Volume 2 — PARTE SECONDA. IL FIGLIO
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— Où va tu, jeune soldat?...
— Je vais combattre pour les lois eternelles descendues d’en haut.
— Que tes armes soient bénies, jeune soldat!
Lamennais — Parole d’un Croyant.
I. È IL DÌ DEI COSCRITTI.
Il giorno in cui i coscritti s’adunano al palazzo del comune per tirare il numero, passa inosservato nell’obblioso oceano delle grandi città, ma per un villaggio è solenne e memorabile quanto lo può essere il battesimo d’una nuova campana o il passaggio, con rispetto parlando, d’un principe ereditario.
Il paesello quel dì è melanconico: i campi son deserti di lavoratori; le mandre muggono abbandonate nei vaccili; le fanciulle si lascian cascar di mano i lavori, e le madri si stringono replicatamente al petto i portati delle loro viscere come se con quelli abbracciamenti volessero scongiurare la sorte che pende sui loro capi.
Tutti sentono che la famiglia — perocchè un villaggio è una famiglia dove ciascuno si conosce per nome e s’accompagna dalla culla alla fossa — tutti sentono, diciamo, che la famiglia va ed essere vedovata dei migliori figliuoli, e il lavoro privato delle braccia più vigorose; talchè persino i più incalliti ed egoisti, non fosse altro per quella brutta ragione del tornaconto, la quale fa parer belle certe azioni che in fondo nol sono, si trovano spinti ad espandere quel po’ di carità che rampolla in loro in mezzo al pelo del cuore.
Se il dottore e lo speziale — diciamo questi perchè sono, come ognuno sa, i soliti politicanti della comunità, — si peritano a qualche perorazione «sugli obblighi del cittadino» o «sulla necessità di Stato» non è improbabile il caso che qualche giovinotto bell’umore, di quelli cui la leva piace come al montanino il mal di mare, risponda alle arringhe degli onorevoli oratori collo stesso frasario che il senatore schiavista della Carolina del Sud adoperò contro il suo oppositore umanitario in pien Senato americano.
E non vogliam dire che le busse tengan per ragioni nè nel vecchio nè nel nuovo mondo; vogliam dire soltanto che in quell’ora quasi mortale in cui i figli stan per essere divelti ai parenti e alle fidanzate gli sposi, tanta è la passione e la concitazione degli animi in povere genti che non han altro bene che il loro focolare e il loro solco, che nessuna ragione pare buona, se non quella che parla per essi, e con essi piange e deplora.
Quando nel fesso d’una roccia crepita una fiamma viva, e voi vi gettate sopra acqua diaccia, anzichè spegnere la fiamma, spaccate la roccia.
Ora il 7 settembre 1820, era una di quelle giornate per il piccolo villaggio di X.... Numerosi capannelli fin dal mattino ingombrano la piazzuola del comune. Nel mezzo il crocchio più numeroso che canta in un tuono rauco e melanconico una vecchia cantilena d’amore; sono i coscritti che pensano la tristezza star bene affogata nel bicchiere, e il cuore doversi intronare di risa perchè non oda i singhiozzi del dolore. Cattivi medici e peggior medicina!...
In sui canti, o passeggiando, altri giovani messi come i primi alla sorte; taluni si bisbigliano mesti addii, altri raccomandano agli amici le case e le donne, pochi ascoltano silenziosi e indifferenti i racconti di qualche veterano che ha veduto il grande esercito, Austerlitz e Moskowa. Frammisti a costoro i soliti curiosi e sfaccendati, che guizzano da un crocchio all’altro, beccando una novella di qua, e vomitandola di là, lasciando dovunque passano un atomo di fiele e una stilla di maldicenza, i due veri elementi primitivi del pettegolezzo e della poltroneria.
Più spiccati di tutti il parroco e il maresciallo de’ Carabinieri, a braccetto, solcando a passi solenni un tramite aperto dalla folla, sulla quale i due personaggi lasciavan cascare di quando in quando due occhiate sprezzanti e imperiose che parevano dire:
— Siamo il papato e l’impero, fateci largo.
Solamente, dobbiamo notarlo per fedeltà di cronisti, il parroco, il quale a confronto del maresciallo pareva un anitrocolo accanto ad uno struzzo, non poteva assolutamente appaiarsi col passo del suo gigantesco compagno, talchè era costretto trascinarsi dietro di lui, tenendosi agguantato al suo braccio per non perdere il beneficio di quel rimorchio e non restare arenato nella maramaglia. I pochi villani, che non avevano il rispetto della paura, non potevano tenersi dal ridere di quella pariglia così scompagnata; e se un filosofo fosse stato lì, avrebbe forse pensato alla terzina di Dante
. . . . . . . . . è giunta la spada Col pastorale; e l’una e l’altro insieme Per viva forza mal convien che vada;
o veduta, in quel gendarme che trascina via il prete, raffigurata tutta la storia moderna.
Il tocco delle 10 era fissato per l’estrazione del numero. Non appena cessarono di suonare al campanile del villaggio, la turba cominciò a ondulare e a sospingersi come quando un buffo repentino di borea agita una marina già prima tranquilla.
Il maresciallo dei carabinieri, che aveva stentorea la voce, come erculea la figura, gridò ai coscritti nel natio gianduia, sola lingua ufficiale a quei tempi:
— Avanti, giovinotti, facciamo presto!...
E poichè l’avviso aveva tutta l’aria del comando, i giovani designati presero la scala del comune e montarono volonterosi come le anime della barca di Caronte nel tragittare l’ultimo fiume.
In coda ad essi il resto della gente; ma come ognuno immagina, la sala del comune di X.... non misurava i trecento piedi di lunghezza ed i cento di larghezza della sala della Ragione di Padova, ed a mala pena capiva, oltre le tavole e le seggiole del sindaco e degli assessori appanciollati, una cinquantina di persone.
Per tal modo soltanto da dieci o dodici metà monelli e metà notabili, quelli per privilegio della piccolezza e questi per quello della grandezza, avevano potuto penetrare. Gli esclusi erano rimasti sul pianerottolo, sulla scalinata o sotto la porta ad aspettare la proclamazione.
Son sette i garzoni richiesti al comune. Son poste nell’urna le sette fortune Ciascun vi si accosta col tremito in cor.
Il primo ad essere chiamato fu il figlio stesso del sindaco, Adolfo Arena.
Quand’egli si mosse dal suo posto per andare all’urna, pareva che passasse un carico d’acqua di Colonia e di pomata di mille fiori.
Accostossi all’urna colla testa alta, baldo e sprezzante; cavò una palla e senza nemmeno guardarla la diede a suo padre.
— Quindici!... — gridò questi mostrando con due dita la palla al pubblico e a’ suoi colleghi.
— Quindici?!... — ripeterono molti fra i coscritti in atto di sorpresa e quasi d’incredulità.
Ma il sindaco teneva sempre alto e visibile il numero come il cerretano della piazza fa colle uova che estrae dal viscere misterioso del suo sacco.
A vedere che quel riccone sfondolato, quel fannullone imbecille, che poteva col denaro delle pomate e delle essenze comperarsi dieci cambii, era così fortunato da sortire col numero più alto, un mormorìo sordo e lungo corse tutta la sala, mormorìo che voleva chiaramente significare al padre e al figliuolo:
— Non meritate la vostra fortuna.
Giorgio Santafiori, uno dei coscritti, fu il solo che si avvicinasse ad Adolfo e stringendogli la mano gli dicesse:
— Me ne congratulo di cuore. — E fu tosto la volta di Giorgio stesso.
Egli immerse lentamente la mano dentro l’urna, rimescolò le palle, ne estrasse una, la guardò, impallidì, ma pronunciò con voce abbastanza ferma e chiara.
— Uno!...
— Uno — replicò sonoramente il sindaco colla stessa manovra.
