I.
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—A rivederci, signora Giulia, a rivederci, Lucilluccia mia—disse il giovine ingegnere Roberto Arconti, stendendo la mano alle due signore Dal Bono, madre e figliuola, ch'entravano in un negozio di mode nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano.
La signora Giulia fece una piccola smorfia sentendo il tono di confidenza con cui Roberto salutava la sua ragazza; pure quella smorfia finì in un sorriso, ed ella rispose—Addio, capo scarico,—mentre Lucilla non diceva nulla e si contentava di avvolgere il giovinotto in uno di quegli sguardi, che, a ventidue anni sopratutto, come ne aveva l'Arconti, penetrano fino alle midolle.
Era pur bella, Lucilla. Svelta della persona, con due grandi occhi neri, una bocca e un nasino da statua greca, e dei capelli d'ebano, lucidi, folti, un po' indocili, che facevano risaltare il candore d'una fronte squisitamente modellata.
Era pur bella e sapeva d'esser tale, e molti glielo avevano detto. Ma nessuno era andato più in là. Era opinione comune ch'ella avrebbe finito collo sposar Roberto Arconti, il quale, del resto, era un partito convenientissimo.
Ufficialmente i due giovani non erano ancora fidanzati. Lucilla aveva appena compiuto i sedici anni; Roberto, come sappiamo, ne aveva soltanto ventidue. Egli s'era laureato da pochi mesi al Politecnico e suo padre aveva deciso di mandarlo a fare un viaggio d'istruzione in Francia, in Belgio e in Inghilterra prima di cercargli una posizione. Dopo questo viaggio, sarebbe avvenuta per parte degli Arconti la domanda formale di matrimonio. Intanto Roberto e Lucilla avevano una certa libertà di vedersi e di chiacchierare anche da soli. A quattr'occhi usavano del tu confidenziale; in presenza dei terzi si davano del lei, ma quel caro e simpatico tu faceva di tratto in tratto capolino nella conversazione, salvo a rintanarsi timidamente a uno sguardo severo dei rispettivi babbi. In quanto alle mamme, esse lasciavano correre.
Roberto, lieto d'aver incontrata l'amata fanciulla, tornava a casa col viso giocondo e col passo elastico di chi trova bella la vita. Sì davvero; per lui la vita era sparsa di fiori. Nulla gli era mancato, nulla, tranne la prova della sventura. Quanti baci, quanti sorrisi, quante cure avevano rallegrato, avevano protetto la sua puerizia e la sua infanzia! Adolescente, egli era stato fornito di tutti i mezzi necessari ad acquistare una solida e varia istruzione; nè lo studio gli era riuscito difficile. Immaginoso, pronto d'ingegno, dotato di singolare memoria, era stato sempre fra i primi della scuola e aveva mostrato uguale attitudine per le lettere e per le scienze. Tutti facevano i più lieti pronostici pel suo avvenire; chi conosceva la famiglia diceva: Non sarà da meno di suo padre che ha saputo conquistarsi la stima universale. Nè la natura era stata avara con Roberto di quelle doti esteriori che solo gli spiriti molto ingenui possono spregiare in buona fede. Egli era bello di una virile bellezza; aveva la fisonomia aperta, intelligente, vivace, vestiva con naturale eleganza, ed era peritissimo negli esercizi che si associano volentieri all'eleganza e alla gioventù, come la ginnastica, l'equitazione, la scherma. A coronar questa giovinezza felice era venuto l'amore, l'amore di una tra le fanciulle più leggiadre di Milano, una fanciulla, soggiungevano gli spiriti positivi, che aveva circa duecentomila lire di dote.
Giunto a casa, in via Monte Napoleone, Roberto si fermò un minuto a scherzare col bimbo della portinaia, e quindi fece in quattro salti le scale.
Il servo, che venne ad aprirgli l'uscio, gli disse:—Il padrone la prega di passar subito nel suo studio.
—È già in casa il babbo?—chiese Roberto, facendo una di quelle domande inutili che sono uno dei tanti modi di esprimere la propria sorpresa.
—Sì, signore, da circa mezz'ora.
Il giovine entrò un momento nella sua camera a mutarsi vestito; poi si avviò allo studio di suo padre.
Il cavaliere Mariano Arconti era un uomo sulla cinquantina, i cui lineamenti ricordavano molto quelli del figlio. Appena qualche pelo bianco spuntava nella sua barba e ne' suoi folti capelli castani, tantochè egli avrebbe potuto parer più giovine che non era, se non lo avesse tradito una certa aria di stanchezza diffusa nella fisonomia. E siffatta stanchezza fu avvertita forse per la prima volta da Roberto nel momento in cui, aprendo l'uscio dello studio paterno,—disse—Babbo, mi hai fatto chiamare?
