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Memorie della vita di Giosue Carducci (1835-1907)

NOTE.

Reading edition

NOTE AL PROEMIO E AL CAPITOLO I.

(Pag. 3.)

Riferisco il frammento della lettera del Carducci da Pian Castagnaio, che si riferisce alla nomina della Commissione per il colèra.

Per quello che spetta ai nostri studi, de’ quali tu mi scrivi parole gentili, da due settimane gli ho abbandonati; occupato come sono nell’assistere ai malati di colera che abondano pur in questo paese. In mancanza di persone che assistessero, poichè tutti o per poco animo o per inettitudine si ricusarono, io, mio fratello e due giovani senesi prestammo volontaria l’opera nostra ne’ primi casi. Dietro la qual cosa il Municipio ha creduto bene di fare di noi e di tre altri una Commissione gratuita di assistenza, incaricando me della direzione e della compilazione di un regolamento sanitario per altre Commissioni di vigilanza su’ commestibili, nettezza esterna, soccorso agl’indigenti, disinfettazione e inumazione ec. E io, come è dovere di buon cittadino, misi da una parte la vita meditativa per la attiva, la quale, come c’insegna il nostro gran Leopardi, è più degna e più naturale all’uomo che non sia l’altra. E così farò in ogni circostanza in che il bisogno pubblico lo richieda, avendo io dato studio alla vita meditativa appunto perchè l’attiva ci era vietata dalle condizioni del paese nostro infelicissimo.

(Pag. 7.)

Riferisco l’atto di nascita del Carducci, già pubblicato da Giuseppe Picciola nelle note al suo Discorso: Giosue Carducci ec.; Bologna, Zanichelli, 1901.

Certificasi dall’infrascritto Segretario Capo della Sezione Ministeriale dello Stato Civile e Statistica generale, come dal registro delli Atti di Nascita avvenuto (sic) nella Comunità di Pietrasanta nell’anno 1835, e che si conserva nella citata Sezione, apparisce sotto il n. 144 il seguente atto:

«Giosue, Alessandro, Giuseppe Carducci, figlio di Michele e di Ildegonda Celli, l’uno Medico, l’altra Possidente, dimoranti nel popolo di Val di Castello nella Comunità di Pietrasanta, nacque nel dì ventisette Luglio Milleottocentotrentacinque, alle ore undici di sera, e fu battezzato nel dì 29 detto nella Chiesa del nominato popolo. — Compare: Natale Carducci.»

Ed in fede

Dalla Sezione Ministeriale dello Stato Civile e della Statistica generale, li 24 maggio 1853.

Il Segretario Capo della Sezione Attilio Zuccagni Orlandini.

(Pag. 15.)

Nell’Archivio segreto del Buon Governo, filza 5, dal n. 615 al 740-1849 — Delegazione di S. Spirito — Affari informativi — Archivio di Stato di Firenze — trovasi una Lettera del Delegato Palazzeschi al Delegato di S. Spirito in data 29 agosto 1849, con la quale si richiedono informazioni sulla condotta del giovane Giosue Carducci che abita in Via Romana, N. 1843, il quale ha fatto domanda per l’ammissione al Liceo militare Arciduca Ferdinando. Il Delegato di S. Spirito avverte il supplicante di provvedersi del certificato medico di sana costituzione e di presentarsi all’esame di ammissione che avrà luogo il 15 settembre 1849 sulle seguenti materie: Letteratura italiana, Aritmetica ragionata e Geometria piana.

(Pag. 18.)

Ecco i certificati degli studi del Carducci alle Scuole Pie, già pubblicati dal Picciola nelle note al suo Discorso sopra citato:

Firenze, 20 maggio 1853.

Per me sottoscritto, maestro di Rettorica nel Collegio delle Scuole Pie di questa città, certificasi che il giovane Giosue Carducci, figlio di Michele, negli anni scolastici 1850-51, frequentò le mie lezioni con molto impegno, studio e profitto singolarissimo, e, dotato di bell’ingegno e ricchissima immaginazione, e colto per molte ed eccellenti cognizioni, si distinse primo tra i migliori e compì con tutta lode il suo corso di Belle Lettere: buono poi per indole, si condusse sempre da giovine cristianamente e civilmente educato. Tanto per la verità; della quale in fede gli rilascio la presente testimonianza, la quale desidero sia di utile raccomandazione a questo buono e bravo Giovine, che fin d’ora ha fatto concepire di sè le migliori speranze.

Geremia Barsottini delle Scuole Pie M.º P.ª

Confermo quanto sopra, e certifico inoltre come d.º giovine passò in seguito a studiare in d.º Collegio Filosofia, Geometria e Fisica e ne compì il corso con lode e profitto notabilissimo e si condusse in modo irreprensibile. In fede

Paolo Sforzini Pref.º delle Scuole Pie.

Visto Costantino Paoli Rettore delle Scuole Pie.

SCUOLE PIE FIORENTINE.

Noi infrascritti, avendo trovato in regola gli attestati trimestrali rilasciati al giovine Giosue del D.r Michele Carducci di Pietra Santa, dai quali risulta che, durante l’anno accademico 1851-52, è intervenuto alle lezioni di Filosofia Razionale e Morale in questo Collegio di S. Giovanni Evangelista delle Scuole Pie, e nella sua condotta si è diportato in modo irreprensibile;

ed avendo assistito all’esame che il medesimo subì nel dì 23 agosto 1852 sopra le materie studiate, e nel quale venne approvato a pieni voti e pluralità di plauso;

rilasciamo al prefato giovine la presente attestazione di nostra mano firmata.

Firenze, questo dì 24 agosto 1852.

V.º Il Rettore del Collegio, Presidente dell’Esame Costantino Paoli.

Eugenio Barsanti Lettori di Scienze nel Collegio delle Scuole Pie Fiorentine, ed esaminatori deputati.

Filippo Cecchi

Celestino Zini

Il Prefetto delle Scuole Pie Fiorentine Paolo Sforzini.

(Pag. 30.)

Riferendo qui appresso l’intero programma dell’Accademia degli Scolopii del 1854, alla quale il Carducci, che allora era a Celle, mandò a leggere la sua canzone su Dante, non sarà senza qualche interesse dire due parole di un’altra simile Accademia tenuta il 16 marzo 1860, alla quale assistè Niccolò Tommaseo, che ne scrisse nel giornale torinese l’Istitutore in modo onorevole per gli Scolopii. «Che il culto accresciuto alle lettere italiane, scrisse il Tommaseo, non ispenga in queste Scuole l’amore alle latine, n’è prova l’Accademia recitata sere fa; della quale i componimenti, riveduti certamente dal maestro, si fa credibile essere degli allievi, e dalla riuscita felice d’altri alunni, e dal modo stesso ch’egli erano detti, con intelligenza e franchezza, semplicità e sentimento.»

I componimenti letti in questa Accademia del 1860 furono diciotto, e tutti su Dante, tre dei quali in versi latini. Uno dei lettori è oggi decoro delle nostre lettere ed ornamento della Università di Roma, Giacomo Barzellotti: lesse una prosa che aveva per argomento la Divina Commedia paragonata coll’Eneide, e una elegia latina In morte di Dante, della quale il Tommaseo riportò nel suo scritto sei distici, facendovi intorno osservazioni che tornavano a lode del giovane autore. «Non dico, scriveva il Tommaseo, che uno scrittore maturo non possa più condensare il pensiero e l’affetto; dico che questi versi hanno andatura latina non solamente in ciascuna locuzione da sè, ma nel loro congegno, e nell’armonia, e nella vita che anima il tutto; e questo è pregio anco ne’ provetti ormai raro.» Degli altri componimenti diceva: «Tutti versavano intorno a Dante; e altri ve n’era, felici. E la scelta dell’argomento dice lo spirito di queste Scuole, ma il modo come i temi son trattati dice altresì la prudente saviezza che le governa.»

In fine dello scritto, lodando il marchese Ridolfi, allora ministro della istruzione, di avere restituiti alle Scuole Pie quei diritti che avevano di pari con le altre per la promozione degli allievi agli studi superiori, diritti che erano stati tolti loro dal ministro del Granduca, Leonida Landucci, dolevasi di non potere in tutto esaltare quel che il Ridolfi fece, «o piuttosto, dice egli, lasciò fare durante il suo ministero.» — «Non posso, aggiungeva, non mi dolere per la Toscana e per lui, che alla legge degli studi, meditata da Raffaello Lambruschini e da’ suoi colleghi valenti, si sostituisse una cosa che certo non darà legge, e perdessesi questa con tante altre opportunità di porgere al resto d’Italia un nobile esempio.» La cosa sostituita fu la legge toscana 10 marzo 1860, infelicemente copiata dalla legge Casati; la quale tanto ha dato legge, che dopo più di quaranta anni dura ancora quasi soltanto in ciò che ha di peggio.

Ecco il programma dell’Accademia del 1854:

I.

Il Medio Evo. — Prosa preliminare del P. Geremia Barsottini D. S. P., Presidente dell’Accademia.

II.

La Roma antica era caduta. La società aveva bisogno di un urto violento che la scotesse dal suo letargo mortale; aveva bisogno di nuovi elementi che rendessero la vita alle membra di lei quasi morte. I popoli del settentrione nella loro giovenile e selvaggia vigoria compiono il decreto della Provvidenza. L’Italia invasa dai Barbari è un caos di principii vitali, il quale non aspetta che una voce potente ad ordinarsi in creazione bellissima.

I Barbari in Italia. — Ottave — del Sig. Leopoldo Bruscoli, Accademico Risoluto.

III.

Ultimo esempio della dignità romana, ultimo amico di Roma e delle glorie antiche, nuova ed ultima manifestazione dell’idea latina ritemprata nel principio cristiano, ci si mostra.

Boezio nella sua carcere. — Sciolti — del Sig. Pietro Dazzi, Accademico Risoluto.

IV.

Nelle prime barbariche irruzioni i Papi, che altro non potevano, frenano gli oppressori ponendo loro innanzi la Croce, consolano gli oppressi con la dottrina del Dio della mansuetudine e dei dolori.

San Gregorio Magno. — Prosa — del Sig. Paolo Tincolini, Accademico Risoluto.

V.

A difesa dell’Occidente minacciato dal fanatismo di Maometto, Carlo Magno rinnuova l’Impero romano: s’accorge che la sede dell’Impero dev’essere Roma, a lato della cattedra di Pietro; la forza con la sapienza, la spada col pastorale. A ciò caccia i Longobardi, così mette fine ai dominii barbarici in Italia.

Carlo Magno. — Prosa — del Sig. Guido Siccoli, Accademico Risoluto.

VI e VII.

Il Feudalismo creato da Carlo Magno produce pur qualche bene. Stringe il vincolo di famiglia tanto poco curato dagli antichi, e ravvicina il signore allo schiavo mutato in servo della gleba.

I Castelli del Medio Evo. — Ottave — del Sig. Raffaello Agostini, Accademico Fecondo.

I Servi della gleba. — Canto popolare — del Sig. Alessandro Papini, Accademico Fecondo.

VIII.

Il Feudalismo sempre più ravvicina i Grandi alla Plebe: la Religione di Cristo stabilisce e mette in azione l’eguaglianza avanti a Dio.

Il Tabernacolo del Castello. — Ballata — del Sig. Guido Blanc, Accademico Risoluto.

IX.

Eroe della religione, difensore degli oppressi, primo infrenatore dei corrotti e de’ superbi, apostolo potentissimo della legge di Cristo, la più gran mente del Medio Evo, ci apparisce.

San Gregorio VII. — Prosa — del Sig. Giorgio Mariotti, Segretario dell’Accademia.

X.

Il principio popolare santificato dallo spirito del Vangelo è svolto e favorito dall’umile famiglia di Cristo, dai Monaci. Gli antichi non avevano borghesia, non popolo; aveano cittadini ozianti o militanti e plebe di servi faticante pe’ grandi. I Monaci stringono le società dell’agricoltura e del commercio e convocano le genti intorno alle chiese.

San Benedetto. — Prosa — del Sig. Giovanni Panattoni, Accademico Risoluto.

XI.

Dal principio aristocratico modificato col principio cristiano si forma la Cavalleria, difesa degli oppressi, religione dell’eroismo e dell’amore. E già l’amore non è più una voluttà, ma un affetto santificato nel rispetto alla donna.

La Cavalleria. — Polimetro — del Sig. Guido Puccioni, Accademico Risoluto.

XII.

Il principio religioso si fa ogni giorno più forte. La tomba di Cristo è il sospiro di tutti i fedeli: del vecchio, che vuole su quella santificare la morte; del giovane, che vuole inaugurarvi la vita; del giusto, che va a cercarvi ispirazion di costanza; del peccatore, che vuol trovarvi e conforto e perdono.

Il Pellegrino. — Polimetro — del Sig. Ferdinando Montauto, Accademico Fecondo.

XIII.

Ma la tomba di Cristo è in mano degli infedeli. I pellegrini sono angariati, e i fratelli europei si levano a vendetta e a sgombrare Terra Santa dai Musulmani. Le Crociate collegano Europa ed Asia, diffondendo il commercio e la civiltà.

Le Crociate. — Polimetro — del Sig. Michelangelo Pagni, Accademico Fecondo.

