VIOLONCELLO (continued 2)
Reading edition
— Di chi è quella romanza, che avete suonato l'altra sera sotto le mie finestre? — gli chiese improvvisamente Mary.
— La signora Edvige ha sentito? — egli susurrò a precipizio.
— Ma certo — rispose Mary con indifferenza —: scommetterei che è la vostra.
— Appunto.
— Andate a prendere il violoncello e tornate subito a suonarcela — disse con quell'affettazione d'impero, che andava così bene al suo visetto.
Dovette ubbidire, se non che avendo paura non la suonò come quella notte.
La signora Edvige e il padre lo guardavano, Mary era distratta. Quando Giorgio ebbe finito, dopo i soliti complimenti dei due vecchi, Mary s'impossessò della musica. Giorgio, che rimetteva già l'istrumento nella cassa, tese la mano; ma ella guardandolo arditamente:
— Non è per me? — domandò.
Giorgio impallidì.
Mary si gettò attorno uno sguardo, vide che non erano sorvegliati, gli stese rapidamente una mano, allungandogli il volto e mormorando:
— A te?
Giorgio non capì o non si arrischiò di cogliere quel bacio.
Da quel giorno furono amanti. Egli si sentiva scoppiare d'amore e d'orgoglio, ella era allegra come prima, e cominciava già a canzonare la sua aria fatale. Parlavano spesso di musica senza intendersi, perchè Mary non la pigliava che come un divertimento, col quale interrompere gli altri, e Giorgio invece come la più alta manifestazione del pensiero religioso. Laonde nell'amore egli non sognava che conversazioni mute guardandosi negli occhi, effusioni sentimentali, baci al lume di luna, mentre nel suo orgoglio di povero plebeo avrebbe voluto vedersi ai piedi quell'ereditiera di milioni offerentesi con una trepidazione di terrore.
— Mi amerai sempre, sempre? — le domandava spesso cogli occhi gonfi.
Ella rispondeva di sì col suo più bel sorriso, e poco dopo gli parlava di un viaggio in America, dove resterebbe forse due o tre anni. Giorgio non osava insistere; una volta ella gli disse leggermente:
— Vieni anche tu?
— Non posso — mormorò Giorgio, pensando alla spesa, ed obliando in quel momento le risorse del violoncello.
— È vero, non ci pensavo.
Un'altra volta, che erano al piano, avendo provato la canzone del salice nell'Otello, Giorgio nella soave vanità d'impietosirla cesse finalmente, e le raccontò la propria vita, le sofferenze da bambino, la mamma morta all'ospedale, l'eroismo, il martirio dell'Anna. Ma Giorgio, combattuto ancora dalla falsa vergogna della miseria, raccontava così male che Mary, invece di sentirsene tocca, finì quasi col riderne.
— Sarà stata innamorata di voi!
Giorgio rimase colpito dall'osservazione e peggio da quel voi, che non avevano mai usato nella loro secreta intimità. Troncò il racconto, ma tornando al violoncello non seppe resistere alla compiacenza di spiegarle, come ne avesse fatto il sepolcro romantico dell'Anna, e vi avesse incisa l'iscrizione. Questa volta Mary non si tenne.
— Bello! — esclamò curvandosi vivamente per leggere l'iscrizione.
— Questa invece è brutta: se me lo aveste detto, vi avrei disegnato delle magnifiche lettere. Datemi quel temperino che almeno le accomodi.
E piegandosi sulla cordiera, si mise realmente a correggere gli sgorbii. Giorgio non poteva osservare quello che facesse, ma il legno così grattato metteva tali stridori di lamento, che il pensiero gli corse all'Anna moribonda, mentre dalla figurina di Mary, quasi accovacciata sul violoncello, gli veniva un'emanazione odorosa e penetrante.
Mary si volse ridendo:
— Leggete
QUI GIACE ANNA VENTURI «SUONATE PER LEI»
Aveva aggiunto monellescamente: ma vedendolo rannuvolarsi, e fare come un gesto di minaccia, fuggì sghignazzando per la porta.
Da quel giorno cominciarono gli attriti secreti; ella, che affettava di esser gelosa di quella morta, e gliene rinfacciava ad ogni momento l'affetto; egli, che sentiva in quei rimproveri una punta avvelenata di scherno per la propria miseria di artista, mentre tutte le bramosie dell'uomo gli si destavano impetuosamente dinanzi a quella donna, che aveva col fascino morbido della sensualità tutte le lusinghe laceranti della civetteria. Ogni giorno si accorgeva di amarla di più e di rovinarsi per quest'amore, che gl'imponeva di vestirsi sempre a festa e di non pranzare più alla bettola. Adesso l'ortolana doveva cucinargli un pranzetto, che egli aveva la scortesia di trovare costantemente poco buono. Una volta indispettita ella lo punse sull'americana, e Giorgio proruppe in una scena.
Intanto l'amore non inoltrava; non si erano ancora baciati, non avevano parlato di matrimonio.
