PICCOLO MONDO IDILLIO DOMESTICO
Reading edition
1870-77
Nihil sanctius quam domus. Cic.
I.
Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialle Le foglie, e al primo soffio che diserra Il monte su la valle Cascano in folla a terra; Fu a mezzo dell'ottobre disadorno, Che a la modesta villa, Dov'ebbero tranquilla Dimora i padri miei, feci ritorno. Dopo l'assenza di molt'anni al loco Feci ritorno dell'infanzia mia; Partii fanciullo e poco Men che adulto or venia: Nessuno ravvisarmi avria saputo, Ma gli antichi cipressi Vidermi appena, ch'essi Mossero il capo in segno di saluto. Furon dinanzi del cancel piantati Da non so quale de' miei vecchi stessi Que' due vecchi cipressi; E là come soldati Stan da gran tempo a guardia del mio tetto, E mi conobber tosto, Perchè ai lor piè deposto Io soleva giocar da pargoletto.
II.
Le scale ascesi e penetrai le stanze Che gran tempo di passi e voci umane Furon mute, e ove leggonsi le usanze D'un'età spenta in quel che ne rimane. Il padre mio che preferì altra sede, Presso quel lago ch'ei descrisse in rima, Là morir scelse, e non aveva prima Più da molt'anni qui rimesso il piede. O alti stipi addossati a la parete, Seggioloni, erti letti e mense gravi, O vecchi arredi a cui le meste o liete Vicende e i sensi noti fur degli avi; Io vi ammiro in silenzio, e quasi provo Vergogna d'esser io vostro padrone, Chè il serio aspetto vostro assai m'impone, E pur meschino in faccia a voi mi trovo.
III.
Volontier ci si indugia accanto al foco, Nella lunga autunnal rigida sera, Massime in vecchie case, ove fan poco Schermo le imposte contro la bufera; Io la serata intera Spendo con gran diletto Dinanzi al caminetto. Danzan le fiamme sugli enormi alari Volubili e scherzose e suonan liete, La stanza empiendo di giocondi e vari Riflessi, mentre sovra la parete Si movono inquiete L'ombre e i profili neri Dei mobili severi. Vecchie pareti, a cui nessuna è ignota Di tante cose innanzi a voi compiute, Se per narrarmi dell'età remota Voi cessaste un momento d'esser mute, Forse d'aver sapute Quelle cose, mi pare, Che a me potria giovare. Forse m'illudo, nè dir cosa nuova Voi potreste, ch'io pria non la sapessi; Che l'umana vicenda si rinnova, Ma poco muta, e gaudii a noi concessi Furo e dolori stessi In alto e in umil stato, Oggi e per lo passato.
IV.
Ma forse in tutto nemmen questo è vero; Nè certo or fa cent'anni i nostri vecchi Si davano pensiero D'argomenti parecchi, Ch'oggi il cuore e la mente Vanno struggendo a noi, povera gente! Le manìe metafisiche discese Anco non eran nell'Italia allora; La scïenza politica, com'ora, Non era ancor palese A ciascheduno, fino al mio barbiere, Cose che non parrebbe, e pur son vere. Il sentimentalismo umanitario (Ahimè, che versi scrivere mi tocca!) Ch'oggi a tanti la penna empie e la bocca Di sonante frasario Non era noto allor... ma un tal soggetto Mi guasta il verso e il sangue e però smetto. Pur tinto è ognun di noi, qual più qual meno Di questa lebbra, e come tutti io stesso; Onde nel fior degli anni miei l'ameno Tempo autunnale spesso Vo' sprecando nell'egre ed affliggenti Malinconie delle moderne menti. Già non degli avi miei questo avvenia. Oh dolci autunni antichi! Innanzi al giorno Il mio buon nonno uscia Di casa ed ascoltando in alto e intorno Se di buona passata indizio c'era, S'affrettava pel colle all'uccelliera. Detta la messa che il nipote accorto Serviagli, il prete (uno, anche due talora Vestivano in mia casa i sacri panni; Questo era l'uso allora: L'ultimo io stesso lo conobbi; è morto L'ottimo vecchio appunto or fa vent'anni;) Detta dunque la messa, anch'egli il prete Tosto accorreva col nipote allato A veder se frattanto nella rete Molti augelli avean dato. Così in parte venia la mattinata Lietamente impiegata. Poi s'attendeva a por la copiosa Vendemmia dentro i tini con saggezza, O in acconcia maniera Alla stura attendeasi, o ad altra cosa, Ch'ora io dir non saprei con sicurezza, Ma ch'util certo e dilettevol era. Per tal guisa in tranquille opere oneste Spendeano il giorno gli avi, Nè lo studio era l'ultima tra queste, E il libro non di sogni irriti o pravi Suscitatore, alle solinghe e lente Passeggiate compagno era sovente. La serata oltremodo era gioconda: Gli augelli il mattin presi, unti e arrostiti, Eran su la rotonda Polenta molle in lunghe e fitte schiere Per la cena imbanditi, E colmo del vin nuovo era il bicchiere. Convenivan gli amici intorno all'otto. Allora spesso il conversar festoso Da scoppio fragoroso Di risa era interrotto. Ma in disparte raccolti, aspri, accigliati. Giocavano al tresette i più attempati. Si ballava talor, ma d'improvviso, Senza apparato: i giovani eleganti Meglio ne' modi assai che nel vestire; Le donne adorne solo di sorriso, Senza trine o brillanti; E ognuno a mezzanotte era a dormire.
