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Nella lotta

III.

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Il signor Benedetto Dal Bono era di pessimo umore, e sfogava il suo spleen dando molestia alla diletta consorte.

—Finalmente la ho saputa giusta sulla salute d'Arconti. La signora Federica diceva che non è nulla, tu come un pappagallo ripetevi le sue parole, e Lucilla, anche lei, faceva un terzetto con voi altre due. Oh nulla! Una malattia di cuore! Piccole bazzecole!… Già, con un deperimento di quella fatta, sfido io che non ci fosse sotto qualche cosa di serio…. Si è aperta la finestra…. quella lì…. chiudi…. Sono mezzo sudato, e un malanno si fa così presto a buscarlo…. Sono più giorni che non istò bene…. Chiudi anche l'uscio.

—Ma, babbo, si soffoca—esclamò la Lucilla, ch'era in un angolo del salotto con la sua cagnetta Gipsy.

—Se soffochi, va in un'altra stanza.

Lucilla non se lo fece dire due volte, e sgattaiolò via seguita da Gipsy. La signora Giulia avrebbe fatto lo stesso assai volentieri, ma suo marito la trattenne.

—Ho certe punture qui…. e qui…. non vorrei che ci fosse qualche ingorgo nella circolazione…. Il medico dice di no….

—Ma se non hai nulla….

—Bravissima, nulla!… È la solita parola…. Bell'aiuto che si ha da voi donne…. Intanto Mariano Arconti se ne va col treno direttissimo all'altro mondo…. E in quanto all'età, c'è così poca differenza tra noi…. Siamo nati nello stesso anno, egli in gennaio, io in dicembre; coetanei non ci si può dire, io sono più giovine, ma di undici mesi soltanto…. È vero—continuò il signor Benedetto con piglio più soddisfatto—è vero ch'io mi sono strapazzato meno…. Non feci il volontario, io, nel 48…. Non mutai mestiere tre o quattro volte…. Non ebbi mai i capricci della galanteria, mentre lui…. basta…. aggiusti i conti con la signora Federica, chè per noi non ci si deve entrare…. Dopo tutto, la sua malattia di cuore se l'è voluta…. Me ne dispiace, ma chi è causa del suo mal pianga sè stesso…. Però son cose che fanno sempre un gran senso…. Impossibile non pensare che quello che accade agli altri può accadere anche a noi…. Povero Mariano! Lo conosco da tanto tempo….

Il signor Benedetto si soffiò il naso in attestato di simpatia pel suo vecchio amico; poi prese una pastiglia da una scatola che teneva in tasca.

—Che disgrazia per quella famiglia!—esclamò la signora Giulia.

—Disgrazia!… Una rovina addirittura. Ma! spendevano e spandevano come se fossero principi…. Non si è pensato mai all'avvenire…. Solo adesso Mariano voleva fare sulla sua vita una sicurtà, che naturalmente gli fu rifiutata…. Una gran lezione, una gran lezione! Specchiati in questo esempio, tu, che avresti ogni momento qualche nuova spesa da suggerire….

—Io?—proruppe la signora Giulia nella massima maraviglia.

—Già….. non più tardi di ieri sera t'era venuto il ghiribizzo delle tendine nuove in salotto.

—Son tutte sdruscite.

—Si rattoppano.

—Si son già rattoppate due volte….

—E si rattoppano anche la terza….

—Se fossimo poveri, direi….

—E che ne sai tu se siam poveri o no?… La casa in via Principe Umberto spigionata; ad Abbiategrasso una grandine che ha distrutto il frumento; belle allegrie davvero!… Poveri! E chi lo sa se non si diventa tali anche noi?… Gli Arconti intanto….

—Ma gli Arconti erano imprevidenti, lo hai detto tu stesso….

—Una ragione di più per non imitarli.

Si sentì il suono di un pianoforte nella stanza vicina. Era Lucilla che scorreva colle dita sui tasti.

