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Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano

ANNOTAZIONI.

Reading edition

I. La Biografia dell'Uccellini, cit. nella prefazione, indica il 9 giugno come giorno della sua nascita; ma la vera data è il 9 gennaio 1804, come confermano i registri battesimali. Madre dell'autore fu Chiara Rasi.

II. Luigi Uccellini, padre dell'autore, fu nel 1797-99 tra i piú ferventi giacobini di Ravenna e nella protesta di Ruggero Gamba Ghiselli presentata al Corpo legislativo Cisalpino (cfr. cap. XXVIII), si sottoscrisse con queste enfatiche parole: Luigi Uccellini vuol vivere e morir libero, pria che i cospiratori atterrino la Costituzione; onde poi nelle note di proscrizione formate dai reazionari al venire degli Austro-russi fu cosí descritto: «Costui è nel numero dei piú scelerati; è in quelli che atterrarono le Croci e vilipesero le sacre immagini; continuo bestemmiatore; ateista, o deista; nemico acerrimo de' Principi; avendo ancora commesse le ultime e somme oscenità avanti le monache di S. Caterina in Cesena; ha pure costui sovvertita molta gioventú, e specialmente tutta la famiglia del sig. Giovanni Fava, cioè tutti li suoi, maschi e femmine». In un suo memoriale del 1807 Luigi Uccellini scriveva di sé: «... All'apparire del nuovo ordine di cose in questo Dipartimento, io fui uno di quelli, che mi distinsi tra i primi per il sincero attaccamento, e fu tale la mia condotta, che passato il primo triennio, e non avendo avuto tempo di sottrarmi dalle sante zanne dei reggenti austriaci imperiali, fui nella stessa mia patria per il solo titolo di supposto giacobinismo condannato alli 9 giugno 1800 alli ferri per 10 anni, dopo sette mesi di orribile carcere. Liberato dai ceppi, ritornato il nuovo sistema, avvicinai sempre diverse Autorità; e siccome la mia professione di compositore tipografo mi somministrava scarsi mezzi di vivere, cercai impiego, ed ottenni quello di commesso protocollista nella sezione di polizia, con approvazione particolare di Governo, nel qual impiego rimasi sino a che le sezioni di polizia cessarono di appartenere alle municipalità... Per ben due volte sono stato ufficiale municipale ai registri civili, in tempo che vennero sospesi chi ne faceano le funzioni... Nella difficile impresa della coscrizione io venni scelto delegato in diverse ville, ed il Consiglio distrettuale encomiò in modo lusinghiero per me i miei portamenti, giacché ebbi la soddisfazione di persuadere con la voce non piccolo numero di gioventú contadina, che meco volontaria si prestò alla legge. L'amministrazione municipale mi onorò pure con eguale titolo per la formazione dei ruoli generali della città e borghi: operazione laboriosa, che di concerto coi signori parrochi fu da me compita; operazione che mi venne affidata, attese le locali mie cognizioni. L'amministrazione, da me pure lodevolmente tenuta, del Forno normale, interesse di qualche rilevanza, è degna pure di menzione, e ne presento il certificato dei conduttori pubblici. Non parlo del costante mio servizio nella Guardia nazionale fino dai primi momenti della sua istituzione; dirò solo che non dal voto di una Autorità, ma da quello d'un'intera scelta compagnia fui nominato primo tenente de' Cacciatori, e poscia per disposizione municipale, membro del Consiglio di disciplina. Della mia condotta politica niuna Autorità ha mai potuto dubitare, e sono sempre stato considerato per uno dei piú sostenitori, in patria, del presente sistema...». Questi servigi e queste benemerenze non valsero a persuadere la Direzione generale della polizia del Regno italico, la quale giudicando l'Uccellini improprio a ben coprire le incombenze di una magistratura di polizia revocò l'incarico di Ispettore di polizia in Ravenna, conferitogli nel gennaio 1807 dal commissario d'alta polizia nel dipartimento del Rubicone, Antonio Mulazzani. Tornò quindi al piú modesto ufficio di commesso municipale, che tenne sino alla morte, dalla quale fu colto nell'età di 62 anni nel 1834 — Il fatto dell'atterramento delle Croci, che commosse le anime pie dei buoni ravennati, non fu dopo la battaglia di Marengo, come credette l'autore, ma nel tempo della prima occupazione francese, e precisamente una notte del mese di aprile 1798: per quel fatto furono arrestati il municipalista Tommaso Lovatelli, gli ufficiali e graduati della Guardia nazionale Giuseppe Severi, Domenico Montanari, Andrea Garavini, Antonio Casoni e inoltre Luigi Uccellini, Battista Pio e Gaspare Collina; ma il 20 aprile giunse da Milano l'ordine di annullare il processo, e gli arrestati furono rimessi in libertà (P. Raisi, Giorn. di Ravenna, ms. nella Classense).

III. I maestri dell'autore qui ricordati dovevano essere insegnanti privati; certo i loro nomi non si trovano tra quelli delle scuole annesse al Collegio, delle quali sta tessendo la storia il prof. P. Amaducci.

IV. Giuseppe Zalamella, eccellente avvocato romagnolo e buon patriota, fu fatto professore di giurisprudenza nelle scuole del Liceo-convitto, istituito in Ravenna per decreto del viceré Eugenio 21 marzo 1809, in luogo dell'antico Collegio dei Nobili; e tenne quell'insegnamento anche dopo la restaurazione del Governo pontificio sino al 1820.

Lasciati gli studi l'autore ebbe un modesto impiego di commesso nell'ufficio del Registro, sotto il proposto Filippo Spallazzi: in quest'ufficio ebbe compagno Giulio Fanti, che si legò all'Uccellini d'amicizia fraterna, ne sposò la sorella Reparata, e sovvenne lui e la famiglia nel tempo della prigionia e dell'esilio.

V. Questo e i seguenti capitoli sulla Carboneria meriterebbero una diffusa illustrazione; ma passo oltre per non ingrossar di troppo il volumetto. Solamente accennerò che a queste pagine sarebbero opportuno riscontro quelle che l'Uccellini pubblicò nel Diario Ravennate per l'a. bisestile 1864 (Ravenna, tip. Nazionale, 1863), pp. 7-17, col titolo di Persecuzioni politiche 1821-1825; e che se ne giovò opportunamente E. Masi per il suo studio sui Cospiratori in Romagna dal 1815 al 1859 (Bologna, Zanichelli, 1891).

VI. Luigi Ghetti, qui ricordato, era un sensale che curava gli affari di una sorella, maritata in Dragoni, proprietaria di una pila da riso nel suburbio di Ravenna: favoreggiatore dei liberali, fu intorno al 1850 economo delle Accademie filodrammatica e filarmonica; e caduto in povertà, visse sussidiato dai signori ravennati fin verso il 1875.

Piú nobile figura è quella di Andrea Garavini, introduttore e capo in Ravenna della Carboneria: nato verso il 1775, esercitò l'arte del fabbro, e con la schiettezza dell'animo e la rettitudine della vita si rese familiare a molte persone di piú agiata condizione, tra le quali cominciavano a diffondersi idee liberali; prima ancora della prima venuta dei Francesi in Romagna nel 1796, ebbe a soffrire persecuzioni e fu costretto ad allontanarsi dalla patria, dove poi nel triennio della Cisalpina fu tra i piú caldi sostenitori delle idee democratiche: Andrea Garavini chiede vendetta contro li cospiratori; cosí è sottoscritto nella protesta del Gamba Ghiselli. Fuggí da Ravenna alla venuta degli Austriaci nel '99 e riparò in Ancona, donde il generale Monnier negli ultimi tempi della memorabile difesa (cfr. M. A. Mangourit, Défense d'Ancone et des départemens romains, le Tronto, le Musone et le Metauro, par le général Monnier, aux années VII et VIII, Paris, Pougens 1802) lo mandò nell'Italia centrale con una difficile commissione, quella di far giungere all'incaricato francese in Parma notizie certe della guarnigione franco-cisalpina assediata. Tornò quindi a Ravenna e fu arrestato e condannato a tre mesi di detenzione nel convento dei cappuccini; donde fuggí a Bologna. Dopo Marengo potè vivere tranquillo in patria e vi ottenne ed esercitò durante il Regno italico l'ufficio di usciere. Quando Murat alzò il grido d'indipendenza, il Garavini prese le armi e alla testa di cinquanta uomini scacciò da Sant'Alberto un distaccamento di Austriaci; ma fallito quel moto esulò in Francia, donde ritornò in patria alla fine del 1815, e vi campò lavorando come copista e contabile in aziende private. «Integerrimo sempre — cosí scrisse del Garavini chi lo conobbe (Diario ravennate per l'a. 1867, Ravenna, tipografia Angeletti, 1866, p. 39) — e fermo ne' suoi principi, e mal tollerando la tirannide clericale che rialzava la testa a danno comune, si associò alla sètta dei Carbonari che da Napoli erasi diffusa in tutta la penisola... Egli fu uno dei membri piú influenti della vendita ravennate, la diresse piú volte come presidente, ed impedí per quanto potè gli eccessi che lo spirito di parte facilmente allora promoveva, specialmente a motivo delle sevizie della polizia, ben ravvisando quanto essi erano di nocumento al paese ed alla causa che propugnava. Quindi respinse la proposta di un alto personaggio della vendita di Forlí, fattagli, sui primordi della restaurazione, sotto l'aspetto di atto patriottico, ma che tendeva, come bene egli s'accorse, a favorire l'interesse della propria città a danno della nostra per la preminenza della Romagna. Era una vittima che il Forlivese voleva pel proprio altare. Si sa che gli offerse un cartoccio di monete d'oro per la esecuzione della proposta; ma il Garavini lo rigettò con sdegno, nell'istante che aveva dato da vendere due cavalletti di ferro per sopperire ad alcune urgenti provviste di casa: ciò che mostra sempre piú la nobiltà del suo animo. Un'altra volta egli fu eccitato a prender parte ad una congiura diretta a far soccombere il Legato della provincia, mediante una macchina infernale da porsi sotto la di lui carrozza. Il momento ed il luogo erano già scelti con molto avvedimento, la macchina stava in pronto e doveva scoppiare quando la carrozza movevasi. Ma il Garavini impedí che si effettuasse il disegno, facendo conoscere a chi l'aveva concepito, che atterrando l'uomo si reca non utile, ma danno al principio che si vuol far prevalere...». Scoppiata la rivoluzione del '31, il Garavini, valido ancora di forze e fresco di spirito, riprese le armi e fece parte come quartiermastro della colonna mobile ravennate che partecipò ai fatti di S. Leo, di Ancona e di Rieti; e spento quel moto, fu compreso nell'amnistia, sebbene negli anni di poi la polizia non cessasse mai di molestarlo. Nel 1848 fu uno dei presidenti del Circolo popolare e nel periodo repubblicano del '49 fu il vero idolo del popolo ravennate, che vedeva personificate in lui le tradizioni democratiche di piú generazioni. Restaurato di nuovo il Governo pontificio, il Garavini, che frattanto era stato eletto primo massaro della Casa Matha, diè tutta l'operosità sua all'amministrazione di quell'antichissimo istituto e «con animo ardito e costante i diritti della Società difese e rivendicò»: cosí attesta l'epigrafe inscritta sotto il suo busto scolpito da Enrico Pazzi nella residenza sociale. Morí il Garavini nel 1855, durante l'epidemia colerica, e la sua morte fu lutto dell'intiera città.

VII. La dimostrazione politica, cui fu occasione la serata della celebre cantante Rosa Morandi (morta nel 1824, cfr. Regli, Dizionario biografico dei piú celebri poeti ed artisti melodrammatici, Torino, 1860, p. 345) nel Teatro comunale di Ravenna, fu l'11 luglio 1820; e c'è a stampa una Raccolta delle composizioni poetiche pubblicate in occasione della sera di benefizio della celebre virtuosa di canto signora Rosa Morandi prima attrice nel Teatro di Ravenna l'estate MDCCCXX (Ravenna, Roveri), dove sono rime di Paolo Costa, F. Mordani, I. Montanari e di piú altri in lode della Morandi e un programma descrittivo dei festeggiamenti straordinari (globi aereostatici, carriera di barberi, pioggia aurea al teatro, discesa di amorini e colombi, illuminazione a giorno per le vie, fuochi artificiali, ecc.) onde fu onorata.

IX. Nelle cit. Persecuzioni pol., p. 11, l'Uccellini aveva scritto: «Ravenna sin dall'istante che i Carbonari fecero un ultimo sforzo fuor di tempo sulle rive della Dora, aveva per legato il cardinal Rusconi, vescovo d'Imola, chiamato per derisione il cardinal Coccardina. Costui fu l'esecutore degli ordini esosi, emanati dalla Corte romana contra i liberali della provincia a lui soggetta. Le vessazioni s'iniziarono la notte del 13 luglio 1821. Orde di fanatici carabinieri, divise in diversi drappelli, guidati da quegli stessi sgherri che nell'anno addietro avevano bevuto coi patrioti alla salute d'Italia, invasero di notte ad ora avanzata le case dei pacifici cittadini, di quelli notati nel libro dei reprobi o registro dei sospetti. Dove gli sgherri penetravano era un guasto, una ruina, una desolazione. I mobili che non si potevano di subito aprire per investigare ciò che racchiudevano, venivano messi in pezzi: gli stramazzi, i pagliacci, gli origlieri, squarciati colle sciabole e minutamente frugati. Ed intanto altri sgherri si gettavano sulle persone da arrestare, le ammanettavano strettamente alla presenza degli esseri i piú cari al suo cuore; e per accrescerne lo strazio le maltrattavano orribilmente, onde le urla, i gemiti, i pianti echeggiavano d'ogni intorno. La rabbia fu maggiore contro gl'individui di una compagnia di cacciatori, denominata degli Americani, fattasi invisa al Governo per una cavalcata eseguita nel carnevale antecedente con tuniche e berrette rosse. Che dire di tale avversione? che i preti, i quali distinguono col color rosso i piú alti dignitari del lor rango, non vogliono che si adotti in cosa profana; perché si riputarono rei di leso Papato quelli che alla cavalcata appartenevano, e quasi tutti furono colpiti di arresto. Gli arrestati vennero in parte trascinati in lontane carceri, rinchiusi o per meglio dire seppelliti in orride segrete, in parte scacciati dal suolo natío ed in perpetuo condannati all'esiglio. Molte famiglie furono cosí travolte nella miseria e negli affanni; e non pochi giovani bene avviati nelle arti o nelle utili discipline, si videro astretti, rimasti privi dell'aiuto de' congiunti, di ritirarsi dall'intrapresa carriera con sommo danno proprio, de' suoi e del paese. E chi può narrare in dettaglio tutti i mali che allora s'inflissero alle Romagne? L'odio contro la tirannide clericale non ebbe piú freno, s'infiltrò anche dove non era mai penetrato, ed estendendosi diede facil modo di riempire nella fila del Carbonarismo il vacuo avvenutovi per le sofferte persecuzioni. Allora nel rannodarle si presero migliori cautele, e si risolse di non dare piú ascolto alle insinuazioni dei moderati, che tanto nocquero alla causa dell'indipendenza, coll'aver impedito che si assalissero gli Austriaci nel loro passaggio per Napoli. — Non val meglio morire, esclamavasi, con un'arma in mano, che marcire in un fondo di carcere, o morire soffocato dal duro ed amaro pane dell'esiglio?»