V.
Ahimè! da queste cose Son trascorsi molt'anni: Il padre mio gli affanni Del viver suo nascose In solitudin tetra, Finchè sotto la pietra D'un sepolcro si pose. Da lunga età la stanza De' gai ritrovi è muta, Nè un passo più si muta Nella sala ove usanza Ebbero de' miei padri Le spose i piè leggiadri Movere in lieta danza. E il tempo indarno sfida Sul granaio il panciuto Multicorde liuto, Che ai balli un dì fu guida; Or confortabilmente Il topo sapïente La prole sua v'annida. De' topi indi la prole Porta dall'istrumento Che l'annidò il talento Del danzatore, e suole Laddove furo i gravi Minuetti degli avi Menar le sue carole. Il vento spesso viene Di musical romore Ottimo esecutore, E al ballo bordon tiene; Da solo fa le veci Non d'una, ma di dieci, All'uopo, orchestre piene. La canna del camino Gli serve di trombone Con che il basso compone, E forma il vïolino Fischiando agli usci fessi, E tra i vetri sconnessi Aprendosi il cammino. Io che non là da presso Dormo, ma il sonno ho lieve Mi sveglio al suono in breve, Benchè arrivi sommesso: I vecchi ai noti lochi Tornano ai balli e ai giuochi — Penso allor fra me stesso. — Certo nell'alta notte, Alle lor feste i vecchi Tornan che da parecchi Anni furo interrotte: — Accenti odo, segrete Voci in sì gran quïete Come non so prodotte. Son l'avole amorose Che lasciano i mariti A bofonchiare uniti, E il nipote bramose Cercando van con orme Furtive s'egli dorme Nelle stanze più ascose. Pendono sul mio letto Spiando attente attente Qual abbia se avvenente O se illegiadro aspetto Colui ch'unico resta Di lor stirpe modesta, Colui ch'è il lor diletto. Cenno col dito fanno Che ognuna zitta stia, Che sturbato io non sia; Così a mirar mi stanno; Molte vorrian baciarmi, Ma per non isvegliarmi Quel piacer non si danno. Mi guardo io ben d'aprire Gli occhi. Le care donne, Le mie povere nonne Non san che di dormire Solo per arte io fingo, Ch'io veglio e gli occhi stringo Per non farle fuggire.
VI.
Ma i morti sono morti e non ritorna Nessun di lor per quanto l'alma vita E la casa ove nacque abbia gradita E la sua stirpe ch'ivi ancor soggiorna. Ahimè l'avole mie son tutte morte, E giacciono incomposte ossa a quest'ora Nel suol costrette, non che sian talora Per venirmi a veder giammai risorte. Ma quai vapor ch'estiva notte aduna, Piglian vaghi e fantastici sembianti, Quasi d'arcani spirti in cielo erranti Al novo raggio di crescente luna; Così le pie memorie che man mano Desta in me la dimora di mia gente Antica, al raggio dell'accesa mente Vita pigliano e voce e aspetto arcano. Molto io t'amo o modesta antica villa Che fosti ai miei placida stanza e amena, Dove nacque alcun d'essi, oppur serena Vita condusse, o morte ebbe tranquilla. O buona casa, o vecchia casa io t'amo, Sebben cadente sei, laonde il saggio Muratore a consiglio e del villaggio Il fabbro spesso e il legnaiuolo io chiamo. Molte misure e ovunque son da noi Prese su te, ch'io far di te vorria La miglior casa che dintorno sia, E non sol riparare ai danni tuoi. Vorrei che il passeggiere il bianco e bello Aspetto tuo mirasse da lontano, E che sosta facesse il buon villano Per vagheggiarti innanzi del cancello. Ma assai fu detto e nulla s'è conchiuso Co' mie' architetti, e tu mi sei rimasta Vecchia, o mia casa, molto vecchia e guasta, Qual d'esser da gran tempo hai preso l'uso. Noi non potemmo intenderci al postutto; Mi ci vorrebber venti mila lire, C'intenderemmo allor, non c'è che dire, Ma non ci son purtroppo, e questo è il tutto. —
VII.
