Volume 3 — PARTE SECONDA. IL FIGLIO
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XVIII. APPARECCHI DI LOTTA.
Pochi giorni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrati. Tutti gli studenti che non hanno potuto fuggire alla strage dell’Università e dalle zanne della Polizia, giacciono quali sui letti degli Ospedali militari, quali rinchiusi nelle cittadelle d’Ivrea, di Finestrelle e d’Alessandria.
La Polizia è sempre spavalda e provocatrice; la corte, cieca e testarda; l’esercito, diviso in due campi e combattuto da opposti sentimenti; Carlo Alberto sempre misterioso, tentennante; e i capi della Rivoluzione, incerti e dubbiosi come l’uomo di cui subivano la letale malìa.
Tuttavia malgrado questi tristi esordii ognuno sentiva che si camminava a gran passi verso una catastrofe. La gioventù cominciava a riaversi dalle toccate percosse, e mormorava apertamente propositi di vendetta; qualche studente tornava a far capolino ed a gettare nella folla ardenti parole; i federali dell’esercito ripigliavano ardire; e Carlo Alberto stesso pareva fare qualche passo più ardito e arrivava persino a visitare i feriti studenti negli ospedali o dispensar loro parole di conforto che in bocca sua parevano tanti gridi di riscossa.
Durava invece sempre uguale a sè stessa la grande indifferenza della popolazione. Come un pubblico invitato ad uno spettacolo, essa aspettava che qualcuno alzasse il sipario, pronta ad applaudire il vincitore.
Ernesto Gastone e Pietro Muschietti, in capo a due mesi, mercè le materne cure di Caterina e di Carrera e l’allegra compagnia degli amici che facevano a gara per allietarne la lenta convalescenza, s’erano interamente riavuti. Muschietti non aveva alcun segno visibile di ferite: Ernesto invece portava dalla fronte alla guancia una larga cicatrice che in luogo di deturparlo suggellava sul suo volto l’impronta della natìa fierezza.
Essi, appena risanati, vollero vedere a che punto erano le cose e s’accorsero che malgrado le rettoriche declamazioni si era molto addietro. Essi correvano dall’uno all’altro, da Santarosa a Lisio, dai capi militari ai professori, pregando, spronando, rimproverando, e raccoglievano gran messe di promesse pretereaque nihil. In alcuni trovavano ardore quanto in loro; ma erano i soliti: Ferrero, Gambini, Laneri e Giorgio.
Giorgio era senza paragone il più deliberato. Egli sosteneva che bastava impadronirsi del comandante della Cittadella, e dominarvi per 24 ore per aver la rivoluzione trionfante.
Ma contro i suoi consigli prevalevano quelli degli ufficiali che non rischiavano a tentare il colpo senza aver la città o una parte almeno del presidio di fuori che li appoggiasse. Ferrero allora si riprometteva far la sua parte colla sua compagnia; ma se questo era troppo per Gastone, per Santafiori, per Muschietti, era poco per gli altri;.... e si consumava il tempo io almanacchi ed in sterili discussioni.
Però nei primi di marzo venne a Torino segretamente un uomo, che doveva avere una influenza decisiva sulle sorti della rivoluzione e di cui la storia non poteva dimenticare il nome. Era il capitano Garelli del reggimento di Genova. Era allora di presidio ad Alessandria e veniva a Torino ad annunziare in brevi termini ai federati Torinesi che il presidio d’Alessandria aveva deciso di sollevarsi per il giorno nove di marzo, ed a chiedere che Torino secondasse il movimento. Aggiungeva che Ansaldi era deciso a rompere gl’indugi ed a mettersi a capo dell’impresa, e che la vittoria era certa. Che si sarebbe proclamata la costituzione di Spagna, costituita una Giunta provvisoria di governo e fatto della fortezza il centro dell’insurrezione.
— E Torino non starà colle mani alla cintola — fece Ferrero quando Garelli ebbe finito il suo rapporto.
— Non ci starà, — rispose Giorgio, — dovessi fare io solo la rivoluzione in cittadella.
Allora sorse un altro argomento di disputa. Si doveva uscir tutti da Torino e muovere armati in soccorso d’Alessandria o sollevare la capitale e quivi concentrare tutto il moto delle provincie?
La discussione durò ardente, disordinata, intollerante, com’è il costume de’ congiurati, fin quasi al mattino, e non si approdò a nulla. Si decise rimettersi al giudizio di Lisio e Santarosa, e appena giorno, Muschietti fu ad interpellarli a nome degli amici.
Il consiglio, anzi il volere del Comitato era che il moto dovesse far capo ad Alessandria; ivi raccogliere tutte le forze; proclamarsi il governo, e ordinato un esercito, marciare in massa contro Torino.
Questo consiglio significava tre cose chiarissime: guadagnar tempo, lasciar la responsabilità dell’iniziativa ad Alessandria, e la libertà dell’azione a Torino; e questo consiglio non poteva venire suggerito che da Carlo Alberto.
Quest’ordine scontentò i più ardenti; tutti finsero accettarlo per amor di concordia, ma tutti si proposero o sperarono poterlo deludere per il più sicuro trionfo della causa stessa alla quale si erano consacrati. La mattina del 10 marzo non tardarono a giungere a Torino le notizie della sollevazione d’Alessandria.
«Narravasi, così il Brofferio, che il capitano Palma alla testa del reggimento di Genova, stanziato nella Cittadella, aveva alzato il primo stendardo di libertà; che i Dragoni del Re, condotti dal capitano Baronis e dal sottotenente Bianco, si fossero congiunti al reggimento di Genova; che il colonnello Ansaldi avesse in nome della Costituzione preso il comando della Cittadella, che una grande maggioranza di cittadini si fosse unita ai militari; e finalmente che si fosse composta una Giunta provvisoria».
Ogni altra mora sarebbe parsa vile ai federati torinesi. L’ora era giunta: propizia a chi l’avesse saputa afferrare; irreparabile a chi l’avesse lasciata sfuggire. Si sentiva da tutti, anche dai più titubanti, che bisognava agire e agire subito; la cittadinanza stessa estranea alla congiura era invasa dall’ansia di pronti avvenimenti. E per quelle battaglie avventurose che si chiamano Rivoluzioni e in cui tutto dipende dall’audacia di pochi, anche questa ansia è una forza perchè è un consenso.
Ma come si sarebbe agito? d’onde sarebbe venuto il primo colpo? Chi avrebbe cominciato?
Si era sempre al problema di pochi giorni prima, e le due opposte opinioni cozzavano sempre negli animi, sebbene scopertamente si dichiarasse di obbedire agli ordini del comitato.
E questo, che non aveva mai immaginato nè sperato altro che una congiura militare, e che era più dominato da pregiudizii di strategia soldatesca che guidato da fede rivoluzionaria, stava sempre per il concentramento in Alessandria, dove già sventolava il vessillo della libertà, salda base d’operazione, formidabile rocca per le disperate difese.
Fu quindi ordinato che tutti i federati marciassero in Alessandria, e la voce pubblica che in tali giorni crea e divora le notizie, voleva già che Santarosa, Lisio, Collegno, San Marzano fossero fuori di Torino alla testa dei sollevati.
Quest’ordine perentorio arrivò contemporaneamente al capitano Gambini per i Federati della cittadella, ed al capitano Ferrero per la sua compagnia della Legione.
Gambini lo trovava assurdo, ma non aveva il coraggio di opporvisi apertamente e mandò a rispondere: «Ubbidisco: ma avverto che non potrò mettermi in viaggio che la notte seguente e con pochissima gente».
Giorgio portò egli stesso il biglietto di Gambini a Santarosa. Fu la prima volta che questi due uomini, l’uomo della storia e l’uomo della cronaca, s’incontravano.
Santarosa restò un po’ meravigliato nel vedere che il Gambini riponesse tanta fiducia in un artigliere a segno da confidargli una lettera aperta, e squadrandolo da capo a fondo dietro i suoi occhiali d’oro, gli disse:
— Come ti chiami?
— Giorgio Santafiori.
— È un pezzo che sei Federato?
— Io credo d’esserlo stato nella mente di mio padre, che insegnerebbe a molti eroi d’oggigiorno come si fanno le rivoluzioni.
— Sei severo, artigliere!.... e chi era tuo padre?
— Mio padre?.... Nulla.... a sette anni gettava sassi nella testa de’ Tedeschi con Balilla e Pittamuli.
— È un esordio rispettabile.... e tu vorresti imitarlo?
— Io vorrei, colonnello, — fece Giorgio abbassando la voce e avvicinandosi agli orecchi di Santorre — io vorrei darvi nella mano la cittadella questa notte istessa.
— Tu?.... sei pazzo.
— Colonnello... — fece Giorgio Santafiori, ponendosi sul guardavoi, — non avete altro a comandarmi?
— Altro — e lo congedò.
Giorgio uscì mormorando tra sè «lo vedrà se sono pazzo».
Ferrero nel tempo stesso che riceveva l’ordine segreto de’ suoi capi di recarsi ad Alessandria, riceveva da’ suoi capi ufficiali, dal Ministero della guerra l’ordine d’andar a prendere colla compagnia il presidio della città di Cuneo.
Egli comunicò quel doppio ordine a’ suoi amici. Gastone voleva che non partisse: Muschietti più prudente diceva:
— Partire da Torino lo deve, perchè non potrebbe giustificare il suo rifiuto al Ministero e correrebbe il certo rischio d’essere fatto prigioniero assieme a’ suoi soldati prima di poter agire. Ma la partenza non deve essere che una manovra per accontentare il comitato e sopire il sospetto del governo. Giunti poi alla prima tappa fa un dietro fronte e al passo di carica marcia su Torino: noi gli andiamo incontro, la cittadella si solleva, la città si copre di bandiere, si proclama la costituzione e l’affare è fatto.
Ferrero esitò un momento; poi deposta la sua larga mano in quella del giovane disse: — Voi promettete che gli studenti mi verranno incontro e che la cittadella insorgerà?
— Lo promettiamo...
— Allora viva la Libertà!... domattina il capitano Ferrero sarà alle porte di Torino.
E come promise mantenne. La mattina dell’11 marzo Torino svegliandosi sentiva dire che una colonna di truppa, un battaglione, un reggimento, era fuori di Porta Nuova accampato nei dintorni di San Salvario, che la comandava un colonnello, un generale: era stata gridata la costituzione di Spagna, che centinaia di studenti armati di tutto punto accorrevano da tutte le parti a ingrossare i sollevati.
La verità era che il bravo Ferrero si trovava solo con 80 uomini: che le centinaia di studenti si riducevano al centinaio, e le armi di tutto punto ai soliti randelli.
In breve ora, tutto fu in moto: la popolazione correva a frotte verso il campo degli insorti, ma, giunta da presso veduto, quel sottile manipolo di soldati e quelle poche decine di giovani, come una gente delusa dalla speranza dello spettacolo, restava stupida e immota ad aspettare se qualche nuovo attore compariva che lo compensasse della miseria del prologo.
Il governo invece non sapeva quel che annaspasse. Come tutti i governi in faccia alla rivoluzione aveva perduta la testa. Mandava due battaglioni d’Aosta con una compagnia d’artiglieri, con ordini equivoci, e poi gli richiamava. Forse era corsa la voce a corte che in quei reggimenti e fra quelli artiglieri specialmente c’erano molti Federati e che si rischiava, lasciandoveli in contatto, di vederli passare al nemico. Intanto sotto gli occhi della polizia, della truppa e dell’intera città passava un carro di fucili e di munizioni, diretto ad armare gli studenti e arrivava sano e salvo a San Salvario.
Poi pentito di quel richiamo, mandava un mezzo squadrone di Carabinieri a cavallo e mezzo squadrone di Piemonte Reale, senza pensare che questa forza sarebbe stata insufficiente e inesorabilmente battuta.
E prova di maggior buon senso, se non di coraggio, diedero il maggiore Ducco e capitano Caravadossi che comandavano quei cavalieri. Perchè veduto che Ferrero avea formato il quadrato, e si disponeva a resistere a oltranza, si ritirarono in bell’ordine e stettero in osservazione.
La città continuava a guardare colla sua cheta curiosità: i regii non avanzavano: i Federati stavan fermi: la bilancia delle due sorti era equilibrata, e si capiva che il più lieve soffio la poteva ad ogni istante far traboccare da un lato o dall’altro irrimediabilmente, e l’evento lo dimostrò.
A corte si era presa alfine una risoluzione: mandar il cavalier Raimondi, colonnello della legione Regia, nella quale era capitano Ferrero, ad arringare i ribellati ed a richiamarli al dovere.
Ferrero da lontano lo vide arrivare al galoppo, e comprese subito che tutto era perduto se quell’uomo poteva parlare alle truppe: egli non ha che un mezzo, precorrerlo. Ferrero si toglie dalla sua compagnia, s’avanza con passo risoluto verso il suo colonnello e lo arresta con queste parole:
— Noi siamo qui per la libertà e per la indipendenza della patria: se volete riconoscere la nostra bandiera, siamo pronti ad obbedirvi, se no, ritiratevi o faremo fuoco sopra di voi.
