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Memorie d'un disertore, vol. 3/3

Volume 3 — PARTE SECONDA. IL FIGLIO (continued 2)

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Allora contò che in 14 ore aveva fatte quasi 80 miglia, e si credette sicuro. Tutta la sua cura era arrivare a tempo, ed ora che gli pareva quasi risolta la quistione, ebbe persino il coraggio di desiderare da mangiare. Erano 20 ore che non prendeva cibo anche lui e ne aveva il diritto: pure non vi si potè risolvere subito parendogli che Giusta avrebbe potuto rimproverargli d’essersi attardato alla mensa della taverna nel momento che ella era minacciata da un pericolo mortale.

Verso l’ave-maria era per entrare in Godiasco quando si sentì alle spalle la cornata e gli scoppii d’una frusta d’una carrozza da posta. Egli tirò in disparte per lasciar passare, ma sia che non lo facesse abbastanza, sia che il postiglione fosse mal destro, o fosse briaco, fatto sta che la grave e forte vettura urtò nella ruota del suo esile biroccino e lo rovesciò d’un colpo in un fossato alto cinque metri. Giorgio scagliò una bestemmia, la prima forse che profferiva in vita sua, ma il carrozzone proseguì indifferentemente il suo cammino.

Tutto era andato in frantumi — finimenti, ruote, stanghe, ed era il meno: il bravo Savoiardo aveva rotto un ginocchio e non poteva quasi più muoversi: il dolore gli faceva esalare dalle larghi narici un rantolo che pareva un gemito umano, egli guatava col suo grande occhio nero il suo giovine padrone con tale espressione di sguardo che si sarebbe detto che gli chiedesse perdono di quella disgrazia di cui egli non era colpevole.

Giorgio si strappava i capelli disperato; aveva voglia di piangere; in tali momenti si fa quello che non si è mai fatto: non avete mai bestemmiato, e la bestemmia viene sulle vostre labbra; non avete mai pianto, e le lacrime sgorgano da’ vostri occhi; siete delicato e vi tocca di trascinare sopra una ripa a forza di braccia un legno rotto: siete pittore o poeta vi tocca di fare il falegname: siete stanco vi tocca di lavorare: avete fretta, vi tocca d’andare a piedi.

Un incidente di viaggio è spesso una pagina di storia. Che cos’è Waterloo? un incidente di viaggio di Blücher! — Che cosa ha portato sul patibolo Luigi Capeto? un incidente di viaggio!... Una carrozza che si rompe; un uragano che v’impedisce d’avanzare; una tempesta che vi getta sopra uno scoglio; un cavallo restìo; un postiglione briaco, bastano a scompigliare col colpo di mano dell’ignoto i piani più meditati, i calcoli più giusti, le speranze più certe: il sogno della grande armada di Filippo, come il voto del pellegrino che ha camminato giorno e notte per arrivare in tempo a deporre sulle labbra della madre morente l’ultimo suo bacio, e non arriva che per deporta sotterra.

Giorgio sfogata la prima disperazione riprese coraggio; passò di là un contadino, il solito inviato ignoto della provvidenza, e lo aiutò a tirare sulla strada il biroccino, a rialzare il povero cavallo per arrivare fino al villaggio ed a cercare un altro cavallo. Il biroccino si poteva alla meglio racconciare; ma il cavallo non si reggeva più e bisognava trovarne un altro. Godiasco non brillava per ippici modelli. Il miglior cavallo che si desse a nolo era una rozza ungherese che aveva per lo meno trent’anni, famosa per aver caricato brillantemente sui piani di Marengo, vent’anni prima, ma che ora non offriva altro pregio che quello d’una rispettabile memoria.

E in tutti questi sforzi, ricerche e lavori aveva perduto quattro ore buone. Era mezzanotte, aveva 40 buone miglia da fare e non aveva davanti a sè che sei ore. Per il bravo Savoiardo sarebbe stato nulla anche malgrado la disgrazia sopraggiunta, ma per la vecchia ungherese erano un problema forse insolubile.

— Se ci riesce, pensava Giorgio, sarà certo la sua ultima campagna.

Finalmente potè rimontare nel suo biroccino. Prima di dare la frustata di partenza, perchè la frusta doveva ormai avere una parte principale, chiese al contadino che l’aveva soccorso ed agli altri curiosi o pietosi che gli facevano crocchio d’intorno:

— Vorrei, per altro, cavarmi la curiosità di sapere chi c’era in quella carrozza che m’ha rovesciato.

— C’era il Senatore Tacchini con un altro signore, disse una voce dalla folla.

— Lui! — mugolò Giorgio, e azzeccò tale frustata alla vetusta ronzinante che malgrado i suoi trent’anni di servizio, portò via a carriera il biroccino e il suo auriga.

XXVIII. UN MINUTO DOPO.

Alla quarta ora la veterana ungherese cominciava a chieder misericordia, e quantunque all’occhio paresse che trottasse ancora, in realtà non faceva che agitare per traverso le sue magre e lunghe gambe senza avanzare, più che non avrebbe fatto il più modesto quadrupede di medico del villaggio al ritorno delle visite.

Giorgio le faceva coraggio colla voce e colla frusta; ma ormai l’emulazione come il castigo erano impotenti in quel corpo esausto. Alla quinta ora il trottarello era divenuto passo di vecchio ansante. Giorgio si provò ad adoperare la frusta a guisa di bastone, ma la magiara che un dì non avrebbe tollerato nemmeno il solletico d’un tallone, ora non era più in grado di risentirsi di quell’insulto e rispondeva al suo tormentatore con una sdegnosa lentezza.

Alla sesta ora si fermò: al campanile di Broni suonavano le sei; Giorgio aveva ancora cinque miglia da fare; egli era di nuovo arrestato in mezzo alla campagna, solo, a piedi, esausto egli stesso di forze. Cominciò a temere di non arrivare più a tempo; l’alba era spuntata, ed anche correndo sempre a piedi non sarebbe arrivato ad S.... prima d’un’ora, e forse fra un’ora sarebbe stato tardi e il sacrificio consumato.

Tuttavia l’urgenza del pericolo, l’immagine sempre più chiara, quanto più si avvicinava, della vittima che andava a liberare, gli aveva trasfuso nel sangue una disperata energia. Piantò sulla strada rozza e carretta e si diede a correre con quanta forza aveva nelle gambe nella direzione di S.... Aveva le ali ai piedi. Automedonte si era trasformato in Diomede. Ma i contadini che l’incontravano non potendo ricorrere a questi eroici nomi, dicevano: — È matto, oppure, è un saltimbanco che ha fatto una scommessa.... e s’arrestavano a canzonarlo o ad ammirarlo finchè l’occhio poteva seguirlo.

Giorgio era gagliardo, rotto a tutti i ginnastici esercizii, ma non c’è forse umano polmone che regga a cinque miglia di corsa. Egli aveva appena cominciato a vedere le prime case del villaggio che la lena a un tratto gli mancò e dovette lasciarsi andare boccone sul ciglio della strada. Ansava come se nel petto gli si fosse scatenato un uragano e provava il nuovo affanno di sentir ballare i suoi visceri nel suo corpo travolti in una specie di ridda indemoniata.

Forse non si sarebbe più mosso di là; quando lo percosse al tempo stesso un concerto di campane suonanti a distesa e uno sparo di mortaretti. Era sfinito ma non dissennato, e gli bastarono quei segni di festa per richiamarlo al sentimento della realtà e per ridestargli nell’animo le semi-spente faville di vitalità che ancora vi rimanevano. — «Suonano per lei!... forse non sono più a tempo» pensò più che non disse il valoroso, mentre con uno sforzo disperato s’alzava da terra e riprendeva la sua corsa. Traversò sempre correndo tutta la gran contrada del villaggio ingombra di gente insolita, vestita a festa, ornata di fiori e di nastri, e arrivò sulla piazza della chiesa.

Ivi la folla era più grande. In un angolo, un contadino metteva la miccia ad una fila di mortaretti e li faceva saltar tutti in un punto; una banda musicale venuta da Voghera in grande uniforme, con degli enormi pennacchi bianchi che facevano l’ammirazione di tutto il villaggio, aspettava impettita sulla porta della chiesa il segnale di dar fiato a’ suoi strumenti; tre carrozze, in una delle quali Giorgio riconobbe subito quella che l’avea rovesciato, attendevano circondate da altri ammiratori in un angolo della piazza. Giorgio passò in mezzo alla banda, ai mortaretti, alla carrozza ed alla gente, notando tutto, ma senza fermarsi ad osservar nulla, e tanto era rapida la sua corsa, che tranne quei pochi che dovette necessariamente urtare per passare, nessuno vi badò. Nessuno poi lo riconobbe.

