TRAGEDIA UMILE[2]
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TRAGEDIA UMILE[2]
Il Prologo
Una fanciulla sedicenne e ignara Degli inganni d'Amore a lui si diede, Che sedurla si piacque Sotto sembianze di gentil garzone. Ed or che il testimone Ella del proprio errore in grembo porta, Per vergogna e dolore Insoffribil la vita le si rende, Ed in funesti entusiasmi assorta, L'atro braciere accende, Sè stessa offrendo a morte e di sè stessa Il frutto, il dolce frutto. All'umile sua stanza innanzi tutto Tura gelosamente ogni pertugio; Di poi sul proprio letticciuol distesa, Chiude gli occhi in attesa: Pure durante il terribile indugio, Mentre ancor poco a viver le rimane, S'odono mormorar fra le pareti Del cor di lei segreti Accenti in bocca di persone arcane.
Voce della Vita
La dolce vita io sono, Il bene immenso, il dono Supremo che Natura all'uom concede. Come in capo a un eroe donne amorose Versan nembi di rose, Così con ricca mano I lieti giorni io verso. Però lo spirto ha insano Chi precipita a morte Prima del tempo e volontario; a morte, Che sollecita ahi troppo da sè stessa Incontro all'uom s'affretta.
Voce della Fanciulla
Menzognera è la vita e frodi tesse, Come quaggiù ogni cosa; Ingannevoli son le sue promesse, A imagine di fiori Fra cui la serpe è ascosa. Omai quaggiù nulla mi resta fuori Che amarezze e vergogna; E perciò appunto che a la morte agogna, Non è il mio spirto insano.
Voce della Vita
Non incolpar la vita Di tua crudel sventura O vergine tradita: L'uman consorzio pose Dissidio tra sue leggi e la natura; Al contatto dei sessi il rito impose, Senza del quale è colpa Il natural desio, E il sen fecondo, orgoglio Di tutte donne e lor somma dolcezza, Torna per te in cordoglio Ed in onta che il cuore e i dì ti spezza.
Voce della Fanciulla
Deh non foss'io di donna Stata mai concepita, Oppur come che sia, Morta fossi da pria Di conoscerti, o Vita!
Voce della Vita
Non dir così, fanciulla; D'ogni miseria è peggior cosa il nulla; Te l'invito dei sensi E del tenero cuore, Te l'ignoranza dei maschili inganni Indussero in amore, Onde il mio spirto esulta, Ma per lo qual seguendo sua ragione, Di cui poco a me cale, La gente ahimè t'insulta. Quindi il genio fatale Dalla tua razza accusa, Che danni da se stessa a sè procura; Non la gioconda vita E la gentil natura, Perocchè bello e dolce sopratutto È il respirar le lucid'aure e il blando Raggio del sole e calcar l'alma terra, Destare affetti e averne, e il molle frutto D'amor cogliere amando.
Voce della Fanciulla
Me nessun ama, e nessun amo io stessa.
Voce della Vita
A torto, a torto pensi; Il tuo figlio amerai; Nè dubitar che tosto il giorno arrivi Che saprà amarti egli medesmo; immensi Gaudi e conforti avrai Finalmente da lui, Che la gioia miglior dell'esser vivi È dar la vita altrui.
Voce della Fanciulla
Il dar la vita altrui Sommo è per me dolore, Com'è nascer da me somma sventura. Come pianta nociva il fiore e il frutto Detestati matura, Così dappoichè madre s'interdice Essere a me, felice Non sarà il figliuol mio, Chè con la vita l'onta Da me riceve, nè battesmo alcuno La tetra original macchia deterge.
Voce di uno Spirito
Io son lo spirto che le membra un giorno Abiterà, che adesso Il tuo grembo prepara: Perchè, o madre, mi uccidi? Perchè, perchè la cara Vita mi togli pria che darla intera?
