde fosse stata infelice, se la piccola Amalia avesse avuto bisogno di lei, se il signor Bernardo fosse rimasto nel primiero abbattimento, forse l'Angelina avrebbe vissuto, avrebbe vissuto per loro. Ma così le mancava una mèta: non poter giovare significava per lei non poter vivere. Oh! certo, il mondo è vasto, e fuori di casa Mauri vi sarebbero state altre piaghe da rimarginare, altre lagrime da tergere; ma dovevasi esigere che ella, a vent'anni, andasse di porta in porta ad offrire il balsamo de' suoi conforti? Ella non chiudeva in sè la tempra venturosa dell'eroina, la quale, più che per l'uomo, si sacrifica per il genere umano: era sortita agli affetti domestici, alle casalinghe abitudini. Perchè non aveva, come hanno le altre fanciulle, una famiglia, di cui esser l'angelo tutelare; perchè, come l'altre fanciulle, non l'era dato allegrarsi nella speranza d'un tetto, ove il suo cuore si aprirebbe alle semplici gioie di sposa e di madre? Perchè il disinganno l'aveva colta proprio alla soglia dell'esistenza?

Non era una malattia, su cui potesse arte di medico o virtù di farmachi: l'Angelina finiva per una occulta stanchezza, per un infiacchimento generale della persona. Chi l'aveva innanzi agli occhi ogni giorno non accorgevasi di questo rapido deperire, ma chi la vedeva dopo qualche intervallo n'era dolorosamente colpito. Vittorio, reduce presso la sua fidanzata, mise l'inquietudine nella famiglia, chè lo stesso signor Bernardo, per inquieto che fosse sul conto della nipote, era ben lungi dal creder vicino il pericolo. L'Angelina ricevette la visita del dottore senza stupore e senza sgomento, nè si turbò vedendolo annuvolarsi in volto e manifestare nell'aspetto una penosa incertezza. Quand'egli sedette al tavolino per iscrivervi una ricetta, lo guardò con un mesto sorriso, e quando le portarono la pozione ch'egli le aveva ordinata, la prese con indifferenza, come cosa da cui non aveva nulla da sperare e nulla da temere. La Matilde, il signor Bernardo e Vittorio fecero ressa intorno al medico per sentirne i pronostici: ed egli, coscienzioso e sincero, disse che il male dell'Angelina aveva per lui qualche cosa di arcano, che non v'erano sintomi chiari, ma v'era una strana prostrazione di forze, di cui egli non sapea dissimularsi la gravità. Chiese se vi potessero essere cause morali a un tale abbattimento. Il signor Bernardo si scosse, ed era per esporre il dubbio che da tanto tempo gli stava sull'anima; ma alzando gli occhi vide la Matilde affisare con sì trepida ansietà il suo fidanzato, che sentì compassione di lei, e l'amor paterno prevalse in lui ad ogni altro affetto. Non isfuggì al dottore quell'imbarazzo, ma da uomo accorto e discreto com'era, fece mostra di non avvedersene, e disse soltanto: — Interrogherò la malata. — Vittorio lo accompagnò fino all'uscio, ripetendogli: — La interroghi, la interroghi presto. — Egli si ricordava delle parole misteriose proferite dall'Angelina nel suo colloquio, e che sembravano accennare a un'occulta passione.

Da quel dì la stanza dell'Angelina era divenuta il convegno di quasi tutta la famiglia Mauri. La buona giovinetta erasi trascinata, finchè le forze glielo aveano concesso, nel salotto da pranzo; ma ora il medico le aveva ordinato il più assoluto riposo, nè del resto l'estrema debolezza le avrebbe concesso di scendere la scala. Passava le ore del giorno in una sedia a braccioli, accurata nel vestito e nell'acconciatura, e tanto più serena e tranquilla, quanto più il male faceva progressi e quanto più nel volto degli altri s'esprimeva un dolore disperato d'ogni conforto. Diceva di non soffrire, e forse era vero, e alla Matilde e a suo zio che le stavano presso, non potendo frenare le lagrime, stringeva teneramente la mano, e volgeva il più amorevole de' suoi sorrisi. Ma nè dinanzi allo zio, nè alla Matilde, nè al medico, che pur la interrogò con sottile artifizio, si lasciò sfuggire un accento che tradisse il suo segreto.

E intanto ella affievolivasi sempre più, e se l'aria era un po' fredda, e il tempo un po' umido, non si sentiva d'alzarsi e si tratteneva in letto l'intera giornata. Alla sponda di quel letto era sempre il signor Bernardo, e ogni momento le metteva la mano sulla fronte per sentirne il calore, e la fissava con uno sguardo che vi straziava l'anima. Le stava a' piedi una donna, una nostra antica conoscenza, la vecchia Filomena, con certi occhi invetriati, con una certa immobilità nella fisonomia, da mettere paura. Teneva le labbra strette che pareano inchiodate, e le mani incrociate sulle ginocchia non si toglievano da quella positura, se non per acconciare le coltrici della malata o per porgerle da bere o per accomodarle meglio i guanciali sotto il capo. Ogni due ore la Filomena senza dir parola, e si sarebbe creduto impossibile in femmina tanto ciarliera, scendeva in cucina a preparare ella stessa la minestra per la povera inferma, e in mezzo alle pentole ritrovava un po' della sua antica eloquenza per bisticciar con la fantesca di casa, la Teresa: poi risaliva muta come prima, soffiando nel brodo della scodella. La Filomena non vedeva la sua padroncina da oltre un anno, chè la sua smania di pettegoleggiare le aveva fatto dar l'ostracismo; ma appena seppe l'Angelina malata, supplicò che le fosse concesso di assisterla, ed ora vegliava dì e notte presso di lei, reprimendo, pur di starle vicino, e l'angoscia che le strappava il cuore, e quell'abitudine di discorrere, anche da sè sola, che le era divenuta una seconda natura.

