← Table of contents
Mio figlio!

IL MARITO DI LAURINA

Reading edition

I.

Laurina dichiarava ancora di volere sposare a ogni costo il babbo, o per lo meno la mamma, e già io mi era domandato cento volte tra il serio ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita, se è vicino o lontano, e che cosa fa in questo momento? È bello? Studia? Si fa onore? Io non lo vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà magro?»

— Chi? — interrompe un lettore.

Il marito di Laurina.

«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare; la mia bimba è piena di giudizio, e non commetterà mai la corbelleria di sposarsi a un uomo più giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a venti passi di qua; forse agli antipodi, e a suo tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo per venirsi a innamorare di mia figlia».

A volte poi dicevo a Evangelina:

— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che nostro genero è là, in un punto dello spazio, e che egli, tutto occupato de' suoi studi, non sospetta neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la missione di fargli perdete la testa!

Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata alla sua creatura, la quale intanto ingannava il tempo dell'aspettazione facendo un sermoncino alla bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto alla rovescia.

Col tempo questo essere mal definito, che se ne viveva in un cantuccio dell'orbe terraqueo, aspettando che la sorte gli mettesse innanzi mia figlia per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo questo fidanzato anonimo si andò facendo bello di tutte le virtù.

Non aveva che dieci anni più di Laurina; era alto, snello e bruno; portava i baffi e la mosca, e fra i baffi e la mosca un sorriso in cui si leggeva la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole non gli mancava; più che d'altro era ricco della volontà, che insegue la fortuna, della perseveranza che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala, non se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che raddoppia ogni ricchezza divisa.

Sì, era innamorato e non si poteva lagnare, perchè era anche corrisposto.

Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una bella mattina di maggio, prima dinanzi al Sindaco, poi in chiesa; e appena sposati se ne andrebbero per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese dopo a Milano più innamorati di prima.

Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un amico, e chiamavo lui pure: «mio figlio»; ma non perciò quel fantasma di genero diventava importuno.

Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva qualche volta a fargli visita, e appena si annunciava un cliente o appariva un usciere, se ne andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero facendo tanto più rare e fuggitive, quanto più il tempo dell'avvocato Placidi diventava prezioso.

E un giorno, in un viale dei pubblici giardini, mentre io me n'andava superbamente a spasso, con mia figlia a braccetto, egli mi disse un «addio» melanconico, e mi voltò le spalle per sempre.

Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi.

Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto, in un viale dei pubblici giardini, poco prima dell'imbrunire. Ho la testa in processione, non penso a nulla: cioè no, penso che sono contento di me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai miei clienti, i quali mi seguirebbero volentieri da per tutto, alle preture, in tribunale, in appello, in cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che comincio a mettere pancia, ma senza ombra di rammarico, perchè sotto la toga un po' di pancia fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale mi cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni tanto nel caro vuoto del mio cervello una domanda o una esclamazione, mi arriva oramai al mento, sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi passare con tanta solennità, la buona gente, che mi conosce di vista, appena appena si arrischia a salutarmi, temendo di turbare il corso dei miei gravissimi pensieri.

Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci guardano, sorridono e si comunicano le loro impressioni. Mi pare di comprendere che uno ci abbia presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente ragione, aggiunga che viaggiamo per la luna di miele; e invece di sentire i sussulti della mia vanità di uomo ben conservato, mi adiro dentro di me e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e gridar loro: — «Balordi, oh non vedete che la mia Laurina ha sedici anni e che io sono suo padre?» Mia figlia mi domanda ridendo:

— A che pensi?

E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu, quando pensi molto — osserva Laurina — corri e non te ne accorgi.

La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io riconosco che la gente ha ragione, che mia figlia ha propriamente l'aria di una donnina, e che vista al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco di lei... Assolutamente il mio amor proprio d'uomo ben conservato vuole la parte sua; ha lasciato passare la colleruzza dell'offeso sentimento paterno, ed è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina e non è punto disposto a restituirla.

È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo alla svolta del viale; è più grave del solito avendo dovuto invecchiare ad un tratto di tre anni, nondimeno sorride perchè il momento sospirato si avvicina.

— Lo conosci quel signore? — mi domanda mia figlia.

«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai dodici anni che ci conosciamo; quel signore non è un signore; è di casa; guardalo bene, è lo sposo che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo permetto, fallo felice, amalo...»

Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse rapidamente innanzi a me, e pensai: «verrà un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi il capo per seguire con gli occhi il signore che era passato. Appunto si voltava egli pure, e io ebbi agio di vederlo.

— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo di non averlo mai veduto, pare un capo d'ufficio o un colonnello giubilato. Ma perchè mi fai questa domanda?

— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha guardati fisso; e non oggi soltanto... anche l'altro giorno...

— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici...

— L'altro giorno eravamo in galleria...

— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa difficile... a Milano tutti sanno chi è l'avvocato Placidi...

Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse più forte il braccio, bisbigliando:

— Zitto, è lui!

To'! Laurina riconosceva quel signore al passo!

Era un passo frettoloso, saltellante e accompagnato da una bizzarra musica di stivali, ma per averla così bene nell'orecchio, mia figlia aveva già dovuto udirla più d'una volta.

Quel signore ci raggiunse, guardò Laurina lungamente, passò oltre, sempre saltellando, e giunto alla estremità del viale, tornò indietro a passo lento, trovando ancora il modo di saltellare.

Feci in un istante le più strambe congetture.

«Quello è un parente lontano, forse un cugino della madre di mia moglie; emigrò all'estero per disperazione amorosa, non essendo potuto arrivare al cuore della sua bella, buon'anima, prima di mio suocero; è rimasto scapolo, si è fatto milionario; ora ritorna in cerca di un erede; dicono che la mia Laurina sia tal quale il ritratto di sua nonna a sedici anni; gli sembrerà di rivederla; mia figlia, grazie al cielo, non ha bisogno che nessuno s'incomodi dall'America per portarle la dote, ma se le piovesse un milioncino nel cestello di nozze non offenderebbe nè me, nè lei, nè la misericordia celeste».

Stavo serio, perchè l'incognito si avvicinava, e dentro di me ridevo; intanto che venivo pagando alla meglio il tributo d'ilarità a quell'idea barocca, altre idee si facevano avanti.

«Quello è un padre di stampo antico, che non si fida del criterio del suo primo maschio, e vuole scegliergli lui stesso la sposa. Laurina ha un'aria tanto modesta, ed è così carina, che non si potrebbe fare una scelta migliore. Rimane a vedersi se a noi conviene il pretendente...».

L'incognito non era più che a pochi passi, e io, guardandolo alla sfuggita, vidi con uno sgomento nuovo che egli saltellava peggio di prima, e che avea preso una cert'aria civettuola e galante, facendo luccicare stranamente le pupille nella loro cornice di rughe e piegando la testa con un vezzo tutto suo.

Non volevo credere ai miei occhi; e mi bisognò pure arrendermi alla evidenza quando il vecchietto, passandoci rasente, spinse l'ardire fino a manifestare il suo incendio con un sospiro.

Proprio così: quello che io credeva un colonnello americano imbarazzato nel far testamento cercava forse un erede, ma lo voleva legittimo, e aveva messo gli occhi su mia figlia.

— È un matto! — dissi a Laurina in maniera d'essere inteso dallo strano pretendente, e attraversai il viale per cacciarmi fra le aiuole.