Giorgio si mosse per uscire; molti di quei coscritti pensarono certamente in cuor loro:
— Meglio lui che noi; — ma tutti si sentivano il dovere di mostrarsi, pubblicamente almeno, tocchi dalla sua disgrazia; ciascuno gli aperse rispettosamente il passo fino alla scala.
Dopo Giorgio ci fu un momento di cicalìo, di colpi di tosse e di soffiate di naso.
Un maggiorente tra gli spettatori disse al vicino:
— Se quel giovane avesse avuto cervello, oggi potrebbe ancora pagarsi il cambio.
— Dite suo padre che doveva aver cervello — rispose il vicino.
E il maresciallo de’ Carabinieri, chinandosi all’orecchio del parroco che stavagli a dritta:
— È uno scavezzacollo di meno.
A cui il parroco, sempre sottovoce:
— È un eretico.
— Sarà dei primi a marciare — continuò il maresciallo; — e volgendosi al sindaco che aveva alla sua sinistra: — Non è vero, signor cavaliere?...
— Il Buon Governo è nelle vostre mani, signor maresciallo: fate voi. Noi non possiamo che prestarvi l’appoggio della nostra autorità. Ma ripigliamo.
E il sindaco con la conosciuta sonorità chiamò un altro nome.
Un giovinotto alto, erculeo, color ciliegia, cogli occhi fiammeggianti ma piccini come quelli d’un falco, s’avanzò traballando fino alla tavola e cavò il suo numero.
— Sette!... — esclamò, e con rinforzo di trachea:
Settanta?...
Ma nello sforzo di porgere la palla al sindaco cadde rovescioni traverso la tavola e vi restò.
Il lettore, mi si lasci l’illusione d’averne almeno uno, abbandonerà volentieri gli altri coscritti alla loro partita di fortuna e seguiterà con me i passi degli altri personaggi che più ci debbono interessare.
II. È UNA MADRE.
Giorgio Santafiori s’era diretto difilato a casa sua, l’ultima del paese. Il colpo che lo aveva percosso, l’avea quasi sbalordito, ma appena fuori e all’aria aperta si ricordò ch’era suo dovere mostrarsi uomo e comparire innanzi alle donne di sua famiglia più calmo e sereno che gli fosse possibile. Strada facendo pensava che se fosse una disgrazia da potersi nascondere o confessare più tardi, egli l’avrebbe fatto; ma come mai celare ciò che tutto il paese conosceva, che cento bocche si sarebbero affrettate a riportare a sua madre e a sua sorella caso mai l’ignorassero ancora?
— Se non si può nascondere la verità — diceva a sè stesso il giovane — bisogna almeno dar l’esempio del coraggio nel sopportarla.
E temendo d’essere pallido, suo malgrado mettevasi a correre a perdita di lena, per poter cancellare col rossore violento della corsa, la traccia di dolore dell’anima sua.
Ma Giorgio non poteva presentire che sua madre sapesse già tutto.
Balilla, il fratello minore del coscritto, uno di quei misteriosi fanciulli riboccanti di vitalità, padroneggiati da istinti generosi e selvaggi a un tempo, che a sette anni vi dicono delle parole così serie e così virili che vi fanno paura e sui quali pende certamente l’inesorabile dilemma «o grandi uomini o miserabili» secondochè nell’ora suprema della loro vita, nel passaggio decisivo dell’infanzia all’adolescenza — dall’istinto alla ragione — avranno trovato accanto a sè l’austera sentinella dell’educazione paterna, o l’ombra indulgente della compassione materna — Balilla, dicevamo, era uno di quegli scappatacci che s’era ficcato fra le gambe dei notabili per entrare nella sala; sicchè, appena intese la sorte del fratello, per la stessa via ond’era venuto, cioè fra le gambe sullodate, era sgattaiolato fuori della sala e a gambe levate era corso a casa sua a portare la novella.
— Mamma!... Livia! — gridò il fanciullo tutto sgolato, appena giunto sulla soglia — Giorgio ha cavato il numero uno.
Una martellata sul cervello, un ferro rovente nel cuore non potevano far più male a quelle due donne.
Nessuna svenne, perchè madre e figlia erano da lungo tempo temperate alla fiamma viva della sventura; ma si precipitarono l’una nelle braccia dell’altra, vinte da quell’angoscia che impedisce di piangere e di parlare. Passata quella prima ambascia la madre rivoltasi al figliuolo che aveste recata la novella:
— È impossibile!... — esclamò — è impossibile — e udendo nell’andito vicino i passi di Giorgio, si slanciò verso di esso ripetendo ancora. — Ah!... dimmi che non è vero Giorgio, dimmelo per pietà.
Giorgio balbettò alcune parole, e tutto il coraggio che aveva raccolto per istrada si disfece innanzi al dolore di sua madre. Dopo quel primo sfogo, la signora Rosalia — così chiamavano per tutto il paese la madre del nostro coscritto — si sentì più calma; quell’impeto di dolore abbonacciavasi: ma non come s’abbonaccia un oceano quando la bufera è passata, ma per sprofondarsi sempre più e impadronirsi dei centri della vita, per ingigantire colà non visto, silenzioso e implacabile.
Oh perchè mai quella donna che vedevasi tolto, è vero, il figliuolo ma non per sempre e forse per poco, provava uno spasimo che sarebbe stato solo legittimo dinnanzi a una tomba?... Il lettore che ci rivolgesse questa domanda continui questo racconto; per ora rispetti con noi i presagi e il dolore d’una madre.
I suoi figli le stavano d’attorno e cercavano riconfortarla: Livia rimutava i guanciali del seggiolone; Giorgio le sottoponeva ai piedi lo sgabelletto. Balilla si sforzava a portarle dei bicchieri d’acqua che si rovesciava incorreggibilmente addosso prima di giungere al segno.
Livia la sorella era più sensibile di tutti nella casa; essa tremava e aveva la febbre, ma pur tuttavia con quella virtù di rassegnazione, che è l’eroismo delle donne, trovava ancora la forza di dire:
— Via mamma!... Giorgio tornerà presto, gli daranno dei permessi come l’anno scorso a Michele.... Andrò io, se mai, a gettarmi ai piedi del Re.
— Del Re?!... — fece Giorgio sorridendo e diremmo sogghignando amaramente.
— Michele! — sospirò alla sua volta la signora Rosalia....
Vi fu un istante di pausa. Giorgio la interruppe levando la mano verso un quadro che pendeva alla parete di fronte a lui e esclamando:
— Quell’uomo solo m’avrebbe insegnato quel che bisognava fare quando non si vuol essere schiavi.
Le donne, il bambino, tutti, levarono gli occhi verso il quadro: era il ritratto del capo della famiglia, del marito di Rosalia, del padre di Giorgio, Livia e Balilla.
Stettero tutti quattro contemplando quella figura, quasi aspettando che parlasse, poi la madre per la prima inginocchiossi, e i figli l’imitarono assorti in un voto, in una preghiera comune.
Chi conosce la vita di quel vecchio innanzi alla cui immagine stava genuflessa quella famiglia, intenderà com’egli potesse essere invocato senza idolatria.
Se la Chiesa ha i suoi santi, perchè non li avrà la casa?
Quel giorno, Rocco, un vecchio contadino imbambolito, che faceva i grossi servizi della casa, non intendendo come un dispiacere così da poco potesse guastare l’appetito, dopo che egli avea proprio il giorno del funerale di sua moglie mangiato col miglior gusto del mondo la più bella tacchina del pollaio, — Rocco, diciamo, avea preparato il solito desinare, ma nessuno vi toccò, meno Balilla, per quella gran ragione dell’età che potrebbe, anche dai filosofi, essere data per spiegazione di molte cose buone e cattive senza bisogno di pescarle nelle monadi di Leibnizio o nei bernoccoli di Gall.
E certo quella legge che proporziona ai bambini le afflizioni è provvidenziale perchè li prepara alle maggiori prove dell’età adulta senza vulnerare troppo quella sensibilità che debbe essere la molla della loro virtù.