Giorgio entrò in chiesa dalla porta di mezzo e appena dentro vide in fondo alla navata presso all’altar maggiore un gruppo di persone in abito nero, una figura vestita di bianco, ed un prete. Indovinò subito che là era l’ara del sacrificio, e che la figura coronata di rose era la vittima, e con quanta forza potevagli essere restata in quel momento gridò, sicchè tutta la vôlta ne risuonò:

— Giusta!

Dal fondo della chiesa, dal gruppo delle persone, gli rispose un grido acuto e sottile, e nello stesso tempo, mentre continuava a correre verso l’altare, vide urtarsi in gran confusione tutta la gente che vi era stipata d’intorno.

— Giusta! urlò una seconda volta e con un salto balzava in mezzo al corteo nuziale. Uno stormo di uccelli occupati a festeggiare la scoperta di un campo di miglio, che si vede piombare nel mezzo del suo tranquillo banchetto il terribile grifo del falco, non si disperde più rapido di quello che tutti quei signori in cravatta bianca fecero alla comparsa improvvisa dello sconosciuto. Fu così improvviso e ratto il suo apparire, che lo credettero calato dal cielo o vomitato dall’inferno. D’altronde Giorgio era in quel momento spaventoso. Le fatiche di due giorni di viaggio, la corsa di quella notte, la tempesta che gli soffiava nell’anima, l’avevano stravolto e dato al suo sguardo e al suo sogghigno un accento sinistro e formidabile. Ebbero paura tutti quanti, prete colla stola, marito col mazzo da nozze, testimoni, parenti, si diedero tutti a fuggire per di qua e di là, senza dar tempo a riflettere, senza nemmeno pensare alla probabilità d’una resistenza. Giorgio perciò si trovò per alcuni minuti in faccia a Giusta svenuta a’ piedi dell’altare. Egli stette un istante a contemplarla, la chiamò un’altra volta per nome, e vedendo che non risensava e che nessuno gli faceva ostacolo s’inchinò per prenderla nelle sue braccia. A quell’atto il Tacchini che aveva già ricuperato coraggio, e che aveva in parte indovinato il nome di quello straniero, gli gridò: — Non toccate quella donna, essa è mia moglie.

— Vostra! fece Giorgio allontanando le mani dal corpo che già cingeva.... Vostra! ripetè restando senza moto e senza respiro a guatare l’uomo che gli aveva inviato quella intimazione.

— Sua in faccia a Dio ed in faccia agli uomini, — gridò solennemente Don Fulgenzio. — E tu che vieni a profanare il tempio del Signore sarai maledetto!

— Voi maledetti, — replicò Giorgio, — che avete fatto mercato d’un’anima umana. No! Dio non può aver consacrato un giuramento strappato colla frode e colla violenza. Questa donna non è moglie d’alcuno fuorchè di colui al quale ha promesso spontaneamente la sua fede, qui io solo sono suo marito, perchè io solo amo questa donna — Addietro voi tutti.... essa non appartiene che a me — Guai chi la tocca.

L’accento di Giorgio ripercosso dalle sonore pareti della chiesa era formidabile: nessuno osò muoversi. Soltanto si udiva montar dal di fuori un sordo rumore simile a quello d’una moltitudine che tumultua o ad una marea che sale.

Giorgio per altro non vi badò e levato sulle braccia gagliarde il corpo della sua vergine girando gli occhi in atto di disfida sui pochi che ancora gli stavano d’attorno, s’avviò con passo sicuro onusto del dolce peso verso la porta.

Giusta nel sentirsi muovere si destò, e quando conobbe d’essere nelle braccia del suo fedele, lo salutò con un celestiale sorriso, e richiuse gli occhi per addormentarsi un istante nella beatitudine di quel sogno tante volte invocato.

Ma appena affacciatosi alla Piazza l’artigliere si vide di fronte a una turba di popolo là raccolta per aspettarlo e chiudergli il varco, e che urlava con frenetico tumulto:

— Morte all’eretico!..... morte al sacrilego!...

Egli s’arrestò per studiar le sue mosse, ma la folla non gli lasciò tempo a meditare. Appena lo riconobbe si gettò contro di lui, ed egli ebbe appena tempo di deporre Giusta e di cavar dal petto una pistola, che già i più audaci gli erano addosso. Ma la vista di quelle due canne contenne per un istante l’onda fremente; nessuno voleva essere il primo a farne la prova. Giusta frattanto s’avvinghiava al suo Giorgio e gli faceva schermo della sua persona. Il popolo nel vedere quella delicata figura, pallida, scarmigliata, tutta sciolta in lacrime abbracciare colui che esso teneva già per figlio del demonio, provò un istante di superstizioso rispetto e non ebbe il coraggio di avanzarsi.

Ma rompendo la folla, guidato da Salomone Arena in persona e dal Tacchini, avanzava il maresciallo Malagana co’ suoi quattro carabinieri.

Giorgio sentì il pericolo, e allontanato con dolce violenza dalla sua Giusta s’avanzò verso i carabinieri e togliendo dalla tasca un foglio di carta lo agitava al vento gridando:

— Carabinieri. In nome della Giunta Provvisoria, lasciatemi passare e obbeditemi.

— In nome del legittimo Re Carlo Felice, arrestatelo... è un fellone, un disertore, e ne renderà conto alla giustizia.

Malagana non era uomo da esitar fra i due ordini e fece spianare le baionette marciando contro al giovine.

Giorgio si sentì acciecare dall’ira, e quasi senza prendere di mira nessuno lasciò partire i due colpi dalla sua pistola in mezzo alla folla. Una palla ferì in una spalla il carabiniere, un’altra andò a passare diritta nel cuore di Salomone Arena.

I carabinieri gli furono sopra, e a stento poterono sottrarlo al furore della moltitudine che voleva sbranarlo.

Legato, incatenato come un galeotto, pesto, rotto in tutte le parti del corpo, fu tradotto in carcere e di là, per ordine del Tacchini, sotto buona scorta a Novara.

XXIX. TROPPA LUNA!

Balilla, senza sbagliare un solo dei segnali convenuti, aveva trovato il Muschietti al posto designatogli e gli aveva consegnato il biglietto di suo fratello. Lo studente nel leggere che l’animoso artigliere non sarebbe stato della partita, scosse tristamente il capo e disse:

— È una gran perdita! un uomo come Giorgio non si sostituisce così facilmente.

— Ma ci son io per lui, esclamò il piccolo Balilla guardando fieramente in faccia lo studente.

— Tu?

— E Leon — fece additando il cane che gli era al fianco.

— Credo al tuo buon volere; ma facesti meglio a nasconderti in quella fratta. Qui sulla strada ti potrebbe incoglier pericolo.

— Io vi domando — rispose il fanciullo — quale sarebbe stato il posto di mio fratello.

— Alla carrozza del Principe.

— Ebbene, quel posto è il mio.... lasciatemi fare. Sono anch’io un Santafiori, e poi vedete, — trasse di sotto alla giubba la daga di Giorgio — mio fratello mi ha armato..... segno che anch’io devo far qualcosa.

— Allora vieni: ci son molti uomini che valgono meno di te.

E insieme si perdettero nella campagna.

Chi fosse passato verso le 11 e mezzanotte per quella strada avrebbe sentito un gran stridere di gufi e di civette, e probabilmente avrebbe affrettato il passo per fuggire ai sinistri augurii di quei funerei abitatori dei sepolcri e delle rovine. Erano le voci dei dodici congiurati che si richiamavano e si riconoscevano.

A mezzanotte, la fune che doveva rovesciar il battistrada fu tirata, ognuno era al suo posto. Balilla fremeva più di tutti d’impazienza che il momento arrivasse.

A un tratto si sentì il galoppo d’un cavallo. — È lui, è il lacchè del Principe! — Subito dopo segue il fragore di quattro ruote: è la carrozza del Principe stesso. — Attenti tutti; quando il lacchè cade addosso a lui per impedirgli di gridare: Balilla con altri due da questa parte, gli altri, secondo il convenuto, prendano di mira la carrozza e la sua scorta e badino di non sbagliare.