—Sì—rispose il cavaliere Mariano sforzandosi di nascondere la sua agitazione—debbo parlarti di cosa seria.
—Di cosa seria?—esclamò il giovine che cominciava a turbarsi.—C'è qualche disgrazia?
—Roberto—soggiunse il signor Mariano—finora la vita fu tutta rose per te; io speravo che tale sarebbe stata ancora per un pezzo…. ma la Provvidenza dispose altrimenti…. Non impallidire, figliuol mio…. Forse è meglio così…. Guai a chi non si addestra per tempo alla lotta.
—Babbo, io sono forte, ma il tuo esordio mi fa paura…. Vuoi ch'io ti ascolti imperterrito, e tu stesso sei imbarazzato a dirmi precisamente di che si tratta….
—Hai ragione…. Leggi questa lettera…. Or ora ti spiegherò.
E gli porse un foglio aperto il quale conteneva due sole righe. «Egregio signor cavaliere. Siamo dispiacentissimi di non poter accettare la nota operazione. Con la massima stima
/# «per la Compagnia Reale Italiana «di Assicurazioni sulla vita dell'uomo
«IL SEGRETARIO, ecc. ecc.» #/
—Ebbene.—chiese Roberto che non capiva nulla.
—L'operazione che si rifiuta—rispose il signor Mariano—è una sicurtà di 60 mila lire a tuo benefizio, pagabile alla mia morte.
—Oh babbo!—esclamò Roberto, che amava sinceramente suo padre.—Che idee son queste? La tua morte!… Ma non voglio nemmeno sentirne a parlare…. Ho piacere anzi che non si sia accettata la sicurtà….
—Povero ragazzo,—disse il cavaliere sorridendo tristamente.—L'affetto toglie al tuo spirito l'ordinaria lucidezza…. Si può non voler parlar della morte, ma si muore. E quando questo fatto inevitabile non si presenta più come una cosa remota, allora, se ne parli o non se ne parli, bisogna pensarci e preoccuparsi di quelli che resteranno dopo di noi…. allora vengono i rimorsi della negligenza passata, allora si vuol riparare alla propria leggerezza, alle proprie colpe…. e spesso è troppo tardi….
—Ma di che colpe puoi accusarti, tu il migliore dei mariti, il migliore dei padri?…
Il cavalier Mariano tentennò il capo.
—È duro doversi accusare davanti ai figli, ma è quello che mi tocca far oggi. Sì, io ho amato tua madre, ho amato svisceratamente te, ma mi è mancata una tra le qualità essenziali del capo di famiglia, la previdenza…. Mi dicono un uomo d'ingegno….
—Lo sei.
—Forse…. È vero, ho fatto da me la mia educazione, la mia carriera. A quattordici anni, i miei genitori, ch'eran poveri, dovettero ritirarmi dalla scuola e mettermi in un banco di cambia valute. Non mi scoraggiai per questo; continuai a studiare da me, e seppi uscire dalla mia umile posizione; fui un po' giornalista, un po' letterato, un po' uomo d'affari, e finalmente consigliere d'amministrazione e direttore di questa Unione, che è tra i più cospicui istituti di credito del paese. M'han fatto cavaliere, hanno agitato la mia candidatura al Parlamento….
—E saresti stato un ottimo deputato….
—Sì, sì, ma intanto ho sempre vissuto giorno per giorno, pieno d'una fiducia baldanzosa in me, senza curarmi dell'indomani. Bada ch'io non approvo quelli che sagrificano il presente all'avvenire; l'avvenire è dubbio, il presente è certo, ed è una sciocca speculazione quella di viver male oggi per l'idea di viver bene domani; ma chi ha famiglia e non ha una sostanza propria non può a meno di mettere in serbo qualche cosa. Noi si vive da gran signori, tu lo sai; la tua mamma possiede forse ancora meno di me l'istinto del risparmio; si vive da gran signori, ma non s'avanza nulla, e se io morissi oggi, vuoi sentire cosa resterebbe a voi altri poveretti? La roba di casa, la dote di mia moglie (ventimila lire), poche azioni della Compagnia, insomma meno di quanto siamo avvezzi a spendere in un anno…. E volesse il cielo che non restasse anche qualche debituccio!…
—Ma perchè torni a parlar di morire, padre mio?—ripetè Roberto che cominciava a sentire nell'anima un vago sgomento.—Tu sei ancora nel fior dell'età, sei vigoroso; hai ancora tanti e tanti anni da vivere con noi…. e prima che avvenga…. oh non voglio nemmeno pensarci…. prima che avvenga una disgrazia, insomma, mi sarò fatto una bella posizione anch'io…. Non sono poi uno sciocco…. via, babbo, scaccia da te queste ubbie; diverremo vecchi insieme, conteremo insieme i nostri capelli bianchi…. T'ho detto che quella biricchina di Lucilla sostiene che ce ne sia già uno…. qui…. in mezzo a questa folta e ammiratissima capigliatura?… Ma già non dev'esser vero….