Passò l’ora del desinare, venne la sera e Giorgio s’era scostato un po’ da sua madre ed era montato nella sua stanza. Quivi tirò da un vecchio stipo alcuni scartafacci, ne sfogliò alcune pagine, poi giunto a un certo punto si lasciò cadere il capo fra le mani e sospirò.
— Ah!... mio padre aveva ragione: servitù e miseria!...
Frattanto la notte calava, e un’allegra banda di coscritti attraversava la strada sfilando in battaglia sotto le finestre del Santafiori e cantando a perdita di flato, con grande accompagnamento di strilli, uno stornello della contrada, del quale per caso conosciamo il tenore:
Va là bellina che il mio cor non falla Tu mi vorresti collo schioppo in spalla. Va là bellina ch’ora so il tuo male Tu vorresti sposare un caporale; Ma uccel di bosco non sta bene in gabbia E tu bellina creperai di rabbia.
Giorgio si scosse, s’affacciò alla finestra e dietro gli scuri socchiusi accompagnò lungamente collo sguardo quella spensierata comitiva, le cui voci si perdevano già nell’immenso sfondo della pianura eridania.
— Essi non lasciano nulla dietro di sè, mentre io....
E una lagrima lunga e silenziosa gli rigava la guancia....
Poi come spinto da un interno divisamento, prese da un canto un randello, e in punta di piedi, per non farsi udire dai suoi di casa, uscì per il muro del giardino e prese la via dei campi.
III. DISCUSSIONE AL BUIO.
Giorgio camminava da circa dieci minuti, ma si poteva dire ch’egli aveva fatta strada per trenta. Dal modo sicuro e rapido col quale saltava fossati e cansava cespugli e spinai senza mai sviarsi d’un passo dalla traccia d’un sentieretto, che la notte avrebbe intieramente nascosto per uno meno addestrato, si capiva che il giovine s’era lungamente esercitato per quel cammino e che non doveva esser quella la prima notte che lo percorreva.
Attraversata una vasta prateria tutta imperlata di rugiada, il di cui umidore montavagli fino al ginocchio, Giorgio si trovò in faccia a una di quelle larghe gore che sono tanto frequenti nelle campagne circumpadane, serbatoio ad un tempo d’acque irrigue, peschiere fecondissime e confini a vasti poderi. Un ponte di pietra solido ma svelto cavalcava la gora; ma dalla parte opposta a quella d’onde il nostro coscritto veniva, lo sbarrava un cancello di ferro fiancheggiato da due ali di muro e munito alle sue estremità superiori da lance fitte e acuminate. Quel cancello stava aperto fino alla prima ora di notte, poscia serravasi; sicchè per passare oltre o bisognava gettarsi nell’acqua, o scavalcare il cancello o possederne la chiave; e quantunque buon nuotatore, trovava più spedito e più comodo, quando la necessità non costringevalo altramente, lottare d’agilità colle punte di ferro della cancellata.
Quella notte Giorgio non aveva, a quel che sembra, alcun motivo per non passare per la via consueta, e marciò difilato sul ponte. Arrivato alla cancellata cominciò ad arrampicarsi alle sue aste, agile come un martoro, finchè potè abbrancarsi alla spranga che inchiodava trasversalmente le verticali; quivi puntatosi a tutta forza di polsi si sollevò di peso tanto appena da sormontare le lance e, colto il destro, diedesi una spinta in fuori e fu in terra senza nemmanco toccarla con un dito. Quella sera Giorgio, bisogna confessarlo, si sentiva qualche cosa nel sangue che raddoppiavagli l’agilità e l’energia.
Una stradetta s’apre immediatamente in faccia al cancello, e Giorgio la imbocca senza esitare, cominciando però ad alleggerire i suoi passi e ad aprire più diligentemente l’orecchio. Dalle sue risvolte tenuissime, scorgevasi che la stradetta serpeggiava lungo il fianco d’una collina: quando ad uno dei suoi meandri un enorme fabbricato dalle cui frequenti finestre tremolava ad ora ad ora qualche fuggevole fiamma di lume, presentossi dinnanzi agli occhi attenti del nostro notturno personaggio. A quella comparsa il suo calpestìo divenne più sordo e il suo orecchio più teso.
Di lì a poco egli giunse al termine della stradetta di fronte al portone maggiore del cortile, la di cui muraglia serrava tutto in giro la casa che sorgeva solitaria come un castello, sul dorso della collina. E castello non era nè di nome nè d’architettura e assai meno per tradizioni d’avi patrizii o per privilegio di nipoti. Era invece un casone di campagna rizzato lassù per sottrarlo alle alluvioni del Po, largo, solido, con tutti i comodi per gli uomini e per le bestie, senza gusto, senza eleganza, monotono alla luce, al buio cupo.
Giorgio — il lettore lo avrà pensato — non aveva la chiave del portone come non aveva quella del cancello, e d’altra parte nulla gli avrebbe importato l’averla, per la ragione semplicissima ch’esso non voleva entrare. Girò invece la muraglia e arrivò a salti alla parte posteriore della casa. Quivi, a ridosso della muraglia di cinta e piantato anzi nella fondamenta di quella, ergevasi un secondo fabbricato destinato agli uffici rustici, che riceveva luce da una fila di finestroni, alti da terra non più di un metro, sbarrati da inferriate e alcuni da graticci fittissimi.
Là, Giorgio s’arrestò; tenne il respiro, ascoltò; rassicuratosi, accostossi ad uno dei finestroni, e leggiero come uno spiro d’aria, bisbigliò questa parola:
— Giusta!
— Giorgio — rispose da una inferriata una voce ancora più sommessa.
— Oh grazie, Giusta, d’essere venuta — fece il giovane allungando la mano entro la finestra e stringendo quella della donna che aveva parlato.
— Mancare oggi che un’altra disgrazia ti ha colpito?! Sarebbe stata una viltà.
— Tu lo sai dunque?!
— E come non saperlo — rispose con un sospiro la fanciulla che era, come ognun vede, l’amante di Giorgio: mio fratello Alfredo fu il primo a raccontarmelo. Mio padre ne parlò durante il pranzo.
— E con gioia m’immagino — fece Giorgio con un amaro sorriso.
La donna vi rispose con un sospiro, ma il giovine finse di non intenderla e continuò:
— Dopo aver perseguitato il padre e ruinata la famiglia sarà una festa per lui vederle portato via l’unico braccio che le restava.
La fanciulla trovò appena il coraggio di dire:
— Giorgio!?
Ma Giorgio capì tutto quello che voleva esprimere quell’invocazione del suo nome. Era la figlia che pativa dei torti del padre e che implorava dal suo amante perdono.
— Parliamo d’altro.... sono venuto apposta.... ho bisogno di un tuo consiglio.... Giusta, mi vuoi bene?... — È questo l’eterno esordio di tutti gli amanti anche bugiardi e nessuno stupirà che anche Giorgio, il quale amava invece dell’amore più sincero e profondo, l’adoperasse....
Giusta non parlò; ma l’anima sua, tutta colma d’amore, le sfavillò dagli occhi.
— Se mi vuoi bene — continuò Giorgio — devi aiutarmi.
— Parla — disse Giusta — tu sai ch’io sono tua.
— Ebbene.... io voglio fuggire.... non voglio essere soldato.
— Fuggire?
— Sì!... fuggire, disertare.
— Oh, Giorgio — esclamò la fanciulla coll’accento della paura — che pensi mai?...
— Penso che se vado soldato,... che se vado lontano, quattro, sei, otto anni, nol so, io, mia madre, mia sorella, mio fratello, siamo tutti precipitati.... Tanti anni lontano e senza poter soccorrere la mia famiglia, è spingere mia madre al cimitero, i miei fratelli nella miseria.... e Dio sa dove... Penso che io, riparando in un altro paese, potrò se non altro trovar da lavorare.... Tu sai ch’io so fare un po’ di tutto.... mezzo agricoltore, mezzo meccanico, mezzo marinaio, e colle lingue che mio padre m’ha insegnato posso avventurarmi a girare il mondo senza paura...