— Sono vostro superiore, — ripigliò Raimondi, e come tale vi ordino di obbedirmi.
— In questo momento, — replicò Ferrero, — non ho altri superiori che Dio. Vi replico di ritirarvi; e se pure volete rimanere, fuori la spada e sia decisa la quistione fra noi due.
Raimondi trasse la spada, non per combattere con Ferrero, ma per comandare ai soldati di eseguire i suoi ordini, e sprona per arrivare fino ai soldati; Ferrero non ha più la forza di trattenerlo: i soldati forse hanno udito la sua voce.
Ernesto che aveva il comando in secondo della colonna, aveva tutto osservato e indovinato. Egli stava ansioso ad aspettare la conclusione del colloquio quando udì dietro sè alcuni soldati esclamare:
— È il nostro Colonnello; gridiamo: Viva il nostro Colonnello!
Egli misurò tutta l’urgenza del pericolo e capì che l’esitazione d’un istante avrebbe tutto perduto. Il cavaliere Raimondi aveva già brandito la spada, era arrivato al cospetto dei soldati, e già aveva aperta la bocca per parlare. Ernesto non ci vedeva più: puntò la sua pistola contro il petto del Colonnello e lo stramazzò da cavallo inondato nel suo sangue.
I soldati che stavano per gridare: Viva il Colonnello, gridano: Viva i fratelli studenti! e l’audacia di Ernesto salva da certa disfatta quella colonna.
Ma la città era inerte: dalla cittadella non si udiva nessun segnale, il giorno calava: la truppa riavutasi da una prima sorpresa, si preparava ad un estremo assalto. Ferrero credette che fosse vano lo stare in quella posizione e ordinò la ritirata su Alessandria.
Anche la ritirata era un atto disperato perocchè gli era d’uopo attraversare mezzo Torino, sotto gli occhi d’un esercito ostile, venti volte più forte: tragittare un fiume come il Po, probabilmente sotto il fuoco del nemico che non avrebbe lasciato fuggire l’occasione di massacrare al varco la piccola colonna.
Ferrero rischiava troppo: mentre poteva aspettare la notte, più favorevole a sparire se la ritirata era necessaria, più propizia a marciare se la cittadella come speravasi insorgeva.
Muschietti si oppose con tutte le sue forze alla ritirata: Ferrero insistette: Muschietti rispose:
— Voi partite, io resto. La lotta è qui!
XIX. LA CITTADELLA.
Malgrado la comparsa di Ferrero, Torino non dava segno di vita. I capi della federazione raccolti a consiglio avevano mandato dal Principe di Carignano a chiedergli una parola d’ordine, e il Principe aveva mandato in un’ora due diverse risposte.
Collegno era tornato colla promessa che il Principe sarebbe montato la sera stessa a cavallo e avrebbe proclamata la costituzione.
Lisio veniva dietro a lui a dire che il principe aveva deciso soprassedere ancora un giorno per aspettare più recenti notizie d’Alessandria.
Il comitato era in balìa di questa marea di risoluzioni e di irresoluzioni e non sapeva a qual riva approdare. S’agitava febbrilmente su quattro poltrone d’una stanza nascosta e non faceva nulla. Amleto gli aveva comunicato il suo male.
Nella Cittadella verso le nove della sera durava ancora lo stesso ondeggiamento. Tolti i giovani ufficiali che vi erano di presidio, Errico e Gambini fra i primi, Rossi del Genio, Recciocchi, Rigolino e Cassana del Reggimento d’Aosta, si dichiaravano decisi a gettarsi nella mischia, ma, presi anch’essi dal contagio comune, perdevano il tempo in piani assurdi, in sterili strategie e non arrivavano a conclusione alcuna. Nessuno d’altronde aveva il coraggio d’assumere la responsabilità dell’iniziativa e l’iniziativa nelle rivoluzioni, ce l’ha insegnato sedici secoli fa Mosca Lamberti, è più che la metà dell’opera.
Poteva essere mezzanotte. Tutta la guarnigione dormiva. Gambini si era ritirato nella sua stanza affranto dall’emozione della giornata, e stava dolorosamente meditando le conseguenze della fallita impresa, quando udì picchiare al suo uscio. Quantunque stupito che a quell’ora insolita si venisse a cercarlo, pure s’alzò e andò ad aprire egli stesso.
— Giorgio?! — fece maravigliato nel vedere l’artigliere, — qualche novità forse?
— Ce ne saranno se voi, Capitano, mi secondate. Vedo che tra questo sì e no non si conchiude nulla; il miglior progetto ve l’ho già detto: impadronirsi a forza del comandante: piantare alle sue finestre e su tutti i bastioni le bandiere della libertà: dare, appena albeggi, nei tamburi e nelle trombe: proclamare la costituzione. Fare adesione alla giunta d’Alessandria, prendere tra le vostre mani, come più anziano, il comando della Cittadella, farsi riconoscere dagli ufficiali e nessun combattimento. La truppa imiterà i capi e non avrà forza d’opporsi....
— Ma... fece Gambini dopo una pausa silenziosa, come si fa ad entrare nella stanza del Comandante? C’è il corpo di guardia e bisognerà combattere per sbarazzarsene.
— No.... il picchetto di guardia lo comanda un sergente dei nostri: Rittatore.
— Ed egli è a parte di tutto il progetto?
— Egli dice che se voi vi presenterete darà ordine di lasciarvi passare.
La testa del capitano ardeva. Il genio dell’irresoluzione e il genio dell’audacia lottavano in un duello a morte nell’anima sua. Giorgio lo vide e decise superare tutti gli ostacoli.
— Ebbene! se voi esitate, capitano, datemi la vostra uniforme e la vostra spada; farò da me: voi mi seguirete.
— La mia spada? mai.... io ti precedo, — e stampato un bacio sopra il ritratto d’una donna che aveva sul tavolino (perocchè anch’egli aveva un occhio di donna che lo guardava nell’ombra) cinse la spada ed uscì con Giorgio.
Il cavaliere Des Geneis comandante la Cittadella dormiva al primo piano dell’ala sinistra del quartiere. Appiedi della scala c’era il corpo di guardia: salita la scala il primo uscio di faccia era il suo, e una sentinella in fazione ne guardava giorno e notte l’ingresso.
Gambini e Giorgio s’incamminarono verso il corpo di guardia avvolti ne’ loro pastrani: scambiarono poche parole con un sergente d’Aosta che li aspettava sulla porta. Poi il sergente infilò per il primo la scala. Arrivato al sommo disse altre due parole alla sentinella: questa si mise a pied’arm, e lasciò passare i due incogniti. Rittatore restò sull’uscio e si mise a far chiacchierare la sentinella:
— Se ci fosse una mezzina d’Asti ogni ora di fazione, come sarebbe bello il fare la sentinella.
— E meglio se una montanina della Val d’Aosta ve lo potesse mescere.
E su questo tema continuarono a conversare.
Intanto i due congiurati erano penetrati fino nella stanza del colonnello, fiocamente rischiarata da un lumicino a olio confinato in un angolo che permetteva appena di vedere dove si metteva il piede e di non urtare i mobili. Esso lasciava anche vedere la testa canuta e rispettabile del colonnello che dormiva supino a bocca aperta nel suo letto.
Gambini e Giorgio in faccia a quel sonno tranquillo ebbero un minuto d’esitazione; forse pareva loro di commettere un delitto; certo non era un’impresa eroica.
Giorgio s’avvicinò per il primo e pose la sua mano robusta sul braccio destro del dormente; questi si scosse subito, ma Gambini intanto gli aveva afferrato il braccio sinistro. Il colonnello spalancò gli occhi, li fissò un’istante su quelle due ombre che gli stavano al fianco, poi desto al sentimento della verità sferrò con erculeo sforzo le sue braccia e allungò la mano per afferrare la pistola che aveva vicino al suo letto. Ma Giorgio aveva preveduto il movimento, e prima che il colonnello avesse potuto arrivarvi s’era già impadronito della pistola.
Des Geneis non si arrese, e si precipitò giù dal letto gridando con quanta voce aveva nel petto «all’armi»; ma Giorgio e Gambini gli furono sopra, lo atterrarono e mentre il capitano gli teneva le braccia, Giorgio gli premeva coi ginocchi il petto e colle mani la bocca per impedirgli di gridare.... ci fu qualche minuto di sosta.... il vecchio respirava appena, schizzava gli occhi fuori dell’orbite e mugolava sordamente.
Il capitano Gambini colse questo lucido intervallo per farsi riconoscere.
— Colonnello — disse il capitano — non mi riconoscete? Sono il capitano Gambini. Non vi voglio fare alcun male, ma in nome della libertà e della costituzione v’intimo d’arrendervi e di affidarmi le chiavi della Cittadella.
— Mai.... — urlò l’atterrato.... — prima si muore.
— Colonnello, la vostra resistenza è inutile... tutta la guarnigione è con noi e domani ci sarà tutta la città.
— Mai... — replicò.... — viva il Re.... e cogliendo un momento in cui Giorgio aveva allentata la stretta per lasciarlo parlare, balzò da terra colla agilità d’un giovane, e prima ancora che i suoi due avversarii avessero potuto metter mano alle loro, aveva staccato dalla parete la sua spada e la brandiva con ammirabile gesto di sfida.
Giorgio lo assalì colla sua sciabola corta da artigliere: il cavaliere Des Geneis gli misurò un terribile fendente alla testa, Giorgio lo parò metà colla lama, metà col braccio, ma senza nemmeno accorgersi della ricevuta ferita e del sangue che ne grondava, infilò con un colpo disperato il petto del colonnello e glielo passò fuor fuora.
Gambini aveva assistito al breve combattimento appoggiato alla sua spada, e quando vide che Giorgio ebbe vinto, disse: — se tu soccombevi sarei subentrato io, ma in due contro un vecchio mi sarebbe parso un assassinio.
— È giusto; e questo sangue mi fa bene, — rispose Giorgio additando la sua mano che penzolava quasi tronca — mi pare riscatti la morte di quel bravo uomo.
Il colpo era fatto: usciti trovarono Rittatore che faceva mettere in rango il suo corpo di guardia. Il capitano Gambini annunzia loro che prendeva il comando della Cittadella in nome della costituzione e li invito ad inalberare con lui la bandiera nazionale. Quei soldati vedevano un capitano che parlava, un sergente che assentiva, e non chiesero di più, e per opera loro in una notte tutta la cittadella fu coperta di vessilli tricolori.
Gambini corse a svegliare gli ufficiali suoi amici annunciando l’accaduto, essi l’udivano con gioia: finalmente uno aveva osato cominciare, finalmente avevano un capo: era la sola cosa che desideravano.
Appena albeggiato fu dato nei tamburi, tutta la guarnigione fu messa sotto le armi, e stanca di passare di incertezza in incertezza, d’allarme in allarme, accettò il fatto compiuto e con una delle solite baldorie di caserma, lo ratificò.
Il cannone annunziò l’avvenimento, e Torino vide sventolare sulla caserma i vessilli costituzionali, ancora incredula di quel miracolo compito. L’annunzio fu portato al comitato che ne fu meravigliato: fu portato al Carignano il quale, non volendo mostrarsi nè troppo credulo nè troppo scettico, mandò ad accertarsene. Un dragone a stento potè andare e tornare col messaggio. Tutta la popolazione era intorno agli spalti della trionfata fortezza a salutare il fausto avvenimento.
Era giunta l’ora anche per Carlo Alberto; se egli esitava ancora, tutti quei giorni di lotte, di dubbi, tutte quelle promesse dispensate, quelle speranze nutrite diventavano una commedia sfruttata, una scandalosa menzogna.
Gli amici gli stavano d’attorno, lo premevano, lo incalzavano, gli conducevano il cavallo, gli presentavano la spada e la bandiera, ed egli girava gli occhi incerto, ansioso, dall’una all’altra, non sapendo decidersi ad accettarle, non volendo decidersi a rifiutarle. Alla fine montò in sella sperando ancora che un improvviso avvenimento gli avrebbe lasciato tempo, e dubbioso sempre se avrebbe trattato il popolo al quale andava incontro come amico o come ribelle.
Andava spinto dal soffio del dubbio come una nave senza bussola, come uno spirito senza coscienza.
Giunto in piazza Castello, fatti forse cinquanta passi, gli giungono all’orecchio le grida di «Guerra all’Austria! viva la costituzione di Spagna! viva la libertà!»
Carlo Alberto non ha più il coraggio di avanzarsi, quella franchezza popolare gli dà le vertigini. Sente che era venuto il momento di dire il suo est est non non ed egli non sa, non vuole, non osa, vorrebbe e non vorrebbe... tentenna; una voce lo incalza e gli grida: avanti! è quella d’Italia, del popolo, dell’onore, della gloria, e il cuore gli balza in petto e spinge il suo cavallo; ma un’altra voce lo affronta e gli intima «indietro!» è forse quella della sua casa, de’ suoi avi, del Re, del trono, della sicurezza, della pace, e si arresta, e gira le redini e rifa le sue orme.
