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Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

AVVERTIMENTO

Reading edition

A queste «Memorie di un vecchio Carbonaro» che Primo Uccellini compose nell'onorata vecchiezza, sí per ricordare a sé stesso e agli altri i casi avventurosi e dolorosi della sua lunga vita di patriota, sí per lasciare ai giovani concittadini l'utile insegnamento del proprio esempio, non avrei voluto mandare avanti alcuna parola; poiché parevami che non bisognasse presentazione o raccomandazione per un libro di ricordi veramente vissuti, come oggi dicono, nei quali rinascono quasi presenti i tempi torbidi della Carboneria romagnola e delle persecuzioni pontificie e cardinalizie, le visioni luminose della Giovine Italia e l'odissea amara dei proscritti politici, i moti cosí diversi del 31, del 48 e del 49 e la reazione trionfante sin presso al sorgere del crepuscolo, annunziatore dell'Italia restituita nel pieno dominio di sé. Tutta questa epica storia di dolori e di speranze, di prove ognor rinnovate e di sconforti ineffabili, vide l'Uccellini e vi partecipò, secondo che i casi e le forze sue consentirono, ma sempre con onorata condotta, con anima immacolata, con intendimenti del piú puro patriottismo. E delle molte cose vedute narrò quelle che piú da vicino erano legate alle avventure sue personali, con semplice e ingenuo stile, con fedeltà scrupolosa al vero, senza passioni e senza vanti; egli che pur di vantarsi avrebbe avuto e occasioni e ragioni, egli cui le tarde persecuzioni dell'idea mazziniana — sua face illuminatrice nella giovinezza, suo conforto e riposo nella piú matura età — avevano tenuta viva e salda tutta la passione politica destata dalle persecuzioni dei Rivarola e degli Invernizzi. L'Uccellini scrisse queste sue ricordanze, passati ch'egli ebbe di poco i settant'anni, quando la mano affaticatasi in mezzo secolo di lavoro era già stanca; ma la memoria era ancora fedele e pronta la mente, cosí che quelle sue paginette si venivano riempiendo di uguale e nitida scrittura a matita, senz'altro lavorio, da quello in fuori che è rappresentato da pochi ritocchi e rinvii e da alcune pochissime correzioni o aggiunte di nomi e date[1]. Pubblicandole, per gentile consenso del possessore dell'autografo, l'egregio cittadino Francesco Miserocchi, mi sono fedelissimamente tenuto alla forma data alle sue Memorie dall'Uccellini medesimo; salvo che ho riordinata la punteggiatura ch'egli soleva segnare per mezzo di lineette, ho aggiunto o rettificato qualche nome proprio, e qua e là, desumendole da documenti certi, ho messo tra parentesi quadre alcune date, perché agevolassero al lettore la piena intelligenza di queste ricordanze. Alle quali ho fatto seguire, perché mi parve di corrispondere a un desiderio dell'autore, la narrazione della sua ultima prigionia, ch'egli stesso aveva stampata vivente[2], e una serie di annotazioni, nelle quali, oltre rapidi accenni storici e biografici su cose o persone da lui ricordate, ho allogato ciò che dal carteggio di prigione e d'esilio dell'Uccellini coi suoi parenti e amici[3] ho potuto ritrarre di utile per la storia, sia pure aneddotica, dei patrioti italiani e specialmente dei profughi del 31, e per conoscere piú da vicino alcuni dei casi che egli aveva solo accennati o anche omesso di raccontare nelle Memorie.

L'Uccellini non ebbe mai ambizioni letterarie, ma per le dure necessità dell'esilio dovette ingegnarsi di trarre dalla penna qualche aiuto alla vita. In Francia lavorò a parecchie compilazioni, di alcune delle quali non si è potuto avere piú precisa notizia: tali sono, per esempio, quei fascicoli di un'opera morale, che dovettero esser pubblicati per associazione in Dijon dal 1836 al '37, ma non continuarono oltre il secondo, per difetto di abbonati; quel Compendio della storia d'Italia con la descrizione del suo stato moderno, che s'incominciò a stampare nel '37, ma dopo le due prime puntate uscite nel '38 e concernenti lo Stato pontificio non ebbe altro seguito, perché un commesso infedele gli portò via ogni frutto del suo lavoro; quelle Effemeridi del 1840 per il dipartimento della Costa d'oro, che saranno state, m'imagino, uno dei tanti almanacchi descrittivi, statistici o storici allora in uso. Di tutti i lavori che il nostro ravennate pubblicò o preparò durante l'esilio, io non ho potuto vedere che il Nuovo | dizionario portatile | della | lingua italiana | compilato | sul gran vocabolario stampato in Bologna | nel 1828 da P. Uccellini | professore d'italiano[4]; una ricompilazione copiosa e diligente, se non sempre esatta nelle definizioni, dal noto lessico bolognese del Cesari.

Tornato dall'esilio, l'Uccellini poté volgere le sue pazienti fatiche di compilatore a una materia meno arida e meno ingrata; voglio dire la storia patria romagnola, della quale par che egli si proponesse di farsi volgarizzatore fra il popolo. E di queste sue fatiche frutto osservabile fu il Dizionario storico | di Ravenna | e di altri luoghi di Romagna pubblicato, in grosso volume (col motto Indocti discant, ament meminisse periti), nel 1855[5]: dove, traendo la materia per grandissima parte da un simile lavoro manoscritto del ravennate conte Ippolito Gamba (1724-1788), ordinò molte notizie storiche, biografiche, genealogiche ecc. degli uomini e cose notabili di Romagna; lavoro di largo disegno, riuscito necessariamente di scarso valore, perché l'autore poté giovarsi di pochissime fonti storiche né ebbe sempre un criterio sicuro di elezione e di metodo, ma ciò non ostante consultato anche oggi da chi non abbia familiari o non possa trovarsi sotto mano le opere speciali di piú compita e larga erudizione[6].

Ma di coteste sue cognizioni di storia patria l'Uccellini meglio si valse a rendere piú utile e istruttivo il Diario annuale di Ravenna, del quale per molti anni curò la pubblicazione. La serie di questi calendari romagnoli risale al 1703, cioè al Diario sacro di Ravenna per quell'anno, compilato da Domenico De Vicari; un altro consimile uscí nel 1784, a cura non so di chi, e per il 1792 si ebbe l'Almanacco di Romagna, edito dagli eredi Biasini di Cesena, che è molto utile a consultare, chi voglia conoscere lo stato politico ed ecclesiastico e gli uffici e le instituzioni pubbliche della provincia alla vigilia dell'occupazione francese. Durante il Regno italico si cominciò a pubblicare nel 1811 dall'editore forlivese Matteo Casali l'Almanacco del dipartimento del Rubicone, con notizie storiche e statistiche, con l'indicazione dei pubblici funzionari, dei prodotti e delle industrie locali, ecc.; ma non andò oltre il secondo anno, o almeno a me non è riuscito di trovarne altri. Restaurato il Governo pontificio, ricomparve nel 1818 e seguitò poi sempre il Diario sacro di Ravenna, con il calendario dell'anno e le autorità ecclesiastiche e civili, e ne fu compilatore Luigi Uccellini, al quale, quand'egli morí nel 1834, succedette nella modesta fatica un certo Roatti. Il nostro Uccellini dall'esilio di Dijon promise di aiutare il continuatore della «impresa lodevole»; ma poi il bisogno lo strinse ad assumerla per proprio conto, sí che fatto stampare Il Romagnolo, diario per il 1838, ne mandò in patria 500 copie, le quali furono subito vendute a cura degli amici e parenti; ma per l'anno di poi l'almanacco giunse in ritardo, e non si poté trarne alcun beneficio; sí che per il 1840 provvide mandando assai per tempo il manoscritto e affidando la cura della stampa a Giulio Guerrini, ma qualunque ne fosse la causa (forse qualche maneggio del compilatore del Diario sacro), la stampa non si poté fare. Nella redazione del Diario sacro intervenne un cambiamento, poco prima del ritorno dell'Uccellini dall'esilio; poiché quello dell'anno 1846 ha un breve proemio ove si annunzia un compilatore nuovo[7], che si crede esser l'Uccellini medesimo, il quale ne avrebbe da quel momento presa la cura sopra di sé. Sebbene nei Diari che seguono sino al tempo del definitivo ritorno dell'Uccellini in Ravenna, che fu nel 1852, si trovi quell'ornamento che a lui tanto piaceva, delle notizie di storia patria[8], non credo di esser lontano dal vero ritenendo che la compilazione, come cosa propria ed esclusiva, fosse da lui assunta solamente con la redazione del libretto per il 1854, che si vide apparire con titolo di Almanacco della provincia di Ravenna col Diario sacro. La serie dei libretti annuali compilati dall'Uccellini durò fino al 1880, poi la redazione fu da lui ceduta a Primo Gironi, già suo collaboratore negli anni anteriori; il titolo tornò a essere Diario sacro nel '55, poi fu di Diario sacro e profano nel '60; dal 61 al '63, Diario di Ravenna, e indi poi sempre di Diario Ravennate. Ogni fascicoletto, oltre il calendario e la serie degli uffici governativi, municipali ed ecclesiastici, contiene dal 1854 all'80 una messe copiosa di notizie, documenti e curiosità di storia patria, raccolte e date fuori a titolo di varietà e di istruzione popolare, e quasi tutte fatica propria dell'Uccellini; al quale per altro alcuna volta si compiacquero di porgere il contributo di piú dotti lavori alcuni amici suoi, come Adolfo Borgognoni e Corrado Ricci. Queste compilazioni storiche dell'Uccellini[9] sono di scarsissimo valore per ciò che riguarda i tempi antichi; ma acquistano il carattere di preziose testimonianze allorché raccontano fatti della storia piú recente, massime del risorgimento nazionale. Non sempre è possibile discernere ciò che l'Uccellini dettò egli stesso da ciò che gli fu dato a stampare da alcun suo cooperatore; ma con sicurezza si devono registrare come suoi gli scritti seguenti:

1. Cronaca ravennate dal 1859 al 1878; ne furono pubblicati dei frammenti nei Diari del 1860 (dal 13 giugno alla fine di novembre 1859), del 1861 (dal gennaio a tutto novembre 1860), del 1879 (dal 1870 sino al 1974 inclusive), del 1880 (anni 1875 e 1876) e del 1881 (anni 1877 e 1878).

2. L'ingresso delle truppe pontificie nelle Romagne (20, 21 gennaio e 5 febbraio 1832), nel Diario del 1863.

3. Persecuzioni politiche, 1921-25; nel Diario del 1864.

4. Spedizione contro Roma, colonna mobile di Ravenna, 1831; ivi.

5. Biografia: Antonio Ghirardini sopranominato Buraccina; ivi.

6. Vita di Andrea Garavini; nel Diario del 1867.

7. Martirologio politico ravennate; nel Diario del 1868.

8. Il generale Giuseppe Garibaldi sottratto dai patrioti ravegnani alle ricerche degli Austriaci nell'estate del 1849; nel Diario del 1869[10].

9. I missionari del 1824 e l'arcivescovo Codronchi; nel Diario del 1879.

10. Racconto dell'assalto di Gaetano Tarroni e dei suoi seguaci contro la Guardia urbana nel 1831; ivi.

Se a questi scritti si aggiunga la Relazione storica sulla avventurosa scoperta delle ossa di Dante Alighieri, scritta e pubblicata dall'Uccellini nell'anno medesimo del centenario dantesco[11], si sarà enumerato tutto ciò che il buon patriota produsse nel campo letterario; nel quale egli non impresse solchi durevoli e profondi, ma lasciò negli scritti testimonianza di amore operoso alle memorie gloriose della sua terra natale. E quando il 29 marzo 1882 l'Uccellini chiuse per sempre gli occhi alla luce, il compianto grandissimo che si levò per Ravenna e per tutta la Romagna[12], se era specialmente un tributo di reverenza al cittadino morto immutato nella sua fede politica e serbatosi intero di animo e di vita in mezzo a tante apostasie e a molte viltà; non dobbiamo dimenticare che esso era anche riflesso di una popolarità, alla quale molto avevano conferito le modeste compilazioni del Diario Ravennate.

T. Casini.

MEMORIE DI UN VECCHIO CARBONARO RAVEGNANO

O piccole o grandi le memorie patrie è dovere il conoscerle, perchè nel passato è gran parte del nostro avvenire.

N. Tommaseo.

Scrivo le vicende della mia vita politica, come altre volte le raccontai in convegno di amici, cioè in quel modo genuino che può usare chi non è scrittore, ma un semplice compilatore di cose patrie. Le scrivo perché ritengo che i miei giovani concittadini, a cui le dedico, possano ritrarre da esse utili insegnamenti.

Primo Uccellini.

30 giugno 1877.

[I.] Nacqui nel 9 gennaro 1804, quando la Francia, sottrattasi già dall'assolutismo dei Borboni, reggevasi in repubblica e faceva prevalere pure in Italia i principi che essa aveva adottati; sicché m'inspirai per tempo a sensi liberali.

[II.] Mio padre, conosciuto per l'amenità del suo carattere e per l'originale gaiezza del suo umore, esercitava con somma maestria l'arte di tipografo; ed essendo di mente aperta pervenne ad arricchirsi di quelle cognizioni, che non ebbe agio d'acquistare nelle scuole. Di umore allegro dilettavasi di compor versi, che destavano lunghe risate nelle comitive, e molti ne corrono ancora per la bocca del volgo. Fervido partigiano della Francia, fu compreso tra i liberali condotti alle Bocche di Cattaro dopo i successi degli alleati in Italia; ma la battaglia di Marengo li salvò tutti da certa ruina. In seguito ebbe a soffrire alcune vessazioni a causa dell'atterramento delle Croci, operato da' Giacobini, al quale prese parte. Ma, caduto l'Impero, attese con zelo all'ufficio di commesso, conseguito nel Municipio.

