CONTRABBASSO (continued 2)
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— È troppo! — esclamò il violinista rattenendolo con un gesto di pacificazione.
— Sì, ciò che dissi anch'io quella sera; è troppo! — replicò l'implacabile Bodoni con accento di scherno — ma il pubblico allora applaudiva in delirio, e stasera è quasi rimasto freddo ai gorgheggi della Patti. Giustissimo: Berlioz, Beethôwen, Donizetti, che muoiono quasi nella miseria, mentre Marchetti, che ha musicato il Ruy-Blas di Hugo peggio che Garibaldi non abbia scritto il proprio sbarco dei Mille, morirà nelle ricchezze guadagnate.
Lascia stare Garibaldi — disse severamente il clarinetto entrato nella disputa: — tu non sei neanche degno di nominarlo.
— Come tu di averlo avuto generale a Mentana quando sei scappato. Niente: io sono aristocratico. Se i repubblicani arrivassero al potere, forse la loro prima legge sarebbe di abolire la dote dei teatri per distribuire ai poveri i diecimila franchi della Patti. Io che invece sono aristocratico, preferisco la musica ai poveri. Probabilmente per l'onore dell'umanità, la tua repubblica del dovere non sarà mai che una prosa fredda come quella di un processo verbale, la forma più bassa della letteratura, mentre la musica è la cima più alta dell'arte. Se ti dicessero stasera: sta in te, puoi fare la repubblica o avere la Patti? Ebbene, tu sceglieresti la repubblica, infelice clarinetto, e anderesti in piazza con un'altra guardia nazionale a stonare l'inno di Garibaldi, che è brutto. Ricordati, patriota repubblicano, che l'inno austriaco di Haydn è sublime. Se tu fai la repubblica, io ti abbandono Niccolini, che è degno di cantare i vostri inni democratici, e mi tengo la Patti. Bartolomeo, tu sei un uomo onesto: giurami che sei del mio gusto, e che accetterai la Patti piuttostochè la repubblica.
Una risata clamorosa accolse questa diversione su Bartolomeo, che sbattè gli occhi in segno di assenso.
— Pensaci, mio caro Bartolomeo, se vuoi diventare il suo amante, perchè sei vecchio e il tempo stringe. La Patti non è bella come femmina, ma è talmente elegante come donna, che Cremona, il pittore milanese, le ha proposto di farle un ritratto, sedotto dalla intonazione della sua toeletta. T'immagini tu di essere il suo amante, nel suo magnifico appartamento di Parigi, perchè sono sicuro che ne ha uno magnifico, dopo averla veduta in teatro fra il delirio del pubblico, sopra una bufera di desiderii: sapendo che fra un'ora ella ti aspetterebbe in un gabinetto di raso, e che quattromila persone si farebbero tagliare a pezzi per entrarci in vece tua. Ciò è superbo. Ecco la vita, mio povero clarinetto repubblicano: posare i piedi dove gli altri arrivano appena colla fronte, possedere ciò che tutti desiderano, e magari gettarlo. La tua repubblica è una livellazione, una pianura: io pittore preferisco il paesaggio accidentato della montagna, io uomo adoro le cime e vi pianto sempre i miei castelli fantastici. Se fossi come te, mio grande Bartolomeo, l'amante della Patti, vorrei un gabinetto di raso cilestro, mi coricherei sopra un divano colla pancia in aria, e vorrei che ella mi si accovacciasse daccanto sul tappeto come una cagnina. Allora chissà a che cosa si pensa. Ma in mezzo alle tue distrazioni non avere che a dirle: Adelina, accendimi il sigaro, e cantami il finale del Trovatore, la frase più bella di Verdi, la frase più sublime di Eleonora: ed ella, che la canterebbe per me solo, come in teatro e meglio. Tu sai la mia stranezza: io adoro la voce senza accompagnamento di sorta, perchè mi pare che il linguaggio vero sia così. L'Adelina mi canterebbe sul capo come a Manrico, e all'ultima nota, colla sua leggerezza di prima donna, che ha migliorato sul palcoscenico la naturale facilità di cadere, mi si rovescerebbe addosso, gettandomi un bacio dentro la bocca. Così.
E accompagnando il fatto alle parole, si avventò alla faccia di Bartolomeo, che lo aveva ascoltato a bocca aperta, e vi soffiò dentro come sopra una candela.
Bartolomeo, che si era abbandonato alla poesia buffona e voluttuosa di quel sogno, ebbe un tale sussulto e strizzò gli occhi così comicamente che la discussione degenerò in baia, ed egli ne fu la vittima. Allora gli rinfacciarono la commozione all'ultimo atto in quel violento pizzicato, quando piangeva a lacrimoni, guardando morire la Patti. Egli non negava.
— Che! sissignore, ho pianto, ed ella mi ha visto.
— Lo hai dunque fatto apposta — esclamò Bodoni.
— Io! no; mi vergognavo anzi: ma non ho potuto mandarla giù; mi si è serrato il gozzo a quella vocina, con quella cuffia, che la faceva quasi parere più bella.
— La voce?
— No.
— E tu ti sei innamorato!
— No.
— Sì, sì — gridavano in coro.
— Domattina — disse il violinista — io debbo esserle presentato da Verardi, che ella desidera gentilmente di conoscere: glielo dirò.
A queste parole, pronunciate coll'accento più freddo, Bartolomeo ebbe davvero spavento. Il carattere serio del violinista fra tutti quei cervelli scapestrati gl'ispirava una tale stima, che non dubitò nemmeno dello scherzo. Ma Bodoni non gli diede il tempo di rimettersi.
— Io ti osservavo, sai. Tu le hai fatto la corte tutta la sera: negli intervalli, quando ti parlavo, eri distratto, pensavi a lei. Senti, mio povero Bartolomeo. Tu lo sai se ho amato nessun contrabbasso come te: questa passione ti ucciderà. Nel — Gran Dio, morir sì giovane — la Patti si è voltata per vedere quale era il contrabbasso, che accompagnava con gemiti così sdegnosi e profondi le sue ultime grida di disperazione. In quell'occhiata le vostre anime si sono intese, ma una barriera insormontabile dividerà sempre i vostri corpi. Ella è un soprano e tu un basso. La natura e l'arte ti hanno votato all'accompagnamento, per te non vi sono duetti. Tu non dormirai questa notte: domani sera soffrirai come un dannato vedendo il tuo tragico ideale trasformato in una Rosina briosa sino alla sfrontatezza; perchè capirai, che se la Patti dovesse trattarti, avrebbe per te le maniere canzonatorie di Rosina e non la dolcezza mesta di Violetta. Poi la Patti partirà, e tu cosa farai a Bologna? Penserai a lei.
— Senza dubbio — esclamò Bartolomeo.
— Questo pensiero ti ammazzerà, perchè l'impotenza è più micidiale dello stravizio, e il desiderio logora più dell'uso.
— Ma io non sono innamorato.
— Generosa menzogna! Tu vuoi salvare la tua donna dal ridicolo: ma giacchè sei generoso, sarai naturalmente sciagurato. Ella non ti imita, e affronta la caricatura: in questo momento la Patti e Niccolini sono in una camera da letto dell'Hôtel Brun. Tu impallidisci — gridò — mentre tutti invece lo facevano arrossire, guardandolo: infelice, tu vali più di Niccolini, e morirai della sua morte! Avete quasi la stessa età: solamente tu morrai di fame, ed egli precisamente dell'opposto: te l'ho già detto, ma se il desiderio logora più dell'uso, l'uso ha questo di orribile, che logora anche il desiderio.
Queste ultime parole portarono l'ilarità al colmo. Ma il padrone disse di voler chiudere, e il gruppo degli amici dovette alzarsi. I conti della birra e del vino sviarono per un momento l'attenzione, Bartolomeo potè alzarsi, ricevette ancora qualche risata, e, infilandosi il sopratutto, si avvicinò alla porta. Una contestazione minacciava d'insorgere, l'oste piuttosto villano alzava la voce, quando Bartolomeo si ricordò improvvisamente di essere aspettato a casa, si volse, diede un'occhiata e, vedendosi inosservato, se la svignò.
Quando arrivò a casa, Adelaide, che lo attendeva, da due ore, lo accolse malamente. Per un motivo inesplicabile, invece di coricarsi, lo aveva aspettato in cucina, a tavola, con un vecchio mazzo di carte in mano.
— Finalmente! — esclamò con quella collera fredda, che in certuni è il colmo della esasperazione.