Muschietti gli era sempre stato vicino, l’aveva osservato, l’aveva compreso. Quando vede che il Principe si volta per tornare indietro si slancia alla testa del suo cavallo, ne afferra la briglia e facendogli splendere sugli occhi la canna d’una pistola, gli grida:
— Altezza! la strada del ritorno è quella del tradimento, la strada dell’ardire è quella della gloria: qui su queste pietre è il circolo di Popilio; decidete.
In ogni tempo la massima tortura fu quella del dubbio. Carlo Alberto sarebbe morto più volentieri che dire in quel momento voglio. Ma tutta la città, tutti i suoi amici carbonari, tutti i federati che avevano confidato ne’ suoi giuramenti, lo guardavano: la coscienza d’un popolo intero lo metteva in mora, e gli fu forza piegare ed aver suo malgrado la volontà.
Decise d’andare avanti e proclamò la costituzione. Carlo Alberto in quel giorno parve agli occhi di tutti un eroe, ma da quell’ora la sua timida coscienza non ebbe più riposo e non trovò una notte di sonno.
XX. SENTIAMO TACCHINI.
Una mattina del mese di gennaio i nostri abbonati alla bottega dello speziale, Onofrio, che il lettore non avrà del tutto dimenticati discutevano, commentavano, e straziavano a modo loro le notizie giunte allora di fresco, già guaste e sfigurate nel tragitto, della comparsa al Teatro d’Angennes dei quattro studenti che erano diventati quaranta; e del conflitto dell’Università che aveva pigliato sulle labbra del cancelliere Frustadenti e nella mente del credulo farmacopula le proporzioni di una giornata campale.
Quando entrava in bottega il maresciallo Malagana e buttava là a pascolo della voracità comune queste parole:
— Sapete che il sindaco Arena è partito ieri sera: e non si sa nè per dove, nè perchè?
— Partito? — risposero in coro i congregati.
— È impossibile!.... l’avrebbe detto a me, rispose il cancelliere Frustadenti sedendosi, e facendo rientrare orgogliosamente il suo mento nella scatola, sempre pronta a riceverlo, del suo cravattone nero...
— Pure se a qualcuno doveva dirlo, per primo era a me, che sono il primo rappresentante del Re.... — fece il Maresciallo dei Carabinieri con stizza manifesta.
— E pazienza loro due! Ma non dir nulla al Parroco che deve rispondere a Dio ed ai suoi vicarii sulla terra delle anime della parrocchia.
— Scusino veh! — fece lo speziale, — ma salvo gli errori del popolo, i primi a cui doveva parlar del suo viaggio erano quelli di sua famiglia.... ora se si vuol sapere qualcosa è da tornare in famiglia.... e.... salvo sempre gli errori....
— La famiglia non sa nulla, rispose il Maresciallo. Io l’ho interrogata.
— Ma allora dove sarà andato?
— Perchè sarà andato?
— Che sia anch’egli coi Carbonari!
— Orrore!
— O sia stato chiamato dal Della Torre! Gli vuol tanto bene!
— Baie!
— Sarà andato per vendere il grano che ha ancora sul granaio dell’anno scorso.
— Se volete saperlo, il sindaco Arena ha una missione politica. E chi non mi crede scommetta, conchiuse il Frustadenti sputando questa sua affermazione con tanta risolutezza da lasciar mogi e silenziosi i suoi contraddittori.
Infatti dov’era andato così improvvisamente il sindaco Arena, e che cosa era accaduto per indurlo a partire all’insaputa di tutti e con tant’aria di mistero?
Il lettore qualcosa deve avere indovinato. Una lettera giunta da Torino non aveva tardato a raccontare l’episodio del Teatro d’Angennes, la complicità, l’arresto del figliuolo, e la sua prigionia nella fortezza di Fenestrelle... Il padre a questo annunzio restò fulminato. Di tutta la casa il solo che amasse, e se questa parola stuona per un carattere come l’Arena impastato d’odio, il solo che prediligesse era Adolfo. Anche l’orso bianco deve avere qualche orsetto che preferisce agli altri e risparmia. Adolfo era il nome, la casa, la nobile stirpe degli Arena propagata sulla terra! Su quel figliuolo ci aveva fatti sopra tanti sogni, e vi aveva confidate tante speranze; era predestinato a un sì splendido avvenire, che l’idea di vederselo a un tratto sospettato di Carboneria, tradotto in un carcere come rivoluzionario, caduto nella disgrazia del Re, egli, figlio d’uno dei più fedeli lacchè della Corte, gli fu insopportabile. Fu il primo vero e profondo martirio che l’Arena provò in vita sua....
Però letta la lettera, meditatala un po’, ebbe persino vergogna di confessare la sua disgrazia e quella del figliuolo. Gli pareva, divulgandola, di accrescerla; gli pareva che tutti i suoi nemici dovessero sorridere, e che ognuno dovesse fare a gara per gettargli sul volto col nome di suo figlio, l’insulto di «rivoluzionario» peggio assai che «ladro».
La sorte del figliuolo interessava una madre e due sorelle; ma che cosa poteva calere a lui dei diritti del cuore? Che cosa avrebbero potuto farci quelle tre donne? Piangere o pregare qualche sdruscita immagine di Madonna! Le donne — diceva — non sanno far altro e sono guastamestieri.
Partì quindi senza dir nulla ad anima viva; si fece condurre dalla sua carrozza fino a Voghera; licenziò carrozza e cocchiere, e quando fu certo di non esser veduto montò nella diligenza per Torino.
Trovò la capitale tutta agitata e fremente ancora del sangue sparso all’Università, e sentì che non era prudenza indugiarsi troppo in quell’ardente atmosfera. Affrettò i passi e arrivò prima dell’annottare al palazzo Della Torre. Il conte era il solo che gli poteva ottenere la grazia e la liberazione del figliuolo ed egli era disposto a qualunque sacrifizio per ridestar la generosità del suo antico padrino.
Dopo una lunga anticamera, giacchè il Della Torre in città non derogava così facilmente dalla sua etichetta feudale, fu introdotto e potè narrare il suo caso. Il signor Arena fu per la prima e per l’ultima volta in vita sua eloquente. Descrisse le abitudini, la probità, le virtù del figliuolo; rammentò la educazione e gli esempi paterni; toccò con modesta riserbatezza de’ servizii da lui resi al trono ed all’altare; mostrò un avvenire perduto, una giovinezza rovinata; dipinse il suo dolore e quello di sua madre, e arrivò persino, mostruoso sforzo, a far comparire ne’ suoi occhi una goccia d’acqua che assomigliava ad una lacrima.
Il Della Torre, ultimo fra i piloti della Reggia in quella tempesta, aveva troppi pensieri per il capo in quel momento per occuparsi d’uno studente, e rispondeva come il solito:
— Il caso mi par grave, cavaliere Arena; tuttavia sentiamo quel che dice Tacchini, — e suonò il campanello per chiamare il fido consigliere.
Arena sentì che egli era posto di fronte ad un nemico, e si preparò alla battaglia.
Tacchini entrò quasi subito; adocchiò di sbieco l’Arena, ma finse non vederlo, e andando diritto al Conte gli chiese rispettosamente «cosa desiderasse da lui».
— Senti un po’ cosa ti dice qui il Sindaco Arena...
— Ah! — fece voltandosi ratto come se al suono di quel nome si fosse sentito ferire alle spalle. — Ah il signor Sindaco Cavaliere.... So già quello che chiede. Ma è impossibile. Non si può mica mancare ai doveri di magistrato e di cittadino, e lasciar calpestare la legge per favorire un amico. Che cosa sarebbe del Trono; che cosa direbbero tutti i suoi fedeli sudditi se vedessero in questo momento un atto di debolezza che sarebbe per giunta un atto d’ingiustizia? Se ci è anzi necessità di dare un esempio che resti memorabile gli è con quegli scapestrati che furono i primi ad accendere le ree scintille che oggi minaccian d’incendio, qualora una mano vigorosa e potente non le comprima. Per me i quattro studenti del Teatro d’Angennes, sono i più colpevoli di tutti, e come tali proporrò che siano in ogni caso trattenuti come ostaggi, e severamente giudicati... Quest’è la mia opinione; il signor Conte ha troppo senno per non poter prender da sè una deliberazione; ma egli vorrà considerare che oggi la fiducia di S. M. il Re lo pone fra i principali sostegni del trono vacillante, e che ogni suo atto assume in faccia all’Augusta Dinastia, alla Nazione, a Dio, una grande responsabilità.
— Ed a questa responsabilità un Della Torre non fallirà. Caro Arena, noi non possiamo far nulla per vostro figlio.
— Ma se mio figlio fosse innocente?
— Innocente! — sclamò Tacchini meravigliato. — Era fra i quattro arrestati quello che urlava più di tutti, e che alla porta del d’Angennes si difese disperatamente... non ci sarà, ne son certo per il decoro della magistratura piemontese, alcun giudice che oserà proporre la sua assoluzione! Ed io qui vado più oltre; io non so come il governo in questo frangente sopporti che il padre d’un ribelle rappresenti colle vesti di Sindaco la sacra persona del Re o la maestà della legge. Io consiglierei Arena, perchè gli sono ancora amico, a dare la sua rinunzia.
A quest’ultima parola Arena restò atterrito, e sentì che aveva di fronte un nemico implacabile che non gli avrebbe accordato quartiere e non volle perdere il tempo nè a pregare nè a perorare.
S’inchinò profondamente al Conte, incrociò francamente il suo sogghigno col sogghigno di Tacchini, cozzo elettrico di due demoni, ed uscì.
XXI. VOLPE E SERPENTE.
Ebbe una notte insonne piena di negri fantasmi e di più negri proponimenti. Alla fine verso l’alba parve adagiarsi nella calma d’un pensiero e s’addormentò.
Svegliatosi, si vestì in fretta, e si diresse alla casa del conte Della Torre. Ma questa volta invece di chiedere del Conte, domandò d’essere introdotto addirittura da Tacchini.
Dopo un’altra anticamera, e un va e vieni di camerieri, fu introdotto.
Il Tacchini l’aspettava scaldandosi le spalle alle fiamme d’un gran camino e lo accolse con queste parole:
— Mi fa male, Arena, il vedervi: io vi ho lasciato entrare per non usarvi scortesia; ma non posso proprio far nulla....
— Se il Senatore mi permette di sedere ne parleremo, disse Arena senza scomporsi dell’antifona.
— Fate pure.... venite qui vicino al fuoco: la giornata è rigida... posso farvi servir qualche cosa?...
— Grazie, Senatore. Ho troppo fretta di venire al discorso che mi conduce.
— Lasciamolo quell’argomento... fate a modo mio.
— Lasciamolo.... ma e cosa avverrà di mio figlio se lo lascio?
— Avverrà... non lo so... non me lo chiedete... non lo posso dire a un padre...
— Basta... anche detto troppo... Pure, se permettete, io persisto a credere tre cose...
— Quali?
— Che voi siete convinto che egli è il meno colpevole di tutti; che non è, e non fu mai rivoluzionario; che potè fare, riscaldato dal vino, una bravata di ragazzi; che anzi non sapeva quel che si faceva. In somma che egli è innocente; in secondo luogo che voi potreste salvarlo. E in terzo che voi volete perderlo...
— Ma, caro Arena, voi pretendete indovinare troppe cose. Io farò osservare la legge... e facendola anche osservare mitemente, saranno 20 anni di galera; se pure le rappresaglie della rivoluzione non imporranno al governo più severi obblighi...
— Pure un uomo come il Senatore Tacchini dovrebbe trovare un mezzo per conciliare l’osservanza della legge co’ suoi interessi e quelli d’un amico...
— Sono un cattivo inventore io, caro Arena, rispose ghignando il Magistrato.
— Allora ve lo suggerirò io... se prima permettete...
— Suggerite pure... ma badate che nelle case dei grandi, i servi sogliono origliare alle porte.
— Grazie dell’avviso, fece l’Arena... abbasserò la voce.... e, avvicinando la sua seggiola a quella del Senatore, riprese:
— Il mezzo ch’io potrei suggerirvi, avrebbe... 18 anni.
— È conveniente.... avanti.
— Capelli biondi.... occhi azzurri....
— Avanti....
— Gentile.... melanconica....
— Avanti.
— E si chiama Giusta....
— Arena... ci vuol poco a capirvi... Ero certo che vi avrei capito... Pure c’è un ma!
— C’è un ma?
— E vivente, in carne, pelle, ed ossa!
— Sarebbe a dire?
— C’è un amante...
— Ah! rispose crollando la testa Arena.... So di che volete parlare. Amori di collegio, follie, fanciullaggini, non ve ne occupate.
— Ma se la fanciulla rifiutasse?
— Non rifiuterà.
— Ma se rifiutasse?
— Allora... — l’Arena aggrottò torvamente il sopracciglio; pensò un istante, poi con voce cupa... — allora la ucciderò.
— Sarebbe uno sproposito; io avrei il rammarico di fare il vostro processo... Ma facciamo l’ipotesi che non rifiuti.