Antonio Rusconi, nato in Cento nel 1743, fatto cardinale e vescovo di Imola da Pio VII l'8 marzo 1816, fu Legato di Ravenna dal 1820 al 1822, poi tornò al governo spirituale della sua diocesi, dove morí nel 1825.

XI. Agostino Rivarola, nato a Genova nel 1758 e morto in Roma nel 1842, governatore di Roma nel 1814 e prefetto della Congregazione del Buongoverno, promosso cardinale diacono di S. Agata alla Suburra da Pio VII il 1º ottobre 1817, fu fatto legato a latere della città e provincia di Ravenna, con breve 4 maggio 1824, nel quale si legge: «... frattanto, per le circostanze delle cose della sopradetta provincia, e per un enorme delitto stato commesso da non molti giorni, .... sembrando del tutto necessario alla testa di detta provincia la presenza di qualche persona decorata di dignità cardinalizia, e dotata di destrezza, ingegno e prudenza nel governare, onde possa coll'aiuto delle facoltà che Noi Le accordiamo, provvedere alla sicurezza e alla tutela degli abitanti della provincia, adoperando validi mezzi...» Il Rivarola, giunto a Ravenna il giorno 11 maggio, emanò subito i provvedimenti piú restrittivi della libertà personale; i quali si possono leggere nella ormai rara Raccolta di tutti gli editti, notificazioni, avvisi ed altro pubblicati dalla Legazione, Arcivescovato, Magistratura, ec. di Ravenna dalli 10 maggio a tutto dicembre 1824 (Ravenna, stamp. Roveri, in-8º, pp. 132). Ivi si ha (pp. 10-15)) l'editto generale del Rivarola del 19 maggio 1824, che reca al § 9 la seguente prescrizione: «Le Città, Terre e Luoghi murati della Legazione sono tutti piú o meno illuminati, ma non quanto basta per la vigilanza ch'esigono: perciò ordiniamo e comandiamo che alla mezz'ora e di notte tutti individualmente, nessuno eccettuato, portino il lume, sotto pena di essere tenuti per sospetti, ed arrestati, e ritenuti a nostra disposizione.» — Il delitto cui accennava il papa nel breve di nomina, era l'assassinio accaduto il 5 aprile 1824 del conte Domenico Matteucci, direttore provinciale della polizia di Ravenna; su che si veda la nota al cap. XX. La chiusura delle bettole (non tutte, ma quelle sole «conosciute in Ravenna e Provincia sotto il nome di bettola a comodo, ch'è quanto dire a trattenimenti di scioperatezza ed intemperanza») fu ordinata con editto 12 luglio 1826 (Raccolta cit., p. 43-45).

Riguardo alle missioni, accennate dall'Uccellini, esse furono annunziate per 10 giorni, a cominciare dal 24 luglio 1824, con una notificazione dell'arcivescovo Antonio Codronchi, che le definiva «apostoliche fatiche dei fervorosi operai, chiamati dall'ottimo e saggio Principe che ci governa» (Racc. cit., p. 51); e seguí il 22 luglio un'altra notificazione del legato Rivarola (Racc., p. 53-55), che per assicurare la felice riuscita delle missioni prescriveva la sospensione di ogni pubblico spettacolo, la vigilanza della pubblica forza, la chiusura delle botteghe di qualunque specie e il divieto di lasciar entrare in chiesa i cani! Del resto chi volesse saperne di piú veda il breve e succoso scritto dell'Uccellini, I missionari del 1824 e l'Arcivescovo Codronchi nel Diario Ravennate per l'a. 1879 (Ravenna, tip. Alighieri, 1878, pp. 30-33), dove sono anche i Ricordi ironici che i missionari divulgarono a scherno dell'onorando prelato.

XII. Del modo onde furono condotti questi processi l'Uccellini scrisse anche nelle citate Persecuzioni pol., pagine 12-13, e con maggiori particolari che non siano quelli dati da L. C. Farini, Lo Stato romano dall'a. 1815 al 1850, libro I, cap. II, da F. A. Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani, vol. I, capp. II e XVI e da C. Tivaroni, L'Italia durante il dominio austriaco, vol. II, pp. 153 e segg. È opportuno pertanto riferirne il tratto principale: «Intanto che la Carboneria riattivavasi, s'iniziavano i processi ai detenuti cogli elementi forniti dalle liste dei sospetti, compilate a capriccio dai devoti del Papato; dalle indicazioni raccolte dai birri sulla condotta degl'imputati; da alcune denunzie di malevoli, suggerite spesso da spirito di vendetta o da altro perverso intento; tutti elementi respinti dalle sane massime della giustizia, quando non sono avvalorati da prove; ma di prove il Governo non faceva mai incetta nelle pendenze politiche: accusa e pena, ecco i due estremi pei suoi giudizi. Ciò posto, il modo di regolare i processi si trasse interamente dalle norme del Santo Offizio, e furono queste: torturare l'imputato con cibi scarsi e cattivi, con ferri, con carceri strette ed insalubri; poi sottoporlo ad esame; fargli travedere un miglioramento se addiveniva a confessioni; dargli a credere che già altri ne avevano emesse, onde si distogliesse da una insistenza inutile; porre in opera il direttore di spirito, o cappellano di carcere, se il primo tentativo rimaneva sterile; creare col di lui mezzo lettere di congiunti i piú prossimi, nelle quali si annunziassero gravi disgrazie, reclamanti la presenza del detenuto in famiglia; dargli a sperare l'uscita di carcere ed altri benefici, se si arrendeva; mostrargli il danno degli anatemi, in cui era incorso, ed assicurarlo dell'assoluzione per la salute dell'anima; temperare i rigori, se dava segno di piegarsi; porgergli ogni sorta di conforto se cedeva, ma in guisa che ciò fosse visibile agli altri detenuti, onde perderlo nella stima dei pertinaci e farlo servire d'eccitamento agli incerti; accrescere la tortura, se non si riusciva a domarlo. Un altro raggiro praticavasi dal Giudice istruttore, quando l'imputato gli compariva innanzi pei debiti costituti. Dopo alcune interrogazioni egli usciva, come per soddisfare ad un bisogno corporale, e lasciava nel suo posto il sostituto. Costui alzavasi tosto con affettata premura; chiudeva con cautela l'uscio, ed accostatosi al prevenuto, si protestava liberalissimo; anzi dichiaravasi esso pure carbonaro; dava i segni e le parole di convenzione; asseriva di prestar servizio alla tirannide a solo scopo di giovare a quelli che colpiva; si offriva pronto a recare al di fuori lettere ed incarichi ed esibivasi di dar l'occorrente per iscrivere. In carcere pure s'introduceva presso l'inquisito un liberale del genere del sostituto, che con accortezza cercava di ricavare quanto al Governo premeva di sapere....»

Documento insigne di questi processi e preziosa fonte di notizie per la storia del patriotismo romagnolo, è la famosa sentenza del cardinale Rivarola, 31 agosto 1825, la quale, poiché ormai è piú agevole citarla che leggerla, riproduco qui dalla stampa originale: SENTENZA | PRONUNCIATA | da Sua Eminenza Reverendissima | IL SIGNOR | CARDINALE AGOSTINO RIVAROLA | LEGATO A LATERE | DELLA CITTÀ E PROVINCIA DI RAVENNA | Il Giorno 31 Agosto 1825. | SUGLI AFFARI POLITICI (Ravenna, Antonio Roveri e figli, in-4º gr. di pp. 29); la riproduco fedelmente quanto alla dicitura, salvo che i molti nomi dei condannati (perché se ne sappia finalmente la cifra esatta) segno con numeri progressivi e dispongo testo e nomi e punteggiatura in modo da agevolare la retta intelligenza del documento:

SENTENZA

Oggi 31. Agosto 1825.

Noi AGOSTINO di Sant'Agata alla Subburra, della S. R. Chiesa Diacono Cardinale RIVAROLA, della Città e Provincia di Ravenna Legato a Latere.

Nelle Cause che vertono tra il Fisco e gl'Individui qui sotto descritti, Carcerati, Contumaci o Assenti, Prevenuti di Congiura contro lo Stato e di altri delitti; proposte e discusse avanti di Noi nella qualità di Giudice per la definizione delle Cause stesse nelle quattro Legazioni e Delegazione d'Urbino e Pesaro, con special Breve straordinariamente delegato dalla Santità di Nostro Signore PAPA LEONE XII felicemente Regnante.

Pro Tribunali sedendo, Invocato il Santissimo Nome di Dio, ed avuta la sola Giustizia innanzi degli occhi, in virtú delle facoltà come sopra compartiteci, e sentito il parere dei quattro Signori Giudici da Noi scelti a comporre la Nostra Politico-Economico-Consultiva Congregazione,

Abbiamo emanato ed emaniamo il seguente Giudicato.

Letti e maturamente ponderati li Processi tutti della presente Causa, inclusivamente agli Atti contumaciali per vari dei Prevenuti prescritti ed eseguiti,

Letto il Ristretto di ciascheduno Imputato sui titoli di Delitto particolarmente a ciascuno di essi imputati,

Esaminate le eccezioni a propria discolpa da essi addotte, ed i documenti per loro parte fattici esibire,

Visti gli Editti di Segreteria di Stato 4 Gennaio 1739, 15 Agosto 1814, 11 detto mese 1815, 10 Agosto 1821 ed i Bandi Generali in osservanza nelle Provincie suddette, non che le Leggi Julia Maiest. e Cornel., ff. de Sicar.,

Avuto riguardo alle Canoniche prescrizioni e consuetudini dei Tribunali dello Stato, nel giudizio di cui si tratta:

RITENUTO che costa pienamente dal Processo l'esistenza della Società Massonica nei Dominii Pontificii, infausto retaggio del cessato Regime, e che varie altre Unioni segrete dalle leggi egualmente proscritte, conosciute sotto la denominazione dei Guelfi, Adelfi, Maestri-Perfetti, Latinisti sin dall'anno 1815 si aggiravano in diversi punti dei Domini medesimi, ma specialmente annidassero in piú città e luoghi delle Legazioni, associando ai vessilli della Rivoluzione alcuni incauti abitanti delle medesime; che a queste Unioni susseguisse poscia quella dei Carbonari, la quale erettasi in grado di Superiorità sulle altre, concentrò a sé i loro piani ed i loro proseliti, e dopo avere attentato nel 1817 alla pubblica tranquillità nelle Marche, dirigendo principalmente le sue operazioni dalle Romagne, attese con ogni studio a propagare le sue massime distruggitrici dell'Ordine, e ad accrescer partito e seguaci in altre città e terre dello Stato colla diramazione dell'altre ad essa subalterne Unioni denominate della Turba, della Siberia, dei Fratelli-Artisti, del Dovere, Difensori della Patria, Figli di Marte, Ermolaisti, Massoni-Riformati, Bersaglieri, Americani, Illuminati, le quali Unioni ebbero principalmente occulta sede nelle quattro città di Cesena, Forlí, Faenza e Ravenna ripartite in Consigli, in Vendite, in Sezioni, in Squadre;

RITENUTO che tutte le suddette Società miravano allo sconvolgimento dell'Ordine Sociale e d'ogni buona Istituzione per sagrificar tutto all'ambizione, alla vendetta, alla rapina, allo spoglio, all'immoralità d'ogni specie ed all'irreligione, e però a questo fine rivolte, e profittando esse dei sconvolgimenti per opera dei Carbonari di Napoli e del Piemonte suscitati nel 1820 e 1821 in quelle due estreme parti d'Italia, impresero ad organizzare una Congiura contro lo Stato, per insorgere quindi all'opportunità in una generale rivolta, valendosi a tal uopo dei mezzi derivanti dalla Carboneria che solo intende al rovesciamento dei Legittimi Governi; che fu difatti questa Congiura portata al conato piú prossimo, mediante gli accordi presi tra i principali Settari Romagnoli, i quali furono il risultamento di piú Congressi tenuti da loro sul declinare del 1820 con principiare dal 1821 a Cesena, a Faenza, a Forlí ed in un Casino di campagna del Conte Ruggero Gambi di Ravenna, e tutto avevano curato di predisporre allo scoppio di una rivolta: avevan essi a tale oggetto fatto ogni studio e diligenza onde aumentare in tutti i luoghi delle Legazioni il numero dei congiurati con frequenti associazioni alle Società d'individui di ogni classe e condizione, che in quelle provincie rapidamente l'una all'altra succedevansi; né si ommise d'imporre tasse pagabili da ciascun settario onde provvedere ai bisogni sociali, e furono designati appositi Cassieri a riscuoterle; erano già stati sedotti vari Impiegati addetti agli Officii del Governo, e piú individui nelle Milizie attive del medesimo avevan prevaricato; le nuove cariche civili, militari ed amministrative eransi assegnate; stampati proclami incendiari; pronunciato sul piano di rivolta; per ben due volte fissato il giorno agli orrori dell'anarchia; avvisati i Settari tutti onde fossero pronti allo scoppiare della Rivoluzione stoltamente progettata e preparata; distribuite loro armi e munizioni in antecedenza apprestate; decretato il rubamento e la manumissione delle pubbliche Casse, l'eccidio delle piú oneste persone, e approntato quant'altro agevolar potesse l'esecuzione dell'immaginata rivolta; e se queste disposizioni non sortirono il loro pieno effetto, ciò fu solo per circostanze del tutto estranee all'intenzioni dei Congiurati, che nello zelo e fedeltà dei buoni Sudditi ben dovettero scorgere un invincibile ostacolo ai pravi loro disegni;