—Ottimo figliuolo!—proruppe intenerito il signor Mariano.—Quanto mi costa il dover amareggiare il tuo cuore! Eppure non posso, non posso farne a meno…. Sai tu perchè volevo far quella sicurtà, sai tu perchè me l'hanno ricusata?
—Perchè te l'abbiano ricusata, no; ma in quanto alla ragione per cui volevi farla, l'hai detta prima….
—Sì, ma ignori sempre il primo movente…. Sono parecchi mesi, Roberto mio, che non ho più la salute di una volta.
—Hai qualche incomodo di tratto in tratto—osservò Roberto impallidendo—ma son cose da nulla… lo dicevi tu stesso…. Infatti non hai mai voluto il medico….
—Non l'ho mai voluto perchè temevo che le sue parole fossero una rivelazione dolorosa. E quella rivelazione mi avrebbe impedito d'effettuare il mio piano…. Anche noi uomini onesti facciamo i nostri compromessi gesuitici con la nostra coscienza.
—A che compromessi alludi?… Non ti intendo.
—Se io avessi saputo positivamente che la mia salute era rovinata, non avrei potuto proporre a nessuna Compagnia una sicurtà sulla mia vita…. Ma finchè non avevo che un dubbio, la faccenda era diversa…. Ora, fin dal primo giorno in cui m'accorsi d'essere un altr'uomo da quel ch'ero un tempo, mi si affacciò il pensiero della morte vicina, e dello stato non lieto in cui avrei lasciato la mia famiglia…. Ma se io potevo garantire ai miei eredi una sessantina di mila lire, tutto mutava aspetto…. Tra queste sessanta mila lire e la dote di tua madre, c'era abbastanza per affrontare e vincere le prime difficoltà. Tu avresti potuto perfezionare la tua educazione e non correre il rischio di rovinare il tuo avvenire accettando il primo impiego che ti fosse capitato…. Io sarei stato contento e (chi sa?) sarei forse vissuto di più. Il rifiuto della Compagnia rovescia il mio bell'edifizio….
—Ma tu esageri la tua indisposizione, tu vuoi assolutamente veder tutto in nero, oggi.
—Non son io, Roberto, che mi creo dei fantasmi. In primo luogo la Compagnia assicuratrice non volle concluder l'affare appunto in vista della mia salute.
—Ne sei sicuro?
—Che altro motivo potrebbe esserci?… Dovetti sottopormi a una visita medica, non superficiale come d'ordinario, ma minuziosa, lunghissima…. Il medico non disse nulla; era però facile accorgersi che egli non era soddisfatto… La visita ebbe luogo ieri; questa mattina ricevetti la lettera.
—Ciò non basta ancora a provare….
—Non basta; ma io passai due ore fa da Rebaldi….
—Il nostro dottore?
—Sì; gli feci la storia de' miei incomodi e lo pregai di esaminarmi accuratamente. Egli lo fece con quello scrupolo che è una delle sue caratteristiche principali, e io leggevo sul suo volto ordinariamente impassibile le impressioni non buone che egli andava via via ricevendo…. Quando ebbe finito e prima ancora ch'egli aprisse la bocca, io lo scongiurai in nome della nostra vecchia amicizia, in nome dei nostri ricordi di giovinezza, in nome delle ore passate insieme nel 48 sotto la medesima tenda, di spiattellarmi tutta la verità, tutta quanta, per amara che potesse essermi. Rebaldi esitò un momento, ma poi mi disse queste precise parole: «Ti conosco da un pezzo; sei un uomo, e con un uomo si può parlar chiaro. Tu hai una malattia di cuore.»
Roberto represse un gemito.
—«Una malattia di cuore abbastanza avanzata. Sono malattie insidiose di cui pur troppo non ci si accorge che quando sono al punto da lasciar un campo ben angusto, all'arte medica.» Ma si muore presto? io chiesi, «Come vai dritto per la tua strada!» egli soggiunse. «Nelle tue condizioni si può viver qualche anno, si può morire in pochi mesi, quando meno si crede.»