— Ella è vostra....
— E quando?
— Quando mio figlio avrà una sentenza d’assoluzione, ed un salvacondotto per l’estero finchè sia finita la rivoluzione.
— No... no... così non si va intesi. Prima vostra figlia dica di sì all’altare; e prima di uscir di chiesa voi avrete la sentenza e il salvacondotto...
— E chi mi assicura della vostra parola? fece l’Arena.
— E chi mi assicura della vostra?
I due interlocutori sospesero per pochi istanti il dialogo. Entrambi avevano ragione, la fede dell’uno valeva la fede dell’altro; pesando quelle due coscienze sarebbe stato impossibile conoscere quale delle due soverchiasse la capacità del tradimento.
— Non c’è che una transazione, — disse Arena rompendo pel primo il silenzio.
— Quale? proponete.
— Che le due carte sieno depositate nelle mani del conte Della Torre.
— Questo patto non mi conviene. Il signor Conte è scrupoloso in fatto di giustizia; egli si fida di me perchè mi crede la Nemesi in persona.
— Allora lasciatemi pensare... Ho trovato... Si consegnano le due carte chiuse in un plico suggellato al Conte stesso, e si pone tra le clausole del contratto che quando il Senatore Tacchini avrà sposato la signora Giusta Arena, gli verranno trasmesse le carte che guarentiscono la dote della fanciulla, affidate al conte Della Torre e contenute nel plico suggellato con tal suggello che porti l’indirizzo del cavaliere Arena e il numero tale... che vi pare?
— L’idea non è perfetta ma è praticabile... allora, quando sareste pronto voi?
— Io fra quindici giorni, se vi piace?
— Sì — fra quindici giorni... ma a proposito, non si è parlato del più importante...
— Cioè?
— Della dote....
— La dote... senatore Tacchini, noi abbiamo negoziato la figlia e non la dote...
— Noi abbiamo negoziato una moglie, e una donna senza dote non è una moglie.
— Sicchè voi vorreste fanciulla e dote?
— Perchè no? Se voi volete sentenza d’assoluzione, salvacondotto e deposito...
— Ma, dolce mio Senatore, lasciatemi chiamarvi con questo nome, io credevo che per rendere giustizia, perchè in fondo mio figlio è innocente, il sacrificio d’una fanciulla di 18 anni a un uomo come voi potrebbe bastare.
— Ah ah! — rispose scoppiando in una chioccia risata il Senatore, — voi parlate di giustizia e di sacrificio... — voi!.... Vi credeva un uomo di spirito, m’accorgo che non siete che un Sindaco di villaggio e per poco anche questo...
Arena sentì subito che gli era forza transigere, e come un destro generale che ha riconosciute le forze del nemico e non esita a impegnare una parte delle sue truppe per salvare il grosso del suo esercito, si fece avanti un passo e gli disse...
— Ebbene... cosa chiedereste?...
— Mezzo milione...
— Pazzie! non arriverei alle 150 mila!
— Mezzo milioncino.... ripicchiava il Senatore sonando il tamburo colle dita sul bracciale della poltrona....
— Oh insomma, cifra tonda, 200 mila e non un soldo di più.
— Mezzo milioncino e non un soldo di meno...
— Mezzo milioncino... andrò a gettarmi ai piedi della Regina e vedrete che Salomone Arena non ha perduto tutto il suo potere alla corte; ma se vinco state in guardia anche voi. Vi restituirei questo cattivo quarto d’ora.
E così dicendo si voltò di nuovo ed uscì sbatacchiando con gran fracasso l’uscio della sala.
Tacchini indovinò subito nelle parole dell’Arena il linguaggio d’una disperata risoluzione, e capì che non gli conveniva per vincer troppo lasciarsi sfuggire di mano tutta la vittoria.
Corse adunque in due salti all’uscio, sporse metà della persona, raggiunse l’Arena che non aveva ancora toccate le scale.... e con un colpo di tosse lo richiamò...
Arena diede alla sua volta in una risata, gli voltò le spalle, finse di uscire...
— Buon viaggio, Arena... mi dispiace per quel povero ragazzo che rischia d’essere fucilato, fischiò il vecchio serpente quando Arena toccava la soglia dell’uscio per andarsene.
A quella parola fucilato, Salomone restò quasi pietrificato, un freddo sudore gli scorse per l’ossa e non ebbe per alcuni istanti il coraggio di fiatare.
Poi asciugati i diacciati goccioloni del volto si fece ancora avanti e disse:
— Siamo onesti Tacchini! 200 mila possono bastarvi...
— Mezzo milione — fece il Tacchini ghignando a quella invocazione all’onestà, e gongolando di gioia nel vedere il nemico prossimo alla resa. — È impossibile.... se volessi non avrei tanto danaro.... arriverei tutt’al più ai 250 mila.
Tacchini gli sorrise e disse a bassa voce ancora una parola.
Arena tornò indietro; Tacchini lo invitò a rientrare e rientrò.
— Non ci riscaldiamo il sangue come i ragazzi. Dunque dite che non potete dare che 300 mila.
— L’ho detto, Senatore, non un soldo di più.
— Ebbene, voglio mostrarvi che sta a cuore anche a me quel bravo giovine.... toccate la mano, caro suocero.
Salomone stese la sua mano grossa e pelosa nella gialla e scheletrita del Senatore, e il patto satanico fu suggellato.
XXI. MANOVRE.
Salomone Arena non frappose indugio a tornare al suo villaggio, deciso ad affrettare l’adempimento del suo contratto. Egli conosceva l’amore di Giusta per Giorgio, e per quanto la ritenesse una puerile esaltazione, pure gli era forza confessarsi che il carattere di Giusta era tra quelli che contro la violenza si spezzano e che solamente colla persuasione si piegano.
Si preparava perciò a vincere cogli inganni ma capiva che per prepararli gli sarebbe occorso tempo e pazienza. Ad ogni modo se gli stratagemmi non gli fossero riusciti avrebbe adoperata tutta la forza di cui la sua paterna tirannia fosse stata capace.
Lungo il viaggio abozzò il progetto, e giunto al villaggio l’aveva compiuto.
Egli non era così ignaro delle astuzie degli amanti per non essere persuaso che anche lontano l’artigliere Santafiori avrebbe trovato il mezzo di scrivere alla sua Giusta. Gli restava soltanto a scoprire questo mezzo, e almanaccando non tardò a persuadersi che l’intermediaria delle corrispondenze clandestine doveva essere Livia, la sorella stessa di Giorgio. Ma non era certo, e prima d’ogni altro passo risolvette assicurarsene.
Giunto al villaggio, prima ancora d’entrare in casa sua, si diresse difilato al Maresciallo de’ Carabinieri Malagana e gli parlò in questi termini:
— Maresciallo: vengo da Torino: l’augusta casa del nostro Re è minacciata da una rivoluzione che pare abbia le sue radici in alcuni traditori dell’esercito. Fra questi scellerati, il senatore Tacchini ha fondata ragione per credere che vi sia anche Giorgio Santafiori del 1.º d’artiglieria, ed io ebbi l’incarico di far sorvegliare il suo carteggio. Vi prego perciò, e all’uopo vi invito a far trattenere tutte le sue lettere che venissero al villaggio a sua sorella, da lui, ed a consegnarmele. Lo farete?
— E perchè no? tutto per il servizio del Re — rispose il Maresciallo.
In quei tempi d’arbitrio non c’erano che i rivoluzionarii che pensassero all’inviolabilità del suggello epistolare, e ognuno credeva, dal Re all’ultimo dei suoi servi, che arrestare le lettere d’un uomo sospetto era un dovere di coscienza ed un atto meritorio.
Salomone entrato in casa atteggiò il suo volto ad un profondo dolore; si stroppicciò iteratamente gli occhi per fargli credere stanchi da un lungo pianto e si lasciò cadere sopra una sedia. Nè la signora Angelica aveva mai veduto suo marito, nè Giusta, nè Virginia il loro padre a quel modo. Bisognava essere educate alla scuola della finzione per leggere traverso la maschera di quel volto. Tutte credettero, e furono d’attorno al misero uomo ansiose e commosse a chiedergli quale disgrazia gli fosse sopraggiunta.
Salomone si agitò lungamente in cupe smanie come se gli pesasse rendere partecipe la sua famiglia del suo affanno; poi alla fine, eccitato dalle lacrime delle donne a parlare, si sfogò a un tratto così:
— Ci hanno imprigionato il figliuolo. Adolfo fu colto, credo per errore, lo credo fermamente, in una sommossa di studenti e fu tradotto a Fenestrelle.... e — Salomone s’arrestò.....
— Ebbene? — chiese Giusta la più agitata di tutte.
— Ebbene: lo sottoporranno a un giudizio statario e sarà....
Salomone s’arrestò di nuovo nascondendosi il volto tra le mani e urlando come un torturato. Avrebbe dato uno de’ suoi poderi per poter trovare in quel momento un po’ di lacrime anche finte; ma la menzogna di questo sfogo concesso soltanto ai cuori sinceri gli fu interdetta.
Le donne però furono ugualmente spaventate e insistettero perchè continuasse.
— Quando volete che vi dica tutto... se non interviene un miracolo del cielo, sarà fucilato.
La signora Angelica svenne: Giusta diè un grido e s’affrettò a soccorrere sua madre: Virginia restò a confortare suo padre.
Dopo alcuni istanti di pausa, e quando il primo impeto di terrore parve quietato, Giusta si voltò al padre e con un tuono di voce che spirava tutta la solennità e la mestizia d’un giuramento, disse:
— Padre mio, se per salvarlo credeste utile la mia vita, essa è vostra. Ma se frattanto occorresse molto denaro, vi pregherei a dare tutto quello che un giorno mi potrebbe appartenere. La povertà mi pare bella, comprata a tale prezzo.
— Oh date tutto.... tutto.... la mia dote, il mio sangue, — disse Angelica — ma salvatelo.
Virginia in questa gara di sacrificii stava ad ascoltare.
Salomone si rivolse a Giusta e parlandole per la prima volta in vita sua con un accento d’insolita affabilità, le disse:
— Grazie, Giusta, forse verrà il momento in cui ti chiederò l’adempimento della tua promessa. Però ora non disperiamoci: c’è ancora un mezzo e dipenderà molto da noi per metterlo in opera.
— Un mezzo, padre mio? e perchè tardiamo allora? — fece Giusta.
— Per ora non posso manifestarlo. A tempo e luogo lo saprete; intanto preghiamo il Signore che ci tenga nella sua santa protezione. Prendete Angelica: è un luigi nuovo, farete dire a Don Fulgenzio una messa secondo la nostra intenzione.
E acquetate con altre parole le tre donne uscì di casa in cerca del Malagana. Il Maresciallo aveva appunto nelle mani una lettera proveniente da Torino alla sig.a Livia Santafiori.
— È qui il morto, — disse il Maresciallo mostrandola al Sindaco.
— Date.... date subito: bisogna che legga e che ci faccia sopra il mio rapporto. — E pigliata la lettera andò a rinserrarsi nel suo gabinetto del Palazzo Comunale e ne stracciò il suggello.
Non s’era ingannato; vi trovò dentro una lettera per Livia tutta cose e affetti domestici e un’altra per Giusta. Quando l’ebbe percorsa tutta la gettò sul tavolo rabbioso di non trovarvi quello che aveva sperato. Erano le usate fantasie d’amore, i consueti sogni, i soliti giuramenti, ma non una parola di politica. Il Sindaco s’era lusingato che l’artigliere svelasse alla sua amica tutti i suoi segreti, e quindi anche quelli delle sue patriottiche utopie delle quali lo credeva appestato; chè se una sola confidenza gli fosse sfuggita, Giorgio era spacciato e il problema del matrimonio con Tacchini risolto. Invece silenzio assoluto. Nè cospiratore, se Giorgio lo era, fu mai più guardingo, nè lettera d’amanti più discreta.
Salomone non ebbe altro a fare che trattenere la lettera e aspettare gli avvenimenti.
Intanto era venuto il marzo: la voce pubblica portava da Torino ed anche dalle provincie le più strane notizie; tutti quelli che avevano parenti o figliuoli lontani erano inquieti e accorrevano alla posta ansiosi a cercarne le nuove. E tosto o tardi, o liete o sconsolanti le ricevevano.... per due sole persone la posta era muta da oltre quindici giorni: per Giusta e per Livia.
Giorgio non scriveva, o almeno esse non ne ricevevano lettere, e non sapevano più che pensarne; Giusta straziata anche dall’altra pena del fratello aveva perduta persino la forza di piangere e Livia non faceva che pregare.
Naturalmente i gazzettini della spezieria esageravano com’era lor costume le notizie quando non le fabbricavano di pianta, ed empivano il credulo e pacifico villaggio di favole stravaganti e paurose. E tutte quelle voci di combattimenti, di stragi, di prigionie, andavano a ripercuotersi sul cuore delle due derelitte e non vi lasciavano un’ora di pace.