Giorgio volle metterne il discorso una sera, ed ella rise, perchè la mamma voleva farle sposare qualche signore toscano, che avesse un gran titolo.
— Non ci penso neanche, verrà poi — ella concluse.
A Giorgio parve di morire. Un avvilimento pieno di rancori gli rovinò sulla coscienza, e non parlò più. Mary sembrava non accorgersene, la signora Edvige colla faccia rosea, incorniciata di capelli bianchi, illuminata da una grande espressione di bontà, vegliava in quel momento su di loro come sopra due fidanzati. E quella mamma così buona non aveva capito quell'immenso amore per sua figlia! Ma Giorgio era povero, senza parenti, senza posizione, senza nome: se lo confessava, e subito dopo l'orgoglio di artista gli saliva al cervello, bruciandogli le lagrime degli occhi. Paganini non aveva sollevato l'Europa guadagnando milioni e milioni? Paganini aveva forse più ingegno di lui? Quindi un odio ancora voluttuoso, un disprezzo feroce e carezzevole gli veniva per Mary, una donna, che non sapeva indovinare quello che egli sarebbe forse tra poco. Giorgio ignorava ancora che la donna è quasi sempre così, e non può amare gli uomini superiori se non a patto di abbassarli. Ma se nella propria alterezza di artista avesse forse potuto consolarsene, essendo povero e plebeo si arrovellava di restarle socialmente inferiore; mentre la signora Edvige, parlandogli dei futuri concerti, si dichiarava sua protettrice, e s'incaricava fin d'ora della vendita dei biglietti, promettendogli con certo accento particolare grandi incassi.
Quando arrivò il mese di luglio, alla villa si discusse dei bagni. La signora Edvige preferiva Pegli, il babbo Viareggio: Mary non consultò nemmeno Giorgio, e la mamma, invitandolo, gli disse che a Viareggio sarebbe forse possibile qualche concerto.
— M'incarico io di prepararvi il pubblico, ne avrete fin troppo, e potremo mettere il biglietto al prezzo che vorrete. Io ne sono pratica; spesso la stagione delle acque vale quella dell'inverno.
Giorgio era rosso come una bragia, ma l'accento della signora Edvige era così sincero e benevolo, che egli comprese di non potersi offendere. Fortunatamente Mary sopravvenne, e, distraendo la mamma, gli diede il tempo di rimettersi. Mary parve non accorgersi del suo imbarazzo.
— E così venite? — insistè la signora Edvige.
Egli balbettò alla meglio di aver incominciato un altro poema, e di voler restare nella solitudine per finirlo.
Dopo otto giorni la villa era deserta.
Rimasto solo, Giorgio si sentì abbandonato come la prima volta alla morte dell'Anna. Per molti giorni stette chiuso in camera a piangere disperatamente la partenza di Mary fra mille altri dolori di uomo e di artista. Gli pareva di essere un esiliato nel mondo, senza famiglia e senza patria, senza mestiere e senza denaro. Adesso non credeva più neanche alla musica. Che cosa era l'arte, se avendola avanzata di un passo col poema, essa non gli aveva servito nemmeno a soggiogare la piccola testa di Mary? In che consisteva la sua sovranità, se gli artisti dovevano essere sempre poveri e spregiati? E le ultime parole della signora Edvige sul concerto gli cadevano nel cuore come tante goccie di piombo. Non v'era dunque differenza fra il musicista e il saltimbanco? La gente veniva egualmente a vedere o ad ascoltare, gettando la stessa elemosina a chi lo divertiva? Poi Mary gli riappariva, ed egli l'amava appunto perchè era una smentita continua al suo orgoglio, alle sue delicatezze giovanili, alle sue sincerità popolane. Mary camminava sopra di lui come per un campo, stracciando i fiori e lacerando le frondi. L'amava ella? Cosa faceva a Viareggio? Con chi parlava? Con chi rideva? Mille volte al giorno Giorgio soccombeva alla tentazione di andarla a vedere, e di tornarsene incognito; mille volte sul punto di partire aveva paura, e restava. Era una vita d'inferno. Ad ogni ora veniva a guardare la villa abbandonata sperando di incontrarsi col giardiniere e così di penetrarvi: se ne ricordava i particolari più minuti, i discorsi più insipidi, le scene più effimere. Il giardiniere, accortosene, lo canzonava; nel caffè grande di Scarperia facevano peggio. Una sera, che Giorgio vi entrò, le punture furono tali e tante, che accadde una scena. Giorgio dopo di essersi schermito colle insolenze tirò un bicchiere alla testa di un avventore, un uomo sulla quarantina, fortunatamente senza colpirlo, e lo sfidò a duello. La gente, che si era interposta fra i due, aveva quasi voglia di bastonarlo, e gli rise in faccia alla sfida: nel villaggio l'uso del duello non esisteva. Giorgio tornò a casa lagrimoso, e non ardì più di mostrarsi in paese, dove il suo alterco prese proporzioni enormi, e la sua passione per l'americana l'aspetto più grottesco. Mangiava appena, non dormiva più. La notte, due fantasmi inseparabili gli venivano sempre al capezzale, Anna e Mary: Anna non era più gobba, non aveva più quell'erpete sulla faccia, ma i suoi begli occhi di martire brillavano come la stella del mattino.