Bartolomeo divenne mogio mogio, perchè aveva paura: Adelaide era la sua amante da sei mesi. Si erano conosciuti da lunghi anni in teatro senza parlarsi, poi il caso li aveva messi ad uscio e uscio, e allora avevano stretta relazione, passando alle intimità per finire nell'amore. Ma veramente non si amavano. Adelaide, vedova, aveva maritata l'unica figlia fuori di Bologna, e, rimasta sola, s'ingegnava a levar le macchie dagli abiti, a stirare, per buscarsi la vita; poi la sera, capitando, faceva la corista al Brunetti o la cameriera alle prime donne di prosa e di canto, che vi transitavano. Naturalmente a tutti questi mestieri la sua coscienza si era fatta più larga che pulita. Ella non se ne nascondeva, anzi sui primi del loro incontro aveva affettato una tale insubordinazione beffarda a tutti gli scrupoli, che Bartolomeo, timido anche in quell'età, trovandovi del piccante, si era lasciato accalappiare. Solo, di costumi morigerati, suonando tutte le sere, aveva messo da parte qualche cosa; l'Adelaide l'aveva indovinato. Quindi cercò di attirarselo, e Bartolomeo gliene fornì il pretesto; poichè, costretto a mangiare in trattoria come tutti gli scapoli, aveva finito per rimpiangere la vita di famiglia, il pranzetto quotidiano discusso ogni sera ed allestito ogni mattina, le piccole provviste, le festicciuole, tutte le gioie casalinghe, pigre e squisite malgrado la loro volgarità. Alla trattoria non poteva fare nessuno dei propri comodi, non sbottonarsi il corpetto e il primo bottone, il più alto, dei calzoni, come la natura gl'imponeva sempre a mezzo del pranzo: l'inverno aveva freddo alla testa mezzo calva, ma tenere il cappello mangiando era troppo, la berretta sarebbe stata abbastanza, ma non l'osava per soggezione dei camerieri e degli avventori. Sopra tutto la pipa l'angustiava. Bartolomeo possedeva una enorme testa di moro, in spuma, diventata nera come un moro originale, e nella quale fumava da molti anni in casa per non correre il rischio e l'incomodo di portarla fuori. Il solo astuccio era già un bauletto, la lunghissima cannuccia, a nocciolo d'ambra, e di ciliegio boemo, diceva lui, odorava ancora. Per Bartolomeo questa pipa era quasi tutta la famiglia, perchè il vecchio merlo dal becco giallo, che teneva in cucina, rappresentava l'amicizia. Pranzare modestamente in cucina, massime l'inverno, col merlo che verrebbe a beccare sulla tavola, la pipa, carica come una bomba inoffensiva a fianco, con un immenso paltò spelato, che gli faceva da veste da camera, annusando il profumo dei piatti sopra i fornelli, dando un'occhiata alle casseruole, servendosi e servendo qualcuno, era da lungo tempo il suo ultimo sogno. Secondo lui le serve erano tutte ladre; giovani aprivano la casa agli amanti, vecchie ai figli e ai parenti. Così, ammassando qualche mobile e le stoviglie necessarie a piantar casa, aveva oltrepassato la cinquantina senza sapere neppur egli come: una volta faceva da scrivano in uno studio di notaro, poi aveva smesso, e non faceva più nulla. L'inverno andava al sole nei giardini pubblici, e si fermava coi giardinieri in lunghi cicalecci: al tempo cattivo in qualche caffè a leggere i giornali o giocare la partita a domino, o da qualche amico. Del resto suonava spessissimo, anche di giorno, avendo la clientela di quasi tutti i curati: non vi era festa senza il suo contrabbasso.
Poscia aveva conosciuto l'Adelaide. Una volta doveva essere stata piuttosto bella, adesso era ancora benissimo conservata: aveva le carni vermiglie, i capelli neri, i denti bianchi. Naturalmente le borsine degli occhi si cominciavano a gonfiare, e gli angoli della bocca le si raggrinzivano; ma il suo seno aveva ancora un magnifico turgore, massime per la vita troppo corta e le spalle un po' tozze, che lo facevano stare più alto. Il resto era quasi insignificante, statura comune, naso regolare, fronte egualmente, come nei connotati dei passaporti. Solo, come segno particolare, aveva una lanuggine, oramai barba, lungo le guancie, e due occhietti neri, rotondi, affossati, di una mobilità eccessiva, a volta a volta di una gelida durezza. Adelaide conquistò Bartolomeo in pochi giorni. La prima domenica pranzarono assieme in cucina, la stessa sera Adelaide rimase nella sua camera. Bartolomeo era felice: l'Adelaide, da donna accorta, aveva conservato la propria stanza, che comunicava colla cucina e rispondeva libera sul pianerottolo, per ricevervi qualcuna delle proprie pratiche: vi aveva messo un fornello, e talora vi stirava. Ma siccome qualche soldo lo guadagnava essa pure, sul principio contribuì alle spese domestiche. Fu un incanto, giammai due coniugi avevano vissuto più armonicamente. Bartolomeo ringiovaniva, sebbene si accorgesse di non essere innamorato. Sedotto da quel benessere sensuale, cui l'ordine e l'economia davano quasi un'apparenza di virtù, e soddisfatto nell'egoismo di vecchio celibe, che vorrebbe la famiglia senza i suoi impicci, si abbandonava morbidamente in quella nuova vita del focolare. Avevano comprato un fusto di vino e un mezzino di castagne da cuocere sotto la cenere alla sera. Adelaide, che s'intendeva veramente di cucina, preparava certi pranzetti, ai quali Bartolomeo paragonava con voluttà orgogliosa i pranzi della locanda, cogli umidi riscaldati mille volte e gli arrosti lessati prima nella pentola. Ma, per l'istinto di tutte le felicità e la prudenza naturale ai suoi anni, Bartolomeo non aveva aperto bocca con alcuno; solamente aveva finto di sdegnarsi coll'ultimo oste e di averne trovato un altro, che gli mandava il pranzo a casa. Infatti la colazione colle ova e la Gazzetta dell'Emilia la faceva sempre al solito caffè.
Ma Adelaide lo dominava. A poco a poco gli invadeva tutta la vita a forza di rendergliela comoda e di risparmiargliene le brighe. Gli aveva compiuto il fornimento della casa, aumentata la biancheria, rimesso quasi a nuovo il vecchio letto di noce a due posti, ricoprendolo di un grande baldacchino bianco e decorandolo di una bella madonna a stampa colorata. Ella stessa faceva la spesa, e stabiliva il pranzo: gli fissava l'ora per tornare a casa o per alzarsi, lo mandava sino in giro per qualche commissione, che egli sulle prime accettava con una specie di contentezza galante. Se non che una volta avendo voluto rifiutarsi, ella fu così ragionevole nelle osservazioni e severa nelle parole, che dovette arrendersi con un sentimento di soggezione. Quello fu il primo sintomo del servaggio. Poco tardarono gli altri, insignificanti all'apparenza, ma così frequenti, che si trovò arretato prima di sentirsi nella rete. Un altro giorno gli fece una scena di gelosia. Bartolomeo, che non vi aveva mai pensato, ne ringalluzzì, ma poco dopo si sorprese a pensare sul passato poco scabro di lei, e a domandarsi se alla propria volta dovesse essere geloso. Il problema era difficile, la china molto sdrucciolevole. La loro vita di camerati, alla quale la differenza di sesso aggiungeva un'attrattiva di più, leggiera fino allora, diventerebbe una vita di matrimonio, tanto peggiore quanto era fuori della legge, il giorno che, facendosi geloso, affermasse la propria solidarietà con quella donna. Si accorgeva di non amarla, ma che d'ora innanzi non avrebbe più potuto fare senza di lei. E lì erano rimasti, quando capitò la Patti. Adelaide, che avrebbe voluto servirle da cameriera per buscarsi qualche grossa mancia, non voleva saperne di corista, ma quando si vide rifiutata per la prima volta, diceva lei e non era vero, la sua collera e la sua lingua non conobbero più freno. Bartolomeo, cui i lirismi dei giornali avevano desto il prurito delle negazioni, l'aveva secondata, promettendosi a teatro una cattiva impressione; ma a rovescio di ogni calcolo, sollevato dal più grande entusiasmo, si era nella sincerità della propria grossolana natura dimenticato persino della Adelaide.
Quando entrò nella cucina, e la vide alla tavola colle carte in mano, allibì: la fisonomia dell'Adelaide stanca dal sonno e gonfia dall'ira, non prometteva niente di buono; e, sintomo spaventevole, ella non si era tratta nemmeno il sopratutto. Bartolomeo indovinò, che lo aspettava così da quasi tre ore. Poi le sue frasi a pranzo contro la Patti gli tornarono nella mente, urtandosi coi discorsi entusiastici della bottiglieria. L'Adelaide fu tremenda. Invano per calmarla egli affettava la più grande docilità; la voce di lei si alzava ad ogni parola, stridula e sibilante, come uno scudiscio, sferzandolo, non lasciandogli nemmeno il tempo di offendersi, destandogli una inesprimibile ripugnanza per quella donna, che gli si rivelava in un momento, mentre la sua anima era tutta piena della rivelazione della Patti. Ma colla prudenza di un uomo, che sa compatire una stranezza, e rattenuto da un sentimento delicato, poichè l'Adelaide non era in fondo che sua ospite, e si sarebbe vergognato di cacciarla così su due piedi, si lasciò generosamente opprimere: solamente, essendogli sfuggito un moto di diniego ad una sua laida stupidaggine contro la Patti, ella esclamò furiosamente:
— Ah! anche tu sei innamorato di quel baccalà?! Tutti urlavano stasera: sì! perchè non la vedevano da vicino come noi. Va là, è secca come un uscio, ha tutta la pelle grinza. Se ci aveste guardato al collo, invece di guardarla cantare, ve ne sareste accorti. Ci voleva ben altro che quel vezzo di perle, che ella si sarà guadagnato senza cantare. Oh! — insistette ad un altro suo moto — credi che cantasse anche allora! Sarebbe carino per l'uomo in quel momento di sentirla stonare, perchè la tua Patti stona. L'ho sentita io, non importa che mi dicano di no, perchè le orecchie io le ho buone, più degli altri, e me ne sono accorta. Sì, stona come Niccolini, che è vecchio come te ed è il suo amante: degni uno dell'altro: vivono assieme e guadagnano assieme — aggiunse con un sibilo, che esprimeva più di tutte le frasi di Bodoni.
— Cosa importa se ama Niccolini — disse nobilmente Bartolomeo.
— A me?! e a te?
— Io...
— Mo! innamòrati: è la donna dei vecchi; già alla sua età bisogna essere ragionevoli. Non ho fatto così anch'io? — strillò, guardandolo con una sfacciataggine, che era il colmo dell'ingiuria.
A questo insulto, che lo toccava nella sua sola debolezza, Bartolomeo provò una stretta al cuore.
— Solamente — seguitò, gonfiando il petto e arrovesciando il collo con moto d'orgoglio — la tua Patti pare la carcassa di un ombrello. Pelle e voce, come i rosignuoli; non è vero, tu che la credi tanto brava, la prima donna del mondo?
— Ma non ne parliamo più; a te non è piaciuta, ecco tutto.
— Ti do fastidio?