—Ma, padre mio—proruppe Roberto nel massimo turbamento.—Rebaldi non deve saper quello che si dice…. Non è possibile ch'egli abbia ragione…. Tu così sano, così vigoroso fino a poco tempo fa…. Bisogna consultare qualche altro medico…. Vedrai che non sarà vero niente…. Se fosse vero, sarebbe necessario che tu ti sottoponessi a una cura, che ti mettessi in riposo….
—La cura me l'ha suggerita Rebaldi. Non consulterò altri. In quanto al mettermi in riposo, ci penserò di qui ad alcuni mesi…. se sarò ancora al mondo…. Adesso è impossibile.
—Perchè?
—Perchè son direttore di una Società ch'io stesso feci entrare in alcune speculazioni piuttosto avviluppate, e non m'è lecito di rallentar l'opera mia finchè queste difficoltà non sian tolte. Ce ne va del mio onore e quindi dell'onor tuo…. Io ho fatto grande e rispettata l'Unione, io devo restar sulla breccia finchè la veggo al sicuro dalle tempeste…. È inutile che tu insista. Ritirarmi oggi sarebbe anche peggio per la mia salute…. L'inquietudine morale mi sarebbe ben più funesta dell'attività fisica…. Non più di ciò, adunque. È un'altra cosa ch'io voglio dirti. In primo luogo, di quanto ti rivelai, non una parola, per ora almeno, ad anima viva; e meno di tutti a tua madre. Tu la conosci; ella è buona, ma il suo spirito si smarrisce facilmente…. Non troveremmo in lei un aiuto, ma un ostacolo…. O non vorrebbe credere, o cadrebbe nel parossismo della disperazione…. E ora più che mai ho bisogno di calma. Siamo intesi su ciò?
Roberto chinò il capo. Pur troppo suo padre diceva il vero.
—Adesso parliamo di te—riprese il cavaliere Mariano.—Nelle condizioni nuove della famiglia è forza che tu rinunci al viaggio d'istruzione che avevi stabilito di fare.
—O babbo, e potrei partire sapendoti malato?
—No, non potresti partire se non nel caso che tu avessi una posizione.
—Una posizione lontana da te?
—Speriamo che non sia necessario. Quello ch'è necessario si è che tu ti ponga presto in grado di guadagnare…. Lo vedi, non abbiamo più tempo da perdere…. Non bisogna lasciarsi cogliere alla sprovveduta dalla sventura…. Oh lo so, lo so, Roberto, non era questo l'avvenire che tu avevi il diritto di aspettarti…. Il lavoro sì, perchè senza il lavoro cos'è la vita?… Ma il lavoro alla fine de' tuoi studi, il lavoro cercato come un coronamento indispensabile dell'esistenza, non come il mezzo di sottrarsi alla miseria…. Con un po' meno di spensieratezza da parte mia questo scopo si sarebbe raggiunto, ma ormai al fatto non c'è rimedio…. Tu mi perdonerai, non è vero?
—Perdonarti? O padre mio, consigliami, guidami tu…. Io sono giovane, inesperto, ho bisogno di te….
—E io sono ancora al tuo fianco—rispose il cavaliere Mariano.—Noi cercheremo insieme ciò che può convenirti…. Intanto sai che mi fa un gran bene il vederti così ragionevole, così disposto a compiere il tuo dovere…. È un destino…. Tocca a te quello ch'è toccato a tuo padre… Coraggio, Roberto… Ci si fa uomini a questo modo…. Coraggio e silenzio con tutti. Riprenderemo il colloquio in altro momento….
Roberto non si decideva ad andarsene.
—Hai da chiedermi qualche cosa?
—E a Lucilla—disse il giovine con peritanza—a Lucilla posso dir nulla?
La fronte del signor Mariano si annuvolò.
—Lucilla—proseguì Roberto—è la fanciulla che amo, è quella che dovrebbe essere un giorno mia sposa. Non ha diritto a tutte le mie confidenze?
—Sei tu ben sicuro di attingere da lei la forza che ti occorre?—domandò il cavaliere Arconti.—Sei tu ben sicuro ch'ella ti reggerà nei virili propositi?
—O padre mio—proruppe Roberto—oggi dunque crolla tutto l'edifizio della mia felicità? Dovrei dubitare anche di Lucilla?
—No, povero ragazzo, non dubitarne. Colei che ti amò nei giorni lieti, ti amerà pure, io ne ho fede, ne' giorni tristi e procellosi, ma Lucilla è assai giovane, è allevata nel cotone; non si può esiger troppo da lei…. Bada a me, non precipitare…. Aspetta a parlare più tardi, quando sarai rimesso un poco dal tuo turbamento…. Aspetta.