Ma il moto urge e governa Ogni terrestre cosa; Sol la Vicenda eterna È in terra, e mai non dorme E mai non si riposa Dal mutar nomi e forme. Tutto quaggiuso muta E nulla pêre intanto: L'uom, l'opra sua compiuta, Sotterra il genitore Raggiunge, ma per tanto L'umanità non muore. Il suolo ampio nasconde Genti morte infinite, Più assai che in selva fronde Non copran esso il verno: Ma di fronde e di vite È il riprodursi eterno. Ravviva il sacro Aprile L'albero irrigidito E dà virtù gentile Al seme che si trova Dentro terra smarrito, E messi e fior rinnova. E Amor ripara il danno Che dal recar non cessa Morte ogni dì dell'anno; E la culla prepara Pur nella casa istessa Ond'esce or or la bara. Quante abitaron genti Questo mio colle aprico?.. Io sotto ai fondamenti D'un muro che atterrai Stretti nel suolo antico Molti giacer trovai. Pria che il muro costrutto Certo fur là sepolti, Ed era quel ridutto Per vetustà a cadere; Figuriamci se molti Anni doveano avere! Chi fossero è mal noto: Narrasi che un convento Fu qui in tempo remoto; Nulla s'oppon che quelli Scheletri nel trecento Non fosser fraticelli. O buoni e saggi frati, Che qui viveste e siete Morti qui e sotterrati, Chieggovi umil perdono Se a romper la quiete Vostra venuto io sono. D'ogni cosa mortale La varia vece e questa. Così alla monacale Famiglia è poi successa Qui la mia gente onesta Nell'egual sede istessa. Ma dei frati di pria, La cui folla s'ignora, E della gente mia, Che di padre in figliuolo Tre secoli dimora Qui tenne, resto io solo. Pur l'avvenir son io; Io sono il germe ascoso, E attendo il maggio mio. Ma come sulla rasa Gleba, l'infruttuoso Verno or mi siede in casa.
VIII.
Scrive la Sand che la miglior stagione D'abitar la campagna è il verno; io dico Il ver non ho codesta opinïone, Eppur son della villa un grande amico. Alla campagna io duro Fino ad anno avanzato, Ma quando è giallo il prato, L'albero spoglio, oscuro Il cielo, il giorno breve Men peggio assai mi pare, Quando viene la neve, A Milano abitare. Triste è abitar nel verno la campagna: Bigia e folta la nebbia ai colli siede, Lenta inesausta pioggia intorno bagna Per quanto spazio abbraccia l'occhio e vede. Che si fa, lungo il giorno, Se non che sol l'infesta Noia portar da questa Seggiola a quella intorno? Nè il mutar stanza o loco, O seggiola o lettura Soltanto mi procura Ch'io muti noia un poco. Tedio eguale mi rode il giorno intero, Nè se il tempo è miglior m'annoio meno, Correndo via per questo o quel sentiero, Ch'ora è sì triste, e vidi già sì ameno. Al sole ch'è malato Certo il gelo è molesto, E si corica presto, Poichè s'è tardi alzato. Con braccia scarne aiuto Chiede il gelso, e il cipresso Trema per freddo acuto Nel suo mantello istesso. Cascan le trine argentee crepitando Giù dalle siepi dove fruga il vento; E via dal fosco pian di quando in quando Mover mi sembra un suono di lamento: Dice quel mesto suono: Poeta a che ti stai? Della Natura ormai Chiuse le feste sono. Invan le giaci in seno E amor di lei ti move; È morta o poco meno; Cerca tue gioie altrove. Afflitto mi rincaso e penso io pure Di rituffarmi tosto allegramente Fra le tumultuose e dolci cure E fra i piacer de la città frequente: Chè certo sarei stolto Se fra questo squallore Tener volessi il fiore Degli anni miei sepolto, Mentre una molle egizia Danzatrice brunetta, Che fu già mia delizia, A Milano m'aspetta. Quando Amneris con la celeste Aida Pel vago Radamés venne alle prese, Quella danzar mirai tra preci e grida Del sommo Phtà nel tempio, e amor mi prese. Io so che nelle braccia Ell'ha tutto l'ardore Del sol d'Egitto e in core, Quando stretto m'allaccia; E or mentre i dolci istanti Ch'ebbi da lei rammento, I tizzi schioppettanti Con le molle tormento; Ma non