—Mi dispiace anche per quei ragazzi—disse la signora Giulia guardando verso l'uscio.

—Che? Che?—borbottò il signor Benedetto.—Riscaldi di gioventù….. Impegni non ce ne sono…. Grazie a Dio, la promessa formale non ha ancora avuto luogo…. In ogni modo, quando cambiano le circostanze….

—Ma si amano come due colombi….

—Colombi o tortore, chi non ha quattrini non prende moglie…. E sarebbe ora di farla finita con quelle sdolcinature di promessi sposi….

—Si riguardan come tali da parecchi anni….

—Male, malissimo; colpa tua…. Non bisognava permettere….

—S'era tutti d'accordo….

—D'accordo nella massima, forse…. Ma potevano accader tante cose, e infatti sono accadute. E bisogna far intender ragione agli Arconti….

—In questo momento?… Io non ho certo il coraggio…. Parla tu, se credi….

—Io? Io?—proruppe il signor Benedetto mettendo in mostra un'altra faccia del suo carattere, ch'era la vigliaccheria.—Non l'ho mica arruffata io la matassa…. Parlare? Sicuro che parlerò…. a suo tempo…. Quei due Arconti, padre e figlio, son certa gente furiosa…. Piglian fuoco per un nonnulla…. E già m'immagino che Roberto capiterà qui anche stasera….

—È probabile…. Povero giovine! Che si deve fare! Ha tanto bisogno d'un po' di sollievo….

—Bei discorsi questi! Intanto, invece di allentare il nodo, lo si stringe di più…. Oh parlerò, giacchè chi dovrebbe parlare si rifiuta, parlerò io….

—Ma non adesso, Benedetto, te ne prego—soggiunse in tono supplichevole la signora Giulia.—Sarebbe un colpo mortale per quel disgraziato….

—E chi dice adesso?—rispose il Dal Bono, che non vedeva senza apprensione questo colloquio.—Dico che parlerò…. Intanto passerò nella mia camera…. Ahi!… Sempre queste punture…. Se Bruni s'ostina a non voler ordinar nulla, bisognerà chiamare un altro medico.

Mentre il signor Benedetto si alzava dalla poltrona, entrò il servo portando due lettere appena giunte.

Erano due circolari che si riferivano al medesimo argomento. L'una, firmata dalla Presidenza dell'Unione, sollecitava i soci a intervenire o a farsi rappresentare nell'Assemblea generale che avrebbe avuto luogo la prima domenica di maggio; l'altra, sottoscritta da Alcuni azionisti, invitava a una seduta preparatoria per discutere la linea di condotta da tenersi appunto nell'Assemblea generale nell'interesse della Società.

—Non andrò nè all'Assemblea generale, nè alla seduta preparatoria degli oppositori—disse con magnanimità il signor Dal Bono, gettando via dispettosamente le due lettere.

—È l'Assemblea dell'Unione?—chiese la signora Giulia.

—Già, di quella famosissima Unione che, a sentir Arconti, doveva diventar quasi una seconda Banca Nazionale, che adesso invece ha le azioni al disotto del pari…. Grazie al cielo, di queste azioni io ne ho poche…. A dar retta a Mariano, avrei dovuto comperarne qualche centinaio….

La signora Giulia domandò timidamente.—Non andrai davvero all'Assemblea?

—Non andrò, non andrò; che c'è?

—Oh…. nulla…. ma Federica sperava che avresti votato per la Presidenza….

—Io non voterò nè pro, nè contro…. Io non andrò in persona, nè darò procura a nessuno; ecco quello che farò…. Mi si vorrebbe mettere in impicci, ma non ci si riuscirà…. Non intendo perder la mia quiete…. Non intendo guadagnarmi una malattia di cuore, io…. Oh su questo punto non transigo…. Già non avrei che due voti…. E due voti di più o di meno non fanno nè caldo, nè freddo…. Io me ne lavo le mani, me ne lavo le mani affatto.