XIV.

Dalla religione e dall’amore, idee riunite nella Cavalleria, nasce la Poesia trovadorica, che di natura sua è conciliatrice di civiltà e gentilezza nelle anime inferocite tra le guerre ed il sangue.

Il Trovadore. — Cantica — del Sig. Enrico Nencioni, Accademico Risoluto.

XV.

Mentre i Trovadori diffondono nei loro canti il principio eroico del Cristianesimo, a diffondere la nuova morale che sarebbe stata compressa sotto il regno della forza, giova la nuova e ingenua letteratura nata nel popolo, e manifestatasi nelle tradizioni sacre col nome di Leggende.

Maria al castello ospitale. — Leggenda popolare — del Sig. Damiano Damiani, Accademico Fecondo.

XVI.

Dei primi Trovadori arditi e destri in armi, fedeli al loro Sire e alla loro dama, è esempio.

Ser Blondello che libera di prigionia Riccardo Cuor di Leone. — Sirventese — del Sig. Jacopo Mensini, Accademico Fecondo.

XVII.

S’arma un’altra Crociata. La Francia ha bisogno dell’Italia già fiorente di potenza, e chiede aiuti a Venezia. Arrigo Dandolo, Doge ottuagenario, segue i Crociati: armato di tutto punto, fra la strage e gl’incendi, sale primo sulle mura di Bisanzio, e vi pianta la bandiera di San Marco: acclamato re, ricusa la corona de’ Cesari.

Arrigo Dandolo. — Ballata — del Sig. Giuseppe Bambagini, Accademico Fecondo.

XVIII.

I tempi eroici del Medio Evo sono cessati. In Italia il Feudalismo cede luogo ai Comuni. Seguono più forti le lotte tra l’Impero e la Chiesa, fra i Grandi e il Popolo, fra i Ghibellini e i Guelfi. Primo in questa lotta è

Federigo Barbarossa. — Frammento storico — del Sig. Cesare Parrini, Accademico Risoluto.

XIX.

L’Imperatore, costretto a cedere di fronte alla Religione ed al Popolo, si volge a pensieri più miti e ferma co’ Lombardi

La pace di Costanza. — Terzine — del Sig. Enrico Panattoni, Accademico Fecondo.

XX.

Mentre il mondo combatte, e l’Italia è inondata di sangue per le contese tra Popolo e Grandi e per crudeli avarizie, un umile fraticello va di terra in terra gridando: Amore, amore! Ei non vede e non pensa che amore. Per lui tutto è amore, da Dio e dalle opere sue più grandi fino alla colomba dell’aere e al fiore del campo. Per lui tutti gli esseri sono fratelli. Questo umile fraticello è

San Francesco d’Assisi. — Canzone — del Sig. Giovanni Del Corona, Accademico Risoluto.

XXI.

La civiltà sempre più manifestasi in ogni fenomeno della Storia italiana. La donna nobilitata dalla Cavalleria, esaltata dai Trovadori, santificata dalla Religione, divien culto pei popoli d’Italia. I Vespri siciliani ripetono ancora la terribile parola: Guai a chi insulta

La dignità della donna. — Canzone — del Sig. Pirro Pasta, Accademico Fecondo.

XXII.

I fatti accennati fin qui dimostrano quali elementi di vita accoglie in sè il Medio Evo. Non manca che una voce che tuoni su questo caos, come un tempo sul caos antico la voce di Jeova, e crei. Questa possente voce è la voce di

Dante. — Canzone — del Sig. Giosue Carducci, Accademico Risoluto.

NOTE AL CAPITOLO III.

(Pag. 65, 67, 82.)

Riferisco, in nota a questo capitolo, la Canzone inedita del Padre Francesco Donati, e gli articoli del giornale Il Passatempo su la Diceria del Gargani e la Giunta alla derrata degli Amici pedanti.

A Enrico Pazzi quando scolpiva il busto di G. Parini. Perchè di speme il core Rifiorisca e s’accenda al bel desio Di gloria, e l’ozio, che le menti ha dome, Cessar non dolga, forse alto valore T’infonde amico fato, o Pazzi mio? Dei grandi, onde vivrà l’italo nome Invidïato sempre, irriso mai, Le divine sembianze Ecco a morte ritoglie Tua gentil opra. Arrida il ciel pietoso Al laudabil pensier, che in te s’accoglie: E surga schiva di corrotte usanze E codardo riposo E oblique voglie omai la gioventude Sè temprando degli avi alla virtude. Emula brama spinse Da basso loco a glorïosa meta L’Ateniese garzon che a Salamina Di barbarico sangue il mar dipinse; E sovente, cred’io, per la segreta Ombra notturna la Maestà latina Circa alle sante immagini dei padri Biancovestita ai figli Di Quirino discese Ad infiammar le giovinette menti; Onde poi sì robusta ala distese, Fatto maggiore da i maggior perigli, Fra i marziali cimenti, La vittoria seguendo in ogni lido L’augel che pose in Campidoglio il nido. E mentre a voi non pesa Nel dedaleo lavor vita novella, Alme sdegnose, disperar non lice Di nostra patria anco giacente e offesa Da molto sonno ed avvilita ancella: Poichè spenta non è la fiamma altrice Del valor primo, e la potente Vesta Dall’ausonie contrade Esular non sostenne Quando l’instabil dea sul Palatino Rendeva al tergo le fugaci penne. Ma voi, d’ira succenso e di pietade Il sembiante divino, I cor pungete e le menti cadute, E da vergogna ne verrà salute. Così dal ciel reddia Fatta secura la virtù pudica Agli stuprati lari ove al tuo verso, Al sì lodato verso alta ironia Affidasti, o Parini. A te nimica Volgea l’improba sorte, ed il perverso Secol crudele a laute mense accolto A te, pietoso figlio, Scarso pane niegava Di che sfamar la tua madre dolente! Empio! ma te non vide in fra la prava Turba l’altero capo e ’l franco ciglio Piegar servilemente; E privo di rimorsi all’atre porte Libero e nudo t’accogliea la morte. Ma non senza la doglia, Che induce al core la tradita speme; Ahi più d’ogni altra fieramente insana: Quando alla patria tua presso alla soglia Di libertà gli scherni e le catene Una gente doppiò superba e vana: Qual buon nocchiero in fortunoso mare Non s’abbandoni lasso A paura e sconforto E della sua virtù non si ricreda. Campa la rea procella e giugne a porto; Così venisti confidente al passo, Onde non è chi rieda, Certo che ancor, se miseri e prostrati, Splendidi foran della patria i fati. Ma Italia anco si duole E si dorrà, chè non è lieve il danno, O santo Petto, della tua partita; E a noi di tanta madre oscura prole E di povero cor nel grave affanno Pur te, pur te, che sì l’onori, addita: Lacrimosa si va cercando intorno Col guardo inconsolato E le marine e il seno; Ma la costanza tua, ma la tua fede E la bella innocenza e il desir pieno Di libertà, di gloria, indegno fato! La misera non vede: Non vede quell’amor che d’ira imprenta, Nè cor che all’ira ed all’amor consenta. Omai la sacra pianta Di virtù più non cresce, e fatta inerte Nel terren più ferace e sotto il cielo, Che di superbo sole i giorni ammanta, E fra le mani a tanto culto esperte Fiori e frutti non mena; orrido gelo L’umor vitale ne imprigiona e lega. Chè a guadagno servile E core, e mente, ed opre Volge la gente, sì che in altra parte Intendimento alcun non si discopre. Cieco desio fa legge, e tiensi a vile Il sacro ingegno e l’arte: Perchè Italia ne geme, e piange, e grida, Veggendo in ogni figlio un parricida. O patria mia, se volta Non venga a sera tua fatal giornata Pria che ricinga il venerabil crine, Che di mille corone ancor s’affolta, Quella perchè temuta e invidïata Andar ti fero le virtù latine, A questo vivo marmo or ti conforta. Qui qui verranno a schiera I tuoi figlioli, o madre, E quinci spira peregrino affetto E altissimo pensier d’opre leggiadre: Nè fia chi pur sogguati alla severa Fronte e nel conscio petto Romper non senta la profonda calma, Nè surga al fiero tempestar dell’alma. Spera: vanir non puote La tua speranza mai se pria disciolto L’universo non torni al nulla antico: E lento pur dalle superne ruote Nei luminosi campi il sol fia volto, Come aggrada alla sorte, un raggio amico, Che ti vesta di luce, Italia, aspetta Dalla ragion dei tempi. Poichè l’ordine eterno, Che agli esseri dà vita e moto e posa, Fòra distrutto, se qui ver discerno, Ov’eterne ruine, eterni scempi E ogni diversa cosa Più che morte non è premesse al fondo Chi niuno ebbe maggior, pari o secondo. E tu dall’alte sedi, Laddove gli immortali han fida stanza, Se il futuro le soglie a voi non niega, Spirto gentil, fruttificar già vedi Questa da lungo dì culta speranza, Ed oh! pel forte amor che a noi ti lega Qual fia nostra grandezza? un’altra fiata L’italo Marte doma Vedrà la terra? o fòra Del selvoso Appennino il mar coperto Ove il giorno s’accende, ove scolora? Di sapïenza fia l’eterna Roma Novello tempio aperto? O seguirem nell’arti eccelse ed alme Cogliendo sempre orgoglïose palme? O più nobil arena, Se l’orme ricalcar non è fatale, Il ciel n’appresta? A te forse all’amplesso Accolto già della sottil Camena, Allor che t’inspirò canto immortale, Tanta mole di gloria era concesso Nell’abisso veder della sua luce. Oh! quel divin sorriso Di natura t’aperse Liberi doni e affetti, e le beate Gioje schiuse d’amor, poichè t’offerse Spettacol grato col giocondo viso La celeste beltate: E al fiammeggiar di due luci amorose Rider vedesti le create cose. Ove d’amor non fiede L’alta virtù, quinci la vita fugge E morte incombe e, se d’amor digiuna, Come putrido stagno immota siede L’alma nel petto e suo vigor distrugge Miseramente in infima lacuna. Amasti, o saggio, e l’amor tuo derise Sciocco vulgo maligno, Chè i primi casi in loco T’ebber condotto ov’egli colpa estima In sen nutrire l’amoroso foco: Ma tu le candid’ale, italo cigno, Spiegasti all’ardua cima, Ove l’occhio non giugne nonchè ’l vano E procace clamor di vulgo insano. Amor, speme e disdegno, O ben creato spirto, anco ti piaccia Versarne in cor dagli effigiati marmi, Sicchè rivolte sien l’opre e l’ingegno Ove segnasti luminosa traccia Col dolce suon d’armonïosi carmi E la vita operosa e intemerata. E tu, Pazzi, che sai Coi divini portenti Dell’arte tua gentil sovra il sentiero Di gloria richiamar l’itale genti, Segui l’opre mirande, e sì vedrai Sul gemino emisfero Ove bella virtù si onora ed ama Carca del nome tuo volar la fama.

Modigliana, 15 febbraio 1856.

Franco Donati.

Di Braccio Bracci e degli altri Poeti odiernissimi. Diceria di G. T. Gargani. Firenze 1856.