Il signor Mariano capiva benissimo che i suoi argomenti valevano poco, che in massima suo figlio aveva ragione, ma ciò che lo faceva parlar così era il timore che Roberto dovesse esporsi a un nuovo e più amaro disinganno. Egli non aveva mai visto di molto buon occhio l'amore di Roberto per Lucilla, che gli pareva una ragazza non cattiva, ma frivola. E nessuno meglio di lui poteva sapere quanto grave fosse il non aver a compagna una donna di tempra salda e vigorosa.
Egli si alzò in piedi sforzandosi di sorridere, e disse a Roberto che non s'era ancora mosso:—Su, su, va nella tua camera, mettiti a far qualche cosa….
Roberto esitò un momento; poi scattando dalla seggiola, si gettò fra le braccia di suo padre e ruppe in singhiozzi.
Il cavaliere Mariano, ch'era riuscito a mantenersi quasi impassibile fino a quel momento, strinse al petto il figliuolo, ch'era il suo amore e il suo orgoglio, e confuse le sue lagrime con quelle di lui. Poi ripetè con tenerezza:—Va, Roberto, rasciugati gli occhi, che tua madre quando torna a casa ti trovi composto e sereno.
Roberto si lasciò accompagnar per mano fino all'uscio, poi si avviò macchinalmente alla sua camera.—Mettiti a far qualche cosa—gli aveva detto suo padre. Oh sì davvero! Egli sentiva proprio l'animo disposto a far qualche cosa! Che poteva fare se non tornare col pensiero alla terribile rivelazione che gli aveva poc'anzi straziato il cuore? Come tutto l'avvenire, come tutta la vita aveva mutato aspetto per lui! Gli oggetti, gli uomini, gli parevano diversi affatto da prima, come accade a chi, dopo aver visto un panorama attraverso un vetro nitido, lo rivede attraverso un vetro affumicato. E non poteva versare la sua angoscia nè in sua madre, nè in Lucilla! Roberto divideva, suo malgrado, l'opinione paterna; egli sentiva che nè da sua madre, nè da Lucilla avrebbe potuto sperare efficace conforto.
II.
Siccome non c'è male a cui non si mesca qualche cosa di bene, così anche l'aver a che fare coi caratteri leggeri ha, di fronte ai gravissimi inconvenienti, qualche piccolo vantaggio. E uno di tali vantaggi è la facilità di dissimular con loro lo stato del proprio animo. Eravate lieti alla mattina e siete mesti la sera; essi se ne accorgeranno al primo momento, ve ne domanderanno conto forse, ma poi s'appagheranno di qualsiasi risposta, e, purchè non li turbiate nelle loro abitudini, vi lasceranno in pace. La tempra del loro spirito li dispone a interpretar tutto nel modo più tranquillante; c'è così poca serietà nella loro vita; perchè devono supporre che ce ne sia nella vita altrui? Roberto era cambiato, profondamente cambiato. Ma nè la signora Federica, nè Lucilla attribuivano questo mutamento a ragioni gravi.—Roberto ebbe anche nella sua infanzia di questi periodi di spleen. Ma passano—diceva la signora Federica. In quanto a Lucilla, ella trovava che Roberto voleva far l'uomo d'importanza. Dacchè aveva ricevuto elogi speciali dai professori del Politecnico, non era più quello d'una volta. Roberto soffriva di questa spensieratezza della fanciulla amata; egli avrebbe voluto ch'ella si mostrasse sollecita di saper le ragioni vere della sua mestizia, che gli strappasse di bocca quelle confidenze ch'egli non poteva farle spontaneamente; ma poi cercava di giustificarla, cercava di persuadersi ch'è un egoismo l'affliggere gli altri con la scusa che siamo afflitti noi. Del resto era inevitabile tra non molto una spiegazione. S'avvicinava il tempo in cui Roberto avrebbe dovuto partire pel suo viaggio, e poichè egli non partiva più, sarebbe ben convenuto dirne il motivo.
Lo stato del signor Mariano non peggiorava visibilmente. Egli era sotto una cura, ma il dottor Rebaldi aveva accondisceso al desiderio dell'infermo, e non s'era lasciato sfuggire una parola con la signora Federica circa alla gravità della malattia. Dal canto suo, la signora Federica era irritatissima contro il medico, il quale secondava le ubbie di suo marito.—A badare a tutto—ella diceva—si sta freschi. Anch'io, se dèssi retta a' miei nervi, dovrei prendere medicine tre volte alla settimana. Ci vuol altro! Mariano ha sempre avuto il vizio di ascoltarsi troppo.