Mary invece diventò la fidanzata del marchese Soderini, uno dei grandi nomi della Toscana, giovane, bello e povero, che rialzava con questo matrimonio l'antica fortuna della propria casa.
Se Giorgio non ne morì, fu perchè non si muore di dolore; se non ne ammalò subito, la sua vergine giovinezza era ancora troppo forte. Mary non gli aveva più scritto, nessuno si ricordava più di lui, nemmeno il vecchio Gaspare. Allora i disegni più infantili di vendetta gli passarono dinanzi; andare a Viareggio, apprendere per dove erano partiti, poichè si diceva che viaggiassero, seguirli travestito in ferrovia, all'albergo, ucciderli col medesimo pugnale, ed uccidersi. L'ebbrezza del sangue gli saliva al cervello, la sinistra poesia del delitto gli entusiasmava l'immaginazione. Mary avrebbe impallidito vedendolo, gli si sarebbe buttata alle ginocchia pentita, innamorata, perchè quel matrimonio era forse una violenza dei suoi genitori; e allora egli le imponeva di fuggire, tornavano a viaggiare, vivendo di concerti, passando dappertutto come una visione di musica, un fantasma di amore. Oppure se Mary non l'amava, come non lo aveva forse mai amato, imporle un'ultima notte d'amore, un'ora sola di voluttà nel fondo di un sepolcro, e poi al mattino, quando sorgeva il sole, abbassarne il pesante coperchio di marmo, e dormire.
Ma le difficoltà dell'esecuzione impedivano ogni disegno. Pensò di morire da solo, gittandole nell'anima il rimorso di un delitto, e non vi si decise, perchè era troppo ed insieme troppo poco, e per farlo avrebbe avuto bisogno della sua presenza, cadendole ai piedi insanguinato. La necessità di un dramma lo perseguitava: non voleva morire nell'ombra, dileguare nel silenzio. La sua bella testa di giovanetto pigliava una fisonomia dolorosa di sonnambulo, un'espressione di martirio. La notte, invece di coricarsi, usciva pei campi, estenuandosi in corse folli, addormentandosi poi sotto un albero in un sonno pieno di fantasmi e di singhiozzi. E in casa, dove lo spiavano da qualche tempo, cominciavano a stancarsi di lui, che era mezzo matto, che bisognava un giorno o l'altro aspettarsi qualche cosa di grosso; la sua passione per la signorina americana avrebbe meritato gli scappellotti, quelle stranezze quotidiane peggio ancora. L'ortolano voleva cacciarlo addirittura, ma la donna lo proteggeva ancora. E una volta, che ella volle parlargli, Giorgio sulle prime andò in bestia, poi ruppe in un pianto disperato, che fece piangere anche lei; quindi le cadde colla testa in grembo come un bambino.
— Dunque non ha proprio nessuno al mondo?! — Giorgio non rispondeva.
— Si faccia coraggio, passerà: noi poverette abbiamo più cuore, ma le signore... si figuri... Povero signorino!
Finalmente si ammalò. Il medico constatò una minaccia di tifo, che fortunatamente svanì in meno di dodici giorni, durante i quali Mary tornò alla villa col fidanzato. Giorgio non lo seppe, e non seppe nemmeno che la signora Edvige mandasse a prendere sue notizie. Poi un mattino il servitore mancò, perchè i padroni avevano saputo tutto. Appena Giorgio potè alzarsi, ed imparò quel ritorno, volle partire, così ancora convalescente, malgrado ogni rimostranza. Pagò generosamente tutte le spese e gl'incomodi di cui era stato causa, fece i bauli, e sopra una vettura noleggiata a Scarperia partì per Firenze. Erano le quattro dopo pranzo, col sole velato, il vento fresco. Passando dinanzi alla villa, sperava che Mary sarebbe alla finestra e lo vedrebbe pallido come un moribondo, che andava a morire lontano da lei; quindi si era sdraiato nella posa più pietosa, la sua bella testa sopra una palma, senza cappello, coi ricci biondi che gli svolazzavano al vento, il violoncello a fianco nella cassa, il suo piccolo bagaglio metà legato sulla serpa, metà dietro le ruote. Le finestre della villa rimasero chiuse. Invece presso Scarperia fece alzare il mantice della carrozza per non essere veduto attraversando il paese. La sera sull'imbrunire giunse a Firenze.
Il suo primo pensiero fu di scrivere una lettera a Mary. Vi passò attorno la notte, e finalmente al mattino era compiuta; sedici lunghe facciate, un'elegia ed una requisitoria scritta colle lagrime e col sangue. La rilesse ancora una volta inorgogliendone, ed uscì per impostarla. Era più calmo, si cercò quel giorno stesso una cameretta, e vi si rifugiò.