RITENUTO che costa pure che come mezzi preparatorii all'esposto fine, onde alienare lo spirito pubblico dal suo legittimo Governo, piú fogli anonimi periodici insultanti la dignità e giustizia del medesimo, o de' suoi Rappresentanti, si fecero circolare per le Romagne e specialmente nella città di Forlí; che piú tumulti anche con resistenza alla pubblica forza, piú complotti e conventicole di faziosi, piú insulti e minaccie con scritti e fatti, vari ferimenti, omicidi o appensati o proditorii caduti a danno di onesti cittadini si riprodussero in quegli anni malaugurati in piú luoghi delle Legazioni, o in odio di parte o per fatto dei Settari, volti col loro criminoso procedere ad allontanare ogni ostacolo, tentando di sgomentare i buoni con misteriosi delitti nella quasi certezza di rimanere impuniti per lo spavento dei loro pugnali e per le coartate artificiosamente preordinate o prima o dopo il fatto col favore dei loro aderenti; che tutte le cose in fatto, come sopra eseguite e dedotte, oltre i fatti notorii, la pubblica voce ed opinione, le deposizioni testimoniali, l'esistenza di piú corpi di delitto, gl'indizi e legali congetture, sono pure constatate in Processo da piú rivelamenti spontanei di Individui appartenenti alle stesse Segrete Unioni, dall'Impunità di altri di essi e dalle Confessioni in caput prop. d'irreflessibile numero di correi, e tra questi di vari Capi congiurati, giuridicamente negli atti ricevute in diversi luoghi e tempi, ma concordi tra loro e simultaneamente verificate;

RITENUTO poi che il Conte Giacomo Laderchi di Faenza, già Vice-Prefetto sotto il cessato Regime Italico, Carcerato, si è reso in cap. prop. confesso di pertinenza in gradi elevati a piú Sètte, ed in particolare alla Guelfia, alla Massonica ed a quella dei Carbonari; di avere procurato e fatto in effetto eseguire la propagazione delle medesime nelle Legazioni, operando in concorso di altri principali Settari che fosse stabilito a Faenza un Consiglio Guelfo ed una Vendita Carbonica e susseguentemente che si riaprissero anche le Loggie e Templi Massonici; di essere intervenuto e di avere assistito a piú Recezioni massoniche e carboniche, a piú Adunanze e Congressi di congiurati a Faenza nella propria sua abitazione ed in quella dei consettari Giuseppe Benedetti e Carlo Villa, a Cesena nella casa dell'ex ufficiale Sante Montesi e nel Casino di Luigi Bassetti, a Forlí in casa del conte Orselli e di Scipione Casali e nel Casino di campagna del conte Ruggero Gamba di Ravenna per discutere sui piani della rivolta e stabilire il giorno alla esplosione della medesima; di avere assunto il grado di uno dei quattro Membri del cosí detto Consiglio Superiore Carbonico nelle Romagne insieme al nominato conte Orselli, a Vincenzo Gallina di Ravenna, a Mauro Zamboni di Cesena; di essersi mantenuto in stretta relazione con tutti i principali Settari delle Legazioni e con vari altri anche di estero Stato; confessione che in seguito maliziosamente tentò di ritrattare, senza però addurre o giustificare alcuna causa di errore, rimanendo invece una tal confessione pienamente verificata dal concorso di legali prove, indizi e congetture ed in particolare da piú manifestazioni spontanee di piú Consettari e dall'incolpazione di vari altri di essi ammessi al beneficio dell'Impunità ed infine dalle confessioni in capo proprio di piú correi e capi della Sètta e congiura sostanzialmente verificate;

che Onofrio sedicente Luigi Zuboli nativo di Ravenna, già fornitore carcerario a Bologna, ora domiciliato a Forlí, carcerato, è convinto della stessa pertinenza in grado superiore a piú segrete Società, ma particolarmente alla Carboneria e Massoneria; di avere cooperato alla propagazione in Bologna della prima ed alla riforma della seconda, facendo che si riaprissero anche in quella città i Templi Massonici; di avere tenuto una corrispondenza colle principali Vendite Carboniche delle Romagne e con altri Capi Carbonari delle Legazioni per l'effetto della rivolta; d'intervento a piú Unioni e Congressi con altri Carbonari a Bologna e Forlí per l'effetto stesso; di aver dato accesso e comodo per le riunioni stesse nella propria abitazione; di avere nel tempo della guerra tra i Costituzionali di Napoli e gli Eserciti Imperiali eccitati i Carbonari delle Romagne perché irrompessero in una generale rivolta contro il legittimo Governo, promettendo ai medesimi l'appoggio dei settari bolognesi, dei quali egli spacciavasi alla testa;

che Gaetano del fu Giovanni Baldi di Faenza, ufficiale pensionato della disciolta Armata italiana, carcerato, rimase convinto di appartenere anch'egli alla Carboneria ed all'altra Unione degl'Illuminati, essendo segretario della Vendita; di piena intelligenza e cooperazione con gli altri soci nei propositi e piani di congiura; d'intervento a piú recezioni settarie seguite nel 1820 e 1821 a Faenza; di direzione nei complotti e conventicole notturne dei faziosi di quella città; urgentemente indiziato di correità nell'omicidio premeditato seguito in odio di partiti a Faenza per fatto di una conventicola armata di faziosi sulla pubblica strada del Corso la sera del 29 decembre 1820 mediante esplosione di piú armi da fuoco, a danno del vetturino Sante Bertazzoli detto Santetto della Posta;

che Vincenzo Succi, negoziante di Faenza, contumace, convinto Carbonaro, di aver dopo gli arresti ed esili del luglio 1821 seguiti a Faenza di piú Carbonari, occupato il grado di Reggente, conservando presso di sé li Statuti, arredi ed Emblemi Carbonici, nel qual grado mantenne continuamente viva l'effervescenza ed il partito, ascrivendo nuovi proseliti alla Sètta; di avere nella qualifica stessa mandato l'omicidio di Francesco Gamberini, figlio del già Gonfaloniere di Castel Bolognese per esser questi in voce presso i settari d'essersi ritirato dalla società; e questo omicidio fu consumato nella anzidetta terra di Castel Bolognese nella casa del medesimo Gamberini, con qualità anche di prodizione, per opera del settario contumace Pietro Barbieri la sera del 2 aprile 1822 mediante esplosione d'arme da fuoco;

che il nominato Pietro Barbieri soprachiamato Civilino di Castel Bolognese, scrittore e musicante, contumace, oltre esser convinto di appartenere alla Sètta, è provato che istigasse non senza effetto piú individui acciocché si ascrivessero alla medesima, che assistesse a varie recezioni, che avesse piena conoscenza e che cooperasse alla congiura, non che di aver mantenuta stretta relazione con i principali settari di Faenza, è rimasto anche gravato in complicità dell'altro settario contumace Marco Pezzi di appensata esplosione notturna d'arme da fuoco per spirito di parte contro il custode carcerario di quella terra Giuseppe Gentilini; è convinto qual autore principale dell'omicidio proditorio di Francesco Gamberini; indiziato anche gravemente di complicità nell'avvelenamento di alcuni biscottini fatti appositamente preparare nel caffè detto della Speranza di Faenza e da lui col mezzo di altro settario propinati all'ucciso la stessa sera poco prima dell'avvenuto omicidio;

che contro Battista Franceschelli detto Carrozza, causidico di Castel Bolognese, carcerato, risulta provata la sua pertinenza alla Sètta degl'Illuminati; di esser con effetto stato causa che altri si ascrivessero alla medesima, assistendo alla loro recezioni; di mantenuta relazione con i principali Carbonari di Faenza e di altri luoghi delle Legazioni; gravato pure di complicità nell'esimizione dalle mani della forza dei carabinieri dei consettarii Giuseppe Budini e Marco Pezzi arrestati nel luglio 1821, e finalmente convinto di correità nel citato omicidio Gamberini essendo risultato dal processo uno dei principali istigatori ed accaloratori del medesimo; gravemente anche indiziato d'aver provveduto una certa quantità d'oppio col quale furono attossicati gl'indicati biscottini che come si è detto furono apprestati all'ucciso;

che Francesco Garaffoni soprachiamato Barchetta di Cesena, contumace, dalla concorrenza di tutte le prove ed indizi cumulati in processo a suo carico, rimase convinto qual autore dell'omicidio, colle gravanti qualità di mandato, avvenuto in odio di parte la sera del primo aprile 1822 a Cesena mediante colpo di stile a danno del cavaliere Don Angelo Bandi, per il qual delitto si rese immediatamente fuggiasco e si mantiene tuttora contumace; indiziato anche gravemente di appartenere alle Società degli Ermolaisti, che esisteva in quella città;

abbiamo perciò condannato e condanniamo i nominati 1. conte Giacomo Laderchi; 2. Onofrio Luigi Zubboli; 3. Gaetano Baldi; 4. Vincenzo Succi; 5. Pietro Barbieri; 6. Battista Franceschelli; 7. Francesco Garaffoni, come rei di alto tradimento o di altri delitti capitali alla pena dell'ULTIMO SUPPLIZIO.

Abbiamo inoltre dichiarato e dichiariamo come convinti settari e gravati di complicità nel delitto di congiura i seguenti individui; ma in vista di una piú o meno diretta ed efficace cooperazione nel medesimo e di una qualche circostanza piú o meno attenuante condanniamo i medesimi, cioè: 8. Pier Maria Caporali del morto Luigi, di Cesena, possidente, confesso di essere stato Visibile nella Sètta dei Carbonari, istitutore dell'altra segreta Società dei Fratelli-artisti e del Dovere, di aver mantenuta una stretta relazione con tutti i principali capi Carbonari delle Legazioni, di essere intervenuto al congresso tenuto a Cesena nell'agosto 1820 dai membri del Comitato centrale per trattare i piani di rivolta; 9. conte Odoardo Fabbri possidente, di Cesena, gravato ancora come uno dei principali autori di libello e calunnia a pregiudizio della giustizia e pubblica estimazione dei primi magistrati della provincia di Forlí, accusando questi, per giovare alla causa di piú detenuti settarii, di avere con false imputazioni a loro carico le politiche misure di arresto del 10 luglio 1821, del qual delitto si rese confesso limpidamente il correo Pietro Magnani di Ravenna, palesando che ad istigazione del prevenuto conte e da lui lusingato della sua mediazione per essere liberato dal carcere, ov'era condannato per titoli di truffa, trascrivesse piú fogli contenenti fatti inventati e calunniosi diretti a dimostrare l'ingiustizia degli arresti e la loro provocazione con dette imputazioni, quali fogli ricevuti dal prevenuto furono da lui diretti alla Segreteria di Stato; ricevimento e direzione nemmeno da esso impugnata, avendo di piú confessato di averli accompagnati al Supremo Dicastero con suo particolare scritto di alcune osservazioni onde fossero da quello vieppiú valutati; confessione rimasta verificata coll'altra del correo Magnani, coll'esistenza negli atti dei detti scritti riconosciuti legalmente ed identificati dagli autori de' medesimi, coll'insussistenza dei fatti in essi fogli contenuti e con altri indizi e legali risultanze, che assicurano della sua colpabilità, anche per questo titolo; 10. dottor Luigi Montallegri del fu Giovanni, di Faenza, medico militare reduce dalle disciolte armate d'Italia, pensionato; 11. Francesco Torricelli del fu Giovanni, possidente, di Meldola, gravato ancora di aver favorito in corrispondenza con settari di estero dominio la fuga dallo Stato di piú soci rei di piú atroci delitti col mezzo di falsi passaporti, uno dei quali venne ad esso perquisito nell'atto del suo arresto; sospetto inoltre di mandato nell'omicidio del suo germano Filippo Torricelli seguito a Meldola la sera 11 marzo 1823; 12. Carlo del fu Matteo Balboni di Faenza, domiciliato a Forlí, ufficiale reduce in pensione; 13. cavalier Sante Montesi di Cesena, ufficiale reduce in pensione; tutti carcerati; alla detenzione in perpetuo in un Forte dello Stato.

14. Ruggero conte Gambi di Ravenna, del vivente Paolo, possidente; 15. Mauro Zamboni del morto Ferrante, possidente, di Cesena; 16. Luigi del fu Cesare Petrucci di Forlí, avvocato, contro del quale non mancano pure negli atti gravi sospetti che all'epoca ch'era egli Reggente della Vendita Carbonica a Forlí venisse da questa ordinato l'omicidio del banchiere Manzoni; 17. Giovanni del fu Domenico Gurioli di Forlí; negoziante, carcerati; 18. Luigi Bassetti di Teodorano, possidente, dimorante a Cesena, contumace; 19. Giovanni del fu Carlo Ghiselli di Forlí, locandiere; 20. Ermenegildo di Luigi Perlini di Cesena, archibugiere; 21. Antonio del fu Alberto Croci di Meldola, avvocato, dimorante a Forlí; 22. Antonio del vivente Pietro Gherardini, detto Buracina, di Ravenna, oste; 23. Girolamo Deny, nativo di Grenoble, in Francia, arruotino, domiciliato a Ravenna, gravato anche di aver provvisto armi, ed arruolati quantità di stili per gli Americani di Ravenna, del qual delitto si rese qualificatamente confesso; 24. Giovanni del vivente Domenico Barduzzi di Brisighella, postiere di lettere, gravato di enormi bestemmie, di sediziosi discorsi contro il Governo ed insultanti sproloqui contro l'Augusta Persona del Capo Visibile della Chiesa; 25. Mariano del vivente Domenico Savini, detto l'Oste delle Chiavi, di Faenza, gravemente sospetto ancora nel già ricordato omicidio del vetturino Sante Bertazzoli; 26. Gaetano conte Benati del fu Domenico, di Bologna, possidente, oltre essere Reggente di una Vendita Carbonica in quella città, gravemente indiziato ancora complice nel ferimento qualificato seguito per opera di alcuni settari nella città suddetta la sera 28 marzo 1821 a danno del cavaliere Giacomo Greppi; tutti carcerati; alla detenzione in un Forte come sopra per anni venti.

27. Camillo conte Laderchi del vivente Giacomo, di Faenza, confesso di pertinenza alla Carboneria e Massoneria ed alla Società degli Illuminati, essendo stato di questa ultima anche Maestro, e di relazione e corrispondenza cogli altri settari delle Legazioni; confessione da lui poscia tentata di revocare, senza però addurre o giustificare alcuna causa di errore, essendo invece questa stata a suo carico verificata dal complesso delle risultanze processuali ed in particolare da piú confessioni di altri correi; 28. Francesco del fu Giovanni Pasotti d'Imola, ufficiale reduce pensionato; 29. Giuseppe Budini del fu Domenico, detto Zampetta, di Castel Bolognese; 30. Sebastiano Montallegri del fu Giovanni, di Faenza, ufficiale reduce in pensione; 51. Domenico del fu Giovanni Garavini, detto Mingone, di Castel Bolognese, fornaro, indiziato ancora di complicità nell'omicidio di Francesco Gamberini suddetto; 32. Andrea del vivente Sebastiano Baroncelli di Faenza, ex gendarme del cessato regime; 33. Teodoro del vivente Domenico Tabanelli, oste e pizzicagnolo, di Faenza; 34. Battista Tabanelli, germano del precedentemente nominato, di Faenza, gravemente ancora sospetto di complicità nell'omicidio del nominato vetturino Bertazzoli; 35. Francesco del vivente Marco Baldassarri, detto Chiccoia, di Faenza, gravemente indiziato ancora di avere accettato da alcuni settari il mandato per uccidere un pubblico funzionario di Castel Bolognese, sospeso poi per fini particolari dal Reggente della Società; 36. Giacomo del fu Domenico Batuzzi di Ravenna, possidente; 37. Giacomo del fu Vincenzo Ravaioli, possidente, di Forlí, maestro di scherma, tutti carcerati; 38. Domenico Profili di Faenza, detto Mingone, caffettiere della Speranza, contumace; alla detenzione come sopra per anni quindici.