Esse si trovavano tutte le sere in Chiesa e quando ai rintocchi dell’Ave Maria il sagristano andava a spegnere i ceri, e gli ultimi preganti s’erano ritirati, quelle due sorelle di dolore si avvicinavano cautamente, si toccavano le mani ancora umide dell’acqua benedetta e sommessamente sicchè solo Dio poteva udirle, si chiedevano:
— Nulla?
— Nulla.
— Preghiamo per lui, — replicava Livia, e con un sospiro si separavano.
Ma scorsi altri pochi giorni e continuando a mancare le lettere, Livia decise uscire d’incertezza e sapere ad ogni costo la verità.
Il suo confessore le aveva suggerito di rivolgersi al Sindaco Arena, il solo che potesse per le vie ufficiali attingere nella confusione di quei giorni, certe notizie.
Livia non poteva amare il sindaco Arena, ma la sua pietà le vietava anche di odiarlo. Sapeva inoltre ch’egli era stato cagione di molti guai per la sua famiglia, ma preferiva dimenticarlo. Si pose adunque sulla testa il suo velo nero e andò a presentarsi al Sindaco nel suo stesso Ufficio.
Salomone Arena appena l’udì annunziare capì subito di che si trattava e si preparò a recitare la sua parte: raccolse col sorriso sulle labbra e il miele sulla lingua: si mostrò premuroso, cortese, intenerito: disse che anch’egli era colpito da una grande sciagura, che era quindi in grado di comprendere quelle degli altri: alla fine promise che avrebbe scritto al Governatore di Torino per sapere tutto quanto avrebbe potuto sul conto di suo fratello.
Livia volle baciargli la mano; e partì commossa da tanta bontà e quasi persuasa che quell’uomo fosse stato fino allora calunniato.
Scorsi cinque giorni, giunse al Sindaco di S... un plico suggellato da Torino che portava queste parole:
«In risposta al foglio della S. V. in data primo marzo si partecipa che il nominato Giorgio Santafiori soldato nel 1.º Reggimento d’artiglieria reale fu arrestato sette giorni sono e tradotto nella fortezza di Casale per sospetto fondato di fellonia».
Quando Salomone Arena ebbe ricevuto questo plico, lo mandò a Livia Santafiori con una parola di condoglianza, che pareva sincera; e fiutata una presa di tabacco disse fra sè con trionfante compiacenza:
— Ora è il momento di smascherare tutte le batterie.
XXII. BATTERIE SMASCHERATE.
Rientrato in casa dove aveva sempre saputo conservare la sua tinta di mestizia, i suoi occhi rossi, raccolse nel salotto la sua famiglia e parlò così:
— Vi aveva detto, miei cari, che sperava di scoprire un mezzo per salvare il vostro fratello. Oggi finalmente posso annunziarvi che questo mezzo c’è, purchè voi specialmente Giusta vogliate secondarmi. Per salvare Adolfo non c’è altro che farlo comparire imparentato con un casato che per i servigi e la devozione al Re ed alla sua famiglia sia superiore ad ogni sospetto. Se Adolfo avesse trovato in quel casato una sposa.... sarebbe forse stato meglio; ma non ci sono donne. Mercè l’illustre nostro protettore il conte Della Torre si potrà invece trovare un marito.... anzi s’è trovato; è un uomo che onorerà e proteggerà la nostra famiglia, potente nella Corte e nel foro; uno dei primi Magistrati di Piemonte. Egli ama una di voi due — e pone per condizione alla liberazione d’Adolfo la mano di....
Giusta si sentì piegare sotto le ginocchia.
Salomone non aveva ancora detto «sei tu» pure ella aveva subito sentito che la vittima era lei. Angelica cinse delle sue mani la figliuola e la sostenne dicendole sommessamente «coraggio».
Virginia invece con voce ferma esclamò «Credo che chiunque di noi sia la preferita sarà lieta di salvare a così poco prezzo la vita di suo fratello».
— La preferita è.... — il padre sospese ancora la parola, quasi si dilettasse d’infliggere quella tortura preparatoria alla figlia che aveva condannato.... Poi ripigliò.... — è Giusta.
Giusta si era preparata, diè un leggero pianto che compresse con una stretta febbrile al cuore; s’appoggiò ad una sedia per non cadere e riprese:
— Questo è impossibile, padre mio.
— Impossibile!.... non dir subito questa parola, fanciulla mia.
— È impossibile, come il delitto, come lo spergiuro; è più facile morire. Se quell’uomo vuole la morte di una di noi, lo ringrazio della preferenza, ma l’amore, la fede mia è impossibile.
— Allora Adolfo dovrà morire.
Il dilemma pareva crudo come il labbro che lo proferiva. La madre diè in un singhiozzo. Giusta si sentì tremar tutta e il cuore le diè un balzo così forte che ne sentì l’urto co’ proprii orecchi. Il padre proseguì:
— La qual morte sarebbe necessariamente seguita da quella di vostra madre e di vostro padre.... Se si trattasse d’un atto disonorevole capirei che tu esitassi.... che tu rifiutassi persino.... ma si tratta del matrimonio con un uomo rispettabile.... di un matrimonio che ti lascia dopo pochi mesi la piena libertà di te stessa e la vera felicità... via, Giusta, fa senno e mostra ora quel cuore del quale hai sempre preteso avere il privilegio.
Giusta alzò i suoi begl’occhi in faccia al padre, si asciugò le lacrime e rispose:
— Padre mio, se si trattasse solo del mio sacrificio, Dio m’è testimonio che per quanto mi sembri più atroce del morire non esiterei, e vita, per vita, darei la mia. Ma non si tratta solo di un sacrificio, si tratta d’uno spergiuro. Non è solo della mia vita che dispongo ma... perchè tacerei ora?.... ma di quella d’un altro... che amo, infelice più di noi tutti, al quale non potrei ritogliere la mia parola senza torgli la vita....
— Tu dunque l’ami ancora.... sciagurata.... Ah! noi perduti per sempre! — esclamò il padre coll’accento d’un dolore che nessuno avrebbe sospettato mentito.
Tutti tacquero.
— Tu l’ami.... ed io stolto che l’ho sempre creduto un trastullo di gioventù. Oh! perchè non ho repressa questa passione nascente quand’era ancora in tempo! Tu l’ami e mentre perdi tuo fratello non salvi lui e ti leghi ad un moribondo.
— Come salvarlo?.... da qual pericolo?... Oh dite padre mio? dite per pietà — io son pronta a tutto; ma nelle vostre ultime parole c’è un mistero che mi uccide.
— Il mistero è che Giorgio Santafiori è prigioniero, come tuo fratello, accusato della stessa colpa ed esposto alla stessa condanna.
— Ah no! padre mio, non è vero, dite che non è vero.... lo sento.... lo giuro che non è vero — fece la giovinetta gettandosi ai piedi di suo padre e invocando da lui disperatamente un’altra parola.
— Non è vero tu dici?.... stolta.... aspettami e vedrai.
E Salomone afferrato il suo cappello uscì a balzi di casa.
Le tre donne stettero mute, atterrite, ad aspettare, come tre smarrite sull’orlo d’un abisso che hanno udito rumoreggiare il tuono e che ne aspettano lo scroscio.
Non erano scorsi dieci minuti che Salomone rientrava conducendo seco per mano una donna. Era Livia Santafiori.
— Questa illusa non crede alla disgrazia di vostro fratello, — disse Salomone, gettando con una spinta quel testimonio in mezzo alla sala....
— Pur troppo, signora Giusta!.... Quest’è almeno la lettera che scrive il Segretario del Governatore di Torino.
Giusta s’alzò; afferrò la lettera; la lesse, la rilesse, e quand’ebbe finito, gridò con un accento d’ineffabile speranza:
— Ma non è lui che scrive... non è lui!.... non può essere vero.
— Insensata, — replicò il padre, — forse che i prigionieri di Stato possono scrivere alle loro amanti!...
Giusta restò colpita da questa ragione, poi seguendo la corrente interna de’ suoi pensieri continuò:
— Poi, che importa se è prigioniero! Vuol dire che è infelice di più, e che egli ha più diritto di prima al mio amore! È prigioniero, ma è vivo: e vivo lui, sono sua: morto, della sua tomba.
— Disgraziata, tu lo ucciderai — rispose Arena alzandosi e con voce, per la prima volta in quella scena, minacciosa. — Mentre tu potresti, salvarlo in un sol atto.... lui e tuo fratello.
— Salvarlo, disse Livia, correndo all’uomo che aveva proferite queste ultime parole, e tremante per l’emozione e la paura di non aver udito il vero.
— Eh di certo! diteglielo voi, signorina, giacchè da me non lo vorrebbe intendere — salvarlo! sposando l’uomo che deve entrambi giudicarli....
Livia non pensò in quel momento che alla vita di suo fratello, e si voltò verso Giusta senza profferire una parola, ma con tale sguardo di atterrita pietà che ognuno, non che Giusta, l’avrebbe compreso e interpretato. Però la intelligente fanciulla non volle nemmeno che Livia pronunziasse la parola che già aveva eloquentemente espresso col suo sguardo, e disse:
— Tradirlo per salvarlo; ucciderlo col mio spergiuro, per sentirmi maledetta da lui nel suo ultimo respiro... È questo che mi proponete, Livia, per amor di vostro fratello?...
Livia non osò parlare ed abbassò la fronte.
— Se voi potete provarmi che egli sopravviverà e mi perdonerà.... — continuò la fanciulla.
Una voce soave e mesta che non s’era fatta udire fino allora, uscì dall’angolo della sala e interruppe......
— Ti perdonerà, perchè con lui avrai voluto salvare tuo fratello... e tua madre...
— Anche voi, madre mia! — esclamò la fanciulla.... — Ma questo è troppo.... — e si lasciò cadere sopra una seggiola senza fiato e senza moto.
Tutti sentivano che la crisi era vicina e tutti aspettavano, sebbene animati da un diverso sentimento, la stessa risposta.
Giusta se n’avvide, e coll’accento più soave che creatura umana potesse trovare disse:
— Tutti lo volete, sarà.... non ho che una condizione, cercar da me stessa le prove di quello che voi dite.... Poi sarà fatta la volontà di Dio.
E si sentì passare sugli occhi la caligine dell’agonia.
XXIII. DUE RIGHE DI STORIA.
Il colpo che aveva atterrato per mano di Giorgio Santafiori il Comandante della Cittadella poteva essere il fendente d’Alessandro sul famoso nodo se ad altri cuori e ad altre menti fosse stato commesso il capitanato della impresa. Al contrario, tra i tentennamenti dei capi, la più volgare astuzia doveva parere somma pazienza e sfruttare con un sgorbio di penna l’atto più magnanimo.
Arrivata a Corte la notizia della Cittadella, lo sgomento fu grande; massime nell’animo imbelle del Re. Tutti avevano perduta la testa; e la paura suggeriva i più strani e codardi consigli. Un uomo solo aveva conservato il proprio sangue freddo e indovinato lo stato delle cose. Egli aveva compreso, meglio d’ogni altro, che una rivoluzione scoppiata più per impulso de’ gregarii, che per volontà de’ capi, senza mente e senza volontà, si sarebbe arrestata al primo ostacolo e che ogni più sottile intoppo l’avrebbe rovesciata.
Però egli diede al suo Re il più saggio di certo ma il più naturale e il più semplice consiglio che uom potesse dare, abdicare a favore del fratello Carlo Felice duca del Genovese, che allora era in Modena a compiere la sua educazione sotto Francesco d’Este e il conte del Carretto. Con questo consiglio, a un Re prigioniero subentrava un re libero; e la monarchia, vinta per poche ore in Torino, risuscitava forte di tutti i suoi privilegi in Modena.
Ma il consiglio sarebbe stato vano se la rivoluzione piemontese avesse avuto altro capo. Perocchè bastava che Carlo Alberto, proclamando la costituzione si associasse al partito che dichiarava decaduta la dinastia che cospirava fuori dello Stato collo straniero, e afferrasse egli stesso la corona che suo zio lasciava per raccogliere intorno a sè quanto di patriottico e di liberale gli offriva il paese, far cessare le ambiguità e le esitazioni, ordinare e segnare chiaramente il suo campo, e forzare la profuga dinastia a farsi portare dalle baionette straniere contro la forza e la volontà d’un popolo intero.
E un’altra cosa aveva da fare Carlo Alberto: eccitare e soccorrere la insurrezione delle provincie Lombarde. Quando invece queste rinate alla speranza della riscossa piemontese mandarono le loro Deputazioni al Reggente per chiedere una parola d’incoraggiamento e una promessa d’aiuti, ebbero per risposta le usate frasi evasive, e dovettero rivarcare il Ticino disperate d’ogni soccorso.
Ma non era certo l’uomo, che mentre proclamava la rivoluzione meditava la fuga e forse sognava gli allori del Trocadero, capace di intendere e di tentar siffatte imprese. Ed a sua discolpa, rispondiamo agli storici cortigiani, che ancora oggi ne ritentano la bugiarda apologia, non potrà stare che questo:
Fu, da uomini troppo confidenti nella sua inetta vanità, trascinato in un’impresa alla quale ripugnava l’educazione del Principe, l’animo dell’uomo; laonde sarà dubbio se sia stata più colpevole la sua immensa cecità, o la sua meditata perfidia.