La luna splendeva superbamente in un cielo azzurro e inargentava la notte di tutta la luce del meriggio. I congiurati avevano fatto notare al capo l’ostacolo di tanta luce e avevano proposto di rimettere il colpo ad un’altra volta. Muschietti non volle saperne di indugiare, allegando la perentoria ragione che una notte dopo sarebbe stato troppo tardi. Però i più tra i congiurati posseduti dal presagio che il tentativo sarebbe fallito vi si acconciavano timorosi e svogliati.

Essi avevano ragione. Quella stessa luna che aveva aiutato Giorgio a leggere la lettera dell’amante tradiva il disegno dei cospiratori. Poichè la natura guarda con sprezzante indifferenza i bisogni degli uomini, schernisce con tutto il fulgore del suo sole al condannato che sale il patibolo colla notte della morte nel cuore e inonda di maligna piova e d’immondo fango un corteo di nozze che aveva sognato sul suo sentiero la pompa della luce e dei fiori.

La fune tesa sulla strada in mezzo a quella luce vi spiccava come un trave. Se il battistrada fosse stato cieco, il suo cavallo avrebbe dovuto vederlo anche da lontano e sarebbe stato il primo a dar l’allarme. Così fu. Giunto a dieci passi dalla fune il cavallo s’arrestò di botto sulle due gambe davanti; il cavaliero che non aveva ancora notato l’ostacolo lo toccò collo sperone, il cavallo s’impennò, e questo bastò perchè il cavaliero avesse tempo di vedere la fune, di girar le redini e di gridare con quanta voce aveva nella gola l’allarme.

Dal loro nascondiglio i tre congiurati avevano veduto le mosse del battistrada, ma credendo ormai impossibile il raggiungerlo non s’erano mossi. Uno solo — Balilla, non aveva esitato a slanciarsi sul cavaliere; e nel momento appunto in cui questi voltava le briglie, con un salto portentoso balzava sulla groppa del cavaliere, e abbrancatosi alla gola dello scudiero cercava impedirgli di gridare. Ma le mani di Balilla erano troppo piccole per quest’ufficio, e lo scudiere giunto presso la carrozza del Principe stava per liberarsene cavando fuori il suo coltello da caccia, se Balilla senza perdere un minuto non gli avesse cacciata la sua daga nelle reni.

Il legno all’allarme del battistrada s’arrestò: i carabinieri armarono le loro carabine; i due staffieri di serpa e di coda estrassero le loro pistole e si prepararono alla difesa. I congiurati soverchiavano sempre di numero; ma il contrattempo aveva messo lo scompiglio nelle loro fila. Non era più ad una sorpresa che andavano, ma ad un aperto combattimento. Ci furono quindi alcuni istanti di disordine e di esitazione.

Finalmente spronati dalla voce e dall’esempio di Muschietti, saltarono sulla strada, e attaccarono a colpi di pistola la carrozza e la scorta. Il conflitto continuò sordo, accanito per oltre mezz’ora; i due carabinieri erano ancora a cavallo agli sportelli della carrozza ruotando le loro sciabole e tenendo lontano gli assalitori.

Alla fine Muschietti riescì a mettere una palla di pistola nella testa d’un carabiniere e tutto il fianco sinistro della carrozza restò scoperto.

— Coraggio amici, egli gridò balzando nel legno. Il Principe è in nostre mani!.... e in quel mentre anche il cavallo di quell’altro cadeva atterrato.

— Il Principe è fuggito per di qui, — gridò una voce... dalla schiera dei combattenti.

— Per Dio, ha ragione Balilla! il Principe non c’è più! sclamò Muschietti mettendosi disperato le mani nei capelli.

— È fuggito per di qui, vi dico.... inseguiamolo.... Leon, cerca... e il fanciullo preceduto dal suo cane si gettò giù dalla strada nelle boscaglie che fiancheggiano il Po alla caccia dell’uomo che avevano perduto.

— Inseguiamolo.... egli non può essere lontano — gridò Muschietti.

E piantati sulla strada cavalli e servi, feriti e malconci, si precipitarono dietro le orme di Balilla e di Leon.

Infatti il Principe era scomparso non visto. Egli aveva udito per il primo le grida di soccorso dello scudiere, e veduto in confuso che egli era stato assalito da un uomo, senza esitare un istante diè un balzo fuori di carrozza dicendo ai carabinieri: difendete la carrozza fino alla morte, saprò ricompensare i valorosi. E senza aggiungere altro, prima ancora che i congiurati distratti dall’accidente del battistrada avessero potuto scorgerlo, s’era gettato a caso nella sottoposta campagna.

Molte voci erano giunte all’orecchio del Principe, di minacce e di tentativi contro la sua persona e la sua vita; e il sospetto lo teneva vigilante. Non voleva mostrar paura nè diffidenza, ma stava all’erta. Appena vide il caso dello scudiere indovinò rapidamente che era caduto in uno degli agguati sospettati, e sentendosi debole a resistere non esitò a salvarsi colla fuga.

Intanto che i suoi fedeli si battevano sullo stradone coi congiurati, egli aveva già fatto molto cammino nella campagna ed era giunto alla riva del Po.

Ivi sperava trovar una delle solite barche da traghetto, e giunto all’altra sponda non temeva più nulla. Ma non una barca, non un uomo: davanti un fiume silenzioso, alle spalle una fitta boscaglia agitata dal vento, d’intorno la solitudine e la notte. Ebbe in quel momento paura. Egli, Carignano, stirpe d’eroi, intrepido nel pericolo, cuor di soldato, ebbe paura. Meno di quei pochi uomini che l’avevano assalito, meno della morte, che della sua coscienza.

Solo, in quel deserto, non poteva più ingannare sè stesso col gergo del linguaggio umano; ivi ogni cosa prendeva il suo vero nome, ivi il Principe acclamato, festeggiato, diveniva quel che era, un traditore bandito, che domani forse la legge consegnerebbe ai ministri della giustizia ed alla gogna. E come Caino, gli pareva che avrebbe potuto salvarsi da tutti i nemici della terra, ma che avrebbe portato sotto tutti i climi, e fra tutti i popoli un assalitore indomabile che l’avrebbe dilaniato fino alla morte: il rimorso.

Uno scricchiolìo di frondi pestate lo svegliò dalla sua tetra meditazione; si voltò e vide davanti a sè l’ombra nera e gigantesca d’un animale. Sentì di nuovo il pericolo, e prossimo il nemico, e ravvivando il natìo coraggio puntò sull’animale una pistola e lo mandò a rotolare colle cervella cadenti a dieci passi da sè.

Leon cadeva martire della sua fedeltà e suggellava con una morte degna di lui la sua storica vita! Il Principe aveva già udito un tumulto di voci appressarsi; non ebbe che il tempo di gettarsi nel Po; e prima ancora che i suoi nemici fossero giunti a scoprirlo, egli aveva toccata l’altra riva.

Frattanto i servi riconducendo l’abbandonata carrozza erano giunti a Moncalieri, avevano dato l’allarme alle guardie del Castello, che si erano precipitate a cavallo in tutte le direzioni alla caccia degli assalitori.

Muschietti dal bosco udì il galoppo dei cavalli sulla strada, capì che fra poco tutti gli sbocchi della boscaglia sarebbero stati occupati e la boscaglia stessa frugata. Però disse ai suoi compagni: «disperdiamoci, non abbiamo un momento da perdere; il colpo è fallito». E quali passando a nuoto il Po, quali risalendone la corrente, quali appiattandosi nel fitto della foresta, cercarono salvarsi.

Poche ore dopo i soldati entrati nella foresta trovarono un fanciullo che piangeva silenziosamente seduto vicino al cadavere d’un cane, e lo tradussero seco a viva forza.

Era Balilla che piangeva la morte del suo Leon e che non voleva staccarsene.

XXX. CATASTROFE.

Il giorno dopo fu sparsa per tutta Torino la voce bugiarda che si era tentato assassinare il principe Carignano. E quelli che ancora fidavano in lui, e quelli che avevano interesse a corteggiarlo, ed erano i più, non mancavano di levare al cielo alte grida di raccapriccio e di maledizione contro gli autori di tanto delitto. Il Principe rientrando nel mattino alla capitale fu salutato con grandi evviva come un liberatore, e ricevette da tutte le parti visite e indirizzi di felicitazioni e di gioia. — Nè il Principe disse parola per smentire la popolare credenza; quell’aspetto di vittima giovava a’ suoi disegni.

Un uomo però che aveva, può dirsi, assunto per impegno d’essere l’accusatore pubblico del Principe, il Muschietti, non tardava a scoprire il vero ed a manifestare le vere intenzioni dei congiurati e le ragioni del loro tentativo.