— Ma i pericoli? — e se t’arrestano, Giorgio!... Tu non ci pensi — rispose sempre più inquieta la giovane.
— Quanto ai pericoli sono il retaggio della vita.... Eppoi?! lasciami arrivare fino al mare e chi mi piglia sarà bravo.
— Oh mio Dio! — che cosa ti passa mai per il capo.... ma non sai che pei soldati vi sono dei rigori terribili?
— Tu vuoi farmi paura, Giusta: ma sai bene che è difficile.
— Ma io ho paura, — interruppe Giusta — io ho paura, se non l’hai tu.... Se t’arrestano.... se ti condannano, se ti chiudono in quegli orribili luoghi, dove comandano cogli staffili in mano degli uomini sinistri, dove si trascina una palla al piede tutta la vita.
— Bah!... tutta la vita!?
— Tutta la vita, o un anno o un giorno che so io!... non è forse lo stesso per me che ti amo?... Noi donne siamo forti per noi stesse, ma per quelli che amiamo non sappiamo che piangere o tremare. Lascia me ai tuoi pericoli; mi troverai coraggiosa; ma quando ci sei tu non pretendere da me che la febbre della paura. Non vorrei vederti partire, vorrei che tu restassi qui accanto a me e a tua madre; ma piuttosto che saperti perseguitato, bandito, nascosto ne’ boschi, senza rifugio, senza pane, senza sonno, forse morente... minacciato ad ogni ora da quell’orrenda palla al piede.... oh sì.... amo meglio vederti soldato.... anche otto anni.... son lunghi, lo so; ma non sono sempre. Da soldati si torna soldati, si può starsi vicino, vedersi qualche volta, scriversi.... E a’ tuoi.... mio Dio qualcuno ci penserà.... Giù in fondo alla miseria non lo siete; io sono una povera schiava, io non ho nemmeno la libertà di fare tutte le carità che voglio, ma infine io sono qui per te.... io sono te stesso.
Giorgio l’aveva ascoltata commosso ma non vinto; quindi perseverò.
— Le tue parole sono quelle d’un angelo, Giusta, ma tu ti fingi il destino più nero di quello che deve essere. A Genova o a Nizza, dove ho degli amici, potrò imbarcarmi; di là guadagnare sicuro l’America, l’America che è piena dei ricordi di mio padre e che non rifiuterà lavoro a suo figlio. Appena che la fortuna mi sorrida, manderò i miei risparmi alla mia famiglia e cercherò di farla trasmigrare per non separarmene mai più.
— E me?... — chiese Giusta con accento di doloroso rimprovero.
— E te — rispose Giorgio dopo un momento di esitazione — abbi coraggio, Giusta, e guarda in faccia come me tutta la verità... Oggi farti mia sai che è impossibile. Tuo padre e la mia povertà, e la condanna che mi è piombata sul capo, lo impediscono inesorabilmente. Fra otto anni, quando potrò spogliarmi della divisa, credi tu che io sarò meno miserabile, o tuo padre meno avverso di prima?... No, Giusta!... Non ci è altra speranza per il nostro amore che assalire con un colpo disperato il destino e gettare tutte le nostre poste sul tavoliere della fortuna. Se l’America mi è propizia, io posso tornare ricco, tuo padre mansuefarsi al mio nuovo stato, tu essere già padrona della tua volontà.... infine, giunto all’estremo, rapirti con me.
— Oh tu ti perdi!... tu non mi ami.... — rispondeva Giusta con voce quasi spenta.
— Perduti siamo io e tu fatalmente se resto — ripigliava Giorgio — sii ragionevole, anima mia; è per non perderci che io gitto la mia vita nella mischia disperata del destino... è perchè ti amo che non voglio porgere volontariamente la mano ad una catena che mi ti rapirebbe per sempre.
Giusta scrollava il capo, ma Giorgio non vedeva e continuava:
— Eppoi, Giusta, vi è un’altra ragione che tu sai, che tu taci forse, perchè temi di evocarla contro di te. Tu conosci l’educazione che mio padre m’ha dato; la sua vita intera è per me un sacro testamento ch’io debbo rispettare; la sua fede è la mia, e mi parrebbe tradirla assieme alla memoria dell’uomo che cominciò coll’amicizia di Balilla e finì con quella di Washington.
Giorgio aveva dato alle sue ultime parole un accento solenne e Giusta non scrollava più il capo ma pensava. Dopo alcuni istanti di pausa essa riprese:
— E Michele.... e tuo fratello?...
— Michele non è più mio fratello. Dal giorno che egli obbliò i beneficii di mio padre e le preghiere di sua madre per vendere la sua mano ai nemici della nostra fede e della nostra casa egli non può più sperare che io accetti cosa alcuna da lui. E inoltre egli non farà nulla. Da tre anni non scrive più, e dacchè seppe che la miseria picchiava alla porta della casa che l’aveva ricettato, ci ha abbandonati. Eppoi che cosa potrebbe un sottotenentuccio pieno di vizi, di debiti, giuocatore e infingardo?... Giusta, non è di qui la speranza.
La fanciulla non avea che un’ultima ragione — la più debole di tutte — ma s’afferrò anche a quella come alla tavola del naufragio.
— E l’affittanza?...
— L’affittanza?... — rispose il coscritto — e quale?... Tu sai che l’ultima piena ci ha lasciate le campagne rase come una mano e tu sai quello che mio padre ha dato ai poveri che l’innondazione ridusse senza tetto e senza pane. Fu l’ultimo nostro colpo. Per pagare gli affitti ci fu d’uopo fare dei debiti e quei debiti non si poterono pagare e raddoppiarono; poi — e qui la fronte di Giorgio diveniva color della notte che ravvolgeva — poi tuo padre comperò le cambiali e noi siamo nelle sue mani. Il prodotto di un anno non basterà a saldare le tratte e a noi non resterà più un soldo di capitale per condurre innanzi la locazione. Ci converrà vendere quel po’ di bestiame e strumenti avanzati e non ci resterà più nulla fuorchè la casa. Finchè c’era io, il tetto per coprirci e il mio braccio per campare bastavano; ma ora.... Oh Cristo!...
Giusta vide inabissarsi anche l’ultima tavola. Disperata però dei trovati della mente, il sapiente istinto della donna l’avvertì che la sola arma invincibile era il suo cuore e affidò a questa l’estrema difesa.
Allora afferrando attraverso la inferriata la mano di Giorgio e tirandola a sè con tutta la forza di cui quel suo corpo d’etere poteva essere capace, proruppe:
— Infine, non voglio che tu fugga!... se tu lo fai.... dirò che non mi vuoi bene.... che mi abbandoni.... e se m’abbandoni io morirò.... Oh, allora sarai contento quando mi vedrai morta, morta come la nostra povera madre, perchè la tua è anche mia madre!...
E la parola che usciva dapprima trarotta e singhiozzante dal suo labbro, finì in uno scoppio di dirottissimo pianto.
— Ma no, non piangere Giusta!... io tradirti?... io non ti voglio bene?... Lontano, te ne vorrò cento doppi di più — e le asciugava gli occhi — ci penserò ancora.... non ho deciso.... torneremo a vedere. — (Giusta continuava a singhiozzare). — Credimi.... te lo giuro... ho un mese di tempo... chi sa!... io stesso muterò pensiero.... ma per carità Giusta!...
E mentre il giovane tentava sorpassare il varco della ferriata per posare un bacio sulla fronte della vergine sua, un calpestìo d’uomini, un bisbiglio di voci e il cigolare dei catenacci d’una porta pustierla, sospesero le parole, gli affetti e il battito dei due amanti....
— È mio padre, — esclamò Giusta spaventata — fuggi.
— Fuggire?.... — disse Giorgio, brandendo il suo randello.
In quel punto un’ombra compariva per di dietro alle spalle di Giusta, la quale, prima ancora che questa si rivolgesse, afferratala per un braccio e facendola ruotare sopra sè stessa, la scaraventava con un terribile slancio contro la opposta parete.