così s'avviva e dà scintille Il fuoco presso cui passo la sera, Quanto il mio cor s'accende e di ben mille Sfavillanti pensier l'anima intera Si riempie, com'io Sovvengomi di lei... Oh pazzo ben sarei Se in città, vivaddio, Non ritornassi tosto! Il verno qui mi scaccia, E là ho sì dolce posto Fra quelle care braccia! Ma popolare la deserta stanza Di larve benchè liete a me non giova, Mentre di queste la real sostanza Molto lontana ora da me si trova. Più di me niuno apprezza La virtù portentosa D'imaginarsi cosa Qual più l'alma accarezza: Ma la sera invernale Ha spazio sufficiente Per darvi un piacer tale A lungo e largamente, E serba tanto spazio tuttavia Da annoiarvi di poi senza confine; Nè di bei sogni allegra compagnia Fa che siate men soli alla fin fine. Pertanto io sono solo, Fuorchè alle serramenta Percote e si lamenta, Ovver passando a volo Biascia parole amare L'aquilone irritato Perchè nol lascio entrare A scaldarmisi allato. Solo son io: bensì chiamare io posso In aiuto il fattor, uom dotto e saggio, E lasciar tutta arrovesciarmi addosso, Come fecondatrice acqua di maggio, L'illustre agricoltura, Che in suo cervel s'addensa, Pari a nuvola intensa Sui monti, che assicura Le messi esauste al sole; Se pur grandin non sia, Che nulla invece suole Lasciare in cortesia. Ma col verno non val saggezza o cura; Sterile è il verno e a pormi l'alma in fiore Or ci vuole ben altra agricoltura Che non sia quella del saggio fattore. Solo, solo son io; Tu stesso, o picciol cane, Posi or l'ossa lontane, O Fido, amico mio, Che sdraiato sovente Al foco e a me dappresso Russavi chetamente; M'hai lasciato tu stesso. Morto purtroppo sei, matto compagno De' miei trastulli un dì, che vecchio e stanco Adesso il giorno inter m'eri al calcagno, E tutta sera mi dormivi a fianco. Bello non fosti, è vero; Can da pagliaio, onesto Vissuto se' in modesto E piccolo mestiero: Sordo eri or poi; ma un giorno, Lesto ad ogni romore, Fama ottenevi intorno D'ottimo abbaiatore. Or tu pure se' morto, e un'amarezza Grande io sento di ciò, come se un molto Fedele amico, a cui l'anima è avvezza, Stato mi fosse d'improvviso tolto. Nè di te cosa alcuna Or viva più rimane, O buono ed umil cane? Nè in qualche stella o luna Più vive il saldo affetto Che ti brillò nel fondo Occhio finchè negletto Passavi in questo mondo? Altra vita alcun premio a te non serba Dell'util opra tua, nè guiderdone Di tue virtù modeste in meno acerba Sorte e in altra miglior condizïone? Misero in vita e in morte, O mio povero cane! Quante son bestie umane Che han di te miglior sorte: Non ti valgono in vita, E tuttavia defunte Trovan gioia infinita Nel paradiso assunte!
IX.
Poggi e valli d'un nembo di verzura, E d'alma luce e bionda Il divo maggio inonda L'aura turchina e pura, Nella quale s'immerge schiamazzando La pazzerella rondine; Io tosto, messa ogn'altra cura in bando, Salgo alla villa antica E a la natura amica Conforto e oblio domando Della città che m'ha seccato assai Co' suoi costumi pessimi. La danzatrice egizia che adorai Volle aver più mariti; Son nostri e vecchi riti, Nè ancor mi ci addestrai. Ma questo è nulla: a fin di carnovale. Per troppo al gioco perdere, (Fin su i capegli alto il rossor mi sale) Restai corto a quattrini, Onde a certi strozzini, Per farla meno male In giorni a lesinar poco opportuni, Duopo mi fu ricorrere. Oh del viver civile acri e importuni Bisogni! — Basta, intorno All'ultimo soggiorno Che in città feci, alcuni Guai vi dirò me l'hanno reso amaro. Ora i campi mi accolgono. Maggio tripudia, e tu del tempo avaro Compensami, o Natura; Sanami d'ogni cura, E il verdeggiante e caro Grembo mi schiudi ove riposo io prenda... E il raccolto dei bozzoli Fa ancor che abbondi, e che ben lo si venda.