Dopo aver espresso questa idea conforme ai più rigidi precetti della pulizia, il signor Dal Bono prese un'altra pastiglia e uscì dalla stanza, lasciando ordine che non lo si disturbasse per nessuna ragione.

Lucilla non tardò a ricomparire nel salotto. Gipsy le era alle calcagna, secondo il solito.

—Adesso che non c'è' più il babbo, si potrà riaprire…. Sta quieta, Gipsy…. Non salir sulle sedie.

—Senti, Lucilla—cominciò la signora Giulia, che avrebbe pur voluto preparar l'animo della figliuola agli ostacoli che stavano per sorgere sul suo cammino. Ma in quel punto si spalancò l'uscio ed entrò Roberto.

—Dunque, come va?—chiesero le due donne ad una voce.

Roberto tentennò il capo.

—Poco bene sempre.

—Però tu esageri—osservò la ragazza.

—Oh fosse pur vero ch'io esagero—esclamò il giovane tristamente.—Ma non è così, non è così.

Roberto s'era seduto; la cagnetta Gipsy, posandogli le due zampe anteriori sulle ginocchia, tentava di attrarre la sua attenzione.

—Non le hai portato lo zucchero, oggi?—domandò Lucilla.

—Oh! come posso ricordarmi dello zucchero in questi giorni?

—Venga qua, madamigella Gipsy—riprese la fanciulla;—il signorino non vuol più saperne di lei.

Roberto alzò la testa e fissò gli occhi malinconici in viso a Lucilla, che non potè a meno di arrossire.

—Ho detto per ischerzo, sai—ella soggiunse in tono carezzevole.

Egli si mise a camminare per la stanza, poi si avvicinò all'adorata giovinetta, e posandole la mano sulla spalla:—Sento che la disgrazia è irreparabile, è vicina—egli disse—e nello stesso tempo non oso fermarvi la mente. O Lucilla, perduto mio padre, che mi rimane? La mamma è buona, mi vuol bene, io ne voglio a lei; ma ella considera le cose sotto un punto di vista tanto diverso dal mio! O Lucilla, mi resti tu…. Mi amerai sempre?

—Sicuro che ti amerò…. Che discorsi!

—Mi amerai molto?

—Molto, s'intende…. Che aria solenne hai!

—Via, ragazzi, smettete—disse un po' imbarazzata la signora Giulia.—Se mio marito fosse qui….

—Il signor Benedetto ha ragione—ripigliò Roberto con qualche amarezza.—Ormai è necessario di trattarsi con sussiego…. non sono più quello d'una volta…. Domani forse sarò povero….

—Un'altra esagerazione!—esclamò Lucilla.

—Oh no…. In casa abbiamo avuto le mani bucate…. Quando non ci sia più mio padre, il cui stipendio ci permette di passarcela da gran signori, bisognerà pur campare con l'interesse della dote della mamma e con quello che guadagnerò io, che ancora non guadagno nulla.

—Ebbene tu mi sposerai, io son ricca.

—Lucilla!—interruppe la signora Giulia, ch'era sempre più sulle spine.

—Non abbia paura; signora Giulia. Non consentirei io stesso a questo matrimonio prima d'avere una posizione.

—Soliti eroismi—osservò Lucilla indispettita.

—Non sono eroismi; è una legge d'onore… Un marito che voglia essere rispettato non deve vivere a spese della moglie…. Io non consentirei a sposarti finchè non fossi in grado di mantener la mia famiglia; ma tu aspetterai fino a quel momento, non è vero? Anche se sarò costretto ad andar lontano di qui, mi aspetterai?… Oh questo, signora Giulia, non può sembrarle indiscreto…. La Lucilla ed io ci si ama fin da fanciulli.