— Assassino! — urlò Giorgio a tal vista, aggrappandosi alla ferriata e scuotendola freneticamente.
Frattanto dalla pustierla erano già sbucati quattro uomini armati di fucili, di ronche e di forche; Giorgio si mosse ad incontrarli risoluto e disperato, quando un colpo di fuoco partito da uno di quegli uomini lo fece rinculare di alcuni passi e cadere stramazzoni sul suolo.
— Non è che una carica di lepre — esclamò l’individuo che aveva sparato — un po’ di bruciore per questa volta e basterà.
— Portatelo di là dal ponte — gridò una voce dall’interno della stessa stessa finestra dove era accaduto il colloquio dei due amanti.
— Va bene, signor cavaliere, — rispose l’uomo stesso dell’archibugiata.
E i quattro uomini alzato di peso il corpo di Giorgio sempre svenuto, eseguirono il comando del loro padrone.
IV. NAPOLEONE.
La freschezza dell’erba su cui era stato lasciato e l’aria notturna risvegliarono dopo pochi minuti il ferito.
Se egli non disse come gli eroi delle tragedie — «dove son io?» — si guardò veramente d’attorno per capire in che luogo si trovava e ricordarsi in qual modo, dopo aver durato tanta fatica per scavalcare il cancello, riposasse oltre le sue sbarre sopra un molle tappeto di trifoglio e di lugliuola.
In un attimo si orientò; ma quanto allo spiegare come fosse lì era un altro problema e la sua mente si perdeva in un labirinto di congetture e di supposizioni, tutte del più al meno, vane ed inverosimili.
Si tastò la coscia dov’era stato ferito; sentì lo spasimo del dolore e la umidezza del sangue, ma comprese che le palline avevano appena penetrate le carni e non tocche le ossa del femore.
Allora, animoso per natura, tentò uno sforzo per rialzarsi, ma non potè, e ricadde nella giacitura di prima.
Non si smarrì; ricordossi dei consigli di suo padre; cercò nelle sue tasche il coltello che non lasciava mai; trascinossi fino alla sponda della gora; cavò il fazzoletto, ve lo inzuppò; col coltello squarciossi i calzoni e bendò la piaga con quella compressa improvvisata. Al frigore dell’acqua rinacque; abbrancossi a un salcio che sorgeva sulla riva e reggendosi al suo tronco rizzossi.
— E camminare?... — pensò appena fu in piedi.
Si guardò in giro un istante, scorse coll’occhio la nera pianura del prato, guatò la gora, affinò l’udito per ascoltare se qualche rumore moveva dalla perfida casa che aveva dietro di sè e tutto gli parve sepolto nel silenzio della notte.
— Ah se avessi il mio bastone — ripensò ancora — poi come se avesse avuto un’ispirazione subitanea, esclamò forte, quasi confabulasse con alcuno:
— Ma con un coltello e un salice se ne può tagliare uno.
E dal pensiero passando tosto all’azione si agguantò colla manca all’albero e colla destra si mise a menare colpi alla cieca contro il primo ramo che gli capitò sotto il tiro del suo braccio.
Ma il ramo, grosso e tenace, croccava, gemeva, ma resisteva; Giorgio cominciava già a sudare e a disperare di troncarlo. Ad un tratto, mentre riprendeva un po’ di fiato, sentì dalla opposta parte della cancellata un gran tonfo nella gora, e subito quel chiasso senza nome di un’acqua che sia tagliata da un nuotatore o battuta da un remo.
Giorgio naturalmente si volse; cercò con occhi spalancati la causa di quell’inaspettato fenomeno; ma egli, dal salice, e mascherato diremo così da due pilastri del cancello, non poteva, per quanto si sforzasse, vedere oltre di essi. Gli restava l’udire, e tese infatti l’orecchio, smorzando ogni più lieve moto della sua persona.
— È uno che viene a nuoto — pensò Giorgio. — Chi sarà mai?... — e in questo serrava nel pugno il suo coltello, e s’appuntellava più forte all’albero in atto di difesa.
A un tratto un’enorme ombra nera balza sulla ripa della roccia e s’arresta, immobile, taciturna e misteriosa.
Giorgio con un po’ di fantasia, e non ne mancava, poteva paragonarla a una di quelle sfingi che il pellegrino notturno incontra ai piedi delle piramidi di Gizek o dei templi ruinati di Karnak.
Ma Giorgio, giova ripeterlo, non poteva dal suo posto discernere oltre il ponte; solo parevagli veder ruotare nelle tenebre due bragie cupe e formidabili le quali acceleravano nel suo cuore quel battito indomabile che accompagna sempre la sensazione dello ignoto anche ne’ petti più coraggiosi.
Però l’incertezza di Giorgio durò men che non s’immagini.
Prima ancora che lo spettro si fosse mosso, Giorgio aveva detto a sè stesso. — È una bestia... forse un cane. — E prima ancora che il cane avesse dato segno di sè scrollando dalla criniera l’acqua che lo inzuppava con uno scroscio che corse echeggiato per tutta la campagna, il nostro ferito senza mai muoversi disse, e forte questa volta:
— È Leon... ma che cosa può aver in bocca?!...
Il cane che Giorgio battezzava per Leone era ben degno del suo nome. Figuratevi un gigantesco molosso di Terra Nuova, nero come l’ebano, vellutato come un merinos, muscoloso come un torello, nella cui magnifica testa, che il re delle foreste non avrebbe dispregiata, splendevano due occhi bigi e ritondi, sfavillanti di quella calma luce che denota assieme al coraggio ed alla forza la generosità e la dolcezza, e avrete uno schizzo imperfetto dell’animale che ora diviene un personaggio di questo racconto.
E quelle quattro qualità che in lui erano discese per patrizio retaggio col sangue della sua razza il nobile mastino non tralasciava mai di confermare coi fatti, ogni qualvolta glie ne era pôrta l’occasione.
La sua vita era una storia di prodezze. Quanti pollai non aveva difesi dalla volpe, quanti agnelli contrastati al lupo, quanti bambini, quante donne non aveva tratte a salvamento dalle acque straripate del Po; uomini e bestie gli dovevano essere grati, ma forse le bestie soltanto lo erano.
Oltre le grandi imprese egli contava i piccoli servigi che erano infiniti. Destro in tutti gli esercizii del corpo, alla corsa come al nuoto, esperto nel portare nello scrigno d’avorio della sua bocca ogni oggetto le fosse confidato, la lettera dell’uno, il bastone dell’altro, il cesto di quell’altro, fornito d’un olfatto più maraviglioso della memoria di Pico della Mirandola, per cui nè un uomo, nè una cosa, nè un sito gli sfuggivano più, una volta li avesse odorati.
Leone era il paggio, il messaggero, il confidente più veloce, più sicuro, più segreto, che dar si potesse. Servizievole e cortese senza parzialità, egli s’affezionava specialmente, come tutti i forti, a tutti quelli che il suo nobile istinto gli indicava come buoni, perseguitati od impotenti.
Leone non era però il primo suo nome; se il lettore ama sapere come egli si chiamasse dapprima, voglia anzitutto ricordarsi come ancora oggi nelle nostre campagne, gli epigrammisti e i begli spiriti impongano ai cani i nomi o le qualità d’una persona e di una cosa rea od odiata. Quanti Radetzki, quanti Giulay non udimmo noi condannati a latrare dalla satirica vendetta del popolano Lombardo! E non conosciamo noi forse un cane nero che si chiama Aspromonte?
Ecco la storia:
La maggiore resistenza che le truppe di S. M. il re fedelissimo di Sardegna, guidate dal generale Gifflenga, incontrassero nel 1814 sotto le mura di Grenoble, fu — dopo quella del vecchio Dumoulin — da un portentoso alano di Terranova che solo, come Giovanna d’Arco, difese per più ore la breccia della città bonapartista.