X.
Io dall'uom non rifuggo, e meno ancora Dalle donne se belle e sagge sono; Ma domando perdono, La compagnia degli alberi talora Sotto più d'un aspetto Mi dà maggior diletto. Mai, per esempio, non s'udì che avesse Il pero a sdegno il suo non vil mestiere Di fare delle pere, E ch'egli a un tratto il cedro si credesse, Come dell'uom si vede Che sovente succede. Chi nano e storto nespolo sarebbe O sorbo sciocco o frutto anche peggiore, Fra noi pretende onore D'ananasso o di dattero che crebbe Orgoglio d'oasi amene; Pretende e spesso ottiene. O vanità malnate, o stroppi intenti, O bassezze del picciolo mortale, O invidie abbiette, o male E pettegole lingue, o brute menti Io vi aborro vi aborro, Però ai campi ricorro. In campagna per tempo ogni mattina, Se nuvolo non è si leva il sole; Codesto avvenir suole Anco in città, ciascun se lo indovina. Ma chi concluder osa Che sia l'istessa cosa? Come ogni vel donna al marito in faccia Toglie e si mostra in sua bellezza intera, Ad un'egual maniera D'ogni vapor tosto che il sol s'affaccia D'orïente alla soglia, La terra si dispoglia. Di baci il sol, fervido eterno sposo, E di tremule gemme il sen le inonda, E l'abbraccia e feconda Con mille raggi e mille, in glorïoso Miracoloso amplesso. Al tempo istesso Si desta il tutto e portan l'aure intorno Suoni indistinti, a guisa di messaggio Col quale in lor linguaggio Tutte le cose dannosi il buongiorno; Ed io che a questo attendo Occulti fatti apprendo. Chiede l'olmo se bene ha riposato Alla vite; il frumento aureo sospira Sommessamente e gira Il capo in atto estatico e beato Perchè la molle brezza Lo molce e lo accarezza. Il giovinetto augello alto la lieta Canzone della vita all'aure invia; Quel non ha la mania Ond'è tocco fra noi più d'un poeta, Che disinganni e danni Sogna e piange a vent'anni. Senza pretesa aver che dal Fanfulla O dall'Antologia siano lodate, Come ogni nostro vate Pretende s'egli fa cosa da nulla, Le cicale fan versi Sugli alberi diversi. I fioretti del prato arcani accenti Van susurrando, e narransi fra loro I propri sogni d'oro Onde infiniti traggono argomenti: Ma il pino, ahimè, crollando Va il capo a quando a quando. Il papavero lungo e scimunito Si pavoneggia in abito scarlatto, E a la modesta a un tratto Margarituccia avventa un motto ardito, Che tutta in sè raccolta Lo sciocco non ascolta. Ma fra noi, Margarite e Ortensie e Rose, Tutta la flora femminile, ovvero Il calendario intero Porge le orecchie sue poco sdegnose Ai papaveri spesso Che ci stan fitti appresso.
XI.
Ma poi che il sol più eccelso a mezzo il giorno Fiamme dardeggia intorno, E fatta l'atmosfera E tutta intera Un infinito incendio, Il villanel dal mieter si riposa Sotto la pianta ombrosa: D'un solco s'accontenta, Là s'addormenta E insetti invan lo pungono: Cheta lo sugge la zanzàra e sozze Mosche fan chiasso e nozze Sopra il suo volto bruno; Ei spesso alcuno Schiaffo s'avventa e scuotesi; Non si desta però; con moto eguale Scende il suo petto e sale Ch'ei mostra ignudo, e i denti Bianchi e lucenti Fra le sue labbra appaiono. Or se anch'io nel più fresco nascondiglio Della mia casa piglio Libro o giornal fra mano, Un subitano Sopor tutto mi domina. Sull'ora calda in villa è dolce, è bello Stiacciare un sonnerello; Poi s'ha più lena a rudi Opere e studi... E anche meglio si desina. O eterni numi e santi, a voi non piaccia Mai che altra vita io faccia Da questa mia tranquilla Ch'io meno in villa, Del mondo imbuscherandomi. Vita mia, tu se' fatta della lieta Fatica del poeta, E d'ozio il più sereno; Oh così almeno Durassi un mezzo secolo! Or poscia il carro sul finir del giorno, Fa dai campi ritorno Carico dei covoni, Ed i coloni Tutti presso lo seguono. Lento in fondo alla corte il carro passa; Più giù si stende bassa La valle e quindi il colle Sorge, che il molle Roseo tramonto imporpora. Come in un nido, in cima al tremolante Acervo è la festante Frotta dei fanciulletti: I buoi gl'insetti Con la coda si scacciano; Col pungolo in ispalla e ignudo il piede Primo il bifolco incede, E le spigolatrici Dalle pendici Cantando ultime scendono.