Avevamo fatto proposito per certe ragioni di non fiatare di questo libercolo; ma dacchè tutti i giornali lo han giudicato, purtroppo secondo il merito, duramente, non possiamo più rimanerci in silenzio neppur noi: e però, lasciato il solito tenore del Passatempo, che per le medesime ragioni non conviene qui, diremo poche e non beffarde parole, solamente per dolerci del vedere come il signor Gargani poco più che ventenne presuma tanto di sè e ardisca quello che presume e ardisce in esso opuscolo, il quale è di sorte che fa aperto segno non avere il suo autore nemmen una delle mille parti che si richieggono allo scrittore. E di fatto ordine e disposizione veruna vi si cerca invano, saltandosi continuamente di palo in frasca nel più pazzo modo, e proprio placidis coeunt immitia, serpentes avibus geminantur, tigribus agni: non v’è ombra di giudizio letterario, perchè si trovano messi in un mazzo il Manzoni, il Tommaseo, l’Arcangeli, il Giudici, il Cantù, il Prati, il Guerrazzi, Gino Capponi, il Bracci, il Pieri, il Cempini, il Piave, il Bianciardi, il Bonghi, lo Zauli Sajani, il Lorenzini, ed altri; guazzabuglio irriverente e dissennato: non v’è odore di buono stile o di buona lingua, essendoci stranissimo accozzo di svenevolezze moderne con le più squarquoje frasi del Pataffio e del Burchiello, per forma che qui tu leggi il chiacchillare, il ciaramelle sfacciati, la svergognanza, l’immiata, il traricchissimo, la buassaggine, lo gnaffe, l’alle guagnespole con altre simili a barche; ed accanto accanto il francese A meno che per salvochè, l’abitudine per uso, consuetudine; il troppo sventati per istare per troppo sventati da stare: la sensitività delle passioni, la illiberalità dell’argomento, le celebrità per uomini celebri (errore che non basta il Giusti a scusarlo), a tale scrupolosi da, per tanto scrupolosi che: l’anima tutta zucchero e latte con altre infinite; e con l’aggiunta di veri spropositi di grammatica, come dasse per desse, non ammesso da nessun grammatico, nè usato da verun buono scrittore, e il vuo’ usato per voglio, quando dovea dirsi vo’ dacchè vuo’ è abbreviatura di vuoi: i quali errori e altri simili, se possono comportarsi in altrui, non possono tollerarsi in chi fa il maestro a color che sanno. Oltre a questo si vede nel libretto una contradizione flagrante, perchè dove a pag. 8 si beffa il Gelli per avere con parole da galantuomo biasimato le vergognose guerre de’ letterati, e si fa aperta professione di accattabrighe, come ne dà prova il libro medesimo, a pag. 55 si dice che i più scrittori dell’appendice alle Letture di famiglia (fra’ quali il Gargani intende noverar sè e i suoi amici) hanno la vecchia ubbìa di rispettare le opinioni di tutti. Ma vizio capitalissimo e che vince tutti gli altri presi insieme è questo, che il signor Gargani avendo avuto alle mani un argomento eccellente, quello cioè di difendere gli studj classici, non ha saputo raccapezzare una pagina che si regga in gambe, e il fino oro che trattava lo ha tramutato in vil piombo. Per la qual cosa egli ha fatto opera contraria direttamente al fine propostosi, dacchè non pure non farà essa ricredenti i nemici de’ buoni studj classici, ma darà invece loro materia di dire malignamente: «Se tali studj non conducono chi si affatica in essi come il Gargani, ad altro che a scrivere sì grottescamente come ha fatto egli, ed a sragionare come egli ha sragionato, Dio ci guardi da tali studj.» Coloro poi che gli amano sinceramente, e non disamano il signor Gargani, piangeranno del vederli difesi così a rovescio, e dirò anche vituperati; ed egli non potrà fare che non si volgano a lui e non gli dicano: «Vi par egli codesto il modo di difendere cosa sì bella e santa: vi par egli che stia bene a nessuno, ed a voi massimamente, il parlare con ischerno di uomini che, se hanno dottrine diverse da quelle professate da voi, son pure uomini ricchi di sapere e degni di ogni riverenza, e il mettergli alla pari co’ più vili guastamestieri? Immaginatevi per un poco di trovarvi in luogo dove fossero il Manzoni, il Tommaseo, l’Arcangeli (se potesse rivivere), Gino Capponi, e lo stesso Guerrazzi, avreste voi cuore di mantener loro in faccia le beffarde parole che avete scritte in questo mal libro: ovvero sarebbe tanta la vostra confusione che non che fiatare, non ardireste nemmeno levar gli occhi in faccia loro? Mettetevi le mani al petto, e fate senno per un’altra volta.»

E così gli diciamo noi, non per animosità nè per male che gli vogliamo; ma per desiderio di vedere ch’egli faccia ammenda di questo lavoro con altri lavori più assennati, e più degni della umanità delle lettere.

(Dal giornale Il Passatempo, anno I, n. 30, 26 luglio 1856.)

Giunta alla derrata: Ai giornalisti fiorentini risposta di G. T. Gargani commentata dagli Amici pedanti.

Quando uscì fuori la famosa Diceria di G. T. Gargani, che un po’ fece sbellicar dalle risa per le sue scempiaggini, e un po’ fece stomacare tutti gli uomini di senno per il modo irriverente col quale vi si trattavano letterati grandi e di gran fama, tutti i periodici fiorentini misero degnamente in canzonella esso Gargani ed i suoi amici pedanti. Il solo Passatempo (derogando dal suo proposito, che è quel di celiare) trattò con parole gravi, e più amichevoli che altro, lo spiacevole argomento; sperando che que’ pedanti, quasi tutti giovinetti usciti or ora dalle scuole minori, si movessero al biasimo universale degli uomini di senno e di tutta la stampa, ed usassero meglio per un’altra volta l’ingegno che Dio potesse aver conceduto a qualcuno di essi, dopo averlo più maturamente coltivato. Ma la cosa andò altrimenti, perchè i pedanti invece infellonirono; ed ora hanno fatto un altro libro pieno delle più furenti parole contro coloro che biasimarono il primo, ribadendo tutte le pazze cose in quello già dette, e vituperando nel tempo stesso persone dottissime e venerande: un libro, i cui autori si mostrano crassamente ignoranti di ciò che fin qui è stato scritto nella materia che hanno a mano; e, come se fossero d’un altro mondo, armeggiano fanciullescamente di ciò che altri ha nobilmente combattuto: un miserabile affastellamento insomma di arroganti contumelie e di bizze impotenti, che faranno rider saporitamente coloro che conoscono quegli atleti lilliputtini dai quali esse vengono, se non quanto sarà loro amareggiata l’ilarità dal vedere le lettere italiane così vituperosamente trattate, e venute a tali mani. Ora gli altri giornali faranno ciò che lor piace: io Passatempo per parte mia son fermo di non dare a’ pedanti il gusto di veruna risposta. Solo non posso tenermi dal significare il mio dispiacere vedendo giovani di così poca età avere a vile il biasimo universale, ed entrare nell’arringo delle lettere con le armi vituperose de’ facchini e de’ mercatini. Per ciò che spetta a me, io mi tengo onorato delle costoro villanie, quando esse mi sono comuni con uomini che tutto il mondo onora e riverisce. Rispetto alle questioni letterarie che muovono, intendo di avvertirgli che dove essi credono combatter me, combattono dottrine e proposizioni di autori approvati per solenni maestri, e discutono cose mille volte trattate e ormai giudicate: e dove essi combattono il detto di colui cui si credon ferire con le loro parole, si mostrano ignoranti di ciò che egli medesimo ed altri, di lui assai più valenti, hanno già scritto replicando a quelle stesse obiezioni che essi fanno ora come nuove; per modo che il risponder loro sarebbe un ripetere il già detto e ridetto come essi appunto ripetono a uso pappagallo il già detto e ridetto facendo quelle obiezioni. Dirò altresì che le parole dette ad uno di loro da uno de’ miei scrittori circa a’ verbi Dare e Fare non furon sapute riferire; e che se esso le ripetesse, come è pronto a ripeterle, ma a voce, forse, e senza forse, non saprebbero essi che cosa rispondere. E loro domanderò se credono veramente, col difendere il dasse per desse, il vuo’ per voglio, e simili spropositi, di far sì che gli scrittori italiani gli accettino mediante la loro autorità, e che si abbiano a correggere tutte le grammatiche scritte dal Bembo in qua; e domanderò se per mantenere nel verbo dare la radice da, e mandarlo sopra amare diranno io dai per diedi o detti come amai; dammo per demmo come amammo; daò per dette, come amò; darono per diedero come amarono e simili; e se insegneranno che così si abbia a scrivere. Inquanto poi agli esempi che recano, gl’inviterei a mostrarmi i codici antichi e autorevoli che gli dessero come essi gli danno (avvertendogli per altro, circa all’esempio del Malespini, che l’accurata edizione del Fellini ha desse e non dasse, e che desse e non dasse hanno i codici magliabechiani; sicchè essi commettono anche la mancinata di alterare gli esempi); e in qualunque caso gli assennerei che pochi esempi non fanno forza contro l’uso costante di tutti i secoli o di tutti gli scrittori, nè contro le regole di tutti i maestri: senza che, trattandosi di coniugazione di verbi, non dirò la critica, ma il senso comune insegna che gli esempi spicciolati non fanno forza, ma bisogna poter dire il tale autore CLASSICO usa sempre il verbo DARE a quel modo; perchè se uno scrive per esempio mille volte regolarmente desse, e una o due volto dasse, quell’una o due vuol dire o che senza accorgersene l’ha scritte, o che è errore di stampa, o che c’è qualche altra cagione da non valutarsi nulla. E se mi venissero fuori con l’uso del popolo, loro direi che il popolo usa per esempio stiedi, stiedemo, ebbimo e altre simili voci spropositate, le quali potrà venire in mente a qualcuno di difendere per via d’analogia, ma a nessuno, se non pazzo, di scriverle egli o di insegnarle a scrivere altrui. Circa alla voce abitudine, cui essi difendono a quel mo’ a pappacecio con esempio del Botta, potrei insegnar loro che ne dice il Botta stesso in una lettera al Robiola, dove questi gli riprendeva tal voce e altre simili non buone usate da lui, della qual riprensione il Botta stesso si dichiara degno, e condanna per conseguenza e l’abitudine ed altri errori da lui usati. E in ogni caso dovean sapere ciò che della voce abitudine e dell’autorità del Botta che la usa, e dell’Accademia che la registra scrive il Gherardini, della cui autorità essi altrove si fanno forti, e che non è certo uomo sospetto, e lui in qualunque caso riprendere e non me. Ma che vale ragionar con gente che per provare che s’ha a dir dassi argomentano che facendosi l’imperfetto del congiuntivo col cambiamento in ssi dello sti del perfetto dell’indicativo, da dasti vien dassi e non dessi, mostrandosi ignoranti di tutto ciò che sanno i ragazzi delle scuole minori, che dasti cioè è lo stesso idiotismo che dassi, e che dee dirsi desti, così per l’intrinseca ragione del verbo dare, come per insegnamento non del solo Mastrofini da essi citato, ma di tutti i maestri e di tutti gli scrittori da che lingua è lingua.

Ma adagio adagio darei a queste parole aria di risposta, e così la darei vinta a’ pedanti, dal che Dio mi guardi. La risposta se la daranno da sè medesimi se mai avviene che mettan giudizio, la qual cosa per altro è assai dubbia.

(Dal giornale Il Passatempo, anno I, n. 46, 29 novembre 1856.)

NOTE AL CAPITOLO IV.

(Pag. 96, 98, 99 e 115.)

Polemica intorno alle Rime del Carducci.

Aggiungiamo qui, per quelli che ne fossero curiosi, alcuni particolari e qualche documento intorno alla polemica alla quale diede luogo la pubblicazione delle Rime del Carducci; polemica che, come i lettori sanno, si può dire la continuazione di quella degli amici pedanti coi giornali fiorentini del tempo.

Il volumetto delle Rime fu pubblicato agli ultimi di luglio del 1857; e nel giornale umoristico La Lente del 4 agosto usciva un articoletto firmato E. M., il quale era poco più che un annunzio benevolo della pubblicazione. L’E. M. era, come dissi, l’avvocato Elpidio Micciarelli, amico del Targioni ed ammiratore del Carducci, quello stesso che l’anno dopo fondò e mise a disposizione degli amici pedanti il giornale Il Momo. Nell’articolo se la pigliava contro coloro che dicevano il tempo della poesia essere finito, nè ammettevano, s’intende, altra poesia che la romantica; e, affermando che il volumetto delle Rime dimostrava il Carducci essere «poeta per concetto, per sentimento, per forma, grande, delicato, profondo»; conchiudeva: «A coloro ai cui occhi l’opera rettamente usata dell’ingegno e della scienza è cosa santa da non profanarsi con meschini giudizii, ma da rispettarsi come l’arca della gloria nazionale, penso, sarà lecito il dire che dopo quelle di Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che ai giorni nostri sia uscita in Italia.»

Il Fanfani, ch’era pieno di stizza contro il Carducci e gli amici pedanti per ciò che avevano scritto contro di lui nella Giunta alla derrata, pigliando occasione dalle lodi del signore E. M. della Lente, scrisse subito un articolo pieno di veleno e di stupidaggini intorno alle Rime; ma, invece di pubblicarlo nel suo giornale Il Passatempo, lo stampò (senza nome, s’intende) nei numeri 8 e 14 agosto della Lanterna di Diogene.

La Lente del 25 agosto, protestando di voler rimanere estranea alla questione, pubblicò una lettera del signor E. M. al Direttore e una del Carducci al signor E. M., tutt’e due in risposta agli articoli della Lanterna; e questa tre giorni dopo (n. del 28 agosto) rispondeva con un articolo, intitolato: Le bizze di Giosue Carducci. La settimana avanti (n. del 21 agosto), avendo saputo che il Carducci stava preparando le sue risposte, aveva minacciato di chiudere la lizza con una caricatura.

Nella Lente del 1º settembre tornarono in iscena il signor E. M. e il Carducci; questi con una seconda lettera che rispondeva alla parte letteraria della critica della Lanterna, quegli con una breve dichiarazione premessa alla lettera del Carducci, con la quale diceva, non parergli dignitoso continuare polemiche con chi intendeva a modo della Lanterna l’ufficio delle lettere e del giornalismo. «Lascio adunque libero il campo, finiva, a questi detrattori di un giovane della cui stima mi onoro; e ciò fo con animo sereno, sì perchè non li invidio nella ingenerosa opera loro, sì perchè sono intimamente convinto che il giovane poeta, continuando alacremente negli studi, occuperà un bel posto nella odierna nostra letteratura a dispetto de’ suoi avversari.»

Alla seconda lettera del Carducci il Fanfani rispose con un quarto articolo nella Lanterna del 5 e con un quinto in quella del 12 settembre, intitolato: «Così all’amichevole si rimpedula il cervello al dottor Giosue Carducci.»