Finalmente però, egli fu ferito in una gamba, e le truppe Piemontesi entrarono trionfalmente nella conquistata fortezza conducendo prigioniero nelle loro file il domato Orazio Coclite della razza canina.
Ora uno dei soldati della spedizione di Gifflenga aveva promesso al suo padrino, sindaco e cavaliere del villaggio d’X... di riportargli, se tornava sano e salvo, un trofeo della campagna; e con molto acume, per dire il vero, stimò che il più glorioso di tutti, era il cane stesso che aveva fatto tanto sudare le Regie Truppe sulle mura di Grenoble.
Così infatti avvenne, e l’audace avventuriere di Terranuova passò dalla vita militare alla civile divenendo proprietà del sindaco cavaliere.
Ma nel torno di quei giorni arrivavano le notizie che il generale Buonaparte era sotto la buona custodia degl’Inglesi, sicchè il nostro sindaco, il quale sebbene avesse sempre odiato per amore della legittima la illegittima tirannia Napoleonide, non aveva però mai osato di ridire una parola contro di lui quando faceva e disfaceva i re d’Europa; ora che tutti strizzavano il loro sputo sul gigante abbattuto, credette quasi di sciogliere un voto doveroso perpetuando in qualcosa di vivo e di presente l’odio che aveva dovuto per tanti anni masticare in silenzio.
Quindi il Terranoviere entrò nella casa del sindaco cavaliere come in un’altra Sant’Elena, col collare al collo, e col nome di Napoleone; e così lo chiamarono per parecchi mesi; ma alla fine i fanciulli, i quali sono i primi confidenti degli animali, si radunarono una bella sera intorno al loro padre e gli dissero:
— Sentite babbo: Napoleone è così bravo, così dolce, così carezzevole che dovreste togliergli il collare.
Il babbo cavaliere diede a Napoleone una occhiata da Hudson-Lowe; ma dopo aver riflesso che libero farebbe meglio la guardia disse:
— Ebbene, toglietegli il collare.
Ridonato così alla vita libera, Napoleone sentì crescere l’affetto per i suoi giovani intercessori e specialmente per Giusta, la figlia minore, che era stata la più ardente di tutti.
Il cane inoltre sentiva che quella debole creatura era la migliore della famiglia, e forse la più infelice, e s’attaccò a lei con tutta la fedele devozione onde quegli animali sono divenuti il simbolo proverbiale.
Giusta, d’altro canto, ricambiavalo colle carezze, coi regalucci, coi trastulli, con quei lunghi discorsi che i bambini fanno agli animali, e gli animali ascoltano coll’orecchio ritto, l’occhio fisso, rispondendo talvolta con un gemito che è forse la radice d’una parola che gorgoglia impotente nella loro gola.
Però quando Giusta capì che il nome di Napoleone era imposto al suo fido come un marchio di disonore, giurò di toglierglielo; e fedele al proposito, cominciò da quell’ora a chiamarlo coll’ultima sillaba non meno formidabile dell’intero nome: — Leon.
I famigliari a poco a poco trovarono più spiccio il secondo appellativo e glielo confermarono, mentre il padre, dopo avere borbottato un po’, si ridusse a fare questo ragionamento che fu il più giusto di tutta la sua vita: — Poichè vogliono che il cane sia buono e generoso e che non debba più portare il collare, sarebbe un’immoralità chiamarlo Napoleone.
Leone adunque, eretto il muso, dilatate le narici, si pose a fiutare il vento, girò due volte intorno a sè poi come se avesse trovato, sotto il suo olfatto, la traccia dell’oggetto che ricercava, si pose a galoppare a gran salti nella direzione di Giorgio.
— Leon!... — fece questi, quando l’ebbe a pochi passi.
Leon s’arrestò, fissò i suoi occhi penetranti e sereni nell’individuo che lo chiamava, lo riconobbe, fe’ cascarsi di bocca gli oggetti che portava e gettò le sue zampe leonine sul petto di Giorgio con tale gemito di gioia, con un amplesso così amoroso da far pur troppo pensare come meno sinceri e affettuosi sieno talvolta gli abbracciamenti dell’uomo.
Giorgio rispose alla festa dell’animale passandogli una mano dalla cervice in sulla groppa, ma punto dall’impazienza di sapere che cosa recasse stretto nei denti, lo lasciò subito dicendogli:
— Porta, Leon... porta qui.
Il cane obbediente riprese da terra un oggetto bianco che i fiocchi d’erba e le tenebre avevano fino allora nascosto, e lo porse a Giorgio. Questi afferrò; era un sasso avvolto in una carta, e la carta era una lettera. Due tocchi più veloci del cuore gli dissero che era di Giusta. — Allora l’aperse, tentò cogli occhi decifrare le parole, ma il buio non gliene lasciò Indovinare che una sola: il nome di Lei. Ogni altro sforzo fu vano.
Leon frattanto aveva riafferrato l’altro oggetto che aveva portato e lo porgeva col muso allungato al suo giovine amico.
— Il mio bastone!...... — esclamò Giorgio. — Oh che fortuna!... E dove l’hai trovato Leon?...
Se il cane avesse potuto rispondere avrebbe detto, che ripercorrendo la stradetta dove Giorgio era passato poche ore prima l’aveva inciampato, e riconosciuto al fiuto per quello dell’amico di Giusta, addentato e portato seco in compagnia della lettera.
Ma il bravo Leon non potè dare altra risposta che una dimenata di coda e un mugolato. Giorgio intanto si appoggiò al randello, tentò muovere un passo, e sebbene con qualche dolore pure gli riuscì. Ne tentò un secondo, e s’accorse che lentamente sì, ma pure avrebbe potuto guadagnare la casa. Quando il cane lo vide camminare, tornò a fare una capriola e si pose a trottargli davanti, colla coda in resta, il naso all’aria, battendo tutti i cespugli, annusando tutte le piante, avanguardo e guida ad un tempo del nostro ferito.
Dopo un’ora circa, dopo frequenti riposi, dopo aver ribagnata la ferita coll’acqua fresca e scorrente d’un rivo, Giorgio e il suo compagno arrivarono innanzi alla soglia di casa Santafiori.
Prima di entrare, il giovine prese Leon per la gorgiera, lo accarezzò e gli disse in amichevole comando:
— A cuccia qui, neh, Leon!.... aspettami.
Leon, data un’occhiata in giro, senza esitare un momento si accucciò sotto una di quelle panchette di marmo che solitamente fiancheggiano i grandi portoni delle agiate case campagnuole, poste forse con intendimento di lusso e di ornamento, ma sulle quali molte notti trovano un letto meno ingrato della strada, le stanche ossa del mendicante e del proscritto.
La signora Rosalia e Livia avevano aspettato Giorgio senza coricarsi ruminando nella mente i più angosciosi e strani commenti di quell’insueto ritardo.
La perdita decretata al mattino del figliuolo e del fratello le rendeva naturalmente credule del proverbio — che rivela certamente i pretensiosi apotegmi dei filosofi. «Le disgrazie non vanno mai scompagnate».
E ciascuna in suo cuor dubitava.
Inoltre Giorgio usciva frequenti sere per un cammino alle due donne ben conosciuto; ma d’attardarsi tanto non eragli mai toccato, chè dai piaceri e dai bagordi egli era alieno più che mai.
Quando lo videro zoppicante, reggentesi a stento, madre e sorella misero un grido; e mentre il figliuolo sedevasi sulla prima scranna capitata, esse gli furono tosto d’attorno a chiedergli che fosse.
— Non è nulla — fece Giorgio sostenendo con una contrazione del labbro le sue parole — nel saltare il fossato asciutto della canapaia mi fallì un piede e me lo sono torto un po’.
La madre lo guardò e indovinando la pietosa bugia del figliuolo:
— Tu non mi dici la verità — esclamò — tu zoppicavi forte, tu soffri assai.
— Adesso sì perchè la botta è ancora viva.... ma passerà, purchè possa andare a letto. Vuoi darmi un lume, Livia?!...