La lettera a Mary rimase senza risposta. Era il mese di settembre coi giorni ancora lunghi e caldi: Firenze abbandonata dai forestieri e dai fiorentini sembrava quasi più bella. Tutte le sere Giorgio andava a vedere tramontare il sole dal cimitero di S. Miniato, e si sentiva una gran voglia di morire con lui in un magnifico vespro, cogli occhi incantati nei suoi ultimi raggi, e gli orecchi pieni dell'ultimo addio, che la terra gli mandava. Poichè nessuno lo conosceva, o gli indovinava dal viso il suo dramma, nessuno doveva udire il suo poema; egli sarebbe venuto a bruciarlo nel cimitero, fra mezzo ai grandi morti nel silenzio della notte. Questo tetro pensiero, che era ancora un pensiero di amore sebbene non volesse confessarlo, gli faceva battere il cuore ad ogni signorina dalla fisonomia straniera, a cui s'imbattesse. Tutte le notti i suoi sogni partivano per Scarperia, e ne ritornavano singhiozzando. Poi il mattino, aprendo la finestra, cercava involontariamente cogli occhi il bianco profilo di quella magnifica villa.
Nullameno Firenze cominciava ad interessarlo. Uno dei suoi luoghi favoriti era il Mercato Vecchio, una città microscopica dentro la grande, una topaia dentro il portentoso capolavoro di una cattedrale. Egli ci viveva col popolo, mangiando alla stessa cucina economica e succolenta, abbandonandosi alla novità musicale di quel gergo, melodico come un canto. Talvolta pure si metteva dietro a un suonatore ambulante, e gli dava sempre un soldo, spremendo un'acuta voluttà dagli sguardi curiosi del povero rapsodo, il quale si vedeva perseguitato da quel bel signore, e non sapeva che quel signore era forse il primo violoncellista del mondo. E a poco a poco la musica lo riattirava. Il pretesto di quel poema, opposto alla signora Edvige, per sottrarsi ai bagni, gli ritornava alla memoria, e una sera seduto sul piedistallo del David in faccia al sole morente, guardando le prime ombre discendere dai colli decise di scrivere la Notte. In quei giorni si legò con un giovane fiorentino, piccolo e bruno, boemo come lui. Pareva poverissimo, ma era allegro, chiacchierava bene e volentieri. Alle prime parole simpatizzarono, alla fine della colazione erano intimi. Giorgio, che dalla morte dell'Anna non si era più sfogato, si gettò nel cuore del nuovo amico, parlandogli da solo per due ore, piangendo e bestemmiando; mentre l'altro ascoltava mano mano più severo, rispondendo appena con qualche parola. Egli si chiamava Momo Martelli, un nome diventato celebre nella letteratura di questi ultimi anni, e che allora si nascondeva dietro varie maschere di pseudonimi.
Momo taceva. Lo lasciò effondersi liberamente sulle proprie sciagure, ma al capitolo dell'arte protestò energicamente. Momo non era uno dei soliti boemi, che si credono novatori per ciò solo che sono ribelli; aveva ancora un sincero entusiasmo pei vecchi capolavori, e lacerava con mordace ironia la inane vanagloria dei nuovi artisti, che, dopo aver deriso il passato, lo copiano. Per la prima volta Giorgio si trovava di fronte a un ingegno giovane come il suo, ma più colto e più forte: quasi quasi se ne adontò. Momo aveva delle frasi più dense di pensiero, e lo stringeva così forte, che Giorgio inferocito della sconfitta gli disse con uno scatto di orgoglio:
— Vieni domani, ti farò sentire il mio Giorno.
— Lo sentirò al concerto, che darai: io discuto volentieri un'opinione, non un'opera coll'autore. C'è il pericolo di non capirsi, e quasi sempre la sicurezza di guastarsi. In pubblico non è così: il nostro giudizio si integra di tutte le sensazioni dei vari temperamenti. Piuttosto domani ti porterò un libro di Balzac; se questo non ti salva, tu sei perduto — aggiunse con un sorriso, che voleva essere scherzoso ed invece era triste.
La mattina Giorgio ricevette il piccolo volume, e lo rilesse due volte con un tremito sempre maggiore di sentimenti e di idee. Avrebbe voluto veder Momo per parlargliene, ma non riuscì a trovarlo; gli andò a casa, lo cercò per Firenze, salì due o tre volte alla Laurenziana, dove gli aveva detto di capitare sovente, e alla fine del quinto giorno lo sorprese in una delle solite bettole di Mercato Vecchio.
— Così? — chiese Momo.
— Gambara è morto pazzo, ma aveva ragione.
— Me lo immaginavo — e non volle intendere altro.
Invece parlarono di dare un concerto ai primi della stagione d'inverno. Momo tornò alla carica, perchè il concerto fosse, secondo il solito, con accompagnamento di orchestra; ma Giorgio fu irremovibile.