Tuttavia nessuno comprese allora l’insidia nascosta nel consiglio del San Marzano, e l’abdicazione di Vittorio Emanuele fu salutata con feste e luminarie. Persino i dubitanti si credettero sicuri; persino gli eroi del giorno dopo credettero l’affare finito e fecero capolino fuori delle finestre, a gridar viva la costituzione. Persino un colonnello Ciravegna e un generale Gifflenga azzardavano di coprire i loro vecchi ciondoli monarchici di coccarde nazionali.
Nessuno esitava più, tranne il simbolo vivente dell’esitazione: Carlo Alberto.
Il Re era già lontano, i suoi amici sgominati, il suo esercito diviso e impotente, un popolo gli gridava «dateci una costituzione e siate nostro capo»: pure il Reggente vacillava, tentennava ancora.
Gliela dovettero letteralmente strappare di bocca, letteralmente mettergli la penna in mano perchè ne sottoscrivesse il manifesto; letteralmente sospingerlo al balcone e fargli pronunciare la contrastata parola.
Fu il dott. Crivelli che ebbe questo merito, egli invase le stanze del principe, arrivò fino a lui, lo mise alle strette e lo strinse a parlare. Quel che Muschietti aveva fatto pochi giorni prima in piazza, egli lo fece in casa, ed il suo nome ha diritto a un posto nella storia di quell’avvenimento meglio assai di tanti altri che l’usurparono senz’aver fatto altro che recitare la parte di mute comparse.
Carlo Alberto nelle strozze del dilemma parlò, giurò, ma quali parole e quali giuramenti!
Mentre prometteva di osservare la costituzione, giurava ubbidienza al legittimo re Carlo Felice; e diceva e disdiceva, voleva e non voleva, nel primo, nell’unico atto pubblico che potè parere un atto di energia e di risolutezza.
Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena, rispondesse ad una costituzione proclamata così fiaccamente, con violente proteste e con una serie di atti rigorosi contro i quali i vaganti propositi del Principe Reggente e della rivoluzione a lui fidata si sarebbero rotti. Carlo Felice affrettava l’intervento austriaco che certo non aveva uopo d’eccitamenti; sconfessava la costituzione; investiva de’ suoi poteri tre Governatori Generali, fra i quali il nostro Della Torre per Novara; spodestava di fatto il Reggente, ravvivava la vacillante fedeltà dei soldati e dei sudditi, invocava le preghiere dei vescovi e la benedizione di Roma: faceva insomma in una parola tutto quello che la più semplice arte di Stato doveva suggerire a un Principe nel suo caso.
Al contrario i Costituzionali aggiungevano errori ad errori, debolezze a debolezze, e si lasciavano grandeggiar in casa il nemico senza prepararsi a combatterlo.
«Prima cura del Reggente e della Giunta Provvisoria doveva essere la convocazione del Parlamento: e nessuno vi pensò.
«Non meno importava dichiarare incontanente la guerra all’Austria, mentre, per i casi di Napoli, mal custodita si trovava la Lombardia; e non solo la guerra non fu dichiarata, ma l’ambasciatore austriaco si lasciò in Torino a cospirare impunemente colla nobiltà, col clero e colla diplomazia.
«Non la intese tuttavia in egual modo il popolo torinese che, fatto accorto delle trame del barone Binder, si recò minaccioso al palazzo della legazione di Vienna, e costrinse l’insidioso diplomatico ad allontanarsi dal Piemonte.
«Era debito dei governanti di chiamare ai principali impieghi, specialmente nell’amministrazione politica e militare, gli uomini che non erano macchiati da antica lue, e mostrati eransi più affezionati al nuovo ordine di cose; e non se ne fece nulla. A tutte le cariche si lasciarono i vecchi impiegati; a reggere le provincie rimasero tranquillamente comandanti e governatori, notissimi a Corte e maestri consumati di despotismo.
«Per dar base alla Guardia Nazionale se ne compose un simulacro in Torino; e perchè la parodia fosse più compiuta si nominava comandante in capo il marchese Vittorio Maria della Chiesa di Rodi.
«Nel ministero, creato in fretta nei primi giorni, si fece qualche mutamento, senza gran frutto per la pubblica amministrazione. Al marchese di Breme succedette negli affari esteri il conte Ludovico Sauli. Il cavaliere di Villamarina, o fosse ammalato o volesse esserlo, si mostrava tentennante. Continuarono nei loro uffizi il conte Cristiani, il cavaliere Dal Pozzo, il cavaliere Degubernatis, e questa litania di Marchesi, di Conti e di Cavalieri ci avverte che, ad onta della rivoluzione, durava a Corte l’antico vezzo dei titoli e delle pergamene»[1].
Pure la rivoluzione volgeva apparentemente vittoriosa.
Tutte le città principali erano insorte; Genova, Biella, Ivrea, Vercelli, Saluzzo, Pinerolo, Vigevano, Voghera, avevano, prima o poi, seguito l’esempio di Alessandria e di Torino e levata la bandiera costituzionale.
Restava Genova sola, per antica educazione repubblicana, diffidente d’un moto principesco; ma alla fine quando vide affiggersi per le vie le proteste di Carlo Felice contro la Costituzione non ebbe più freno e si levò in armi. Fu lotta breve, e in poche ore un consiglio governativo di liberali assumeva col consenso e la sanzione del Governatore Des Geneis, ostaggio degli insorti, il governo della liberata città.
Ma tutto ciò era poco al paragone del vigoroso e compatto sforzo che facevano i reazionari guidati dal consiglio di Modena per riacquistare il perduto terreno. Essi cospiravano apertamente e nessuno ne li impediva o castigava. Da Modena Carlo Felice comunicava liberamente co’ suoi amici, gli Andezeno, i Thaon di Revel, i Des Geneis; il governatore di Cuneo cospirava, il governatore di Nizza cospirava.
Gli scritti, le parole, le promesse del Re correvano libere nelle file dell’esercito: i due governi di Alessandria e di Torino erano in conflitto tra di loro e diffidavano, e Carlo Alberto faceva dire al suo Regio cugino che si sottometteva a’ suoi ordini, e abbandonava già segretamente quella causa della quale agli occhi del pubblico pareva ancora il campione.
XXIV. IL RACCONTO DELLA SENTINELLA.
Tre sole persone a noi note avevano cominciato a sospettare gli andamenti del Principe Carignano: lo studente Muschietti, il capitano Gambini e l’artigliere Santafiori.
Più avveduti, o più ardenti degli altri che si cullavano in una beata fiducia, essi avevano letto nelle esitazioni del Principe i presagi della defezione futura e avevano deciso sottoporlo ad una segreta sorveglianza.
La Guardia del Principe era solidamente montata da artiglieri, e perchè egli era capo di questo corpo, e perchè poneva in essi una singolare predilezione e fiducia.
Un ufficiale d’artiglieria comandava tutto il picchetto, il quale aveva l’incarico di vegliare lo scalone, le anticamere e tutti gli sbocchi del principesco appartamento. Fra le altre una sentinella guardava giorno e notte la terrazza che dalla sua camera da letto dava nei giardini del Palazzo Carignano. Questa sentinella, la meno visibile di tutte, era la più prossima a lui.
Ai tre amici era facile provvedere perchè questo posto fosse sempre affidato alla custodia di un servo fidato. Il capitano Gambini, nominato dopo la rivoluzione della Cittadella, maggiore, comandava la sezione d’artiglieria di stazione in Piazza Castello e poteva destinare la guardia che avesse voluto.
Giorgio, nominato sergente, poteva avere il comando d’un posto e scegliere la sentinella tra i più sicuri camerati.
Così fu deliberato; e il Principe di Carignano aveva dì e notte intorno a sè una rete inavvertita di scolte che spiavano i suoi passi e potevano quasi udire le sue stesse parole.
La notte del 22 marzo Giorgio non aveva potuto trovare alcuno di sicuro a cui confidare la guardia della terrazza; risolse di farla egli stesso. La notte era calma e stellata; il servizio non era pesante; il luogo era deserto e nessuno poteva venir a chiedere il perchè un sergente montasse di sentinella in luogo d’un soldato semplice. Inoltre Giorgio sperava, se pur c’era a scoprire qualche cosa, di scoprire più co’ proprii occhi, e co’ proprii orecchi, che con quelli degli altri. Prese adunque la carabina della sentinella e le disse: Tu va a dormire: resto qui io per questa notte.
La sentinella non se lo fece dire due volte e ruzzolò giù dalle scale a precipizio.
La terrazza sulla quale era rimasto Giorgio era ampia quanto un vasto cortile, e le sentinelle avevano l’ordine di stare all’orlo estremo per sorvegliare il cortile. Giorgio però, spinto dalla curiosità, e convinto che il Principe aveva più bisogno di sorveglianza che i ladri o i congiuratori immaginarii che potevano montar dal giardino, invece di stare al posto fissato, cercava tenersi vicino all’appartamento per poter meglio spiare ciò che vi accadeva.
Egli non fu ingannato nella sua aspettazione, e la mattina appresso corse a fare al capitano Gambini ed a Muschietti il seguente racconto:
— «Poteva essere mezzanotte. Io aveva udito il Principe rientrare nella sua camera da letto; e veduta la sua ombra passare più volte davanti alla grande finestrata che dà sulla terrazza. Poi per un gran pezzo non udii e non vidi più nulla: notai anzi che gli scuri interni della finestrata erano stati chiusi per di dentro: tuttavia un raggio lungo e sottile che trapelava dalla fessura, mi avvertiva che un lume doveva essere ancora acceso nelle stanze del Principe. Io m’era accostato alla finestrata per tentar di cogliere tutti i suoni che partissero dalla stanza; e dopo un’ora circa d’aspettazione sentii il sordo rumore d’un passo sul tappeto; poi un altro; poi un altro ancora: era un uomo che camminava. Chi era? Un valletto? od il Principe in persona? non lo poteva ancora indovinare. Tesi l’orecchio e contenni il respiro e udii un altro suono che si confondeva col gemito e colle parole. Avrei dato una metà del mio sangue per poter distinguere una sillaba in quel bisbiglio.... ma nulla. Era quasi un’ora che origliava, e già disperava di poterne raccapezzare qualche cosa, quando a un tratto mi giunsero chiare e distinte all’orecchio queste due parole «fuggire? chi mi dice di fuggire?!»
Io restai immobile, sbalordito, ma non era ancora rinvenuto dal mio stupore quando l’uscio della stanza del Principe che dà sulla terrazza scricchiolò sopra i suoi cardini e s’aperse.
Io posto in gran pericolo d’essere scoperto corsi a nascondermi nella mia garretta, esplorando con occhi intenti dal pertugio fatto per la spia delle sentinelle, quel che accadeva sull’uscio.
Un’ombra lunga, magra, fosca, avvolta in una zimarra nera che le cascava fino a’ piedi ne sbucò a un tratto a precipizio come se fosse stata inseguita da alcuno, e andò a fermarsi al parapetto della terrazza restandovi lunga pezza immota, intenta sull’ombre folte del giardino. Poi mosse un braccio come per asciugarsi la fronte e cominciò a camminare coi passi del sonnambulo e finalmente a parlare...
«La Corona d’Italia — diceva.... — splendida gemma; ma quale sarà il braccio che avrà forza per afferrarla: essa si compone dei frammenti delle corone di tanti principi; tutti miei parenti; metter la mano all’arca santa dei Re... unirsi ai rivoluzionarii... ai bestemmiatori... ai miscredenti... ai nemici di tutte le Podestà.... ai miei!... salire in trono maledetto dal Vicario di Dio... Io... mai... piuttosto restar il più oscuro de’ Principi... Pure era un magico sogno ed io l’ho carezzato: esso m’ha fatto balzar di gioia virile ne’ miei sogni e quante volte ho sentito squillar l’ora di montare sul mio cavallo di battaglia e marciare contro gli stranieri invasori del mio bel paese... Austria maledetta!
«Per questo ho promesso! Per la speranza di poter combattere questa nemica in campo aperto coll’armi in pugno sotto il comando del mio Re... pure ho promesso... e questo Santarosa, questo Collegno, questo Lisio, questi carbonari coi quali mi sono accomunato, propagheranno domani per tutta Europa i nostri colloqui, i nostri piani, i miei giuramenti, ed io sarò disonorato.
«Stoltezze! Il disonore è mancar di fede al proprio principe che ti ha confidato il suo regno, ribellarsi alla propria casa e mancare alla tradizione del proprio nome. Io ho promulgato una Costituzione credendo che il legittimo Re l’avrebbe sanzionata. Il Re la ripudia: il mio dovere è stare col Re... sì, domani stesso lo dichiarerò pubblicamente, casserò quello che ho scritto, ritratterò quello che ho fatto... domani tornerò il principe di Savoia e Carignano... domani...