La signora Rosalia e Livia, insistettero per osservare la piaga e medicarla. Volevano svegliar Rocco, chiamare il chirurgo; ma Giorgio per tagliar corto alle interrogazioni e schivare delle cure che l’avrebbero costretto a confessare la verità, prese il lume, infilò le scale tenendosi più ritto che dato gli fosse, e canticchiando per ingannare l’amorosa sollecitudine delle due donne, la strofa dello stornello dei coscritti
Va là bellina ch’ora so il tuo male Tu vorresti sposare un caporale,
montò nella stanza.
Nessuno crederà che egli colla lettera di Giusta in tasca pensasse prima alla sua ferita.
Chiavato dunque l’uscio della camera per di dentro, cavò la lettera, la riaperse, e senza tremare, è vero, ma un po’ agitato, lesse quel che segue:
«Giorgio,
«Che ti accadde?... Ho udito una schioppettata; t’hanno dunque ferito?.... e molto?... e dove?... per pietà dammi tue notizie, o mi farai morire.
«Mio padre mi ha imprigionata nella mia stanza, e per di fuori odo i zoccoli dei villani che fanno la sentinella. Per fortuna quando sentii che Leon, il solo amico che mi resta qui, ululava sotto la mia finestra come volesse dirmi: «son qua io per aiutarti» pensai subito di scriverti queste righe e gliele gettai dal balcone dicendogli «Cerca Giorgio». Il nostro amico partì a gran salti, ed io spero che tu pure l’adoprerai per dirmi se debbo vivere o seguitarti.
«P. S. Mio padre comandò a tutti di non dir nulla dell’accaduto a persona viva. Egli ha dunque paura?...»
Giorgio baciò commosso il foglio, afferrò una penna e rispose.
«Giusta,
«Nulla di grave. Pochi pallini che mi han scalfitta la pelle: sta dunque tranquilla.
«Però se tuo padre non ti rispetta io commetterò uno sproposito e a costo di farmi bruciare le cervella verrò a strapparti dalla tua prigione.
«Io pure non parlerò, non per paura, ma per non trascinare per le bocche della piazza il tuo angelico nome.
«Giorgio.»
Scritto e sigillato legò la lettera all’istessa pietra di Giusta, aperse piano piano la finestra, e sussurrò quasi insensibilmente: «Leon». Il cane accovacciato, balzò ritto come gli fosse fischiata nell’orecchio una palla.
— Porta a Giusta — disse Giorgio. Leon dati due squassi di coda, sprofondossi a saltelloni nella fosca campagna.
Giorgio allora scoperse la piaga e vide che pochi grani di piombo avevano appena sfiorate le carni. Egli vi applicò altri bagnuoli, si bendò, e cacciossi subito sotto le coltri a cercarvi riposo alle membra, non allo spirito suo.
Di lì a qualche minuto, seguendo la corrente de’ suoi pensieri, egli sclamò:
— Era ben meglio che m’avessero fracassata la gamba!
La madre passando inquieta dinanzi all’uscio del suo figliuolo raccolse questa esclamazione e mormorò sospirando:
— Qui c’è ancora la mano di Salomone Arena.
V. IL TESTAMENTO DI BATTISTA.
Fra le poche carte lasciate da Battista vi era uno scartafaccio di ricordi, appunti e pensieri, indice interrotto della sua storia, fronde sparte del suo spirito, radunare e disporre le quali era studio religioso e sollievo gradito di Giorgio nelle brevissime ore di ozio che i peggiorati negozii di casa gli concedevano. Un foglietto staccato che portava il suo nome a una data più recente attrasse particolarmente l’attenzione del giovine, il quale lesse e rilesse più volte quanto segue:
«A Giorgio
Gennajo 1817.
«Una cosa sola ti ha taciuto tuo padre, benchè da’ discorsi della casa, da’ libri o dalle gazzette tu ne debba a metà essere istruito. Ma a parlartene mi tratteneva, e la tua età ancora immatura e il timore di sospingerti io stesso in un inestricabile labirinto di guai e d’affanni dei quali la famiglia nostra fu già afflitta abbastanza. Però considerai meco stesso che alla fine era dovere l’apprenderti la verità, perchè se è detto che questa debba nuocere e chi la bandisce, giova poi sempre a chi la intende, e il vantaggio dell’uno riscatta il danno dell’altro.
«De’ doveri nostri verso la patria conversai teco più volte, ma più che le mie parole e l’oscuro esempio della mia vita, ti favellerà il cuore che hai, lo so, onesto e generoso. Non importa adunque che io vi aggiunga un jota e su questo conchiuderò: ama la tua patria collo spirito e colle opere, e adora la libertà, che è il compimento della giustizia sulla terra.
«Codesta patria, — tel dissi — è tutta Italia, e Dio le volle dare per confini eterni le Alpi ed il mare: però tutto quanto la frantuma o la cincischia o la deturpa dee sparire e sparirà. Dee sparire l’impero forastiero e l’impero pretesco, devono sparire i regoli mancipii dell’uno e dell’altro, e le barriere e le izze municipali devono sparire, e le caste e i privilegi, e le leggi tiranne e i codici barbarici, l’ignoranza e il pregiudizio devono sparire, e l’Italia ridiventar libera come la Repubblica di Savonarola e potente come la monarchia che Dante ha vaticinato. In qual tempo questa opera si compirà, non te lo posso profetare, ma sento di poterne accennare il modo.
«Non t’inganni la calma stagnante della superficie. Per di sotto è minato, e nel momento in cui ti scrivo l’Europa è solcata da una rete di fuoco, e le maglie sono le Società segrete. Molte fra esse son tenui come ragnatele impotenti, ma tutte mirano al medesimo intento e recano la stessa minaccia. Anni fa erano più numerose e più sparpagliate, e ti so dire anche lontane assai dal fine alto e schietto di patria e di libertà. Le componevano e guidavano per lo più vecchi armigeri di Bonaparte, e i nomi stessi mostravano l’inanità del concetto e la picciolezza del fine. Ma gli Avvoltoi di Bonaparte, i Cavalieri del Sole e dello Spillo Nero, a poco a poco, e mano mano che la idea d’Italia brillava più chiara, si andavano via via fondendo in una sola, sorta, non corrono molti anni, nelle terre degli Abbruzzi dapprima sotto velo di ministerio umanitario, poi svelatamente politico, denunciata e tradita da quel re Giacchino Murat che l’avea chiamata e favorita, e, tienlo per mio testamento, destinata a incorrere egual sorte ogni qual volta essa fiderà nei principi e non si guarderà dagli ambiziosi. Vo’ dire la Carboneria, il nome della quale non t’ha ad essere ignoto.
«Ora codesta Società barbifica in tutta Italia, ed in Piemonte ha ramificazione e capi che ti dirò di poi. Non è, bada bene, che non si debba desiderarla migliore. Le sue formole son vuote, il suo fine è vago, e i suoi riti ricordano troppo le iniziazioni delle antiche caste religiose perchè uomini liberi le debbano osservare. Per resistere e limare la credo ancora utile, ma riedificare ne dubito; e inoltre essa è come certe acque che irrigano soltanto un terreno privilegiato e non solcano mai i vasti campi delle moltitudini. In ciò sta proprio la fiacchezza sua: essa è casta: essa è un brandello della società non la società intera. Spera tutto dai nobili, dagli impiegati, dai soldati; teme il popolo, non lo educa, e lo trascura, laonde verrà giorno, se non muta stile, che il popolo le starà dinanzi spettatore sbadato e stupito, come a una commedia che non capisce.
«Spero però che muterà, e che il tempo e l’esperienza le schiariranno la via. Comunque, essa in oggi è il nucleo dei patriotti italiani, ha nelle sue file uomini onorandi, è il punto di leva del despotismo, vuole rompere le catene della patria, e bisogna darle la mano ed associarsi. Io non l’ho fatto, figliuol mio, perchè mi sentiva già vecchio alla politica, perchè i negozii nostri m’imponevano di consacrarmi alla casa, perchè infine non avrei potuto entrare ne’ suoi ordini senza tentare una riforma che sarebbe spiaciuta e forse tenuta per pericolosa semenza di discordia. Ma tu sei giovine, tu sei a tempo di vederla riformata; tu puoi forse un dì o l’altro ajutare questa opera, e devi profferirle il tuo nome.