— L'orchestra sono io.
Questa volta Momo non sorrise, disse che s'incaricava di far cantare i giornali, dove scriveva, e nei quali aveva moltissimi amici. La sala sarebbe una delle solite.
— Se tu mi sei contro?! — disse Giorgio ammirato di quella facilità.
— Mio caro, nel mondo bisogna avere due opinioni su tutto, forse per essere perfetti — seguitò con ironia — bisognerebbe avere anche due morali. Io ti condanno, ma lavorerò perchè il pubblico ti assolva, e, se ci riesco, il pubblico avrà preso a prestito la mia opinione invece che quella di un altro. Mio caro, il pubblico di tutte le sale, non bisognerebbe mai dimenticarselo, siccome giudica sempre sopra una prima sensazione, ha bisogno che qualcuno gli prepari il proprio giudizio; i critici da giornale non servono ad altro, e se vogliono fare di più, cessano di essere capiti. Forse riusciremo, ma la tua vittoria non sarà per questo una vittoria decisiva nel campo dell'arte.
E questo concerto divenne il tema delle loro conversazioni e dei loro sforzi.
Momo, maggiore di cinque o sei anni, e che allora lavorava ad un romanzo, buscandosi la vita quotidiana cogli articoli di giornale, era di una compiacenza inesauribile. Firenze cominciava a ripopolarsi, Mary non era ancora tornata da Scarperia. Quando ebbero fissato il giorno del concerto, Momo aprì la crociata nei giornali a favore dell'amico con una serie di articoli sopra la musica moderna, sul Berlioz, e sul Rinaldi, questo illustre italiano incognito solamente in Italia; e Giorgio, che non approvava le sue idee artistiche, giungeva quasi a lagnarsene. Il giorno spuntò. Giorgio non dormiva da parecchie notti, era sparuto e nervoso come un malato; aveva indossato una nuova marsina del miglior taglio, e per gentile superstizione l'ultima delle sei camicie, che la povera Anna gli aveva cucito per il primo concerto. Momo, che si era accorto di quel convulso, non lo lasciò tutto il giorno, e fece inutilmente ogni sforzo per distrarlo. Mano mano che s'avvicinava l'ora, Giorgio si rabbuiava e non parlava più: per strada i grandi cartelli colorati, col suo nome a lettere cubitali, gli davano dei sussulti.
Passando davanti al campanile di Giotto:
— Se la mia musica fosse così, credi che la capirebbero? — disse Giorgio.
— Credo di sì.
— T'inganni, le creazioni fantastiche non sono intelligibili che alle fantasie.
E non parlarono più.
La gente e le carrozze assiepavano la porta del palazzo del concerto: essi passarono inosservati, e per una porticina secreta furono nel camerino, dove li aspettava il violoncello. Alcuni amici di Momo, musici e giornalisti, vennero poco dopo; si sentiva il rumorio della sala come uno stormire discreto di fronde, dall'uscio socchiuso penetravano dei soffi profumati.
Giorgio era pallido come un morto.
— Avresti paura? — gli mormorò Momo all'orecchio.
— È un fiasco!
— Lo berremo — rispose Momo con gaiezza affettata.
— Sì, perchè sarà avvelenato.
Fu l'ultima parola. Accordò il violoncello, ordinò al cameriere di portarlo sul palco, ed attese. Gli amici rientrarono nella sala. Giorgio e Momo rimasero soli. Erano entrambi febbricitanti: Giorgio camminava su e giù, guardò all'orologio, quindi fermandosi dinanzi a Momo aprì le braccia. Egli comprese, vi si gettò, e si dettero un bacio come per un ultimo addio.