Speravo così d'avere sgominato il vecchio satiro, ma voltandomi poco dopo vidi che egli saltellava per raggiungerci da un'altra parte e pigliarci ancora una volta di fronte.

Intanto all'estremità del viale, un giovinotto bello e melanconico mi faceva addio con la mano, senza che io trovassi un accento per dirgli: — «rimani, tu sei la gioventù, tu sei la forza, tu sei l'amore; chiedimi oggi stesso la mano di Laurina, e Laurina è tua». L'audacia di un balordo stagionato mi toglieva la forza di trattenere il mio ideale.

— Affretta il passo — dissi a Laurina. Essa senza comprendere, mi secondò, e a me parve di averla sottratta a un pericolo, quando alla porta di casa vidi che l'incognito non aveva potuto seguire le nostre traccie. «Sia ringraziato il cielo — pensai; — l'asma lo ha tradito!»

— Chi era quel vecchio? — mi domandò un'altra volta mia figlia.

Io, per non ispaventarla troppo, svelandole il mio pensiero, le dissi che era un matto, che non poteva essere se non un matto.

II.

Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale.

Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina.

Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente; ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una musica in anticamera ruppe la mia industria.

«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani mi portò un biglietto di visita.

— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi, sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto: Libero de' Liberi.

Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia anticamera».

L'impazienza mi vinse e gridai:

— Fatelo venire innanzi.

Perchè mi tremava la voce?

Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio lui, ed io potei subito notare che si era premunito alla meglio contro la prima impressione e che usciva allora allora dalle mani del parrucchiere.

— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse sorridendo risolutamente.

Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito, e mi accontentai d'inchinarmi e di accennargli una sedia.

Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel mettersi a sedere, e parve cercare un istante qualche cosa fra le proprie gambe e quelle della seggiola; ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare la parola:

— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò così, delicato... propriamente delicato...

Non era carità la mia di starmene ad aspettare in silenzio il resto, ma volevo che il vecchio temerario pagasse sino all'ultimo quattrino il prezzo della sua balordaggine.

Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per intimorirlo; diceva:

— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla: la fama narra che egli ha il cuore... pari all'ingegno...

Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per interromperlo e per respingere la sua adulazione, proseguì mutando accento:

— Quando un uomo ha un negozio... dirò così... difficile per le mani, e gli bisogna un valido patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato Placidi. Non dica di no...

Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto mi venne la debolezza di credere che il signor Libero de' Liberi, invece di aver fatto quella grande asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere quell'altra di trascinare il suo prossimo in tribunale. E siccome, essendo così le cose, era mio stretto dovere di non negargli tutto il mio «valido patrocinio» e di accogliere con dignitosa gratitudine le sue parole di lode, gli staccai gli occhi di dosso un momentino per inchinarmi.

Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra un sorriso di trionfo, e dal modo con cui, senza nemmeno rispondere al mio inchino, si accomodò sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera ed accavallando una gamba sull'altra, io vidi che oramai si teneva sicuro della vittoria.

— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire con crescente disinvoltura — si tratta del mio futuro matrimonio.

Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della condiscendenza che vi era balenata un istante; ma quell'uomo singolare non se ne avvide nemmeno e tirò dritto:

— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè sono ancora celibe. Dirà che all'età mia è un po' tardi; ma prima di tutto quanti anni crede che io abbia?...

Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe contentato, e si affrettò a togliermi con garbo l'arma che mi aveva messo sbadatamente nelle mani.

— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti ancora; li avrò fra un mese e sette giorni... Non credo che sia troppo tardi per pigliar moglie... nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse ad un sorriso ironico che aveva visto sulle mie labbra. — Ho saputo aspettare io! Ne conosco più d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie, come se le ragazze da marito dovessero mancare... La leggerezza, signorini miei, guasta i nove decimi dei matrimoni; il mio non può andar a male... perchè vi ho pensato molto.

Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola, e io poteva, senza commettere villania, cedere alla tentazione di dargli il fatto suo, e chi sa? fors'anche prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli si vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io, senza ombra di malignità nell'accento, feci la mia timida osservazione:

— Forse troppo!

Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda; rimase stordito alquanto, subito reagì, baldanzoso come un galletto.

— Le domando scusa, credo d'averci pensato abbastanza e niente più.

— Le domando scusa anch'io — entrai a dire con un magnifico accento da minchione che tante volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le domando scusa anch'io, ma con le persone che si degnano di richiedere il mio patrocinio, ho sempre avuto l'abitudine d'essere schietto. Non vi devono essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente; è la mia massima.

Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato la mia dimostrazione, e non ero disposto ad arrestarmi fin che fossi andato alla fine.

— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio, mi lasci esprimere alcune idee generali. Scopo del matrimonio è, o almeno dev'essere, la figliolanza; quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi l'avvenire; la prole nascitura, salvo impreveduti disastri, è al sicuro, perchè crescerà sotto l'occhio amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il tempo d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli; passata una certa età, il matrimonio significa l'abbandono innanzi tempo delle creature stentate che si metteranno al mondo.

Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi in bocca il periodo, il signor De' Liberi aveva preso bravamente il partito di lasciarmi dire, annotando con una fregatina di mani le parole che, secondo me, dovevano ferirlo nel vivo.

Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure ad interrompermi, e solo dopo essersi fregato ancora una volta le mani mi disse, curvando il capo verso il pavimento e guardandomi di sotto in su in una maniera vezzosa:

— Posso parlare?

— Parli.

— Ecco — incominciò egli, imitando malamente la strana dolcezza del mio accento — ella può avere mille ragioni astratte, che al caso mio non fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò poi. Ripeto che ella può avere mille ragioni astratte, non dico già che le abbia. Dirò anzi, se permette, che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi in rettorica, ma logicamente non può passare. La figliolanza è per solito la conseguenza del matrimonio, ed io desidero che il mio non faccia eccezione; ma lei non mi vorrà dire sul serio che i coniugi senza prole siano come chi dicesse i falliti del matrimonio, e che la loro unione riesca inutile. Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli, ma prima di tutto perchè ho visto abbastanza del mondo da contentare tutte le curiosità pericolose per la vita domestica, e posso oramai aprire tranquillamente il cuore a un affetto vero e durevole. Piglio moglie perchè credo giunta per me l'ora di essere amato e d'amare; e il mio affetto non sarà cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non isbaglio, ho qualche anno più di lei....

— Quindici — insinuai con garbo.

— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare della mia esperienza. Ebbene, io le assicuro che i giovani non sanno amare, che prima dei quarant'anni nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di rendere felice una donna; io la so tutta...

Si era andato accalorando a poco a poco, e nella foga della confutazione aveva smesso l'accento melato dell'esordio; ma a questo punto indovinò forse nel mio sorriso il timore che egli avesse avuto tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara l'abbici a quarant'anni, perchè, abbassando la voce e ripigliando il fare carezzevole di prima, ripetè:

— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono nel fiore dell'età. Io le leggo in faccia, che, sebbene più giovane di me, lei si crede vecchio; invecchi per davvero e diventerà della mia opinione. È il difetto della nuova generazione, quello di voler essere decrepita. La natura aveva assegnato all'uomo un periodo di vita, al cui paragone le nostre due età messe insieme fanno appena appena una fiorente virilità. La fisiologia delle piante e degli animali ha dimostrato che ogni creatura vivente può campare otto volte il tempo che impiega a raggiungere il suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a venticinque anni; faccia il conto; sono dugento anni di prova che l'umana impazienza è riuscita a ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente; ho buona salute perchè mi sono goduto il mondo con metodo. Faccio conto di campare ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi nell'esercito o in una pubblica amministrazione, e di dare alle mie ragazze dei mariti... che mi somiglino...

Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla mia Laurina, ma non andò oltre. Contentone della parte che gli avevo messo nelle mani, non voleva barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un rifiuto, egli difendeva la sua causa con comodo sapendo benissimo d'essere inteso. Ed io quasi mi pentiva di non averlo messo con le spalle al muro.

— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per farle piacere, mettiamo che scopo del matrimonio sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi dia dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne dia una dozzina, e infine mettiamo che un accidente imprevisto mi faccia morire prima del tempo e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti e dei padri; il danno, relativamente alla enorme sventura, sarà irreparabile per me solo.

Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel soggiungere:

— Sono ricco!

Non sapevo veramente come ribattere; nel campo dei ragionamenti astratti tutto quello che ancora potevo opporre era un ma.

— Me ne rallegro — risposi — ma...

Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e rincalzò così l'ultimo suo argomento:

— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le mie ricchezze non me le son fatte io: ad ogni modo, sia ringraziato mio padre buon'anima, sono ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti in cedole del debito pubblico e in risaie. Se sarà necessario, assicurerò la mia vita a favore dei miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè me lo insegna la statistica, che chi si assicura ha la probabilità di campar molto di più, e che solo perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da cavallo; posso essere fulminato, sebbene la mia casa di città e quella di campagna siano munite di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario...

— Possiamo — interruppi gravemente — essere presi alla sprovveduta in una notte serena, ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo, da un bolide che ci caschi addosso.

— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi propongo d'assicurare la mia vita; e lo farò la vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che porterò io a mia moglie, la quale deve entrare nella casa coniugale col suo fardelletto di ragazza e niente più.

Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato, perchè mi piantò gli occhi in faccia come un creditore. Lasciai durare il silenzio quanto bastasse a far perdere al mio avversario un po' di sussiego, poi dissi tranquillamente:

— Io sono qui a discutere con lei intorno a una teorica, di cui non veggo l'applicazione.

— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione eccola: lei ha una figliuola che mi piace, sissignore, mi piace; mi piace molto, mi piace troppo, mi piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo nessuno per farmi presentare — proseguì dopo una breve pausa con accento più umile — eccomi qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta a cuore, ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro che corrono pel mondo dei pregiudizi contrari alla mia felicità; voglio difenderla io stesso.

Parlava con una gravità inusata, e non pareva più il medesimo uomo di prima, quando soggiunse:

— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora qualche cosa di bizzarro nella mia condotta, signor avvocato, si metta nei miei panni e mi difenda lei.

Era il punto difficile: al momento di dare un'afflizione a quell'uomo audace, io lo trovava simpatico, e quasi non mi pareva audace; era ben conservato, non bello, ma di lineamenti regolari; se non gli aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano erano pochi ma neri. Pensavo: «quanti babbi e quante mammine si lascerebbero tentare dalle sue ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città, palazzo in campagna, risaie, cedole del debito pubblico.... Oh! quante fanciulle di sedici anni perderebbero la testa!...

— In tutto ciò — risposi gravemente — io non vedo altro di bizzarro se non la sproporzione dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque anni è cosa naturalissima, non avendola presa prima... ma lei forse ignora quanti anni ha la mia Laura.

— Laura! Si chiama Laura?

— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia, e non ha che sedici anni!

Pronunziai queste parole in modo che dovessero colpirlo, e per verità egli parve scrollato. Senza dargli tempo di riaversi, proseguii:

— Vedendola alla passeggiata, al braccio del babbo, quando giuoca alla signorina, può ingannare, ma è proprio una bimba; va a scuola e veste ancora la bambola di nascosto.

Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo stordimento, i sedici anni di mia figlia non lo scoraggiavano più; tutt'altro; pareva estasiarsi a ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto.

— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui vedendo che le mie parole non facevano altro che solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici anni sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa volta credo che bastino: come lei dice benissimo, la signorina Laura è molto sviluppata; vedendola alla passeggiata, non le si darebbero sedici anni soltanto... Sedici anni!... compiti beninteso... che significano diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede mia, tanto meglio: io non ho nulla in contrario!...

— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma sono costretto a ringraziarla dell'onore che vuol fare a mia figlia...

— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi parlare. Lei stesso poco fa diceva naturalissimo che io pigliassi moglie...

— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette, che nei suoi panni la vorrei stagionata.

— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria. Alla mia età non vi è altra scelta: o rimanere scapoli, o sposare una fanciulla, non dico proprio di diciassette anni...

— Manco male!

— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio, come lo voglio fare io, ha tutte le probabilità di essere felicissimo; non si sono ancora ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi sono entrate delle opinioni storte, quasi non vi sono entrate nemmeno delle opinioni; è un terreno vergine, pronto a ricevere ciò che vi si saprà seminare. Io non costringerò già mia moglie a fare quello che mi piacerà, ma farò mia moglie come mi piacerà che sia, cioè a dire felice. E perchè una moglie sia felice, mi pare che debba essere affettuosa, modesta, casalinga e innamorata... del marito. Sbaglio? A diciassette anni è già una festa il solo entrare in possesso d'un mazzo di chiavi; giocando a far la padrona, la fanciulla si innamora della casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una felicità così incominciata deve sfidare il tempo a dispetto dei teatri, de' libri e delle amiche; perchè, dica lei: che cosa mancava quasi sempre nei matrimoni andati a male? «Mancava il marito». Le abitudini, le curiosità, le irrequietezze dei giovani d'oggi fanno che nella maggior parte dei matrimoni il marito sia assente. La moglie abbandonata si dà per disperazione ai romanzi e alle amiche. E se una volta sbaglia, e per eccesso di disperazione si dà anche a un amico, di chi la colpa?... Sorride, signor avvocato? Segno che ho ragione...

— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di giudizio; ma io non posso rispondere altro se non che per ora ho tutt'altro per il capo che dar marito a mia figlia...

— Ebbene, aspetterò... posso aspettare.

Lo guardai in faccia come si guarda un portento, egli indovinò il mio pensiero e soggiunse:

— Non dico d'aver del tempo da buttar via, ma per farle piacere posso aspettare... Sentiamo, quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno, due?...

— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei non voglio nulla; se mi fa l'onore di chiedermi la mia opinione astratta in proposito del suo matrimonio, io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti con cui lei difende la sua causa sono speciosi, sono belli, fanno, come diciamo noi, effetto; ma a chi ne ricerca il fondo appaiono quello che sono: i sofismi dell'impotenza.

Quest'ultima parola per poco non lo fece andare in collera, e gli bisognò adoperare tutta la sua forza d'animo per respingerla pacatamente.

— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor avvocato, ma impotenza, no; io sono nelle sue mani; maltratti me, se crede, ma non offenda le verità fisiologiche...

— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se l'ho offesa senza saperlo ne chiedo scusa — proseguii: — le dicevo dunque il mio parere astratto; ed è che il matrimonio deve essere comunanza d'idee, di istinti, di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti, cementata dall'amore. Le sproporzioni enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio, in cui deve essere o tutto sacrifizio da una parte o tutta condiscendenza dall'altra...

— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe con accento melato — un po' di condiscendenza dall'altra....

— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii senza badargli — le dirò che io non ne dispongo come una derrata; se ne disponessi, mi piace parlarle schietto, non gliela darei.

— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre che voglia dare alla propria figliuola un uomo come me, senza il costo d'un quattrino?... perchè io non voglio dote...

— Non dico questo; credo anzi che lei non istenterà niente affatto: ma le consiglio di riservare sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche se costa un sacrifizio, è un diritto che i genitori si tengono caro, a cui essi non vogliono rinunziare.

Mi guardò con una gran voglia di contraddire al mio ottimismo, ma io guardai lui bene in faccia, s'inchinò e tacque.

— Forse — disse poi freddamente — quando la signorina Laura saprà...

— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non saprà nulla; essa è in età che non mi obbliga a consultarla.

Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un colpo tremendo.

— È singolare — balbettò — lei dispone così della felicità di sua figlia senza nemmeno interrogarla.

— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio mia figlia libera di fare a suo tempo, e con giudizio, la propria felicità.

— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non si presenta sempre due volte; io ho la coscienza di poter fare felice la signorina Laura, e mi pare che non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse le mie intenzioni...

— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino a due anni fa era contenta di sposare il babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la briga di metterle in capo il suo strano progetto.

— Voleva sposare il babbo! — esclamò con gioia quell'innamorato testardo; — voleva sposare il babbo!...

— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo che sono aspettato.

— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci pensi...

Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino; s'inchinò, m'inchinai, sparve.

Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal peso di una sventura che le mie forze paterne non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il mio sgomento nel seno di Evangelina.

III.

Evangelina rise. L'idea che Laura a sedici anni avesse suscitato la follìa amorosa d'un vecchio celibe, e sopratutto che io me ne affliggessi come d'una sventura toccata alla nostra bambina, questa idea la metteva di buon umore.

— Me lo farai conoscere — diceva; — quando egli tornerà mi avvertirai, e io starò al finestrino per vederlo passare. Ma perchè non ridi anche tu?

Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio pretendente fosse rimasto lì, in qualche cantuccio della stanza, a crollare il capo dicendo: «Tu ridi pure, io tanto tanto sposerò tua figlia».

— Ridi — insisteva Evangelina.

— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato per Laurina, mi pento sinceramente di non essere stato abbastanza villano con quell'imbecille, perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori della giornata co' suoi argomenti...

— La ragazza non glie l'hai data!

— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela; lo dice chiaro che è ricco, che è ben conservato, che sa tutta l'arte di amare. Laura non potrà resistergli, egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio balordo, e te lo darò io l'irresistibile...

Evangelina non ne poteva più; le mie parole non le lasciavano trovare un po' d'equilibrio; rideva dondolandosi di qua e di là come una pianta tormentata dal vento, e a un mio ultimo gesto essa aprì disperatamente le braccia e si buttò, per ridere meglio, sul canapè.

— Sia ringraziato quel signore... come si chiama? Non avevo mai riso tanto in vita mia.

Io ero interamente placato; avrei riso volentieri anch'io, ma m'ingegnavo di mantenere il seriume perchè Evangelina se lo potesse godere.

— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai.

— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A trovare un pretendente come lo vogliamo noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come questo non le si presenterà mai più.

— Che ne sappiamo noi? Io comincio a credere che per ogni fanciulla che arriva alla maturità, vi sono almeno due vecchi ben conservati ed impazienti che aspettano.

— Io ne sono persuasa.

— La società è fatta così — proseguii: — i giovani vanno in cerca delle donne stagionate... degli altri, e i vecchi si pigliano le fanciulle. Ma pensa un po' che orrore! la nostra Laurina!...

Ammutolii. Laurina entrava allora. Con quel suo sennino perspicace, capì subito che stavamo troppo zitti, buttò un'occhiatina qua e là, tanto da non aver l'aria d'accorgersi che ci dava noia, e s'avviò all'uscio opposto per andarsene com'era venuta.

— Laura!

Si arrestò sulla soglia, volgendo a me la faccia sorridente; le feci un cenno ch'ella comprese e corse a buttarmisi nelle braccia. Stringendole il mento con una carezza, e tenendo la sua testina alla distanza di tutto il mio braccio allungato cominciai burlescamente una specie di esame malizioso, che a un tratto, pensando all'avvenire ignoto di mia figlia, si volse in tenerezza profonda, e subito dopo in dispetto.

E mi venne detto senza avvedermene: animale! perchè mi si presentava alla mente quel vecchio egoista, che a lasciarlo fare...

Evangelina ripigliò a ridere, come se io avessi dato il segnale, mentre nostra figlia veniva interrompendo ora il babbo, ora la mamma:

— Che cosa è stato? Perchè ridete?

IV.

Provai da quel giorno un bizzarro sentimento verso mia figlia, un misto di tenerezza e di rispetto, come se a un punto medesimo si fosse fatta donna e rifatta si fosse bambina.

Anche Evangelina sentiva a quel modo.

— Se penso che Laura ha già avuto una proposta di matrimonio, non mi pare neanche più la mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo che il pretendente può quasi essere suo nonno, mi sembra ieri che mi fu resa dalla balia.

Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo in obbligo d'inventare una storiella, tanto da acquetare la sua curiosità; ma Laura ci fece intendere in silenzio che accettava le nostre parole come già aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza scontentarci in un cassetto.

— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina.

— Andrà in collera.

— Al contrario, si farà un po' di buon sangue, povero vecchio!

Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio suocero non era più quel vecchietto vivace, che saltava intorno ai nipotini; era oramai un nonno venerando, sebbene egli non ne volesse convenire ed ammettesse appena appena che cominciava a declinare. Aveva passato la sessantina e serbava, ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore schietto. Lavorava ancora per non darsi vinto, per non invitare la morte, diceva lui, a fargli visita prima del tempo; la filanda di Monza era il suo castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia per non essere preso in un agguato.

In compenso delle visite che ci faceva desiderare troppo, mandava frequenti lettere a sua figlia, a suo genero e sopratutto a suo nipote. Aveva trovato non so dove un certo stile semplice, snello e pieno di malizia, che gli stava bene in pugno e che egli maneggiò alla prima senza impaccio; quattro facciate di una scrittura fitta fitta spesso non bastavano a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava anche in un poscritto nei margini.

Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini che egli faceva ad Augusto, e sopratutto disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile vecchietto assicurava a mio figlio, studente di leggi all'Università di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero insieme. «L'avvenire è di chi sa aspettarlo». Questa frase, che ricorreva spesso nelle sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice della vecchiaia.

Naturalmente nell'epistolario del nonno era un posticino anche per Laura, un posticino appena, tre pagine in tutto. «Non so che cosa scriverti», diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca; «ho dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle; ai miei tempi l'educazione delle ragazze era già una cosa tanto complicata, che se per poco è andata peggiorando come il resto, si corre il rischio di fare uno sproposito dopo quattro parole».

Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio del signor De' Liberi, seguì quello che ci aspettavamo.

— Non bastando un intiero volume a raccogliere la sua vena, vedrai — avevo detto a Evangelina — vedrai che verrà a Milano.

— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non vi è ombra di dubbio.

Venne infatti, e parve che avessimo indovinato tutte le sue intenzioni, perchè, penetrando in casa all'improvviso, era splendente ed irrequieto come un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu:

— Dov'è?

Credevamo che parlasse del signor De' Liberi, egli invece voleva vedere Laurina, e quando seppe che fino alle due era sempre a scuola, ripetè con una meraviglia ingenua:

— A scuola! È in età da marito e me la mandate ancora a scuola!

Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso Laura attraversasse in quel punto il cortile tornando a casa; poi guardò l'orologio senza veder l'ora, poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e finalmente disse:

— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto anche l'altro ieri; — però studia troppo, si vuole ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno vi è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo raccomando sempre; gli esami si fanno come si può, si passa a scappellotto, poi si diventa avvocati famosi.

Mi pose una mano sull'omero per avvertirmi che parlava per celia, e proseguì:

— La vostra lettera mi ha fatto venire una magnifica idea; quella ragazza non bisogna più mandarla a scuola, è ora di darle marito... anzi, mi meraviglio di non avervi pensato prima.

— Volevi darle marito a quindici anni?

— Darglielo è un conto, pensarvi è un altro; mi pare che se avessi pensato a questo per cacciar la malinconia...

— Hai la malinconia tu? — chiesi con accento incredulo.

Egli alzò una mano e cominciò solennemente:

— Ragazzo mio...

Ma si pentì subito, e finì la frase in una risatina, fra le braccia di sua figlia.

— E che cosa fa Laurina a scuola?

— Studia...

— L'arte di far felice il nonno gliela insegnano a scuola? Quelle letterine francesi che mi manda le scrive a scuola? Sa la storia, sa sonare il pianoforte, sa far di conto... che altro studia?

— Le ragazze d'oggi devono sapere la storia naturale, la fisica, la geometria, la chimica, il tedesco e qualcos'altro...

Egli alzò gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio di quanto stava per dire, e disse un'eresia. Disse, il cielo glielo perdoni, disse che per mettere al mondo dei figliuoli le ragazze non hanno bisogno di sapere la chimica.

Non ci domandava conto del signor De' Liberi, ed io, impaziente di veder mio suocero in preda alle convulsioni dell'ilarità, fui il primo a mettergli innanzi quell'argomento saporito.

— E il signor De' Liberi? Non dimentichiamo il signor De' Liberi.

Immaginavo d'essere interrotto da uno scoppio di buon umore; ma siccome mio suocero sembrava aspettare la spiegazione del mio accento beffardo, mi toccò soggiungere:

— Ah! quanto ne abbiamo riso!

— È ritornato? — domandò senza ridere.

— Ancora no, e mi stupisce; alla sua età non si ha tempo da buttar via...

Mio suocero fu pronto a interrompermi.

— Quanti anni ha?

— Te l'abbiamo scritto, cinquantacinque sonati.

Egli mi guardò in faccia e sentenziò severamente:

— A cinquantacinque anni si è ancora giovani; a quaranta qualche volta si è ancora ragazzi.

— E a sedici?

— A sedici anni — prosegui il vecchio rasserenato e sorridente — a sedici anni si è bambine o si è donnine, secondo i casi. Laura, per esempio, è una donnina e bisognerà darle marito presto.

— Diamole il signor De' Liberi! — insinuai.

— Lascia stare il signor De' Liberi; che cosa ti ha fatto il signor De' Liberi?

— Mi ha chiesto Laurina in moglie, ed io propongo di contentarlo; egli è ancor giovane, è nel fiore de' suoi cinquantacinque anni sonati... la sproporzione d'età non gli fa paura...

— È la sproporzione d'età che lo attira — mormorò mio suocero come rispondendo a sè stesso — è l'infanzia che ci attira tutti; quando i nostri capelli cominciano a incanutire, sono le larve della gioventù e dell'amore che...

Ci voleva un po' di silenzio in coda a questa reticenza filosofica, ma noi forse ne mettemmo troppa, perchè il vecchietto si scosse, ci guardò in faccia, e questa volta ridendo in modo esuberante, dichiarò che se le ragazze a sedici anni sono la vera e propria calamita della gente calva o canuta, uno che sotto la calvizie o la canizie conservi almeno un dito di cervello deve farsi forza e resistere; e che il signor De' Liberi era un asino calzato e vestito se pigliava un istinto per un bisogno e la propria debolezza per la propria forza.

— Però s'ha a compatirlo — si affrettò a soggiungere... — e levarcelo dai piedi con garbo. Me ne incarico io, purchè...

Ogni tanto gettava un'occhiata in cortile, attraverso i vetri; a un tratto s'interruppe e passò un raggio di luce sulla sua faccia.

— Eccola! — mormorò appoggiando il viso alla vetrata... — quanto è cresciuta! quanto è bella! Ma chi è quel signore che l'accompagna?

— È lui — esclamai picchiando il vetro colla fronte.

Era il signor De' Liberi! Sempre saltellante e disinvolto, e accompagnato sempre dalla sua musica, che attraversava i vetri e giungeva fino a noi, egli camminava accanto a mia figlia, la quale non sospettando la perfidia in un uomo di quell'età, gli fissava in volto gli occhi innocenti, mentre egli le diceva... Che cosa mai le diceva?... E la fantesca? Stupida creatura! Eccola là che arriva tranquillamente in ritardo, dando un'ultima occhiata e buttando un ultimo pezzo di dialogo al portinaio.

Un momento dopo Laura venne di corsa a portarmi una carezza, a mezza strada vide il nonno che aspettava a braccia aperte, sviò e fu prima da lui.

— Ci è di là un signore... vecchio — disse quando potè uscire dall'amplesso.

— Chi è quel signore vecchio? Che cosa ti diceva? Come mai ti seguiva?

— È quello stesso che abbiamo visto insieme nei giardini, te ne ricordi? quello che porta gli stivali canterini... Ieri uscendo da scuola lo incontrai per via e mi salutò, oggi pure, per combinazione veniva da te... Montiamo nell'omnibus e monta anch'egli; ci troviamo a sedere dirimpetto... — La signorina Placidi? — mi domanda. — Sì, signore — rispondo. — Ho fatto male?

— No, no, tira via...

— Conosco il babbo — prosegue lui; — lo vado appunto a trovare; crede che sarà in casa a quest'ora? — Credo di sì — rispondo. — Poi l'omnibus si ferma, egli scende, m'aiuta a scendere e lascia che Margherita faccia da sè. E ora è là che ti aspetta per parlarti di un negozio importante.

— Come lo sai?

— Me l'ha detto lui che ha un negozio importante con te; mi sembra un po' chiaccherino quel signore e anche un po' curioso; voleva sapere se vado volentieri a scuola... Nel salutarmi mi ha detto di conservarmi sempre così... Sempre così... come?

Mio suocero non istette ad ascoltare altro, e s'avviò incontro al signor De' Liberi; io, temendo che ne facesse scempio, gli venni dietro.

V.

Non si sgominò niente affatto vedendo comparire due persone invece d'una; ci accolse con un inchino, con un sorriso, e appena fu a tiro, s'impadronì della mia mano.

— Mio suocero — cominciai a dire...

— Il nonno! — esclamò egli — l'avrei indovinato; è il suo ritratto!

Con questa bugia enorme egli metteva fuor di combattimento un avversario, ma inaspriva l'altro; perciò soggiunse, rivolgendosi a me:

— È strano che uno possa somigliare a molte persone, che poi fra loro non hanno ombra di somiglianza.

Io ammisi concisamente che era strano, e pregai il signor De' Liberi di mettersi a sedere.

— Il signore — dissi parlando a mio suocero, con l'aria d'informarlo per la prima volta — il signore ci ha fatto l'onore di chiedere la mano di Laurina.