—Figliuoli miei—rispose la signora Dal Bono cedendo suo malgrado all'intima commozione dell'animo—lo sapete se ho visto di buon occhio quest'affetto che è cresciuto con voi. Può dirlo la tua mamma, Roberto, quante volte s'è discorso di farvi marito e moglie…. Io spero che tutto andrà secondo i nostri desideri; ma adesso ci vuol pazienza, ci vuol prudenza…. Mio marito ha le sue idee; non conviene prenderlo di fronte…. Già siete tanto giovani tutti e due…. E tu, Roberto, hai ingegno, hai buon volere; vedrai che il diavolo non sarà così brutto come pare.

—Grazie, signora Giulia—proruppe l'Arconti, stringendo la mano della buona donna.—Avrò dunque una difesa in lei?

—Sì…. ma se cominciassi col chiederti qualche sacrifizio?

—Che sacrifizio?

—Per esempio…. di rallentare un po' le tue visita a Lucilla….

—Oh mamma!—disse la ragazza in tono di rimprovero.

—Adesso dovrei rallentare le mie visite?—esclamò Roberto con l'accento della più viva commozione.—E non ho altro conforto che questo! E ho tanto bisogno di veder chi mi vuol bene!

La signora Giulia chinò il capo in silenzio. Ella sentiva che Roberto aveva ragione.

Il giovine le prese la mano di nuovo:

—Fra poco, forse, io andrò peregrinando pel mondo in cerca di fortuna; allora nessuno potrà lagnarsi della frequenza delle mie visite. Finchè son qui, non m'invidii l'unica gioia che mi rimane….

—E avrai proprio questa necessità di andartene in giro pel mondo?—interruppe Lucilla.

—Credi che lo farò apposta?… Ma prevedo che sarà inevitabile…. E nel mio esiglio mi consolerà un'immagine, la tua, mi sosterrà una fede, la fede del tuo amore…. Nelle ore più tristi penserò a te, e tu forse nel momento stesso tornerai con la fantasia a questo povero diavolo sbalestrato dalla fortuna.

—Sì sì—saltò a dire Lucilla battendo i suoi piedini con un movimento d'impazienza.—Farò la Penelope.

—Non ischerzare, Lucilla, te ne scongiuro. La vita è seria….

—Eh me ne accorgo. Vuoi vedermi triste, ingrugnata….

—No, Lucilla, voglio veder sempre il tuo bel sorriso, ma non il folle sorriso di chi non cura il domani, bensì il sorriso pensoso di chi si apparecchia a combattere e non trema perchè è a fianco della persona da cui è amato e che ama…. Me ne vado adesso…. Il babbo mi aspetta.

Si avvicinò al tavolino su cui aveva deposto il cappello, e l'occhio gli cadde sulle due circolari che il signor Benedetto aveva lasciate lì aperte.

—Il signor Benedetto non farà mica causa comune coi nostri avversari,—disse Roberto.

—Oh no—rispose vivamente la signora Giulia.

—Voterà con noi?

A questo punto la signora Dal Bono non potè dissimulare il suo imbarazzo.

—Ma…. credo…. spero…. sai…. mio marito è timido…. nel primo momento dichiarò che voleva restar neutrale.

—Ah!… neutrale—ripetè Roberto con un amaro sorriso.—Pazienza…. Buon giorno, signora Giulia…. Addio, Lucilla.

La ragazza lo accompagnò sino all'uscio della scala, quantunque sua madre la chiamasse ripetutamente—Lucilla, Lucilla!

—Se tu non avessi quegli slanci da Don Chisciotte—ella susurrò all'orecchio del giovine—le cose prenderebbero una piega molto migliore…. Io m'impegnerei di far fare a modo mio il babbo e la mamma, e ricco o spiantato, tu mi sposeresti entro l'anno….

—No, Lucilla, è impossibile….

—Vedi, sei tu che non vuoi…. Sei tu a cui non importa niente di me.

—Non m'importa di te?… Oh come sei ingiusta!

Roberto cinse col braccio lo svelto corpicino della fanciulla. Ella arrovesciò la testa con un dolce abbandono, fissò negli occhi di lui i suoi occhi neri, grandi, pieni di fuoco, e mostrò due labbretti di rosa che parevano dire—baciatemi.