Egli corse ad Alessandria, dove erano Santarosa, Lisio e gli altri capi della Giunta, meno il Dalpozzo, e ivi, in presenza di tutti, ripeteva tutte le cose udite e vedute da Giorgio in sentinella sulla terrazza del Palazzo Carignano; esponeva tutte le prove dei propositi di fuga del Principe; dimostrava la necessità di impadronirsi della sua persona per salvar la rivoluzione, e aver nelle mani un sicuro ostaggio; confessava d’avere egli con Giorgio l’artigliere e il capitano Gambini ordita la congiura per rapire il Carignano; ma affermava altamente il loro deciso proponimento di rispettarne ad ogni costo la vita; respinse fieramente ogni accusa di assassinio, sebbene osasse sostenere che qualche volta la morte dei traditori della patria sia una necessità che si trasforma in dovere; e chiedeva instantemente che la Giunta adempisse all’obbligo suo, corresse a Torino e impedisse in qualunque modo la fuga che era protratta ma non abbandonata dal Principe.

Santarosa e Lisio si rifiutavano a credere; avevano notate le mille tergiversazioni ed esitazioni del Principe, ma non lo potevano immaginare capace di tanta perfidia.

Muschietti vide la loro incredulità decisa a rovesciare tutti gli ostacoli, e gridò:

— Io vi giuro sulla mia testa che quanto vi ho detto è la verità. Prendete in garanzia la mia vita, ma anche domani potrebbe essere troppo tardi. Se voi non farete il vostro dovere, io, a costo di sollevare il popolo, farò il mio.

I membri del Governo, sebbene increduli ancora, non potevano assumere la responsabilità del minacciato avvenimento senza aver fatto quanto era in loro per scongiurarlo, e partirono la sera stessa per Torino.

Appena arrivati si presentarono al Palazzo Carignano. Il Principe era coricato, e li fece avvertire ch’era ammalato e non poteva riceverli. Però li pregava a passare da lui il domani di buon mattino che aveva bisogno di conferire con essi d’affari di somma urgenza.

Al far dell’alba, molto prima dell’ora fissata, Lisio, Collegno, Santarosa, erano pronti al convegno. Chiesero del Principe, e l’uffiziale di guardia rispose che andava a vedere. Aspettarono un quarto d’ora, mezz’ora, alla fine l’ufficiale ritornò, dicendo: che uno de’ suoi camerieri l’aveva incaricato di riferire che il Principe non riceveva.

I tre gentiluomini insistettero, dicendo: che avevano avuto invito di recarsi a quell’ora al Palazzo dal Principe stesso, e dichiararono che se non erano annunziati a lui, sarebbero penetrati anche a forza nella sua stanza.

L’ufficiale, pallido e contraffatto, confessò che il Principe era partito la notte stessa alla volta di Novara.

Conduceva seco per iscorta una compagnia delle guardie del Corpo, una batteria d’artiglieria e qualche squadrone di cavalleria.

A Novara chiese del conte Della Torre, che si presentò burbanzoso e fiero come ad un soggetto, e continuò la sua strada per Milano.

Ivi s’arrestò a mendicare gli elogi del suo tradimento dal Vicerè austriaco, e fu accolto dal terribile sarcasmo del generale Bubna che la storia ha registrato: «Altezza, vi presento il Re d’Italia!»

A Modena sperò trovare miglior accoglienza. Ma persino il re, per il quale aveva macchiato di disonore la sua giovinezza, ricusò di riceverlo.

Egli si rifugiò in Toscana lasciando miseramente tacitare ad uno ad uno i suoi compagni di lotta e d’infortunio, aspettando che una guerra liberticida gli offrisse l’occasione di scontare «di gloria un breve fallo al Trocadero».

Ormai le sorti dello rivoluzione sono segnate: la reazione ha ripigliato il sopravvento: la discordia e la sfiducia è entrata nelle file dei liberali; molti ufficiali, come i Gifflenga, i Bellotti, che avevano preparato la costituzione, imitano l’esempio del Principe e passano nel campo nemico.

Solo un uomo resta a fronteggiar lo sfacelo, Santorre Santa Rosa. Debole, illuso, esitante o trascinato negli errori comuni fino alla fuga di Carlo Alberto, riprende in quel momento di disperato pericolo tutto il natìo vigore dell’anima sua e in un proclama splendido per la nobiltà del tribuno e l’energia d’un soldato antico, decreta, egli dittatore, la resistenza contro lo straniero.

— «Voi mi porrete in accusa, gridava egli alla Giunta costituzionale, che esitava a sancire i suoi energici decreti, se tale sarà il piacer vostro; io frattanto farò il mio dovere e la patria non sarà abbandonata».

E tosto sono apprestati tutti i provvedimenti pel magnanimo conato: chiamati nei ranghi i provinciali, ordinati in corpi volontari gli studenti, rinnovati nelle provincie i rappresentanti del governo, represse le sedizioni delle truppe fedeli al Re, raccolto denaro, riunito l’esercito, eccitata la Lombardia ad insorgere, preparato tutto l’esercito fedele alla libertà, all’estrema battaglia.

Ma a tanto ardire mal rispondevano ormai gli uomini e le cose.

I più celebrati tra i generali, come Bellotti, Bussolino, Gifflenga, nomi che la esecrazione dei posteri non deve dimenticare, erano passati a capo delle schiere e guidavano essi stessi sul campo, contro i fratelli che avevano tradito, l’esercito straniero.

All’Agrogna presso Novara si compirono le sorti della rivoluzione Piemontese. I liberali combatterono disperatamente, Ferrero, Gozzani, Garelli, Laneri, Regis, Rossi, fecero prove disperate di valore. Ernesto Gastone nella compagnia degli studenti inseguì fin sotto le mura d’Alessandria i fuggenti dragoni austriaci, e colpito nel petto da una scarica di mitraglia vi chiuse, invidiato da’ superstiti, la nobil vita. Ma frattanto arrivarono sul campo le fresche divisioni austriache, e le sorti della giornata furono compite. Dell’esercito costituzionale, circondato, decimato, inseguito, non rimanevano più dopo dodici ore che poche centinaia di sbandati e molte migliaia di prigionieri.

Santa Rosa tentò un ultimo sforzo per raccogliere le superstiti forze e condurle ad estrema difesa dietro le mura di Genova; ma Genova spaventata dalle minacce dei generali austriaci che marciavano da tutte le parti contro di essa, sentì venir meno l’avito ardimento e chiuse le sue porte in faccia alle reliquie della rivoluzione.

Allora cominciarono pe’ patriotti l’esiglio ed il martirio, pei tiranni il trionfo e le vendette.

XXXI. I DUE FRATELLI.

La capitale era già in potere del conte Della Torre; tutto il Piemonte era sottomesso; le carceri rigurgitanti di prigionieri; le contrade risuonanti di bandi regi inviati da Modena che prescrivevano le vendette, istituivano le corti marziali e designavano le vittime. Nessuna restaurazione fu inaugurata con tanto terrore. Commissioni per giudicare i rei d’alto tradimento, commissioni per scrutare la condotta degli ufficiali, commissioni per giudicare degli impiegati; chiusa l’Università, abolito il Magistrato degli studi, perseguitati con fieri editti di morte, di proscrizione e di confische gli studenti, i loro maestri e rettori.

Incaricato di istruire i processi della commissione militare un uomo di terribile nostra conoscenza, il Tacchini. Quando si udì pronunciare questo nome, ognuno comprese che la sola speranza dei vinti era non sperare salute. E chi non aveva già precorso il pericolo s’affrettava ai passi delle Alpi ed agli sbocchi del mare sulla sconfinata via della fuga e dell’esiglio. Così si salvò dal patibolo Santorre, serbato al glorioso martirio di Sfacteria; così Collegno, il difensore di Navarino; così Lisio, Rattazzi, Regis, Ansaldi, Perrone, Dal Pozzo, Panchiarotti, Ravina, il dott. Crivelli, colui che strappò dal labbro di Carlo Alberto la parola Costituzione; Marrocchetti, futuro soldato di Roma; l’eroe di San Salvario, Vincenzo Ferrero; e così Carlo Massa d’Asti, maestro nel collegio delle provincie; Francesco Tubi, avvocato collegiato, scampato per miracolo; Fecchini, Carta, Rossi, Gillo, medici e avvocati, compagni al Ferrero nell’audace tentativo.