Era un'abitudine della signora Federica di trovar un precedente a tutto ciò che avveniva. Spesso questo precedente ella lo inventava di pianta, ma esso le serviva a ogni modo per concludere:—Ciò che è passato una volta passerà ancora.
La signora Federica era stata bellissima in gioventù, ed era sempre piacente, quantunque avesse una certa tendenza alla pinguetudine. Già non aveva che quarantadue anni e conservava le sue pretese di donna galante. Bisogna dir per altro, a onor del vero, che la sua era stata sempre una galanteria innocente. Vestir bene, andare a teatro, in società, lasciarsi fare un po' la corte, tutto finiva lì. Le sue amiche non avevano mai potuto accusarla di nessun intrigo serio, e quando non lo potevano le sue amiche! Anzi esse dicevano che la sua vera salvaguardia era la sua frivolezza.—La Arconti—continuavano—non è capace d'innamorarsi. Noi, più giusti, diremo, che, in fondo, a modo suo, ella amava suo marito, e siccome non le mancava nulla, le tentazioni grosse non venivano ad assalirla.
L'assalivano le piccine. Aveva la mania delle toilettes, delle acconciature, dei gingilli d'ogni specie, e, quand'ella passava per la galleria Vittorio Emanuele, tutti i bottegai sentivano allargarsi il cuore. A casa piovevano i conti, e il signor Mariano aveva sempre pagato con rassegnazione. Adesso però gli pareva che fosse tempo di por argine a questa prodigalità, e si lasciava sfuggir qualche parola in proposito. Egli non era più giovine, non aveva più la lena d'un tempo; gli affari dell'Unione non eran più brillanti come per lo passato; c'era la crisi commerciale; tutte le cose costavano il doppio; bisognava moderarsi nei desideri, non gettar via le proprie entrate fino all'ultimo centesimo; e avanti di questo tono. Ma la signora Federica si stringeva nelle spalle.—Quante volte ho sentito questi discorsi! Sempre la crisi, sempre gli affari che non van bene, e poi tutti gli anni hai dovuto finire per confessarmi che tra le tue competenze e la tua parte di profitto guadagnavi tra le quaranta e le cinquanta mila lire. O che si deve logorarsi la vita per un po' di danaro?—La signora Federica, come si vede, era superiore alla question d'argent, o, a meglio dire, l'aveva risolta a suo modo: ci fossero quattrini o no, a lei bastava spendere. Nondimeno, ella aveva la degnazione di concludere che aveva capito e che farebbe volentieri qualche sacrifizio, pur di non turbare la pace domestica. E infatti per una settimana ella si metteva in economia; poi l'acqua tornava a correr giù per la sua china. Roberto s'infastidiva, avrebbe voluto dir la sua opinione anche lui, ma la signora Federica non lo lasciava parlare.—Quel Roberto diventa intollerabile—ella brontolava.—Un ragazzo moralista! Si può dar di peggio?—C'erano momenti in cui il giovane si sentiva salire alle labbra la rivelazione della catastrofe ch'era sospesa sul capo della famiglia, ma ne lo tratteneva la promessa fatta a suo padre. E il signor Mariano, egli pure, aveva strane indulgenze verso sua moglie. In fin dei conti—egli osservava talvolta al figliuolo—ella avrà abbastanza privazioni da imporsi dopo; lasciamo che adesso faccia a suo talento. Il cavaliere Arconti era uno di quegli uomini, e son tanti, che, dotati di una singolare energia di carattere, spiegano tutta questa energia nella loro vita esteriore, e non ne esercitano affatto entro le pareti domestiche.
Questa sua rilassatezza appariva anche nel modo in cui egli cercava impiego a suo figlio. Aveva parlato, aveva scritto, ma in complesso non ci si era posto con quell'impegno che forse sarebbe stato necessario per raggiunger lo scopo. I momenti eran difficili, Roberto era conosciuto per un ottimo studente e nulla più; e così non si riusciva che a ottener buone parole. Tutti dicevano all'Arconti: Fortunato voi che non avete premura! Vostro figlio non ha bisogno di guadagnarsi un pane da un giorno all'altro. E ce ne son tanti che questo bisogno l'hanno! Avrebbe convenuto sradicar questa fallace opinione, ma come farlo senza spiattellar intera la verità?
Passò così qualche mese, e nulla era mutato nell'andamento della famiglia Arconti. Roberto era infinitamente più serio d'una volta, il cavalier Mariano era sempre più giù di cera, e non mancava di prender una mezza dozzina di pillole al giorno, ma le abitudini della casa erano sempre le stesse.