XII.
Tutto spira l'idillio, e sol mi manca Fillide bruna o Clori bionda e bianca Perchè l'egloga io tessa. Ma quelle stan nei libri: nel contado Al bel sesso non è che assai di rado Vera beltà concessa. Ben tu fosti leggiadra, o gaia e svelta Fanciulla che Diana avrebbe scelta Volontieri a compagna, Quando in età più d'oggi assai felice, Ella correa succinta cacciatrice Il bosco e la montagna. Bella eri tu davvero, Anna. Sul colle Come giovine pioppo il fine e molle Tuo corpo m'appariva. Ed avea quel tuo corpo adolescente D'una frutta anco acerba il prepotente Invito e l'attrattiva. Ma d'ingenue malizie e di baleni Avevi i lunghi e verdi occhi ripieni, Come zingara ispana; E spesso il vento allegro e libertino Giocava nel tuo crin sciolto e corvino E nella tua sottana. Bella eri tu: dritta sugli erti solchi Irridevi ai coloni ed ai bifolchi, Alcuna tua canzone Lieta intonando; in fiamme era ponente, Tu spiccavi sul cielo incandescente Come una visione. Bella tanto eri tu che si potea Rassomigliarti a una silvestre Dea: Ma più che Dea tu eri; Una donna eri tu dolce e vezzosa, Che divide coll'uom, sorella e sposa, I dolori e i piaceri. E a te valse, fanciulla, il vago aspetto Che avventurate nozze un giovinetto T'offerse imprevedute; Ahi! ma ufficio di sposa e più di madre Presto avvizzì le tue membra leggiadre E il fior di tua salute. Or tu quando m'incontri ancor sorridi: Ma da' precordii tuoi, come da nidi Augelletti irrompenti, Più non iscoppian le vivaci note, Nè più l'eco dei poggi ripercote Le risa tue frequenti. Oh gioconde vendemmie! ti sovviene? In lunga fila, con le ceste piene Dell'uva, dal vigneto Scendono le ragazze barcollanti Pel grave peso, e suona l'aer di canti E di schiamazzo lieto. Versan poi l'uva entro l'ammostaruola (Bada, i toscani dicono la cola) Finchè ce ne può stare. Su vi balza a piè nudi un garzon tosto; Ecco in pioggia minuta il roseo mosto Incomincia a colare. Come son colme le bigoncie, il tino L'uva ammostata accoglie, e ne fa vino In sette od otto giorni. E ciascun giorno vasi empie novelli; Oh ricchi giorni speranzosi e belli, Di cento gioie adorni. E la diurna opra finita a sera, Uomini e donne, la brigata intera In corte si raduna A novellar pel fresco, dopo cena; Cantan sull'aia e ballano, e serena Ride con lor la luna.
XIII.