«Ma domani non sarò più solo nella notte, domani sarò in pieno giorno, in faccia ad una folla che peserà tutti i miei atti e tutte le mie parole... E chi mi darà forza di sfidare quelle migliaia di sguardi fissi sopra di me; chi mi salverà dalla voce della mia coscienza ripetuta da mille labbra... No parlare..... no.... aspettare ancora.... aspettare sempre.... aspettare la mia stella. J’attends mon astre».
Il principe giunto a queste parole del suo monologo si sedette colle gambe incrociate, come il Dervis orientale, sopra il nudo suolo della terrazza, vi stette lungamente impietrato a guardare l’immenso spazio rischiarato di stelle.
Dal mio nascondiglio lo vedeva bene! aveva tutti i capelli scomposti, le labbra tremanti, il petto ansante, ed era bianco come una testa da morto....
Io era solo con lui ed ebbi, lo confesso, una terribile tentazione di ucciderlo. Quell’uomo ci tradiva e meritava la morte; ma l’idea d’un assassinio mi fe’ raccapricciare e la discacciai. Risolsi invece di venire io stesso tutte le notti a rinnovar la sentinella per entrar più addentro nel mistero di quel sonnambulo.
A un tratto il Principe s’alzò di nuovo e a testa china a passi lenti si avviò verso la sua stanza. Giunto sul limitare dell’uscio s’arrestò e col monotono accento d’Amleto che studia il suo problema, disse: — fuggire, — mentire — restare — perire.... ecco il problema.
E rientrato nella sua stanza vi si chiuse dentro ed io non vidi, non udii più nulla».
Quando Giorgio ebbe terminato il suo racconto i tre amici si guardavano lungamente in faccia senza far motto. Muschietti interruppe per il primo il silenzio.
— Io lo prevedeva. Questo uomo ci tradisce....
— E medita una fuga.... — continuò il capitano Gambini.
— Bisogna impedirlo a qualunque costo, — riprese il Muschietti.
— Lo pensava anch’io, — fece Giorgio.... — e non c’è che un mezzo.
— Quale?
— Impadronirsi di lui, farne un ostaggio della rivoluzione....
— Giorgio dice bene... ma l’impresa non è facile.... — fece il capitano Gambini.
— È facilissima purchè ci siano dodici uomini fidati che aspettino la sua carrozza sulla strada di Moncalieri.
— Ma il principe non va tutte le sere al castello, replicò Gambini.
— Bisogna spiare quando va.... — ripigliò il Muschietti. — Appostare i dodici uomini sulla strada e rapirlo a viva forza.
— Egli resisterà, — disse il capitano.
— Allora ucciderlo — fece Giorgio.
— Giorgio mi comprende e Giorgio potrà capitanare quest’impresa. Accetti?....
— Datemi i dodici uomini e accetto.
— Li avrai; ma silenzio con tutti e principalmente co’ membri della Giunta: comprometterebbero ogni cosa, soggiunse il severo Muschietti.
— Poichè lo volete — fece il capitano — sia; io vi prometto....
— Ed io lo giuro: — esclamò Giorgio ponendo la sua nella mano già incrociata de’ suoi amici.
XXV. BALILLA E LEON.
Era la sera del 22, tutti i preparativi del colpo erano stati con minuta cura compiuti. Il Principe doveva essere rapito la notte stessa tra la mezzanotte e il tocco al suo ritorno da Moncalieri.
Era stato studiato accuratamente il terreno e destinato il punto preciso, alla metà della salita dove i cavalli sono costretti a rallentare.
Una fune tesa al sommo dell’erta, da una scarpa all’altra della strada, doveva arrestare il battistrada che precedeva; quand’egli fosse stato rovesciato col suo cavallo, due uomini dovevano gettarsi sopra di lui e per amore o per forza impedirgli di gridare l’allarme. Altri uomini dovevano assalire i due carabinieri di scorta e metterli comunque fuori di combattimento. Intanto un altro manipolo si sarebbe slanciato sulla vettura, e avrebbe intimato al Principe colle pistole alla gola di ubbedire e tacere, e impadronitosi del cocchiere e delle redini avrebbe condotto il Principe in una casa dei dintorni, e ve l’avrebbero tenuto sotto forte custodia. Fatto il colpo, sarebbero stati svelati alla Giunta provvisoria i disegni di fuga del Principe, dimostrata la necessità dell’arresto, e chiesto che egli fosse trattenuto, per decreto della Nazione, in ostaggio fino a che la rivoluzione fosse fuori di pericolo; i congiurati erano certi che la Giunta, come non avrebbe mai osato un simile tentativo, avrebbe ratificato e applaudito il fatto compiuto.
Giorgio doveva dirigere l’azione. Muschietti veniva secondo: gli altri uomini erano dati da studenti, da soldati travestiti e da carbonari. Tutto pareva esattamente calcolato; ognuno aveva prescritta chiaramente la sua parte e doveva trovarsi al punto fissato prima delle undici di notte.
Giorgio non temeva che d’una cosa sola; che il Principe quella notte per qualche imprevisto accidente non andasse a Moncalieri e gli tardava d’assicurarsene. Era appena suonala l’Ave Maria — era quella l’ora in cui il Carignano soleva partire per la sua corsa.
Giorgio decise di fare una passeggiata a piedi, senza parere, fuori di Porta Nuova, per la quale, se il Principe usciva, doveva necessariamente passare la sua carrozza. Se n’andava col capo nelle nubi pensando a mille cose diverse, a Giusta di cui non aveva notizie, alla sua casa deserta, alle vicende della sua vita, all’atto che stava per compiere, al destino che l’aspettava, e sprofondavasi sempre più in una specie di sogno fantastico che gli toglieva quasi il senso e l’aspetto delle cose circostanti.
Non ci volle che il grido d’un battistrada a cavallo che precedeva una ricca carrozza chiusa, a due cavalli, per svegliarlo dalla sua letargica meditazione.
Giorgio allora si voltò e riconobbe la carrozza del Principe Carignano.
Egli si arrestò su due piedi, fece fronte alla carrozza, portò la sua mano al kepì e stette nell’atteggiamento del saluto militare finchè il corteo fosse passato.
Quando la nube di polvere in cui era stato avvolto fu dileguata, l’artigliere allungò la mano con gesto di minaccia dalla parte donde il legno era sparito e disse forte: — Va o Principe, fra sei ore quella carrozza ci riporterà assieme.
E si voltò per tornare in città, ma aveva appena girata la faccia che un mugolato più amico che minaccioso lo forzò a rivoltarsi di nuovo, e nell’istesso tempo si sentì assalito alle spalle dalle zampe d’un grosso cane, che sordo alla voce ed alla mano che lo infrenava saltava, gemeva, latrava di gioia, si rotolava nella polvere, e dalla polvere gli balzava di nuovo alle mani, al fianco, al collo, con tutti quelli atti e voci di festa così eloquenti nel loro incomprensibile linguaggio, così schietti nella loro espansione, onde il nobile animale che raffigura la fedeltà, saluta un padrone od un amico scoperto da lui e non veduto da molto tempo.
Giorgio l’aveva riconosciuto, era Leon, il magnifico molosso di Terranuova della sua Giusta. Ma riconoscerlo fu per lui una così chiara rivelazione d’un istantaneo pericolo, che in luogo di rispondere alle carezze del fido animale, si sentì rimescolar il cuore e sbalordito, atterrito, stette con occhi spalancati a guatare nell’ombra se alcuno compariva dietro a lui a spiegargli l’enigma di quella improvvisa comparsa.
Ma poco stette che vide ancora alle sue spalle un piccolo fantasma correre a precipizio e gridando a squarcia gola Leon!... Leon!... Giorgio aguzzò la vista, tese l’udito; ma stava appunto per uscire dal dubbio, quando un fanciullo a lui noto gli venne a cascar ansante e molle di sudore fra le braccia.
Era il piccolo Balilla; i due fratelli guidati dalla voce di Leon s’eran riconosciuti nel punto stesso. Sono momenti difficili a descriversi; sfuggono non solo alla penna ed al pennello, ma alla memoria stessa di chi li ha provati. Tanto più quando al trionfo del ritrovarsi, alla gioia del rivedersi si mescola l’amarezza d’una cura segreta e il presagio d’una sventura.
Balilla tuttavia, colla gaiezza della sua età, non lasciò tempo a Giorgio d’impensierirsi, e sciogliendosi da’ suoi abbracciamenti, esclamò subito:
-Lo diceva io che Leon t’avrebbe trovato.... Tu non sei dunque prigioniero?
— Prigioniero di chi?....
— Oh bella dei Realisti... Non sei tu dunque rivoluzionario?
— Lo sono, — fece Giorgio sorridendo del fiero piglio con cui il giovinetto aveva pronunciato quell’interrogazione, — ma non capisco perchè debba essere prigioniero.
— Al villaggio è venuta una lettera la quale diceva che tu eri prigioniero.
— È una menzogna.... io non lo sono mai stato.
— Una menzogna! ma intanto tutti l’abbiamo creduto... Livia e la Giusta.... ed io.... Era dunque un inganno, tu sei libero e ti sei battuto non è vero?...
— Lo credi, Balilla? ma di ciò parleremo dopo.... ora spiegami perchè tu sei qui e come hai fatto ad arrivarci.
— Eh! ell’è una storia lunga. È meglio che prima tu legga questa lettera che preme.
— Hai una lettera?.... di Giusta forse?
— Di lei...
— Dammela — e la prese.
La notte splendeva di tutto il bianco chiarore del plenilunio; si sarebbe potuto trovare uno spillo per terra come in pieno mezzogiorno.
— Questa bella luna ci giova, disse Giorgio, dissuggellando con mano febbrile la lettera.
Essa conteneva queste parole:
«Giorgio — Da un mese mi ripetono che voi e mio fratello siete entrambi prigionieri e minacciati di morte, e mi assicurano ch’io sola posso salvarvi accordando la mia mano a colui che deve essere vostro giudice. Io avrei accettato anche questo sacrificio, purchè avessi avuto la certezza di salvarvi.... Ma il cuore me l’ha sempre detto che noi eravamo vittime d’un inganno, ed ho combattuto fino ad ora disperatamente contro le preghiere di mio padre e le stesse lacrime di mia madre; or sono all’estremo e m’afferro al mezzo disperato di mandare Balilla a cercar notizie di voi. Io vi ho scritto tutti i giorni, ma tutto mi dice che voi non avete potuto ricevere le mie lettere altrimenti avreste anche risposto, ne sono certa, perchè sono certa del tuo amore. Se Balilla non ti trova libero, se è vero che sei ostaggio de’ nostri nemici e presso alla morte, io ti pregherò a perdonarmi, ma ti salverò anche a costo di morire dopo io stessa, dilaniata del martirio d’una orribile catena. Ma se invece sei ancora padrone di te, vieni in mio soccorso... non indugiare un minuto. La mattina del 24 marzo potrebbe ancora essere tardi. Io aspetterò l’estremo minuto prima di pronunciare il sì fatale che mi dovrà dividere per sempre da te; e se tu od un tuo scritto non comparirà, vorrà dire che io ti ho perduto e lascerò che si compia il mio destino. Ma dannata alla catena d’un servaggio infame, il mio cuore, finchè batterà, sarà tuo e la mia anima non tarderà a raggiungerti nel cielo.
«Balilla ti dirà più a voce. Addio mio Giorgio: la mia sola speranza è che Dio guidi l’intrepido fanciullo messaggiero di questo foglio e che tu lo possa leggere ancora. Addio.
«Tua in eterno «Giusta».
Giorgio restò fulminato.
Quel colpo cadutogli così improvviso sul capo lo annichilì. Non trovava più un’idea, non sentiva più una volontà: credeva morire... Pure la sua energica tempra prese il sopravvento sul suo dolore e voltosi a Balilla che lo guatava pensoso e commosso:
— Giusta t’ha detto qualche cosa per me?
— M’ha detto che t’aspetta domani sera.
— M’aspetta.... m’aspetta — e se non potessi andare?!...
Balilla abbassò la testa: poi dopo un po’ di pausa rispose:
— Credo che non la troveresti più...
— Basta, Balilla.... torniamo a Torino, rifletterò.
E con passo concitato, quasi a corsa, si posero in cammino.
Lungo le vie il misero amante non fece che agitare ne’ suoi mille tormentosi aspetti, il nuovo dilemma che gli era proposto.
Da un lato un terribile dovere, un sacro impegno verso la patria; la responsabilità e il comando d’una impresa forse decisiva; la fiducia degli amici; i vincoli di partito; la voce di suo padre che dal sepolcro lo incalzava a mantenere la sua fede di patriota: dall’altro il grido della fanciulla da lui amata che l’invocava per sottrarsi al sacrificio affrontato per amor suo, un nefando delitto consumato, lo strazio d’una vergine compiuto, e l’idolo del suo cuore rapito, il sogno della sua giovinezza, l’ultima stella della sua vita desolata, spariti per sempre.
Era un tragico conflitto, era un momento terribile!