Sono inviti a cui non si risponde di no, e Roberto non mancò di fare il debito suo. Gipsy, che aveva raggiunto la sua padroncina, scosse in aria d'approvazione i sonagli che le pendevano al collo.

—Lucilla! Lucilla!—chiamò di nuovo la signora Giulia, avanzandosi nell'andito.

I due giovani si separarono in fretta.

IV.

Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare. Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi. Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben naturale che la Società glieli accordasse.

L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.

Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi, egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.

Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono supplichevole:

—Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può arrestare, può vincere la tua malattia….

Il signor Mariano scattò come una molla.—Un anno di riposo! Oh prima che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto da sè.

—Babbo, non dirlo—interruppe Roberto.

—Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione spontanea, la si avrà, ma non oggi…. Quando avrò messo a nudo queste cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò…. Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero, rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più odiose….

—No, Arconti, no,—interruppe il consigliere ch'era venuto a far la proposta—io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto….

—Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia ultima cartuccia.

Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:—Andiamo, mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe piacere l'odor della polvere…. A proposito, la Direzione delle Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea Taranto-Reggio…. È molto lontano…. Ne parleremo dopo desinare.

—Andar via adesso?… Lasciarti! Oh no….

—Forse hai ragione—soggiunse il signor Mariano, tentennando tristamente il capo.—Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi quando…. Basta…. Passiamo a salutare tua madre….

La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua pusillanimità!

—Povera donna!—sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio del giovine.—Lasciamole le sue illusioni…. È il suo carattere…. È vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto misurarsi con le avversità.

Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell'Unione non s'era vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto ch'erano lì per votare in un dato modo.

Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.

—Anche tu qui?—disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato al naso.

—Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,—rispose l'altro, che aveva un soprabito color cannella.

—E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli spetta.

—Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori, come nell'Ernani. Ad Augusta.

—Per Augusta.

—Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!

—Abbasso il Direttore sopratutto!

—Conti di prender la parola?

—Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno dell'opposizione. E tu?

—Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo, ma andò fallito.

—Battaglia all'ultimo sangue, allora.

—All'ultimo sangue.

Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito l'incarico di sostenere la lotta.

Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore, l'antica energia.

Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.

Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea generale dell'Unione erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.

La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due terzi.

L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da darsi agli affari.

Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.

Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia, e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli, nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto. Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore più formidabile del Consiglio.

Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.

—Bravo!—esclamò il giovinotto dall'occhialino—Voilà ce qui s'appelle parler.

Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino, lo tirò per la falda del vestito.—Applaudi?

—Sicuro. Io sono un uomo indipendente.

—E il voto?

—Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma applaudo per conto mio.

Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente della lealtà dei preposti all'Unione, ma si trattava di mettersi d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva sui risultati finali del bilancio.

Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero conciliato tutto e tutti!

—Ai voti! Ai voti!—si cominciò a gridar da più parti.

Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole maggioranza.

Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.

Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al credito dell'Unione.

Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori. Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino, andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava all'orecchio.—Vuoi far venire un medico?—Ma il cavalier Mariano rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad aspettarlo.—È un uomo morto—si bisbigliava sommessamente intorno a lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere ripetendo alla sua famiglia:—Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano non passerà più questa soglia.

Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il figliuolo e a inveire contro gli azionisti.

—Non parliamo adesso degli azionisti—le disse Roberto.—Il peggio si è che il babbo sta male davvero.

—Male! Male!—replicò la signora Federica.—Sarà una cosa passeggera…. effetto della commozione….

—Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio padre è gravissima.

Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima, il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era sdraiato su una poltrona.

Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura! Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che dava sempre ragione a suo padre.

Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto che c'era.

Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato, che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.

E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio, proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi, è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire, come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti; la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito. Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova toilette.

Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico, il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:—Lasciala stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.

Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le migliori compagne della vita.—La moglie—gli scappava detto qualche volta con suo figlio—dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.

Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.

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