Era inutile proseguire perchè mio suocero, ancora gongolante della sua somiglianza strana con mia figlia, faceva intendere col capo e col sorriso che sapeva tutto, e che era disposto a compatire ogni cosa.

— Vengo per la risposta — disse il signor De' Liberi, rivolgendosi addirittura al nonno.

— La risposta... — balbettò il pover'uomo imbarazzatissimo nel dover dare un'afflizione in cambio di una lusinga; — la risposta non deve offenderla... Noi comprendiamo... io capisco benissimo e so compatire... alla nostra età... lo dicevo poc'anzi con mio genero... l'infanzia ci attira...

Il signor De' Liberi pareva in un'angustia grande; gli era penetrata una spina in una parte molto sensibile... non poteva star fermo...

— Scusi... — diceva; ma mio suocero non era uomo da lasciarsi interrompere al momento di prendere il filo.

— Scusi lei... — ribatteva: — Laura è proprio una ragazza, sebbene paia una donnina a vederla, non è possibile pensare a questo matrimonio sul serio. Si figuri un po' l'avvenire; pochi anni ancora e noi saremo vecchi quando Laura...

Questa volta il signor De' Liberi non potè resistere.

— Quanti anni ha il signore?

— Capisco che cosa vuol dire — rispose mio suocero; — ho infatti qualche anno più di lei; ma questo non fa nulla; non siamo ancora vecchi nè io nè lei, ma abbiamo intenzione di invecchiare; almeno io ce l'ho...

— Ce l'ho anch'io, ma col tempo... mentre lei, mi scusi...

— Io... scusi... alle ragazze di sedici anni ho rinunziato da un pezzo, e se dà retta a me, deve rinunziare anche lei.

Mio suocero, dicendo queste parole, non somigliava niente affatto a Laurina; aveva messo nella voce un piccolo tremito d'impertinenza garbata, e gli lucevano gli occhi nella cornice ispida di peli bianchi. Il signor De' Liberi fu impassibile.

— Vi rinunzio — disse con sussiego impagabile; — aspetterò che ne abbia venti.

Mio suocero ed io ci guardammo esterrefatti da quella minaccia; poi ridemmo senza pigliarci soggezione. Rise anche il signor De' Liberi, ma solo per farci smettere, poi proseguì:

— E siccome sono un galantuomo, oso sperare che il signor avvocato non mi vorrà chiudere le porte di casa sua come a un monello o a un nemico.

Che cosa rispondergli? Che al contrario le sue visite ci avrebbero sempre fatto piacere...

— Grazie — disse egli rizzandosi da sedere; — un'altra volta la pregherò di presentarmi alla sua signora; ora me ne vado...

— Creda pure — entrò a dire mio suocero interamente placato.

— Creda... — dissi io.

— Credano — disse lui — non mi dispero mai, perchè so aspettare.

— L'avvenire è di chi aspetta — sentenziò mio suocero.

— A ben rivederla.

— A ben rivederli. — Infilò l'uscio, e seguìto da noi, attraversò le stanze senza voltarsi; sulla porta d'ingresso fece un ultimo inchino e sparve.

Un momento dopo attraversava il cortile a passo di conquista, e sollevava gli occhi alla finestra, forse con la speranza di vedere la piccola dama de' suoi pensieri. Ci ritirammo in fretta per non farci scorgere; ed io, lasciando spenzolare le braccia dinanzi a mio suocero che mi stava a guardare a bocca aperta:

— Mia figlia è condannata — dissi. — Non ho più speranza di salvarla.

— Che cosa dici mai?

— Dico che quell'uomo è capace di aspettare quattro anni e di sposarsela; è il destino che lo vuole.

Un po' del mio timore superstizioso era penetrato nell'animo del povero nonno.

— Vedremo anche questa — diceva. — È impossibile che Laurina stia quattro anni ancora senza trovar marito. Gliene troveremo uno, bisogna trovargliene uno subito... io ti aiuterò.

— Stando a Monza!

— Che credi? Se appena appena mi tenti, sono capace di piantare la filanda per cacciarmi in casa tua come un invalido... Mi vuoi?

— Vieni — esclamai solennemente — vieni a ripetere queste parole in faccia a tua figlia e a tua nipote.

Io lo trascinai meco, ed egli lasciò fare ridendo.

VI.

A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di...

— Di Laurina?

— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.

Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:

— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare, rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un egoista, un impertinente, uno sfacciato...

Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il cervello.

— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.

Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere castigato.

Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con voce malsicura:

— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla mia Laurina.

— Sapevamcelo! — esclamai.

Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente, senza badare all'interruzione:

— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.

— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove, io non ho fretta.

— Se non l'hai tu, l'ho ben io.

— Tu sei già nonno; che te ne importa?

Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato.

— Bisnonno! — esclamai.

— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare.

Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte. Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.

— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.

— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie.

— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a diciassette anni?

— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.

— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa farsi vedere?

— Andiamo in casa del Cavaliere...

— E che si fa dal Cavaliere?

— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.

— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine... E quando si va in casa del Cavaliere?

— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.

— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di rosolio.

— Le ragazze vi trovano marito?

— Qualche volta sì...

— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.

La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria affluenza in tutte le stagioni dell'anno.

Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso, sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna. Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di casa mia.

— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho perdonato.

Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di trovare il marito di Laurina.

VII.

Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo mezzanotte per ripartire all'alba.

Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.

Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate, per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima notte.

Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche, non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una crudeltà svegliarlo.

Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente, per una di quelle inesplicabili contraddizioni a cui cedono anche le nature più generose, egli si provava a farci credere che mandava al diavolo il Colonnello; ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva benissimo in faccia l'intima compiacenza di aver perduta la notte.

Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa comune del Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano dai quattro punti cardinali, sfidando ogni sorta d'intemperie, se ne andavano intorno alla mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla strada per ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo che si erano preso.

La padrona di casa aiutava con molto garbo il Cavaliere suo marito a compiere la missione che gli era stata affidata in terra, sopportando con disinvoltura la propria porzione di noie.

Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato, dando alla comitiva ordini e contrordini che il solo cavaliere eseguiva per tutti; l'avvocato M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per la sua eloquenza non meno che per la sua pancia; Arturo, il bello, giovine impiegato d'ordine, che aveva di sè un altissimo concetto; il signore A, la signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto.

Mio suocero fece prima straordinariamente lieto il padrone di casa, poi fu condotto in giro a dichiararsi anche lui lietissimo di far la conoscenza degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi libero di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a spasso in giardino o in sala da pranzo a fare una fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a dondolo e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio Laurina la quale se ne stava accanto al pianoforte, in un crocchio di fanciulle dell'età sua, che sfogliavano della musica, minacciandoci di molte sonate a quattro mani.

Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per chiedermi:

— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto a sghimbescio, che volta le spalle alle ragazze?

— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per farsi rapire, ma queste povere ragazze non hanno ancora abbastanza coraggio per un'impresa simile.

— E quell'altro che legge, chi è?

— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene qui a leggere la gazzetta sotto la protezione della mamma; così almeno una volta alla settimana è informato di quanto accade nel mondo.

— E gli altri sei giorni?

— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna; temo che faccia dei versi, ma non ne sono sicuro.

— Bisognerà domandarglielo.

— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi...

— E perchè viene?

— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta che trema in quell'angolo.

— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio suocero, e ripigliava a guardare di qua e di là...

A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla sala, apparve agli occhi nostri una visione...

— Il signor De' Liberi — balbettai.

Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo di non vederci, mosse incontro alla padrona di casa, sempre seguìto dal Cavaliere, si fece presentare alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che gettasse un'occhiata come si getta un laccio quando ci si ha molta pratica. Allora qualcuno sospirò dentro di me: «L'ha presa!».

Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi.

Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia fin fra le pareti della casa del Cavaliere, pareva a tutti e due uno di quei personaggi fatali che frequentano i vecchi romanzi.

Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare nella casa dell'amico nostro?

La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva empirmi di superstizioso terrore, perchè si faceva chiaro che un destino rimbambito favoriva i disegni del vecchio innamorato. Pensate: l'involto, il pernicioso involto che il Cavaliere aveva portato con le sue proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne, era diretto appunto al signor Libero De' Liberi!

Non potendo tardare un minuto a compiere il mandato — (egli diceva: «volendo sbarazzarsi della seccatura») — il Cavaliere era andato a quell'ora mattutina fino alla porta di casa De' Liberi, e colà aveva lasciato nelle mani del portinaio l'involto, un biglietto di visita ed una piccola bugia scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali manda da parte del colonnello Ipsilonne».

Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto suo, si avviò, dopo il mezzodì, a casa del Cavaliere col pretesto di ringraziarlo; e parlò dell'avvocato Placidi come d'una vecchia conoscenza.

— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il Cavaliere incalzato dal suo destino e dal mio.

Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con grazia il vecchio proverbio... e si fece invitare ai famosi mercoledì.

Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito vecchio cominciava dalla stessa sera.

Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi un'idea della sua faccia tosta! Un'ora dopo il suo ingresso aveva stretto un'altra volta la mano a tutte le signore, senza scontentare gli uomini.

Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto.

Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore.

Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi, più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva di nulla.

Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il signor De' Liberi.

Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:

— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.

Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.

Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:

— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!

Ahi! Povero signor Paolo!

Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla tastiera l'accordo della disperazione.

— In si bemolle! — esclama una voce.

Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.

Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle ragazze fino al fianco di mia figlia.

Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso, come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona benissimo.

Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.

— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa.

Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare. Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per mano:

— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina?

Evangelina, disgraziata!, ride.

Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia volpe incomincia a farci paura sul serio.

VIII.

Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò con grande sicurezza, e perchè la mia figliuola, alquanto sbigottita in principio, toccò un bemolle che non era in chiave, egli le disse che andava benissimo, ma che in chiave non v'erano che quattro bemolli. Dopo di che camminarono di conserva entrambi, senza alcun intoppo, fino all'ultima battuta.

Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo non volle pigliare la porzione che gli spettava per farne omaggio a mia figlia, aggiungendovi anzi i propri battimani tranquilli.

Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante il quale mia figlia si trovò respinta dal pianoforte per lasciare il posto a tre signorine impazienti di sonare a quattro mani. Si udì appena, appena:

— Sonate voi altre...

— No, voialtre.

E quella che si era tirata alquanto indietro per aggiungere un po' di mimica modesta alle proprie parole, fu subito lasciata in disparte.

Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene, sonarono anche forte per vincere il chiasso delle ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì, tranne, forse, la terza signorina la quale era rimasta in piedi alle loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la distanza che separava le amiche dall'ultima battuta.

Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un pianista di prima forza, e il signor De' Liberi rifiutava quest'onore dicendo che tutto il merito era di mia figlia; che quanto a lui da più di un anno non toccava un pianoforte — (Doppio merito!» osservava giustamente il Cavaliere); — che quando si fa la vita disordinata dello scapolo non si trova tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola maliarda per stimolare l'estro artistico (io gli scagliai un piccolo fulmine, ma egli guardava Laurina che era distratta); che del resto si proponeva di risvegliare il proprio pianoforte più tardi.

Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai lui fissamente e gli dissi alla muta no; egli resse all'urto e ripetè sì, poi cercò lo sguardo di Laurina.

— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi a mia figlia — ed essa vi andò, ma senza correre.

Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie, prese a braccetto il padrone di casa e lo trasse in giardino.

Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a quattro mani che giungeva al termine; grandi applausi che le due signorine fecero benone a non raccogliere, poi silenzio.

E uno uscì a dire all'improvviso:

— Che persona simpatica quel signor de' Liberi!

— Quanti anni avrà? — chiese un altro.

— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente.

— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce vendicativa.

Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta; ma con poca fortuna, perchè tutte le signore e le signorine rimaste in sala protestarono in coro che era una calunnia, che il signor De' Liberi non dimostrava più di cinquant'anni, anzi meno, non più di quarantacinque, anzi meno.

***

Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene.

Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De' Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia.

Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì noi stessi, compreso mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi, o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva con arte sopraffina, e cambiava discorso.

In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche loro.

Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste.

Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva ad ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a venire e che se ne andava troppo presto.

Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui, costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per disperazione».

Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi, si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia: «guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa sembrava?

Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i giovani.

Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si arrivava a questa conclusione che, passata la infanzia, noi attraversiamo gli anni in una specie di sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai cinquantacinque sonati, maturi per l'amore.

La sua dottrina insegnava ancora che i giovani d'oggi sono guasti, sono frolli, sono scontenti e corrono incontro al suicidio.

— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze di buona famiglia dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli!

E perchè i colpi astratti non gli sembravano abbastanza sicuri, egli pigliava ad uno ad uno i giovanotti che frequentavano la casa del Cavaliere e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva le debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva ridere alle loro spalle. Diceva, per esempio, del signor Paolo:

— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno... un po' timido; — e dicendo queste parole, i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso, il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli occhi del signor De' Liberi erano quelli del signor Paolo tali e quali.

La volpe astuta spacciava così i suoi avversari col ridicolo, senza ricorrere alla maldicenza.

Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne presentavano. Mia figlia, per quello che mi pareva, si veniva facendo sempre più belloccia; andava a genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto ciò inutilmente.

Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva la pazienza, e del signor De' Liberi che non la perdeva, i diciassette anni di Laura avrebbero fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua madre; ma con quei due vecchi al fianco, il problema d'un marito a mia figlia cominciava ad inquietarmi.

Talora vi pensavo non senza terrore; e per avere il diritto di scusarmi agli occhi miei di una inquietudine intempestiva, cominciava dall'accusare tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza che mettono nel ricercare a tempo un buon marito alle loro figliuole.

Non erano poche le ragazze di mia conoscenza che non avevano trovato marito. Mi venivano dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta, l'irascibile, l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte troppo magre o troppo grasse; le brune col labbro e col mento ornato da una peluria maligna. Un tempo erano state belloccie anch'esse, alcune bellissime e ricche; ed avevano tutte indistintamente fatto per lunghi anni le scale del pianoforte senza arrivare a nulla.

«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!»

Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità, nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi mostravano il pugno da lontano.

«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale, v'interverrà tutto il foro milanese».

Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare all'ottantina.

— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra.

— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero.

— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno venti.

Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito venivan scrollando a poco a poco.

***

Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica, cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale, o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento. Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte, e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha ancora perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente.

Ma quando su quella faccia tosta sono venuto scoprendo i segni del tempo vendicatore, non è raro che sorga qualche donnina o qualche fanciulla a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce ogni giorno.

Aimè! anche Laurina è della stessa opinione!

— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente il signor De' Liberi: — bisognerà vedermi un giorno!

Qual giorno? È il suo segreto.