— Ma no: hai ragione, se la vuoi.
— Se la voglio? tientela la tua ragione; per chi mi pigli? Credi che sia perchè non mi ha voluto nel camerino? Non ci penso nemmeno. La sua cameriera l'ho vista: dicono che è una sarta di Parigi, ma l'ultimo abito dell'ultimo atto non era nemmeno stirato. Fin lì ci arriviamo anche noi, a Bologna, non ci è bisogno d'andare a Parigi per questo. Cosa credono questi forestieri? Poi lei è italiana, e dovrebbe avere più riguardi: invece li ha tutti per Niccolini. È lei, che gli tinge i capelli per ingannare il pubblico; lo vorrà forse vendere. Già quello che si compra si può anche vendere.
Bartolomeo non ne poteva più.
— Ci mettiamo a letto? — borbottò dopo un momento, andando verso il lume sulla tavola.
Ma ella lo fermò con una occhiata. Bartolomeo non l'aveva mai vista così.
— Hai sonno! — quindi si gonfiò ancora, ghermì il lume e con un gesto, che la Patti stessa le avrebbe invidiato, gli si avanzò fin sotto al naso, e gli soffiò in faccia:
— Buona notte! — quindi voltandogli le spalle, invece di andare nella camera, aprì l'uscio della propria stanza, e lo rinchiuse a chiavistello.
Bartolomeo rimase al buio. Non capiva bene. Il furore dell'Adelaide doveva dipendere da altro che l'avere egli fatto troppo tardi quella sera: forse ella non aveva potuto perdonare alla Patti lo sfregio di averla ricusata, e la ovazione del teatro l'aveva esasperata. Egli no invece, amava il merito ed applaudiva volentieri. Ma quella congiura in tutti di dirgli che era innamorato della Patti, cominciava ad impensierirlo seriamente. Se n'erano dunque accorti? Aveva commesso qualche imprudenza, o tra le sue parole, che pure gli sembravano castigate, glien'era sfuggita qualcuna, la quale potesse comprometterlo?
E intanto che questi pensieri gli battevano sul cervello, aveva acceso un altro lume. Attese, origliò. Adelaide non si andava a letto. Allora si arrestò discutendo seco medesimo se dovesse dirle qualche buona parola: ma a mezzo la riflessione si accorse di essere egli dal lato della ragione e di avere ricevuto in compenso un sacco di contumelie. Infine il torto era di Adelaide. Però una voce segreta gli diceva con insistenza sempre maggiore di picchiare al suo uscio. Naturalmente Adelaide doveva aver sofferto dello sfregio, in teatro, dove i pettegolezzi sono così facili e pungenti; bisognava compatirla, le donne sono sempre donne. Tornò ad aspettare: la sua bontà avrebbe voluto, ma il suo coraggio non osava; tentennò, si ammonì, si spinse due o tre volte verso quell'uscio chiuso, che in quel momento rappresentava il più grande ostacolo di tutta la sua vita. Era molto tardi, aveva quasi freddo. L'aspetto del focolare e degli arnesi tenuti con estrema pulizia lo commossero; l'Adelaide era pure una brava donna. Forse le avrebbe dovuto maggiori riguardi in tale critica circostanza, giacchè colle donne non è mai questione che di tatto. In quel momento la sua grossa faccia di contrabbasso esprimeva un imbarazzo pieno di benevolenza, che avrebbe commosso un nemico. Finalmente la bontà del suo cuore trionfò della timidezza del suo carattere, e camminando sulle punte dei piedi, colla circospezione d'uno scolaro, che vuole origliare alla porta del maestro, venne ad incollare l'orecchio alla fessura dell'uscio. Però malgrado tutti gli sforzi di leggerezza lo scricchiolio delle scarpe lo aveva tradito. Un fruscio di abiti usciva dalla stanza. Si sveste! pensò Bartolomeo, e credendo il momento buono, picchiò discretamente alla porta: ma quasi contemporaneamente, come risposta collerica, che non lascia nemmeno esaurirsi la domanda, uno stivaletto lanciato a tutto braccio venne a percuotere proprio dove egli si appoggiava colla fronte.
La sua anima era così disposta alla benignità d'un accomodamento, che fu miracolo se non gli cadde la candela di mano. Si drizzò pallido, e sempre indietreggiando sulle punte dei piedi, tornò alla tavola. Pareva prostrato. Una malinconia improvvisa venne da tutti gli angoli della cucina, nella quale aveva sorriso a tanti pranzetti, e che in quel momento era tornata fredda come prima quando, vivendo solo, non vi accendeva mai il fuoco. Abbassò la testa. L'altro stivaletto gettato collo stesso impeto, invece di battere nella porta, urtò nel canterano e produsse un suono secco: intese il letto scricchiolare sotto il peso di Adelaide, che vi si rannicchiava ferocemente, sentì il suo soffio smorzare la candela, e rimase colla propria in mano guardando. Aveva tuttavia il paltò nelle braccia, il largo cappellone in testa. Sospirò, poi, scuotendo malinconicamente il capo colla rassegnazione della buona gente che crede di disarmare il destino accettandolo, andò verso l'uscio della propria camera, e vi sparì. La cucina restò abbandonata come un campo di battaglia, dal quale ambe le parti si erano ritirate negli accampamenti.
Ma a letto il pensiero gli tornò sulla Patti. Sentiva ancora la sua voce, vedeva ancora la sua gracile e pallida figura muoversi stancamente sul palcoscenico in una penombra mortuaria, con un'aureola di martirio sulla fronte; e, mentre il cuore gli si tornava giovanilmente ad intenerire, la Patti rientrava nella scena sorridendo sotto la grandine degli applausi, disinvolta come una regina, amabile come una fanciulla. Allora tutto il pubblico subiva il prestigio della donna dopo aver provato il fascino dell'artista, e l'onda del desiderio di tutti arrivando al cuore di Bartolomeo lo bagnava entro una spuma mordace. Invano Niccolini, preso per mano la Violetta, veniva ad opporsi all'impeto della marea; la tempesta raddoppiava di violenza, e investendo quel bianco fantasma di donna, lo portava sempre più in alto, come quelle larve di nebbia, che dondolano mollemente in fondo all'orizzonte marino. Bartolomeo pensava alla Patti. Tutti i sarcasmi sguaiati di Bodoni e le infamie dell'Adelaide gli suonavano alle orecchie. Le aveva intese susurrate tutto il giorno, le aveva lette nei giornali velate dalla forma più trasparente dell'indiscrezione, abbigliate colla frase più ipocrita d'un complimento: poi le aveva ascoltate la sera nell'orchestra, le aveva colte nel pubblico, finalmente Bodoni le aveva disciplinate in una teoria paradossale e l'Adelaide denudate nel più cinico impudore. Ma la Patti usciva radiosa da quella bruma d'improperi. Egli non ci credeva. Forse l'amore di Niccolini non era vero, forse era la pietà d'una grand'anima d'artista per questo infelice tenore, vicino a perdere la voce senza essersi acquistato un patrimonio. Fors'anco la Patti lo amava, ma se la ragione intima di questo amore gli sfuggiva, doveva esserci, e degna di una donna, che arrivava col proprio genio all'altezza dei genii più eccelsi. Giammai donna aveva potuto cantare così. La Malibran, egli non l'aveva sentita, e nullameno era sicuro che a quei tempi dovevano contentarsi di poco. E quell'ultimo sogno tratteggiato con causticità così voluttuosa da Bodoni gli fluttuava sul letto, riempiendogli la camera di luce. Essere la Patti o essere il suo amante era troppo anche per un sogno. Essere giovane, perchè la Patti per lui, malgrado ogni verità, non aveva che venticinque anni; essere bella e cantare a quel modo! Nessuna regina aveva un regno più vasto o un popolo più innamorato. Tutti i giornali bruciavano per lei gli incensi più odorosi, la gente si pigiava alle porte del suo albergo, si schiacciava nei suoi teatri; molti avrebbero rubato per comprare un biglietto di loggione, i milionari le gettavano i diamanti come fiori, i sovrani andavano in camerino a baciarle la mano. In nessun paese del mondo vi era una donna come lei. Ma essere il suo amante era ancora più bello. Qui la sua immaginazione si perdeva. Solo, in quel letto a due posti, non pensava più all'Adelaide e non sentiva più la realtà della camera. I suoi desiderii non si formulavano ancora, ma le immagini più bislacche si accendevano e svanivano nel suo cervello come fosforescenze di legno imputridito, che, imitando il bagliore delle gemme, vibravano nella notte incomprensibili sorrisi. In quell'aurora boreale della passione tutti gli oggetti e tutti i colori gli si confondevano; Niccolini e la Patti non erano più che una luce ed un'ombra, un canto ed un accompagnamento, che passandogli per l'anima, se la trascinavano dietro. Egli non sapeva bene se vegliava o sognava.
La mattina si era già scordato di tutto, ma attese invano che l'Adelaide gli portasse il caffè a letto, una delle ultime e più voluttuose abitudini della sua nuova vita. Si alzò avvilito, poi sentendo rumore nella cucina, così come si trovava, in manica di camicia e in ciabatte, finse di aprire sbadatamente la propria porta: nello stesso momento, quasi il suo pensiero fosse stato penetrato, l'uscio dell'altra stanza si rinserrava, e la cucina restava deserta. Il focolare era spento, un fornello acceso. La cocoma del caffè vi gorgogliava spumeggiando. Egli non osò trattenersi, ritornò nella propria stanza, e uscì di casa senza aver visto l'Adelaide. Appena fuori la regolarità delle abitudini lo calmò al punto, che entrando nel caffè aveva già il solito sorriso per i camerieri. A colazione lesse tra gli amici abituali un brillante articolo del Panzacchi sulla Patti, poi rimase solo, rilesse l'articolo, lo confrontò coll'altro della Gazzetta dell'Emilia, andò verso i giardini. A quell'epoca non c'erano ancora i tramways. Vi rimase fin tardi, poi ritornando s'incontrò fortunatamente in Bodoni. Quel giorno era vestito di un paltò incredibile, giallognolo di crema, sul quale la sua piccola testa smorta, senza quella barbetta tosata rabbiosamente alla Enrico IV e macchiata di rossiccio e di castano, sarebbe parsa una cimasa di latte e miele. Ma era serio.