Di tutti costoro le galere contesero al carnefice la loro parte e ingoiarono tutto quanto di più generoso aveva potuto o voluto cercar salvezza nella fuga. Non poterono salvarsi dalla decretata morte nè il sottotenente Moda, nè il luogotenente Laneri; non lo volle il capitano Garelli. Salirono il patibolo con fortezza spartana in mezzo ai cachinni d’una plebaglia briaca e invocando dalle loro ossa il vendicatore.

Ad uno de’ nostri amici pendeva pure sul capo lo stesso destino. Stato trasportato da Novara a Torino dietro il carro del vincitore e rinchiuso nella cittadella, quivi aspettava la sua sentenza. Non si faceva più illusione, sapeva che doveva morire e lo desiderava. Colpito nei due soli affetti che avevano formata la religione della sua vita, tradita e vinta la causa per cui aveva combattuto, esuli o morti gli amici, perduta colei che sola sulla terra gli aveva fatto conoscere qualche istante di gioia, agognava la morte come un riposo ed un rifugio. Vivendo dopo tante sventure e tante ingiustizie sentiva che sarebbe stato malvagio, che non avrebbe potuto più credere a nulla, che non avrebbe perdonato, che si sarebbe vendicato degli uomini e della società che gli avevano fatto tanto male nel mondo. Però nel breve e sommario processo che ebbe a sostenere, confessò tutto: confessò anche quello per cui non fu sospettato, laonde fra tutti i soldati dell’esercito passati alla rivoluzione egli solo potè godere il triste privilegio d’una condanna capitale.

Infatti re Carlo Felice, da Modena, aveva prescritto che i soldati fossero amnistiati e che soltanto gli ufficiali fossero sottoposti a processo e condannati. Giorgio quindi avrebbe potuto ancora salvarsi se l’avesse desiderato.

Ma egli sdegnò: confessò d’aver egli arsa coll’acido prussico la sentinella dell’università la notte del 10 marzo: egli ferito a morte il comandante della Cittadella Des Geneis; egli ordito tutto il piano dell’arresto del principe di Carignano. Ve n’era anche di troppo per essere fucilato in quei giorni; ma se non fosse bastato c’era l’odio del Tacchini, e il tentativo di rapimento della sua sposa e l’uccisione del sindaco Salomone Arena.

Giorgio però a questo punto del suo interrogatorio volle avere ancora un istante di rivincita, e in faccia ai giudici attoniti e inorriditi, narrò tutto il reo tradimento di Tacchini e di Salomone.

«No, Giusta Arena non è sua moglie; essa non è che la vittima d’un mercato infame. Quest’uomo che ora siede qui per giudicare me, ha comperata la mano d’una fanciulla col tradimento e la menzogna. Ha venduto, per possedere quella impagabile ricchezza, il suo voto e la sua coscienza di giudice, ha inventata la mia morte e ne ha scritto l’annunzio, empita la mente d’un padre stolto e codardo d’immaginari terrori e prostituita la giustizia alla sua libidine. Io era nel mio diritto liberando colei che aveva tratta all’altare coll’inganno, e se alcuno qui deve rispondere del sangue di Salomone Arena, è colui che presiede a questo tribunale. La palla che gli ha trapassato il cuore, non è partita dalla mia mano ma da quella di Dio. Giudici, — esclamava additando Tacchini pallido e fremente sullo scanno — se volete fare il vostro dovere eccovi il reo».

— È pazzo furioso, urlò il Tacchini, trascinatelo in prigione a viva forza! Signori giudici, voi non vorrete dare ascolto alle parole d’un ribelle che ha sulla coscienza tre assassinj.

I giudici sentivano che quell’uomo parlava il linguaggio della verità, ma Tacchini era allora troppo potente perchè alcuno potesse osare di resistergli impunemente e assentirono a quello che a lui piacque.

Fu decretata la morte per fucilazione nella schiena.

Tacchini però coll’acuto olfatto della vecchia volpe di polizia aveva indovinato che Giorgio aveva avuto nella rivoluzione Piemontese un’importanza anche maggiore di quella che le indagini del processo e le sue stesse confessioni avevano denunziato. Egli, secondo il giudizio del Senatore, doveva possedere la chiave di importanti rivelazioni e poteva offrire al governo il mezzo di più ampie scoperte. Prima di ucciderlo era perciò spediente tentare di strappargli di bocca i segreti che certo custodiva. Ma a chi confidare questa delicata missione? Non poteva essere nè un nemico di Giorgio nè un sospetto; poteva avere l’aspetto di un inviato dal Governo; doveva avere l’aria spontanea e amichevole d’un fratello che soccorre in un supremo pericolo il fratello.

Dopo molto cercare e frugare nella buia mente il Tacchini si risovvenne del Michele Santafiori — e pensò di metterlo all’opera. Michele, aiutante di campo del conte Della Torre, divenuto per necessità di insaziabili bisogni una delle lance spezzate della reazione, anima guasta e vendereccia, e d’altro lato camuffato del nome di fratello di Giorgio e facilmente creduto partecipe delle sue pene, era l’uomo che occorreva al Tacchini. D’una cosa sola temeva il Senatore: che avesse la mente meno cattiva del cuore, e che per imbecillità fosse incapace di condurre a buon fine una cattiva azione. Tuttavia provò a interpellarlo e non fu malcontento della risposta.

— Si tratta di promettergli la libertà purchè faccia delle rivelazioni — disse il luogotenente Michele.

— Perfettamente! Vedo che le nostre due menti son fatte per intendersi; — rispose il Tacchini.

— Credo che la libertà e la vita saranno poco, riprese dopo una pausa il Santafiori.

— Che cosa potremmo offrirgli di più?

— Non saprei... per esempio.... di facilitargli una fuga con.... la signora Giusta....

— Oh mai.... questo; vada a rompicollo il Piemonte, questo mai.

— Ma, signor Tacchini, altro è promettere, altro è mantenere.

— Oh! ora capisco! bestia che son io! bravo Santafiori, esclamò il Tacchini, e mentalmente soggiunse «Vedo che ci sono ancora dei birbanti più scellerati di me....

E forse glie ne dispiaceva!

In sul fare della sera del giorno stesso in cui Giorgio aveva udito la sua sentenza, egli vide ad un tratto aprirsi la porta del suo carcere. — Non ebbe paura, e credendo che venissero per trarlo al supplizio, chiese con voce calma dal fondo del suo giaciglio....

— È dunque per stanotte? la luce del sole vi fa dunque paura?

— Nè per stanotte, nè per domani, nè per mai, fratello, rispose dalla porta una voce che Giorgio durò fatica a riconoscere.

— Chi mi parla così? chiese il prigioniero....

— Son io, Giorgio.... sono Michele.

— Tu! esclamò l’artigliere balzando in piedi e spalancando gli occhi per l’incredulità e la meraviglia.

— Io! ma parla piano; la cosa per cui vengo non deve essere udita nemmeno dalla muraglia.

— Ma cosa può volere da un ribelle l’aiutante del Generale Della Torre?

— Qui non ci sono più ribelli, nè aiutanti, nè generali, qui non ci sono che due fratelli. E prima di tutto dimmi se credi che io possa esserti ancora fratello.

Giorgio esitò a rispondere: poi con accento breve....

— Parla, disse; lo saprò dalle tue parole. Di che si tratta?

— Si tratta di salvarti.

— Salvar me!.... fece Giorgio sorridendo tristamente — non credo che alcuno lo possa... se lo si potesse non lo vorrei.... desidero morire....

— A ventitrè anni con tanto avvenire davanti è una follia desiderare la morte... ma non si tratta di te solo.

— E di chi adunque?....

— D’un’altra.... di Giusta....

— Giusta!.... Oh perchè hai pronunciato quel nome.... ne hai tu nuove, Michele?... dimmi che fa.... come vive.... che pensa di me!.... come la tratta quel suo feroce marito.... Oh! perchè arrivai troppo tardi!.... un minuto prima ed era salva.... Come sopporterà domani la nuova della mia morte!? M’avrà ella perdonato la morte di suo padre?.... Ah sento che quella morte mi ha per sempre diviso da lei!

Giorgio profferì tutte queste parole a precipizio interrompendosi soltanto per lasciar uscir dalla gola un cupo singhiozzo. Nel dire le ultime parole cadde sul suo pagliericcio e vi restò sprofondato in una ambascia mortale.