Voce della Fanciulla
La vita non ti diedi Finor, però nulla ti tolgo. Vedi Come del viver nostro ignaro sei, Sospettando ch'io privi Te della vita, mentre ancor non vivi!
Voce dello Spirito
Più che ai lamenti miei, Ti fai sorda a te stessa, Perocchè certo e per tua prova sai, Come la madre intenta Il figliuol proprio assai Pria che prodotto al giorno Nelle viscere sue viver si senta; Le molte pene del suo stato altera Sopporta e non si duole, Perchè le fan testimonianza vera Che palpitante prole Già pria di nascer nel suo grembo ha vita. Che più? sol perchè avverti Che io ti palpito in seno a me procuri E a te stessa la morte.
Voce della Fanciulla
Non è ver, non è vero; Crudel così mi fanno, Se pur crudel io sono, Ahimè, l'amore e l'onor mio traditi. Io morte cerco e spero Per nostro minor danno, Per fuggir vitupero Ed estinguer sotterra il mio dolore.
Voce della Vita
Sommo danno è perir, dacchè la tomba Non ha conforti; e molti n'ha la vita, Per quanto dura sia.
Voce dello Spirito
A te l'infanzia mia Gioie molte e soavi Darà in compenso ai gravi Travagli del tuo stato Misero e disprezzato; Ma fatto grande poi, Coll'opra e il valor mio Saprò d'utile affetto Di calma e di rispetto Colmare i giorni tuoi.
Voce della Fanciulla
Ahimè gli stenti di quaggiù malnoti Ti sono e le durezze e l'aspra guerra, Spirto che ancor, dove non so, ma certo Molto alberghi lontan dall'umil terra; Nei pelaghi tu nuoti Del mistero infinito e poco esperto Sei di questo fatale E duro scoglio, ove nascendo approda L'infelice mortale. Ferrea necessità, tosto che nato, Ti prenderà quaggiuso. E converrà che dal mio petto escluso O tu sia presto, o che la dolce infanzia, Ahi la tua dolce infanzia, Da me, da me, dalla tua madre istessa Derelitta ed inferma L'inedia il freddo e l'ignominia apprenda. Che se a tal prova durerà la ferma Tempra e la tua natura, Non isperar ch'altra miglior ventura Adulto poi t'attenda: Il vile stato e la fatica rude E il comun sprezzo e le ferine brame Che il ben degli altri immeritato accende E alfin la fame, ahimè l'abbietta fame Il tuo spirto già stanco inaspriranno, E sul tuo labro e nel tuo core acerbi Sdegni per me porranno, E per l'orrenda vita Che or tu vuoi che ti serbi.
Voce dello Spirito
Come soldato in guerra, Armi e valore in terra Pari alla dura lotta Che egli quaggiù sostiene L'uom da Natura ottiene.
Voce della Vita
Sacro dono è la vita, e l'uomo assume Virtù nascendo che di poco a un nume Inferïor lo rende.
Voce del Terrore
Nè spavento infinito il cor t'assale, O giovinetta frale, Che l'ombra eterna affronti? Impallidisce il forte All'aspetto di morte, e tu non tremi? Tutto, ben sai, non cessa Cogli aneliti estremi; Lurida fossa attende La tua persona bella, E sul molle tuo sen crescerà l'erba Tetra: ma pene orrende Al tuo spirto che a viver si ribella Il Creator riserba.
Voce della Vita
Quando la Vita invece Gli anni migliori appresta A te di giovinezza, E di bellezza a cui si farà molto Omaggio e molta festa, Di non comun bellezza T'adorna il seno e il volto.
Voce del Terrore
Ma nell'orrida fossa ogni tuo vezzo Turpe lezzo corrompe, E una turba v'irrompe Di mostruosi insetti, Che la leggiadra spoglia Dividono fra loro. Peggio ancor del tuo spirito, che doglia Incessabil costringe... Non odi il pianto acuto Ch'esce dal fiero loco? E dei castighi eterni Già non discerni il foco?..