— Vieni a pranzo con me — gli disse a bruciapelo.
A Bartolomeo si allargò il cuore.
Il discorso cadde naturalmente sulla Patti e sugli articoli dei giornali, che Bodoni trovava nauseanti d'imbecillità. In nessuno, nemmeno il tentativo di un'analisi, tutti s'erano tratti d'impaccio rovesciando sul capo dell'artista i superlativi più strani; così chi aveva capito aveva capito.
— Invece — seguitava con accento severo — hanno gratificato Niccolini di complimenti velenosi. Anzi tutto questo amore potrebbe essere una invenzione sciagurata, ma quando pure fosse una realtà, il pubblico non avrebbe a ridirvi. Che importa se una grande artista ama un genio o un idiota, un sovrano o un paltoniere? La Patti non è la Patti, che sulla scena, e allora Niccolini scompare nel proprio personaggio tenorile: fuori essa è libera d'avere, e non può a meno di averli, tutti i gusti della femmina e le incongruenze della donna. Chi deciderà del gusto? L'eccessiva raffinatezza coincide colla brutalità, o se non vi coincide sempre, vi si allea sovente. Il selvaggio e il gastronomo preferiscono le bistecche crude: il facchino non cerca che la carne nelle donne; in Oriente, dove la voluttà fu più profondamente studiata, la carne è rimasta l'unico pregio delle donne. Se la Patti ama Niccolini, forse è nella regola del genio. Le nature volgari trovano facilmente qua e là il proprio ideale; le nature superiori se lo formano nella disperazione d'incontrarlo, e lo incarnano nel primo venuto. Che io getti dunque un mantello di porpora sopra un manichino di pioppo o di amaranto, il mantello solo dà al manichino quel paludamento da re o da regina, sul quale vengo a deporre i miei baci o le mie corone. In questa creazione dell'amore fra creatore e creatura non vi può essere giudice, poichè il giudice vede cogli occhi del corpo, e il creatore con quelli dell'anima. Sai tu perchè i giornali stamane celiavano educatamente su Niccolini? Perchè la folla non tollera superiorità, colle quali non possa avere contatto, e accusando la Patti di amare Niccolini, ha creduto di bollare il suo genio col marchio della natura femminile. Se nella Patti la donna fosse pari all'artista non sarebbe più donna. Ma la folla affermando la gran legge, che non vi siano individui slegati nella serie della vita e il genio non debba essere immune dalle nostre infermità, non sente che l'istinto invidioso del rettile contro il volatile, dell'anitra contro l'aquila.
Bartolomeo, cui la conclusione troppo filosofica del discorso aveva imbarazzato, non ne gustò meno per questo l'assennatezza del principio, e avrebbe quasi voluto rinfacciargli i paradossi della sera innanzi, se il timore di qualche altra scarica non l'avesse rattenuto. Bodoni sembrava malinconico: Bartolomeo glielo disse.
— La Patti mi fa male. È triste, mio caro, avere ventiquattro anni, capir tutto e capire per giunta che non faremo mai nulla. Fra vent'anni io sarò come te. Che cosa ti è accaduto nella vita? nulla. Che cosa mi accadrà? nulla. Tu almeno non capisci; perdonami, mio buon Bartolomeo, questa insolenza che t'invidio: io debbo invece morire di freddo al sole.
Con questi discorsi erano arrivati dinanzi alla locanda, una delle solite, metà osteria e metà albergo; molta gente l'ingombrava. Un cameriere di vecchia conoscenza venne incontro a Bartolomeo e gli fece mille complimenti, domandandogli dove era stato per sei mesi, se ritornava davvero, e scherzando gettava tratto tratto un'allusione galante, arrischiava un gesto confidenziale. Bartolomeo s'impacciava, Bodoni si era già seduto alla tavola col capo fra le mani. La sala rumoreggiava, era un va e vieni di camerieri, un vociare stonato, un cozzar di bicchieri e di piatti: dalla cucina, che si vedeva in fondo alla sala, veniva un odore grasso, uno stridio di frittura, che nauseava il palato; le berrette bianche dei cuochi passavano e ripassavano davanti all'uscio con un volo di colombi, gli ordini dei camerieri in cucina salivano e discendevano sulla gamma più assurda, nella varietà più strampalata di accenti. Bartolomeo si faceva grave, era senza appetito: Bodoni sembrava mangiare per compiacenza. Intorno a loro fioccavano i giudizi e le osservazioni sulla Patti, la esorbitanza del suo prezzo di cantante, nel quale nessuno osava acconsentire.
— Eppure — osservò Bartolomeo — tutta questa gente non avrà mai speso meglio quindici lire. Quante volte le avranno bevute in tanto vino cattivo. In fin dei conti la Patti è unica al mondo.
— Quale voluttà, ma quale sciagura! — mormorò Bodoni. Ad un tratto s'imbrunì.
— Ecco — disse — accennando ai discorsi di quella gente, perchè io avevo ragione d'insultare la Patti per essere venuta al Brunetti; il pubblico sarà sempre al disotto dell'arte, che per una fatalità della creazione gli è destinata. Vedi, mio caro, la gloria, che attira tutti gl'ingegni, è composta di questi discorsi; tutto finisce nel popolo, scienze, arti, industria, commercio, tutto per questo bruto che è senza riconoscenza, perchè è senza intelletto. I grandi uomini vissero sempre miserabili: e che importa al monello, il quale mangia le pesche, se l'albero muoia? Egli non ci pensa o, se pure, non se ne preoccupa, perchè sa che i peschi non finiranno mai. Quattro secoli fa non c'era musica a proprio dire, musica come intendiamo noi, quindi malgrado la ferocia dei costumi la poesia e la pittura erano nella massima voga. Oggi la poesia è rimasta nel sentimento di pochi, la pittura di pochissimi. Invano si fanno le esposizioni e si vende un quadro di Meissonier cinquecentomila lire: ciò prova che il lusso dei ricchi ha ancora bisogno di questa decorazione, ma l'anima del popolo non è più nella pittura. Sai tu che cosa si diceva quattro secoli fa in ogni palazzo e in ogni taverna? Michelangelo sta sbozzando una statua, Raffaello dipinge un quadro, Brunelleschi alza un palazzo, Ghiberti fonde un bronzo; e ognuno s'interessava all'opera, e l'artista povero si sentiva intorno una simpatia, che lo sorreggeva e dalla quale assorbiva la vita necessaria all'opera propria. E quando l'opera era finita, la moltitudine si pigiava alla porta del santuario, bestemmiando, osannando, perchè quella era l'opera di tutti eseguita da un solo. Oggi non è più così. Lo sviluppo dell'industria e delle macchine ha quasi ucciso l'uomo nell'operaio; i miracoli della meccanica più grossolani e di una utilità più immediata bastano alla sua fantasia, l'arte si è isolata nella classe dei ricchi. Qui la musica ha battuto la pittura. Siccome l'arte non giova che a interrompere la serie delle sensazioni reali con un'altra serie di sensazioni ideali, la musica è più facile ed efficace della pittura. La musica dell'orecchio vinse quella dell'occhio, giacchè in fondo, si tratta di due specie e di un genere solo. Anzitutto un quadro non si traduce, e sebbene al mondo si facciano molte copie, esse rispondono meno a un vero bisogno di pittura che a una moda decorativa: la musica invece la traduci, la trascrivi e, quello che è infinitamente meglio, la suoni da te solo, forse malissimo, ma ancora abbastanza bene per appagare il tuo sentimento di mezz'ora. La musica della pittura ci arriva attraverso un'immagine immutabile e che non possiamo quindi consultare in tutti i nostri bisogni: l'altra musica invece non ha immagini, parla e noi inventiamo il personaggio, magari noi stessi o un altro, poco monta; ride e noi inventiamo la bocca, piange e noi inventiamo gli occhi, esulta e la sua gioia serve ugualmente alla gioia di tutti, sospira e il suo sospiro solleva egualmente tutti i dolori. Alteri il tempo d'un motivo e ne fai così il linguaggio di qualunque situazione; e mentre il quadro non è appeso che alla parete del milionario e devi andare a cercarvelo, la romanza ti segue dappertutto entro il cervello, la riprendi e l'abbandoni dove vuoi. Ricco e povero ne hanno quasi un numero uguale, una medesima ricchezza, e perfino l'infelice, cui la natura discordò l'organo vocale, può ripeterle e gustarle nel pensiero. Sai tu perchè gli appartamenti sono oggi meno decorati e meno artisticamente? Perchè in ogni appartamento vi è un pianoforte: il pianoforte ha cacciato il quadro. Metti una statua in una soffitta e ne avrai una cattiva impressione, mettivi un violino e potrai dimenticarti presto di essere in una soffitta. Vedi: l'architettura è morta, la scultura sta morendo, la pittura per salvarsi è diventata letteratura. Al secolo d'oro il soggetto del quadro era un pretesto per disegnare un bel corpo o stendere un magnifico accordo di colori; adesso che il sentimento della bellezza e il senso del colore si è perduto anche nella classe dei ricchi, che comprano i quadri, la pittura è diventata romanzo. I compratori le domandano dei fatti e non dei colori, delle idee e non delle forme: quindi l'epopea e la tragedia vi signoreggiano, sotto di esse imperversa il dramma, più basso sghignazza la commedia, in fondo smorfeggia l'idillio, dal cui incesto colla realtà è nata la pittura di genere, il genere più odioso fra tutti i generi esistenti e possibili. Ma nella musica stessa comincia il decadimento, e la sua diffusione n'è causa; la diffusione, che degrada anche le religioni, perchè così si arriva nel popolo. Il concime fa nascere il fiore, ma se il fiore lo tocca colle foglie avvizzisce. Ti vuoi persuadere della nullità del popolo in arte, una verità che la scempiaggine del giornalismo liberale è quasi riuscita a far passare per una menzogna? Ricordati tutte le canzoni popolari delle nostre due rivoluzioni '48 e '59 e giudica se il maggior avvenimento accadutoci da millecinquecento anni, la resurrezione della terza Italia ottenuta con tanti miracoli di ingegno e di sangue, non ha inspirato che l'inno di Garibaldi e «l'Armata se ne va». Il popolo, mio caro, non è che plebe, e la plebe è un bruto. I Romani, che l'avevano conosciuta, invece di buttarle come noi la sovranità nazionale o la infallibilità politica, le davano «panem et circenses», cioè pane e sangue. Ma in questo caso il pane era sprecato.