Michele vide che la corda dava ancora suoni, che la piaga era ancora viva e continuò:

— Diviso, perchè? E se ti fosse offerto di rivederla; di sottrarla al suo tiranno, di fuggire in una terra lontana e di vivere sicuri da ogni persecuzione il resto de’ vostri giorni?

— Non mi tentare, non mi ammaliare con questi sogni di incomprensibile felicità — se mi fosse concesso tutto questo.... Michele, ti perdonerei tutto il male che hai fatto a nostro padre....

— Povero padre! disse Michele con un sospiro. Poi continuò: — Ebbene, tutto ciò è possibile. Tu non hai che a confidarti in me.

— Ma tu vaneggi più di me, Michele! Come si può fuggire di qui; come fuggire da Torino, come fuggiremo dal Piemonte?

— Con un salvocondotto.

— Un salvocondotto! Ma chi me lo darà.... ed a qual prezzo?

— Io te lo darò, il prezzo è.... una cosa da nulla: riempier questa carta di nomi...

— Di nomi? di quali nomi?...

— Di quelli che hai incontrati in questi ultimi mesi.

— Incontrato! ma dove? spiegati non intendo.

— Incontrati tra le file della rivoluzione....

Giorgio lo guardò; e si passò una mano sulla fronte per scacciarne un’idea: prese il foglio di carta che Michele gli offriva, gli si avvicinò e disse: — sono dunque rivelazioni che mi si chiedono?

Michele non ebbe coraggio di dir la parola; ma accennò di sì col capo.

Giorgio mandò un ruggito e si gettò sull’ufficiale col lancio d’un tigre. Se l’avesse arrivato lo strozzava. Ma Michele indietreggiò e Giorgio legato dalla catena infissa nella muraglia non poteva avanzare di più. Sentendosi trattenuto e impotente a colpire colle sue mani, ricorse alla vendetta di Garibaldi torturato dagli sgherri di Rosas: sputò in faccia allo sgherro di Tacchini....

Michele indietreggiò sino alla porta non avendo saputo trovare nell’anima vile che una bestemmia ed una minaccia!

XXXII. IL SALVACONDOTTO.

Giusta, caldo ancora il cadavere di suo padre, era stata trasportata da suo marito fino a Novara e di là, seguendone le sorti, a Torino. Percossa a un punto da tanto colpo, le povere forze della sua vita erano giunte in poche ore all’estremo, e non restava più di lei che un’ombra. Chiusa nella stanza d’un triste palazzotto di Torino, piangeva senza posa e si disfaceva lentamente come la Pia all’aura malsana della sua torre di Maremma. Non poteva staccar gli occhi dall’immagine di colui che aveva messo a cimento la vita per salvarla da un abborrito destino, nè poteva levarli sull’uomo che l’aveva comprata come la schiava sul mercato e resa infelice per sempre. Indarno Tacchini nelle sue ore d’ozio veniva a chiedere alla bella fanciulla un sorriso od una grazia. Giusta rispondeva inflessibilmente: potete farmi morire a foco lento, ma non sarò vostra mai.

Ed anche per lei il morire era la sola speranza che le rimaneva. Quando si è giunti a tale estremo, la morte è la più felice soluzione, la più generosa concessione del destino. Sulla terra non aveva altro: nulla per il presente, nulla per l’avvenire: se avesse potuto vivere per perdonare, l’avrebbe fatto: se avesse dovuto vivere per pregare, l’avrebbe fatto; ma ella pure non aveva più la forza di perdonare ad alcuno, e quelli pei quali avrebbe volontieri pregato stavano per precederla in cielo. Avrebbe dunque pregato con loro lassù. Se avesse avuto il sospetto di sopravvivere a lungo al suo Giorgio e avesse temuto che il tempo potesse temprare il suo dolore, se in mezzo a tanti esempi di coraggio il suicidio non le fosse sembrato una fuga codarda, si sarebbe uccisa.

Lo pensò più volte perchè gl’infelici non ponno non pensarvi, ma altrettante ne discacciò il pensiero.

Era giunta così senza saperlo alla vigilia del giorno in cui Giorgio doveva essere tratto a morte. Guai se l’avesse soltanto sospettato; l’ambascia l’avrebbe di certo finita. Tutto taceva nella sua casa, Tacchini era uscito a festeggiare in un banchetto di generali traditori la vittoria della reazione; i servi disattenti sonnecchiavano o giuocavano; Giusta era sola nella sua stanza guardando da una finestra le ultime iridi infuocate del tramonto, simbolo del suo destino, quando la scosse un lieve calpestio. Si volse — guardò; le apparve un piccolo spettro che si spiccava nell’ombra della portiera, lo guardò più fissamente senza aver paura: dubitò perchè l’inaspettato, anche se è innegabile, solleva sempre il dubbio e alla fine credette averlo riconosciuto. Ma non aveva ancora aperte le labbra per pronunciare il nome, che già il piccolo Balilla — poichè era lui! — s’era slanciato fra le sue braccia.

Giusta lo strinse al petto come avrebbe stretto al seno il suo angiolo custode, se da spirito si fosse fatto persona. E voleva meravigliarsi, chiedere, sapere, ma il giovinetto ponendole rattamente una mano sulla bocca......

— Lascia le interrogazioni.... le disse: tutto... ti dirò tutto.... e pensa a rinchiudermi subito nella stanza di tuo.... del Tacchini....

— Nella sua stanza.... ma Balilla, cosa pensi?....

— In due parole, e non c’è un momento da perdere. Se io fossi trovato qui, sarebbe tutto rovinato. Tu non sai che domani.... come farò a dirtelo? Infine, Giusta, coraggio.... domani Giorgio dev’essere...

— Silenzio... non proseguire... ho capito tutto.... è dunque domani, fece Giusta con voce interrotta dall’affanno. Ebbene, tu sei qui per salvarlo, non è vero? soggiunse afferrando convulsamente la testa del giovinetto e cercando leggergli fin nel fondo dell’anima... Presto! Che cosa bisogna fare per salvarlo?

— Bisogna condurmi nella stanza del Tacchini, secondarmi ed essere pronta a partire stanotte.

Giusta riflettè alcuni istanti: poi disse:

— Va bene! entra qui, e con un gesto risoluto condusse Balilla nell’interno della stanza del Senatore e lo nascose nel suo gabinetto da bagno.

Quando Balilla fa a posto, ella soggiunse: ed io, cosa debbo fare?

— Tu devi cercare de’ panni da uomo, e se fosse possibile una livrea de’ tuoi servi, meglio; vestirti e tenerti presso questa porta ad origliare. Quando udrai un mugolato entra: ti darò un foglio, correrai con quello alla Cittadella, ti farai aprire la prigione di Giorgio e fuggirete insieme.

— Ma, e di lui?... disse Giusta accennando il letto dove doveva andare a coricarsi il Senatore.

— Farò di tutto per lasciarlo vivo. Mi dimenticava di dirti due cose: primo, che passerai dalla porta del tuo giardino e la lascerai aperta per me, poi che troverai in fianco alla porta della Cittadella una carrozza con un sol lampione acceso e un cocchiere che risponderà a questa parola: Animali parlanti: egli è il sergente Carrera nostro amico e potrete fidarvene, egli vi condurrà fuori di Torino. Hai inteso? coraggio Giusta....

— Per lui... dieci vite sarebbero poche! — rispose la fanciulla ritirandosi ad eseguire il convenuto.

Giusta infatti in quel supremo momento si era in pochi istanti trasformata. Bastò quella notizia, quel nome, quell’idea d’aver lei nelle mani la vita del suo amato, perchè il suo mite e gentile carattere si inebbriasse a tutto l’entusiasmo della lotta e del sacrificio, la gazzella s’era mutata in leonessa!

Tacchini tornò a casa verso mezzanotte e i vapori del vino largamente tracannato, e l’orgia del banchetto gli avevano dato alla testa, e appena giunto nella sua stanza si lasciò cascare mezzo vestito sul suo letto, e vi si addormentò russando di lì a pochi minuti fragorosamente.

A un certo punto Balilla spinse la sua nera testolina fuori delle cortine del gabinetto; s’assicurò che il Tacchini dormiva, che la stanza era deserta e la casa silenziosa; poi fece un passo, montò sopra una seggiola e tagliò più alto che potè il cordone del campanello: prese da un tavolino un foglio di carta timbrato e stampato col nome di «Senatore Tacchini Procuratore Generale di S. M. il Re di Sardegna» e vi scrisse sopra queste parole: «Al ricevere della presente si lasci immediatamente in libertà il nominato Giorgio Santafiori, detenuto nelle carceri della Cittadella, amnistiato per grazia sovrana di S. M.». Prese dal tavolo stesso calamaio e penna e lo portò vicino al letto di Tacchini; cavò di tasca un coltello, saltò sul suo letto costringendo con quanta forza aveva nel pugno la gola del dormiente, gli susurrò all’orecchio: «Svegliati Tacchini, o sei morto!»