Mancavano poche settimane al termine fissato per le nozze di Vittorio e Matilde, e già dibattevasi in famiglia se le si dovessero differire a cagione dell'Angelina, quando l'inferma manifestò il desiderio di parlare agli sposi. Fece la sua toilette di malata con più cura del consueto, ordinò alla Filomena che le accomodasse i capelli come soleva una volta, s'acconciò sulle spalle e sul petto a guisa di sciallo un fazzoletto di seta azzurra, e postasi a sedere e atteggiato il volto al sorriso ricevette i due fidanzati, che le si presentavano innanzi lagrimosi e compunti. Era soltanto il presagio dell'imminente sventura? O era anche un senso indistinto d'inquietudine e di rimorso? Fu l'Angelina che ruppe il silenzio.

— Non le differirete mica le vostre nozze, — diss'ella con accento dolcissimo; — non lo permetterei a ogni modo, e poi.... non ve ne sarà bisogno.... — E com'essi si peritavano a chiederle spiegazione di questa frase: — Non ve ne sarà bisogno, — soggiunse, — perchè l'Angelina non tira innanzi tanto.... Oh! via, non piangete, non fate fanciullaggini.... Venite qui piuttosto, qui vicino a me. — Le si appressarono col capo basso, con gli occhi gonfi di pianto. L'Angelina pose la mano sulla spalla della Matilde: — Fatti animo, Matilde mia, tu stai per diventar moglie, e il mio povero babbo mi diceva spesso che le buone mogli devono presentarsi dinanzi ai loro mariti con aspetto sereno. Una donna ilare è un tesoro inapprezzabile per una famiglia.... E voi, Vittorio, — riprese volgendosi al giovane, — amatela questa mia buona Matilde. Siamo cresciute insieme, abbiamo durato insieme le prove dell'avversità, e io vi posso dire ch'ella merita un'esistenza men travagliata, e che di tutte le cure onde vorrete circondarla, non ve n'è una, di cui ella non saprà compensarvi con l'amor suo. Oh! Vittorio, promettetemi di amarla sempre e di fare quanto sta in voi per renderla pienamente felice. —

Così dicendo staccò dalla spalla dell'amica la sua mano bianca, affilata, e la stese verso Vittorio, che se la portò alle labbra e la coperse di baci e di lagrime. Non proferì parola, ma il suo silenzio era più espressivo d'ogni risposta.

La malata si colorò lievemente, gli occhi le brillarono d'un mesto splendore, parve sorpresa da una commozione superiore alle sue forze, e si lasciò ricadere sull'origliere. Però si ricompose prestissimo, e dopo aver frugato sotto i guanciali, ne trasse un monile di granate a due giri, da cui pendeva un piccolo medaglione d'oro. Lo pose al collo della Matilde, che nell'eccesso del dolore appena era conscia di sè, dicendole: — Eccoti il mio regalo di nozze. In quel medaglione troverai de' capelli; son miei.... serbali per memoria dell'Angelina.... — La Matilde, soverchiata dall'angoscia, cadde ginocchioni a piè del letto, abbandonando il capo sulla coltrice, e rompendo in singhiozzi. Anche Vittorio singhiozzava col viso nascosto fra le mani. Lungo le guance pallide dell'Angelina scorrevano in silenzio le lagrime: v'era una serenità celeste nel suo dolore.

Alcuni dì appresso la inferma volle alzarsi, e le sue gracili dita corsero ancora una volta sui tasti del pianoforte. Sonò un concerto della Norma, e veramente al mirarla coi capelli ondeggianti, con la lunga veste bianca, con quel volto che aveva la trasparenza e il color della cera, la si sarebbe detta una visione notturna dei boschi druidici. Sull'imbrunire si coricò chiedendo che le si aprissero le finestre per respirar l'aria della campagna. E così, contemplando il sole che tramontava, inebbriandosi nell'odor delle viole di primavera (che era appunto sul finir dell'aprile), esalò l'anima soavissima fra le braccia dello zio e della vecchia sua Filomena.

La Filomena rimase come impietrata: convenne strappare a forza il signor Bernardo dalla stanza della defunta, perch'egli non voleva a verun costo abbandonare quella tepida salma.

Sulla scrivanìa dell'Angelina fu trovata una lettera, con cui ella disponeva della sua modesta sostanza. D'un terzo lasciava erede la Filomena: destinava gli altri due terzi all'Amalia, con espressa condizione che il capitale fosse messo a frutto sino al momento, in cui la fanciulla andasse a marito.

Un mese dopo successero le nozze di Vittorio e Matilde; nè mai più mestamente si compì la solenne cerimonia. I pochi convenuti notarono nel volto di entrambi gli sposi i segni di una cura profonda, e tutti furono maravigliati del pianto dirotto, in cui proruppe il signor Bernardo, allorchè la figliuola si pose in dito la gemma nuziale. Sulla veste bianca della Matilde spiccavano, singolare ornamento, le granate, ultimo dono dell'Angelina, quasi a ricordare quanta parte di lutto offuscasse quella giornata. Soltanto la signora Clara e la Nella parevano abbandonarsi alle più gradite impressioni: la signora Clara esultava pensando che porzione della ricchezza della figliuola verrebbe di riflesso su lei, e la Nella faceva gli occhietti a un impiegato in pensione molto azzimato e coi capelli tinti e ritinti. L'Amalia era malinconica e taciturna: anch'ella dolevasi nel suo cuoricino dell'amica che non vedrebbe mai più.

1867.

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