E Bodoni stanco egli stesso dalla lunga dissertazione non disse altro. Bartolomeo, che non ne aveva capito quasi nulla, invece di domandarne spiegazioni, sedotto dai discorsi dell'altra gente ritornò sulla Patti, e l'altro, che per caso si trovava ad essere veramente serio quel giorno, cominciò su lei un'analisi fine e profonda. I più vicini si misero ad ascoltare, ed allora alzò involontariamente la voce, crebbe di vena, trovò una vivacità d'appendicista, per uno di quei successi di trattoria, ai quali si resiste così difficilmente e che ottenuti umiliano tanto. Fortunatamente l'ora del teatro si avvicinava, pagarono il conto, Bartolomeo trovò che era troppo caro avendo mangiato così male, poi fu tutto contento di accompagnare Bodoni a casa per non passare dalla propria.
Il teatro fu egualmente affollato, la Patti una Rosina inimitabile, una cantante anche più perfetta.
Siccome la maggior parte del pubblico l'aveva già veduta nelle parti di Violetta, la sua trasformazione parve ed era veramente un miracolo; l'ovazione salì di scena in scena, piovvero i fiori, tutti i complimenti che una folla in delirio può tributare a un idolo. Bartolomeo piangeva, ma erano lagrime d'allegria. A rovescio delle predizioni di Bodoni, la malizia di Rosina gli riusciva più grata del sentimentalismo di Margherita. Niccolini fu un Lindoro come era stato un Alfredo, Moriami invece il più bel barbiere di Siviglia. Alle emozioni terribili della sera innanzi successero le emozioni gaie, il solletico sensuale della commedia più bella, forse l'unica che si conosca nell'arte. La Patti sfoggiò tutte le risorse del mestiere, fu un organetto come sua sorella Carlotta, un usignolo, una capinera, un'equilibrista, che si dondolava sopra il filo d'una nota, e l'attenuava all'infinito senza romperla. La sera innanzi aveva trionfato lo stile, quella sera signoreggiava il metodo, prima il sublime dell'arte nel canto, poi il sublime della natura nella voce.
Durante lo spettacolo Bartolomeo, che si era dimenticato di essere sotto gli occhi dell'Adelaide, fu di una ilarità clamorosa, cercando inutilmente di ottenere una seconda occhiata dalla Patti, mentre svolazzava col suo gramurrino di farfalla sui lumi della ribalta. Poi, quando il telone si abbassò all'ultimo atto, egli fu dei primi ad applaudire cacciando addirittura le mani sul palcoscenico. Il suo faccione imporporato dallo sforzo e la sua statura gli avrebbero in tutt'altra occasione attirato gli occhi del pubblico, ma l'emozione dell'ultimo addio alla grande artista e la confusione di tutta l'orchestra non lo permise. La Patti tornò chi sa quante volte a salutare, duecento mani parevano volerle brancicare la veste; ed ella tornò ancora, ricevette sulla fronte tutto l'anelito di quel saluto, aprì i raggi di tutte quelle occhiate, strisciò come un sogno su tutte quelle fantasie, battè come un palpito in tutti quei cuori, si chinò, si rizzò nel suo sottanino di libellula, coi suoi occhi d'Andalusa, col suo corpo d'uccellino, sopra i suoi stinchi di mosca, col suo prestigio di artista, colla sua magìa di cantante, balenò, oscillò, disparve.
Il telone la celava forse per sempre agli occhi dei bolognesi.
Quella sera i suonatori si dispersero col pubblico, e Bartolomeo rimase solo. Attese mezz'ora nella bottiglieria, poi dovette andarsi a casa. La casa gli parve deserta, sulla tavola non trovò la candela coi zolfini, nella camera dell'Adelaide non si udiva rumore. Nullameno era rientrata. Tutto il suo buon umore sparì: la cucina abbandonata aveva un aspetto desolante, non vi erano legne nell'angolo, mancava l'acqua nei secchi. Perse qualche minuto in questa analisi, poi vergognandosi di potere essere sospettato dall'altra stanza, prese l'ordinaria risoluzione contro la tristezza, e si mise a letto.
Il pensiero della Patti lo riassalì nuovamente. Una a una si ricordò le moine del suo gesto, le carezze della sua voce, le sue malizie procaci di Rosina nelle scene col vecchio o negli incontri con Lindoro, e un fremito sottile gli passava fra la pelle e le lenzuola, dove aveva dormito l'Adelaide. Bartolomeo avendo trovato il letto disfatto, come al mattino nell'uscire di casa, si era coricato dall'altro lato. Quindi le memorie di tutta la sua vita povera e modesta s'illuminarono come ai bagliori di un gran sogno, nel quale era solo colla Patti. Finalmente poteva alla propria volta essere come tutti i principi e farle la corte. Per loro tutte le porte erano sempre aperte, avevano dei brillanti da offrire, dei grossi titoli, e quella disinvoltura da gran signori, la sola, che anche vincendo l'indomani una cinquina al lotto, egli non potrebbe mai sperare. Per lui non c'era nulla. Povero suonatore di fila, accettato raramente al Comunale, vivendo delle proprie economie, non aveva che il diritto di sognare; miserabile diritto, che aumentava la forza del desiderio e il rammarico della impotenza. Nullameno si cacciava voluttuosamente in quel sogno. La Patti gli pareva la donnina più adorabile, per lui che aveva il gusto delle donnine da tenere sulle ginocchia. Steso sul letto, la pancia in aria, la testa ravvoltolata in un vecchio folardo, guardava con due grandi occhi spalancati nella tenebra la magìa della propria visione. Aveva caldo, la faccia gli scottava. Colle mani brancicanti sotto le coperte, e un prurito per tutte le vene, si veniva accarezzando il ventre come nell'intima e indefinibile voluttà di premerlo sopra una donna e di sentirla schiacciarvisi sotto. Se la Patti fosse stata seco in quel punto l'avrebbe forse soffocata per farle sentire tutta la propria forza. Poi chiudeva gli occhi, il sogno cresceva. La scena arrivava al punto, nel quale le commedie fanno calare il telone e i romanzi di una volta mettevano i puntini, ma sul quale si ostinava come al punto migliore agitando la testa sul cuscino. E un riso di contentezza gli restava sulle labbra di essere così felice, senza che il pubblico potesse nemmeno sospettarlo, con quella donna, difesa dalla etichetta di tutte le aristocrazie, e che era allora nel suo letto, di Bartolomeo, il quale la chiamava semplicemente Adelina, un nomignolo più breve di Adelaide ed infinitamente più vezzoso.
D'un tratto si sorprese a ripeterlo con voce alta; allora si scosse e si volse sopra un fianco.
Il sogno si alterò, si confuse, finchè svanì in un altro e si sciolse.
Ma la mattina sentì più acutamente la necessità di una spiegazione con Adelaide.
Sebbene l'avesse già osservato la sera nel coricarsi, il disordine della camera gli fece male; il portacatino era ancora presso la finestra pieno di acqua sudicia, la tovaglia gettata sul comò, il letto disfatto anche dall'altra parte. Una tale confusione nella propria vita e nelle proprie cose non se la ricordava. Fece la grande risoluzione. Così come si trovava, udendo l'Adelaide in cucina, uscì di camera. Non aveva che i calzoni con le tracolle e i piedi dentro due ciabatte tagliate da lui stesso colle forbici in due stivaletti vecchi. L'Adelaide accennò di ritirarsi, ma egli la trattenne:
— Adelaide!
— Che cosa volete?
— Sei stizzita?
— Che cosa ve n'importa? — E aveva già la maniglia della propria porta in mano.
La cocoma del caffè fumava sul fornello.
— Ma aspetta almeno di fare il caffè.
— Quando sarà fatto tornerò — e disparve.
Egli rimase come un palo. Cominciava a perdere la testa. Se aveva compreso lo sdegno dell'Adelaide la prima sera, mezzo giustificato dalla mancia perduta e dalla sua vanità offesa di grande cameriera, non capiva l'ostinazione contro di lui, che alla fin fine non c'entrava nè punto nè poco. L'Adelaide lo sospettava dunque di qualche cos'altro? Era gelosa del suo entusiasmo per la Patti, entusiasmo sincero, che egli non aveva avuto mai per nessuna donna?
Finì di vestirsi ed entrò in cucina. Ella non tornava, allora convenne a lui di ritirare la cocoma, che schiumava sul fornello, ed attese inutilmente. Quindi con malizia di ragazzo pensò di tornare nella propria camera e di spiare l'Adelaide, quando verrebbe a prendere il caffè. Vi riuscì. Ella era seria.
— Ma che cos'hai contro di me? — conchiuse finalmente, non riuscendo a finire l'esordio.
— Io! nulla.
— Allora?
— Allora?
— Io non capisco più.
— Già gl'innamorati...
Bartolomeo tremò, nullameno si affrettò a negare.