Il Senatore appena sentì mancarsi il fiato si svegliò in sussulto, rantolando chiocciamente dalla poca fessura che gli lasciava Balilla e sbarrando sul fantasma che gli stava addosso i suoi occhi ancora imbambolati dal vino.

— Poche parole.... Tacchini. Qui resistere è impossibile, e gridare meno. O firmare questo foglio o morire. — E così dicendo gli strofinava colla punta del coltello la gola.

Tacchini voleva parlare, muoversi, spiegarsi, ma Balilla colla sua terribile punta sempre a fior di carne gli impediva ogni conato.

Alla fine il Senatore riescì a dir mezzo strozzato.

— Ma quale carta?

— Lo saprai domani! ora non importa! scrivi e basta...

— Ma senza sapere...

— Finiamola — e due.... alla terza queste quattro dita di lama ti entrano per la gola e ti passano per la nuca.

Tacchini diè un’ultima occhiata d’intorno per vedere se qualche cosa poteva venire in suo soccorso; chiese alla natìa scaltrezza un’ispirazione, uno spediente, uno scampo, e quando fu ben persuaso che questo miracolo era impossibile rispose con quel fil di voce che gli era concessa dal pugno di Balilla: «dammi, scriverò».

Balilla sporse con una mano la penna intinta a Tacchini, intanto che coll’altra lo minacciava colla punta del coltello.

Tacchini steso supino non poteva scrivere. Balilla dovette confessare che aveva ragione e disse: «Ti concedo d’alzarti fin qui; ma bada a non fiatare o sei morto». E aiutando il Senatore a rizzarsi sul guanciale tenendogli sempre la mano alla bocca e il pugnale alla gola.

— E scrivi chiaro: soggiunse il fiero giovinetto... vedendo che la mano del suo prigioniero tremava sulla carta.

Quando Tacchini ebbe scritto alla meglio il suo nome, Balilla senza mai muoversi dalla sua postura, mandò un sottile miagolato, e Tacchini vide subito dopo entrar nella sua stanza un giovinetto vestito colla livrea dei suoi servi, prendere il foglio dalle mani del fanciullo, e senza dire una parola, senza voltarsi indietro, uscire rapidamente dalla camera.

Il prigioniero vedeva tutto e non poteva capire nulla. Egli non conosceva Balilla; non sapeva quale carta avesse firmata; non aveva potuto riconoscere il lacchè. Subiva una violenza, e quella firma doveva servire certo ai disegni di qualche suo nemico; e probabilmente pensava a qualcuno dei tanti ribelli che erano nelle carceri sotto il suo giudizio; ma non poteva indovinare a quale. Se anche fosse stato libero non avrebbe potuto impedire la esecuzione dell’ordine che aveva firmato, nè arrestar coloro che glie l’avevano strappato perchè non li conosceva.

Ma Balilla non era sì gonzo da lasciarlo subitamente padrone di sè; e per un’ora continua lo tenne sempre nello stesso atteggiamento di immobilità e di silenzio sotto la minaccia del suo ferro.

Pure bisognava che anch’egli o prima o poi pensasse alla fuga. Erano già suonate le due dopo mezzanotte; ancora poche ore e sarebbe stato giorno e non aveva tempo da perdere. Poteva uccidere il Tacchini e finirla con un colpo; ma l’assassinio non era ne’ gusti e nei propositi del giovinetto. Se per salvar suo fratello fosse stato necessario un po’ di sangue non avrebbe indietreggiato; ma bagnarsene le mani per mera vendetta non lo poteva.

Pensò che non gli restava altro mezzo che legare il Tacchini e in modo che non potesse gridare. Purchè avesse due o tre ore di tempo, a lui ed a’ suoi amici potevano bastare.

Ma l’operazione non era facile, prima di tutto bisognava legargli le mani per metterlo fuori d’azione, poi fasciargli la bocca. Balilla riflettè un istante; poi con un accento che non ammetteva replica disse al suo Senatore:

— Mettiti boccone.... non capisci?.... mettiti boccone o la finiamo.

E gli fece sentire un pochino di punta nell’epidermide.

Tacchini, tremante sempre di vedersi scannato ad ogni momento, si voltò colla bocca sul guanciale. Allora Balilla, prese il cordone del campanello che aveva tagliato e intimò di nuovo al Tacchini colla solita voce:

— Dammi le tue mani... per di dietro.... così....

E afferrate le due mani del Senatore glie le legò iteratamente con quanta forza aveva nel mezzo della schiena. Assicuratosi così dell’azione, pensò alla parola, e tolta la fodera del guanciale glie la passò a guisa di berretto sulla testa, col suo fazzoletto glie la strinse fortemente tra la bocca e la nuca e lo lasciò là senza che potesse più nè muoversi, nè parlare, nè vedere, nè quasi udire.

Poi, senza perdere un istante, infilato lo scalone silenzioso e deserto, per la porta stessa del giardino che Giusta aveva lasciata aperta, si trovò con pochi salti in istrada.

Quando fu libero esalò un gran respiro e s’avviò a gran passi verso la Cittadella.

Il lettore chiederà come Balilla fatto prigioniero nelle boscaglie del Po si fosse trovato così improvvisamente nella casa di Giusta in Torino ad operare tanti prodigi. Ma che cosa non può la volontà e la scaltrezza d’un monello di dodici anni, mal guardato, che nessuno sospetta, col quale gli stessi custodi scherzano e fanno a fidanza? Balilla condotto a Moncalieri e da Moncalieri a Torino in faccia al Principe di Carignano, aveva così bene rappresentata la parte del gonzo e dello stupido vagabondo, occupato soltanto del suo cane che continuava a piangere, che Carlo Alberto ordinò fosse messo in libertà.

Allora egli non ebbe altro pensiero che trovare suo fratello lasciato in viaggio per S... Tornò al suo villaggio, vide Livia, udì tutta la storia della chiesa, sentì che suo fratello era stato tradotto a Novara e s’avviò per Novara. A mezza strada incontrò i fuggenti dell’esercito costituzionale e udì la notizia che il Della Torre era entrato in Torino. Comprese tosto che Giorgio doveva essere tra i prigionieri tradotti in trionfo e mutò cammino. A Torino non tardò a sapere che il fratello era nella Cittadella e fece di tutto per penetrarvi. Si trasformò in mendico, in rivendugliolo d’acquavite, ma non potè arrivare che nel primo cortile. Tuttavia i soldati di guardia, un po’ tardi, è vero, sapevano tutte le notizie del forte e ne discorrevano.

Una sera sentì a dire che l’artigliere Santafiori era stato condannato alla fucilazione nella schiena e che la condanna doveva essere eseguita la mattina dopo.

Allora ideò e compì il disegno nel quale l’abbiamo visto alla prova.

Balilla frattanto, arrivando dopo pochi minuti davanti alla Cittadella, cercò per prima cosa la carrozza coll’unico lampione acceso e non la vide più.

— Sono salvi! — sclamò dando un salto di gioia — ma è meglio accertarsene.

Con Carrera, col quale aveva combinata molta parte del piano, aveva convenuto, che se il colpo riesciva avrebbe lasciato al posto stesso della carrozza a piedi del quarto albero del viale andando verso porta Susa l’altro lampione spento. Se il lampione non c’era voleva dire che la cosa era fallita e che anche il sergente aveva dovuto mettersi in salvo.

Balilla corse al quarto albero, e appena si fu chinato per cercare, si vide sotto gli occhi il globo nero del segnale convenuto.

Il fanciullo strinse in atto di trionfo quell’oggetto, inerte messaggiero di tanta felice certezza, ed esclamò di nuovo: «Sono salvi davvero!».

XXXIII. SUL SAN BERNARDO.

Infatti Giorgio e Giusta guidati dal fedele Carrera correvano da circa due ore sulla libera strada dei campi. Giusta, presentandosi alla Cittadella sotto le vesti di un servo di casa Tacchini, e con quell’ordine perentorio, scritto su quella carta conosciuta, firmato da quel nome, non aveva trovato ostacolo veruno.