Giorgio entrò nella sala. Fu un'apparizione. Quella sua figura delicata e signorile destò un murmure di simpatia; arrivò colla testa alta, prese il violoncello, fece un inchino quasi orgoglioso al pubblico, e si assise. La sala era gremita, le signore abbondavano in mezzo ad una moltitudine di colori. Ma con tutta la sua iattanza Giorgio non osò di alzare gli occhi. La sala era inondata di luce, si sarebbe udito il fluttuare di un velo: Giorgio, che dava il concerto a proprie spese, vi aveva impiegato gli ultimi danari riuscendo ad una discreta decorazione. Incominciò: la mano gli tremava talmente, che le prime note quasi non s'intesero; poi si rimise, e attaccò il preludio. Alla terza frase il pubblico fremè. Gli uomini ascoltavano, le signore guardavano: la musica, una descrizione a tocchi sobrii e risentiti, fu subito compresa, e proseguì crescendo di colorito e di vivacità come l'alba: si udiva il vento del mattino, si discerneva lo stormire delle piante, il risvegliarsi simultaneo e nullameno graduale di tutta la natura. Ma quando nell'incalzare di tutte le voci e nel lampeggiamento di tutti i colori rifulse il sole, la frase, che si era innalzata ingrossandosi di tutti gli altri accordi, ebbe uno scoppio così potente, che il pubblico urlò. Giorgio provò la percossa voluttuosa di quell'applauso, e senza badarvi proseguì lo sviluppo della frase rompendola in cento razzi, in una pioggia di sorrisi e di colori, che sembravano cadere nella sala come tante faville di girandola, tante foglie vaganti di fiori. Allora gran parte del pubblico, levandosi come per respirare meglio la freschezza di quel mattino, applaudì con nuovo impeto, e Giorgio dovette sorgere egualmente per ringraziare. Quindi girando gli occhi nella sala, non vide che teste luminose in un'agitazione di marea. Mary col fidanzato guardava dalla seconda fila; era ancora più bella, coi ricci biondi, che avevano lo splendore dorato di un raggio. Giorgio vacillò, ricadde sulla sedia, e involontariamente si passò la mano sul volto. Riprese, ma la definizione così viva dell'alba perdeva nella luce crescente la propria chiarezza, sminuzzandosi in un chiacchierio affaccendato di tutti i piccoli viventi. Invano il violoncello moltiplicava i miracoli della imitazione, ripetendo la stessa parola in tutti i linguaggi, chè alla descrizione mancava pur sempre l'insieme di un'idea, e quindi la intelligibilità della rappresentazione. Giorgio aveva voluto esprimere intimamente tutti gli individui della natura, dimenticando che l'uomo non intende che l'uomo, e animando l'universo non può dargli che la propria vita. Che se nel dramma il protagonista diventa drammatico solo perchè lo si riguarda momentaneamente isolato da tutti gli altri uomini, e si separa il suo destino singolare dal fato comune; nella sinfonia invece tutti gli esseri della natura debbono perdere la individualità delle loro sensazioni per esprimere un'idea o un sentimento umano. Giorgio invece aveva voluto riprodurre integralmente nel proprio poema l'anima di tutti i viventi, e piuttosto che una sinfonia n'era risultato un tumulto. Ma come in quest'audacia stava la vera originalità della sua composizione e ogni speranza della battaglia, l'orgoglio esaltato gli dava un'incredibile energia di attacco. Curvo sull'istrumento, che i lunghi capelli gli piovevano romanticamente dalla fronte, ne provava tutti i fremiti e tutte le vibrazioni. Non vedeva più la luce della sala, non sentiva più il calore umano di quella folla. La sua immaginazione si era perduta nei quadri del poema, come un viaggiatore nella visione dei propri ricordi. Allora appunto il sole si fermava sul meriggio con un immenso abbarbaglio di fornace. L'aria oscillava, la terra si screpolava, tutte le piante erano immobili. Nell'oppressione ineffabile di quell'ora Giorgio si sentì oppresso; il respiro gli si fece più difficile, il braccio gli cadde quasi penzoloni lungo le gambe. Il sudore della spossatezza gli bagnava la fronte. Gli pareva che le corde del violoncello si fossero allentate. Poi in quello sfinimento improvviso tutti l'abbandonarono, non seppe più bene dove fosse, cosa facesse. Come viaggiatore, che, traballando per la stanchezza, cerchi di cadere all'ombra di un albero, egli andava involontariamente ad abbattersi sotto la malinconia dei suoi giorni più tristi, finendo quasi per provare una specie di benessere in quel languore esausto del meriggio. Ma il vento tornava a far stormire le frondi, Giorgio si ascoltava intorno un susurro. Non si ricordava più da quanto tempo suonasse. Il susurro sorgeva dal pavimento con uno scalpiccio di piedi, uno stridio di sedie mosse qua e là; un sibilo di parole correva tra le file delle poltrone smorzandosi nel fiotto dei ventagli, nell'accento soffocato di un'esclamazione, mentre il fruscio degli abiti delle signore imitava le prime impazienze del vento nell'ora del temporale, e la percossa di qualche canna le prime battute della grandine. Giorgio lo avvertiva. Ma intanto che i sensi gli si ottundevano nella stanchezza, la coscienza gli si rischiarava nella visione della realtà. Sciaguratamente poema e concerto non erano nemmeno a mezzo. Allora l'impossibilità di giungere in fondo lo colpì in mezzo al cuore come una palla. Non vi era più scampo, egli stesso era prostrato, le dita non gli rispondevano più agli atti del pensiero. Il meriggio era appunto la pagina più faticosa e difficile nell'esecuzione. Il suo cuore ebbe una suprema convulsione di ferito, le sue tempia si lacerarono in uno scoppio. Il mormorio del pubblico cresceva di minuto in minuto, vi si distinguevano i fremiti della collera, i soffii gelati dell'ironia; tutte le bocche avevano una moina insultante, tutti i gesti un'intenzione malevola. E mentre lo stesso dolore di quelle trafitture gli comunicava un'ultima suprema energia, un nome gli squillò nell'orecchie: Mary. Giorgio alzò il capo.