— La Patti vi ha stregato, me ne sono accorta, non importa che facciate degli sforzi per negarlo, perchè anche l'altra sera me ne avvidi alle prime parole. Cosa volete farvene di una povera corista come me dopo una prima donna come lei? Avete ragione: tutto il pubblico dalla vostra parte. Io non sono mai stata una prima donna. Zitto! — esclamò vedendo che voleva interromperla... — Che cosa vuol dire? che ritorniamo come prima: voi non avete mai sentito nulla per me, e se io non posso dire altrettanto per voi — aggiunse con un tremito nella voce — la colpa sarà tutta mia. Delle sciocchezze al mondo ne facciamo tutti: benedetto chi non le paga. Lasciate stare; qui le parole sono di più, ci siamo capiti. Voi avete delle pretese, che io non posso soddisfare: se lo sapessi, non sarei costretta a menare la vita che meno. Dunque voi farete a modo vostro come avete sempre fatto, e se non mi volete più vedere in cucina, ditemelo.
— Ma io...
— Non siete voi il padrone?
— Andate là, andate là...
Ella afferrò la cocoma, e gli volse le spalle con quel gesto di bonomia rassegnata, che fa tanta impressione in certi momenti.
Bartolomeo rimase prostrato. Al caffè trovò i soliti avventori che parlavano della Patti leggendo gli addii dei giornali: uno propose di andare alla stazione per vederla, che ci sarebbe chi sa quanta gente, ma il cameriere bene informato assicurò che era partita per Roma colla corsa delle otto. I discorsi seguitarono su quel tema, poi gli avventori si dispersero ognuno dal proprio canto. Bartolomeo rimase solo. Era una giornata umida di primavera. Egli si avviò a testa bassa sotto i portici meditando sul proprio caso, ma non aveva fatto cento passi che se lo era scordato entro la tristezza del tempo. Quindi tornò alla Patti e, soffrendo per causa sua, entrò poco a poco nel carattere dell'innamorato. Mentre ella seguitava la strada dei trionfi, egli più povero ed abbandonato di prima cominciava a morire in quella giornata senza sole, umida e solitaria. Non sapeva nè dove stare, nè dove andare. Le gambe lo portavano ai giardini, ma non sarebbe possibile rimanervi: i nuvoloni crescevano in cielo. Si rimise a riflettere sul celibato impostogli per una metà dalla sua posizione sempre troppo incerta e per l'altra dall'avarizia dell'egoismo, che lo lusingava di vivere sempre colla medesima forza. Adesso egli non apparteneva a nessuno, non poteva attaccarsi a nessuno. I suoi amici di una volta erano già tutti vecchi ed accasati; i giovani li vedeva qualche sera dopo il teatro, e ridevano; ma se domani si fosse ammalato non avrebbe ricevuto una visita, non avrebbe avuto una mano per curarlo. Ebbe paura. I giardini erano bruni e deserti, qualche monello sfuggito di bottega o di scuola, o qualche altro abbandonato come Bartolomeo vi vagolavano: i giardinieri erano scarsi e non zufolavano come al solito. Sedendosi sopra uno dei sedili artificiali di gesso, gli sembrò che fosse bagnato. Il Brunetti resterebbe chiuso forse per una settimana; dove passare la sera? Allora sentendosi cadere addosso i brividi delle fronde intirizzite, pensò per la centesima volta alla Patti. L'eco solo del suo nome pronunciato a bassa voce lo riscuoteva. Si scaldò un istante alla sua visione, poi rincantucciandosi in un angolo di quella vita, che riempiva tutto un mondo, si compiacque a seguirne il pellegrinaggio imperiale. Almeno ella era felice. Gli pareva di essere diventato come del suo seguito, un fagotto di quei moltissimi, che si portava sempre dietro, e sui quali chi sa quante volte chinava la testa per dormire. Rimase molte ore nel giardino, cercando d'incontrarsi in qualcuno; quindi tornò in città, annasò ancora in qualche caffè e, non imbattendosi in anima viva, pensò di andare a pranzo. In tanta ruina il suo stomaco era ancora intatto. Sciaguratamente tornò alla trattoria del giorno innanzi, dove il cameriere lo accolse colle solite chiacchiere; il pranzo gli parve detestabile: la sera per disperazione egli, che abbominava il teatro come suonatore d'orchestra, andò al Corso. I discorsi della Patti lo seguivano dappertutto, l'aria pareva vibrare ancora delle sue note. Lo spettacolo, una commedia, gli sembrò incomprensibile; quando la gente se ne andò, uscì macchinalmente egli pure. Per istrada incontrò Bodoni col paletot di crema, che salutandolo senza fermarsi gli ravvivò tutti i pensieri del mattino sulla miseria dell'isolamento. Dovette andarsi a casa; qui lo aspettava un secondo stringimento di cuore. La cucina era assettata, la sua camera era tornata al solito aspetto di ordine e di decenza, rifatto il letto, chiusi i cassetti del comò, le scarpe lustrate sul baule, il portacatino colla brocca pieno d'acqua al suo posto; ma l'Adelaide non c'era. Se ci fosse stata e avesse solamente aperto bocca sarebbe scoppiato a piangere come un bambino. Invece si coricò e per colmo di stranezza, egli, che non l'aveva mai fatto per riguardo alle lenzuola, caricò ed accese la magnifica pipa. E allora col caldo del letto e col fumo del tabacco, le due voluttà, che maggiormente li attirano, i sogni della Patti tornarono a riempirgli la camera. Nell'altra Adelaide dormiva pacificamente.
Così durò molti giorni. Siccome ella aveva smesso di farsi il caffè la mattina, Bartolomeo non vide più l'Adelaide. Sulle prime non indovinò, poi aprendo a caso la madia, gli cascò la mano sul vaso del caffè, e lo sentì vuoto: forse la povera donna non aveva denari per comprarne. Egli fremè ed uscì per riempirlo; ma per quanto vi si scervellasse quel contegno gli riesciva inesplicabile. Mise il caffè nella madia, e attese lungamente nella cucina, se la sentisse rientrare. Giorno per giorno l'Adelaide gli assumeva nella coscienza una grande dignità di carattere, e se al principio gli era stata simpatica per i modi aperti, adesso gli diventava rispettabile come una dama. Aveva maritato bene la figlia e non volendo esserle a carico, come diceva lei, s'ingegnava in mille lavori: non era più giovane, ma tuttavia abbastanza ben mantenuta per ispirare qualche cosa ad un uomo.
Chi sa se non c'era molto cuore sotto quelle sue bruscherie, e dentro quella sua vita troppo spalancata. Alle volte il lepre sta dove meno si pensa. D'altronde in quei cinque o sei mesi egli non aveva avuto a lagnarsi di lei, nè come donna, nè come massaia. La vivacità dei suoi discorsi rendeva anche più saporiti i pranzetti, che sapeva fare con sì poca spesa; e qui Bartolomeo, guardando la fiamminga della minestra asciutta, si ricordava il proprio piatto prediletto, recato da lei all'ultima perfezione, un ricordo di Napoli, dove il grande Bottesini lo aveva una sera invitato a cena. Erano maccheroni all'acciugata, che a Bologna avevan dovuto diventare vermicelli senza troppo scapitarne. Si rammentava come l'Adelaide li riserbasse per il venerdì, giorno nel quale, malgrado tutte le bravate, voleva assolutamente mangiare di magro; e soleva farli seguire da alcune cotolette di tonno alla graticola, un tonno, che pareva a quel modo tutt'altra cosa.
Ma l'Adelaide non si vide.
La sera Bodoni al caffè aveva due magnifiche fotografie della Patti, in costume di Violetta all'ultimo atto; e rammentandogli la famosa occhiata nel «Gran Dio, morir sì giovane», gliene volle regalare una. Il suo cuore si commosse nuovamente a quella povera immagine bianca, abbandonata sulla spalliera della poltrona.
— Sei ancora innamorato? — gli domandò Bodoni accarezzandosi la barbetta.
— Matto!
— Io incomincio ad innamorarmi adesso. La lontananza per i grandi artisti è come la morte per i grandi uomini: l'uomo scompare nel personaggio, i difetti sfumano e la fisonomia vigoreggia. La Patti! — seguitò con quell'entusiasmo, che faceva di lui una contraddizione così piena di sorprese — darei tutta la mia miserabile vita di suonatore per essere il suo amante solo una mezz'ora, e potermela stritolare sul petto come un istrumento, troppo buono per cederlo ad un altro. Guarda la bocca: t'immagini tu come debbano baciare queste labbra, che fanno delle note più dolci di tutti i baci?
E cedendo all'impeto riprese dalle mani di Bartolomeo la fotografia per baciarla.
— Bacia anche tu.
Bartolomeo non se lo fece ripetere due volte.
Poi Bodoni notò improvvisamente la sua tristezza e gliene chiese la causa con accento amichevole. Bartolomeo titubò, perchè da molti giorni soffriva un gran bisogno di sfogarsi, ma il carattere caustico dell'amico lo rattenne. Si fece più serio, intascò la fotografia, ravvoltolandola in un giornale, che Bodoni rubò tranquillamente al caffè, e cadde in un pesante silenzio. Quella vita cominciava a superare le sue forze. Poi, sentendoselo continuamente attribuire per malizia o per ischerzo, aveva finito col credersi davvero innamorato della Patti; e se non voleva convenirne, dipendeva dalla ripugnanza istintiva di ogni passione a mostrarsi apertamente. Ma questo culto ideale non bastava a sorreggerlo contro le difficoltà rinascenti delle giornate deserte e dei cattivi pranzi in trattoria. Invano nei momenti più difficili ricorreva all'occhiata del «Gran Dio, morir sì giovane», nella quale le loro anime, trasportate dalla medesima poesia, si erano sfiorate in un contatto fatale. Quello sguardo era stato per lui come una stretta di mano in un'ora di pericolo, una parola d'eguaglianza barattata in un momento d'ispirazione fuori delle differenze e delle contraddizioni del mondo.