[III.] Premuroso di iniziarmi presto negli studi mi assegnò per maestro un certo Coatti di Argenta che aveva nome di dotto. Ma alla fin dei conti il suo merito maggiore consisteva nell'imprimere sopra cartaccia imagini di sant'Antonio, colle quali ci carpiva una parte della colazione e della merenda. In seguito fui preso in casa da un certo Zavaresi, prete di qualche intelligenza, ma manesco all'ultimo segno; e non stava un minuto senza adoperare il nerbo.

[IV.] Finalmente m'introdussero nelle scuole del Collegio come alunno estero. Allora presi alquanto gusto negli studi, e nella cattedra di diritto civile e canonico, diretta con somma lode dal professore avvocato Zalamella, conseguii il 2º premio. Ma il povero mio padre col peso di numerosa prole, e di continuo afflitto da malattie, non era piú in grado a sostenere le spese degli iniziati studi di legge, specialmente quelle che occorrevano per la provvista dei libri, e m'indusse ad abbandonarli, per darmi alla carriera degli impieghi.

[V.] Correva allora l'anno 1818, cioè era il tempo in cui la Carboneria fioriva ovunque. L'Italia presentava un vivaio di sètte, di diverso nome, ma tutte tendenti allo stesso fine: abolizione della monarchia assoluta. In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima portava il nome di Protettrice, perché reggeva le altre; la seconda di Speranza, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la terza, perché era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi tutti, i piú pronti all'azione, ebbe il nome di Turba. Ogni sezione aveva un rappresentante presso la Protettrice, il quale le dava contezza d'ogni movimento di ciascuna sezione.

[VI.] Incline a far versi ne tirava giú d'ogni colore sempre sullo stesso soggetto, «la tirannia», e ciò mi diede nome fra i miei colleghi, che pensarono senza ritardo d'introdurmi nella Speranza.

Una riunione preparatoria si tenne dapprima con altri neofiti nella bottega del barbiere Medri; poi, tre sere dopo, accompagnato da chi mi propose all'ammissione, fui condotto nel Borgo Adriano in casa di Luigi Ghetti, ove stavasi adunata la presidenza della Carboneria. Appena entrato fui da ignota mano bendato, e, in seguito di alcune parole scambiate tra il proponente e chi guardava al di dentro l'adito della stanza in cui risiedeva il consesso, venni introdotto. Una voce imponente mi diresse varie interrogazioni, e quando ebbi data parola di esser pronto a tutto sacrificare pel bene della patria, e di concorrere energicamente alla depressione della tirannia, mi si fece porre la mano sopra un nudo pugnale e sul medesimo pronunciai il giuramento prescritto. Dopo di che mi si tolse la benda, e mi vidi attorniato da una siepe di pugnali. Allora il vecchio Andrea Garavini, che dirigeva la seduta, mi disse ad alta voce: «Tutti questi pugnali saranno in vostra difesa in ogni incontro se osserverete la santità del giuramento prestato, invece saranno a vostro danno ed offesa se vi mancate: la pena del traditore è la morte.» Tosto mi venne indicata la squadra a cui apparteneva, comunicati i motti d'ordine che giovavano ad intendersi, e data ogni altra istruzione necessaria. Appena inscritto nel ruolo, ebbi ordine di provvedermi di un paio di scarpe da munizione, di un sacco militare; v'era chi ne fabbricava per conto della Società.

[VII.] Certamente il Governo ignorava ciò che era a tutti palese: il crescere ed estendersi del partito che lo voleva abbattere; ma il fatto è che rimase inerte ben sapendo che ogni ramo della pubblica amministrazione stava nelle mani della Carboneria, la quale avrebbe saputo rendere inefficace qualunque ordine contro di essa emanato, e sapendosi che l'Italia contava da 300 mila carbonari. Ma si scosse terribilmente quando poté avere un punto d'appoggio sullo straniero, come vedremo in seguito.

Intanto gli agenti della forza, se capitavano in una bettola ove stavano carbonari, si univano ad essi, e col bicchier in mano cantavano in coro:

Uniti e concordi Scacciam lo straniero, Ognun sia guerriero, Sia pronto a pugnar. Dall'Alpi scoscese All'Etna infocato Sia tutto uno Stato, Un popolo sol.

Uno dei gravi difetti degl'Italiani, e dei Romagnoli specialmente, quello si è di darsi ad una smodata gioia in aspettativa di qualche lieto evento e di perdersi in feste e in divertimenti sempre di distrazione dagli assunti intenti. Vi sono ancora dei vecchi che ricordano le strepitose e dispendiose feste date nell'incontro della serata di una certa Morandi, prima donna in quei giorni nel nostro Teatro comunale: fu, è vero, una dimostrazione politica, perché i liberali la consideravano come il simbolo della libertà nazionale; ma la dimostrazione era fuor di proposito, e denari non pochi si dispersero senza frutto.

[VIII.] Il movimento appressavasi sempre di piú, e seppi che si doveva iniziare nel regno di Napoli, ove stava il nerbo della Carboneria e dove la truppa era in pieno d'accordo coi capi delle sètte. Quando gli Austriaci si fossero mossi contro Napoli, tutto il centro d'Italia, già pronto alla riscossa, doveva gettarsi sugl'invasori e contrastar loro il passaggio. Il Piemonte pure doveva insorgere. Ma un ordine spedito dall'Alta Vendita di Bologna, a quanto mi fu detto, dispose che si lasciassero passare gli Austriaci senza molestarli e che solamente al loro ritorno venissero da ogni parte assaliti. Liberi da ogni molestia, essi giunsero freschi ed intatti alla loro destinazione e dispersero senza stento le falangi patriottiche. E chi poteva seguire l'ordine di Bologna, quando trionfanti e pettoruti col mirto al cimiero retrocederono dalla loro impresa?

[IX.] Eccoci all'anno 1821, anno di continue tribolazioni. Il Governo [1 marzo 1820] affidò il reggimento della provincia di Ravenna al cardinale Antonio Rusconi, vescovo d'Imola detto Cuccardina, accanitissimo satellite della Corte romana. Sbirri e gendarmi penetravano di notte tempo nei domicili di quei cittadini, che nell'anno scorso si erano dimostrati esaltati liberali e che avevano insieme bevuto alla salute d'Italia; mettevano in iscompiglio tutte le famiglie, senza aver riguardo né a vecchi né a giovani, e colle sciabole sguainate alla mano scomponevano pagliacci, materassi, mobili, ritenendo che occultassero armi, carte, munizioni ed oggetti settari. Fatte le perquisizioni, arrestavano le persone dalla polizia loro designate; e senza permettere nemmeno di abbracciare i propri congiunti, venivano strappati dal focolare domestico, rinchiusi in diversi veicoli e strascinati nei forti dello Stato: e a molti s'impose l'esiglio.

[X.] In quale agitazione fosse il paese ognuno lo può da sé arguire. Però i carbonari, scampati dai rigori del cardinal Legato, non si perderono d'animo; anzi riordinarono in breve con maggior prudenza le loro squadre e si posero in condizione di sventare le sue mire. Quello che piú premeva era di frenare la prepotenza e l'insolenza degli sbirri e dei gendarmi divenuti insopportabili.

Quando essi incontravano un liberale loro maleviso lo afferravano per l'abito, lo tiravano di qua e di là, e il piú bel complimento che gli potessero fare era questo: «Dove vai, carogna?» e se non si rispondeva a loro modo davano mano anche ai pugni; guai se si reclamava: il rimedio diveniva peggiore del male. Non poche volte osarono svellere persino i peli dei baffi; barbarie che non credo usata neppure fra i selvaggi. Ma abyssus abyssum invocat. Si tennero d'occhio coloro che di tante sevizie erano fautori, ed a tempo opportuno ricevevano il guiderdone che meritavano.

[XI.] Accaduta la morte di Pio VII [20 agosto 1822], il Rusconi andò a Roma al Conclave, lasciando la provincia nella massima esasperazione e con una dose d'odio contro chi ci reggeva maggiore il doppio di prima. Dopo la elezione del papa Leone XII [28 settembre], venne surrogato al Rusconi il cardinale Agostino Rivarola [11 maggio 1824], uomo bisbetico, prepotente ed eccentrico all'ultimo segno. Egli fu investito di ampie ed estese facoltà, dette leonine, sulle quattro Legazioni e sulla Delegazione di Pesaro ed Urbino. Nella campagna di Roma, ove aveva dapprima agito contro i malandrini che l'infestavano, erasi acquistato il nome di abile agente politico. Ma il risultato del suo operato in Romagna fu interamente negativo.

Appena giunto a Ravenna con scorte di dragoni a cavallo, di cacciatori a piedi e di missionari — che bell'amalgama! — ordinò che si chiudessero gli spaccî di vino ed impose ad ogni cittadino che girasse di notte di munirsi di un lume acceso. Il paese mostrò subito con satire di ogni genere in qual concetto teneva tali provvedimenti. «Non possiamo riunirci nelle bettole, dicevasi, ci uniremo nelle nostre case, lontani dagli occhi della polizia; ecco un vantaggio per noi inatteso.» La lanterna divenne presto un sollazzo; se ne fecero di carta a tre colori nazionali, e si offerse una continua dimostrazione politica. In tutto ciò che il Rivarola faceva, nulla appariva che dovesse essere il rigeneratore delle Romagne. Ma i missionari? ecco il punto importante del dramma. Appena giunti, eressero nel mezzo del Duomo un gran paretaio, ove con ogni artificio di parole eccitavano i fedeli ad accostarsi al sacramento della penitenza; specialmente «quelli che seguendo le perverse dottrine del giorno erano nella via di perdizione». Né bastavano le eccitazioni verbali. Il cardinale faceva percorrere in ogni strada pattuglie di dragoni, che imponevano la chiusura dei negozî, ed agenti di polizia, che spingevano i ragazzi alle missioni; ciò che irritava anche i bigotti, perché dicevano non doversi sforzare chicchessia in atti di religione. Io assistei per curiosità ad una predica, e specialmente ad un dialogo tra il dotto e l'ignorante; e posso dire che trovai piú di buon senso in una commedia di burattini che in simili dialoghi, e previdi sin d'allora un tristo successo. Intanto per favorire il concorso dei penitenti tenevasi aperta ogni sera nel palazzo arcivescovile sino ad ora tarda la cappella di San Grisologo, in cui erano confessionali ben disposti. È fuor di dubbio che lo scopo dei missionari era quello di penetrare col mezzo della confessione ne' piú reconditi segreti della Carboneria; come è pur fuor di dubbio che il Rivarola mostrò all'arcivescovo Codronchi con lettera riservata il vivo desiderio che coadiuvasse all'opera dei missionari: ma l'aver lasciato cadere la lettera nelle mani del suo agente Zotti, il di cui figlio Giovanni, addetto alla sètta, ebbe della medesima conoscenza, dimostra che il Codronchi non intendeva di soddisfare al desiderio espresso dal Legato, contrario ai principi di un degno cittadino e di un onesto sacerdote.

Inesprimibile fu l'avversione che concepi il Rivarola contro Codronchi. Essendo questi caduto ammalato, la Magistratura ordinò a spese pubbliche un triduo nella cappella del palazzo comunale; ma il Rivarola siccome era tempo di carnevale insisteva perché nella sala contigua si aprissero durante il triduo feste da ballo. Ma la Magistratura fu abbastanza savia per non aderire alla volontà del Legato, che agiva solo per rabbia e dispetto, con scandalo del paese. Infine, stanco il Codronchi dei dispiaceri che gli venivano dal Legato, rinunciò all'arcivescovado. Ma il paese, memore sempre dei sommi beneficî da lui ricevuti, indusse la Magistratura a recarsi subito a Roma presso il sovrano, onde non accogliesse la data rinuncia, ed il vóto del paese fu compiuto. I missionari pure vollero esprimere il loro malumore al Codronchi, lasciandogli un foglio di ricordi pieno di insulti e di minacce.