In quel momento Mary si arrovesciava sulla spalliera della sedia, colle piume del ventaglio fra i denti, guardando il marchese Soderini, che le terminava nei capelli la frase di uno scherzo. Gli occhi di Mary schizzarono come uno scintillio sul volto di Giorgio; il pubblico, vedendolo alzare il capo, era rimasto intento.
Giorgio impallidì come uno spettro, rimase cogli occhi sbarrati nel volto di Mary, che non riusciva a soffocare la propria ilarità; quindi facendo all'improvviso un gesto orribile, inesprimibile di follia si alzò, brandì il violoncello come un violino, e fuggì a precipizio per l'usciuolo.
Il camerino era vuoto.
Il cappello a cilindro stava solo nel mezzo del tavolo. Giorgio non vide nemmeno la cassa dell'istrumento, si cacciò il cappello in testa, e si precipitò per scappare: la sala rumoreggiava. Ma in quella rientrarono nel camerino il cameriere e Momo, pallido egli pure come un morto. Giorgio aveva una fisonomia insostenibile; respinse il cameriere con un gesto, respinse Momo che gli tenne dietro, e sempre col violoncello in mano irruppe nel corridoio, calò le scale. Momo tentò due volte di trattenerlo parlandogli: il rumore della sala cresceva, alcuni signori cominciavano già a discendere. Giorgio saltò addirittura gli ultimi gradini, vide un fiacchero dirimpetto al portone, vi corse, vi gettò il violoncello, e quando fu seduto, non ebbe ancora la forza di parlare.
— La cassa? — esclamò Momo, guardando l'istrumento, per una di quelle sensazioni della realtà, inevitabili anche nelle più violente tempeste dello spirito.
Giorgio si voltò di soprassalto, e con un'occhiata che intendeva ben diversamente la sua domanda:
— Domani — rispose.
Fu la sola parola di tutto il tragitto: Momo aveva dato al cocchiere l'indirizzo di Giorgio, ma quando il fiacchero si arrestò, Giorgio prese il violoncello, e impose a Momo di restare. Si era ricomposto, o pareva; solo la voce gli tremava ancora.
— Rimani: ho bisogno di essere solo — disse con accento sicuro.
Momo fe' un diniego col capo.
— Tu hai paura che mi ammazzi — seguitò l'altro con uno strano sorriso — per loro?!
Momo insisteva: allora Giorgio tornò a sedersi, e parlò così lucidamente, con tale tranquillità, che l'altro dovette arrendersi. Solamente nel salutarlo gli appressò gli occhi agli occhi per studiarne bene lo sguardo, e ripetè:
— Lasciami salire.
— No — disse l'altro risolutamente tendendogli la mano, ed entrò solo in casa.
Salì le scale al buio, la camera era al terzo piano. Quand'ebbe acceso il lume, si guardò involontariamente nella specchiera sopra il canterano, e la sua fisonomia stravolta gli fece così male, che tutta la collera gli riavvampò. Aveva la faccia di un'immobilità marmorea, la bocca ringrinzita da un tremito di paralisi. Con un moto violento si slanciò sul violoncello, lo afferrò con ambe le mani per il manico, ed alzandoselo sopra la testa lo sbattè con rabbia demente a più riprese per terra. Un'ira selvaggia gli centuplicava la forza nelle braccia, mentre le schegge balzavano grandinando nelle pareti, e le corde slacciate sibilavano per l'aria attorcigliandoglisi alle mani con movimenti viperei. Ma egli proseguiva, inebriandosi di quel dolore feroce, attraverso il quale sentiva confusamente di commettere un'insensatezza e un'infamia. La piccola camera pareva in tempesta: il pavimento traballava, i vetri delle finestre tintinnivano: una voce tuonò dal piano sottoposto senza che Giorgio l'intendesse.
Colle mani sanguinolenti dalle ferite delle chiavi, seguitava a percuotere il troncone del manico per terra, trasportato dall'impeto di quella furia, colla bocca, che aveva finalmente trovata la contorsione del pianto.
Ad un tratto lasciò cadere il troncone, e si chinò a raccogliere una carta. Era una lettera. Cogli occhi che leggevano a stento, gli parve di riconoscere il grosso carattere dell'Anna.
Il cuore gli si arrestò così bruscamente, che cadde quasi in deliquio. Era proprio il carattere dell'Anna, la lettera doveva essere nascosta entro il violoncello.
Allora, sotto la pressione di una nuova paura, strappò il suggello.
La lettera era senza busta.
«Caro Giorgio,
«Ti scrivo prima di morire. Ecco, tu adesso sei al concerto, ma io ti sento di qui. Troverai il mio testamento in un'altra lettera sotto il capezzale; con essa ti lascio la mia poca miseria, pregandoti di conservarla anche quando sarai diventato un signore, come un ricordo del bene che ti ho voluto, dopo che ti era morta la mamma, e ti ho raccolto.