Bodoni gli aveva spiegato in modo molto oscuro il contatto secreto degli spiriti sotto la pressione di un medesimo sentimento, ma egli non vi aveva capito se non che Bartolomeo solo e la Patti avevano cantato quel pezzo.
E gli bastava.
Tornando a casa Bartolomeo si andava tastando in tasca la fotografia. Non sapeva ancora dove nasconderla, e provava già le trafitture voluttuose di un secreto pieno di pericoli. Passò per la cucina senza fermarsi, e si chiuse a chiave nella propria camera. L'indomani invece di andare da Bodoni, che si scordò l'appuntamento, dovette gironzolare per Bologna, comperò l'Illustrazione Italiana, che rappresentava la Patti nella Traviata alla scena della borsa. Il quadretto gli parve un capolavoro, l'articolo, datato da Roma, carico di ironie per Niccolini, una vera indecenza. In fondo all'articolo si annunziava che la Patti partirebbe l'indomani per Madrid; ma egli non se ne fece caso, perchè la loro distanza non cresceva così e non scemava.
Invece passando dal Brunetti imparò che il teatro si sarebbe riaperto fra tre giorni, e questa notizia lo esilarò; fece la solita passeggiata ai giardini, vi si trattenne poco, rientrò in città sempre in preda alla solita inquietudine. A casa la cucina era vuota, il focolare freddo. Allora gli venne in mente il caffè, e andando alla madia guardò se l'Adelaide se ne fosse servita. Nulla: il vaso era intatto al posto dove l'aveva lasciato.
— È dunque una scommessa! Ma perchè — seguitò ad alta voce — mi fa la camera se non vuole saperne? — Così dicendo spinse la porta per constatare rabbiosamente come tutto fosse assettato; senonchè, appoggiata sulla cimasa del letto, sotto l'immagine della madonna di San Luca, la fotografia della Patti, che egli aveva studiosamente nascosta fra cinque o sei quaderni di musica, gettava un baleno nerognolo.
Bartolomeo cacciò un grido: era impossibile, l'Adelaide vinceva.
Da quattro o cinque giorni non l'aveva veduta. Come potesse vivere da se stessa, lavorando poco o punto ed essendo senza risparmi, Bartolomeo non lo capiva; giacchè, vissuto sempre celibe e non avendo conosciuto le donne che in certi momenti e da certi punti di vista, ignorava la loro scienza minuscola della vita, come esse, che dissipano così facilmente i milioni, riescano a campare senza stento con pochi centesimi. Gli venne persino in mente di osservare nella cucina e negli armadi se l'Adelaide non gli rubasse qualche cosa; non lo credeva, ma il dispetto di sentirsele inferiore era tale, che se ne sarebbe quasi compiaciuto. Contò i rami, andò all'armadio; fra le biancherie cercò subito l'involto, nel quale teneva le quattro posate d'argento comprate a peso da un amico orefice; esaminò la bica dei lenzuoli, sommò ad occhio i mantili e le tovaglie, senza osare di spostarli. Tutto gli parve a posto, allora arrossì. Perchè dunque l'Adelaide gli teneva il broncio? Si mise a riflettere sulla natura di lei; benchè non vi trovasse a ridire, n'era poco contento. Era una donna onesta, nel senso popolano della parola, che lasciava la roba a posto e non tirava a far sacchetto, sapeva cucinare e mandare innanzi una famiglia con poca spesa, ma in fondo a tutte queste belle qualità, egli sentiva un difetto, una certa freddezza di animo, una soverchia maturità di ragione, che gli faceva paura. L'Adelaide non aveva mai torto, non si stupiva di nulla. Spesso chiacchierando dopo cena col bicchiere in mano, lo aveva fatto precipitare di sorpresa in sorpresa colle sue massime sulla vita, di uno scetticismo pratico ben più tremendo di quello che affettava Bodoni. L'Adelaide gli voleva dunque bene? Abbandonata dalla figlia, sola nel mondo colla vecchiaia e la miseria dinanzi, forse gli si era affezionata per una conformità di gusti e di destini; però, essendo ancora donna, aveva le gelosie del proprio sesso. Fra tutti quei pensieri decise di volere un secondo discorso con lei, e uscì di casa colla fotografia della Patti in tasca per andare a pranzo.
I vermicelli furono detestabili, le acciughe erano rancide, l'olio sapeva di muffa: perfino la pasta di Faenza, solita ad essere buona, non aveva retto alla cottura, e i vermicelli facevano, come suol dirsi, la colla. Nulla gli andava più per il verso: gli dettero delle seppie per calamaretti, ordinò un mezzetto di Chianti invece del solito vino romagnolo, e gli portarono del vino rosso bolognese, che è l'ultimo vino del mondo. A poco a poco la sua collera saliva. Nella sala molti mercanti di granaglie e di maiali facevano un chiasso indiavolato, bevendo e mangiando come tanti eroi di Omero; due orbini che vennero a suonare, e che essi accolsero colla vanteria crapulona dei mercanti, riempiendo loro il piattino di soldi ed offrendo loro da bere nei propri bicchieri, lo fecero quasi dare in escandescenza. Poi gli orbini non finivano più, le risa e le oscenità degli altri montavano di tono, quasi tutta quella gente aveva il cappello in testa e stava a tavola nelle più sguaiate attitudini, mentre egli per educazione, sebbene mezzo calvo, rimaneva a testa nuda. Non prese nemmeno la frutta e scappò. Gli era venuto un pensiero. Nella cucina, sotto la tavola, ci doveva essere un barilotto di vino di Castel San Pietro, ancora mezzo, da quando s'erano bisticciati coll'Adelaide: comprò una ciambella inzuccherata dal primo fornaio, e corse a casa per accendere il fuoco, e fumare nella pipa. Il barilotto era quasi vuoto: dunque l'Adelaide se n'era servita anche dopo? Questa debolezza lo rallegrò, ma nel cantone non c'era legna: si mise in veste da camera, si cavò le scarpe, accese la pipa e portando la bottiglia del vino sul focolare, si sedette sotto la cappa del camino come nell'inverno. Sulle prime tutte queste buone disposizioni non sortirono effetto, ma al quarto bicchiere la sua malinconia si rischiarò: fortunatamente la boccia di vetro bianco, dalla quale mesceva, era capace di due buoni litri. Egli si stese sul seggiolone di faggio, allungò i piedi sugli alari, e finita la ciambella che gli parve piccola, cominciò a soffiare nel fumo. A poco a poco diventava allegro. Le memorie della cucina gli calavano intorno dalle casseruole appese alle pareti, come da tanti quadri, dei quali la poca fiamma della candela non lasciasse distinguere le immagini: ed erano figure grasse, profumate di intingoli, con un riso giocondo sul volto, che tratto tratto si illuminava di un grande riverbero, quasi che il focolare fosse acceso. Di sotto alla tavola, dalla madia uscivano echi di vecchi discorsi, frammenti di scene casalinghe, quando collo stomaco pieno ed il cuore digiuno si era abbandonato alle piacenterie confidenziali della luna di miele coll'Adelaide. Dalla trave di mezzo penzolava ancora la canna, alla quale si erano dondolati tante volte i coteghini grassi, fra le ghirlande delle salciccie, mentre un prosciutto attaccato più in là, ad un gancio, aveva l'aria d'un violino. Egli stesso gli aveva trovata questa somiglianza e l'aveva mille volte ripetuta coll'Adelaide, quando giungendo a casa troppo presto se ne tagliava una fetta dicendo:
— Suono, eh!
E l'Adelaide sorrideva al suo bell'appetito di suonatore.
Poi il fumo alcoolico della pipa, giacchè da fumatore arrabbiato vi fumava dei mozziconi di sigaro lavati nel rhum, avvolgeva quelle figure paffute e rossiccie in una nuvola aromatica. Mezzo coricato sul seggiolone, la pipa sul petto, respirava lentamente, operazione che aveva la voluttà di tutti i giuochi automatici e nella quale si sarebbe addormentato, se la necessità di tenere la cannuccia fra i denti non lo avesse tenuto desto; tornò a bere. Ma l'ebbrezza del vino, più calda di quella del fumo, gli accese i sensi già vellicati. Ad un tratto la cucina rischiarata a stento dalla candela di sego sopra la tavola, allargandosi in un incendio di luce, divenne un teatro gremito di spettatori; il focolare era il palcoscenico, lo sfondo giù ai lati l'apertura delle quinte dove formicolava la popolazione misteriosa dei teatri. Lo spettacolo era abbagliante. Un'oppressione voluttuosa pesava nell'aria facendo battere tutte le palpebre e aprire tutte le bocche. E una figura patetica di donna, moribonda bellezza di martire, alla quale la morte aggiungeva una bellezza di più, taceva in mezzo a quell'aureola, sopra a quel silenzio angosciato di tutti. Una storia indicibile di dolori era scritta sul suo volto, una memoria d'amore le impallidiva sulla fronte. Poi senza scomporsi, come se non ne avesse avuto la forza, cominciava a cantare, calando un lungo sguardo verso di lui.
Ma in quella l'Adelaide, non sospettandolo in casa, rientrava per la porta della cucina. Aveva il solito impenetrabile di Casimiro grigio, il cappello scuro con una vecchia penna di struzzo colorata di rosso. La sua figura atticciata diventava tozza sotto l'ombra di quelle grandi ali. Sembrava aver fretta, ma vedendolo si arrestò. La candela del tavolo non illuminava abbastanza bene la scena, perchè ella potesse vedere subito la boccia, ed il bicchiere sopra lo sgabello del focolare. Nullameno finì per accorgersene.
— Oh! — esclamò Bartolomeo rimettendosi a sedere sul seggiolone.
— Scusate se vi disturbo — rispose con accento secco, che finì di svegliarlo, andando verso la madia per accendervi una candela e ritirarsi. Bartolomeo accennò di scendere.