Voce della Fanciulla
Ahimè! chi mi soccorre? Un artiglio di ferro il cor mi preme, Che respirar mi toglie, e sento insieme Fuso piombo che corre Nelle mie fauci ardenti; Chi per tal modo m'incatena al duro Giaciglio ch'io non possa Solo un po' sollevar l'ossa dolenti E rivolgere il fianco? Ancor vivere io voglio... io giovin sono... Aita! aita! io manco. Ahimè quali funeste Larve passan dinanzi agli occhi miei, E che voci son queste Di cui m'arriva il suono Terribile? Morir più non vorrei... Chi mi soccorre! Aita!
Canto della Morte
Oh fanciulla dolente A te soccorro io stessa: Grande io sono e possente; Pure la ferrea sorte E al mio voler sommessa, Però ch'io son la Morte. Io la suprema aita Sono, o fanciulla, in terra; Chi stanco della vita A me fidente viene, Sicuro porto afferra E sacra pace ottiene. Ma il pavido mortale, Che raramente è saggio, Giudica a torto e male L'opra ch'io compio, e chiama Stolto, anzi vil coraggio Quel che m'invoca e brama. Egli da me rifugge E orribil m'affigura; Se reo malor lo strugge, Ancor di me che arrivi Teme, e di così dura Esistenza lo privi. Stolto! solo il dolore Ispiri a lui temenza, Che, re sinistro, l'ore E i giorni suoi governa... La vita è sofferenza, La morte è calma eterna. Ma all'uom la calma incresce, E a lui soffrir più giova Che baldo e giovin cresce. Lo intendo io ben, l'intendo; Faccia del viver prova, Io più tardi l'attendo; Se pria l'ardor che ha in seno Però me non provòchi. Se pria però in terreno Sparso d'umana clade, Anch'egli fra non pochi Nei lacci miei non cade: Chè spesso l'uomo insano E involontario affretta L'opera di mia mano; Nè vale il gran terrore, Che in mio poter nol metta Stoltezza assai peggiore. Ma tu che in tua sventura Il nume mio propizio T'invocavi sicura, Domar sappi a tua volta La tema e il pregiudizio Della tua razza stolta. Non ti colga spavento: Dove il mio bacio io posi Ogni dolore è spento: L'umana indole cessa E lieti e dolorosi Sensi muojon con essa. L'amplesso mio racchiude Virtù così efficace Ch'ogni uman senso esclude; Gioia o dolore umano Al cor reso incapace Quindi urterebbe invano. È un singolar concetto Il gaudio eterno o il pianto Di ciò che reso inetto Al gaudio e al pianto invece Si tramuta frattanto Con incessante vece. Vieni fanciulla; posa In seno a me la testa; Nelle mie braccia ascosa L'arcano sonno avrai Da cui non si ridesta Occhio a pianger più mai. A me dunque abbandona, A me che ti sto innante, La misera persona; Celami in sen la faccia, Dormi siccome infante Nelle materne braccia.
L'Epilogo.
Siccome infatti il pargolo subisce Della canzon materna il molle incanto, E lento s'assopisce; Così il funereo canto, Che alla fanciulla dentro il cuor risuona, Di letale sopor tutta l'invade, E a poco a poco in braccio della morte Addormentata cade. Or poi che il giorno cresce, E le vicine sue fannosi accorte Ch'ella, siccome usava, ancor non esce, Picchiano all'uscio, invano. Allora alfin la porta Si atterra, e si discopre Che la fanciulla è morta. Narra il giornal con poche e indifferenti Parole il mesto caso, Nella cronaca urbana, Ma al poeta solingo fra le genti Nessuno sfugge benchè lieve aspetto Della miseria umana; Ei l'umil grido intende Dell'infima sventura, Che il suon del mondo affaccendato copre, E la tragedia oscura Per opera di lui nota si rende.