[XII.] Il Rivarola aveva l'incarico non solo di purgare le Romagne dalle sette, ma quello pur anche di dar termine ai processi politici iniziati nel 1821 dal Rusconi. Questi processi furono confezionati nelle tenebre, da persone scelte fra le piú avverse ai principî liberali, senza che fossero ammesse prove a favore degli imputati; senza difesa insomma e senza tutte le formalità e garanzie che la legge esige: processi creati a seconda il sistema inquisitoriale che non ammette che due estremi, accusa e condanna. Il Rivarola sulla relazione dei giudici processanti da lui scelti, invocato con solennità il nome di Dio, quando invece era da invocarsi quello del diavolo, pronunziò il 31 luglio 1825 inappellabile sentenza sopra 508 cittadini di ogni rango e condizione, condannandone alcuni alla morte, varî alla galera, non pochi alla detenzione per diverso tempo, e sottomettendo moltissimi ad un precetto che, togliendo quella libertà di azione che è ad ognuno necessaria per reggere i propri affari, era oltremodo pregiudicevole. Il Rivarola fu sollecito di far commutare la pena di morte in quella di galera o di accorciare il tempo delle pene agli altri inflitte. Non per questo l'atto da lui emanato cessò di essere una mostruosità, un atto d'ingiustizia, di cui non si trova esempio nella storia dei tempi piú barbari. Chi potrebbe calcolare i danni che produsse quell'atto nelle famiglie da esso colpite? Il malanimo fu intenso, persino nelle persone affezionate al Governo; onde non è da stupire se si formarono complotti contro la vita del Legato. Già altri tentativi eransi fatti in questo senso, ma senza successo. Infine si risolse di assalirlo di fronte, come fece Louvel contro il duca di Berry. Il giorno destinato all'ardita operazione fu il 23 luglio [1826], giorno sacro a sant'Apollinare, protettore di Ravenna, la quale in tale fausto incontro offriva nella sera della festa un'accademia di suono e di canto nella sala del Teatro, ove l'istituto era eretto, ed alla quale doveva intervenire il Legato; e si stabilí di assalirlo nell'istante che ritornava al palazzo. Ma non si trattenne che poco; e quando uscí, gli accessi della sala rigurgitavano di gente ivi raccolta per intendere la musica: onde convenne rinunziare al colpo, e i cospiratori seguirono la carrozza, che lo trasportò nel Corso in casa di Gabriele Rasponi. A chi stava l'eseguire l'operazione, si pose in agguato nell'angolo piú oscuro del portone di casa Loreta, ora di Clemente Triossi, la quale viene ad essere dirimpetto a quella di Rasponi, ed ivi attese impavido il momento opportuno. Quando il Legato si mosse alla partenza, scesero sulla porta i servitori di casa con torcie accese, il comandante di piazza che era presso il Rasponi e l'ordinanza del medesimo, con altri inservienti. Chi stava in agguato corse allo sportello opposto a quello in cui il Legato doveva ascendere, contro il primo che pose piede in carrozza esplose un colpo di pistola, ritenendo che fosse il Legato; ma invece era il di lui segretario, il canonico Muti. L'ordinanza del comandante di piazza corse dietro a colui che vide fuggire; ma presto lo perdé di mira. Il canonico restò gravemente ferito e venne ricondotto in casa Rasponi; si è sempre detto che la di lui morte avvenuta piú tardi fosse l'affetto di quella ferita. Si pregò pure il cardinale a non muoversi per timore di un altro assalto; ma volle partire ad ogni costo. Mi ricordo che io passeggiava nella piazza col tenente di guardia, quando s'intese venir con impeto insolito il legno del Legato; del che il tenente sorpreso corse al suo posto, e si permise di chiedere: «Havvi qualche novità, Eminenza?» — «Niente, niente han voluto salutarmi con una schioppettata», rispose; e scese nel suo appartamento, nella di cui cappella orò tutta la notte, facendo vóto di erigere un altare nel Suffragio per l'ottenuto scampo. Fu in breve richiamato in Roma, ove gli fu conferita l'alta dignità di prefetto delle acque: cosí il Mongibello tuffato nelle acque non poté piú vomitar fiamme.

[XIII.] Or comincia una nuova dolente istoria. Il papa all'annunzio dell'attentato contro Rivarola, un cardine della Chiesa, s'infierí come una iena, e risolse che a Ravenna venisse tolto il privilegio di capoluogo di provincia, e fosse scomunicata, cioè subissata nel mezzo dell'inferno. Intanto elesse una Commissione speciale mista [22 agosto], composta di persone di provata affezione al Governo, della quale ebbero la direzione un prelato di nome Invernizzi e un colonnello dei gendarmi chiamato Ruvinetti, onde si cominciò a dire in paese: «o Ruvinetti ruina Ravenna, o Ravenna ruina Ruvinetti». La Commissione assunse in breve il suo ufficio [11 settembre] che era quello di scoprire gli autori dell'attentato di Rivarola e di alcuni altri dello stesso genere rimasti occulti. La Commissione s'insediò nel palazzo Baronio, e fu per caso che riuscí a conoscere la via da tenersi per arrivare all'indicata scoperta; ed ecco il caso. Due individui s'azzuffarono presso il corpo di guardia ed uno di essi tirò fuori un lungo coltello, onde i soldati ivi di stazione lo arrestarono e lo condussero in carcere. L'arrestato aveva intrinseci rapporti con Stefano Piavi, impiegato negli uffici del genio civile, membro dell'alta Carboneria e presidente della società della Speranza, il quale aveva piena contezza dei fatti avvenuti. L'arrestato espose ad Invernizzi che se lo rimetteva in libertà gli avrebbe additato come regolarsi nella ricerca intrapresa; e da quanto espose su quel che aveva appreso si ebbe modo da avanzare le investigazioni. Pare che il Piavi, conosciuto l'operato del suo amico, sopranominato, credo, Patanina, si presentasse da sé all'Invernizzi, e dietro l'assicurazione che sarebbe lasciato illeso, spiegasse tutta la tela che era stata in allora tessuta. Certo si è che il Piavi non fu mai menomamente molestato, sebbene gravemente compromesso in gravi affari. La Commissione non istette lungo tempo a Ravenna, ed avendo saputo che tentavasi di minare le cantine che son dietro il palazzo Baronio, lo sgombrò e andò a stabilirsi in Faenza.

[XIV.] Non si tardò a vedere l'effetto delle dichiarazioni del Patanina, confermate dal Piavi, mentre alcuni mesi dopo arrestarono Gaetano Rambelli ed altri di seguito senza posa. Non essendo le carceri ordinarie di piazza sufficienti a contenere tutti gli arrestati, se ne eressero delle straordinarie nell'ampio convento di San Vitale, e i detenuti vennero affidati in custodia ai gendarmi che avevano piantata la lor caserma di qua e di là degli spaziosi corridori di quel convento.

[XV.] Il giorno 3 ottobre 1827 venne il mio turno, e nel mentre che io transitava per la piazza per recarmi al mio ufficio, verso le dieci antimeridiane, un maresciallo colla scorta di alcuni dei suoi m'intimò l'arresto: lo seguii senza batter parola. Avevasi accesso nelle carceri pel portone ora murato, che vedesi presso la porta piccola della chiesa di San Vitale. Giunto in ufficio, mi si usò una perquisizione la piú minuziosa, indi fui condotto nel camerino assegnatomi: era umido, senz'aria perché era coperto quasi interamente con un assito il vano della finestra; la sentinella di fazione vi teneva di continuo gli occhi addosso al detenuto, e se scostavasi un momento dal centro della camera lo obbligava a ricomparirvi. Un tormento indicibile veniva poi nell'estate a chi ivi era rinchiuso, a causa del lumicino a olio, che tenevasi acceso presso lo sportello della porta onde la sorveglianza non venisse mai meno. Non pochi poi erano i gendarmi zelanti di guardia, che quando scorgevano che dormivate, facevano rumore dallo sportello per svegliarvi. Concedevansi qualche volta libri da leggere e lo stramazzo. Quando fui posto in carcere, io era gravemente ammalato; onde fu d'uopo chiamare il medico. Sentivo bene che il mio male era prodotto da infiammazione, pure egli mi ordinò della china. Per fortuna fece un effetto contrario a quello che gli è proprio, e mi serví di un purgativo efficacissimo. Sgombro di ogni materia fecale, ripresi energia, e quel che piú interessa, appetito. Il trattamento delle carceri era eccellente; buona minestra, scelto alesso, una seconda pietanza, frutta, buon vino e pan bianco: ecco l'ordinario di ogni mattina; nella sera una nuova pietanza con insalata, pane e vino come al mattino. Mi ricordo che, quando mi fu chiesto se volevo il pranzo e che intesi proseguirsi lo stesso trattamento, rinunziai all'offerta. L'umidità assorbita nell'inverno mi sviluppò in primavera la rogna e foruncoli senza fine; ma non feci ricorso per alcun medico, e lasciai che si sfogassero a bell'agio, e feci bene. Colpito un giorno da rumore, come mosso da allegria che dalla camera che mi era dirimpetto sorgeva, vidi diversi dei piú noti settari e dei piú compromessi uniti insieme, che se la passavano molto bene. E come ciò arriva? dissi io fra me, e concepii su loro sinistri sospetti, che piú tardi potei verificare. Cosí pure ogni sera all'ora di notte chiudevasi lo sportello pel passaggio di un detenuto, e trovatolo una sera socchiuso, mi vi accostai tanto da poter ravvisare l'individuo: era il dottor Mazzoni, che ogni sera vestito da gendarme conducevasi dalla moglie.

[XVI.] Pochi giorni dopo il mio arresto fui chiamato dal giudice istruttore e sottomesso agli esami sugli oggetti che mi erano imputati e che qui accenno, per non parlare piú di essi, atteso che si ripeterebbe in ogni esame gli stessi titoli, esposti or in un modo or in altro, or con minacce or con dolci lusinghe, e sempre coll'addurre questa unica prova: «consta al fisco». Ecco le accuse prodotte a mio carico:

1. di appartenere alla sètta carbonica;

2. di aver tentato con altri di ottenere i mezzi necessari per minare il palazzo apostolico a danno del cardinale Rivarola e di avere io assunto l'impegno di avere le chiavi della porta del palazzo della Tesoreria col mezzo di Gaetano Orioli, presso cui stavano come custode degli ufficî degli ingegneri, posti nel ricordato palazzo, onde si avesse modo di entrare inosservati nei sotterranei ivi esistenti ed eseguire il progetto;

3. di aver proposto di liberare dal carcere i detenuti politici di San Vitale col far assalire da cento patrioti armati la chiesa di San Vitale quando i soldati vi stavano disarmati ad ascoltar la messa nei giorni di festa, di occupare le gallerie della basilica e di far fuoco sopra chi azzardasse di muoversi, ed intanto cinquanta altri patrioti, invaso l'interno del luogo, compiessero l'operazione progettata;

4. di aver composto uno scritto in versi martelliani ingiurioso al Sovrano e ai suoi ministri.

A tutte le interrogazioni direttemi sopra le indicate accuse diedi sempre una risposta negativa, rigettandole in un modo assoluto e pregando che mi si esponessero le prove su cui basavano; ma era come invocare la manna celeste, mentre col sistema inquisitoriale escludevansi.

[XVII.] Erano vari mesi dacché i miei di casa non avevano avute mie notizie, e mia madre erasi fitto in capo che io era morto e che già mi avevano visto disteso in terra estinto nel mezzo della chiesa di San Vitale. Allora mio padre fece alcune pratiche col colonnello Ruvinetti, per ottenere il permesso di venire a trovarmi, e riuscí nell'intento. Una sera sul tardi due gendarmi entrarono all'improvviso nel mio tugurio e m'intimarono di seguirli. Scesi con loro a basso nell'ufficio del maresciallo di guardia e mi vidi alla presenza di mio padre accompagnato con mia sorella maggiore. Tanta fu la commozione d'ambo le parti che per alcuni minuti niun ebbe forza di proferir parola: mia sorella mi presentò un mazzo di fiori, che aveva nelle mani, ed allora chiesi notizia della famiglia e lor diedi sul mio conto tutte quelle che potevano tenerli di buon animo; gli abbracciai e ritornai al mio posto. Però l'agitazione durò tutta la notte per la sorpresa che io n'ebbi: potevasi però evitare una emozione sí sensibile, dandovi avviso.

[XVIII.] Altra visita pure inattesa ebbi in seguito. Piacque a monsignor Invernizzi di conoscere di persona i detenuti, di consultarli sullo stato in cui si trovavano, e si presentò a loro in ogni carcere circondato dagli altri membri della Commissione. Dalle interrogazioni loro, come seppi da un maresciallo, non seppe trarre che reclami, lagnanze ed anche qualche insulto. Giunto nel mio camerino, le di lui prime parole furono queste:

— Come sta lei?

— Benissimo.

— Com'è trattato?

— Benissimo.

— Ha nessun reclamo da fare?

— Nessuno. E lisciandosi il petto colla mano destra e torcendo il collo, come praticano i gesuiti, proseguí col dirmi:

— Già, già, vedi, si tira via.

— Scusi, monsignore, questa parola si tira via non si addice ad un giudice che ami la giustizia, perchè toglie l'idea di quella investigazione che occorre nei giudizi: un mese di piú non pregiudica, anzi può giovare quando serva a meglio conoscere la verità.

— Dice bene: può scrivere quando crede ai suoi — e se n'andò.

Il maresciallo, che aveva preso a confabulare meco, mi disse che l'Invernizzi era rimasto stupefatto del mio linguaggio, tanto diverso da quello degli altri detenuti.

[XIX.] Finalmente si pervenne alla soluzione del terribile dramma. Gli autori stessi degli omicidi, un Lossada, un Raulli, un Gamberini, un Branzanti, o autori principali o complici, presero per tempo l'impunità e furono salvi; chi non si arrese soggiacque alla pena dell'ultimo supplizio. Premeva alla Commissione di dare un grande esempio; e, visto che non pochi erano coloro che dovevano soggiacere al patibolo per la loro partecipazione agli omicidi avvenuti, si contentò di averne cinque. In quanto ai Carbonari non imputati di delitti comuni, si contentò di accettare da loro una rinuncia, chiamata spontanea, di non appartenere mai piú a sètte contrarie al Governo, colla minaccia d'incorrere nelle prescritte pene non osservando la rinuncia.