39. Antonio Biancucci di Meldola, possidente; 40. Francesco di Giovanni Zoli di Forlí, possidente; 41. Pietro del fu Anacleto Raboni di Casumaro, domiciliato a Bologna; 42. Pier Paolo del fu Giovanni Pasquali di Forlí, medico; 43. Massimino Morosi del vivo Carlo, di S. Laudecio, avvocato: 44. Paolo Perlini del vivente Ermenegildo, di Cesena, pittore; 45. Vincenzo del fu Battista Zoli di Forlí, possidente; 46. Domenico del fu Giuseppe Monti, maniscalco di Faenza: 47. Antonio Carpegiani, sopradetto Faro, del fu Cristoforo, falegname, di Castel Bolognese; 48. Giovanni del fu Domenico Calura di Ravenna, fornaio; 49. Giovanni del vivente Pietro Bandini, detto della Pozza, di Faenza, canepino: 50. Giacomo del fu Girolamo Sangiorgi, sopra chiamato dei Boschi, di Faenza, oste; 51. Bartolomeo del vivente Francesco Venturi di Faenza, mugnaio; 52. Vincenzo del fu Pietro Gamberini di Ravenna, possidente; 53. Giuseppe del fu Francesco Boesmi di Faenza, falegname; 54. Domenico del fu Giovanni Maioli, detto Bargamino, di Ravenna, oste; 55. Gaetano del fu Domenico Mazzesi, detto Babalotto, locandiere, di Ravenna, ambedue questi ultimi gravemente indiziati ancora di doloso confugio ed occultazione alle indagini della Giustizia dell'autore del ferimento del già ricordato cavaliere Giovanni Greppi di Bologna; 56. Lorenzo del fu Matteo Zuccadelli di Ravenna, scavapozzi; 57. Giovanni del fu Domenico Bassi, detto Giuracco, macellaio, di Ravenna; 58. Romualdo del fu Domenico Cavalieri, bottaro, di Ravenna; 59. Giuseppe del fu Lazzaro Magni di Forlí, domiciliato a Bologna, prevenuto ancora di complicità nel ferimento Greppi; tutti carcerati; alla detenzione in un Forte come sopra per anni dieci; ordinando che rapporto al Magni per il titolo di complicità nel ferimento sia ritenuto come dimesso col precetto novis vel non novis.

60. Giuseppe Capra del morto Luigi, di Castel Bolognese, tintore, carcerato, alla detenzione in un Forte per anni sette.

61. Luigi Poletti del quondam Michele, di Modena, Custode sospeso delle carceri di Forlí, sospetto ancora di prestati favori a danno della Giustizia a piú detenuti settari commessi alla sua custodia; 62. Gabrielle del fu Luigi Spada, sensale, di Faenza, condannato anche per altro titolo in Imola; 63. Giuseppe Bertolotti Vigna, ufficiale reduce in pensione, di Bologna, imputato puranco di complicità nel suddetto ferimento Greppi, carcerato; alla detenzione in un Forte come sopra per anni cinque, dichiarando inoltre perpetuamente inabilitato il Poletti ad esercitare l'officio di Custode carcerario nello Stato e che rapporto al Bertolotti non costa della sua colpabilità per il titolo del ferimento suddetto.

Attese le loro pessime qualità e per essersi anche resi debitori piú e meno alla Giustizia e gravati per altri delitti, oltre i già accennati, in vece della detenzione in un Forte abbiamo condannato e condanniamo: 64. Giuseppe Toschi, detto il Rosso della Topa, del fu Antonio, muratore; 65. Giovanni di Giuseppe Morini, soprachiamato Morinino, sensale; 66. Pietro Tonducci del fu Nicola, detto il figlio di Sant'Orsola; di Faenza, carcerati, gravati di aver fatto parte delle conventicole notturne armate dei faziosi, che inquietarono nell'anno 1820 e 1821 quella città; urgentemente indiziati complici nelle ferite con appensamento seguite a Faenza a danno di Francesco Manini soprachiamato Baluga, per spirito di partito, la sera del venti maggio 1820, e nell'omicidio superiormente ricordato del vetturino Bertazzoli; diffamati nella pubblica opinione quai sicari della Sètta; risultando di piú dagli atti il nominato Morini non leggermente sospetto d'intelligenza e preordinazione nell'altro omicidio qualificato seguito in detta città la sera del 29 luglio 1820 a danno del Sacerdote Don Domenico Montevecchi, ed il Tonducci gravemente sospetto pure di aggressione e d'insidia a causa di partito contro piú individui della città di Faenza reputati di contraria opinione; 67. Giuseppe Marini di Faenza, impiegato al Canal Naviglio, contumace, gravato in processo di complicità nel proditorio omicidio del mentovato Francesco Gamberini, risultando dal complesso degli atti preordinatore ed accaloratore dell'omicidio medesimo e di essersi in specie piú volte egli recato a mezza strada di Faenza, ai cosí detti Stradoni di Lugo, nei giorni precedenti al delitto per trattare e predisporre il medesimo coll'uccisore Pietro Barbieri; 68. Giacomo Pediani, detto Sgrappagnello, di Castel Bolognese, falegname, già condannato per l'altro titolo di fuga qualificata dalla Rocca d'Imola, gravato pure della stessa intelligenza e preordinazione dello stesso omicidio Gamberini e di complicità nel tentato veneficio, di cui si è tenuto proposito parlando del condannato Barbieri; essendosi dalle circostanze processuali rilevato che egli giuocasse al Caffè di Castello coll'indicato Barbieri alcuni biscottini, onde frammischiarli fra quelli fabbricati a Faenza con sostanza venefica, per trarre in inganno l'ucciso; 69. Vincenzo Rossi, sopranominato Coltellaccio, di Forlí, caporale di finanza, contumace, gravato nella qualità di capo della Turba di Forlí di avere preso parte attiva nelle conventicole di faziosi e nei tumulti delle sere 3 e 19 marzo 1821 con insulti e resistenza alla pubblica forza; di fuga qualificata dal Forte di Pesaro avvenuta la notte cinque marzo 1822; e di essere non leggermente sospetto negli omicidi Lolli e del banchiere Manzoni di quella città; 70. Girolamo Bellenghi, detto il Mongo, del vivente Raffaello, di Faenza, archibugiere, carcerato, gravato di aver fatto parte qual fazioso nelle conventicole armate; di aver costrutto quantità di cartucce per la Sètta, avendone sottratte da circa trecento mazzi delle già preparate alle indagini della Giustizia nell'atto che praticavasi da questa una perquisizione; di attentati ed insidie alla vita di persone reputate di opposto partito; 71. Pietro di Giuseppe Berti, di Faenza, carcerato, gravato ancora di ferimento qualificato con pericolo di vita in pregiudizio di Giuseppe Numai di Forlí, dimorante allora a Faenza, seguito per spirito di parte in quella città la sera del 12 marzo 1821 mediante colpo di pistola; 72. Michele del fu Giovanni Antonioli di Cesena, impiegato a Forlí, contumace, gravato di complicità negl'indicati tumulti delle sere 3 e 19 marzo 1821; di avere attentato per spirito di parte alla vita di piú persone; convinto di duplice fuga qualificata dal Forte di Pesaro, ove era detenuto; 73. Giuseppe del fu Domenico Dassani, soprachiamato Fenina, rigattiere, di Forlí, carcerato, gravato ancora di aver fatto parte dei tumulti nelle ripetute sere 3 e 19 marzo 1821 e delle conventicole notturne armate, che, come piú volte si è detto, inquietavano anche la città di Forlí negli anni 1820 e 1821; di essersi pubblicamente appalesato per uno dei piú esaltati per la rivoluzione; 74. Bartolomeo del fu Giovanni Rondini, detto Balasso, di Forlí, locandiere, contumace, gravato anch'egli di avere avuto parte attiva nei citati tumulti delle sere 3 e 19 marzo, nell'ultimo de' quali si era fatto direttore della turba dei faziosi; di ritenzione di deposito d'armi per i settari; di qualificata evasione per ben due volte dal Forte di Pesaro; 75. Marco Pezzi, detto Marchino, di Castel Bolognese, senza mestiere, contumace, prevenuto ancora di esplosione d'armi da fuoco con appensamento, in complicità del contumace Pietro Barbieri, seguita la notte del 21 maggio 1821 in quella terra in odio di partito a danno del custode carcerario Vincenzo Gentilini; alla Galera in perpetuo.

76. Luigi Giulianini, detto il Matto Sarto, del fu Giuseppe, di Cesena, calzolaio, gravato di complicità nell'omicidio del ricordato cavalier Don Angelo Bandi di Cesena, alla stessa pena della Galera in perpetuo, e colla stretta custodia, attese le parziali gravanti circostanze a suo carico.

77. Cesare del fu Girolamo Berghinzoni, possidente, di Ravenna, gravemente indiziato ancora di preordinazione del qualificato omicidio accaduto a Ravenna pel solito spirito di parte nella sera degli 8 decembre 1820 sulla pubblica strada che conduce al Quartiere di S. Vitale a danno dell'in allora Comandante della Piazza, capitano Luigi Del Pinto; complicato in altri gravi delitti e pubblicamente diffamato per la sua pessima condotta; 78. Agostino Venturi, detto Longanesi, nativo di Russi, officiale reduce in pensione, contumace; 79. Antonio Morri di Faenza, possidente, contumace; 80. Gio. Battista Orioli del vivente Luigi, di Faenza, impiegato alle porte, carcerato; 81. Angelo del fu Paolo Baldini, sartore, di Faenza, carcerato; 82. Francesco del vivente Giuseppe Bettoli, detto Boldura, carcerato; 83. Giuseppe del fu Giacomo Rusconi, imbianchino, di Faenza; gravati tutti ancora di complicità nel piú volte ricordato omicidio qualificato del vetturino Sante Bertazzoli, e di aver fatto parte nelle conventicole armate dei faziosi, rimanendo a particolar carico del Rusconi succitato gravi sospetti di preventiva intelligenza nell'altro omicidio del Sacerdote Montevecchi; 84. Michele Bettoli di Faenza, del vivente Giuseppe, calzolaio, contumace, convinto di ferimento con premeditazione per spirito di parte contro il giovane Francesco Mamini, che assalí la sera del 20 maggio 1821 sussidiato da altri settari nella propria abitazione e precisamente nella camera ad uso di cucina, per il qual delitto si rese immediatamente fuggiasco, rimanendo tuttora contumace; gravemente indiziato di ferita semplice a danno di Domenico Lama e di attenti alla sicurezza di altri individui di quella città reputati di contrario partito; 85. Francesco Borghi, detto Chiccoia della Zucchina, merciaio, di Faenza, carcerato, convinto di aver fatto parte delle conventicole dei faziosi e di complicità nel predetto ferimento Mamini, come ausiliatore al principal feritore Michele Bettoli preaccennato; 86. Francesco del vivente Giovanni Mantellini, detto l'Appuntatore, di Faenza, carcerato, convinto ancora di ferimento qualificato con pericolo di vita seguito a Faenza la sera del 9 decembre 1820 in odio di partito a danno di Michele Ghirlandi di quella città; 87. Giosuè del fu Sebastiano Monti, faentino, calzolaio, carcerato, gravato di aver avuto parte attiva nelle conventicole dei faziosi; di ferite semplici a danno di Luigi Ravaioli; di complicità nell'aggressione ed attentato alla vita di una guardia di polizia la sera del 26 novembre 1820; non leggermente anche indiziato di correità nell'omicidio Bertazzoli; 88. Antonio di Lorenzo Severi di Forlí, computista; 89. Ciro del fu Pellegrino Bratti, di Forlí, falegname; 90. Giuseppe del fu Luigi Cantoni, di Forlí, ebanista; 91. Luigi di Natale Taraborelli, di Forlí, fattore di campagna; carcerati, gravati di aver fatto parte nelle conventicole armate e nei tumulti delle sere 3 e 19 marzo 1821, gravemente pregiudicato nella pubblica opinione per delitti, rimanendo inoltre a carico esclusivo del Taraborelli la complicità anche dell'altro tumulto insorto nel pubblico Teatro di quella città nell'autunno 1820; 92. Giuseppe di Ermenegildo Paolini, di Cesena, maestro di lingua francese, carcerato, convinto ancora di fuga qualificata dal Forte di Pesaro, che effettuò la notte del 5 marzo 1822, ed indiziato pure di aver procurate armi per i settari; alla pena della Galera per anni venti.

93. Antonio del fu Domenico Dessani di Forlí, oste, carcerato, convinto inoltre di doppia fuga qualificata dal Forte di Pesaro, ov'era egli custodito con altri detenuti politici; di delazione d'arme proibita, quo ad omnia; gravemente indiziato d'insulto a piú individui reputati di opposto partito; 94. Lattanzio del fu Domenico Ferali di Forlí, pettinaro, convinto di correità nel tumulto della sera 3 marzo 1821, sospetto anche in altri delitti; 95. Sebastiano Vignuzzi, detto Bastianino, fabbro ferraio, di Ravenna, condannato per proditorio ferimento a sette anni, convinto pure di fabbricazione di stili per la Sètta degli Americani di Ravenna, sospetto in altri gravi delitti; 96. Giuseppe del vivo Antonio Carrara di Cesena, cursore camerale, carcerato, gravato di complicità nel delitto di libello famoso in concorso del conte Odoardi Fabbri di Cesena, di cui precedentemente si è fatto menzione; alla Galera per anni quindici.