Le lettere del Carducci dovevano seguitare, perchè la materia alle risposte gli abbondava; ma nella Lente del 15 settembre comparve questa dichiarazione, che troncò la polemica: «Il signor dottor Giosue Carducci aveva portato a questa Direzione parte della continuazione della sua replica agli articoli della Lanterna, ma con dispiacere noi abbiamo sentito la necessità di doverci astenere dal pubblicarla, inquantochè vi si accennava ad un lungo proseguimento di questa polemica, la quale di natura sua ci pare aliena alla indole del nostro giornale, che è tutto umoristico.»

Intanto che il Fanfani pubblicava nella Lanterna i suoi velenosi articoli contro il Carducci, il giornale Il Passatempo, facendo la commedia, fingeva tener dietro alla polemica con l’aria di chi, disinteressato, vuol giudicare serenamente. E nella rassegna dei giornali chiamava (15 agosto) «nel tutto insieme giusta, ma troppo acerba, anzi feroce» la critica della Lanterna; lodava (22 e 29 agosto) la critica di Napoleone Giotti nello Spettatore, dicendola pacata e giudiziosa, ma non senza mite ironia; e biasimava (29 agosto) il Carducci e il signore E. M. per le loro risposte alla Lanterna, troppo aggressive.

Nel n. del 5 settembre del Passatempo l’articolo della Lanterna, Le bizze di Giosue Carducci, era battezzato per «una risposta vivace ed arguta quanto altra mai», e si esprimeva la speranza che anche il Carducci, seguendo l’esempio della Lanterna, si moderasse nelle repliche. Ma poche righe più giù, parlandosi del secondo articolo del Carducci nella Lente, gli si faceva rimprovero di uscir sempre dai termini della moderazione.

A proposito del quarto articolo del Fanfani nella Lanterna (n. 17, 5 settembre) il Passatempo del 12 settembre scriveva: «Si torna sulla questione del Carducci, al quale il suo critico inesorabile, esclamando Il povero Giosue Carducci vagella, scrive una lettera per dargli una lezione di scherma, di cui dovrebbe, se è tale quale si tiene, far suo pro. Non curi le lische, chè ve ne sono, e prenda la polpa.» E poche righe più giù diceva: «Troppo più che scherzo ci pare la fiera derisione di chi difese nella Lente il Carducci.» Finalmente, parlando della dichiarazione della Lente circa la cessazione della polemica, scriveva: «Lodiamo il proposito del Carducci, e più lo loderemmo se l’avesse fatto prima.»

Non basta: la moderazione, anzi la generosità del Passatempo arrivò fino a prendere le difese del Carducci contro il Direttore di un giornaletto teatrale, che lo aveva chiamato pedante nel midollo dell’ossa, fradicio pedante non poeta, membro della società di mutuo incensamento, pastorello d’Arcadia, martire dello sgobbo, ec. ec. Il Carducci si era contentato di riderne, e di scrivere, per uso degli amici, un sonetto di risposta, che cominciava così, e che, s’intende, non fu mai stampato:

Ora itevene, o Muse, a sbordellare, E Palla sia che scingavi le zone, Poi che questa reliquia del bastone Vuole anch’ei di poetica trattare. O fogna di sporcizie, o lupanare, Quand’esci a ragionar con le persone, Prima alla fronte mettiti un crocione, Chè non ci venga la gente a pisciare.

Nel terzo verso si allude ad una solenne bastonatura che il Direttore del giornaletto teatrale aveva ricevuto da un pagliaccio di una compagnia equestre.

Il Passatempo, pigliando la cosa sul serio, rispose così (n. del 21 novembre 1857):

Il signor Carducci non merita una tirata d’orecchi come voi gli fate; l’avreste preso forse per un Garelli, per un Bertini et similia?... Il Carducci è un giovane a parer mio educato a buonissimi studj; sicchè avete commesso villanìa a trattarlo in quel modo lì.... Io non dirò che le poesie del Carducci sieno senza mende, ma da un’altra parte, ditemi, possono mettersi in un mazzo con tante e tante altre che si veggono andare attorno? In un punto del vostro articolo vi lasciate scappare queste po’ po’ di bestemmie: «Pretendere di farci rinculare fino all’epoca di fra Guittone e di Dante da Majano, belare leziosaggini e smancerie come un pastorello d’Arcadia ec.» Vi fa torto il non aver conosciuto che il Carducci con quella sua forma poetica non volea far altro che ricondurre in Italia l’amore dei buoni studi.... io scommetto mille contr’uno che il Carducci infine infine farà qualche cosa meglio di me e di voi e di tanti altri nostri carissimi compagnoni.

Quando il Passatempo scriveva così, doveva certamente supporre che nessuno sapesse quello che tutti sapevano, che cioè lo scrittore degli articoli della Lanterna contro il Carducci era il Fanfani; e doveva anche essersi dimenticato che quelli articoli in fondo in fondo e’ li aveva sempre approvati.

Come saggio della polemica intorno alle Rime del Carducci, riferisco l’articolo del Fanfani nei due primi numeri della Lanterna, e la seconda lettera del Carducci nella Lente.

E faccio seguire ad essi l’articolo che, in forma di recensione, fu pubblicato nel fascicolo del maggio 1858 della Rivista contemporanea di Torino.

Se i giornalisti fiorentini, seguendo il Fanfani, erano stati unanimi nel vituperare le Rime del Carducci (la Lente, che aveva accolto le prime risposte del Carducci, poi si ritrasse subito, per non rompere il bell’accordo), l’autorevole Rivista torinese (nella quale scrivevano il Guerrazzi, il Vegezzi-Ruscalla, il Nigra, il Maestri, il Gallenga, lo Zini, il Massari, ed altri valentuomini, molti dei quali emigrati in Piemonte per ragioni politiche) non ebbe che lodi per il libretto del giovine poeta; e, ciò che più monta, lodi che mostravano un giudice competente e sereno.

L’articolo non era firmato, ma nella Rassegna bibliografica, della quale faceva parte, c’era un primo articolo firmato Luigi Zini, nel quale, a proposito delle Satire e poesie minori di Vittorio Alfieri pubblicate dal Carducci, si diceva: «Un giovane poeta toscano: al quale nei primi passi l’invidia e la cattiveria delle consorterie hanno gittato subito pietre ed improperii, per inconsueti modi violando le leggi della cortesia toscana, ma che ad uno dei nostri sommi, giudice formidabile e severo, è apparso siccome Achille fanciullo che apprende da Chirone (e il Chirone vuole sia Ugo Foscolo); questo giovin poeta, Giosue Carducci, del quale forse avrò altrove a dir qualche cosa, o in questa o nella prossima rassegna, vi appose una breve ma succosa prefazione, ec.» Queste parole fecero supporre al Targioni e al Micciarelli che la recensione non firmata fosse dello Zini, e ristampandola nel Momo (n. del 1º luglio) l’attribuirono senz’altro a lui. Ciò naturalmente diede fastidio al Passatempo, il quale nel suo n. 27 (3 luglio 1858) accennando a quella recensione vi contrappose la sola parte della lettera del Guerrazzi che criticava il Carducci, e mandò copia del giornale allo Zini. Lo Zini si affrettò a rispondere al Passatempo che la recensione non era sua, e il Passatempo pubblicò la lettera dello Zini nel numero del 10 luglio. Ciò non ostante il Targioni e il Micciarelli seguitarono a credere che la recensione fosse dello Zini, e nel n. 28 del Momo (15 luglio) pubblicarono una curiosa rettificazione, che finiva così: «nonostante la protesta pubblicata dal solerte Passatempo, inclinavamo.... a restare, per lo meno, nella nostra opinione; quando ci è pervenuta quasi sicura notizia che non proprio il signor Luigi Zini, ma un tal Gigi Zoni è l’autore dell’articolo. E questo sia detto in lode del vero, e, anche un poco, del benevolo Gigi Zoni.»

Il Targioni e il Micciarelli avevano preso una solenne cantonata. Non c’era nessuna ragione di supporre non sincera la dichiarazione dello Zini. Ad ogni modo c’era un fatto che tagliava, come si suol dire, la testa al toro. In un articolo, Miscellanei, ch’era sotto altro nome una rassegna bibliografica, pubblicato nel fascicolo di giugno della Rivista contemporanea, lo Zini stesso parlava in modo alquanto diverso delle Rime del Carducci, il cui volumetto, diceva, eragli stato dato da un illustre scrittore, che lo aveva postillato di sua mano. L’illustre scrittore non era, si capisce dalle parole dello Zini, altri che il Guerrazzi. Le parole dello Zini, sotto forma di dialogo, erano queste:

— Insomma che dirai di queste poesie? — insistette l’inquisitore.

— Nulla probabilmente, e domanderò scusa agli autori e all’uditorio. Delle Rime del Carducci aveva quasi sacramento di parlare, e già lo promisi nella passata dispensa, quando, senza che io ne sapessi, altri ne parlò distesamente e con molto miglior garbo di quello che io avrei potuto. Io le aveva qui, e postillate al lapis per mano di tale che può ben sedere pro tribunali.... Già sapete di chi intendo parlare. E poi vedete a chi donava l’autore questo volumetto.

— Lasciami vedere.... Oh! ben credo che gli s’abbia a far riverenza. Ma vediamo le postille. Questi tratti muti probabilmente significheranno che si poteva far meglio.... Oh! Ecco qui una postilla al sonetto a Enrico Nencioni: bei versi ma di poco concetto! Più oltre, a Giuseppe Parini: bei versi e concetto degno e santo! Sonetto al conte Terenzio Mamiani Della Rovere, ve’ la postilla alla prima quartina: non capisco niente, e neanch’io in verità. Qui nel primo canto a Targioni-Tozzetti: ah! c’è un’invocazione del poeta alle muse perchè lo aiutino a cantar di Grecia e del Lazio; leggiamo la postilla: non latino nè greco: codesti spiriti cessarono: canta, o giovine, le cose odierne, e t’invada lo spirito dei tuoi tempi. Il maestro pedante non abbia il vanto di avere spenta in te la sacra fiamma.

— Ah! qui il genio provato dall’esperienza, nel saggio di canto alle muse, dove Omero è raffigurato pari al re de’ numi, seduto nel foro e cinto da una corona di popolo riverente, scintillante il cielo, sorridenti gli Dei, soffia sulle giovanili illusioni del genio anco imberbe: cantava a’ pentolai per una pentola; e udito il canto lo giuntavano poi! Stupenda e a proposito. E qui in fondo? Esercitazioni giovanili; ci si sente il Foscolo; e’ pare Achille che fanciullo apprenda da Chirone!

— Già il dissi nella precedente rassegna. Eh! se le poesie mi venissero così annotate, e da mano così autorevole, ben mi rischierei a intrattenerne i lettori, vincendo la mia natural repugnanza!

L’autore della recensione, fra i vari pezzi delle poesie da lui citati, riportava intero, senza nessuna osservazione, il sonetto Al Mamiani: basterebbe questo a dimostrare ch’e’ non poteva essere lo Zini, il quale dichiarava di non capire la prima quartina di quel sonetto. Chi fosse, sarebbe difficile dire oggi; ma volendo cercarlo fra i collaboratori della Rivista, ci potremmo fermare, con qualche probabilità di coglier nel vero, al nome di Felice Daneo, che nel fascicolo di aprile pubblicò un lungo articolo sulle poesie del Mamiani. Chi sa che il Mamiani, il quale conosceva il Daneo ed aveva già concepito molta stima del giovane Carducci, non gli avesse dato lui a leggere le Rime!

Comunque sia di ciò, una cosa importa notare, che gli amici pedanti non erano soli in Italia a riconoscere l’ingegno dell’amico loro.

Ed ecco ora i documenti.

Critica di Pietro Fanfani alle Rime del Carducci.

«Dopo quelle di Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che ai giorni nostri sia uscita in Italia.» E. M. (Lente del dì 4 agosto 1857.)

Quando uscì fuori il Gargani con quella famosa su’ Diceria (badate bene di non legger sudiceria) nella quale si davano frustate senza misericordia a tutti gli odierni poeti, e quando gli amici pedanti applaudirono a quel lavoro del loro collega, e lo difesero poi e lo ampliarono con la non meno famosa Giunta alla derrata, ci immaginammo che quando venisse fuori qualche loro lavoro poetico, avremmo sentito cose di cielo, miracoli di arte e d’ingegno, e da far parere tanti barbagianni poeti grandi e piccini stati sin qui. Pensate poi cosa credemmo dovessero essere queste Rime di Giosue, il quale è l’Achille di quel valoroso esercito degli amici pedanti, e con quanta avidità lo cominciammo a leggere.

Ma appena cominciato ci cascò il pan di mano, e strascinatici in fondo a mala fatica, dovemmo conchiudere che questo libricciuolo non è altro che una Raccolta di poesiucole di più tra le tante che se ne vede uscir fuori a questi giorni.

Imitazione servile e affettata de’ poeti antichi; soverchio abuso di modi e figure di poeti latini e greci volute scodellar pari pari nella poesia italiana; noiosa e continua introduzione di versi interi d’altri poeti; noiosissimo e scolarescamente puerile rinfrancescare di patronimici e di parole composte alla greca; sconfinata presunzione che fa parlar l’autore come se fosse poeta veramente, e poeta già noto, già vecchio, già sommo; il solito rampognare il secolo vile, l’altrui ignavia, le altrui scapestrataggini, cosa disdicevole a un giovine di 21 anno e che non fa professione di anacoreta: oscurità in molte composizioni, e costrutti stortissimi.