La scena funesta di cui qui intendo parlare ebbe luogo nel 13 maggio 1828. Mi ricordo che in quella mattina era in piedi prima delle sette e stava accomodandomi la cravatta al collo dinanzi alla piccola fessura dell'assito della mia finestra, quando due tocchi quasi simultanei della campana della pubblica torre mi colpiscono l'orecchio: essi mi fecero l'effetto di due stoccate al cuore, perché compresi che annunziavano l'agonia di condannati a morte. L'essere chiusi sin dalla sera antecedente tutti gli sportelli delle carceri, il rimanere tuttora chiusi, il silenzio perfetto che regnava nei corridoi in cui s'acquartieravano i gendarmi, mi diedero a conoscere che i condannati erano del nostro rango, di quelli che tenevansi in custodia ove noi eravamo. Il segno dell'agonia proseguiva sempre, ed uno dei compagni del camerino attiguo al mio, non pratico del paese, mi chiese che significava il suono di quelle due campane; a cui risposi: «Sventura! alcuni dei nostri sono oggi giustiziati»; ed il curioso si è che la domanda mi venne dal fratello dell'ebreo che era compreso tra i condannati. Ansioso di trarre maggiori indizi, mi accostai allo sportello, lo spinsi indietro e vidi che i corridoi erano quasi deserti e non intendevasi che il passo monotono delle due sentinelle che ci sorvegliavano. Allora mi rivolsi all'assito della finestra, e con un chiodo che aveva del medesimo allargai una fessura, da cui scorgeva benissimo la strada detta di San Gaetanino, e vidi veicoli di ogni sorta trasportar forse alla Pineta chi si allontanava dalla terribile scena, onde sempre piú mi confermai nei concepiti sospetti. Le campane non cessavano di far intendere il loro tristo e lugubre suono, onde pieno di dolore mi gettai in letto, cercando colla mente d'indovinare chi potessero essere le vittime e la causa di una agonia si lunga, la quale dalle sette del mattino si prolungò sino ad un'ora dopo mezzogiorno. A quest'ora, ritornata la falange dei gendarmi ai loro posti, si riapersero gli sportelli e riapparve il movimento di prima. Prima loro cura fu di distribuire il pranzo: il maresciallo, incaricato della distribuzione, mostrava nel viso una gioia da cannibale; onde, addolorato come era, non mi riuscí di mandar giú un sol boccone, e per occultare il dolore che mi opprimeva gettai l'intero pranzo nella latrina.

[XX.] Dal maresciallo, che mi si era reso benevolo seppi il numero dei condannati, il loro nome e il supplizio a cui erano stati sottomessi, ed ebbi piú tardi una copia della sentenza che aggiungo alle presenti memorie per miglior schiarimento dei fatti. Seppi pure il motivo del prolungamento dell'agonia; esso derivò dall'insistenza di Rambelli e dell'ebreo a non voler adempiere ai doveri di religione. Messe in uso tutte le pratiche necessarie coi preti che li circondavano da ogni lato senza frutto alcuno, si ricorse a monsignor arcivescovo Falconieri, ritenendo che la sua autorità vincesse la prova; ma ogni suo tentativo riuscí vano. Il Rambelli gli rispose in modo risoluto: «Oh! mi lascino alla fine in pace», e tenendo un Cristo in mano esclamò: «Io ho aperto a Lui, — additando il Cristo, — «l'animo mio, con Lui ho fatto i miei conti; e ciò basti: cogli uomini nulla ho piú a che fare». Appresi piú tardi da Natale Mariani capo custode delle carceri, uomo di sensi magnanimi e liberali, che monsignor Gianolli, vicario dell'arcivescovo, quinta essenza di iniquità, propose che il Rambelli venisse tratto nei sotterranei del carcere ed ivi con battiture indotto a confessarsi; ma la proposta fu rigettata. Mi diceva il Mariani che, se tosse stata accolta, egli sagrificavasi di certo, mentre aveva risolto di chiudere i due monsignori col loro seguito nel sotterraneo e scappare ambedue per un adito a lui solo noto. Comunicò pure piú tardi ciò al conte Eduardo Fabbri tipo dei liberali d'Italia, uomo distinto in lettere, che, riconosciute le nobili doti del Mariani nel tempo che si tenne alla di lui carcere gli fu amico e compare. Questo Mariani è il padre di quell'Angelo, che tanta gloria si acquistò nell'arte musicale. Un altro fatto che merita di essere narrato è quello che successe ad un certo Spada del borgo di Porta Sisi, papalone sino nel fondo dell'animo. Il supplizio da infliggersi a dei liberali gli serví del piú gradito spettacolo; e sino dalla mattina di buona ora si pose dirimpetto al palco delle forche nella piazza dei Tedeschi, or del teatro Alighieri, colla testa nuda sotto un sole cocente, attendendo la esecuzione, ed ad ogni individuo appeso gridava giulivo: «E uno!». Ma l'operazione andò alla lunga sino ad un'ora dopo mezzo giorno, come abbiam detto: i raggi del sole gli mossero una infiammazione al cervello, che lo trasse al sepolcro. La gente recavasi in chiesa ove era esposto, gli lacerava il panno funebre, gli sputava addosso, onde fu necessario chiuder la chiesa.

[XXI.] La misura piú efficace a deprimere la Carboneria fu quella della spontanea, o rinuncia adottata dall'Invernizzi, perché le toglieva quella forza morale che la teneva in vita. E difatti dal momento che uno confessava con atto solenne il torto di aver avversato il Governo e di avere congiurato contro di esso, e prometteva con giuramento di tenersi suddito fedele ed obbediente, diveniva un essere spregevole, su cui non era da farsi piú calcolo alcuno. D'altra parte il Governo sarebbe stato costretto d'imprigionare tutta la falange numerosa dei Carbonari e sottometterla a diverse pene, ciò che avrebbe aggravato l'erario pubblico di non lieve spesa senza ottenere un pieno intento, mentre i castighi infervorano ed avvivano i partiti, ma non li annientano. Già le impunità e le defezioni accennate agevolarono l'ultimo colpo mortale.

[XXII.] La missione di monsignor Invernizzi era ormai compiuta, quando una sera mi si presentò Nardoni segretario, credo, del colonnello Ruvinetti, il quale dopo i saluti d'uso mi disse:

— Dunque ella non vuole uscire di qui?

— Cioè, dica piuttosto che non mi vogliono far uscire.

— Ma dipende da lei l'esser libero.

— Mi favorisca di espormi in che modo.

— Col fare quello che han fatto i suoi colleghi.

— Vale a dire?

— Col rinunciare alle sètte, ai loro diabolici fini ed alle massime perverse che inspirano.

— Ciò va bene: ma io non appartengo a sètte, ignoro i loro procedimenti, quindi a che devo rinunciare?

— Basta, vedo che vuole insistere ne' suoi propositi; mi dispiace per suo padre: il povero uomo desidera ardentemente di averlo a casa. È vero che il suo delitto non è uno di quelli da suonare la campana...

— Io non l'intendo: la ringrazio del consiglio datomi, ma non so come effettuarlo; ritengo però che sarò presto libero in virtú di quel sentimento di giustizia, da cui i miei giudici sono animati.

— Io le ho espresso il vóto di suo padre; del resto faccia ciò che meglio le conviene. — E se n'andò, né piú lo vidi a comparire.

[XXIII.] La sera dopo intesi aprire il camerotto a destra attiguo al mio, già vuoto dappoi alcune settimane, e v'introdussero un nuovo pollastro. Tosto la curiosità mi spinse di sapere chi fosse, e dalla finestra con voce bassa gli dissi il mio nome e gli chiesi del suo. Senza esitare mi rispose:

— Sono Gaetano Bianchini. — E qui saluti e domande senza fine; poi trascorsa circa un'ora mi chiamò e mi disse: — Desidero di avere da te un consiglio.

— Parla pure.

— Mi eccitano ad una rinuncia, come mi devo contenere?

— Credo che la sola propria coscienza possa suggerire una retta risoluzione. Se tu mi chiedi cosa farei io nel tuo caso, ti dico apertamente che non emetterei rinuncia di sorta alcuna anche se fossi sicuro d'incorrere in qualche pena.

Qui il colloquio cessò, perché m'accorsi che la sentinella ci origliava e v'era pericolo di esser messo alla catena nei sotterranei del monastero. Verso mezzanotte il Bianchini fu tratto di carcere e non vi rientrò piú — ciò prova che aveva aderito all'invito fattogli — cosicché restai isolato, mentre i due camerotti da destra e sinistra erano vuoti. Quello di sinistra fu occupato per qualche tempo da Antonio Spada, uno dei compromessi nel fatto di Rivarola, e che scampò dal supplizio esponendo le cose come avvennero. La sua confessione indicò i veri colpevoli e scolpò tanti degni cittadini che il dottor Mazzoni aveva aggravati di gravissimi delitti. Lo Spada ebbe lo sfratto dal paese e riparlerò di lui piú tardi, quando gli fui compagno nell'esilio. Durante che l'ebbi vicino non mi riuscí mai di avere una risposta alle domande che gli diressi. Lo riconobbi dalle cantilene che sapeva tanto bene modulare.

[XXIV.] Erano undici mesi ormai dacché mi tenevano seppellito in quel tugurio, umido e micidiale, e nessuno davasi cura di me. Già dappoi la esecuzione de' miei cinque compagni di carcere, avevo perduto l'appetito né era stato piú capace di riacquistarlo, onde fui obbligato di scrivere ai miei di casa che cessassero d'inviarmi oggetti mangiativi. Il pane che lo stabilimento mi forniva — quattro baiocchi al giorno — dapprima mi spariva dinanzi agli occhi senza che me ne accorgessi, poscia mi rimanevano dei grossi pezzi che venivano raccolti dai carabinieri pei loro cavalli. Insomma, corroso da quell'aria mefitica, senza un respiro d'aria buona, senza un'ora di movimento, mi sentiva venir meno la vita ad ogni istante; tutti i camerotti erano sgombri, a me solo non si pensava; null'ostante a ciò, mai un lamento, mai un ricorso. Risolsi entrando di essere passivo apatista in tutta la forza del termine; risoluzione che seppi conservare, come si vedrà nel seguito del racconto, nelle altre carceri. Che fa il detenuto allorché si inquieta? fa gioire coloro che lo rinchiusero, perché il loro desiderio è che soffra. Invece tenendosi indifferente mostra di essere d'animo forte e d'illibata coscienza e superiore a tutte le angherie che gli possono usare.

[XXV.] Finalmente ebbi il favorevole incontro di poter consultare il mio benigno maresciallo sulla mia pendenza, e seppe farmi conscio di quanto erasi deliberato: e cioè che il processo era stato ridotto ai due titoli di settario e di autore del dialogo di sant'Apollinare e san Vitale; che per tale scritto monsignor Invernizzi propose in udienza che mi si tagliasse la mano destra sul palco in piazza e fossi condannato alla reclusione non so per quanto tempo, ma che mio padre, il quale era pervenuto a porsi in buoni rapporti cogli altri membri della Commissione, specialmente col colonnello Ruvinetti, ottenne che la proposta di monsignor Invernizzi non venisse ammessa; e che ero stato condannato a tre anni d'opera pubblica: infine mi disse che mio padre col mezzo di monsignor Marini in Roma sperava di vedere commutata la pena di galera in quella di detenzione; e che aspettavasi di giorno in giorno una risposta per essere condotto al mio destino. Quanto mi espose il maresciallo era esatto, giacché non trascorsero dieci giorni che fui tratto dal mio tugurio, chiuso in un legno e colla scorta di tre gendarmi traslocato di notte nella Rocca d'Imola, custodita da Spinucci rinomato per austerità. E difatti, giunto al mio posto, vedendo quest'uomo di una corporatura colossale, con un aspetto oltre ogni dire burbero e severo, mi incusse timore e pensai di avere a soffrire non pochi disturbi. Ma è pur vero che alle volte l'apparenza inganna. Usciti dalla Rocca i gendarmi, mi guidò con bel garbo nella stanza dei guardiani subalterni, alias secondini, e mi cedé uno dei loro letti per riposarmi. Nel mattino venne a riprendermi, mi condusse nel corridoio superiore, ove stavano gli altri detenuti di larga o di passaggio, e vi trovai il conte Eduardo Fabbri di Cesena, già da me ricordato, l'avvocato Franceschelli Carrozza e un certo Gamberini di Castel Bolognese. Ammesso nel loro consorzio, divenni loro commensale, e coi 20 baiocchi al giorno che percepivamo dal Governo pel nostro trattamento avevamo un buonissimo pranzo, che servivasi con qualche altra aggiunta anche per la cena. Mi si assegnò una camera a parte, e non poteva desiderare di meglio. Libero di girare pel forte dalla mattina alla sera, di ricevere qualunque persona, in compagnia di persone educate ed istruite professanti gli stessi miei principi, mi parve di rinascere; tanto piú che lo Spinucci seguiva ad essere amabile e compiacente.

[XXVI.] Ma né forche né carcerazioni né esigli né tutte le persecuzioni che il dispotismo sa inventare valgono a distruggere lo spirito di riforme che in ognuno s'infonde dall'assoluto bisogno di migliorare la propria condizione civile e materiale, e nulla giova a disperdere quell'avvilimento che provasi, col progredire della civiltà, del giogo che la prepotenza impone, e gli sforzi per abbatterlo crescono di continuo. Quindi nel 1830, che è il tempo in cui entra la mia narrazione, lo spirito di libertà e d'indipendenza era piú vivo ed esteso. Una formidabile società formata in Francia e diretta da sommi personaggi tendeva a far cangiare d'aspetto l'intera Europa; il Comitato di essa risiedeva in Parigi, da dove dirigeva il movimento. In Italia Francesco IV duca di Modena, allettato da maggiore supremazia, entrò nella lega colla promessa di estendere i di lui domini in Lombardia e negli altri ducati della penisola: quindi egli si pose d'accordo per le operazioni che erano a farsi, specialmente quella di costituire l'Italia libera ed indipendente, con Ciro Menotti e con Misley, corrispondenti del Comitato centrale di Parigi per l'Italia. Intanto che agivasi nel senso indicato, Carlo X re di Francia balzò dal trono, su cui fu elevato Filippo d'Orleans: egli proclamò solennemente il principio del non intervento, cioè l'interdizione a qualsiasi potenza di immischiarsi negli affari delle altre nazioni, libere di adottare quel sistema politico che loro conveniva. Ma il duca di Modena non ebbe alcuna fiducia nel nuovo sovrano di Francia e rinunciò all'assunta impresa di appoggiare il movimento concertato per erigere in Italia un regime costituzionale.