97. Giuseppe del vivente Gaetano Gardenghi, soprachiamato l'Imperator Superbo, di Faenza, sartore; 98. Natale di Sante Mattarelli, cuoco, di Faenza, 99. Francesco del fu Vincenzo Caldesi, spacciatore di sali e tabacchi, di Faenza, carcerati; gravati di aver presa parte attiva nelle conventicole e complotti dei faziosi; gravemente indiziati ancora nel tante volte mentovato omicidio del vetturino Bertazzoli; 100. Giovanni del vivente Luigi Carrara di Ravenna, carcerato, convinto inoltre di aggressione con stilo ed attentato alla vita del garzone di molino Pietro Morigi Strocchi a motivo che avesse questi sparlato degli Americani, del qual fatto si rese colpevole nella Quaresima 1821 di pieno giorno sulla strada detta di S. Mamante; 101. Carlo del vivente Tommaso Cappuccini di Forlí, senza mestiere, carcerato, indiziato gravemente anche nel ferimento a danno di Stefano Piolanti accaduto a Forlí la sera 14 marzo 1821 ed insulti ad altri individui in odio di partito; 102. Antonio di Luigi Assiari, maniscalco; 103. Luigi del fu Domenico Gambi, fattore di campagna; 104. Giuseppe del fu Francesco Assiari, pizzicagnolo; 105. Battista del vivente Giuseppe Savelli, vetraro; 106. Pellegrino del quondam Marco Gaudenzi, cappellaro; 107. Francesco del fu Antonio Gandolfi, staderaio; 108. Giuseppe del fu Antonio Acquisti, dedito a' studi: 109. Pietro del vivente Giuseppe Feralli, sartore; 110. Felice Feralli del vivente Giuseppe, sartore; 111. Vincenzo del fu Antonio Saragoni, tutti di Forlí, carcerati, gravati di complicità nei tumulti e conventicole notturne di faziosi superiormente descritte; 112. Domenico Serti del vivente Cristofaro, arruotino, carcerato, gravato anch'egli di aver fatto parte del tumulto nella sera 3 marzo 1821 e di aver ridotto piú fioretti da scherma ad uso di stilo per i settari; alla Galera come sopra per anni dieci.

113. Domenico Parentelli di Cesena, sartore; 114. Vincenzo Stefani, detto Paggetto, del morto Petronio, di Cesena, contumace, convinti ancora di fuga qualificata presa nella notte 25 agosto 1823 dal Forte di Pesaro ov'erano custoditi con altri detenuti politici; 115. Luigi del fu Francesco Assiari di Forlí, pizzicagnolo, gravato di correità nei tumulti 3 e 19 marzo 1821 nei quali a suo favore concorsero però circostanze attenuanti la mancanza; alla Galera per anni sette.

116. Domenico del fu Francesco Celli, fornaro, di Ravenna, carcerato, gravato di complicità nell'aggressione e minacce ad necem a danno del sopranominato Pietro Morigi Strocchi, in concorso del sopracitato Giovanni Carrara, alla Galera per anni cinque.

Abbiamo poi condannato e condanniamo alle seguenti pene piú miti in riflesso delle circostanze che piú o meno diminuiscono la gravezza del reato i sottodescritti imputati: 117. Gio. Battista Segorini del fu Antonio, guardiano di campagna, condannato recentemente per omicidio e tradotto a scontar la pena; 118. Luigi Segorini, figlio del sopranominato Gio. Battista, anch'esso guardiano di campagna, minore di età, carcerato; 119. Antonio Orioli del vivente Giuseppe, beccaio, di Ravenna, carcerato; gravemente indiziati di pertinenza alla Sètta degli Americani e di essersi pubblicamente negli anni 1820 e 1821 fatti conoscere esaltati per la medesima, alla Galera per anni tre il primo cioè Gio. Battista Segorini, ed alla detenzione in un Forte per un anno gli altri due.

Confermiamo il precetto di esilio, col quale furono espulsi dallo Stato: 120. Vittorio Arrigotti piemontese, fabbricatore di nitri e polveri a Forlí; 121. Costanzo Magliano, dei stessi Stati di Piemonte, impiegato in detta città; gravati ambedue di avere appartenuto alla Sètta dei Carbonari, essendo il primo negli atti gravemente indiziato ancora di fabbricazione di quantità di polvere sulfurea per fornirne i rivoltosi, e di aver facilitata l'evasione di vari inquisiti per delitti politici dalle Romagne e di averne procurati i mezzi per la via di Toscana; ordinando la loro perpetua espulsione dai Domini pontifici sotto pena di anni dieci di Galera nel caso che infrangessero il divieto d'esilio contro loro emanato, da incorrersi irremissibilmente anche alla prima sola contravvenzione.

Abbiamo dichiarato e dichiariamo come bastantemente puniti col sofferto carcere od esilio ed assoggettati al Precetto politico-morale di prim'ordine: 122. Giacomo Cicognani, sopranominato il Lampo, di Ravenna, domestico; 123. Angiolo Emiliani di Faenza, tintore; 124. Carlo Berti, calzolaio; 125. Paolo Poggi causidico; 126. Giuseppe Baldrati, detto Titira, calzolaio; 127. Giuseppe Conti, oste; 128. Vincenzo Sangiorgi, oste; 129. Giovanni Caselli, oste; 130. Sebastiano Placci, scrittore, tutti di Faenza; 131. Vincenzo Canè d'Imola, fabbro ferraio; 132. Gioachino Cavazzuti di Castel Bolognese, flebotomo; 133. Marcello Prati di Forlí, tintore, già carcerati, abilitati dal carcere con precedenti provvisorie disposizioni; 134. Michele Nannini di Faenza, sensale; 135. Antonio Amaducci, detto Banchittone, di Cesena, sartore; 136. Nicola Foschi di Cesena, possidente; 137. Luigi Comandini di Cesena, tintore, carcerati; 138. Francesco Fornioni d'Imola, impiegato nel dazio carni; 139. Giuseppe Silvestrini di Castel Bolognese, già cancelliere a Faenza; 140. Gentile Fabbri di Ravenna, sostituto criminale nello stesso Governo, esiliati; e riguardo al Silvestrini e Fabbri, comeché ancora indiziati non leggermente di prestato favore a piú settari detenuti in quel Governo per cause comuni, ordiniamo la loro remozione ed inabilitazione all'esercizio negl'impieghi finora sostenuti.

Bastantemente puniti in egual modo col sofferto carcere e sotto Precetto politico-morale di second'ordine dichiariamo: 141. Antonio Biffi di Faenza, vetturino, abilitato provvisoriamente dal carcere; 142. Giuseppe Navicchia di Cesena, carcerato; e dimessi coll'altro Precetto di rappresentarsi, novis vel non novis: 143. Giovanni Simonetti di Cesena, possidente; 144. Antonio Bartolotti di Bologna, ebanista, abilitati provvisoriamente, imputato il primo di complicità nel già ricordato omicidio di Don Antonio Bandi di Cesena, prevenuto il secondo di correità nel ferimento qualificato del cavalier Giacomo Greppi di Bologna.

Ordiniamo pure l'espulsione dall'impiego di custode e secondino rispettivamente e perpetua inabilitazione ad esercitarlo in qualunque parte dello Stato di 145. Michele Perfetti, custode delle carceri politiche di Forlí e 146. Natale Mariani, secondino nelle carceri criminali di detta città; ambedue indiziati non leggermente di appartenere a segrete unioni, il primo a quella dei Carbonari, il secondo all'altra della Turba; gravemente sospetti di avere favoreggiato piú detenuti politici commessi alla loro custodia a scapito della Giustizia.

Atteso il difetto di prove e la tenuità degli indizi, ordiniamo che siano rimessi in piena libertà: 147. Pio Sangiorgi di Faenza, negoziante; 148. Angelo Lassi domestico, di Faenza, dimorante a Ravenna; 149. Luigi Galassi di Morciano, carabiniere a cavallo; 150. Giulio Bartolotti d'Imola, fornaro; 151. Francesco Gamberini del Mancino di Castel Bolognese, pizzicagnolo; 152. Giuseppe Aguccini di Bologna, negoziante; 153. Angelo Luciani di Ravenna, domestico; 154. Giuseppe Brini d'Imola, cursore; 155. Domenico Bottini genovese, domiciliato a Rimini, studente a Bologna all'epoca della sofferta imputazione; 156. Luigi Valdrà di Castel Bolognese, caffettiere, carcerati tutti, provvisoriamente abilitati dal carcere; 157. Paolo Borsi di Lugo; 158. Gregorio Bajetti di Cesena, tuttora detenuti; 159. Giuseppe Piavi di Ravenna, possidente; 160. Don Giuseppe Severi sacerdote, di Ravenna; 161. Achille conte Laderchi di Faenza; 162. Antonio marchese Cavalli di Ravenna; 163. Antonio de Stefanis, detto Giro, di Ravenna; 164. Tommaso Albanesi di Faenza, direttore di quella Posta; 165. Anastasio Melonà, domiciliato a Ravenna; 166. Giovanni Cardinali avvocato, d'Imola; 167. Gaetano Monghini possidente, di Ravenna; 168. Roberto Braghini di Ravenna; 169. Don Marco Severi sacerdote, di Ravenna; 170. Sante Mirri possidente, d'Imola; 171. Luigi Sangiorgi di Castel Bolognese; 172. Ignazio Tassinari di Castel Bolognese; 173. Battista Utili possidente, di Brisighella; 174. Angelo Spoglianti cursore, di Brisighella: 175. Gaetano Fabri di Ferrara, possidente; 176. Vincenzo Pirazzoli di Ravenna, possidente; 177. Giuseppe Ranuzzi Zaccaria di Ravenna; 178. Carlo Lodovichetti di Ravenna, sostituto cancelliere; 179. Sebastiano Fusconi medico, di Ravenna; 180. Giovanni Sgubbi avvocato, d'Imola; 181. Bartolomeo Pianori di Brisighella, cancelliere; 182. Vincenzo Vincenti di Bologna, cancelliere al Governo d'Imola; 183. Antonio Piancastelli di Brisighella, cursore; 184. Sebastiano Garavini di Brisighella, scrittore; 185. Giuseppe Malvezzi di Brisighella, esattore; 186. Arduino Succi d'Imola, avvocato; 187. Domenico Farini di Russi, notaro; tutti allontanati dallo Stato colle misure 10 luglio 1821.

Abilitiamo a rientrare nello Stato, a condizione però di presentarsi nelle forze del Governo entro le ventiquattro ore che vi saranno pervenuti, per procedere sui loro addebiti ed al giudizio su di essi a termini di ragione: 188. Giovanni Matteucci di Ravenna, possidente; 189. Vincenzo Gallina negoziante, di Ravenna; 190. Pietro conte Gambi di Ravenna; 191. Francesco conte Ginnasi possidente; 192. Giuseppe Benedetti possidente; 193. Sebastiano Baccarini ufficiale reduce, possidente: 194. Carlo Villa notaro; 195. Giuseppe Gardi appaltatore dell'illuminazione notturna, tutti di Faenza; 196. Carlo Cerotti; 197. Domenico Casamurata; 198. Domenico Mugolti; 199. Giuseppe conte Orselli possidente; 200. Domenico Virgili possidente; 201. Paolo Roti possidente; 202. Lorenzo Rossi possidente; 203. Giuseppe Faentini possidente, tutti di Forlí; 204. Luigi Fabbri possidente, di Cesena; 205. Gio. Battista Masotti avvocato, di S. Laudecio; 206. Francesco Giuccioli di S. Laudecio, impiegato di finanza.

Come che gravemente indiziati a cattura nel delitto politico superiormente riferito, abbiamo ordinato ed ordiniamo il mandato d'arresto contro: 207. Pietro Roncaldier di Ravenna, negoziante; 208. Giuseppe conte Rondenini, detto il Gobbo; 209. Francesco Zambelli ufficiale reduce; 210. Angelo Querzola carrozzaro; 211. Luigi Ghinassi possidente, tutti di Faenza; 212. Benedetto Visibelli di Bologna, negoziante; 213. Gaetano Marchesini di Bologna, già impiegato alla Posta; 214. Luigi Assiari flebotomo; 215. Matteo Bentivogli facchino; 216. Raffaele Frampolesi impiegato al dazio carni; 217. Luigi Fiorini negoziante; 218. Lorenzo Gaudenzi ministro; 219. Gaetano Lucchini possidente: 220. Andrea Matteucci possidente; 221. Gaetano Orioli vetraro; 222. Girolamo Zignani libraio; 223. Pietro Barberini scrittore; 224. Giovanni Petresi tenente di linea; 225. Pietro Laudi capitano di linea, tutti di Forlí; 226. Pietro Bondini possidente; 227. Giuseppe Bonini possidente, di Cesena; 228. Francesco Raspi possidente, di Faenza; 229. Pacifico Giulini di Pesaro, dimorato a Ferrara.