Il poeta Giosue ha intitolato delle poesie a tutti gli amici pedanti, credendo buonamente di mandarli alla posterità, ed essi che forse crederanno di andarci per questa via, gliene renderanno merito facendo un articolo per uno su pei vari giornali, in lode del loro immortalatore, e così «dilectus noster nobis et nos illi»; e già l’abbiamo cominciato a vedere nella Lente del 4 agosto. Ha poi intitolato e sonetti e canzoni a uomini grandi viventi per averne grazie e parole benigne. Ma tali argomenti che valgono? Se le poesie son veramente quali le tiene l’autore e gli amici pedanti, cioè tali che niun altro a questi giorni possa volar tant’alto, anche senza tali ammennicoli il nome del Carducci sonerà chiaro tra breve quanto quello del Leopardi, e le cose sue saranno comprate a peso d’oro dagli editori; se poi sono quali le teniamo noi, cioè tali che non escono dal modo comune e mezzano, nè con questi ammennicoli, nè col doppio più, il nome del Carducci non sonerà più chiaro di quello dei Bracci, dei Pieri, dei Pierini, e degli altri mille scrittori di poesie che a questi giorni ci nascono come funghi.

Questo noi crediamo, se non quanto il Carducci sembraci nutrito di migliori studi degli altri poetucoli e crediamo che, formato il giudizio e temperato il bollor giovanile, possa fare qualche cosa di buono. Facciamo intanto vedere alcune delle stranezze di questo giovane poeta.

Pag. 1. — Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale. Che vuol dire?

Pag. 2. — Il disio che per donna m’incende ci pare sgarbata maniera per significare l’amore: e non sappiamo che cosa voglia dire che l’altra (larva) traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi e pur gravami il vero.

Pag. 3. — L’altera giovinetta bella è un verso fatto di zeppe; è un modo mal preso dagli antichi, e affettatissimo il dire che Beltade addimostra una donna per propria angiolella.

Pag. 4. — Ridicolo è il principio del sonetto O nova angela mia senz’ale al fianco. Non regge il dire forse avverrà ch’io segni le tue vestigie per che io ti segua; perchè le vestigia si segnano da sè, e non le segna chi vien dietro, e ci pone su i piedi. Inintelligibile è poi la terzina seconda, e ridicolo l’ultimo verso L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta.

Pag. 5. — Sa di Burchiello il principio del sonetto con quel Candidi soli e riso di tramonti; è stranissimo quell’espero roseo che sormonta l’alte serene (zeppe) vie dei firmamenti; e più strana che mai quella luna che su i sentier tacenti (quali sentieri sono?) rende imago (ma imago di che?) entro laghetti e fonti (ma nelle fonti che imagine può restarci, essendo l’acqua in continuo moto?). E nell’ultimo verso quel caro petto della donna mia non può sonar proprio altro, posto a quel modo, che mammelle. O poeta Giosue, adagio a ma’ passi! Sono un grave sproposito quelle acque cadenti giù per li verdi tramiti de’ monti, perchè ne’ tramiti non ci corre l’acqua ma ci camminano gli uomini, non essendo altro il tramite che una via stretta; e poi perchè i tramiti dei monti non son verdi, cioè coperti d’erba, non essendo i monti generalmente erbosi, ed erbosi non essendo mai i tramiti, come quelli che sono scalpitati dagli uomini.

Pag. 8. — Son cosa veramente comica quelle itale usanze che debbono i lor colori al pennello di Goldoni, e quel dire che egli mostrò a quanti frutti e fiori sorga un ingegno latino in suolo rubello.

Pag. 16. — Strano è il dire che l’alma della sua donna ridea e trasparia ne’ suoi occhi come ride in serena onda una stella. Prima perchè senza dire che la stella è riflessa nell’onda, pare che il luogo proprio delle stelle sia l’onda: poi perchè l’epiteto di sereno mal si addice a onda, e finalmente perchè l’onda, non essendo puramente acqua, ma il moto dell’acqua o l’acqua in moto, non si può dire che vi si vedano riflesse le stelle che solo possono vedersi in acqua limpida e ferma.

Pag. 17. — Non sappiamo che uscita sia quella del Sonetto XVII dove si dice, parlando a un cavallo, l’uomo quando disse te bruta ignobil salma (non è più vero che il cavallo è un bruto) mente a sè adulando; ed è ridicolissimo il giurarlo per il cavallo medesimo (Per te lo giuro). E quella piaga che stride sanguinosa (pag. 18) non è una perla?

E il bianco seno di Corinna che sorgeale sotto le corde auree gementi (il verso bisognava finirlo) nel Sonetto XXI (pag. 21) non è un’altra perla?

E l’ingegno altero, integro, eretto (pag. 22) che roba è? e non sono zeppe?

E dire il gener vostro per i vostri discendenti (pag. 24) non è pazzia?

Pag. 27, 28, 29. — Vorrebbe dirci il poeta unico dopo il Mamiani e il Niccolini che roba è l’aer livida che stride divisa dai moschetti? E quell’incestare (usato altre volte) per contaminare o simile che verbaccio è egli? O non lo sa quel che è incesto? come si fa dunque a trasportarlo a tal significato? e poi incestare val mettere nelle ceste, e va fuggita questa anfibologia. E quella sposa ingenua che agogna gaudii notturni, ci par che sappia proprio poco d’ingenua! Quella prora aspro lavoro di liverpoolica mano è cosa veramente da matti: indovinate che è la mano sonora liverpoolica? sono gli artefici di Liverpool, e chiamasi sonora la lor mano perchè lavorando adoprano martelli, seghe o altro, e fanno del romore. Che vi pare? ben trovato eh? E l’Euro che scavalca gl’ispidi flutti, non è una perla? L’Euro agita il mare o solleva i flutti, ma scavalcarli non sappiam che voglia dire, perchè scavalcare vale buttar giù da cavallo. E perle sono pure la mente che calca rischi e terrori; e quello sfidar co’ baci. Quel tale poi che stanco alle prove (a che prove?) depone sopra niveo petto (e batti col petto; il poeta Giosue, a quel che pare, va matto del petto), la fronte carca di glorie non vale un tesoro?

Pag. 33 e seg. — Il Canto a Dante è una brutta contraffazione del centone famoso del Giusti; oscuro spesso, ed è vero il giudizio che ne dà l’autore medesimo, cioè che dà più fumo che luce; se non che noi vediamo il fumo solo. Ci si ammirano i fratelli duellanti a uccidersi: le civili fiamme udite su civili mura; il marito che ruina in armi erompendo dagli amplessi: le bionde e canute chiome addensate in gran sangue; questa ombra (il Petrarca disse questa morte, ombra non istà) che à nome vita ed è sì bassa e questo che vuol dire? la rea Meloria che sorge nel medio evo dal mar toscano; l’equoreo seno incestato (al solito) di sangue; la forza e la ferrata necessità che si premono a tergo di Prometeo; le foreste aurite, e simili altre garbatezze.

Pag. 52 e seg. — Quella lent’ombra nordica (specie di ombrantroff) che preme i laureti d’Arno, è da Beco sudicio; e il lituo retico che freme dove nascea Marone è da matto; prima perchè lituo presso di noi non è altro che bacchetta degli auguri o da pastori; e poi perchè se s’ha da intendere per strumento da fiato (il che non concediamo, benchè lo facesse Orazio in latino), non si può dire che freme; essendo strumento di suono dolce, lo suoni chi vuole.

Pag. 63 e seg. — Ci sarebbe da notare le ultime strida che premon la vita non si sa di chi, in quella sestina contraffatta su le antiche, tutta smancerie e lascivie amorose, ma pur dedicata a un frate. Le umide pupille oblique immote (a pag. 66) che dolci fiammeggiano (se sono umide come fiammeggiano?, e poi se sono immote e oblique vuol dir che chi le aveva era guercia); le quieti torbide interrotte da sogni atri; la schiva dea (Diana) che scinge a Endimione notturna Venere!!! (a pag. 67). Il petto immansueto che durò gl’imperii d’amore e la religion di Delo che più non mugge dagli aditi (a pag. 68).

Pag. 73 e seg. — Nella lauda spirituale si comincia a dire alla umana gente che tolga via le porte, ma essa per toglierle via aspetterà di sapere di che porte si tratta. Si dice alle fanciulle che diano la ROSA, a piena mano (La rosa? ohe!) e che diano il mirto in suo cammino, con la bianchezza del fior gelsomino. Si dice che dal volto del Redentore fugge la morte, e poco dopo si dice che l’ombra di morte stiè nera intorno a lui, e che il padre suo non volse la fronte al suo chiamare; e un’altra volta si dice che diasi palma e alloro a piena mano sovra il sentier del nostro pellicano: ed un’altra volta ancora si dice alle fanciulle che diano con umil fede il fior delle contrade. C’è poi una reggia che si estolle d’artificio mira; la morte che vive e altre gentilezze simili.

Pag. 77 e seg. — Potremmo farvi vedere una genía bugiarda che irrompe nel vietato falsa e codarda per mostrarvi con che garbo il poeta Giosue trasporti in italiano i modi di Orazio; la dormita inerzia che dalle cune prime opprime noi volenti, genti mal vive. Potremmo domandare a voi che cosa mai facevano gli antichi quando immoti prostravano a morte libera devoti Marte straniero. Potremmo chiamarvi ad ammirare i campi che suonano sotto il gran cavallo; il prepotente canto, il docil guizzo de’ seguaci moti, ed altre tante belle cose, ma siamo stanchi, e se mai le serberemo ad altra volta.

Non possiamo tacere peraltro di que’ saggi di un canto alle Muse. Qui il poeta Giosue si è dato a scimmiottare a rotta di collo il fare de’ Greci e del Leopardi, ma il fa così sguaiatamente che c’è tornato in mente, leggendo questo lavoro, Stenterello quando si trova diventato Re, e vuol provarsi a procedere alla reale, e lo fa con quel garbo che tutti sanno. Senza che vi si ammirano le solite gioie, come il propagar la vita con vitto ferino: le vite che gemono chine sull’opera del pane crescente!!! la procella che scoscende divina; i monti esercitati dal piè degli immortali; le ombre de’ numi; il vulgo addensato su gli omeri (gobbo?), le vesti ondeanti ec. ec....

Si conchiude che questa raccolta di Rime vale poco più delle tante e tante uscite fuori a questi giorni, se non che è maggiore la presunzione dell’autore, il quale per questo mi par che possa paragonarsi a un passerotto di nido che si pretende d’essere un’aquila. Questo basti per ora a mostrare di che forza sia un poeta che si è avuto l’impudenza di porre per terzo con Niccolini e Mamiani e di chiamarlo unico: se occorrerà mostreremo altrettante e più magagne, e analizzeremo qualche suo componimento.

(Dalla Lanterna di Diogene, anno II, nn. 13 e 14; 8 e 14 agosto 1857.)

Risposta del Carducci alla Lanterna di Diogene, in forma di lettera al signor E. M.

Onorevol signor E. M.,

E tenendovi la parola[86] vengo alla parte buffa del mio intrattenimento; nella quale, per mostrarmi da vero buon amico pedante, anzi l’Achille degli amici pedanti, io vi darò lo spettacolo di questo Tersite de’ critici che salta e guaisce sotto i colpi della clava erculea di noi pedanti, la logica e l’autorità: «Sallo Iddio che sa tutte le cose, dirò col Lasca (lett. al gobbo da Pisa), quanto mal volentieri entri seco nell’arringo critico a contrastare; non già ch’io creda di poter perdere, ma perch’io spero non acquistare, vincendolo, onore e pregio alcuno.» Ma sì fiera cosa è la presunzione di cotestui, e con tant’aria e’ si allaccia la giornea e con tal muffa va per la maggiore e sputa tondo e sentenzia, che a sanarlo di questa sua malattia di credersi tale da poter dare i cavalli altrui e chiarirlo della ignoranza sua smisurata e favolosa e’ parmi di fare opera di misericordia. Or dunque accorrete, o signori e signore, allo spettacolo, dove udirete Tersite che la trincia da critico, ed abburatta cotali spropositi che mai sentiste i più nuovi. Ma.... date operam et cum silentio animadvortite ut pernoscatis.... Ecco Tersite in iscena. E monta in cattedra, e badatosi a destra e a sinistra, si spurga, si soffia, e con voce di pedagogo mi vien domandando:

— Poeta Giosue — Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale — che vuol dire?

— Maestro Tersite — Forse avverrà se il ciel benigno ascolta Affettuoso alcun prego mortale (Tasso, Gerus.) — che vuol dire? — I Pisani non l’assentiro (la domanda degli ambasciatori fiorentini, Giov. Villani) — che vuol dire? Vedete! alla scuola d’umanità il Tasso, e specialmente il suo canto dell’Erminia, s’imparava a memoria: che non tornate per lo vostro meglio a umanità?

— Sfacciato e linguacciuto ragazzo! Ma IL disio che per donna m’incende ci pare sgarbata maniera per significare l’amore.