Dopo le novità sorte in Francia si proibí di ricevere chicchessia nel forte d'Imola; e poco dopo il conte Eduardo Fabbri e l'avvocato Franceschelli Carrozza vennero traslocati nel forte di Civita Castellana; ed io fui graziato dei pochi mesi che dovevo scontare a compimento dei tre anni di detenzione addossatimi [luglio 1830].

Intanto i liberali, malgrado la defezione del duca di Modena, insorsero colla speranza che il principio del non intervento fosse sacro e rispettato da chi lo aveva annunziato. In Modena [3 febbraio 1831] vi fu un serio conflitto tra i soldati estensi e i patrioti, vari dei quali rimasero prigionieri del Duca, e fra questi il Menotti; e quando videsi obbligato a rifuggirsi in Mantova per i moti di Bologna, li condusse seco in pegno della presente sua sicurezza e per oggetto di futura vendetta. Negli altri paesi la rivoluzione si compí da sé per la paura dei Prolegati che li governavano, i quali non azzardarono di opporre la benché minima resistenza, sebbene fossero ben forniti di forze; meno però in Forlí e per tafferuglio ivi insorto soccombé il degno patriota Ferdinando Rossi.

[XXVII.] In Ravenna le cose erano ad un punto veramente vergognoso.

L'insurrezione doveva aver luogo nel mattino del 6 febbraro [1831], e niun materiale era in pronto per effettuarla: non armi, non munizioni, tranne un piccolo deposito di cartuccie, fabbricate dai fratelli Morigi ramari; ma le coccarde a tre colori abbondavano da ogni parte, se ne confezionavano in tutte le case, specialmente in quella di Domenico Montanari in via del Vecchio Seminario. Visto il mal andamento, mi unii a varî amici, fra i quali mi fu di valido appoggio il pittore Angelo Ferrari, e ci recammo nella case dei particolari a raccoglier armi; ne mettemmo insieme diverse, ma non quante potevano bastare all'uopo. Molti si rifiutavano di accordarcele, o per timore di compromettersi in caso che la faccenda andasse a male o che si smarrissero. Il fatto sta che si raccolsero sulla piazza dei Tedeschi un drappello di 60 persone circa, di cui io feci l'appello e presi in nota; gente animata dalla piú buona volontà del mondo, ma inesperta. È vero che altri drappelli stavano nei borghi disposti all'azione, ma potevano essi superare un battaglione di soldati, ben armati e ben condotti? no di certo. La fortuna volle che il nostro Prolegato, seguendo l'esempio di quello di Bologna, cedé senza alcuna resistenza il governo ad una Commissione provvisoria (essa si compose dei seguenti personaggi: conte Pietro Desiderio Pasolini, Giulio cav. Rasponi, Giuseppe avv. Zalamella, Clemente Loreta, conte Francesco Rasponi, Rota Girolamo), che prese in consegna tutte le armi e le munizioni della guarnigione, che fu sciolta ed ogni militare partí verso il proprio focolare. Eletto da Leonardo Orioli, uno dei capi del movimento, ufficiale di guardia alla residenza municipale colla responsabilità di custodire le armi e le munizioni suddette, depositate nella seconda sala dell'indicato luogo, la mattina eressi pel primo la bandiera a tre colori sul balcone del palazzo municipale, ed Apollinare Santucci, che era ufficiale alla gran guardia, fece altrettanto su quello del palazzo governativo: dopo ciò io mi dimisi dalla carica datami, ben conoscendo che il militarismo non era fava per i miei denti.

All'annunzio della insurrezione del centro d'Italia il Papa rilasciò in libertà i detenuti politici: i rei confessi e le impunità negli ultimi fatti presero il volo all'estero; gli altri ritornarono in patria. Fu allora che il professor Meli, protomedico e direttore dell'ospitale, mi espose che intendeva di recarsi all'incontro del conte Fabbri, che dalle carceri di Civita Castellana dirigevasi verso la propria casa, e che desiderava di avermi compagno insieme col custode Mariani. Accettammo ambedue l'invito, ed incontrammo il conte a Fano. Chi può descrivere il modo festevole con cui veniva egli accolto dagli abitanti dei luoghi in cui transitava? mi parvero tante ovazioni ad uso di quelle che i Romani porgevano ai loro Consoli di ritorno da una qualche conquista. Al suo arrivo tutte le campane suonavano a festa, sparavansi mortaletti, le giovani vestite di bianco su carri trionfali gli presentavano fiori, tutti i signori del paese correvano a complimentarlo fra gli applausi del popolo e lo favorivano di rinfreschi e di squisite refezioni. Da Fano a Cesena l'accoglienza diveniva sempre piú solenne; solennissima fu poi a Cesena, suo paese nativo. Meritava egli tanti attestati di stima e di affetto? certo di sí. Uomo rispettabile per intelligenza, mentre erasi distinto con diverse opere letterarie rese pubbliche colle stampe, uomo irremovibile nei suoi principî, né le persecuzioni a cui la corte di Roma lo sottomise valsero rimuoverlo dai suoi propositi, modello insomma di virtú cittadine, era l'idolo delle Romagne: io lo lasciai a Cesena, con promessa che non mancherebbe di fare una visita a Ravenna che tanto affezionava. La Commissione provvisoria, subentrata nel posto del Prolegato pontificio per reggere la provincia, mi conferí l'impiego di commesso nell'ufficio di polizia, di cui si elesse direttore Gaspare Della Scala, franco muratore e giacobino nel 1797. Al Fabbri venne in seguito affidata la viceprefettura del proprio paese natio.

[XXVIII.] La mattina del 6 febbraio si affisse una stampa di un anonimo ravennate, con cui eccitava ogni rango di persone a sostenere la ricuperata libertà con ogni mezzo possibile, e prima cura dell'autorità fu quella di porre in essere la Guardia nazionale. Il Prolegato stesso nella mattina del 7 confidò il comando della medesima per la provincia al conte Ruggero Gamba, che aveva già sette lustri addietro sostenuto degnamente altri simili incarichi. Egli dispose che i cittadini dai 18 ai 50 anni s'inscrivessero nei ruoli della suddetta Guardia; alla quale poi la Commissione governativa diede un regolare assetto. Poi con un energico ordine del giorno formò la colonna mobile, composta di soldati pontifici, arruolati fra gl'insorti, e di cittadini volontari, la quale doveva far parte del glorioso esercito destinato sotto la direzione del generale Sercognani a liberare Roma dalla schiavitú clericale. Gli ex militari pontifici dipendevano da Antonio Conti, ufficiale caro pel suo patriottismo, e i volontari da Giovanni Montanari, che aveva già cooperato alla presa di Comacchio, conosciuto di una fede politica irremovibile sino dal 1820. L'ordine del giorno del Gamba terminava con queste degne parole: «Marciate adunque tutti di accordo come fratelli finché il vessillo tricolore sventoli sul Campidoglio: questo sacro vessillo, che vi consegno, sia da Voi difeso col vostro sangue: esso non porta ancora alcuna iscrizione, ma voi vi leggerete — O libertà o morte. —»

[XXIX.] La prima operazione ebbe luogo nel 12; giorno in cui il forte e la piazza di San Leo vennero cedute dal cav. Bavari, maggiore delle truppe pontificie, al capitano del servizio nazionale Stelluti: il prodotto di questa resa, oltre l'acquisto di non pochi cannoni, di viveri e di munizioni da guerra, si fu la liberazione di 28 detenuti politici, in quel forte custoditi. Intanto Sercognani stringeva piú da presso l'assedio d'Ancona, e alla fine il generale Suhtermann che lo comandava videsi ridotto a sottomettersi alle schiere degli insorti, e quasi solo se ne ritornò a Roma [18 febbraio].

[XXX.] La spedizione avanzava trionfante ovunque, e la presa di Roma non poteva mancare a chi la dirigeva, se non avesse consumato un tempo prezioso nella Sabina sotto le mura di Rieti, il cui possesso venivagli contrastato dal cardinale Ferretti, vescovo dell'indicata città; e l'averla nelle mani nulla giovava all'alta impresa cui tendeva. La corte di Roma sbigottita non sapeva a qual partito appigliarsi: il Papa emanava notificazioni di pace e perdono, il suo segretario Bernetti invece promoveva ovunque la guerra civile; per lo che il Sercognani pubblicò un severo ordine del giorno contro chi aderisse agl'inviti del Bernetti, e il non aver questi ricavato dai suoi eccitamenti alcun frutto era una prova chiara ed evidente che la popolazione romana favoriva la insurrezione ed aspettava ansiosa chi la sottraesse dal giogo che le pesava sul collo. Ma Sercognani titubò tanto che, le cose di Francia avendo cambiato d'andamento, videsi astretto alla ritirata, come vedremo in seguito. Ho sotto gli occhi una lettera di Pietro Fabbri, testimone oculare dei fatti di Rieti, come addetto alla spedizione, e poco concetto, anche in via militare, si concepisce di Sercognani. Un altro male è qui da rimarcarsi, che durante la spedizione di Roma la parte dell'Italia insorta davasi troppo alle feste, a far pompa di poesie e di prose sull'avvenuto cambiamento politico. L'unica cura da assumersi era quella di acquistare armi e di organizzare battaglioni e di rinforzare la spedizione e di avere forti riserve per ogni imprevisto evento.

[XXXI.] Intanto che Sercognani tentava d'impossessarsi di Rieti, in Bologna divenuta centro dell'amministrazione delle provincie dichiaravasi decaduta di diritto e di fatto il diritto temporale del papa, davasi un regolare assetto alle finanze, riformavasi la costituzione giudiziaria rendendola piú conforme alle vere massime su tal oggetto ammesse, e creavasi un comitato di guerra, del quale era capo un vecchio militare, Grabinsky, uno straniero che non poteva essere animato dai sensi che occorrevano per dare un pieno esito all'incarico avuto. Infine si radunarono in Bologna i diversi rappresentanti delle città emancipatesi dal Governo pontificio, e in una solenne assemblea, in cui si stanziò che le Provincie costituissero un sol corpo dipendente da un sol centro e che le potestà legislativa, giudiziale ed esecutiva fossero tra loro distinte; si elesse quindi un consiglio di ministri, del quale venne accordata la presidenza all'avvocato Giovanni Vicini, e si nominarono i diversi prefetti delle Provincie, non che i sottoprefetti delle città subalterne: a Ravenna fu assegnato Tommaso Fracassi Poggi di Cesena, uomo di capacità e di rettitudine. Un'altra provvida misura prese il nuovo Governo, e si fu quella di scartare dal movimento i fratelli di Bonaparte, figli di Luigi ex re d'Olanda, sul timore che Luigi Filippo potesse supporre che essi volessero profittare della rivoluzione d'Italia per farsi un punto d'appoggio nelle loro pretese sul trono di Francia.

[XXXII.] Il cardinal Bernetti non si limitò a suscitare la guerra civile coi manifesti; egli fece conferire dal papa al cardinal Benvenuti l'alta dignità di Legato a latere nell'intento di condurre ad effetto la perversa volontà sua. Ma il Legato fu arrestato dai liberali in Osimo e condotto prigioniero in Bologna: si ebbe gran fatica a salvarlo dal furore delle popolazioni dei luoghi in cui transitava.

Ma le cose in Francia piegavano male. Al ministro Lafayette, che sosteneva con vigore la causa italiana, successe Casimiro Perier, che avversava il principio del non intervento; e quando il principe di Metternich, anima del gabinetto austriaco ed arbitro della volontà dell'imperatore Francesco, espresse «che non intendeva di riconoscere il non intervento in quanto concerneva l'Italia, che era deciso di estendere le armi imperiali sin dove vigeva l'insurrezione, e che dichiarava che se l'intervento doveva condurlo alla guerra, essa succedesse pure, preferendo di correrne i rischi che di trovarsi esposto a perire fra le sommosse», per tutto ciò Luigi Filippo, che nella pace e nel pieno accordo coi sovrani d'Europa riponeva la sicurezza del trono conseguito, annuí alle mire dell'Austria, e il principio da lui proclamato, unica base del nuovo sistema d'Italia disparve in breve: mentre nel 5 marzo tre colonne di truppe austriache invasero il ducato di Modena, riconducendovi il duca che sfogò l'ira sua contro i prigionieri che aveva in custodia, condannandone a morte, fra i quali Menotti, e alla galera. Solamente per maggior inganno l'ambasciatore francese emise una protesta contro tale invasione per calmare l'impeto furioso che aveva commosso tutta Italia. Da Modena gli Austriaci si avanzarono in Bologna, ove la somma delle cose pubbliche fu posta nelle mani dell'arcivescovo Oppizzoni, e il comando delle truppe nazionali fu conferito al generale Zucchi, che pose alcuni posti di osservazione lungo il Po di Primaro, inviò a Ravenna il generale Ollini con duemila uomini, e il generale Grabinsky si acquartierò in Forlí. Ma quando il Governo insurrezionale seppe che il nemico accerchiava i paesi insorti tanto dalla parte di Bologna che di Ferrara, risolse di ritrarsi e chiudersi in Ancona, e il generale Zucchi a cui fu deferito il comando militare rannodò le sue falangi in Rimini.