Ordiniamo similmente che siano assoggettati al Precetto politico-morale di prim'ordine ed alla sorveglianza della Polizia perché complicati anch'essi in causa: 230. Andrea Moschini già ispettore dei boschi, di Ravenna; 231. Atanasio Montallegri possidente, di Faenza; esiliati, già da tempo riabilitati a dimorare nello Stato; 232. Giuseppe Strocchi oste; 233. Francesco Morri possidente; 234. Francesco Rondenini ufficiale reduce; 235. Pietro conte Laderchi possidente; 236. Carlo Marij già soldato provinciale; 237. Antonio Lapi chirurgo; 238. Carlo Martini medico; 239. Filippo Regoli impiegato in dogana; 240. Giuseppe conte Tampieri possidente; 241. Francesco Strocchi oste; 242. Paolo Giangrandi possidente; 243. Luigi Maccolini parrucchiere; 244. Francesco Piazza sartore; 245. Giovanni Tosi finanziere; 246. Giuseppe Liverani chirurgo, tutti di Faenza; 247. Gio. Battista Pirazzoli d'Imola, medico; 248. Vincenzo Pediani di Castel Bolognese, falegname; 249. Gio. Battista Cocchi di Minerbio; 250. Luigi Amaducci scrittore; 251. Francesco Acquisti falegname; 252. Girolamo Boccetti possidente; 253. Giacomo Bardelli di Ravenna; 254. Battista Bertini ufficiale reduce; 255. Giuseppe Bonini, detto Piva, falegname ed oste; 256. Giovanni Bendandi bigliardiere; 257. Giovanni Balsani orefice; 258. Angelo Calletti avvocato; 259. Pietro Cicognani cancelliere vescovile; 260. Bernardo Covich militare reduce; 261. Marcello Danesi militare reduce; 262. Alessandro Francia negoziante; 263. Giovanni Francia negoziante; 264. Gaetano Ghinnasi tornaro; 265. Domenico Cardini impiegato nel Tribunale Criminale; 266. Francesco Gallina facocchio; 267. Lorenzo Morgagni ufficiale reduce; 268. Filippo Mangelli possidente; 269. Pietro Mangelli possidente; 270 Angelo Mamini possidente; 271. Vincenzo Mattiucci chirurgo; 272. Angelo Pasini ministro; 273. Francesco Petrignani impiegato in Legazione; 274. Domenico Pascucci ufficiale reduce; 275. Nicola Regnoli segretario comunale; 276. Valeriano Regnoli impiegato di finanza; 277. Baldassarre Regnoli impiegato in casa Gaddi; 278. Pietro Romagnoli calzolaio; 279. Domenico Sangiorgi ufficiale reduce; 280. Francesco Sangiorgi impiegato; 281. Nicola Sughi oste; 282. Alessandro Vinelli possidente: 283. Luigi Zambianchi possidente; 284. Pietro Aleotti possidente; 285. Antonio Acquisti detto il Zoppo Zignana, sartore; 286. Alessandro Bensoni possidente; 287. Giuseppe Balducci sartore; 288. Luigi Baldini avvocato; 289. Luigi Beltini maniscalco; 290. Pietro Bucchi sartore; 291. Vincenzo Castelli cursore; 292. Andrea Cristini ufficiale pensionato; 293. Pellegrino Canestri scrittore; 294. Giovanni Casali stampatore; 295. Massimiliano Casamurata studente; 296. Nicola conte Corbizzi possidente; 297. Antonio Castelli assistente al dazio carni; 298. Vincenzo Caracchetti vetturino; 299. Giuseppe Danesi falegname; 300. Luigi Danesi ferraro; 301. Paolo Donati, detto Birinaccio, sartore; 302. Giuseppe Foschi suonatore di violino; 303. Vincenzo Francia detto il Roscio; 304. Francesco Fabri, detto Pignattaro, possidente; 305. Michele Fiori, detto il Zoppo, sartore; 306. Evaristo Frasinetti sartore; 307. Pellegrino Lepori calzolaio; 308. Giuseppe Martini falegname; 309. Paolo Masotti impiegato all'Ipoteche; 310. Vittorio Magliano suonatore; 311. Giuseppe Marioni pescivendolo; 312. Ignazio Mazzolini sartore; 313. Michele Mazzolini vetturino; 314. Vincenzo Masotti, detto Masottino, legale; 315. Pietro Montanari, detto Ficcafava, possidente; 316. Domenico Piazzoli possidente; 317. Enrico Pettini scrittore; 318. Alessandro Pettini scrittore; 319. Antonio Panzarotta ex impiegato; 320. Giorgio Regnoli chirurgo; 321. Francesco Rossi suonatore di violino; 322. Pasquale Romagnoli, soprachiamato Riminino, scrittore; 323. Giovanni Reggiani possidente; 324. Antonio Sandi sediaro; 325. Biagio Severi impiegato alla prenditoria del Lotto; 326. Giovanni Scannelli possidente; 327. Cristoforo Serfi arruotino; 328. Giuseppe Signorini marmorino; 329. Fabrizio Tamberlich speziale; 330. Arcangelo Tappacelli ferraro; 331. Pellegrino Reggiani maestro di carattere; 332. Pellegrino Varoli beccaio; 333. Francesco Maroncelli medico; 334. Giovanni Zattoni impiegato all'Acque e Strade; 335. Giuseppe Losanna caffettiere; 336. Benedetto Forlivesi, allontanato, abilitato, tutti di Forlí; 327. Annibale Rondenini di Brisighella, militare reduce; 338. Antonio Pasotti di Castel Bolognese, senza mestiere; 339. Giuseppe Arrighi militare reduce; 340. Giacomo Fattiboni possidente; 341. Giuseppe Ferretti finanziere; 342. Sante Venturi; 343. Giuseppe Ragonesi avvocato; 344. Giuseppe Moschini possidente; 345. Pietro Cacciaguerra possidente; 346. Michele Bordi; 347. Girolamo Paggi; 348. Vincenzo Pio; 349. Giuseppe Zondini; 350. Simone Nardi, detto Tutrino, tutti di Cesena; 351. Cesare Valbonesi segretario comunale di Meldola; 352. Pellegrino Silvestrini oste a Meldola; 353. Nicola Partisetti possidente, di Meldola; 354. Biagio Abbati di Savignano ingegnere; 355. Giuseppe Negri avvocato a Bologna; 356. Placido Sarti ex militare, di Bologna; 357. Marco Mariani di Bagnacavallo, locandiere a Lugo; 358. Francesco Manzieri possidente, di Lugo; 359. Melchiorre Ricci di Forlimpopoli, avvocato; 360. Giulio Chiaraffoni possidente, di Ferrara; 361. Luigi Andreati militare reduce, di Ferrara; 362. Domenico Armari militare reduce, di Ferrara; 363. Carlo Imperiali ingegnere, di Ferrara; 364. Luigi Armuzzi di Faenza, soldato provinciale; 365. Bernardo Biagioli setacciaro, soldato provinciale, di Faenza; 366. Gaetano Bianchini, già ispettore di polizia a Ravenna; e rapporto ai sopraenunciati due soldati prescriviamo la loro immediata espulsione dal Corpo provinciale.

Alla stessa sorveglianza della Polizia ed al Precetto politico-morale di second'ordine prescriviamo che siano assoggettati: 367. Gio. Batt. conte Della Volpe d'Imola; 368. Giovanni Orioli curiale, di Ravenna; 369. Antonio Ducci possidente; 370. Angelo Strocchi oste; 371. Francesco Fanti dottore; 372. Natale Foschini scrivano in casa del conte Rondenini; 373. Giuseppe Foschini scrivano; 374. Carlo Traversari maestro di ballo; 375. Gallo Marcucci possidente; 376. Luigi Benazzoli possidente; 377. Francesco Biagioli legatore in oro; 378. Ignazio Mengolini possidente; 379. Marco Mengolini possidente; 380. Giuseppe Azzalli possidente; 381. Pietro Martini scrittore; 382. Francesco conte Naldi possidente; 383. Carlo Gardi appaltatore dei lumi notturni; 384. Alberigo Alberighi possidente; 385. Angelo Guidi possidente; 386. Antonio Bucci possidente; 387. Luigi Baldi negoziante; 388. Carlo Bazzica macellaro; 389. Giuseppe Orioli vetraro; 390 Andrea Tabanelli oste; 391. Michele Fregnani, detto Michelotto; 392. Sebastiano Caselli oste; 293. Ferdinando Rampi possidente; 394. Giuseppe conte Pasolini Zannelli possidente; 395. Michele Pasi possidente, tutti di Faenza; 396. Leonardo Orioli legale, di Ravenna; 397. Marco Ortolani possidente, di Ravenna; 398. Carlo Artosini possidente; 399. Giuseppe Artosini possidente; 400. Domenico Bartolazzi chirurgo; 401. Francesco conte Bensi possidente; 402. Luigi Bordandini stampatore; 403. Giuseppe Bargozzi sellaro; 404. Andrea Bertoni giovane di negozio; 403. Angelo Bertoni ebanista; 406. Emidio Belloni impiegato nel dazio carni; 407. Vincenzo Bondandi domestico; 408. Giuseppe Bandini falegname; 409. Vincenzo Bentivogli calzolaio; 410. Tommaso Capaccini possidente: 411. Nicola Cerchioli calzolaio; 412. Ottavio Capilli orefice; 413. Pietro Cicognani scrittore; 414. Fabio Cortesi studente; 415. Giacomo Cassani speziale; 416. Guglielmo Cappuccini calzolaio; 417. Domenico Costa impiegato; 418. Giacomo Cicognani possidente; 419. Sebastiano Croci argentiere; 420. Domenico Cerchioli capo dei lavori stradali; 421. Domenico Cicognani, detto Piccolino, sellaro; 422. Vincenzo Danesi impiegato alle Poste; 425. Luigi Danesi calzolaio; 424. Antonio Denti impiegato nell'Ipoteche; 425. Luigi Dulcini impiegato particolare; 426. Antonio Donati sartore; 427. Antonio Francia negoziante; 428. Gaetano Francia negoziante; 429. Pietro Frampolesi assistente al dazio carni; 430. Sireno Fanti stampatore; 431. Domenico Frisoni carabiniere; 432. Giuseppe Golfarelli sartore; 433. Alberico Gardini sartore; 434. Giuseppe Lacchini sartore; 435. Alessandro Mazzoni studente; 436. Alessandro Miglietti studente; 437. Carlo Miglietti flebotomo; 438. Giuseppe Montanari; 439. Antonio Marozzi stampatore; 440. Giuseppe Mirri possidente; 441. Andrea Micheletti, detto Nasaccio, sartore; 442. Antonio Moschini pittore; 443. Pietro Placucci ex militare; 444. Giuseppe Palmieri tenente di linea; 445. Carlo Piazzoli possidente; 446. Giuseppe Piolanti tenente di linea; 447. Giovanni Paci calzolaio; 348. Giacomo Paci calzolaio; 449. Sebastiano Presenziani detto Barzellone, rigattiere; 450. Agostino Rossi studente; 451. Girolamo Romagnoli cocchiere; 452. Angelo Rondoni impiegato di Dogana; 453. Luigi Randi sediaro; 454. Luigi Rota quartiermastro dei Carabinieri; 455. Giuseppe Reggiani pittore; 456. Nicola Rivali falegname; 457. Antonio Ravaioli falegname; 458. Giacomo Ravaioli, detto Ciamino, negoziante; 459. Michele Rosa Intendente di finanza; 466. Pietro Ravaioli ebanista; 461. Giacomo Rossi impiegato in Comunità; 462. Giuseppe Rossi, detto San Lazzaro; 463. Giovanni di Francesco Reggiani possidente; 464. Sebastiano Sansavini studente; 465. Vincenzo Scardi maestro d'armi; 466. Antonio Silvegni fornaro; 467. Luigi Severi studente; 468. Giuseppe Tamberlicchi speziale; 469. Tommaso Tamberlicchi veterinario; 470. Salvatore Turchi barbiere; 471. Camillo Turchi barbiere; 472. Giuseppe Turchi vetturale; 473. Stefano Respignani falegname; 474. Battista Vitali chincagliere; 475. Giovanni Villa ministro nel negozio Gurioli; 476. Sante Reggiani, detto Ghisino calzolaio; 477. Decio Valentini studente, 478. Ruffillo Vallicelli sartore; 479. Camillo Versari studente di medicina; 480. Aleandro Zamboni studente in Bologna; 481. Gaetano Zampighi, detto Tanti, cocchiere; 482. Marco Zignani studente; 483. Lazzaro Zoli possidente; 484. Giovanni Zoli impiegato alle Porte; 485. Antonio Zoli scrittore; 486. Luigi Zoli fattore dello Spedale, tutti di Forlí; 487. Vincenzo Sbrighi possidente; 488. Giovanni Bellotti impiegato di finanza; 489. Gio. Battista Milani possidente; 490. Agostino Neri possidente; 491. Giuseppe Pio cancelliere sostituto nel Governo di Cesena; 492. Gaetano Pio impiegato in quella Comunitá; 493. Giovanni conte Roverella; 494. Paolo Ugolini inverniciatore; 495. Mauro Venturi cursore comunale; 496. Luigi Trentini carabiniere, tutti di Cesena; 497. Giovanni Amaducci vetturale, di Meldola; 498. Andrea Pistocchi sartore, di Meldola; 499. Antonio Vangelli possidente, di Meldola; 500. Girolamo conte Cicognara di Ferrara, possidente; 501. Giuseppe Fugarelli locandiere alle Tre Corone di Ferrara; 502. Gio. Battista Pasti ex giudice, di Ferrara; 503. Antonio Rinieri ingegnere, di Ferrara; 504. Agostino Taveggi di Ferrara, avvocato; 505. Alessandro Carnevali di Lugo, avvocato; 506. Giulio conte Graziani di Bagnacavallo, possidente; 507. Giuseppe Dadi di Bologna, negoziante; 508. Domenico Fantozzi di Savignano, speziale; 509. Pietro Mazzolani di Bologna; 510. Francesco Piana avvocato, di Bologna; 511. Giuseppe Patuzzi avvocato, di Bologna; 512. Gaetano Saragoni cameriere di locanda, di Bologna; 513. Pietro Manzieri ex ufficiale; e riguardo ai già nominati ufficiali di linea capitano Pietro Landi, Girolamo Petresi tenente, contro i quali si è rilasciato il mandato a cattura, e Giuseppe Palmieri. Giuseppe Piolanti, Luigi Rota quartiermastro, Luigi Trentini carabiniere semplice assoggettati al Precetto politico-morale, ordiniamo la loro immediata espulsione dai rispettivi Corpi dell'Arma, ai quali sono addetti.

Condanniamo poi a tutte le spese processuali ed a quelle del presente Giudizio gl'individui superiormente descritti, contro de' quali si è proceduto alla pena capitale ed alle altre afflittive di detenzione e di Galera.

Finalmente una Processura maggiore di quante altre mai per gravezza di soggetto, per complicazione di resultati e per numero di Prevenuti ha dovuto necessariamente riuscire di straordinaria lunghezza, a qualche carico specialmente di quelli che per i primi furono colpiti d'arresto; e però volendo Noi temperare questa specie di sofferenza, che per le circostanze è stata del tutto indispensabile, con un partito di piacevolezza e di equità ordiniamo e decretiamo che oltre i dieciotto mesi da Noi considerati necessari alla fabbricazione del Processo in rapporto a ciascun prevenuto, il rimanente tempo di prigionia venga calcolato in diminuzione dell'ulteriore pena a cui ciascheduno respettivamente sarà stato condannato.

Cosí abbiamo giudicato definitivamente, ed inappellabilmente sentenziato, come giudichiamo e sentenziamo; ordinando l'impressione della presente Sentenza in N. di 500 Esemplari e l'affissione sí in Ravenna, che in tutti i luoghi dello Stato; e che questa Sentenza affissa e pubblicata nelle solite legali forme debba aversi come particolarmente intimata a tutti i prevenuti in essa nominati.

Fatta, chiusa, giudicata e firmata a Ravenna il giorno, mese ed anno suddetti.

A. CARD. RIVAROLA LEGATO A LATERE.

A. Granella Notaro della Com.

TENORE DE' PRECETTI.

PRECETTO POLITICO-MORALE DI PRIM'ORDINE.

D'Ordine ecc.

Si fa Precetto, ed espressamente si comanda a Voi N......, inquisito per affari Politici, di applicarvi a stabile mestiere[13]; di non allontanarvi dalla Città e Provincia di.......[14] senza speciale permesso in iscritto di questa Legazione, o Delegazione; di non associarvi a persone sospette, inquisite, precettate, o che abbiano conosciuti pregiudizi politici, e criminali; di non accedere ad unioni o luoghi sospetti; di dichiarare la Casa di vostra stabile abitazione, e di ritirarvi nella medesima all'un'ora di notte, e non sortirne prima della levata del Sole[15]; di presentarvi ogni quindici giorni all'Incaricato di Polizia, e dove questo mancasse al Governatore locale, per dar conto di Voi, e del vostro sistema di vita; di non offendere, insultare, e minacciare chicchessia, con gesti, detti, e molto meno con fatti; di rilasciare ogni mese alla Polizia l'attestato di un Confessore approvato di esservi presentato al Tribunale di Penitenza, di avere adempito al Precetto Pasquale, e di aver anno per anno fatti gli Esercizi spirituali per tre interi giorni almeno in un ritiro ad arbitrio di Monsignor Vescovo Diocesano, sotto la comminatoria d'anni tre di Opera pubblica[16] da incorrersi irremissibilmente, anche in caso di prima contravenzione, a qualunque ed anche ad una sola delle parti e condizioni del presente Precetto[17].