Ad ogni passo, soverchiando un sentimento, prendeva una risoluzione, che al passo dopo, soverchiando il sentimento contrario, rompeva. Era in preda ad un uragano di affetti tutti più grandi e più forti di lui. E intanto che la tempesta inferociva, i minuti passavano e gli era d’uopo deliberare. Aveva cercata una uscita, una transazione, uno spediente, invano! Il dilemma terribile lo strozzava: o per la patria, o per l’amante. Aveva voluto affrontare i due più grandi doveri ed affetti della vita; ora il momento della battaglia era giunto e gli toccava provare che non era indegno di quella nobile disfida.
Alla fine credette vedere aperto uno spiraglio di luce e vi si cacciò dietro. Sperava ancora trovare Muschietti, narrargli il caso, affidare a lui il comando dell’imminente tentativo, cercare un cavallo, travestirsi, correre al villaggio, e a qualunque costo strappar Giusta dalle mani dei suoi tiranni e ripartire con essa per Torino: ecco il piano. Ma il desiderio ha le ali e il compimento i piedi di piombo.
Cominciò a non trovare in casa sua Muschietti e a non poter raccapezzar dove fosse in quell’ora. Quest’era un grave ostacolo poichè Muschietti solo poteva pigliare le parti di Giorgio. V’era sopratutto una parola d’ordine, e un segnale che solo il capo poteva dare, e se Giorgio mancava non c’era che Muschietti che lo potesse sostituire.
A questo primo intoppo si sentì mancar il coraggio, si credette perduto: e tornò di nuovo in balìa ai tormenti dell’incertezza.
Abbandonare senza avvertirli i suoi amici non lo poteva; perisse pure Giusta e il suo amore, non lo poteva. Avesse almeno trovato un uomo fidalo e intelligente a cui affidare un messaggio... ma nessuno.
Il sergente Carrera era ad Alessandria comandante una compagnia d’insorti e aveva lasciato gli Animali parlanti nelle mani della sua Caterina. La congiura, perchè riescisse, era stata circoscritta a pochi, e tutti erano in quell’ora della notte sbandati. Avrebbe potuto andare egli stesso al luogo designato e aspettarvi gli amici, e confessare il suo caso, ma perdeva almeno tre ore, che forse bastavano per salvar Giusta.
Intanto riparò col fratello agli Animali parlanti, dove mamma Caterina sospirava da più giorni il ritorno del suo sergente.
Nel colmo dell’ambascia gittò gli occhi macchinalmente su Balilla che lo guardava in silenzio mentre dividea con Leon, accasciato ai suoi piedi, una crosta di pane, e gli venne in pensiero.
— Balilla, disse, rifaresti stanotte la strada fino a mezza via di Moncalieri?
— Se fosse per te.... e con Leon perchè no? — rispose il fanciullo.
— Ma sarai stanco.
— Che stanco! alle mie gambe ci comando io...
— Si tratterebbe di cosa grave...... senza della quale io non potrei andare da Giusta..... capisci?
— Capisco!
— Bisognerebbe che tu portassi un mio biglietto ad un amico che troverai alla salita di Moncalieri stanotte alle undici.... hai tu paura alla notte?....
Il fanciullo si mise a ridere, poi soggiunse:
— Che paura! in ogni caso mi darai un’arma.
— Ti darò la mia daga d’artigliere.
— Buona anche quella!
— Arrivato al sommo delle salita, seduto vicino alla pietra migliare che segna il 90.mo miglio troverai un uomo; ti avvicinerai facendo tre volte il grido della civetta. Sai farlo?
— Eh eh! io so far di tutto.... vuoi sentire?
E il ragazzo si mise ad imitare con perfezione ancor maggiore di quello di Giorgio, lo stridolo canto del notturno animale.
— Va bene. Dato tre volte questo grido l’uomo ti verrà incontro: tu gli dirai a bassa voce, Moncalieri — egli risponderà — Artiglieri. — Allora gli darai senz’altro il mio biglietto.
— E dov’è il biglietto? — fece impaziente il fanciullo.
— Ora lo scrivo. — E sopra il primo foglio di carta capitatogli scrisse:
«Muschietti. Un dovere, che la mia coscienza mi dice più alto di quello che abbiamo assunto di adempiere assieme, mi porta lontano da Torino. Prendi tu per me il comando del tentativo e che la sorte arrida alla giusta causa. Il giovinetto che ti da questo foglio è mio fratello — Giorgio».
Piegò il biglietto, baciò in fronte l’intrepido fanciullo, gli ripetè alcune raccomandazioni e gli disse:
— Ora vado a cercare un cavallo che mi conduca fuori di Torino. Dovrà fare 160 miglia[2] in 30 ore, sarà un vero miracolo.
E stretta la mano di Donna Caterina, che aveva guardato a bocca aperta tutte le mosse del giovine senza capir nulla, lasciò a precipizio l’osteria.
XXVI. SCHIARIMENTI.
Il lettore avrà trovato nell’ultima parte di questo racconto alcuni punti oscuri e noi siamo in obbligo di chiarirli.
Come mai il Governatore di Torino avesse scritto al Sindaco di S.... che l’artigliere Santafiori era arrestato per sospetto di fellonia, il lettore l’avrà immaginato. Salomone Arena aveva scritto al consigliere Tacchini che quella falsa testimonianza era necessaria, ed il Tacchini valendosi della sua onnipotente autorità negli ufficii governativi, gliel’aveva fatta mandare. Fabbricare documenti falsi fu sempre un’arte facile alle tirannie. E fu con quella lettera bugiarda che furono ingannate le sorelle e l’amante di Giorgio.
E queste avevano creduto: d’altronde come accertare la verità? Non mancavano di scrivere ogni giorno, ma tutte le lettere che venivano a Livia dal Santafiori, o che partivano dal villaggio per esso, erano intercettate dall’arbitrio irresponsabile del Maresciallo dei Carabinieri, d’accordo col Sindaco.
E la continuata mancanza di lettere non faceva che confermare sempre più il racconto di Salomone Arena, e la testimonianza ufficiale del Governatore di Torino.
Intanto i giorni passavano e l’ora imposta a Giusta per la fatale risoluzione s’approssimava.
La misera fanciulla subiva già un’anticipazione del martirio che l’aspettava e non sperava più che nella morte.
Avesse almeno avuta la certezza che quello che le si diceva era vero; che l’olocausto terribile che le si chiedeva avrebbe fruttato la salute del suo amante e di suo fratello, la pace di sua madre; ma no. Dubbio, incertezza, tenebre! L’unica prova che avesse era la parola di suo padre, troppo interessato perchè non celasse almeno in parte la verità, e un pezzo di carta scritto da una mano straniera.
V’è in ogni spasimo una trafittura più atroce di tutte: ora nella disgrazia di Giusta il non saper nulla di Giorgio, era la pugnalata che l’uccideva.
Balilla un giorno, tornò a casa dicendo a sua sorella... Livia ti saluto, io parto!
— Parti! e per dove?
— Vado a cercar di Giorgio ed a combattere con lui se è vivo, a vendicarlo se è morto.
— Qual pazzia, Balilla? un giovinetto di dodici anni.
— Il Balilla di cui porto il nome ne aveva dieci quando ruppe la testa ai granatieri tedeschi. Poi non voglio lasciar solo mio fratello....
— No, Balilla! tu non puoi lasciarmi qui sola.... Giorgio lo proibirebbe.
— Baie! Giorgio ed io ci intendiamo. Poi è questo il solo mezzo per saper sue notizie e riportarle a te. Poi io ho sempre detto che il foglio del Governatore di Torino dice una bugia e ve lo proverò. Non mi dir altro, sorella.... ho deciso.... Domani parto...... Se hai qualche cosa da darmi per Giorgio preparalo e avverti la signora Giusta di fare altrettanto.
Livia voleva disperarsi, ma fu invano. A grande stento ottenne che avrebbe aspettato ancora un giorno per rendere avvertita la signora Giusta.
— Allora, — disse il monello, — chiederai Leon alla signora Giusta. Egli sarà il mio compagno di viaggio ed il mio difensore;... poi mi aiuterà meglio a scoprire Giorgio. Lo fiuterebbe lontano due miglia!
Ed il monello se n’andò a fare i così detti preparativi di partenza.
Frattanto Salomone e Tacchini avevano continuato a carteggiare tra di loro. Il Senatore sollecitava con minacciose parole l’adempimento del patto: il Sindaco rispondeva allegando una malattia di Giusta, rinnovando le sue promesse e chiedendo ancora qualche giorno d’indugio.
Ma Tacchini perdette la pazienza. Il Conte della Torre diventando Governatore di Novara e Luogotenente del Re legittimo, e Capo supremo dell’esercito della Reazione, non aveva potuto privarsi della fida Egeria, del suo Tacchini, e lo aveva condotto seco a Novara. Il Tacchini non aveva osato disubbedirlo, ma prima di partire gli diede per misura di precauzione il consiglio di condurre in ostaggio i quattro studenti autori del baccano D’Angennes. E il Della Torre, come sempre, l’aveva ascoltato. Da Novara il Senatore tempestava il Sindaco. A lui premeva che il contratto fosse conchiuso prima della catastrofe, perchè questa, quale si fosse, non poteva che nuocere al suo disegno. Od era favorevole alla rivoluzione, e allora gli toccava forse fuggire, lasciar gli ostaggi, abbandonare la moglie e la dote e tutti i sogni che la sua avara libidine vi aveva architettati sopra; se vinceva la causa del legittimo Re, diceva lui, e allora succederà di certo un’amnistia, un perdono generale, e gli ostaggi gli sfuggivano per altre vie ed egli restava inerme in faccia allo scaltro Arena.
Scrisse perciò un ultimatum nel quale dichiarava «che la sua longanimità era agli estremi e che gli accordava ancora una settimana.
«Se al mattino del settimo giorno egli non conduceva all’altare la signora Giusta Arena, la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Soggiungeva che il Vescovo di Voghera avrebbe ricevuto ordine di passar sopra tutte le formalità superflue degli sponsali, e che egli, quando fosse stato avvertito, sarebbe venuto a S..... avrebbe fatto benedire il matrimonio dal curato del villaggio e sarebbe ripartito il giorno stesso per Novara, da dove gli affari di Stato non gli permettevano di restar lungamente assente».
Salomone Arena si presentò con questa lettera a Giusta e le disse:
— «Vengo a chiedervi per l’ultima volta se volete salvar vostro fratello e noi da una certa morte. Io però ho cessato di pregare: ora comando se non vi troverò ubbidiente uscirete da questa casa per non rientrarvi mai più, e la maledizione di vostro padre e di vostra madre vi accompagnerà finchè vivrete».
Nemmeno queste violente parole avrebbero piegata l’anima amante della fanciulla; ma sua madre le singhiozzava allato ed ella sentì che le estreme forze della lotta le venivano meno. Rispose coraggiosamente: «Fra sette giorni, se sarò viva, ubbidirò».
Aveva ragione di dire «se sarò viva»; quella sera le entrò una febbre violenta che fece temere per ventiquattr’ore della sua esistenza. Ma il destino la risparmiava per altri dolori.
Fu durante queste ore di malattia e di solitudine che Livia, entrata in un momento d’assenza del padre, le comunicò l’idea bizzarra e generosa di Balilla.
Giusta sentì rinascere un alito di speranza e volle confidare al giovinetto audace le sue ultime parole. Balilla venne più tardi a prenderle egli stesso: pose un bacio sulla fronte della bellissima fanciulla, si legò al braccio il fedele Leon che dai salti e dagli squassi di coda pareva intendesse d’essere destinato ad una straordinaria missione, e partì dicendo alle due donne che lasciava: — Non dubitate, io troverò Giorgio e ve lo rimanderò!
I suoi preparativi di viaggio erano stati brevi: una funicella per legare Leon; un randello per difesa; una bisaccia di pane e 25 soldi. Infilando la strada di Torino in una bella notte di marzo, uscì dal villaggio accompagnato dal viatico eterno della sua età — la giovinezza e la fede.
XXVII. ACCIDENTI DI VIAGGIO.
Finalmente verso le dieci Giorgio fu pronto a partire. Aveva cambiato la sua uniforme di artigliere in un completo costume da fittaiuolo di campagna, trovato a nolo un buon cavallo savoiardo attaccato ad un leggerissimo biroccino, per poter fare molta strada in minor tempo e s’era messo in viaggio. Aveva calcolato che da Torino a S...... c’erano 160 miglia ed egli aveva 32 ore di tempo. Il cavallo doveva dunque far quasi sei miglia all’ora per guadagnare le tre o quattro ore necessarie a nutrirlo e farlo riposare.
Esperto di questa sorte di viaggi, sapeva che il solo mezzo per riuscire era non affaticare troppo il corridore sulle prime per riserbarsi d’ottenere uno sforzo supremo all’ultimo, quando fosse stato necessario. Perciò uscì di buon trotto, e alla mattina, albeggiando, dopo sei ore, s’accorse che aveva fatte sei miglia all’ora.
Presagì bene del futuro; rinfrescò ad Asti... e continuò il suo viaggio senza incidenti; a mezzogiorno era a Spinetta, la patria del famoso Majno, e si fermò di nuovo per far riposare il suo generoso animale che faceva miracoli.