Gli Austriaci in numero di cinque mila con cavalleria e cannoni, diretti dal generale Mengen, avanzarono, secondo gli ordini del generale Geppert comandante in capo della spedizione, sino a Rimini; ivi l'avanguardia degli insorti numerosa di 1500 uomini, in parte soldati di linea e in parte volontari ravennati capitanati da Apollinare Santucci, fece fronte al nemico con un coraggio ammirabile tanto che dové esso per due volte retrocedere. È qui da rimarcarsi che i soldati pontifici condotti in Ravenna da Invernizzi e che entrarono nel rango degli insorti, si batterono come leoni, e il loro capitano Carlo Armari cadde prigioniero di guerra. Sopragiunse poscia tutto l'esercito austriaco e si rinnovò la pugna con maggiore accanimento (25 marzo) per quattro ore circa; poi non potendo il corpo degli insorti sostenere piú oltre il cozzo del nemico, tanto sproporzionato, si ritirò verso Ancona. Gli Austriaci contarono morti e feriti, fra i quali il duca di Lichtenstein; niun italiano di nome e di vaglia perí fra gli Italiani, ma Ravenna ebbe a deplorare la perdita di due de' suoi cittadini, un certo Baccarini e Domenico Zotti che aveva lasciato da poco tempo le vesti da chierico per correre alla difesa della patria.

E Sercognani dov'era? che cosa operava per la santa causa assunta? Ei si ritrasse colla sua legione a Spoleto, dove la disarmò e la sciolse, e le armi furono prese in consegna dal vescovo G. Maria Mastai, or Pio IX. Ma non doveva egli condurla ad Ancona, aggiungerla ai prodi che avevano resistito con tanto coraggio al nemico in Rimini e rinforzare i loro battaglioni e disporsi ad un assedio che poteva con una capitolazione procurare loro patti favorevoli? Si vociferò che il Sercognani avesse intascato dodicimila scudi dal Governo pontificio per tale scioglimento; non si addussero prove all'uopo, ma il di lui procedere appariva con tutti i sintomi di tradimento. Anche i capi del Governo si dimisero con troppa sollecitudine, e Zucchi dové pur congedare le sue truppe. I piú compromessi s'imbarcarono per le Isole Ionie, ma vennero catturati da due legni austriaci, che li menarono prigionieri in Venezia: nel 22 aprile furono liberi di recarsi dove avevano disposto di andare prima del loro arresto. Il figlio del prefetto Poggi voleva trarmi secolui nella fuga, ma io volli attenermi ai consigli del conte Eduardo Fabbri che trovavasi esso pure in Ancona, il quale mi indusse a ritornare a Ravenna.

[XXXIII.] Prima della loro partenza i membri del depresso Governo rivoluzionario avevano conchiuso col Legato Benvenuti, scarcerato alcuni giorni prima, una formale capitolazione, colla quale nel giorno 26 [marzo '31] si stabiliva che niuno sarebbe stato molestato pei trascorsi fatti, che agli esteri concedevasi piena facoltà di uscire dallo Stato, che gl'impiegati in paga sino dal 4 febbraro, epoca in cui s'iniziò la rivoluzione, non soffrirebbero alcun danno nei loro diritti e che i militari rimettendo la coccarda pontificia continuerebbero il loro servizio. Fra i membri del Governo provvisorio decaduto il solo Mamiani ricusò di approvare questa capitolazione, e non venne corredata dalla sua firma. Rimessa la capitolazione alla sanzione del Sovrano, egli la disapprovò interamente con editto del 5 aprile, perché lasciava «illesi», dichiarava il Papa in quell'atto stesso, «illesi gli elementi della ribellione» e «non ne sospendeva che momentaneamente gli effetti, che tanto piú ruinosi si sarebbero risentiti appena fosse mancato quel che ne arrestava il vorticoso torrente», l'aiuto austriaco; e con successivo editto di Bernetti furono «sciolti i corpi militari di qualsivoglia arma, ... stazionati nelle provincie in cui poi si estese la ribellione». Quindi il Governo trovandosi senza truppa propria credé utile di instituire la Guardia civica, e con notificazione 30 marzo del conte Carlo Arrigoni, capo o gonfaloniere del municipio ravennate, si fece conoscere che per ordine superiore era soppressa la Guardia nazionale, a cui veniva sostituita una Guardia civica sino a che il Governo fosse in grado di fornire la città di una guarnigione, necessaria al mantenimento del buon ordine, e in pari tempo esponeva che il comando della medesima era affidato al signor conte Gabriele Rasponi, coadiuvato dagli aiutanti Battista Santucci e Nicola Dall'Agata. Poco tempo dopo io fui aggiunto ai medesimi in qualità di segretario del Colonnello. Con altro avviso del cav. Federico Rasponi, elevato alla dignità di Delegato pontificio, s'inculcò ad ogni cittadino dai 20 ai 50 anni l'adempimento dei doveri che questa instituzione prescriveva.

Intanto che procuravasi di dare un regolare assetto al presidio civico e che impedivasi nel miglior modo possibile il conflitto dei partiti per le passioni ancor vive mosse dai passati eventi, il Governo pontificio raccoglieva in Rimini dagli ergastoli e da ogni altro luogo di pena il personale dell'esercito che intendeva di regalare alle Romagne per tenerle in soggezione, affidandone il comando al colonnello Bentivoglio. Il malanimo che sorse da tal procedere è indescrivibile, e sin da principio si risolse d'opporsi anche colle armi all'invasione di tanta canaglia. Ma, come al solito, si cianciava molto e si agiva poco. Oltre di ciò una piaga corrodeva sempre il corpo della civica ed era quella della sostituzione, cioè la facoltà data ai militari di farsi sostituire nel servizio che gli spettava dal primo mascalzone che gli si presentava; cosicché il peso del servizio era a carico di chi non aveva mezzi, e la civica diveniva un corpo di mercenari i piú abbietti. Piú volte potei io stesso verificare che sopra venti militi di guardia alla piazza due terzi erano di sostituzione e che accorrevano con zelo a solo fine di guadagnarsi un tozzo di pane pel giorno prossimo. Dei regolamenti non si mancò di farne. Il gonfaloniere Giovanni Lovatelli emanò quello che dal Prolegato Arrigoni gli fu trasmesso nel luglio, al quale fecero seguito le necessarie norme disciplinari. Ma tutto con poco buon esito, perché mancava quell'entusiasmo che è il solo idoneo ad avvivare una instituzione. A ciò si aggiungano le dissensioni che insorsero per la proposta fatta ai civici di adottare la coccarda pontificia. Chi può enumerare le adunanze che si tennero nei diversi capi di provincia per tale insulso soggetto? Chi può notare le proteste, gli indirizzi che si pubblicavano in proposito, ed i reclami contro l'introduzione in Romagna delle truppe papaline che si organizzavano a Rimini? Le stampe per siffatta materia piovevano giú dirottamente. Ma il Bentivoglio non isconcertavasi punto, ed aveva già razzolato nelle galere un buon numero di commilitoni.

[XXXIV.] Un altro eroe papalino sorse a favorire gli arruolamenti, Gaspare Graziosi. Costui in un proclama diretto agli Albanesi e ai Tuscolani esclamava: «Su presto correte ad arruolarvi — noi vivremo insieme — voi non sarete comandati che dal vostro Gaspare. Qual piacere lo stare tra voi a cantare la tarantella? Noi andremo a baciare quel sacro piede da cui emana l'assolutoria dei peccati in aeternum»; e con altre corbellerie di questo genere aveva già raccolte piú centinaia di uomini. Che spirito militare dovevano avere coloro che si arrendevano a tali esortazioni?

[XXXV.] Ben conoscendosi dalle autorità l'irregolare andamento della civica, si prescrisse la presentazione dei documenti comprovanti i titoli che esimevano dal servizio, lasciando però in essere la tassa di sostituzione, e si costituí una commissione di riforma, la quale valse a riparare molti difetti. Inoltre, trovandosi insufficiente al servizio di polizia e dei tribunali la forza civica, si formò una compagnia speciale di militi della provincia. Ma non tenevasi di mira l'oggetto principale, quello di approfittare del beneficio di avere le armi per tentare di conseguire quello che veniva ricusato, savie riforme che corrispondessero ai bisogni dei popoli; e per riuscire nell'intento conveniva organizzare una Guardia mobile composta di tutti quei giovani che erano animati da veri sentimenti liberali, dar loro per capi degli uomini rivoluzionari, non degli aristocratici paurosi ed inetti, ravvivare il loro spirito, non con ridicole riviste, ma coi mezzi che il patriotismo inspira, e armarli di tutto punto. Con tante colonne mobili militari disposte all'azione quanti sono i paesi di Romagna, la corte di Roma non avrebbe pensato ad ingannarla una seconda volta con editti pomposi, né osato di prometterle con essi un'êra novella. I reclami e le proteste avanzate contro le disposizioni emanate da Roma col falso titolo di benefiche riforme civili furono innumerevoli, ma se invece di scritti si fosse ricorso alle armi l'affare avrebbe presto cambiato d'aspetto. Una stampa pubblicata in tale incontro diceva: «L'êra novella promessa ai sudditi pontifici ed ai gabinetti d'Europa, vedetela nei seguenti atti: 1º. Chiusura delle università; 2º. aumento del quarto della tassa prediale; 3º. la Sacra Inquisizione conservata nella procedura criminale all'art. 24 dell'editto 3 novembre 1831».

[XXXVI.] Invano Chateaubriand faceva conoscere in un suo aureo opuscolo a Gregorio XVI «che i Papi perdettero la loro possanza in quel dí che cessarono di essere guelfi e di sostenere la libertà italiana per diventar papi ghibellini, papi tedeschi; che la dignità papale divenne possente quando si fondò sul popolo; oppresso il popolo, fu debole e disprezzata.» E lodando le virtú di Gregorio XVI gli diceva: «Se le arti belle ebbero un Leone? perché la libertà non avrà anche essa un Leone?» Ma tutto ciò non poteva far breccia nell'animo di Gregorio, sebbene l'insinuazione gli venisse da un uomo di una fama europea, tipo del vero cristiano nel senso del vangelo, perché il papa erasi lanciato a briglia sciolta nella carriera del dispotismo.

[XXXVII.] Le querele dei Romagnoli contro le riforme accordate si avvivavano di giorno in giorno, atteso che non mettevano alcun riparo ai mali da cui erano oppressi, anzi gli artifici della Corte romana erano diretti ad accrescerli: proposero quindi un nuovo sistema, valevole a migliorare la loro condizione. Queste querele vennero prese in considerazione dai rappresentanti delle principali potenze di Europa residenti in Roma, i quali dietro l'assenso dei loro sovrani compilarono in un solenne memorandum le norme che il Governo pontificio doveva adottare pel bene dei suoi sudditi, per appagare i loro giusti reclami e per sedare le perturbazioni [10 maggio '31].

Ma il papa rimase irremovibile di non tramutare il Governo da assoluto in consultivo, come gli si proponeva nel memorandum, e da ecclesiastico in laico per la suggerita intromissione nei pubblici affari anche di persone non addette al chiericato; e Bernetti, stando sui generali, fece intendere ai ministri esteri che non sarebbesi mancato di operare ogni bene possibile. Già per addimostrare le buone disposizioni del Governo e quanto fosse proclive alla clemenza, amnistiò chi aveva preso parte alla insurrezione; da tale beneficio ne furono solamente esclusi 38, e fra questi notavasi il nostro dottor Sebastiano Fusconi. Ma tutte le speranze che aveva destate il memorandum svanirono colla promulgazione del Motu-proprio del 5 luglio, il quale non ammetteva alcuno dei provvedimenti proposti e tutto concentravasi nell'autorità sovrana: ad essa la nomina dei consiglieri municipali, ad essa l'approvazione degli oggetti da trattarsi in consiglio, ad essa la conferma della nomina degli impiegati, ad essa l'eleggere un rappresentante che assistesse alle sessioni consigliari, ad essa il concedere la esecuzione delle deliberazioni dei consigli provinciali. E i ministri delle potenze estere? i fautori del memorandum? si mostrarono di ciò paghi. Solamente l'inglese Seymour insisteva per la esecuzione di quanto erasi concertato; ma fu tempo perduto. In pari tempo, dietro eccitamento della Francia, gli Austriaci sgombrarono le provincie insorte. Nuove perturbazioni non tardarono a rinnovarsi, non già per abbattere il restaurato Governo pontificio, ma per conseguire quelle libere instituzioni che erano nel desiderio di tutti.

[XXXVIII.] Molti male intenzionati ravennati, approfittando di tali convulsioni, progettarono di assalire la Guardia e l'ufficio civico, di disarmarla e di rendersi arbitri della forza cittadina; con quale scopo, l'ignoro. In assenza del conte Francesco Rasponi, sostituito al conte Gabriele Rasponi nel comando civico, la reggeva il capobattaglione conte Francesco Lovatelli, quando si tentò di eseguire l'assalto. Ma la di lui avvedutezza ed energia, secondato da vari ufficiali civici, fecero mancare il perverso progetto, e gli assalitori furono presi e carcerati. Dal nome del loro capo Gaetano Tarroni, uomo di niun conto e cuoco avventuriere, ebbero i sediziosi il nome di Tarroniani. Essi meditavano il colpo nella locanda dei Tre ferri, e da questo luogo traversando la piazzetta dei Tedeschi dovevano penetrare inosservati nel palazzo governativo, e mentre che una parte degli assalitori disarmava la sentinella e impadronivasi del quartiere, l'altra doveva salire le scale, invadere l'ufficio, posto al primo piano del suddetto palazzo, ed installarsi in esso; ma, come dissi, il progetto andò fallito, perché già si stava pronti a respingere l'attacco di cui si era avuto contezza. Io mi ricordo che nell'incontrar gli assalitori nel punto che entravano nella Tesoreria, pel portone che è presso la posta delle lettere, sentii una voce che disse: «Lascialo stare, non è compreso fra i cappellani»: era questo il nome che attribuivasi agli ufficiali della civica. È pure da notarsi che nell'ora dell'assalto la sentinella spettava all'uomo il piú pacifico che fosse in Ravenna, a Prospero Di Rosa, che con sorpresa di ognuno seppe opporre una energica resistenza a chi lo voleva disarmare nè riuscí nell'intento. Il Lovatelli pubblicò tosto un ordine del giorno di lode ai civici, che sventarono la congiura dei malevoli, e ai gendarmi, che concorsero al mantenimento della tranquillità pubblica. Il Consiglio di disciplina prese ad esame il fatto del Tarroniani ed espose colle stampe l'opinamento da esso emesso, in cui si dichiarava che «il fatto in sua origine era di natura tale che superava la giurisdizione del Consiglio di disciplina in qualità di tribunale civico», e si proponeva di agire in senso «di moderazione verso i detenuti e per servigi prestati alla civica e per essere alcuni di essi aggravati di prole.» Si ritenne che l'attentato dei Tarroniani fosse un maneggio dei preti colla mira di far insorgere il loro partito e di agevolare l'ingresso dei papalini nella Romagna, attentato già operato in Bologna e in Forlí in relazione al brigantaggio armato che era nei vóti del Governo.

[XXXIX.] Continuando l'agitazione avvivata dal rifiuto di concedere le reclamate instituzioni e di sciogliere il corpo dei papalini raccolto a Rimini, si tenne un congresso a Bologna [22 agosto] di personaggi autorevoli ed influenti delle provincie romagnole, ed ivi Ravenna fu rappresentata dal conte Desiderio Pasolini e dall'avvocato Girolamo Rasi. In esso si risolse d'instare presso il Sovrano che sospendesse l'editto del 5 luglio, che vietasse l'inoltro dei papalini in Romagna e che si curasse il completo armamento della Guardia civica. Ma i deputati spediti a tal uomo a Roma niun profitto trassero dalla loro missione; onde crescendo il malanimo tanto da temere un secondo sconvolgimento, il papa (gennaio 1832) trattò di nuovo coll'Austria per un intervento, che l'ebbe senza contratto. Lord Seymour, incaricato inglese che non assentí alla volontà del papa, si ritirò da Roma [settembre '32], inviando una nota agli altri ministri diplomatici, la quale giustificava pienamente il suo rifiuto.

Risoluto il papa di togliere dalle Romagne ogni ulteriore contrasto e di ridurle ad una cieca obbedienza, conferí al cardinale Albani la direzione ed il comando del suo esercito, non che la dignità di Commissario straordinario sui paesi che doveva invadere coll'aiuto delle truppe austriache. L'ingresso dell'Albani e dei suoi militari venne annunziato dal cardinale Bernetti [14 gennaio '32] e da lui stesso con pomposi manifesti, sempre compilati con quel gesuitismo proprio del padrone che ambedue servivano.

I Romagnoli, alieni da urti micidiali contrari a quei sensi di amor fraterno che devono sussistere tra le persone dello stesso Stato, diressero alle truppe pontificie espressioni di concordia, onde non venissero con essi alle mani e si evitasse una guerra civile, tanto disonorevole a popoli lanciati nella via del progresso. Ma non avendo avuto le loro esortazioni alcun buon risultato, come attendevano, corsero essi pure alle armi, ma in poco numero; mentre in gran parte, spaventati dall'intervento austriaco, si rattennero dal soccorrere la nobile impresa. Lo scontro ebbe luogo sul monte di Cesena, ove sorge il monastero di San Benedetto: la zuffa fu accanita, ma breve; i Romagnoli superati dal numero dei papalini dovettero retrocedere e disperdersi [20 gennaio '32]. Le gesta dei vincitori furono quali si convenivano a gente da galera, rei di ogni sorta di delitti. Senza aver riguardo alla qualità delle persone, dei luoghi e delle cose, manomisero chiese, private abitazioni, e commisero omicidi i piú bestiali. Nel palazzo Guidi di Cesena vi uccisero domestici, marito e moglie. Nel sotterraneo della cappella della chiesa del Monte trovarono un certo Viviani, che tenevasi astretto a una croce, come ad egida sicura: fu trafitto da parte a parte. In Forlí commisero [21 gennaio], eccessi inauditi, piú perversi di quelli che commisero i barbari del medioevo; ivi molti caddero morti, moltissimi feriti, e l'eccelso cardine della chiesa, l'uomo di pace e di misericordia, entrò trionfante in Forlí, bagnata del sangue di tanti innocenti cittadini, ed ebbe l'impudenza di darsi il nome di pacificatore e benefattore delle Romagne. In Ravenna pure la banda del colonnello Zamboni [7 febbraio] si pose a percorrere di sera le strade offendendo in chi si abbattevano; essi stessi uccisero il loro capitano Bernardini, che tentava di ricondurli alla caserma, e nelle loro selvagge scorrerie rimase morto un onesto operaio di nome Antonelli, che dalla propria casa recavasi al forno ove lavorava. Ma Ravenna si scosse, chiamò in città le guardie civiche che erano ai cordoni sanitari, e i Zamboniani si rinchiusero in caserma e di notte avanzata se la svignarono di nascosto. Nel giorno seguente giunsero gli Austriaci, i quali furono accolti come liberatori dopo gli eccessi usati dai papalini. Se invece di conferenze, di proteste e d'indirizzi, torno a ripetere, si fosse messo insieme un buon corpo di civici, ben armato e disposto all'azione, sarebbe tutto ciò avvenuto? no, di certo.

[XL.] Al suo arrivo in Bologna il cardinale Albani sciolse la Guardia civica ed ordinò la consegna di ogni sorta d'armi, e, presi per consiglieri un Canosa, direttore della polizia dello Stato modenese, ed un Marschall, colonnello austriaco, proscrisse con un bando severo le società segrete, impose un prestito forzato di 200 mila scudi, creò ad arbitrio magistrature e consigli comunali ed emanò altre disposizioni tiranniche; onde molti esularono.

[XLI.] Il conte Francesco Rasponi nel ritirarsi dal comando civico, in seguito delle disposizioni di Albani, emanò un ordine del giorno, con cui lodava il lodevole contegno tenuto in ogni incontro dai militi da lui dipendenti ed esprimeva loro la gratitudine del paese, e finiva col dire che non avrebbe omesso di essere giovevole alla patria. Egli era aristocratico e prepotente, vizi originari della sua famiglia, ma seppe al bisogno rendersi popolare ed ebbe sempre la cautela di non adottare alcuna risoluzione senza prima consultare il parere della civica, e ciò affinché la responsabilità non piombasse intera sopra le di lui spalle. Anche il Prolegato Carlo Arrigoni diresse ad ogni civico i piú vivi ringraziamenti per gli utili servizi prestati alla patria.

[XLII.] La Francia intanto per controbilanciare l'influenza degli Austriaci nelle Romagne, i quali si erano resi alquanto benevisi dopo le enormità usate dai papalini e si tenevano in buono accordo coi cittadini, forse colla mira di aggiungerle ai dominî lombardi, ordinò una spedizione in Ancona. Esultarono i Romagnoli, divenuti già immemori dell'inganno del non intervento, e non pensarono che l'occupazione d'Ancona era diretta a consolidare maggiormente l'autorità pontificia. La spedizione constava di 1800 uomini, comandati dal generale Cubières, il quale per via di terra erasi trasferito a Roma, onde prendere col pontefice gli opportuni accordi in proposito. Ma la squadra arrivò al suo destino prima che Cubières vi entrasse. Ciò non impedí che il capitano Combes non penetrasse in Ancona e non invitasse il comandante della fortezza a concedergliene l'ingresso. Né il Lazzarini né il Prolegato Fabrizi avevano istruzioni in proposito, non poterono annuire all'invito di Combes. Ma il colonnello Ruspoli, comandante delle milizie ivi stanziate, si arrese ed ammise i Francesi nella cittadella, che presero nelle mani le redini del Governo [24 febbraio '32].

[XLIII.] Il papa all'annunzio della presa di Ancona si risentí dell'aggressione dannosa agli interessi del suo Stato, protestò contro l'adoperata violazione del suo territorio, instò perché i Francesi lasciassero liberi i luoghi da essi occupati. Ma tutto ciò non valse a rimuoverli dal loro assunto, e si davano cura di far credere che erano venuti in Italia per liberarla dal giogo che le pesava sul collo. Si dischiusero le carceri a detenuti politici; patriottici canti in ogni lato; gli animi si concitarono non solo in Ancona, ma bensí nelle Romagne. Chi non si stimava sicuro nel proprio paese annidavasi in Ancona, ed era ben accolto ed ammesso in una legione instituita pel buon ordine del paese, il cui comando venne affidato a Nicola Ricciotti. Ma venuto Cubières in Ancona, il vero oggetto della spedizione si appalesò alla mente anche dei piú illusi. Vietò i canti e le riunioni nelle vie [12 marzo]; chi non era di Ancona dové partire; molti ivi rifugiati furono tratti in Corsica ed arruolati nella legione straniera; e rimandati in Francia Combes e Gallois che avevano suscitato lo spirito di libertà. Intanto dal canto suo il conte di St. Aulaire assicurava [15 aprile] Bernetti che il Governo francese professava una «perfetta amistà» alla Santa Sede e che «gli elementi della politica francese in Italia» erano sempre gli stessi: la conservazione dell'autorità temporale del papa, dell'integrità e della indipendenza de' suoi Stati»; e quindi il papa aderí di buon cuore alla dimora dei Francesi in Ancona, che fu regolata con determinate condizioni. Dopo tutto ciò accrebbero le ire contro i Francesi e contro il Governo papale. Si tentò di uccidere un certo Origo, colonnello dei gendarmi; si uccisero soldati francesi e soldati del papa; trafitto da vari colpi, cadde morto il gonfaloniere Bosdari: spavento generale. Energiche misure adottò Cubières: due rei dei fatti avvenuti furono fucilati, altri condannati alle galere; e nello stesso tempo il Pontefice lanciava la scomunica contro coloro che congiuravano a danno della sua autorità.

[XLIV.] Ansioso il papa di acquistare una piena autorità, come i suoi antecessori l'avevano esercitata nei tempi addietro, cioè senza il concorso di forze straniere, venne consigliato di formare esso pure una sètta di fedeli alla Santa Sede, che paralizzasse quella dei patrioti e che suo scopo fosse di abbatterli ed esterminarli. Ad un certo G. B. Bertolazzi fu dato l'incarico di organizzarla; a seconda dell'ordine del giorno da esso emanato nel 1º settembre 1832, questa congrega ascendeva a 50 mila uomini distinti col nome di Centurioni: in esso atto chiamava i liberali partigiani, sanguinari, rivoltosi, sovversivi, nemici di ogni principio religioso, atei, imbrutiti, intenti a dissolvere i vincoli della società umana. La sètta aveva nelle Marche e nelle Romagne una direzione generale con parziali presidenze sul tesoro, sulla giustizia e sulla guerra; dieci comandi formavano una divisione, ogni comando componevasi di 12 centurie, ogni centuria di 10 o 12 decurie, ogni decuria di 10 o 12 volontari. Il papa accordò loro molti privilegi, specialmente quello di portar armi d'ogni sorta. Alla condotta scellerata dei Centurioni sono da attribuirsi gli omicidi che afflissero in quei tempi le Romagne. Le città piú conturbate dalle loro, azioni furono Lugo, Imola e Faenza, ma quest'ultima in particolar modo dilaniata: havvi chi ha asserito che in Faenza il numero dei morti ed uccisi ascese ad ottocento; in Russi spensero un lume di dottrina, di carità e di nobili sensi, Domenico Farini. Ma chi può ridire tutte le vittime del furore di una sètta cosí bestiale e feroce? Essa rese la tirannide papale insopportabile in ogni rango di persone.

Malgrado l'appoggio dei Centurioni, il papa non si tenne sicuro a frenare l'impeto rivoluzionario, e approfittando dello scioglimento dei reggimenti svizzeri a Parigi, ne chiamò due al suo servizio. Aiutato dagli Austriaci, dai Francesi, dagli Svizzeri e dai Centurioni, il Governo sciolse i consigli comunali e li formò di uomini abbietti, privò di cariche e d'impieghi chi era sospetto di liberalismo e ai congedati sostituí i Centurioni o uomini fedeli, senza tener conto né del loro sapere, né delle loro qualità; le università chiuse e gli studenti che parteciparono alla rivolta del 1831 impediti dal continuare i loro studi; i balzelli accresciuti, prestiti dannosi, appalti favorevoli ai benevisi al Governo: e tutto ciò per estinguere l'influsso liberale.