PRECETTO POLITICO-MORALE DI SECOND'ORDINE.

D'Ordine ecc.

Si fa Precetto[18], ed espressamente si comanda a voi N...... di non allontanarvi dalla Provincia....... senza speciale permesso in iscritto di questa Legazione, o Delegazione; di non associarvi a persone sospette, inquisite, o precettate, o che abbiano conosciuti pregiudizi politici, o criminali; di non accedere ad unioni, o luoghi sospetti, di non offendere, insultare, o minacciare chicchessia, né con gesti, né con detti, e molto meno con fatti; di rilasciare ogni mese alla Polizia l'attestato di un Confessore approvato, d'esservi presentato al Tribunale di Penitenza, di avere adempito al Precetto Pasquale, e di aver fatti gli Esercizi Spirituali per tre interi giorni almeno nella prossima Settimana Santa in un ritiro ad arbitrio di Monsignor Vescovo Diocesano, sotto la comminatoria di sei mesi di reclusione, da incorrersi irremissibilmente, anche in caso di prima contravvenzione, a qualunque ed anche ad una sola delle parti o condizioni del presente Precetto.

EDITTO.

Agostino di Sant'Agata alla Suburra, della Santa Romana Chiesa Diacono Cardinal Rivarola, della Città e Provincia di Ravenna Legato a Latere.

Dopo di avere disimpegnato con quello zelo, e quella maturità di consiglio, che ogni piú sacro dovere esigeva da noi, la grave commissione della quale fummo dalla speciale Benignità della Santità di Nostro Signore, Papa Leone XII, felicemente regnante onorati; dopo di aver rassegnato al Suo Trono i risultati del nostro giudizio sui Processi da molto tempo istituiti, contro molti prevenuti di delitti politici portati a compimento, a nulla di piú lusinghiero potevamo aspirare se non che il nostro lavoro potesse incontrare il Sovrano gradimento, ed approvazione; ma di molte maggiori grazie ha voluto colmarci la generosa grandezza di Nostro Signore, essendosi degnato d'autorizzarci coll'oracolo della Sua viva Voce, a temperare il giusto rigore di una Sentenza con qualche luminoso tratto di Clemenza, che può solo dalla Sovrana Podestà derivare; che però fatti noi Ministri delle dolci disposizioni del Paterno Cuore di Sua Santità accordiamo, alle pene decretate nella nostra Sentenza, sotto questo stesso giorno pubblicata, le seguenti grazie, e modificazioni:

I. È fatta grazia della vita ai Rei condannati a morte, e permutata la loro condanna in venticinque 25. anni di reclusione in un Forte dello Stato.

Non restano compresi in questa permutazione e diminuzione di pena Francesco Garaffoni riconosciuto, e giudicato assassino del Cavaliere Don Angelo Bandi, e Pietro Barbieri assassino di Francesco Gamberini.

II. A quelli che sono condannati alla Detenzione sia in vita, sia per qualche numero d'anni, non assegnamo una diminuzione determinata di tempo, restando raccomandati alla luminosa Clemenza di Nostro Signore per la loro piú o meno sollecita liberazione, che dovranno invocare con Supplica dalla stessa Santità Sua, e meritarla con una condotta savia, e morale, che dia fondata lusinga di loro ravvedimento.

III. Quelli, che sono rubricati in Sentenza sotto le clausole — abilitati a rientrare nello Stato con obbligo di costituirsi entro le 24 ore dal momento del loro arrivo, per essere assoggettati a' regolari costituti, e giudicati a seconda delle risultanze — quelli, che sono assoggettati al Precetto politico-morale di primo, o second'ordine — restano senza alcuna variazione soggetti al disposto nella Sentenza.

IV. A quelli, che hanno contro di loro il — Procuretur captura — sono accordati due mesi di tempo per presentarsi alla Commissione speciale residente in Ravenna per dar conto di loro, e per dileguare in qualche modo le risultanze che li gravano; in seguito di che se risulteranno pienamente innocenti saranno rimandati con un'onorevole dichiarazione; se daranno delle spiegazioni scusanti, ma non bastevoli ad escludere la reità, resteranno assoggettati al Precetto politico di primo, o second'ordine in proporzione delle maggiori o minori risultanze medesime; finalmente se persisteranno in una negativa complessiva, o generale, come ordinariamente hanno in costume, saranno diffidati per otto giorni, e quindi si procederà contro di loro a forma della Sentenza.

V. Restano eccettuati da questa benigna disposizione il Conte Giuseppe Rondenini detto il Gobbo, Francesco Zambelli, e Luigi Ghinnassi di Faenza, che volontariamente emigrarono dallo Stato; e Raffaelle Frampolesi, e Pietro Barberini di Forlí, fuggitivi; militando contro il primo indizi ben gravi per considerarlo per uno de' principali cospiratori, e per essere gli altri complicati anche in delitti comuni, e però o si costituiscan'essi nel tempo prestabilito, o arrestati che siano, dovranno soggiacere al disposto dell'Art. III.

VI. I Precetti politico-morali di prim'ordine dureranno due anni, e da questi si passerà a quello di second'ordine per un altro anno, prorogabile se la condotta del precettato non sarà stata esente da mancanza o da ragionevole sospetto.

VII. I precettati di second'ordine lo resteranno per due anni, egualmente prorogabili come sopra.

VIII. È riservato ai soli E.mi Sigg. Cardinali Legati ed a Monsignor Delegato di Urbino e Pesaro, l'accordare qualche modificazione ai Precetti medesimi secondo i casi e circostanze od impensate eventualità del precettato; nella parte politica però, e non mai nella parte morale, che dovrà esser sempre religiosamente osservata.

2. Se ad alcuno di questi occorresse di recarsi all'Estero, dovrà proporne il motivo, e domandare ai suddetti Capi di Governo il Passaporto.

IX. Giunti finalmente a quelli, che sono condannati alla Galera in vita, o ad anni determinati, non abbiamo potuto non essere compresi da orrore nel conoscere, che questi o sono discesi al fatto di sediziosi tumulti, od hanno aggiunto al politico loro mal talento la ferocia degli omicidi, dei tradimenti, delle ferite in odio di partito, con qualità di preordinazione dei quali risultano per gravi e veementissimi indizi complici, esecutori, o mandatari, ed in mezzo al raccapriccio sentiamo ben alte le voci degl'innocenti sagrificati al manifesto attaccamento, che dimostravano alla Religione ed al legittimo loro Sovrano, che domandano alla Giustizia di essere vendicati, e però dovrebbero rimanere abbandonati a tutto il rigore della meritata condanna; pure sentendo anche per essi un qualche sentimento di compassione, la condanna in vita resta stabilita a venti anni, e minorate di un quarto quelle ad anni determinati.

X. Gl'Impiegati pubblici, sí civili che militari, i quali sono risultati piú o meno colpevoli, qualunque fosse o sia l'officio che esercitano od esercitavano, sono esclusi perpetuamente — per modum regulae — da ogni pubblico servigio.

XI. Non ignora Nostro Signore che un qualche numero di altri fra i suoi Sudditi nati o domiciliati nelle quattro Legazioni e nella Delegazione di Urbino e Pesaro, sono rimasti sin qui inosservati, che hanno dato il nome a Società criminose, ed hanno fatto parte di conventicole proscritte da tutte le Leggi, che però dovrebbe aprirsi anche a carico loro una rigorosa inquisizione; ma volendo usare un nuovo tratto di Sovrana Magnanimità ed estinguere per una volta un germe infausto di divisione, di orgasmo e di trepidazione, ci ha autorizzati ed accordare, come difatti accordiamo, a tutti questi un generoso perdono, ordinando che, per questo titolo di politico traviamento per tutto il passato, non possano esser piú molestati, né con le inquisizioni fiscali, né con particolari animosità, esortando quelli, che sono veramente buoni nello spirito dell'evangelica carità, a rallegrarsi di vederli riconciliati con il Governo, ed a procurare coll'opera e col consiglio di ricomporre in armonia la Civile Società, che è stata per molti anni dallo spirito di parte miseramente lacerata.

XII. Restano però gravemente ammoniti a tenersi ben lontani da qualunque nuovo benché piccolo traviamento di questo genere, giacché in caso diverso si dichiarano risorti tutti i loro trascorsi, e su i passati e su' nuovi saranno rigorosamente giudicati.

XIII. Sono eccettuati da questo perdono tutti quelli che fossero in qualche modo indiziati o che si scuoprissero in appresso Mandanti o Mandatari, o autori spontanei di ferimenti ed omicidi accaduti in odio di partito; questi dovranno essere processati e giudicati col titolo di ferimento o di omicidio colle sue rispettive qualità.

XIV. Ed egualmente non compresi in questo perdono si dichiarano tutti quelli che già si conoscono o si scuoprissero in appresso implicati ne' fatti criminosi, che han dato causa alle Procedure nuovamente istituite in Roma ed in Pesaro.

XV. Per provvedere poi alla costante sistemazione del buon'ordine sociale, e per garantirlo da nuovi attentati di questo genere, abbiamo riputato cosa troppo utile, anzi del tutto necessaria, che per modo di provisione, e finché piaccia a Nostro Signore di pubblicare sopra questa specie di delitto una legge speciale e comune a tutto il suo Stato, sia stabilita una norma di Procedura, e respettivamente di penalità a carico de' riconosciuti colpevoli, uniforme in tutte le quattro Legazioni e nella Delegazione di Urbino e Pesaro, che però anche in questa parte di provvisoria legislazione circoscritta alle nominate Provincie, usando delle facoltà dalla Santità Sua graziosamente a noi accordate vogliamo che d'ora innanzi si proceda inesorabilmente in questa specie di Delitti sommariamente sulla semplice verificazione del fatto anche per inquisitionem colle seguenti Leggi e discipline.

XVI. Gl'Istitutori delle Società secrete sotto qualunque denominazione ed in qualunque parte dello Stato;

2. Quelli che si occuperanno di adunare le già riconosciute ed esistenti;

3. Quelli che le presiederanno come capi o come distinti ne' rispettivi gradi delle Sètte;

Per qualunque di questi titoli cumulativamente o disgiuntivamente presi saranno rei di morte.

4. Saranno confiscati i locali dove si saranno tenute tali adunanze, o siano fatte nuove recezioni, siano palazzi di Città, siano Casini di Campagna, Case, Botteghe o Ridotti, a meno che il Padrone o Proprietario non provi concludentemente che non aveva alcuna parte o notizia di quest'adunanze e che non è per fatto suo, che siasi accordato il locale ad un uso cosí reo.

XVII. La semplice presenza a qualche adunanza di un socio non graduato o la sola ascrizione di un nuovo sarà punita irremissibilmente con dieci anni di Galera o di Detenzione secondo la condizione delle persone.

XVIII. I Retentori o Accaparratori di armi insidiose, i Depositari di danaro, emblemi appartenenti a qualunque delle Sètte, sotto qualsivoglia denominazione anche non conosciuta.

XIX. Quelli che presteranno opera, consiglio o danaro alla clandestina adunanza, o ad assoldare o sedurre qualche incauto ad associarsi.

Anche per un solo di questi titoli criminosi, saranno condannati alla Galera o alla Detenzione per venti anni.

XX. Un Omicida o Feritore o Complice in una ferita qualunque in odio di partito, risulti pericolosa o no, sarà condannato all'ultimo supplizio.

XXI. Ingiungiamo a chiunque avesse notizia o anche fondato sospetto di qualche adunanza di Società segrete o di Maneggi di Soci, di doverne fare segreto rapporto al Governo, sotto pena di sette anni di Opera pubblica o di Carcere se resterà provato o ch'egli avesse notizia di tali attentati, e non li avesse denunziati.

XXII. Tutte queste Cause di Titolo Politico saranno di privativa giurisdizione degli E.mi Signori Cardinali Legati e del Prelato Delegato di Urbino e Pesaro.

XXIII. Ne' loro Giudizi dovranno espressamente applicare la Legge al fatto, col solo arbitrio della minorazione di un grado, secondo la concorrenza dei casi e delle circostanze.

XXIV. Se talvolta pensassero che fosse equa una minorazione maggiore, dovranno mandare in Segreteria di Stato l'intero Processo col quesito motivato, ed attendere la conveniente risoluzione.

XXV. Finalmente se la Sentenza sarà di Morte, si dovrà sospendere l'esecuzione, e darne parte in Segreteria di Stato colla trasmissione del Processo per aspettarne l'approvazione, o moderazione;

2. Ma se la Sentenza sarà di Galera, o di Detenzione sarà sul momento in istato eseguibile.

XXVI. E finalmente siccome i scellerati omicidi o feritori in odio di parte prima di commettere il meditato delitto pensavano a prepararsi una sicura impunità, col preordinare, d'accordo con Testimoni falsi del loro partito stesso, una coartata, che era attaccata o a venti passi di distanza, o alla differenza di cinque minuti di tempo; ordiniamo che i Giudici Processanti non ammettano in Processo mai altra — coartata, — che quella che per distanza di luogo o differenza di tempo prova un — alibi — assoluto, ed escluda intrinsecamente nel prevenuto la possibilità di aver commesso quel tale omicidio o ferimento di cui è imputato.

Stabilita cosí una forma di Procedura e di Giudizio precisa e severa per questi attentati di Lesa-Maestà, che fossero per rinnuovarsi, una dolce lusinga c'inclina a sperare che non debba piú alcuno mettersi in caso di provarne il rigore, e che tutti i buoni Sudditi di Sua Santità riconoscendo nei pochi esempi di pena la Giustizia del Sovrano, e nella molta piacevolezza la Clemenza del Padre, faranno a gara per meritarsi il suo amore e per mostrarsi a lui costantemente fedeli, riconoscenti e devoti.

Dato in Ravenna dal Palazzo Apostolico di Nostra Residenza questo dí 31 Agosto 1825.

A. CARD. RIVAROLA.

Riguardo all'attentato contro il cardinale Rivarola, vi è nella narrazione dell'Uccellini una allusione a Luigi Pietro Louvel di Versailles (n. 1783, m. 1820), che pieno d'entusiasmi e ricordi napoleonici si era proposto dopo la Restaurazione di esterminare i Borboni e assassinò con un colpo di coltello il duca di Berry (Carlo Ferdinando di Borbone, secondo figlio di Carlo X) alla porta del teatro dell'Opéra la sera del 13 febbraio 1820: la costanza di lui nel serbare il silenzio sui presunti complici, la fermezza onde rifiutò il confessore nel salire al patibolo ne avevano fatto un eroe agli occhi dei rivoluzionari francesi e dei carbonari italiani; ma la sua memoria cadde presto in oblio. Si vedano le biografie del duca di Berry dell'Hocquart, del Chateaubriand e del Delandine.