— Davvero? Come delicato il maestro Tersite! Ma cupido e cupiditas chiamò Ovidio la passione d’amore, e IGNIS Virgilio, e ardor Seneca: e in proposito di amori i verbi calere ardere urere s’incontrano a ogni piè mosso ne’ poeti latini. E a Giuseppe Franck, medico filosofo, pareva che l’intenso desiderio d’ottenere un individuo d’altro sesso costituisse l’amore nel grado suo di passione (Patol. med., Malat. del sist. nerv., cap. XXI). Vero è che voi m’arieggiate il platonico, e questa carnalità latina e medicale non vi farà. In questo caso, vi parleranno in lor volgare quei cavallereschi poeti del nostro medio evo: — Amore è un disio che vien dal core Per l’abbondanza del gran piacimento (il notaro da Lentino).... Desidèro di voler, nato per piacer del core — e — Piacer di forma dato per natura (Inc. aut. del sec. XIII). — e il metafisico Dante — Beltade appare in saggia donna pui Che piace agli occhi, sicchè dentro ’l core Nasce un disio della cosa piacente. — Ma, e dove lascio il moralista Castiglione, il quale diceva che, secondo che dagli antichi savi è diffinito, Amor non è altro che un certo DESIDERIO DI FRUIR LA BELLEZZA (Corteg., lib. IV, § 51). Che parvene egli, mastro Tersite? se volete altro, sappiatecel dire; e anco diteci dove stia proprio il mal garbo della nostra perifrasi.

— Bene, bene. Ma non sappiamo cosa voglia dire che l’altra (larva) traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi — e pur gravami il vero.

— Non sapete? guardate mo’! E che è che non sapete? forse che in parte o in quella parte vale in luogo o in quel luogo? Ma anco i ragazzi vi recitano a mente — Levommi il mio pensiero in PARTE ov’era — Colei.... e il Tasso nelle rime scriveva — portar le mie preghiere in PARTE dove — Vi sia chi le raccoglia. — Ovvero non sapete che l’IN PARTE usasi ancora metaforicamente a significare certe contrade metafisiche del pensiero? E il Petrarca cantava — In quella parte dove amor mi sprona — Conven ch’io volga le dogliose rime: — e il beato Giovanni delle Celle scriveva — Io sono in PARTE che altro non posso se non pregare Iddio. — O è lo spiro che vi dà noia? Ma il Foscolo cantò — Anch’io Pingo e SPIRO a’ fantasmi. Nè intendete ancora? Di grazia: andate e leggete qualche cosa delle operette morali del Leopardi, con alcuna pagina pur del Foscolo; e il concetto allora vi apparirà lucidissimo.

— Diavolo! o che a me col mio titolo di chiarissimo e con quel tòcco di nomea che mi rimpasto non mi abbia a riuscir d’impappinare questo ragazzo? proviamolo in un altro tasto. — Poeta Giosue, L’ALTERA GIOVINETTA BELLA è un verso fatto di zeppe, l’alte serene vie de’ firmamenti sono zeppe, e l’ingegno altero integro eretto che roba è? e non sono zeppe?

— Affè di tutti i pagani che hanno fatto tanto scandalo, la teorica delle zeppe è la parte culminante della vostra critica, caro il mio chiarissimo. Or udite verso fatto di zeppe da Dino Frescobaldi: — questa pietosa giovinetta bella: — udite zeppe che metteva Francesco Petrarca — la mia fiorita e verde etade — Dolce cantare oneste donne e belle — Oimè il leggiadro portamento altero: udite zeppe di Torquato Tasso nelle rime: — fece le fiamme placide e tranquille — Quando sprezzata grande e chiara fama — Come al partir d’oscura notte ombrosa — Che non t’ascondi omai sola e romita. — Udite zeppe, ch’il crederebbe, pur di Vittorio Alfieri e pur nelle rime: — Sole d’un mesto velo tenebroso — io ti vedo coprir — E quel suo di lei sola umile altero — atto. E i versi fin qui citati sono, e non c’è che dire, sono anco nella disposizione delle parole fratelli maggiori del verso mio Questa è l’altiera giovinetta bella.

— Va tutto bene, ma io dico l’ingegno altero integro eretto.

— Ma io dico a voi, se nel Petrarca leggiamo i passi tardi e lenti con il vecchierel canuto e bianco; e lieti e contenti nel Tasso, e nella prosa del Casa le chiome canute e bianche «de’ quali modi (scrive l’illustre Fornaciari) chi mostra maravigliarsi, mostra non esser punto domestico dei classici, i quali e per seguire il comun parlare, e per esprimere più efficacemente una cosa pongono talvolta due voci di simile significazione piuttosto che una», come potete voi chiamare zeppa l’aggruppar mio di due o tre epiteti a diversamente e più efficacemente qualificare un soggetto?

— Ma l’esempio de’ classici....

— Mancano eglino gli esempi dei classici che abbiano accompagnato un nome di tre e più epiteti? Udite Francesco Petrarca: Vaghe pupille angeliche beatrici — Della mia vita. Misero mondo instabile e protervo — La dispietata mia ventura — Noiosa, inesorabile, superba — Quel vago dolce caro onesto sguardo. — Udite Torquato Tasso: Vaghe, leggiadre, amorosette e pronte serve di lei — O santa, o pura, immacolata fede. — Udite Vittorio Alfieri: O leggiadro soave e in terra solo — Viso — O bei leggiadri angelici costumi. — E Giacomo Leopardi: Nel petto — Nell’imo petto grave salda immota — Come colonna adamantina siede.... — E Niccolò Tommaseo, in prosa, nel proemio al suo Dante del 1854: E avventò rigido, intero, diretto, quasi saetta quel verso variissimo. — E questo è proprio il caso del mio ingegno altero, integro, eretto, non vi pare, maestro Tersite?

— Questo però non potrete negare, che è affettatissimo il dire che beltade addimostra una donna per propria angiolella.

— Eppure a me pareva, e parrà anco ad altri, che la mia sia imagine più modesta che non queste due: Beltade e Cortesia sua dea la chiama (Dante da Maiano) — E la Beltade per sua dea la mostra (G. Cavalcanti): io più umanamente avea detto: per propria angiolella, e angiolella è vocabolo risuscitato dal Mamiani.

— In ogni modo è sempre affettato, come ridicolo è il principio del sonetto: O nova angiola mia senz’ala al fianco.

— Ridicolo? e perchè? Noi leggiamo in Petrarca: Questa fenice della aurata piuma — e: Nuova angeletta sopra l’ale accorta, — come in Giusto de’ Conti: Quest’angeletta mia dall’ali d’oro — e nelle rime di Torquato Tasso: Nuova angeletta dall’eterne piume: — e non ci paiono, e non parranno al maestro Tersite ridicoli principî di componimento! Tanto meno, se s’avesse a fare con uomini di buona fede, dovrebbe parer ridicolo il verso mio; il quale contiene un pensiero naturalmente più vero che non quello del Petrarca, e del De’ Conti e del Tasso. Infatti cotesti poeti parlano di donne che sono fenici con penne o angiolette con ali d’oro, mentre io mi contento di dire presso a poco così: — O tu che di bellezza e costumi sei simile agli angioli, ma angiola non sei.

— Oh, m’avete fradicio con cotesta vostra logica, poeta Giosue! E io che m’immaginava che un poeta e un poeta ragazzo non sapesse po’ poi andar tanto per la sottile! Ma voi foste a scuola i sofisti. Sibbene cotestoro non vi insegnarono a dir le cose per modo che le s’intendano, difatto inintelligibile è la terzina seconda di cotesto vostro Sonetto IV. E asserisco questo senza neppur riferire la terzina, tanto dell’asserir mio son sicuro.

— Ma sapete, mastro Tersite mio, quel che dicea Vincenzio Monti a certi suoi critici, i quali a petto a voi eran tanti Aristotili per asini e tristi che e’ fossero? «Prima di giudicare, diceva Vincenzio Monti, siamo tenuti ad intendere: nè io ho mai saputo che della ignoranza di chi legge debba accusarsi chi scrive.» Ecco la mia terzina, e giudichi il pubblico se voi asseriste vero: io dico alla fanciulla che amando lei mi purificherò,

«Se di tanto mi degna il primo amante Che, mentre io tenga del mortale incarco, L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta.»

Terzina inintelligibile certo a cui della filosofia platonica ignori sino al linguaggio, a cui non sappia che sieno l’eleganze toscane, a cui Dio abbia negato le facoltà del ragionamento. Di fatto, chi conosca pur il linguaggio della filosofia platonica intende che il «primo amante» è Dio, chiamato dall’Alighieri il «primo amore», e si ricorda che il Tasso cantava alla Pietà: Scaldi gli alati amori — di novo e dolce foco e ’l primo Amante, e che il Costanzo presso il poeta filosofo Terenzio Mamiani dicea dell’amore: amore è cetra — Che d’alme corde ed infinite e sante — Leva eterna melode al primo Amante. E chi sappia d’eleganze toscane intende che mentre io tenga del mortale incarco vale: mentre io viva unito al corpo, ricordandosi del dantesco — per l’incarco — Della carne d’Adamo onde si veste — e ricordandosi pure che il del usano spesso i poeti nostri a significare come una parte d’un oggetto: Infondi in me di quel divino ardore (Guittone); E’ non par che tu sentissi mai di bene alcun (Cino); Mentre mia luce del mortale Avrà (Giusto de’ Conti). E chi s’intende di logica, vede subito che essendosi detto nel primo verso Questa angeletta mia senz’ala al fianco, nell’ultimo si viene a desiderare che le ale d’angelo non appariscano alla giovinetta, cioè che ella non passi a vita angelica, cioè che la poveretta non muoia. Intendete ora, mastro Tersite?

— Ben be’: queste le son sofisticherie, le quali non per tanto non impediscono che cotesto ultimo verso L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta, sia ridicolo, poeta Giosue.

— Tersite, questa volta tu se’ reo d’irriverenza a Terenzio Mamiani della Rovere; il quale scrisse: Oimè che la diadema èlle apparita — Oimè che l’ale han messo fuor la punta. — Giù in ginocchio, Tersite, e la corda al collo! come usavano i rei del medio evo quando chiedean perdonanza.

(Dal giornale La Lente, anno II, n. 35, 1º settembre 1857.)

Recensione della Rivista contemporanea (Vol. XIII, anno VI, Fasc. del maggio 1858.)

Rime di Giosue Carducci. (San Miniato, Tip. Ristori, anno 1857.)

Da quelle care e sacre convalli ove la poesia d’Italia mise il primo vagito, e dove vivono e perenni si tramandano colle tele e coi marmi, e più ancora con la favella le memorie di sì grande infelice, si leva oggi il canto di ventenne poeta. — È preludio di gloria novella, e fra le codardie di un secolo audace e frale, testimonianza di vita, di speranza e d’amore. — Per esso il cielo natio non si coverse di boreali caligini: ma sordo ai clamori d’un volgo insano, tenne fede all’eredità del patrio senno, e senza rossore bevve all’immacolate sorgive della sapienza. — Così si rannodano in bella guisa entro i suoi carmi e le antiche memorie ed i fremiti della presente generazione, chè altrimenti la poesia anzichè ministra di conforti diverrebbe sterile e fatua fiammella che dileguasi senz’altro pel cielo. Quel mite popolo della Toscana serba ancora gl’influssi del genio pelasgico e armonizza in sommo grado la gentilezza jonia alla maestà delle genti doriche; ad esso prescrissero i cieli di custodire il palladio della favella, che in tanta ruina d’umani casi è pur largo compenso. — E ai vati poi sempre animati da un soffio fatidico fu dato destare le genti mal vive, agitando, come l’angelo sospirato dal paralitico, queste acque stagnanti. La malaugurata semenza dei miseri poeti è feconda in Italia; chè a pochi fu concesso discendere nei penetrali dell’anima, e a pochissimi destare i sopiti pensieri per levarli all’altezza di Dio. Corrono insensati la facil china dell’universale costume, e giovani, schivi d’ogni fatica, levano a cielo ciò che non intendono, predicando il concetto al di sopra della forma; e benchè quello a questa sovrasti, la favella ed il numero sono, a dir così, l’istrumento in cui l’idea si travasa; e se quello non è al tutto accomodato a riceverla e modularla, l’istessa idea può scemare di forza e sformarsi. — A Giosue Carducci non bastarono le nude forme, ma crebbero in lui inspiratrici di carmi due muse immortali, l’Amore e la Patria, s’intrecciarono insieme, conquistarono il giovinetto suo cuore, lasciando integra e robusta la fede degli avi suoi. — Nè i molli vagiti o i disperati lamenti approdarono a lui che, levato in più alta sfera, s’ispira ai canti di quel Grande che, provando breve e ristretta la cerchia di questo pianeta, non si disse pago sinchè non ebbe descritto a fondo l’intero universo. — A questo audace ingegno che riflette con Michelangelo la giovinezza della nazione, tien dietro il giovinetto vate, che nutrito alla divina scuola sente il soffio di Dante e la dolcezza di quel mesto poeta

Che Amore nudo in Grecia e nudo in Roma D’un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere Celeste,

Il libriccino che ti si raccomanda, o lettore, di sole 90 facciate, esce umile e schietto, schivo d’ogni orpello e liscio straniero, dai tipi Ristori in San Miniato. Gli splendono in fronte due nomi fra i più augusti del secolo, cioè quello dell’infelice Giordani, e dell’infelicissimo Leopardi. Ti si schierano poi innanzi 25 sonetti: ma non ti turbare, chè non sentono già il leppo della lucerna, nè la fiacca cascaggine de’ Petrarchisti, ma piuttosto un’aura foscoliana e il reciso verso d’Alfieri. La brevità della forma non lo costringe, non lo impaccia, come avviene ai mediocri, ma franco il pensiero discorre con meravigliosa serenità, limpido e puro, e con quell’unità di concetto che è tutta propria di siffatto genere di poetare. Due larve, anzi due furie, dice il poeta, fanno strazio di lui, l’amore della sua donna e quello ancor più fiero della sua patria; e benchè il disinganno lo vinca a quando a quando, pure sotto sì dura sferza non vengono meno, e l’uno e l’altro combattono a gara. — Nell’intitolarne uno a Pietro Metastasio, ei trova modo di rimbeccare il secolo sì proclive a mescolare il linguaggio dell’Evangelo al novellare dei trivi. L’anima del poeta si sdegna che la scena divenga scuola di vizii, poichè com’ei dice:

Scuola or la scena è d’ogni cosa ria, Dove scherza il delitto e dove ardito L’adulterio in gentil vista passeggia. E a questi esempi il suo nome nodrito Vuole, e te mastro di virtude obblia Il secoletto vil che cristianeggia.

E bellissimi e degni d’esser qui ricordati sono quelli al Parini, al Niccolini e al Monti, che si dipartono dalla schiera volgare, come l’autore dai molli esempi e dai tristi. Questo a Terenzio Mamiani trascrivo intero:

Come basti virtù, perchè suprema Ira e furor d’ingegni, e pellegrino Regno più in fondo il nome italo prema, A contrastare il fato in cor latino, Ben mostri or tu, che, mentre ignuda e scema D’ogni loda e bel pregio a reo cammino Torce la gente, in su l’etade estrema Sofo e vate d’Italia e cittadino Vero pur sorgi, come a ’l secol bello Quando a ’l valor natio spazio era dato D’addimostrarsi in generosi esempi. O d’antiqua virtude ultimo ostello Petto roman, tu solo in contra il fato Dura, e di te nostro difetto adempi.

E se volgiamo alla poesia gentile, come trovarne di più soave e al tempo stesso più calda d’affetto, più semplice e bella nel suo natio candore?

A questi dì pur io ti vidi. Uscia A pena il fior di tua stagion novella; E la persona pargoletta e bella Era tutta d’amore un’armonia. Vereconda sul labbro ti fioria L’ingenua grazia e la gentil favella: Come ride in serena onda una stella, Ridea l’alma negli occhi e trasparia. Tal io ti vidi. Or con disio supremo Te per questo nefando aere smarrita Pur cerco e invoco: e sol mi sento, e tremo; Chè spento è al tutto ogni buon lume, e vita Già m’abbandona, e son quasi all’estremo. Luce degli anni miei, dove se’ gita?

Tale è la semplicità dell’affetto profondamente sentito, che non osi penetrare l’arcano di quell’anima afflitta, e pur ti attristi con lui. E quel fazzoletto che ispirò sì leggiadri versi e quella tomba d’amico ne’ verdi anni rapito alla speranza e all’affetto, e persino il sonetto che celebra il cavallo vincitore degli angli puledri sente a un tempo e le fragranze dei giardini d’Atene, e lo squillo de’ giochi elei. Ma qui s’apre più larga vena d’armonia ne’ canti, poichè il pensiero in più largo gira, e le forze del giovanile ingegno si rilevano nella loro maestà. Non è un fuor d’opera quella invocazione a Giacomo Leopardi, che parrebbe quasi redivivo nei forti e pensati carmi dell’ausonio Carducci; e questo non è plagio di penna venduta o dolce inganno d’amichevole affetto, ma spontaneo grido di fratelli lontani che salutano in lui una gloria novella ed un vate degno della sua patria, conscio de’ suoi dolori. A cui fu largito intelletto di bellezze poetiche e che non fu guasto dall’alito delle nordiche muse, questi canti sembreranno un prezioso gioiello, e forse più che un preludio un nobile esempio alla schiera de’ giovani studiosi. Alcuno arriccierà il naso all’uso frequente degli Dei della favola, che raffreddano per così dire il pensiero trasportandolo nella regione de’ sogni; noi crediamo scusarlo col confronto d’altre inarrivabili bellezze e coll’esempio de’ più venerati maestri. E se a me non fosse conteso di penetrare nel segreto di tante bellezze che l’arte asconde ai profani, forse le piccole mende di voci antiquate e di quasi oscurità nel periodo di leggieri scomparirebbero. Dirò come ognuna di queste canzoni senta il greco pennello, e come la bellezza vi si diffonde più grata vedendo che l’arte ministra del colorito vi appresta le forme senza imprigionarne e tormentarne il pensiero. E mentre a danno del pensiero stesso la forma è presso i moderni o negletta o straniera, per esso invece, come avviene dei sommi, il pensiero signoreggia sempre senza danno di quella. Si provò anzi, per quella simpatia de’ Latini e dei Greci che in lui è grandissima, a rinnovare, come il Gargallo e il Labindo, e costringere in saffici e asclepiadei idee nostrane e casalinghe. Lascio ad altri il pronunziare se raggiunse la meta, e se difatto convengano a’ nostri pensieri le forme del Lazio, poichè a me sembra una mostra d’ingegno anzichè un ritmo ben acconcio alla armonia della favella nostra. Spezzato ad ogni tratto e quasi sminuzzato, la maestà di questa lingua se ne offende, come quella di Bernardo Davanzati nella traduzione di Tacito. Nè qui mi allungo per non ritardarne l’assaggio. Prescelgo fra tutte quella canzone che intitola — Dante — dalla quale vorrei estrarre sol qualche brano, ma lo faccio a malincuore, perocchè degna d’esser copiata le mille volte, sebbene, com’ei confessa, fosse questo il primo cimento, la prima nota della sua lira:

Ma questa umile aiola Ove si piange e s’odia, E questo eterno inganno, e questa vana Ombra ch’à nome vita ed è sì bassa T’era in dispetto. Poi che il sacro verso A tutto l’universo Descrisse fondo e ’l buon sofo gentile Te mise dentro a le secrete cose, Veder volesti come l’angiol vede Colà dove non è di nebbia velo, Amar volesti come s’ama in cielo. Su per le vie d’amore Quest’umil creatura Risospingendo innanzi al creatore, Quetar volesti in quell’eterno vero Che il grand’amor ti dette e ’l gran pensiero. Cesse Virgilio in faccia A tanta luce: e tu, deserto e solo Spirito uman, per entro il gran disio Sommerso vaneggiavi, e dubitando Duolo e disdegno avei di te sì forte E tanto amaro che nulla è più morte. Tu disperavi: quando Su l’angeliche penne Al tuo dolor sovvenne Quella ch’è amore e visïone e luce Fra l’intelletto e ’l vero: Nomarla a me lingua mortal non lice: Tu la dicesti, amando, Beatrice. Così di sfera in sfera Tutto era melodia quello che udivi, Tutto quel che vedevi ardore e luce, E tutti quanti erano amore i sensi, E lo spirto ed il verso un’armonia Simile a quella che là su s’india. Deh, qual parveti allora Quest’umil patria, e qual de le partite Città la lite, ahi come quella eterna Che sempre trista fa la valle inferna....

E qui tralascio perocchè mi converrebbe trascriverla intera, anzi trascrivere l’intero volume, che merita altri elogi e più nobile encomiatore. Mirabile è pure la gentile ballata che rammenta le schiette e semplici rime de’ primitivi poeti toscani, del Cavalcanti, del Frescobaldi, che, lungamente e con grande amore studiati, derivarono nelle sue rime quella purezza inarrivabile che vi intraluce. Poi nel canto degli Italiani così esclama:

O di cuor peregrina e di favella E di vesti e di vizii o in odio a’ numi E agli avi ed a la patria, or che presumi, Stirpe rubella? Sgombra di te la sacra terra: o in fondo Giaci da secolar morbo disfatta; E i vanti posa, e la superbia matta, Favola a ’l mondo. Chè non per cifre e teoremi acuti D’economista la civile arride Felicitate, nè la via divide De’ vizii arguti: Nè di vigore un secol guasto allieta Sillogismo di tumida sofia, Non clamor di tribuni, e non follia D’ebro poeta. Quando virtude con fuggenti piume[87] Sprezza la terra e chiede altro sentiero, L’ardor del buono e lo splendor del vero Rado s’alluma. Inerte il cuor gli spirti suoi più belli Ammorza, e stagna torbida la mente: Speme si vela, e disdegnosamente Guarda gli avelli. Vinci l’errore; e a’ veri lumi tuoi Mira, o dispersa italica famiglia: Levati, e nuova il buon cammin ripiglia De’ vecchi eroi.

Così il poeta ripiglia veramente il cammino de’ buoni, e uscendo solingo dalla turba, mira a quell’uniche stelle della Virtù e della Fede, le sole che fanno capaci i popoli di rifarsi come la fenice, perchè, come disse un arguto scrittore, quando la servitù entra per la porta di settentrione in una città, è segno evidente che la virtù è già uscita per la porta di mezzogiorno. Ed è quindi gran lode per lui che, mentre tutto declina a pravo costume, sappia durare co’ pochi nell’operosa virtù e nella carità della patria saldo fra gli ozi codardi e la pressura dei forti e lo scherno dei vili, vincendo ogni prova nella fede d’un tempo migliore.

Il Momo, riproducendo questo articolo nel suo n. 26 (anno I, 1º luglio 1858), vi premetteva un cappello, nel quale, fra le altre cose era detto:

È notabile che come ora è stato primo a parlare con lode delle Rime del Carducci un giornale torinese, fu pure un giornale torinese (la Rivista enciclopedica italiana) che primo, e solo, lodò il Carducci degli Studi di filologia e lingua latina da lui stampati nell’Appendice alle Letture di famiglia. I quali Studi perchè qua in Toscana passarono, come al solito ogni buona cosa, inosservati; ci piace ripetere qui le parole di quel giornale, molto onorevoli al Carducci, che sono nella dispensa dell’ottobre 1855:

«Non possiamo a meno che lodare di bel nuovo il pregiato lavoro del signor Carducci sulla lingua e letteratura latina, il quale non si restringe solamente ad una interpretazione del testo delle Georgiche, ma spazia altresì pei campi della storia e della linguistica, e procede per via di confronti letterari tra gli autori greci e latini a svelarci i tempi di Virgilio ed i più reconditi pensieri di lui. Onde noi non abbiamo difficoltà nell’affermare che il signor Carducci farà opera che potrà stare a paro di quella dell’Heine e di altre di dottissimi critici che hanno illustrato i nostri classici antichi. Continui pertanto il Carducci nel lodevole divisamento, che sarà per riportarne utile e vanto a sè medesimo e alla patria nostra.»

Due sonetti satirici contro il Carducci.

Riferiamo anche, come documenti delle guerre letterarie del Fanfani e del Passatempo contro il Carducci e gli Amici pedanti, i due sonetti citati a pag. 96 e 98. Il primo, del Fanfani, è inedito; l’altro, del Fantacci, fu, come dissi, pubblicato nel Passatempo.

O Giosuè poeta, chiaro lume Di Fiorenza e d’Italia, il tuo Fanfani Vorria baciarti quelle santi mani Che dettarono il nobile volume. Ma d’Apollo incremento, sulle piume Di gloria t’ergi, e a noi miseri, insani, Facendo bocchi, in Pindo ti rimani Tutto cambiato dall’uman costume. Proteggitore almen resta indigete De’ tuoi pedanti alle tue voglie pronti, E sazia lor la poetica sete. Spira i fantasmi spesso, e se da’ monti Sorge la luna, dille che in sua quiete Imago renda entro laghetti e fonti, E con loro si acconti; Che se a te l’ali han messo fuor la punta, Almeno lei non sia da lor disgiunta. Se poi nella sua giunta Desio per donna incende i tuoi clienti, Fa’ che dal luogo ove tu ti contenti, Tra soavi concenti Scenda un’altiera giovinetta bella Che di beltate sia propria angiolella. E non bastando quella, Venga insieme con lei la verginetta Che pur lamenta in quella ballatetta. Venga, venga, l’aspetta Il gener tuo negli omeri addensato; Gli è ciò nei voti; ma se gli è negato, Irrompe nel vietato, E l’aer livida, a man di quei suggetti, Strider potria divisa da’ moschetti; I domestici tetti D’ampia clade incestarvi e in sè rubelli Duellare ad uccidersi i fratelli. Pietade in te favelli, I tuoi fantasmi lucidi invia loro, E ad essi fiorirà l’età dell’oro. Di vil patria a disdoro Ricorda che balzò con franco volo Di Flora il tempio, al mondo unico e solo, Sull’attonito suolo: Rinfaccia a’ vili le rigide torri Che di lusso vestironsi; soccorri Deh per pietà soccorri All’arte putta, straccia il culto osceno, E al desio del raro in questo ameno Italico terreno Accendi i cuor disfatti, e sii tu guida A lei cui premon già l’ultime strida. Non odi come grida? È la tua patria che da te conforto Dopo Dio spera, e che l’adduca in porto, Saggio nocchiero e accorto. Candidi soli e riso di tramonti Pur rivedrà, alte terrà le fronti, Se in suo servigio pronti, Tu suo duce, tu figlio suo diletto, Tu ingegno divo altero integro eretto. Nemmen ti sia in dispetto Volger pietoso uno sguardo a colui Che ripassa sì bene i versi tui E fe’ stringerti in hui Per duol la bocca, chè nol fe’ per male, Ma per metterti in zucca un po’ di sale. Se la scusa gli vale, Si scusa a te: tu dunque gli perdona, Ad esso il bacio d’amicizia dona, Ed ei che non minchiona, Ei della gloria in la magione eterna Ti farà scorta con la sua Lanterna.