[XLV.] Ma nel tempo che ciò operavasi sorgeva in Italia ed altrove, nel posto della vecchia Carboneria, una nuova formidabile società col nome di Giovine Italia, promossa da un giovane generoso, di profondo ingegno, di volontà ferrea, tutto anima per rendere libera e indipendente la patria: questo giovane chiamavasi Giuseppe Mazzini. Egli esortò dapprima Carlo Alberto re di Sardegna a tentare la magnanima impresa di sottrarre l'Italia dal giogo straniero austriaco, ma la nobile proposta lo pose in sospetto di cospiratore, e per evitare i danni che gliene potevano venire, emigrò in Francia. In Parigi si accordò coi suoi compatrioti fuorusciti, e instituí la società col nome di Giovine Italia; si eresse pure cogli stessi principi la Giovine Alemagna, la Giovine Ungheria, e Mazzini fu eletto supremo regolatore delle medesime. Un giornale col titolo della società stampavasi a Parigi per scuotere l'inerzia del popolo; in esso dicevasi: «Ma parla, popolo, cosa mai fanno i nostri nemici per sollevare la tua miseria? Supplica e sarai deriso — lagnati, e ti getteranno in carcere — percuoti alle porte di costoro per chieder pane, e ti lancieranno in volto una pietra — per essi le ricchezze e i piaceri, per te le fatiche e le lagrime — per essi gl'impieghi e gli onori, per te la servitú. Guardati intorno, o popolo; vedi se esiste una terra al pari d'Italia benedetta da Dio, con i suoi doni. Un campicello che tu vi possedessi basterebbe a vestire e ad alimentare la tua famiglia — ma alcuni pochi la possiedono tutta, a te non è lecito sperarne altra parte, oltre quella che servirà per la tua sepoltura». Com'è ben da credere il Mazzini fu accusato di socialismo. In seguito altri giornali apparvero nello stesso senso, uno col titolo Il precursore ed un altro in Londra col titolo L'apostolato. Questa società si estese in tutta Italia, e vi divenne formidabile: perciò incusse timore nel cuore dei principi e commosse altamente la corte di Vienna, come ciò si rivela dalle note dirette da Metternich al cav. Menz, incaricato di affari diplomatici a Milano, riportate in diverse storie.

[XLVI.] In Ravenna ebbe l'incarico di formare una sezione della Giovine Italia il conte Francesco Lovatelli, il quale nell'assumerlo si aggiunse per coadiutori Giovanni Montanari, Antonio Ghirardini e me. Ci trovammo un giorno tutti insieme, per concertare il modo di erigerla, ma poco tempo dopo io ed il Ghirardini fummo arrestati, né saprei dire come si comportarono i miei due colleghi per dar esito alla faccenda. Seppi però nelle carceri di Bologna, ove fui condotto unitamente ad altri quattro cittadini, che il Lovatelli ricercato dalla polizia evase. Ora m'è d'uopo di dar ragguaglio di quell'arresto per le particolarità che presenta.

[XLVII.] L'arresto ebbe luogo, se non sbaglio, nella notte del 16 dicembre 1832, e fui tradotto nella caserma di San Vitale, ove trovai Gaspare Della Scala, grosso maggiore della sciolta Guardia civica, Ghiselli di Cesena, professore di chimica e fisica nel collegio, e i due fratelli Boccaccini, Agostino e Gregorio, due distinti possidenti del paese; né poteva figurarmi in che fossero compromessi per soggiacere ad un arresto. Poche ore si rimase in caserma, e in appositi legni chiusi, scortati dai gendarmi, venimmo traslocati nella torre di Bologna all'ultimo piano: il Ghirardini, essendo infermo di malattia di petto contratta nel tempo che si tenne rinchiuso nel forte di Ancona, ebbe altra destinazione che non saprei indicare.

[XLVIII.] Per me, che avevo già sofferto tre anni di carcere, essa non mi sconcertò punto, ma ai miei compagni era di grave sconforto. I Boccaccini, usi ad una vita sciolta di divertimenti, stavano di continuo attaccati alle ferriate delle finestre, cercando di conoscere i luoghi che si affacciavano alla loro vista; il Della Scala passeggiava pensieroso; il Ghiselli s'irritava col capo-custode, perché non aderiva di lasciargli aperta la porta: «Siamo galantuomini, gridava, non vogliamo già fuggire». In tutto questo male andare, poco mangiavano; ed io, che non soffriva inappetenza, ingoiava i succulenti pasti che facevano venire dalla locanda. Alla fine un messo d'ufficio ci condusse dinanzi al commissario di polizia, il quale cosí alla buona senza tanti complimenti, come si trattasse di favorirci un rinfresco, c'intimò «l'esiglio in perpetuo, sotto pene arbitrarie in caso di ritorno». I miei compagni, già stanchi di stare in carcere, l'accolsero come un beneficio: il Ghiselli diede peró una famosa lavata di testa al commissario, che se la sorbí senza proferir parola; ed io gli dissi che l'esiglio, l'antica interdizione dell'acqua e del fuoco, era pena gravissima; che io non intendeva mi s'imponesse, senza usare tutti quei procedimenti che la legge prescriveva; e che quindi rigettava l'invito del signor commissario; credo che si chiamasse Grandi. Ricondotti in carcere, i miei colleghi mi furono addosso affinché ritirassi il rifiuto emesso, sul timore che potesse complicare la faccenda e dar luogo per tutti ad una procedura legale, che poteva andare alla lunga e tenerli in carcere Dio sa quanto tempo. I Boccaccini mi gridavano: «Noi ti considereremo come un fratello; le cose possono cambiare, e l'esiglio può essere di breve durata; ritira la rinuncia»; ciò che feci, e pochi giorni dopo fummo scortati dalla forza alla frontiera toscana [dicembre '32].

Ci fermammo a Firenze, ma il Governo di quel ducato non ci permise di stazionarvi; c'inoltrammo però a Lucca, ove i signori Donati Burlamacchi ci installarono in un loro magnifico casino. Dopo tre mesi di patriarcale dimora in quel deliziosissimo sito, ove d'inverno si godeva l'aura di primavera, i due Boccaccini si resero in Baviera; ove colla mediazione del conte Baccinetti, addetto al servizio di quella Corte, ottennero la protezione di quel re, e nell'incontro ch'egli si recò a Roma, li fece graziare dal Papa e l'esiglio per essi disparve. Ghiselli e Della Scala ebbero il permesso di rimanere in Toscana; io e Ghirardini ci dirigemmo in Francia. Il Ghirardini non mi fu dato mai di vederlo; so che fu inviato al deposito di Mende con soli 30 franchi di sussidio al mese: egli mi scrisse perché tentassi di fargli conseguire i 45 franchi che gli altri emigrati percepivano, ed usai energiche pratiche in proposito cogli amici di Parigi; e quando erasi sul punto di riuscire nell'intento, mi pervenne la notizia della sua morte. Buon liberale, fermo nei suoi principî, operò molto per la causa d'Italia: egli fu nel 1821 rinchiuso nel forte d'Ancona e, dopo quattro anni di prigionia preventiva, condannato da Rivarola ad altri non pochi di galera; ma reso libero pei successivi movimenti d'Italia, spiegò maggiore energia di quella che aveva nel 1820. Io nel mio viaggio verso la Francia mi fermai a Livorno, ove fui accolto con molta cortesia da Mayer e Bastogi, capi della Giovine Italia, e questi mi consegnò diverse carte da porgere a Mazzini a Marsiglia, le quali avviluppai nella fodera del mio cappello e, colà giunto in assenza del Mazzini, consegnai ad un certo Bendandi, addetto alla di lui casa. Il viaggio da Livorno a Marsiglia [marzo '33], in una barcaccia carica di ossa che dovevano servire a raffinare zuccheri, fu terribile, atteso che dinanzi alle isole Hyères fummo investiti da un terribile temporale, che ci espose a divenire il pasto dei pesci.

Da Marsiglia seguii il mio cammino sino a Moulins [aprile '33] ove esisteva un numeroso deposito di emigrati; ivi trovai il mio concittadino Antonio Spada. La vita dell'emigrato, non avente altra risorsa che il sussidio del Governo, era trista: prelevato l'affitto, l'imbiancatura, qualche rattoppatura di scarpe, qualche racconciatura di vestito, non restavano pel vitto che pochi soldi al giorno, valevoli appena per un pasto; per evitare la colazione si stava in letto sino a che l'ora del pasto stava per suonare.

Capitò nel deposito un ravennate, credo si chiamasse Samaritani, il quale inveí oltremodo contro lo Spada in riguardo alla sua confessione negli affari di Rivarola, come abbiam detto, e che già in Marsiglia lo espose in pericolo della vita. Il Samaritani commosse tutta l'emigrazione, si pensava di prendere a suo danno una terribile misura. Chiamato io a dar schiarimenti sull'addebito imputato a Spada, dissi esistere la confessione, ma avvenuta in tempo in cui Invernizzi era stato informato da altri di ogni fatto, e che Spada, esponendo le cose come erano, aveva salvata la vita a molte ragguardevoli persone, accusate indegnamente di complicità nell'attentato di Rivarola; ed i miei schiarimenti valsero a giustificarlo.

[XLIX.] La smania settaria invadeva ancora l'animo di molti emigrati, ed eressero a Moulins una Vendita carbonica, coll'intento, dicevano essi, di cooperare al rimpatrio, che, a seconda delle loro idee, doveva succedere da un giorno all'altro, e che invece decorsero tre lustri prima che avvenisse. In questa nuova Vendita non tutti gli emigrati erano introdotti, ed i lamenti degli esclusi giovarono alla polizia per iscoprire ogni cosa. Tosto i capi, fra i quali lo Spada, vennero scacciati dal suolo francese e i subalterni confinati nella Bretagna.

Da Moulins sino ad un certo punto si viaggiò in diligenza [giugno '33]; il Governo corrispose dieci soldi per ogni lega: poi si montò sopra un battello a vapore che percorreva la Loira. Poco lungi da un paese chiamato Ancenis si ruppe qualche cosa nel meccanismo del vapore, e tutti i passeggieri dovettero far sosta ad Ancenis per accomodare il vapore. Discesi a terra noi emigrati ed uniti insieme passeggiando per le strade, si agglomerò una turba di gente con grida, fra le quali quella di morte ai San Simoniani; allora consigliai agli amici di entrare in una chiesa aperta, che ci era dappresso, ove giunti chiamai il sagrestano e lo pregai, regalandogli alcuni soldi, di andare a chiamare il Maire o Sindaco: la risoluzione fu buona, egli non tardò a venire, gli si fece conoscere che noi eravamo emigrati italiani, inviati dal governo in Bretagna, e nulla sapevamo di San Simonismo. Il Maire uscí, disperse la turba, e fummo liberi d'andare all'osteria, ch'era di fronte al battello, per soddisfare agli urgenti bisogni dello stomaco. Nel mentre che si stava mangiando un boccone, eccoti tre individui di sinistro aspetto; l'un di essi si levò il cappello, trasse fuori delle cartucce e battendole sul tavolino, gridava: «C'est du poivre sur les ennemis de la duchesse de Berry»: allora mi feci ardito e dissi in francese, alla meglio che potei avendolo studiato in Ravenna da Verlicchi, che noi non eravamo nemici della duchessa di Berry, ma emigrati italiani inviati dal Governo in Bretagna. Allora la scena si mutò d'aspetto, ci porsero da bere, e si rimase in loro compagnia sino alla chiusura dell'osteria: noi andammo a dormire sulle panche del battello. Giunti a Nantes [27 giugno] prima mia cura fu quella d'andare a vedere il ripostiglio, ove la duchessa di Berry fu arrestata: immaginatevi un bel camerino dentro una canna da camino, ove si poteva stare con tutt'agio, ma dal momento che si accese fuoco nel camino divenne un forno ardente, onde le fu d'uopo d'arrendersi senza perdere un minuto di tempo. Da Nantes a Vannes, capoluogo del dipartimento del Morbihan, se la mente non m'illude, mi pare che si facesse col cavallo di san Francesco, a piedi, per mancanza di pecunia: da Vannes fummo traslocati ad Auray, piccolo paese assegnatoci per deposito.

Notes in this chapter

Note 1 · L'autografo è di 61 cartelline scritte a matita: il testo di esso trascritto senza i necessari avvedimenti fu pubblicato infedelmente in un Note 2 · La narrazione dei Cinque mesi di carcere nel forte di Bormida fu pubblicata nel Diario ravennate per l'anno 1870, pag. 29-40: che l'UccellinNote 3 · Tutte le lettere e carte dell'Uccellini da me vedute e studiate si trovano presso il Miserocchi: al quale rendo pubblicamente le piú vive grNote 4 · Parigi, presso J. Langlumé e Peltier, librai, contrada du Foin-Saint-Jacques, 11, 1842; in-32º di pag. VI-630, a due colonne.Note 5 · Ravenna, nella tip. del Ven. Seminario Arcivescovile 1855: in-4º, di pag. 513.Note 6 · Vedo, p. es., che lo cita e se ne vale anche l'egregio ing. E. Rosetti nel suo eccellente libro La Romagna, geografia e storia, Milano, HoepNote 7 · «Eccovi, o benevoli lettori, il Diario sacro di questa Città e Diocesi per la prima volta da me compilato.»Note 8 · In quello del 1847 è narrato l'assedio di Ravenna per opera di Teodorico; nel '48 e '49 si parla di due scismi della Chiesa ravegnana; nel 'Note 9 · Il proposito espresso nel Diario del 1856 di pubblicare ogni anno un libro della Storia di Romagna del Carrari non ebbe seguito; invece furoNote 10 · Di questo notevole scritto dell'Uccellini furono tirati a parte alcuni estratti, in forma di opuscolo in-8º, di pp. 44, aggiuntavi la storiaNote 11 · Ravenna, stabilimento tip. di G. Angeletti, 1865, in-8º, pp. 16.Note 12 · Nel giornale Il Ravennate, 31 marzo 1882 (a. XIX, n. 61) si legge una necrologia dell'Uccellini e sono riprodotti, in parte, i molti manifes
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