Il sacerdote Ignazio Muti, che rimase ferito in luogo del Rivarola, era nato a Ravenna nel 1773 e durante il periodo napoleonico si era mostrato tenace fautore del vecchio regime; notevoli sue lettere avanzano, scritte al marchese Camillo Spreti durante quel periodo, nelle quali, oltre pregevoli informazioni sui fatti correnti, sono dati giudizi molto severi sugli uomini dalla parte liberale: fu nel 1814 fatto canonico della Metropolitana e fu anche prelato domestico di Pio VII; morí nel 1830.

La forza militare in Ravenna negli anni 1825-26 era costituita dai carabinieri, dai dragoni e da un battaglione di linea, con questi ufficiali addetti al comando: D. Pompeo principe Gabrielli, colonnello dei dragoni, comandante in capo le forze militari della Legazione; cav. Niccolò Lorini, comandante il 6º Battaglione di linea e la guarnigione di Ravenna; Giuseppe Tesini, comandante la Compagnia dei carabinieri pontifici; Rinaldo Gambelli, tenente aiutante di piazza; Domenico Armari, tenente aiutante maggiore e conte Ambrogio Fanelli, tenente quartier mastro del 6º Battaglione di linea; Gaetano Marsili, tenente, ufficiale di abbigliamento.

XIII. La Commissione speciale straordinaria era composta cosí: mons. Filippo Invernizzi, presidente; avv. Giovanni Ruffini, giudice; avv. Giacomo Impaccianti, giudice; Luigi Mattioli Benvenuti, giudice; cav. Giacinto Ruvinetti, colonnello comandante il 1º Reggimento carabinieri, giudice; Lorenzo Sindaci, cancelliere segreto; Vincenzo Mazzoni, giudice processante. Creata con rescritto pontificio del 22 agosto 1826, giunse a Ravenna l'11 settembre, e poi si trasferí a Faenza sul principio del 1827.

A. Borgognoni raccolse da vecchi testimoni questi particolari, che raccontò nella Domenica letteraria del 27 aprile 1884 (a. III, n. 17): «Era oramai scorso un anno e la Commissione non aveva saputo nulla, e, a quanto credevasi, era sulle mosse per ritornarsene a Roma, quando un fatto per sé stesso non grave cambiò d'improvviso e terribilmente la condizione delle cose. Il fatto, narrato con qualche varietà da' testimoni del tempo da me consultati, è sostanzialmente questo. Due guardie forestali (due guardiani, come a Ravenna li chiamano) del pineto vennero a rissa tra loro, e, dalle parole accennando di venire ai fatti, misero mano ai coltelli. Tratti in carcere, i giudici dell'Invernizzi, che da per tutto fiutavano carboneria, cominciarono a interrogarli, e seguitarono, circuendoli e insistendo a tutto potere, sui fatti passati. I due, che appartenevano alla parte piú numerosa dell'associazione, quella che si chiamava la Turba, posti alle strette, misero in tavola il nome del presidente della seconda tra le categorie carboniche, ossia la Società dei figli della Speranza, dicendo che se i signori giudici volevano sapere di quelle cose quegli, e non essi, era in grado di dirgliele. Chiamato costui, e messagli addosso una gran paura coll'affermargli efficacemente di sapere di già il tutto, esso rivelò a largo, come la Commissione non avrebbe mai imaginato e sperato. Anche un carrozzaio, indicato da que' due, fu sottoposto agli interrogatori, e anch'egli aggiunse delazione e materia di processi».

Stefano Piavi è ancora ricordato a Ravenna come traditore della Carboneria: fu per molto tempo impiegato nell'ufficio del genio civile; poi divenuto cieco visse in disparte, piú dimenticato che disprezzato; morí prima del 1860.

XIV. Di Gaetano Rambelli e dei quattro suoi compagni di supplizio (cfr. cap. XX) l'Uccellini, a richiesta del conte Gioacchino Rasponi, stese nel 1873 accurate notizie biografiche, le quali mandò a Mariano d'Ayala per le sue Vite degl'Italiani benemeriti della libertà e della patria; ma il volume consacrato agli Uccisi dal carnefice fu pubblicato postumo (Roma, Bocca, 1883), e non contiene le notizie dei martiri ravennati. Un frammento rimastone tra le carte dell'Uccellini, oltre il racconto della fine del Rambelli (cfr. cap. XIX), ci dà la seguente biografia di uno dei suoi compagni: «Angelo Ortolani nacque nel 1802 presso Ravenna, in luogo detto il Bastione nel sobborgo di S. Mamante, da parenti che traevano il sostentamento di lor famiglia, composta di quattro figli, due maschi e due femmine, dal commercio de' cereali, e specialmente dalla vendita delle farine. Suo padre, di nome Paolo, lo ammise di buon'ora nelle scuole comunali, ove apprese a leggere, a scrivere e a far conti: ed era quanto gli occorreva per avviarlo nella industria che egli stesso esercitava. Dapprima lo collocò in uno spaccio di sali e tabacchi, affinché s'iniziasse negli usi commerciali. Il giovane Angelo seppe comportarsi sempre con modi urbani, e captivarsi la grazia del suo principale, sostenendo con zelo il di lui interesse. Cresciuto in età si rese caro, con retti procedimenti e con sensi liberali, agli studenti piú accreditati del paese, i quali non tardarono ad ammetterlo nella Società della Speranza, ramo della Carboneria, composto in gran parte dei giovani che frequentavano le scuole pubbliche. L'Ortolani lasciò in seguito il ricordato negozio, e fu impiegato come agente nel forno che conduceva suo zio Andrea insieme con altri intraprendenti: ed ivi diede maggiori prove di probità tanto che crebbe a dismisura nell'amore dei congiunti e degli amici. Dopo i moti politici del 1820, le Romagne, come ognun sa, sebbene non cooperassero che coi desideri ai tentativi di emancipazione operati negli altri Stati d'Italia, furono tribolate con vessazioni di ogni genere. Nel 1824 ebbero a soffrire sevizie indicibili da un Domenico Matteucci. Direttore provinciale di polizia, contro cui fu esploso di nottetempo un'arma a fuoco, che gli tolse la vita. In seguito la Corte di Roma inviò Legato a Latere a Ravenna con pieni poteri il cardinale Agostino Rivarola coll'incarico di dar termine ai processi politici del 1821 e di estirpare dalle Romagne le sètte liberali. Le iniquità commesse da costui inasprirono siffattamente gli animi di tutti gli abitanti, che nella notte del 23 luglio 1826 videsi aggredito nel mentre che montava in carrozza per restituirsi dalla casa Rasponi Bonanzi alla propria dimora: ma il colpo di pistola direttogli ferí leggermente il suo Segretario; ed egli rimase affatto illeso. Richiamato il Rivarola a Roma, le Romagne furono date all'arbitrio di una Commissione speciale, presieduta da un certo monsignor Invernizzi, che fece man bassa sin dal maggio 1827 su tutti quelli che gli erano designati come sospetti liberali; e l'Ortolani fu uno dei primi ad essere arrestato, e rinchiuso nelle carceri straordinarie che si erano erette in S. Vitale, ampio ex-convento dei Monaci Cassinesi. Affidato alla custodia dei carabinieri pontifici, scelti fra i piú feroci Sanfedisti, non è a dirsi a quali e a quanti tormenti soggiacesse il giovane Angelo; e dopo un anno di durissima prigionia, in cui provò tutti i mali che il Santo Uffizio soleva altre volte infliggere, fu nel 13 maggio 1828 appeso alla forca nella piazza della città, allora denominata degli Svizzeri, ora d'Alighieri, sotto le finestre della residenza del Governatore, per dare al medesimo l'agio di ammirare il terribile spettacolo. È qui da notarsi che fu inibito all'Ortolani di produrre testimoni a discarico contro l'accusa di cui era aggravato, di complicità nell'omicidio del Matteucci e del tentativo contro la vita di Rivarola, né di scegliersi un difensore. Rimangono della famiglia di Angelo un fratello di nome Raffaele, magazziniere, ed una sorella.»

XV. Sul trattamento fatto ai prigionieri politici nelle carceri ravennati di San Vitale è da vedere ciò che scrisse Angelo Frignani nel suo raro e curioso libro La mia pazzia nelle carceri (Parigi, Trouchy, 1839), specialmente ai paragrafi VII-X, XVI-XX, XXIII-XXVI, XXX, XXXVII, dove sono parecchie dissonanze da ciò che narra l'Uccellini, meno fantastico e piú credibile testimonio.

Sulla fine del capitolo si accenna al dottor Girolamo Mazzoni, che appare tra i chirurghi condotti di Ravenna dal 1823 al '28. Di lui scrive il Borgognoni, l. cit.: «Viveva in Ravenna un tal Girolamo Mazzoni di Cesenatico, medico di professione e in concetto di chirurgo valente, ma uomo d'animo oltre ogni dire malvagio. Questi, come poi si riseppe, abusando dell'arte sua, molti, contro i quali, o per ragione di sètta o d'altro, nutriva astio, aveva fatto morire di veleno. La Commissione [dell'Invernizzi], oramai avviata, mise le mani addosso anche a lui, che pare fosse molto innanzi nei gradi delle società segrete. Il Mazzoni stette dapprima molto perplesso; pure alla fine si fe' anch'esso delatore: e una volta entrato per quella via, tanto s'incalorí nel narrare e specificare il molto che ei sapeva, che, volendo in certo suo interrogatorio aggiungere non so se altri particolari o altri nomi, il colonnello Ruvinetti, stomacato, gli gridò: — Taci, briccone, che a quest'ora hai detto anche troppo! — La conseguenza di queste rivelazioni, succedutesi con molta rapidità, fu un improvviso, contemporaneo, sterminato numero d'arresti di cittadini d'ogni età e condizione». Anche il Frignani, op. cit., XXX: «...altre favole obbrobriose, inventate, non so se per suggestione di qualche giudice, o per ispontanea malvagità di un Mazzoni, reggente della Carboneria e traditore compero, il quale al molto vero che svelò per premio, altrettanto di bugiardo aggiunse, eziandio contra sé, quasi ambisse l'infamia».

XVI. A illustrazione del processo fatto all'Uccellini parmi utile riferire qui la relazione che egli stesso incominciò a scriverne nel 1829 sotto forma di lettera al padre; la quale, sebbene incompiuta, dà particolari e ragguagli notabili:

Imola, li . . . . . . . del 1829.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

Virg.

Carissimo Padre,

Ad evasione di quanto le promisi nell'ultima mia delli 12 corr., di renderla cioè instruita delle vertenze, che nella mia causa presentano punti di rimarco, le dirigo questo foglio, che ne contiene in succinto le principali, avendone lasciate a parte molte altre secondarie superflue all'oggetto.

Nel giorno susseguente il mio arresto (3 ottobre 1827) fui condotto innanzi al giudice Mazzoni, il quale alla presenza dei due testimoni, che avevano assistito alla mia perquisizione personale, successa due ore dopo il mio arresto, verificò formalmente gli effetti rinvenutimi, consistenti in un temperino senza punta, in una canna cosí detta di zucchero, in due minute di petizioni, in tre prospetti di contabilità dell'ufficio del Registro a cui, come ognun sa, io era addetto, in due impronti o stampiglie inservienti ad ornare i suddetti prospetti ed in sessantasette baiocchi. Di tale ricognizione si compose un processo verbale, che venne firmato da me e dai testimoni dei quali non ricordo il nome; dopo di che essi vennero congedati.

S'iniziò quindi un altro processo. Oltre alle interrogazioni di uso, mi si chiese: «Se io aveva amici, e quali fossero; dove io era stato arrestato; se sapeva il motivo di mia catturazione; a quali esercizi mi era applicato», ed altre molte, che inutile sarebbe il riportare. Risposi a tutte queste domande con le piú semplici e veritiere risposte; ed all'interrogazione: «Se io era mai intervenuto a cene o ad altri divertimenti» ritenendo sopra forti motivi che il Fisco, venuto in cognizione dell'Accademia del Magnismo da me eretta, già pubblicamente notoria, avesse concepito sinistri sospetti, non esitai ad esporre il fatto pretto e genuino com'era, fondando sempre le mie asserzioni su prove positive e sopra testimonianze ineccezionabili, che assicuravano il Fisco della lealtà della cosa. E difatti nel progresso delle interrogazioni ben m'avvidi che io non m'era deluso. Quanto grande non fu allora la mia compiacenza d'aver prevenuto dei sospetti, che potevano forse essere d'aggravio agli altri accademici, miei amici, e scevri come me, d'ogni dolosità per un fatto simile?

Nel giorno 21 dicembre fui sottomesso ad un altro nuovo interrogatorio innanzi al ricordato giudice Mazzoni. Non si trattò che di farmi render ragione di alcune carte scritte di mio carattere, che io non esitai a pienamente confermare. Consistevano esse in due o tre lettere dirette a Giulio Fanti, mio amico e compagno d'ufficio nel tempo che io mi trovava ammalato; e con le quali l'incaricava di una qualche mia particolare commissione. Mi ricordo pure che fummi resa ostensibile una sestina di cui non seppi dar ragione, se non che quando il giudice stesso mi specificò l'oggetto a cui era servita, cioè «a rimbrottare una donna di vecchia età che pretendeva il vanto di giovinetta»: mi sovvenne allora dell'amico Vincenzo Fiorentini, nelle di cui mani rimase tale scritto sin dall'epoca che frequentavamo la conversazione di Vincenzo Pio; e la mia dichiarazione combinò benissimo con quella che l'amico aveva precedentemente esposta senza alterazione alcuna del fatto, che altro non potè riputarsi che una semplice celia di conversazione. Mi fu pure presentato uno scritto di galanteria perquisito a Fanti, che era un capo d'opera di ridicolosità; sicché fra tutte queste carte nulla fuvvi di concludente.

Nella sera del 9 febbraio 1828, verso l'ora di notte, fui condotto non piú innanzi al giudice Mazzoni, ma al giudice Serafino Menzetti (che seguí ad esser sino alla definizione della causa il mio processante), che mi sottopose ad un semplice esame di ricognizione di altre varie lettere rinvenute a Fanti, non dissimili dalle prime, senza che contenessero la benché minima indecente espressione, che alle volte famigliarmente scrivendo può sfuggire. Lette che mi furono ed annotate nel processo, passò il giudice ad interrogarmi sopra alcune circostanze della surriferita Accademia del Magnismo, che io decifrai con la piú convincente chiarezza, adducendo nuove prove di fatto che convalidavano maggiormente l'esposto.

Notes in this chapter

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