***

E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra. Se dopo aver fatto tante smorfie, si dovesse finire col dare la nostra Laura a questo vecchio ben conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura? Sebbene il signor De' Liberi faccia intendere che egli sa e può aspettare, perchè la fisiologia gliene dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione che si vanti.

Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed è subito ricacciato. È rimasto ancora un grosso capitale di buon senso in casa nostra, ed è Evangelina che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente per un pezzo, pensando che mia figlia va alla scuola e studia la storia, ed è coi re longobardi. Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del tempo, ed io non avrei nemmanco piacere che Laura andasse a nozze senza essere informata almeno almeno della rivoluzione francese.

In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la malinconia di pensare al matrimonio di mia figlia, è il nonno impaziente, quel povero vecchio che non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi e tutt'orecchi per cogliere in casa e fuori di casa un'occhiata incendiaria, o un sospiro assassino che siano diretti a Laurina.

«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io non voglio più pensare;» — e i cieli non lo assistono, e io vi ripenso.

IX.

Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno.... Lasciamo stare l'anno.

Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi.

Ho una memoria confusa di ciò che seguì in quella notte: ricordo che il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro...

E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;» raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun bisogno.

Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla ridere quando le permetteva di ballare con altri.

Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi a braccetto mia moglie, lasciò che le nostre donne — egli disse proprio le nostre donne — si avviassero innanzi e prese me con molto mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi solennemente e semplicemente:

— L'ho trovato.

— Chi?

— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei pensato... indovina...

— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un po' confusa...

— È il signor Paolo!...

— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia!

Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto.

— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo... pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi è uscito di mente.

Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato anche a me quel signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato.

— Dicevi che il signor Paolo...

— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove.

Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era sicuro del fatto suo.

— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola di seta?

— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente nelle tasche.

— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel cotillon...

— Sì, ma te l'ho restituita...

— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver frugato in tutte le tasche.

Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che era inutile...

— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.

— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti puoi buscare qualche malanno.

— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio — gliel'ha rubata...

— Chi?

— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore, per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...

— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.

— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.

— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...

Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.

— Anche il guanto!

— Crederesti?

— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.

— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.

— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.

— E Laura?

— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli; lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il nido, m'hanno detto...

Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.

***

Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi sgomento.

«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».

Non era di questa opinione il nonno.

— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte; egli ha toccato il tasto che significa segreto amore; e Laura l'ha capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po' più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di chimica.

Era l'impazienza che lo faceva parlare così.

Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo, si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato, e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento, senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.

— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.

— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.

Non vi era pericolo che egli parlasse. Era diventato maestro nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.

Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale non si faceva pregare.

Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente sopra tutte e due le mani di Laurina.

E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva bravo e bravissimo (non osava dir bravissima e nemmeno brava), voltava le pagine ed era felice.

Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.

Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale, perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che nel coro delle risate metteva la nota robusta.

Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi, giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.

Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.

— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla finita; invitalo a venire a casa il sabato...

— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.

Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.

Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana; ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio. Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor Paolo.

— Disgraziato! — gli gridammo insieme.

Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte nella vetrata.

E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.

X.

Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la manica in anticamera.

— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.

— Agli ordini suoi — risposi.

Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello; altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così:

— Ho una missione delicata da compiere presso di lei... le chiedo scusa fin d'ora, io non ne ho colpa...

L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per incoraggiare la confidenza e stetti ad ascoltare il resto.

— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor Lelli, un medico di reggimento, un giovane pieno d'ingegno...

— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo...

— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio; andava a Pavia per concorrere ad una cattedra operativa... ha poi vinto il concorso e lascerà il reggimento... non ha che ventinove anni...

Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo il dottor Lelli prometteva non un cliente buono o cattivo, ma un marito per Laurina. Cercai mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del signor Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli voltava le pagine della musica.

Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta da lui non senza malizia; le parole che egli si guardava bene dal pronunziare, esprimevano appunto lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio, il quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e non osa, e si raccomanda successivamente alle quattro stagioni dell'anno e ai quattro elementi perchè vadano a fare la difficile ambasciata.

Il dottor Lelli era stato più pratico.

— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio d'un mio antico compagno d'armi, rimase orfano a venti anni e deve il proprio stato a se stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi un piccolo patrimonio... Ma dunque non si ricorda proprio d'averlo visto, un bel giovane alto?...

— Molto alto?

— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica statura...

— Bruno?

— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci...

— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento?

— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro; ora è professore all'Università di Pavia.

— Ebbene? — chiesi.

— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua Laurina, ha ballato con essa, se n'è innamorato... e vorrebbe sposarla! Ho detto.

Aura di maggio tepida Le parla al cor commosso, Svela l'occulto palpito Ch'io dir non posso,

canticchiava il signor De' Liberi in tono minore, e tutte le ragazze erano attente ad ascoltarlo.

— Possibile! — dissi — una sera è bastata...

— Sono bastate poche ore; a queste cose devono bastare pochi minuti — sentenziò il Cavaliere; — mi scrive una lunga lettera che le farò leggere se permette.

(A questo punto troncò la frase e si precipitò a raccogliere il ventaglio caduto ad Evangelina).

— Io non so dare consigli ad una faccenda così grave — proseguì tornato al mio fianco — mi accontento di esporre i fatti. Il dottor Lelli è giovane, robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio ingegno; farà certamente felice la donna che...

— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha diciassette anni.

— I diciassette anni della sposa non hanno mai guastato un buon matrimonio.

Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi, il quale, non vedendo la nube che oscurava il suo orizzonte matrimoniale, cantava, dando delle occhiate a mia figlia:

Estivo sol, che al gelido Labbro non dài calore. Tu la segreta illumina Ansia del core!

E il signor Paolo accompagnava tutto questo!

Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse; protetti dal chiasso vocale ed istrumentale, ci mettemmo d'accordo così: il dottor Lelli verrebbe a far visita al Cavaliere; noi ci troveremmo per caso in un dato giorno, e quando il candidato piacesse a mia figlia...

E dille, cantò il vecchio pazzo:

E dille, o melanconica Stagion dell'anno estrema, L'amor che, in petto indocile, Sul labbro trema.

Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor De' Liberi dichiarò che il protagonista della canzonetta era un imbecille; che le stagioni dell'anno non servono per dire a una bella ragazza che le si vuol bene, se non si ha la lingua in bocca...

— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia figlia.

Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro a noi.

Io credo che fiutasse il pericolo.

— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il commercio ch'è il termometro, il vero termometro, ci avverte...

Non vi starò a dire di che cosa il commercio ci avvertisse per bocca di mio suocero.

XI.

Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè, trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle difficoltà.

— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà la sua disinvoltura di fanciulla...

— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata senza sapere com'è fatto il naso dello sposo.

Evangelina non si spaventava di questo pericolo.

— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non lo guarda.

— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza, e la piccina che non era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale.

Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo da dirle.

— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.

Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla.

— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti piaccia o non ti piaccia...

Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e fuggire piangendo.

Sua madre le andò dietro.

***

Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un po' impacciati, ma meno di tutti Laurina.

Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna, e questo sentimento nuovo era una forza.

Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.

Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!»

Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto.

— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere.

— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.

Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.

— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento.

Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità.

— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia.

Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.

***

— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con tutti!

— Silenzio!

Era cosa giurata.

Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e ridemmo.

Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro; sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci annunciò le sue nozze future.

— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa?

La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina.

— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. — Non ha ancora diciotto anni.

— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche mostriccino in gonnella, spero?

Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!

Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings