NOTE. (continued 2)
Reading edition
Parla della Fede stabilita in Italia come in sua propria sede:
E te, candida dea, giova il sorriso De l’italico sole, E dal tirreno mar sorger la luna E cader d’Appennino Le grandi ombre notturne; onde le stole, I labari di Cristo, la fortuna De le chiavi celesti al tiberino Lito commetti. . . . . . . . .
Confronta le due credenze:
Tempo fu già che di graditi errori A l’intelletto un velo Fecero i sensi; onde i bugiardi Dei, Cura amabil de’ vati, Tenner l’Olimpo, e la quadriga in cielo Febo guidò: ne’ graziosi e bei Fantasmi il viver nostro e ne’ dorati Sogni fuggia; nè il vuoto Delle cose mortai, nè ’l desir folle, E le vane speranze e il fine ignoto, Timido del dolor, ricercar volle. Tu che del vero inesorato ai danni In arcana alleanza Le gioie unisci onde beltà s’india, Ch’al dolore e a la morte Insegni la preghiera e la speranza, O Santa Fe’, la stolta codardia Vinci. . . . . . . . . . .
Parla delle Crociate:
Vedrai raccolte per lo immenso piano Sotto i vessilli tuoi Cento ondeggiare e cento aste di guerra, E converso in acciaro Il pastoral degl’infulati eroi, E riversarse una nell’altra terra A far parere il gran possesso amaro. Ahi quanta ira di Numi A l’Orïente! e gemer per la muta Notte di moribondi! e quale a’ fiumi Di barbarico sangue onda cresciuta.
Parla del Colombo e dell’America convertita al Cristianesimo:
Forse è la prova del mortal viaggio Per decreto celeste Più dura ai generosi? o con superba Voglia saetta il fato Più altamente le più alte teste? O Ligure nocchier, non da l’acerba Fortuna a te fu schermo il disfidato Furor de l’oceano, E superar degli uomini la guerra E de le cose, e con ardita mano Fra ’l cielo e’ flutti ricercar la terra. Ma su la prora fortunosa i santi Vessilli ergea la Fede, Ed era stella per cotanto mare. Oh del culto verace Lume novello! ecco da l’erma sede Inusitate preci, e sorger are E stringer patti ed annunziar la pace.
Queste cose erano state pensate e in parte scritte prima che il Passatempo tanto rabbiosamente latrasse contro lo scrittor giovinetto. Il quale latrato però non mi spaventa così ch’io non voglia dire il parer mio al signor Del Lungo: Giovini che a diciassette anni ritrovino e dispongano così bellamente la materia poetica, e le imagini contemperino ai sentimenti, e alle une e agli altri lo stile, e questo con tanta accorta parsimonia condensino, pare a me che per lo più sieno rari: massime oggi. Ho veduto altra vostra canzone; nella quale più sparpagliate le imagini, più rumoroso il sentimento, più misto e incerto lo stile: da quella a questa è un progresso. Non sì però che nella fusione meccanica del vostro stile non si scorgano come a righe ed a strati i metalli diversi (nè tutti buoni) dei quali lo componete. Or su: via alcuno di cotesti metalli: del resto fate sì che la fusione vi riesca compatta ed unita: chè, volendo, potrete. Come io credo non vi facessero esaltar su voi stesso gli encomi dell’Arte, così spero che il maledire del Passatempo a voi giovinetto non vi farà nel giudizio vostro rimpicciolir di soverchio. E come io m’indovino che voi pur imberbe potreste insegnare a molti in materia di stile (a me primo); così vi prego quello che ho creduto dire sul fatto vostro a non tenerlo in conto di ammaestramento. No, no, di grazia, che io non voglio fare il maestro a persona. Sì piuttosto accettatelo, se vi piace, come parere di tale che non vi conosce pur di vista, e che veduta la vostra canzone volle dirvi quello che in essa gli aggrada e quello che no: e forse vede male. Al Passatempo parecchie cose direi, se non me ne distornasse il ripensare la dura cervice di cotesto quid simile d’animale anfibio. Mi starò contento a dimandargli questo: Parrebbevi giusto, signor Passatempo, che un villanzone tarchiato, il quale altro non sa che sarchiare le orticacce e le malve, pigliasse a pugni e pedate un ragazzino perla sola ragione che quel ragazzino coltiva perbenino un suo giardinetto? certo direte che no. Anche: con che faccia osate voi sotto la sicurtà dell’anonimo svillaneggiare N. F. Pelosini, il quale vilmente provocato risponde a un anonimo insultatore, ed è pur tanto gentile che non istrappa la maschera dal viso a costui; quando voi nè pur nominato in bene nè in male buttate una manata d’impertinenze a un D. A. B.; il quale, poniamo che nelle lodi eccedesse, poniamo che certi pensieri caricasse un po’ troppo, pur non disse tutto affatto affatto malissimo? O chi siete voi che ad una persona, la quale prende sopra di sè la responsabilità di quello che dice e si firma, togliete il diritto della difesa; e per voi fate un diritto dell’aggressione anonima?
Rettifica ad una Nota alle Poesie del Carducci. (Pag. 96.)
In una nota al volume delle Poesie (Bologna, Zanichelli, 1902), pag. 259, il Carducci dice che il sonetto Sur un canonico che lesse un discorso di pedagogia, fu stampato la prima volta nel giornale Il Momo di Firenze con innanzi una letterina, ch’egli riporta nella nota stessa. La memoria ingannò il poeta. Letterina e sonetto dovevano essere veramente pubblicati nel Momo, ma (non ricordo per quale ragione) non furono: furono invece stampati soltanto il 18 agosto 1872 nel giornale Il Mare di Livorno (n. 13). Il discorso di pedagogia che diede occasione al sonetto, fu letto dal canonico Enrico Bindi in una radunanza dell’Ateneo tenuta al Palazzo Riccardi a Firenze.
Notizia intorno agli scritti del Padre Francesco Donati. (Pag. 112.)
Pubblicai nelle Note al Cap. III la canzone inedita del Donati per il busto del Parini scolpito da Enrico Pazzi. Era mio intendimento di dare qui una notizia compiuta degli scritti di lui editi e inediti, in verso e in prosa: ma essendomi stato impossibile raccogliere altri documenti oltre i pochi che conservo fra le mie carte, debbo limitare a questi la notizia, che, non saprei dire di quanto, ma sarà certo incompiuta.
Il Saggio di un Glossario etimologico della Versilia fu pubblicato nei fascicoli 3º e 4º del Poliziano (Firenze, Cellini, 1859); il Discorso Della poesia popolare scritta nei numeri 13 e 14, anno I, delle Veglie letterarie (Firenze, Tipografia Spiombi, 1862); il libretto Della maniera d’interpetrare le pitture nei vasi fittili antichi fu pubblicato in Firenze dalla Tipografia Calasanziana nel 1861, e ne fece una recensione il Carducci nel giornale La Nazione di Firenze, la quale è ristampata nel vol. V delle Opere a pag. 29 e seg.
Oltre questi lavori, io posseggo copia dei seguenti scritti a stampa del Donati:
Alla Vergine del Soccorso, Versi; Firenze, coi tipi Calasanziani, 1855 (sono una Canzone e una Ballata, L’Orfanella);
Notizie storiche della Madonna del Soccorso e della sua cappella; Massa, pei Frediani tipografi ducali, 1858;
Alla Madonna del Soccorso, Canzone e Stanze (dieci ottave), in un libretto di poesie pubblicato a Massa per la incoronazione di essa Madonna a Serravezza nel 1858;
Sonetto per la commemorazione di Gesù morto, dedicato ai venerabili confratelli della Misericordia in Serravezza; Firenze, Tipografia Calasanziana, 1861;
In lode di Cosimo Mariani, parole del suo confratello Francesco Donati D. S. P.; Siena, Tipografia dei Sordo-muti, 1864.
Nel 1865 il Donati collaborò alla Rivista italiana, e nel 1866 all’Ateneo, diretti da me, mandando all’una e all’altro articoli, note e recensioni di filologia italiana.
Io conservo di lui manoscritte una diecina di poesie, quasi tutte inedite, la maggior parte ballate. Credo che il Carducci alludesse anche al Donati, quando a proposito di una ballata di Guido Mazzoni, scrisse: «La vecchia ballata endecasillaba di Franco Sacchetti e d’Angelo Poliziano la rinnovò con garbo un po’ arcaico Terenzio Mamiani; la mantrugiò con diversa gaglioffaggine certa buona gente (c’ero anch’io) fra il ’50 e il ’60 o giù di lì.» Allora tanto il Carducci quanto il Donati, nella loro ammirazione per la ingenua semplicità e grazia degli antichi rimatori toscani, credevano possibile rinnovare, imitando, quelle forme, senza pensare che l’imitazione è artifizio, e che l’artifizio è precisamente l’opposto della semplicità e della grazia.
Lettere di Terenzio Mamiani a Giosue Carducci e del Carducci al Mamiani.[88] (Pag. 132.)
Chiarissimo Signore,
Torino, li 4 di marzo 1860.
La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una cattedra d’eloquenza italiana in qualche Università, come porterebbe il suo merito; poichè in Torino è occupata, in Milano leggerà l’insigne letterato Aleardo Aleardi, in Genova non si pensa per ora di riaprirla, e debbe cessare a Pavia. Di Bologna non so, e quando facciasi l’annessione e quivi sia vacante quella cattedra, volentieri ci vedrei salire il mio signor Carducci, posto che la gradisse. Intanto io non voglio tacere che nel prossimo ordinamento de’ nostri licei, se Ella accettasse d’insegnare rettorica qui in Torino o in Milano, io me le crederei obbligato e ciò le sarebbe ottimo avviamento a salire più alto fra poco tempo. Consideri con agio la mia proposta e sappia che i nuovi licei debbono essere condotti a molto maggior dignità di prima e secondo la nuova legge anche gli emolumenti sono aumentati non poco. — Ad ogni modo, s’Ella non è contenta della presente sua sorte, ed io rimango Consigliere della Corona, mi sforzerò di mostrarle la stima e l’amore in che la tengo.
La prego di non intermettere i suoi studj e nudra la giovine mente di forte e profondo sapere con la storia, la filosofia, la meditazione e qualche scienza positiva.
Scusi ad un vecchio la mezza temerità di farmi consigliere non domandato e forse non opportuno. Mi voglia bene.
Suo devotissimo Terenzio Mamiani.
Illustre e venerato Signore,
Pistoia, 21 marzo 1860.
Mal potrei significarle a parole gli affetti che in me suscitò l’ultima lettera di che Ella volle onorarmi: tengo miglior partito il tacere, sicuro che lo spirito gentile di Terenzio Mamiani, che di tanta generosità è capace, intenda meglio che qualunque profusione di parole, il mio silenzio.
Maturata la generosa proposizione dell’E. V., credo che a me, il quale devo provvedere al sostentamento d’una famiglia, non sarebbe per gl’interessi domestici utilissimo il trasferirmi in Piemonte o in Lombardia, dov’è più caro il vivere che non nella nostra Toscana: tanto più che l’officio affidatomi dal Governo provinciale è, secondo l’ultima legge, remunerato di tale stipendio che può bastare a chi si contenti del poco. Ma quando l’E. V. mi reputi idoneo a professare eloquenza o letteratura italiana in alcuna Università del Regno, e le si offra il destro di collocarmivi; io son disposto di accettare, sia nelle vecchie o nelle nuove provincie, con tutta la volontà e con gratitudine eterna, tanto di me proprio quanto della mia famiglia, verso l’uomo illustre che oramai riguardo come mio benefattore.
Accetti, illustre signor conte, i miei vivissimi ringraziamenti a’ suoi saggi consigli, de’ quali faccio tesoro, e l’espressione della mia venerazione e, se me lo permette, dell’amor mio: e dove, così piccolo come sono, potessi servirla, mi tenga per cosa tutta sua.
Ossequiosissimo e obbligatissimo Giosue Carducci.
Illustre e venerato Signore,
Pistoia, 11 agosto 1860.
Le condizioni della mia famiglia non mi permisero, quel che io pur desideravo, accettare l’onorevole offerta che la S. V. si compiacque farmi nel marzo decorso. Ora mi si presenta occasione, in che il valido patrocinio di Lei può volgere in meglio le mie sorti: ed io, tutto fidente nella benevolenza da Lei tanto benignamente dimostratami, non mi risto dall’invocarlo.
Vaca nel Liceo di Firenze, per morte del prof. titolare di corto avvenuta, l’insegnamento della lingua e letteratura greca: a me, e per gli studi e per gli interessi miei, sarebbe utile tornarmene in quella città, dove anche ho congiunti ed amici, e dallo attendere a curare alcune edizioni ricevo aiuti a sostener la famiglia; dove in fine ho tutto che fa cara la vita e in che può meno inutilmente spendere la gioventù chi non potè darla fra le armi alla patria. Per che ho fatto dimanda al Direttore della Istruzione pubblica, che voglia trasferirmi a quell’insegnamento: nè sarebbe gran promozione, fra lo stipendio che ricevo ora e quello che è annesso alla cattedra vacante correndo divario di sole 200 lire italiane. Quando Ella volesse scrivere in mio favore al Governatore generale della Toscana o al Direttore dell’Istruzione pubblica, o tenere altro modo che più le paresse opportuno, son certo che quei signori inchinerebbero facilmente all’autorità di Lei e seconderebbero i suoi consigli, e in me ne crescerebbe, se fosse possibile, gratitudine ed amore al conte Mamiani.
Anche, veda e perdoni la confidenza originata in me dalla sua cortesia, anche oso raccomandarle un amico mio, giovine di ottimi studi, Giulio Cavaciocchi. Questi, impiegato nel Ministero della Guerra, domanderebbe esser trasferito al Ministero della Istruzione pubblica, in officio consimile a quel che tiene ora: e credo in verità che i suoi studii e la educazione e l’indole lo facciano più acconcio ad essere impiegato nel Ministero della Istruzione che non in quello della Guerra. Egli avrà fatto o farà pratiche a ciò, o in Torino dove dee in breve trasferirsi, o in Firenze. Quando la S. V. Ill. ma volesse adoperarsi a pro di lui, e consolerebbe me del sapere adempiti i voti dell’amico, e l’amico mio si reputerebbe a ventura il poter esser grato a un uomo il quale da lungo tempo egli venera.
Dalla cortesia della S. V. spero perdono alla mia soverchia confidenza, e godo nel confermarmi novamente con affettuosa riverenza
suo obbl.mo e dev.mo Giosue Carducci.
Mio caro Signore,
Torino, li 18 agosto 1860.
Il Prati, per ragioni al tutto speciali, rinunzia la cattedra di eloquenza italiana nella Università di Bologna. Io mi terrei fortunato ed anche un poco superbo se Ella, caro signore, mi concedesse di nominarla a quel posto. Bologna, certo, non è Firenze, ma è grande città che portò molto meritamente il titolo di dotta; e il popolo suo, affabile e cordialissimo, a Lei, ne sia sicuro, farebbe festa più assai che al Prati. Oltre l’emolumento di 3000 franchi, avrebbe in corto tempo altri 1000 come dottore di collegio; e ivi promulgata la legge sarda, Ella parteciperebbe alle iscrizioni e alle propine. Da ultimo, Le prometto che cessata la mezza autonomia toscana e cambiata in un largo sistema di libertà per tutti comune, se la Università di Firenze verrà dichiarata governativa, mi darò cura di restituirla alla sua diletta città. Mi dica dunque un bel sì, e mi scusi del ricusare che fo di scrivere al Ricasoli per la cattedra di un liceo fiorentino.
Mi creda
suo devotissimo Terenzio Mamiani.
Illustre Signore ed Amico,
14 novembre 1882.
Tardi vi giungono i miei ringraziamenti caldi e sinceri del cortesissimo dono delle vostre Odi. Ma volli leggerle prima e altamente ammirarle. Sono dette barbare per vera ed aperta antifrasi, perchè nessuna cosa più classica venne prodotta nel nostro tempo. E quale arte, uso e maniera latina può in Italia avere del barbaro? Felicissimo voi che sapete arricchire la lingua volgare di mille bellissime forme dell’idioma del Lazio, tanto che la figliuola sembra tramutata affatto nella sua madre; nè so quale altra favella neo-latina avrebbe potuto vincere la prova.
Il Tolomei nel cinquecento e la sua dotta Accademia entrati nella medesima impresa vostra, caddero sotto la soma sproporzionata alle loro spalle. Oggi, invece, l’Italia intera vi applaude e gode e si compiace del notevole incremento che avete recato alle nostre lettere. La qual differenza fra i due tentativi mi torna facile a spiegare, visto che allora vi si arrischiarono grammatici e retori dove occorreva un poeta vero ed ardito quale voi siete. Ed uno dei mirabili effetti che ne sono provenuti sembrami quello di avere ringiovanito innumerevoli forme ed immagini che diventavano stracche e tediose ne’ nostri verseggiatori.
Una sola cura vorrei che pigliaste in qualche nuova edizione delle Odi, e cioè che accennaste con quali norme e con che sentimento avete condotto la nuovissima prosodia, e sotto quale legge piacevi di ordinare i nostri dattili e i nostri spondei contemperati agli accenti ed al numero delle sillabe. Certo l’analogia col latino non basta e convien supplire con qualche ragion fonetica accettabile a tutti e la quale divenga patrimonio comune e fermo della nazione.
Da capo vi ringrazio del prezioso dono e mi sento superbo d’essere stato fra i primi a indovinare il genio profondo ed originale sortitovi da natura.
Vostro Terenzio Mamiani.
NOTE AL CAPITOLO V.
(Pag. 161.)
Do qui una nota degli scritti pubblicati dal Carducci nella Rivista italiana di scienze, lettere ed arti con le Effemeridi della pubblica istruzione, e nell’Ateneo italiano; ma non son sicuro che sia esatta, perchè nella copia dell’Ateneo che ho potuto far esaminare mancano tre fascicoli.
Rivista italiana.
Quattro articoli sulla Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal sec. XIII al XIX; Bologna presso Gaetano Romagnoli; 1861-63. Sono pubblicati tutti nell’anno IV; il primo nel n. 132 (30 marzo 1863), il secondo nel n. 136 (27 aprile 1863), il terzo nel n. 147 (13 luglio 1863), il quarto nel n. 148 (20 luglio 1863).
[Questi articoli furono ristampati in uno dei volumetti della Scelta di curiosità letterarie; ma lo scritto rimase ivi incompleto, come era nella Rivista, dove in fine dell’ultimo è stampato: continua.]
Rettificazione a una notizia pubblicata dal prof. A. De Gubernatis; anno IV, n. 196 (25 giugno 1864).
[La notizia riguardava una proposta di E. Teza a proposito di dialetti.]
Della lirica popolare italiana del sec. XIII e XIV e di alcuni suoi monumenti editi o trovati ultimamente (da lettera a G. Chiarini); anno VI, nn. 232 e 233 (6 marzo e 13 marzo 1865).
Recensione del libro: Niccolini, Monti, Giordani, Lettere inedite con note di Pietro Bigazzi, Firenze, Barbèra, 1865; anno VI, n. 246 (2 ottobre 1865).
Una collezione scolastica ad maiorem Dei gloriam anno VI, n. 247 (9 ottobre 1865).
Dei principii informatori dell’antica letteratura italiana: Avvertenza; anno VI, n. 248 (16 ottobre 1865).
Due Verbali di due sedute della R. Società di Storia patria di Bologna; anno VI, n. 249 (23 ottobre 1865).