La signora Federica continuava a veder tutto in rosa. Quando suo marito le disse che aveva dimesso il pensiero di far viaggiare Roberto, ella principiò col meravigliarsene assai, ma finì coll'osservare esser già stata sempre la sua opinione che questo viaggio non fosse punto indispensabile a suo figlio, e che Milano fosse una città ove c'era quanto occorreva sì per istudiare che per divertirsi. E quando Mariano le soggiunse che si proponeva di far entrare addirittura Roberto nella vita pratica, la signora Federica tentennò il capo e volle atteggiarsi a donna positiva. Sicuro, Roberto non aveva nessuna urgenza, ma se poteva trovare un'occupazione decorosa, in quanto a lei non ci si sarebbe opposta. È bene che la gioventù cominci presto a lavorare. Anzi ella aveva avuto un'idea. Perchè suo marito non prendeva Roberto con sè? All'Unione c'erano impiegati che avevano grossi stipendi e non valevano la metà di quel che valeva Roberto. Era impossibile che non ci fosse un posto anche per lui. E se non c'era, lo si poteva sempre creare. A una Società come l'Unione alcune migliaia di lire sarebbero state una vera bazzecola, e il Consiglio d'amministrazione aveva troppi obblighi verso l'Arconti da potersi opporre a un sì onesto desiderio.
Il fatto si è che l'idea della signora Federica era la meno effettuabile di tutte quante e la più lontana dalla mente del cavalier Mariano. In primo luogo, bisogna dirlo a sua lode, egli era stato sempre alieno dall'esercitare la sua influenza sulla Società per procacciar sinecure agli amici e ai parenti: in ogni caso poi, questa influenza era oggi grandemente scemata. Il Consiglio d'amministrazione e gli azionisti riconoscevano i meriti dell'Arconti; erano disposti ad ammettere che col suo ingegno e con la sua iniziativa egli aveva dato un vigoroso impulso alla gestione, ma soggiungevano ch'egli era troppo poeta, che s'era slanciato in affari non conformi allo Statuto, che non aveva saputo fermarsi a tempo, e che era per buona parte colpa sua se le azioni, dopo esser salite al doppio del pari, non trovavano più compratori nemmeno al valor nominale. L'Arconti, si continuava, vuol far sempre a modo suo; è un piccolo despota; gli avvertimenti dei suoi colleghi del Consiglio e dei censori, gli ordini del giorno dell'Assemblea vanno a frangersi contro la sua resistenza passiva. In tutte queste accuse c'era pure un lato di vero, ed era verissimo poi che l'Arconti, come di ordinario gli uomini i quali sanno d'aver reso eminenti servigi ad un'amministrazione, teneva in poco o nessun conto le opinioni degli altri. Questa corrente ostile che s'era formata tra gli azionisti era secondata da alcuni tra i membri del Consiglio e da parecchi impiegati della Società, creature sue in massima parte, da lui beneficate a più riprese, e che gli si erano voltate contro per basse invidie, e forse in ragione degli stessi benefici ricevuti. È una tra le nostre maggiori infermità morali quella di non saper sopportare il peso della gratitudine. Pro gratia odium redditur; lo disse anche Tacito, il grande psicologo di Roma imperiale.
Con queste disposizioni degli animi non era nemmeno da pensare a impiegar Roberto presso l'Unione. Aggiungasi che a lui, ingegnere, sarebbe convenuto molto più un ufficio tecnico amministrativo. La signora Federica dovette quindi intascare la sua idea brontolando, e dicendo che a lei non si badava mai, quantunque ella vedesse più in là di molti che la pretendono a gente di garbo. A ogni modo, secondo il suo solito, di lì a quarantott'ore non se ne diede più per intesa.
Presso l'Unione si preparava una giornata tumultuosa, quella cioè dell'assemblea generale, in cui avrebbe dovuto approvarsi il bilancio e si sarebbe rinnovato un terzo del Consiglio d'amministrazione. Si sapeva che il bilancio non era brillante, e nell'opinione di molti azionisti e anche d'una minoranza del Consiglio, ci sarebbero state ulteriori riduzioni da fare pel deprezzamento di parecchi titoli valutati al disopra del reale e per parecchi crediti dubbi. Non era un mistero per nessuno che un grosso partito avrebbe presentato un ordine del giorno per la nomina di una Commissione speciale incaricata della revisione di questo bilancio. Se un tale ordine del giorno era accettato, evidentemente tutto il Consiglio doveva dimettersi, e prima di tutti l'Arconti, che era in pari tempo membro del Consiglio stesso e direttore della Società. Alla rielezione sarebbero stati nominati di nuovo coloro che oggi rappresentavano la minoranza; agli altri si sarebbero sostituite persone d'idee conformi a quelle prevalse nell'assemblea. Nell'ipotesi migliore, quella cioè della rielezione parziale, l'Arconti non sarebbe stato tra gli uscenti di carica, ma era certo che sarebbero entrati trionfalmente in Consiglio alcuni tra gli azionisti più ostili a lui. La sua posizione di consigliere sarebbe diventata difficilissima: e più difficile forse la sua posizione di Direttore, quantunque non necessariamente connessa all'altra. Le benemerenze che in tanti anni egli si era acquistate presso la Società avrebbero senza dubbio costretto a speciali riguardi i suoi avversari; non si sarebbero volute spingere le cose all'estremo; pur vincolando la sua libertà d'azione, non si avrebbe forse voluto rovesciarlo d'ufficio; sarebbe rimasto Direttore, ma Direttore di nome. E per un uomo della sua tempra, questo sarebbe stato il peggiore supplizio.