Così inoltra l'autunno, e il verno attende Dietro l'alpe trentina ancor per poco; Ma l'aquilon già scende, E via con gran clamore, Altisonante araldo, in ogni loco Trapassa a volo e annunzia il suo signore. Già piove spesso e le giornate intere. Più non olezza dei recenti fieni, Come all'estive sere, Ma si fa giallo il prato. A rivederci a quest'altr'anno, o ameni Giuochi sull'erba; or troppo là è bagnato. Or bisbigli non più di nidi occulti Fra le pallide foglie e i rami neri, Ma del vento i singulti; Fredda è la sera e lunga, Si sta chiusi in salotto volentieri, Finchè di coricarsi il tempo giunga. Torna del San Martino allor la state; La caccia delle allodole le brevi Tepide mattinate Ne allegra, e il dolce arrosto Ne rallegra le sere, e insiem vi bevi Il vin ch'hai fatto del miglior tuo mosto. L'autunnali mestizie il nuovo vino Tempera in parte, e affatto poi le scaccia, Se appunto un bel mattino Alcun rude mercante Lombardo appare a cui quel vino piaccia, E che tutto lo compri in poco istante. Oh del bel sole estremi e dolci raggi! Oh scampanìo che annunzia le gioconde Sagre giù pei villaggi, Che nella valle stanno! Oh tristezza gentil che a noi s'infonde Da quest'ultime gioie, ahimè, dell'anno! Tu novembre, tu se' come colui Che troppo tardi al bel convito arriva, E poco tocca a lui. Natura a te non serba Che alcun raggio di sole, e non coltiva Per te che grami fiori e inutil erba. Ma come sopra il tuo breve orizzonte Fosche nubi tu addensi e mesto sei, Così sulla mia fronte, Ch'io nella man sostengo, Foschi dubbi s'addensano ed a miei Casi pensando in triste modo io vengo. Che faccio io qui nell'uniforme vita? Fra non intere gioie e non interi Affanni intorpidita Si culla inutilmente L'anima — e ciò mi piacque infino a ieri; Oggi invece mi tedia orribilmente. Pur come fuor della finestra invano L'occhio tendo e null'altro io vedo in giro Che nebbia ai monti e al piano Solitudine bieca, Così nel mio futuro io nulla miro Fuorchè landa deserta, e nebbia cieca. Che valse a me d'alcun mio dotto errore Empire il dì solingo, e della notte Sprezzare il don migliore E consumar gran parte, Chino le membra tormentate e rotte Su libri avari e su infeconde carte? Che mi valse o varrà? L'Italia amena Fin nell'insigne cattedra imbandisce Spesso ai ciuchi l'avena; E dell'eguale alloro, Tanto ad un suo poeta il serto ordisce, Quanto a celar gli orecchi lunghi a loro. Ma non da te l'ufficiai premio attesi, O bell'arte dei carmi, che dal padre Io fanciulletto appresi. Per natural talento Cerco dar forme al pensier mio leggiadre, Di ciò sol, se riesco, assai contento. Che sperar più? Spento è nel vate il dio; Neppure il vate stesso anzi più esiste: Che importa? Un uom son io, Nè d'esser più mi cale; Benchè d'esserlo ognun faccia le viste, Non è sì facil cosa essere tale. Se non che ratti, ahimè, volano gli anni! Muore novembre e il verno gli succede; Ma poi ripara ai danni Primavera gentile. Non così avvien di noi, chè più non riede Quando fiorì una volta il nostro aprile. Io rifeci la casa a poco a poco, Che fu de la mia gente antico nido; Or più non move il fioco Suono dell'età spenta Da queste mura, ma il giocondo grido Dell'avvenir parmi che intorno io senta: «Or che rifatto è il nido, a che la bella Sposa non meni e la dimora antica Dei padri di novella Famiglia non allieti?» — Così intorno m'ascolto in voce amica Susurrar le domestiche pareti. «Bada a' tuoi casi finchè in tempo sei; Piglia una bella giovine in isposa, Fa all'amore con lei, Ed abbi dei figliuoli; Aver donna e fanciulli è degna cosa D'ogni uom dabbene, e guai quaggiuso ai soli! Miseri a lor che per non darsi cura D'una famiglia, solitari stanno! Voi per goder Natura, Voi per soffrir compone, E la vita è nel gaudio e nell'affanno, Non nell'ignavia che a nulla s'espone. Folle se tu di sdruccioli e di piani Versi tutta la vita occupar vuoi. Non isfuggir gli umani Più comuni destini: Fa d'esser pria buon uomo, e sii da poi Buon poeta, se proprio in ciò t'ostini.» — Così talor nella stagione immite Odo sonarmi queste voci in cuore Fra le ringiovanite Mie domestiche mura. Oh solitudin tetra, oh eterno amore, Oh voci della santa alma Natura! —
XIV.