Il Trionfo di Farfanicchio arcipoeta, o del Gigante da Cigoli che abbacchiava i ceci con le pertiche. — Diceria in versi d’un poeta che non è poeta.

Faccian festa per oggi i Fiorentini Ed escan per le piazze a processione; Su per i tetti montin le persone, S’aggrappino agli arpioni i birichini. Di festoni, d’arazzi e di setini S’adorni ogni finestra, ogni balcone; E suonin pur senza discrezïone Campane, campanacci e campanini. Largo al re de’ pedanti; in sua fidanza Ecco ch’ei se ne vien, gonfiando in via Sì che pare in persona la burbanza. Se nol vedete non è colpa mia Chè più di quattro spanne non avanza Sebben si creda somigliar Golia. Ciascuno, in cortesia, Gli faccia di berretta, quando passa, E stiasi per rispetto a testa bassa, Ch’egli è quel tal che abbassa La gloria de’ poeti laureati E sconfonde e flagella i letterati Viventi e trapassati. Il sol suo nome al povero Manzoni Fa per paura venire i bordoni E la fa ne’ calzoni. Se volge un’occhiataccia al Tommaseo Lo fa proprio restar come un babbeo E diventa un pigmeo. Nulla dirò del Grossi e del Cantù Che omai di questi non si fiata più Da che lor boia ei fu. E sua mercè vedrem ch’anco il Guerrazzi Presto sarà, come interviene ai pazzi, Ludibrio de’ ragazzi. Basta ch’ei levi la tremenda voce, Si fa ciascuno il segno della croce E via fugge veloce, Sì forte te lo acchiappa la paura D’aver da lui qualche bastonatura Anzi pur la tortura! Quando ha la penna in man, Gesummaria! Gli par la lancia aver dell’Argalia; Sì che ognun scappa via, Perchè con quell’arnese onnipotente Tutto rompe e sbaraglia come niente. Di grazia, o buona gente, Fatevi avanti e squadratelo bene Da capo a’ piedi e poi da petto a rene; Eccolo ch’ei ne viene, Guardate se non par quel da Gubbiano «Che estinse il Gallo e seppellì il Germano.» Corpo di Tamerlano! Egli è da suoi pedanti circondato Torvo ha lo sguardo e il crine rabbuffato: Ha un calzon rovesciato, Un cappellaccio sulle ventitrè, Ed un vestito che chiede mercè; Ohïmè! Ohïmè! S’egli ti mette addosso l’occhio torto Tu puo’ far conto d’esser bell’e morto, Ed ogni priego è corto. Ve’ se non par ch’e’ dica: «Olà perdio! Non abbiate paura, son qua io »Per far pagare il fio.... Qualvolta alcuno osasse d’aprir bocca Entro in valigia.... e allor bazza a chi tocca, »La mia saetta scocca; Se mi monta la bizza di far carne A chi voglio prometterne, a chi darne, »Tagliarne ed affettarne....» (Metaforicamente, ci s’intende). Or dite un po’, con lui chi ci contende? Tante cose stupende Gli stanno così fitte nel cervello Come le acciughe dentro un caratello; Ci ha tutto il buono e il bello, Sì vasta e peregrina erudizione, Che ne restan di sasso le persone; Ci ha Omero, Cicerone, Aristotele, Seneca e Longino, Virgilio, Quintiliano e il Venosino; Tutto il greco e il latino, Il succo dei più celebri scrittori Filosofi, poeti e prosatori. Che odori! che sapori! Ci ha insomma d’ogni cosa un precipizio; Però, se debbo dirla, ho grave indizio Che ci manchi il «Giudizio»; Il qual dicono (oh caso singolare!) Che per quanto si sia dato da fare Non c’è potuto entrare. Del resto poi tutto vi sta a dovere E la bottega par d’un rigattiere, Dove ognun può vedere La roba vecchia insieme con la nuova. Armi, cenci, orinal, granate e uova. In quel cervel si trova Anco la polla della presunzione, Dell’arroganza e dell’indiscrezione. Son pur d’opinïone Che ci abbia il seme dell’impertinenza, Della spavalderia, dell’insolenza. Cattedra d’eloquenza Avrà, cred’io, e allievi ne verranno Che come i can mastini abbaieranno, Ringhieran, morderanno. Che il ciel ne scampi i poveri cristiani Da sì fatta rettorica da cani! Perder vorrei le mani Se a dargli, come dicon, dello spago Non doventa col tempo antropofàgo, O, dirò meglio, un drago, Che sarà poi (se pur non piglio errore) Del regno delle lettere il terrore. Facciasi dunque onore Al nostro Farfanicchio arcipoeta Più chiaro ancora del maggior pianeta; E come a propria meta Trionfalmente ne venga portato Nel bel mezzo di piazza del mercato E quivi, coronato, Facciangli intorno i beceri gran festa, E d’urli e fischi in mezzo a una tempesta Cantino le sue gesta Col ritornel, che assai gli piacerà, Del Nani, Nani, Nani, qua qua qua, Che tanto ben ci sta; E a così lieti, becereschi canti Rispondan Nani Nani anco i pedanti. Io poi mi farò avanti E dirò a Farfanicchio in sul mostaccio: «Bada! ci ho in corpo un altro sonettaccio; »E s’io non te lo faccio Con una coda più lunga di questa Mozzo mi sia.... volevo dir la testa.»

Articolo del Carducci sul Trionfo della Croce.

Riportiamo finalmente dal n. 23 del Momo (anno I, 10 giugno 1858) l’articolo del Carducci sul Trionfo della Croce del Del Lungo, che diede occasione all’ultima polemica del Carducci stesso col Passatempo.

Il «Trionfo della Croce» dì Isidoro Del Lungo.

È una canzone di metro toscano; fatta da un giovinetto di diciassette anni. Delle idee svolte liricamente questo è il nesso. — St. I e II. Dopo la redenzione, a Dio che preparava una civiltà nuova agli uomini rigenerati dalla nuova fede, piacque di porre il principio e la sede di questa fede e civiltà nella terra d’Italia; non sì però (st. III) che la religione di Cristo non diffondesse la sua luce pur sul resto del mondo e non si facesse ispiratrice di pensieri forti e atti magnanimi a tutte le genti. Da questo cominciamento convenientissimo a poeta italiano e ben legato col resto dalla opportuna transizione della st. III, passa il giovinetto scrittore a mostrare (nelle st. IV e V) la diversità filosofica delle due credenze, etnica e cristiana; accennando il prevalere di quest’ultima per la speranza che divinamente infonde nelle anime combattute dalla trista verità della vita (st. V) e per la forte volontà che mette nei suoi credenti (st. VI, primi 7 versi). — Ma la religione di Cristo è anche oppugnatrice della prepotenza e confortatrice a forti fatti: in prova di che si ricordano le crociate (st. VI, ultimi 4 versi, e st. VII). — Quindi, come ispirati dal pensiero medesimo, che armò le crociate alla diffusione della fede, si rammentano l’italiano cantore di esse (st. VIII), l’italiano navigatore che primo piantò la croce su le terre scoperte dall’ardir suo (st. IX): e si chiude la canzone colla diffusione trionfale della religione cristiana nel nuovo mondo (st. X). E il Tasso e il Colombo, confortato e rianimato il primo nei dolori ineffabili dai sentimenti religiosi, armato il secondo di meravigliosa fortezza cristiana contro le avversità, a me paiono convenientemente introdotti, ad esempio del doppio effetto che il poeta nella st. VI e VII ha detto esercitare la religione cristiana su le anime credenti.

Tutto ciò è versificato in X stanze di bella poesia, dove i concetti e le imagini sono non diffusi (come si suole da giovani e in questi tempi) ma acconciamente raccolti e quasi condensati con arte severa che mostra nel giovinetto assai potenza di stile: e il verso è armoniosamente variato negli accenti e nelle pose, e con regolarità non servile intrecciato e interrotto: e lo stile è temperato ne’ classici latini con accorta mistura di alcuna soavità toscana, come specialmente insegnarono fare Foscolo e Leopardi. Non sì però che alcun che d’eterogeneo non ci si senta talvolta, e che tu non urti in qualche forma antilogica: il che è da perdonare all’età acerbissima. Accenno quel che a me pare difetto. St. I.... redenta dal peccato antico Tornò libera e sciolta Agli amplessi di Dio l’umana polve: l’umana polve no, pare a me; l’anima umana: nè della polve potrai dire che sia redenta cioè ricomperata dal peccato, e nè meno che ella divenga libera e sciolta; che anzi ella importa sempre servitù e cattività alle anime degli uomini. — St. II.... Esulta De’ tuoi martiri il frale entro la tomba. Frale si dirà del corpo finchè retto dalla vita può esser franto; quando è nella tomba è già franto; dunque non può esser più frale, sibbene spoglia. Nè frale (da frango) sta bene con esulta (da ex-sultare): anche le parole prese di per sè hanno una cotal logica; che gli scrittori primitivi (per così dire) intuiscono, i secondarii devono studiare nelle etimologie, nelle analogie, nelle derivazioni e nelle mutazioni stesse del significato elementare. — St. II. E all’orgoglio mortal di nuovo insulta L’aquila del Tarpeo fatta colomba. Le metamorfosi lasciamole a Ovidio: a me questa imagine non va, perchè non sorge dal vero. Di più, tanto è che si parla d’aquile romane o di colombe cristiane che ormai le son frasi d’Arcadia anche queste. — Nella st. IV si dice: Per te del mortal velo il greve incarco Con pronta ala s’inalzi Spregiando il fango vile a miglior parte. Pare a me che dare ali e volo a un greve incarco, non sia bello: più questo greve incarco del mortal velo, che è il corpo, deve, spregiando il fango vile, cioè la materia e ciò che a la materia aderisce, inalzarsi a parte migliore. Ora cotesto inalzarsi pur con il corpo non avvenne mai, ch’io creda, se non a que’ buoni servi di Dio che poterono godere le estasi beate: nè il giovinetto autore certo vorrà che tutti i cristiani debbano riuscire cotanto estatici. — Nella st. VII havvi certa ira di Numi un po’ troppo pagana, dove si parla di crociate: come pure nella IX, dopo aver domandato se la prova del mortale viaggio è più dura a’ generosi per decreto celeste, segue a dire il poeta: o con superba Voglia saetta il fato Più altamente le più alte teste: il qual fato qui è proprio il fato pagano di Omero e di Eschilo, e contrasta troppo manifestamente col decreto celeste che è tutto cristiano. — Nella st. VIII dicesi: Poi ch’a’ flutti del tuo mare si sposi L’armonia di Torquato. Che vuol dire un’armonia la quale promette sè (sposare da spondeo sponsum) ai flutti? La maniera latina, maritare l’armonia ai versi, ai numeri, alle corde, sebbene arditissima la intendo (armonia vale congiungimento e connessione di più in uno): lo sposarsi dell’armonia ai flutti, no: ed è, o a me pare, maniera non vera, che mal si accorda con altri modi belli e potenti di questa poesia; senza però ch’io creda col Passatempo «pazzamente romantiche» le altre imagini a cui questa frase si collega. Al qual Passatempo non saprei compatire la maraviglia, che significata da tre punti ammirativi egli mostra a questi versi.... Oh non al pio Cantor doveano OSTELLO Esser le sale dei potenti e gli auri...; se non ripensando a quella sentenza del Metastasio: la meraviglia dell’ignoranza è figlia. S’io avessi a trattar con persone che niente niente sapessero di grammatica, potrei dir loro che la locuzione le sale de’ potenti e gli auri viene a dir le aurate sale de’ potenti: e ciò per una certa figura che si chiama endiadis, per la quale Virgilio disse Pateris libamus et auro e Lucano con modo similissimo a quello del signor Del Lungo Non auro tectisve modus. Ma perchè di grammatica non sa niente certo chi scrive cæteribusque, e chi scrive cæteribusque è il Passatempo, comecchè e’ faccia il rigattiere di critica e se l’allacci e vada per la maggiore tra’ giornali di Firenze, io voglio ch’egli mi perdoni questa digressioncella sull’endiadis che lui non tocca. Tornando al signor Del Lungo, direi che nella canzone di lui sarebbero da notare lo scadere degli ultimi quattro versi in certe stanze, e la soverchia predilezione ch’egli mostra d’avere per gli infiniti aggruppati al modo latino; se non fosse ormai il tempo di riportare certi luoghi della canzone che a noi paiono di bellezza franca e sicura, perchè i leggitori ne giudichino di per sè.

Notes in this chapter

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