Invero, non era la prima volta che si erano manifestati degli umori tempestosi in grembo alla Società, e ch'era occorso tutto l'ingegno e tutta l'influenza del cavaliere Mariano per dominarli. Però egli sentiva che ora la corrente era troppo forte e ch'era ben piccola la speranza di opporvisi con buon successo. I colloqui ch'egli aveva avuto coi principali azionisti, con quelli intorno a cui faceva capo l'opposizione, lo avevano scoraggiato. Mentr'egli parlava, sembravano convinti delle sue ragioni; ma quand'egli aveva finito, tornavano a ripetere le cose dette prima, senza entrare a discutere i suoi argomenti. Ed è questo il sintomo più grave per chi voglia tirar dalla sua un contradditore. All'assemblea generale il signor Mariano avrebbe parlato eloquentemente secondo il suo solito, ma egli era troppo esperto di siffatte cose da poter credere che i bei discorsi abbiano la virtù di modificare i voti degli azionisti di una Società anonima. Ognuno va alla seduta col suo voto preparato, ognuno ha impegnato la sua parola, e a discussione chiusa, l'urna dà il medesimo responso che avrebbe dato se la si fosse consultata prima che la discussione fosse aperta.
Queste angustie non potevano a meno d'influire sinistramente sulla salute del signor Mariano. Ormai non c'era che la signora Federica la quale non volesse accorgersi del suo deperimento e insistesse a dire che le erano fisime belle e buone, e che la malattia vera sarebbe venuta più tardi per causa dei rimedi. Il dottor Rebaldi poteva farle a sua posta il viso serio e tentar di preparar l'animo di lei alla realtà delle cose; ella usciva dai gangheri e lo strapazzava senza misericordia.
Sappiamo già che impressione profonda avesse ricevuto Roberto dalle confidenze di suo padre; pur l'animo umano, e l'animo dei giovani soprattutto, è così disposto a lasciarsi ingannare, che vedendo per alcuni mesi la salute del cavaliere Mariano rimaner quasi stazionaria, egli aveva cominciato a riaprire il cuore alla speranza, a credere almeno che il male non fosse avanzato come si temeva. Ma in poche settimane il peggioramento era stato così manifesto che le ultime illusioni avevano dovuto inesorabilmente svanire. Roberto capiva che la catastrofe si avvicinava a gran passi, e pensava con orrore al giorno in cui gli sarebbe mancato l'appoggio più caro e più necessario. Le difficoltà economiche che lo aspettavano sparivano davanti alla gravità morale della sventura; egli non si curava nemmeno più del suo impiego, tant'era assorbito da un'unica preoccupazione.
Tra Roberto e suo padre c'era stata sempre una gran conformità d'idee. Egli ne aveva le qualità, ne aveva in parte i difetti. Sin da piccino egli si faceva una festa ogni volta che poteva star col babbo, uscir col babbo, avere una carezza dal babbo. Il babbo aveva veduto tante cose, sapeva tante cose, e la sua conversazione alimentava l'intelligente curiosità del fanciullo. Con la mamma invece i temi di discorso eran presto esauriti; le passeggiate avevano un unico scopo, quello di far spese. E che aiuto aveva prestato il cavalier Mariano a Roberto durante i suoi studi! Il cavaliere, che non aveva fatto nessun corso regolare, che ancor giovine aveva dovuto entrar nella vita pratica, era un uomo coltissimo e fino all'età matura aveva consacrato i suoi ritagli di tempo a istruirsi. Egli si rimproverava d'imprevidenza, nè forse il rimprovero era infondato; ma almeno egli aveva il conforto che questa imprevidenza non gli aveva diminuito l'affetto di suo figlio; in questo campo dell'affetto egli aveva seminato a larga mano, e la raccolta corrispondeva alle più balde speranze.