Però accadde a me pur, nè più nè meno, Di prender moglie (adesso Già già quattro anni volgono); E senz'altro con lei pigliato il treno, Venimmo il giorno istesso Al nido mio domestico. La stanza nuzïal bianca e raccolta Mi parve un tempio arcano; Quivi sorgeva il talamo Simile a un'ara in veli sacri avvolta, Dov'abbia un sovrumano Soave rito a compiersi. Calava il giorno: il pranzo era allestito; Di lumi e assai di fiori E di cristalli splendido Era il salotto inver, ma l'appetito Non venne a far gli onori Della gioconda tavola. La giovanetta sposa incerta e mesta Per la madre lasciata, Poco recossi al roseo Labbro; io stesso badavo, in gran tempesta D'amor, con la posata Sulla tovaglia a incidere. Per finger calma cose indifferenti Io dicevo alla sposa, Che sorrideami languida; Ma nelle vene mi correan torrenti Di lava impetuosa, E la voce tremavami. Alla fanciulla affetti molti e vari Urtavano il bel seno: Certo la inquïetudine D'esser così lontana da' suoi cari, Sola di notte, in pieno Poter d'un baldo giovine, Che le dicea d'amarla e la copria Di veëmenti baci; E al tempo istesso il giubilo D'esser con lui; di sposa l'allegria, E trepide vivaci Curiosità virginee. Poi sul terrazzo uscimmo. Ivi la bruna Valle tacea; ma il fiume Mandava un lene murmure; Da vaghe stelle e da la tersa luna Piovea candido lume Entro gli spazi ceruli. Oh sacra Notte, che proteggi il pio Dolce rito d'amore! La taciturna vergine Posò il capo sul destro omero mio, E le sentivo il core Tumultuoso battere. Io le cingea col braccio la persona Flessibile, sovente La chioma aurea baciandole; Palpitando sentìa la casta e buona Fanciulla in sen repente Desii nuovi agitarsele. Ed ecco allor da un grande accoramento Di non so che d'arcano Io mi lasciavo cogliere, Quasi che di mestizia e di sgomento Ogni solenne umano Gaudio misto abbia ad essere. La fautrice Notte indi con dura Brezza già ne pungea A rientrar spingendone: Ci ammiccavano gli astri e la Natura Tutta di noi parea Compiacersi e sorridere.
XV.
A questo carme, cui principio diedi Triste al deserto focolar dappresso, Io lietamente pongo fine appiedi D'una culla sedendo invece adesso. Ivi riposa il figliuol mio bambino Il qual come tra nevi arcano fiore, Tra i lini appar del candido lettino Che a lui compon la madre ebbra d'amore. Primogenito mio, che dalla intensa Gioia d'un novo amor fosti concetto, E non alfine poi dalla melensa Abitudine ahimè del comun letto; O primizia d'amor che la vitale Origin bella hai nelle fibre impressa, E in ogn'atto, e nel riso senza eguale, E in tutta in tutta la persona stessa; Bello come la madre e roseo e biondo, Cui l'anima pensosa tuttavia Della paterna stirpe all'occhio in fondo Tra la nebbia infantil s'apre la via; Putto che avrebbe Raffael sul seno Posto alla Vergin sua più bella e pura, Vegeto, vispo, sorridente, pieno Dei miglior doni che può dar Natura; Pargoletto gentil, che il nome porti Del mio nobile padre e sei mio figlio, Onde il passato e l'avvenir conforti, Verso i quali man triste io levo il ciglio; Se giusta forma io dar m'affido a questi Affetti miei t'offendo e stolto sono, E quantunque or tu dorma (e nol sapresti Pur vegliando) ti chieggo ancor perdono. Ma finchè tu riposi e insiem talora Sorridi e mormorando alcun accento Ricordi i giuochi tuoi sospesi or ora, Mentre io qui seggo a vigilarti attento, I pensier miei s'affollano d'intorno Al tuo bel volto, e ai biondi ricci sparti, E pigliano del verso il metro adorno Per spontanea virtù, nel vagheggiarti. Che se tu desto sei, forma migliore Io trovo, forma di carezze e baci, Alla soave poesia che in cuore Mi mettono le tue grazie vivaci: Ben so che tu non sei dal ciel disceso, Nè un angioletto fosti pria che nato; Voi per fingere gli angeli hanno preso I pittori a modello e v'han copiato, Voi figliuoli dell'uom piccioli e belli; Poi mutando la causa nell'effetto Non inventati a imagin vostra quelli, Ma voi creati a immagin loro han detto. Ma io che non ci tengo al sovrumano, Qual sei più t'amo, dolce creatura Di nostra razza, bel fanciullo umano, Nato per opra di gentil natura. Per le ingenue tue grazie e i tuoi sereni Occhi la gloria di quaggiù si mostra, Se è ver che d'altro tu quaggiù non vieni Luogo più eccelso della terra nostra. O Natura di cui supremo è intento La vita, innanzi a te bacio la terra Che l'uom calpesta altero, e a te stromento È di quanti prodigi il mondo serra, Mi prostro innanzi a te, saggia e possente Natura, e movo a te calda preghiera; Questa, che al figliuol mio vita recente Donasti tu, fa ch'egli compia intera; E allorchè fatto adulto e di sè stesso Sicuro alfine l'ultimo saluto Ei mi rivolga, al letto mio dappresso, Non parrà a me che indarno io sia vissuto.