— Non v'incomodate, ho già fatto: vi lascio in libertà — seguitò con intenzione evidente.
— Non potete fermarvi un pochino!
— A far che?
Bartolomeo avrebbe voluto calar giù, ma temendo di farlo male per il vino, che cominciava a pesargli sullo stomaco, rimase sotto l'ombra del camino, che ingrossava singolarmente la sua figura già grossa. Tutti i proponimenti del giorno gli si affollarono nella memoria.
— Aspettate: oh! ecco: sentite.
— Cosa?
— Ve l'ho pur detto, io non ci capisco nulla.
— Nemmeno io.
— Allora?
— Cosa volete dire?
Bartolomeo s'incagliò ancora: ella ripetè l'atto di andarsene.
— Io sono sempre quello stesso — disse finalmente con un immenso sforzo, e un sospiro di soddisfazione.
Ella finse di non comprendere.
— Volete far la pace?
— Sentiamo: condizioni e patti!
— Ah! — fece Bartolomeo.
— Scusate; questo nome vi dà fastidio?
Egli s'imbrogliò nuovamente, ma per una di quelle scappate, che non vengono se non agl'ingenui in certi momenti:
— Cosa avete fatto tutti questi giorni? — prosegui.
La domanda era così imprevista che ella stessa titubò.
— Ho lavorato.
Bartolomeo comprese la portata di quella parola, e si arrestò. Malgrado tutta la buona volontà non trovava modo di venire ad una spiegazione, parendogli di aver egli tutti i torti e nel sentimento della vergogna sentendosi crescere ancora l'imbarazzo. Un sospiro leggiero, che l'altra colse benissimo, gli uscì dalla bocca.
— Buona notte! — ella disse questa volta incamminandosi.
— Ma è dunque molto tardi?
— Non saranno nemmeno le nove.
— È presto.
— Buona notte!
— Buona notte! — rispose Bartolomeo con voce, nella quale l'umiltà dell'accento faceva sentire la malinconia di una preghiera.
Ella entrò nella propria stanza, e l'altro, appena scomparsa, fece un gesto violento contro se medesimo quasi per darsi un pugno.
— Bamboccio!
Quella fu la sua sera peggiore. Per uscire di casa avrebbe dovuto rivestirsi, rimettersi le scarpe, riannodarsi il fazzoletto, tutta una farragine d'incomodi, dei quali ognuno aveva in quel momento l'intensità di un supplizio. Poi non sapeva, una volta fuori, dove dare del capo. Ma rimanere in casa, solo in cucina, coll'Adelaide di là, che lo sentirebbe andarsi a letto così presto, era impossibile. Tentennò lungo tempo in preda ad una collera, che cresceva di minuto in minuto, coi ricordi di tutte le contrarietà toccategli nella giornata e le difficoltà di una soluzione altrettanto inevitabile che impossibile.
Nei giorni seguenti cadde in una tetra malinconia, dalla quale non uscì nemmeno a teatro.
L'oscurità, che l'aveva protetto contro i pericoli del mondo permettendogli di vegetare prosperamente all'ombra come una pianta grassa, gli diventava una tenebra di prigione, fuori della quale il paesaggio ardente della vita spiegava la pompa delle sue decorazioni. Tutti erano felici intorno a lui, il giorno si occupavano dei propri affari, la sera andavano a teatro per divertirsi, mentre egli, accasciato tutto il giorno sotto l'incubo di se medesimo, doveva venirvi per diventare parte inavvertita del loro divertimento. Almeno la Patti aveva diecimila franchi ogni sera senz'essere schiava del pubblico. Al Brunetti due settimane dopo ognuno parlava ancora di lei, che era in Ispagna e faceva delirare quel popolo, ancora abbastanza romano per preferire l'orgoglio a tutte le virtù e il sangue a tutti i piaceri.
E allora si obliava nei sogni della Spagna, che non conosceva nemmeno per lettera, alla quale non attribuiva nè gli aranci, nè le palme, nè i costumi ancora medioevali, nè le architetture moresche capricciose come le sue colline e trasparenti come le sue nuvole. Però in fondo ad ogni sogno trovava sempre una tristezza più cupa, simile alla tenebra di una lanterna magica, che pare più densa quando l'apparizione è svanita. Il giorno non andava più ai giardini pubblici, che la esultanza di primavera gli rendeva odiosi, ma girellava per la città come tutti i vagabondi, che cercano d'ammazzare il tempo e invece soccombono sotto di lui. E poco a poco si scordava della Patti e dell'Adelaide, le due cause della sua infelicità, per non sentire che il proprio malessere, una stanchezza morale, che gli dava l'uggia di ogni persona, un esaurimento fisico, che gli dava la nausea di ogni cosa. Trascorse ancora una settimana. Il suo aspetto cominciava ad intristire, le borse sotto gli occhi gli si erano ingrossate, perfino il suo bell'appetito, l'amico fedele di tutta la vita, stava per abbandonarlo. Allora per disperazione cominciò ad alzarsi più tardi e a coricarsi più presto: aveva fatto una specie di raccolta di tutti i giornali, che parlavano della Patti, e li andava rileggendo. Qualche mattino mancò alla colazione del caffè, dove i soliti avventori si fecero caso della sua assenza; a pranzo non andò più alla trattoria, che aveva scelto dopo il disastro domestico, e si abbandonò alla ventura per l'izza di dover parlare col cameriere, o di incontrarsi con persone conosciute. Anche Bodoni, cui prediligeva sopra tutti, gli era divenuto insoffribile; mentre una delle sue ultime parole di quella sera alla bottiglieria gli era rimasta confitta nella memoria come un chiodo arroventato.
— Ella ti avrà reso miserabile per sempre!
Era un venerdì di primavera, era piovuto tutto il mattino, poi aveva soffiato un vento freddo senza spazzar via le nuvole. Il cielo era torbido, la città pareva bigia. Bartolomeo era uscito. Fosse il tempo o altro, si sentiva anche più triste; da due giorni non aveva quasi mangiato, aveva fatto un giro per il Pavaglione, era entrato macchinalmente in S. Petronio, poi era tornato a casa, sorpreso da un freddo, che in quello scoraggiamento prese per un sintomo di malattia. Si sdraiò sulla vecchia poltrona, affagottato dentro un paltò d'inverno, lasciando errare gli occhi sui tetti vicini, pei quali i passeri pigolavano lamentevolmente. Il sentimento della morte lo invadeva. La sua camera poco allegra per la qualità dell'arredo e il colore della luce gli ricordò quella della Traviata all'ultimo atto; proprio in quel momento tornava a piovere. Le percosse dell'acqua contro i vetri lo fecero fremere di terrore, poi abbassò la testa come un malato, e chiuse gli occhi. Il Bartolomeo di una volta era morto.
Ma la porta della camera si aperse con fracasso, e l'Adelaide entrò rossa come un gambero. Aveva un giornale in mano.
— Leggi — esclamò dandogli del tu per la prima volta dopo la rottura.
Egli si destò di soprassalto, ma l'altra non badando alla prostrazione del suo aspetto, cogli occhi sfolgoranti di disprezzo:
— Ah! tu non ne saresti capace. Te lo leggo io; sta attento, come tratta in Spagna la tua Patti; — e senza dargli tempo nè di rispondere, nè di capire, con voce concitata, che la passione di quel momento aguzzava come un pugnale, spuntandolo tratto tratto ad una frase, gli lesse un articolo riportato da un giornale di Madrid. Con stile vivace, pieno di reticenze insidiose e di approvazioni ironiche si narrava come re Alfonso si fosse invaghito della Diva e per non imbarazzarsi con Niccolini, diventato geloso fuori di tempo, gli avesse fatto bere d'accordo con lei un narcotico a cena. Niccolini si era addormentato, ma o la dose fosse troppo lieve, o essi profittandone subito facessero troppo rumore, si era svegliato prima. Allora il re aveva sorriso e se ne era andato; Niccolini era rimasto e aveva bastonato la Diva. Forse questa era una storia di giornale, ma l'Adelaide lo credeva, e:
— Tieni — fe' lanciandogli il giornale sul ventre — te lo diceva pure: è una... e si fermò meravigliata della faccia di Bartolomeo, che ella credeva allibito. Era quasi ilare.
— Ma tu! — esclamò.
Egli si levò in piedi. La pioggia scrosciava ancora nei vetri, il cielo si era fatto più buio, e nullameno egli riacquistava il bel colore d'una volta.
— Non eri dunque innamorato tu, che hai fatto tanto?
Bartolomeo ebbe un gesto di stupore, che voleva dire:
— Puoi crederlo?!
— Però confessalo, se non fosse stato così...
— Sei tu, che lo hai detto.
Rimasero incerti tutti e due, ella collo sguardo ardente, egli quasi curioso. Per un momento si studiarono.
— Ma se è brutta!... — ella proseguì esaminandolo; Bartolomeo non si mosse.
Allora Adelaide ebbe come un gesto di dispetto contro se stessa nello sforzo di cercare inutilmente una spiegazione, e ripetè più forte:
— Che cos'era dunque? Tutti impazziscono per questa donna, che pare un'acciuga.
Bartolomeo ebbe un lampo.
— Oggi è venerdì.
Ella comprese, egli titubò.
— Se potessi credere...
— Li faresti?... i vermicelli all'acciugata...
— Forse...
— Te lo dirò io — esclamò con un sorriso che gli morì nullameno in un sospiro: era, ecco...
E non trovò altro.
Tre mesi dopo Bodoni, incontrando Bartolomeo al caffè del Corso, gli correva incontro col suo riso sinistro sulle labbra.
— È proprio vero che hai sposato la grossa Adelaide?
Bartolomeo chinò la testa.
Bodoni si arrestò, poi dardeggiandogli un'occhiata in faccia:
— Ti piace la trippa?
— No — rispose ingenuamente Bartolomeo.
— Avrai una vecchiaia infelice.