Il carceriere disse: — «se non fosse per il Senatore Tacchini vi direi, tornate domani, ma con quell’uomo non si scherza». Poi camminando verso la prigione: — E dove lo conducono a quest’ora?

La fanciulla rispose cercando d’alterare la sua voce — Ordine del Re di condurlo subito a Modena.

— Ah! capisco, — soggiunse il carceriere — avrà delle rivelazioni a fare. Tutti traditori questi rivoluzionari! borbottò di nuovo intanto che apriva il carcere del condannato.

Rinunciamo a descrivere la sensazione di Giorgio alla comparsa di Giusta nel suo carcere nel cuore della notte, in mezzo alle larve della morte imminente, nel naufragio ormai consumato d’ogni speranza. Vi sono crisi dell’animo che si sentono una volta in vita ma che non si ripetono più, che ognuno prova diversamente e che non possono essere nè riprodotte nè dipinte sullo stampo altrui.

Giusta però non durò fatica a far comprendere al suo amico che una sola parola imprudente gli avrebbe perduti. L’Artigliere aveva tosto indovinato che quell’ordine di liberazione non veniva certamente spontaneo da’ suoi nemici, e che era il frutto d’una lunga e rischiosa congiura, e non voleva aver egli la colpa d’aver mandato a male tanti sforzi e tante speranze. Però fino a che non furono fuori, fino a che non misero il piede sul legno di Carrera, non una parola, non una mossa, non uno sguardo che li potesse scoprire. Ma liberi di poter parlare e sfogarsi, la piena di gioia e d’amore lungamente compressa non ebbe più freno. S’abbracciavano, piangevano, si mormoravano gemiti incomprensibili fuorchè per essi, dimenticavano la terra e non vedevano che l’estasi del Cielo.

La realtà però non tardò anche per essi a riprendere il suo dominio. S’era fatto giorno chiaro. Carrera pensava a condurli sui monti di Aosta presso una vecchia parente di sua moglie e là tenerveli nascosti fino a che si fosse offerta l’opportunità di passare in Francia. Ma si era ancora lontani dalla meta e bisognava correre molte ore prima d’arrivarvi. Poi non parve prudente entrare di giorno nei villaggi tutti tre assieme in una carrozza che in quelle valli primitive dava nell’occhio e che non avrebbe mancato di servir di traccia alla polizia che certo doveva aver sguinzagliati dietro i fuggiaschi tutti i suoi bracchi. Perciò poche miglia prima di Montalto i due amanti smontarono: Giusta mutò i suoi abiti da uomo nelle vesti d’una semplice montanina che Carrera aveva saputo trovare nell’armadio della sua Caterina. Giorgio cambiò pure qualche parte del suo abbigliamento e si separarono dandosi col sergente convegno d’arrivare per diverse vie alla casa convenuta. Dopo due giorni di marcia a piedi, senza incidenti e senza pericoli, arrivarono per sentieri nascosti sull’alpe che doveva ospitarli. Carrera che gli aveva preceduti per preparare i quartieri venne loro incontro: sulla porta d’una bianca casetta appiattata dietro un padiglione di castagni e di pini gli accolse una vecchierella con queste semplici parole: — siate benedetti col Signore che vi accompagna! E i due giovani vi entrarono non sospettati e non visti da nessuno.

Carrera però quand’ebbero riposato poche ore disse loro: — non bisogna dimenticarsi nella felicità del momento, che a quest’ora tutta la polizia del Tacchini sarà in moto e che la bestia ha l’olfatto fine. Però domattina all’alba è forza rimettersi in marcia e guadagnare il confine.

Giorgio e Giusta si sentivano così bene nella pace di quel nascondiglio che non sapevano trovare il coraggio di staccarsene. Pure capivano che Carrera aveva ragione e si dissero pronti a ripartire.

— E dove andate, figliuoli? disse la vecchia.

— Dove si va quando si fugge: rispose Giorgio, alla ventura.

— Cattivo consiglio! ripetè la donna, in questi momenti vi sarà difficile passare il confine che è minutamente guardato pei contrabbandieri.

— E allora che ci consiglieresti, mamma? fece Carrera.

— Qui alla cima estrema delle nostre montagne c’è un ricovero che la polizia non sospetta, innanzi al quale i gendarmi passano facendosi il segno della croce e che i potenti della terra visitano con rispetto.

— L’ospizio del San Bernardo forse? sclamò Giorgio.

— L’hai detto, figliolo, rispose la vecchia, quello, se vuoi salvarti, dev’essere l’ultimo rifugio della tua vita.

— Ma e Giusta? — fece Giorgio.

— Giusta potrà accompagnarti. I monaci del S. Bernardo ricoverano spesso le donne ed hanno vicino al grande ospizio una piccola casa custodita da poche suore dove ricettano le infelici che nei disastri della nevicata riescono a disseppellire viventi. Tu la potrai condurre lassù e finire se non con lei, vicino a lei, la tua vita.

— È un ridente sogno quello che ci proponete, o santa donna, e noi l’accettiamo; non è vero Giorgio? fece Giusta.

— Deve accettarlo, soggiunse Carrera. Fuori del consiglio della nonna non veggo altra via di salute.

— Ma — fece Giorgio — .... e quei frati mi accetteranno?

— Andate a nome di mamma Beatrice, che sono io, dal Padre Priore e presentategli questa medaglia di S. Agostino. Egli vi riconoscerà e vi riceverà, ne son certa, almeno come servo.... mettetevi in cammino domattina prima dell’alba e alla sera prima di notte sarete all’ospizio.... Addio figliuoli, siate benedetti e pregate per me. Io farò altrettanto per voi.

Carrera due ore prima di giorno svegliò i suoi due amici, e col solito gergo militare che non aveva mai smesso, disse loro: — È il momento di partire: En avant — pas-acceleré — marsch.

Giorgio e Giusta s’incamminarono dietro i passi del vecchio sergente e si perderono in poche ore negli anfratti della montagna.

················

Un mese dopo arrivava all’ospizio di San Bernardo una gran squadra di soldati e carabinieri comandati da un ufficiale e chiedevano ospitalità per quella notte. Il Padre Priore si affrettò, secondo il suo pio costume, a spalancar loro le porte del sacro rifugio.

— Sono venti giorni, buon padre, disse l’ufficiale, che si cammina per queste alpi in cerca d’un assassino fuggitivo colla sua druda e siamo costretti a tornare indietro colle mani vuote.

— E come si chiama il fuggitivo? — disse il Priore.

— Giorgio Santafiori.

Un giovine romito che stava dietro al Priore colla testa chiusa nel suo cappuccio diede un soprassalto così visibile che guai se l’ufficiale avesse avuti gli occhi sopra di lui!

Egli avrebbe subito riconosciuto l’uomo che cercava.

Giorgio Santafiori monaco del S. Bernardo vede ogni giorno Giusta Arena, custode dell’ospizio delle donne. Essi si sorridono, si dicono addio e guardano insieme nel cielo dove sperano d’abbracciarsi poichè la regola del chiostro e le leggi degli uomini glie l’hanno omai vietato sulla terra.

Scorsi altri due anni, i cani dell’ospizio dissotterrarono da una valanga della montagna un corpo stecchito dal gelo ma il di cui cuore batteva ancora. I monaci gli furono d’attorno colle usate cure per richiamarlo alla vita. Quando aperse gli occhi, Giorgio riconobbe il sergente Carrera.

Fu quello un giorno di festa per lui e per Giusta. Calmata la gioia e la meraviglia, gli furono chieste le nuove del mondo d’onde veniva.

Carrera aveva perduta la sua Caterina, Napoleone era morto a S. Elena e saliva lassù per finire i suoi giorni accanto agli ultimi suoi cari.

Tacchini era morto soffocato nel suo letto la notte stessa della loro fuga.

Michele divenuto un arnese di corte aveva sposato Virginia Arena e vi menavano assieme una vita di turpi piaceri e di vigliacche condiscendenze.

Donna Angelica, sola nella sua casa, s’era addormentata nella quiete del sepolcro benedicendo alla sua Giusta. Livia ne aveva raccolto l’ultimo sospiro ed era andata a chiudere la sua vita in un convento di Benedettine.

Balilla era andato a combattere per la libertà della Grecia a fianco di Santarosa.

Per questo si potrebbe dire che la Storia di questa famiglia di patriotti non è ancora finita, e chi sa che un giorno sulle orme dell’eroico fanciullo non abbiamo occasione di riprenderla.

FINE.

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