«Eri bello come un angelo, povero Giorgio! Ogni giorno ti facevo sempre più mio come se ti avessi fatto davvero. Tu non puoi ricordartene, perchè i bambini sono senza memoria, ma io mi rammento di tutte le tue cattiverie; ogni mattina ti alzavi più cattivo per me. Dopo che hai avuto il violoncello, io non ho contato più nulla. Tu sei bello e di una razza di signori: io sono brutta, di povera gente, e mi sono ammazzata a lavorare per te. Cosa vuol dire? non ci pensiamo più. Quando sarò morta, fa conto, come ti ho detto, che mi abbiano seppellita dentro il violoncello: te l'ho dato come il capo più caro della mia miseria, tientelo come una reliquia. Adesso, a pochi minuti dalla morte, non ho più vergogna di dirtelo, perchè lo saprai quando sarò spirata: io ti amo, Giorgio. Ti amo come il mio bambino, se ti avessi fatto, come il mio amante, se avessi avuto da te un altro bambino. Ma sono vecchia per te; ho trentasette anni, sono gobba, e non potrei ispirare che un poco di pietà. Figurati se non l'ho capito subito! Ora, che parlo per l'ultima volta, voglio parlare. Diventerai un signore, avrai tante belle donne, che ti ameranno: io non te lo posso impedire, e non lo vorrei: ma pretendo un posto nel tuo cuore, un cantuccio dove non ci sia nessuno, e dove tu verrai tutte le volte che avrai bisogno di una mamma, o di una sorella. Io sarò sempre lì; mentre le altre donne ti faranno delle carezze, o tu ne farai a loro, io ti aspetterò lì colla tua musica; tu dopo farai il confronto fra noi e loro, e ci amerai di più. Nessuno al mondo ti vorrà mai bene come meriti, e come hai bisogno. Si dice che i moribondi vedono nel futuro; bada dunque alle mie parole: nessuno ti amerà come io ti ho amato. Se un giorno non te ne accorgi, non sarai un gran suonatore.
«Non ho più forza di andare innanzi.
«Quando leggerai questa lettera sarò morta: prendila come la preghiera della mia agonia.
«Sta attento. Io non so dove si vada dopo morti, ma fa conto che ti vegga sempre, e se un giorno tu dovessi dimenticarmi, o suonare un altro violoncello, che tu sia maledetto da Dio, e non sappia più nè dove andare, nè dove stare come Caino. Egli non aveva ucciso che suo fratello; tu avresti ucciso tutta la tua famiglia nella tua Anna.
«Ti saluto, e credimi per sempre la tua
«ANNA VENTURI.»
All'ultimo periodo la calligrafia era quasi illeggibile.
Giorgio aveva scorso quella lettera cogli occhi balenanti, e un convulso, che gli faceva tremare tutto il corpo a verga a verga. Aveva i capelli irti, una specie di bava alla bocca. La sua fisonomia era diventata orribile nel terrore, la fronte imperlata di sudore, il corpo raggricciato in una contorsione di vecchio e insieme di bambino.
Quando l'ebbe finita, rimase egualmente fiso, cogli occhi che non leggevano più, la ragione schiacciata nel cervello da un gran dolore improvviso. Tutti i muscoli gli battevano.
— Oh! — mormorò con gesto disperato, tentando di slacciarsi la cravatta per poter singhiozzare; ma non vi riuscì.
Allora barcollando, metà ebbro e metà svenuto, andò tastoni verso il letto, e vi cadde. Ansimava, gli battevano i fianchi, gli sibilava il respiro. Tutto l'impeto di quella convulsione gli si addensava in una necessità di pianto, che gli gonfiava il petto, martellandogli il cranio. Furono pochi minuti di uno sforzo e di uno spasimo supremo. Era caduto bocconi sul letto colle braccia distese sul cuscino, le gambe floscie, che gli tremavano.
Ad un tratto gli mancarono, e cascò pesantemente per terra. Non gridò nemmeno, ma poco dopo s'intese un rantolo.
Non aveva potuto piangere...
Se andate al manicomio di Bologna l'illustre professore Roncati vi mostrerà un pazzo interessante. È un bel giovane biondo, coi capelli lunghi, la fisonomia nobile e triste. Il professore, che aveva avuto l'idea di un'orchestra, voleva farne di lui il direttore; ma Giorgio si scusò, spiegandogli a lungo l'impossibilità di ottenere qualche cosa di buono con simili elementi.
— Ma ho tutti gl'istrumenti — insisteva il professore.
— La musica è un accordo di pensieri prima che d'istrumenti. I pazzi non si accorderanno mai.
— E tu sei pazzo? — gli aveva chiesto ridendo.
— Non lo so: gli altri sono senza testa, io invece sono senza cuore.
Ecco la sua pazzia; dice che non lo ha più, e non si ricorda dove lo abbia perduto. Ma se gli fate osservare che gli batte sotto la terza costola sinistra, egli vi guarda con due grandi occhi, fa un pallido sorriso, e ripete invariabilmente:
— Batte, ma non suona.