Tre Sonetti:
«Io ’l vidi. Su l’avello iscoverchiato....»
«Ella ove incurva il ciel più alto l’arco....»
«Disse e movea.... Come ne’ turbin torti....» anno VI, n. 250 (30 ottobre 1865).
Nello stesso numero altri due Verbali come sopra.
Ateneo italiano.
Recensione dell’opuscolo: Quando Claudia Frullani si univa con fede di sposa a Vincenzio Mazzoni: sonetti IV di Emilio Frullani; Firenze, novembre 1865, Tipografia Le Monnier; n. 7, gennaio 1866.
Poesie fiorentine storiche del 1494; n. 14, gennaio 1866.
Articolo intitolato: Letteratura Dantesca, in cui si parla di: Sunto di tre letture pubbliche in preparazione della festa del Centenario di Dante, fatte da Stefano Bissolati per incarico del Municipio di Cremona; Cremona, Ronzi e Signori, 1865; Per il sesto centenario di Dante, Ricordo al popolo, Firenze, Bettini, 1865; n. 21, gennaio 1866.
Articolo Letteratura Dantesca, in cui si parla di: Vita di Dante Alighieri, scritta da Francesco Gregoretti; Venezia, Naratovich, 1864; Rapporto della Commissione istituita dalla Società senese di Storia patria municipale per la ricerca di tutto che in Siena si riferisce a Dante Alighieri e alla Divina Commedia; Siena, Moschini, 1865; Opere Dantesche appartenenti alla Biblioteca Franchetti in Firenze, pubblicate in occasione del sesto centenario di Dante; Firenze, Tipografia Capponi, 1865; n. 4, febbraio 1866.
Una poesia storica del sec. XVII; n. 11, febbraio 1866.
(Pag. 166.)
A titolo di curiosità, riferisco il decreto che istituiva la Società di Calandrino.
Considerando esser debito d’ogni nazione rendere onoranza a quelli uomini che più conferirono a fermarne la indole;
Item; che Nozzo di Perino altramente chiamato Calandrino dipintor da Fiorenza sia veramente quel che dicesi il tipo della stoltezza italiana, la quale pare avere aggiunto oggigiorno l’ultimo termine della sua perfezione;
Item; che, mentre la nazione fu troppo larga di facili onoranze a uomini di gran lunga men degni che Calandrino non fosse, questi fu al tutto e sempre dimenticato;
I sottoscritti, convenuti da ogni parte d’Italia, preso da sè, come già altri fece, il mandato del popolo italiano, hanno decretato e decretano:
I. È instituita una società intitolata da Calandrino e una festa annovale a commemorazione di lui da celebrare nel mese di Ottobre nei luoghi fatti solenni dalla memoria dell’uom semplice e di nuovi costumi.
II. La festa sarà tenuta con un simposio a cui si darà cominciamento con un piatto di lasagne, e si mangeranno oche, paperi e salciccie, il tutto affogando in un fiumicel di vernaccia.
III. Tutti i convitati si prepareranno al simposio udendo con gran compunzione la lettura di alcuna delle novelle in cui Messer Giovanni Boccaccio celebrò le azioni del gran cittadino.
IV. Nella sala del simposio dovrà essere un qualunque segno a ricordar Calandrino.
V. Ognuno dei convitati dovrà o leggere o dire parole o in rima o in prosa a gloria dell’eroe.
VI. In tutta la giornata è vietato ai componenti il convito dire o fare cose savie.
VII. I soci che fossero assenti da Firenze saranno per coscienza obbligati a partecipare in ispirito alla festa, mangiando divotamente vuoi lasagne, vuoi paperi, vuoi oche, vuoi salciccie, e soprattutto astenendosi dal dire e fare cose savie.
VIII. Ogni socio si adoprerà perchè cresca quanto più è possibile il numero degli adepti, e il nome di Calandrino viepiù sempre si augusti.
Dato al Ponto alla Badia in riva al Mugnone questo dì due Ottobre dell’anno 1863 e 517 dalla composizione del Decameron.