«Ti dirigerai in nome mio al dottore Gastone in Torino, contrada della Consolata, e gli presenterai il bigliettino che vedi unito a questo foglio. Il dottore è carbonaro, ha un grado nella Vendita centrale di Piemonte e potrà iniziarti. Se ti propongono giuramenti e formole accettale; e se ti paiono stravaganti pensa al fine, che è retto.
«Nota che ti parleranno della federazione italiana. Secondo me codesta federazione dovrebbe essere il patto solidale che lega fra loro tutte le terre d’Italia nel pericolo e nella battaglia dapprima, nella vittoria e nella libertà di poi. Ma vi sono molti, pei quali l’Italia non varca la siepe nel proprio villaggio; e per costoro la federazione non è che vaghezza o proposito di unione tutt’affatto accademica, o tutt’al più accordo in un’ora comune d’azione per imprese diverse, non per un fine unico o fraterno. Colla scorta della tua mente e del tuo cuore tu correggerai questo concetto sbagliato. Che se un giorno la Carboneria fallisse al suo segno, o le sorgessero dattorno associazioni di popolo educatrici e militanti a un tempo, stringiti a queste; perocchè questa sola è la vera via della patria e la patria stessa.
«Tuo padre — Battista».
Chi ha seguitato le vicende della vita del Santafiori non meraviglierà se egli professava opinioni che certo in allora erano ancora germinate in poche menti, forse nella sola altissima di Foscolo, il quale legava ai venturi un volume di sapienza in poche parole: «Per far l’Italia bisogna disfare le sette». In Battista come in Ugo quelle opinioni non erano anacronismi; all’uno le avea dettate l’esperienza delle cose vedute e delle quali era stato sì gran parte, all’altro il limpido raggio dell’intelletto, lo studio dell’antica saggezza e la sventura.
Giorgio avea già preso il suo partito. Fece alla sordina i suoi preparativi di viaggio; diede a credere a sua madre che partiva per una gita d’affari, corse alla nota inferriata — che il lettore non avrà dimenticato — a dare una stretta di mano a Giusta, e fatto un fardelletto di biancherie, leggero come il bagaglio d’un poeta, si pose la strada di Voghera fra le gambe e via. In questa città trovò la diligenza che partiva tutti i giorni per Alessandria; carcassa di animale paleontologico alla vista, macchina tormentatoria alla prova, e in verità non sappiamo ancora come quel capo ameno di Galeazzo Visconti abbia dimenticato di porre in uno de’ giorni dispari della sua famosa quaresima, in luogo del camminare sui ceci colle piante scorticate, e dello stare a cavalcioni d’un trave coi pesi di piombo ai piedi, «squassi di diligenza.»
Ma Giorgio, cui la lettera di suo padre ronzava senza posa per il capo, non badò punto, non sospettò nemmeno gli atroci spasimi di viscere che l’aspettavano, e fu il primo ad entrare nella macchina e ad appollaiarvisi. Dopo Balzac e Paolo di Kock sarebbe superfluità e temerità ad un tempo metter mano alla tavolozza per dipingere la popolazione che si stipa consuetamente nelle diligenze e negli omnibus, e noi siamo franchi dalla spesa di eccitar la fantasia del lettore per fargli capire ciò che indovinerà assai meglio senza il nostro soccorso.
Sia però detto per l’esattezza storica: mancavano, è vero, il porchetto da latte e la balia che fa la toeletta del suo marmocchio, sotto il naso dei viaggiatori, senza correttivo d’acque odorose; ma v’era il solito convoglio di mercanti vignaiuoli, la faccia rubiconda e contenta d’un caporale dei granatieri che «andava in permesso» e la famiglia numerosa di un impiegato del regio bollo che tornava dagli ozii della campagna ai sudori del telonio, e proprio a costa di Giorgio l’impiegato in persona. E poichè il nostro amico amava gl’impiegati come i cani il cimorro, così l’idea di balzar fuori dalla carrozza e d’andarsene a piedi non fu l’ultima che gli passò per il capo, e intanto che la maturava si tirò sulle gambe il pastrano, e sugli occhi il cappello, sprofondò il mento nel collare della camicia e prese l’attitudine seria e ingrugnata di chi non vuole appiccare discorso.
L’impiegato, che aveva il talento d’osservazione proprio della specie, pensò che il suo vicino fosse noiato del silenzio che da pochi minuti regnava, e aprì tostamente il fuoco così:
— Andate a Tortona, bel giovine?
Giorgio avea nelle vesti e nel volto l’aspetto d’un campagnuolo benestante e il regio funzionario avrebbe creduto venir meno alla dignità del regio bollo dandogli del signore.
— No — rispose secco Giorgio.
— Ah! ho capito.... andrete forse alla fiera di Serravalle?
— Nemmeno.
L’impiegato si pose a manovrare sopra un altro fianco.
— La può dirsi ancora una buona diligenza questa qui di Voghera! I prezzi un po’ caretti... è vero?
— Eh! — fece Giorgio quasi grugnendo, e, per quanto gli era permesso dall’incassamento, voltando il fianco al regio impiegato.
— La Società fa buoni affari, perchè i cavalli non sono che gli scarti del nostro treno e agli incanti si possono portar via per una pipa di tabacco... eppoi, tutti questi paesotti han mercati tutte le settimane e fiere quasi tutti i mesi; dunque c’è movimento per gli stradoni. È vero che i vaccari e i porcari vanno a piedi, ma la diligenza è piena lo stesso... Che vi pare?... Io credo che la sola fiera di San Gaudenzio a Castelnuovo Scrivia mette in giro... non dico per dire, ma un dieci mila anime...
«Alle anime messe in giro» Giorgio fece uno sforzo disperato, e girò anch’egli completamente le spalle all’arrigatore, brontolando fra sè «che se i porcari e vaccari andavano a piedi, i rompiscatole andavano pur sempre in carrozza».
L’impiegato, visto l’atto e quasi indovinate le parole, esclamò:
— Anche la gioventù di campagna è senza rispetto in questi tempi? — e si voltò a tormentare il caporale dei granatieri che avea dirimpetto.
Più rapido assai del carrozzone, camminava il pensiero di Giorgio. Egli era dunque per essere addentrato in un solenne mistero. Egli avrebbe dunque avuta una missione ancor più grande di quella di difendere sua madre, di lavorare per la sua famiglia e di adorare Giusta? Egli andrebbe a pronunciare un giuramento solenne? E stava per diventar uomo davvero? Che cosa gli avrebbe mai detto quel dottore a cui lo inviava suo padre? Quale sarebbe mai stata la prova a cui l’avrebbero sottoposto? E l’avrebbe egli sostenuta con onore? E il coraggio non gli sarebbe fallito? E una volta carbonaro, che farebbe? combattere? morire anche? che importa! Ma se gli impongono uffici di sangue? Ne sarebbe egli capace? Che cosa è mai codesto presentimento tormentoso che si è attortigliato intorno al suo e come serpe gli avvelena la speranza?...
Questi e altri quesiti mulinavano confusamente, tumultuariamente innanzi al suo spirito, non interrotti nè dalle fiere scrollate della diligenza, nè dal cicaleccio della compagnia, nè dagli aspetti mutevoli e vaghi della campagna che sfilava dinanzi ai suoi occhi per l’ovale di luce lasciato penetrare dal cristallo della carrozza.
Alla fine, pesto, rotto, maciullato, ma non ancora sveglio dal suo pensiero fisso giunse in sul far della notte ad Alessandria; smontò all’Albergo della Posta, dove la diligenza avevalo condotto, e chiese alloggio.
Il cameriere, squadratolo dal capo alle piante e notate le umili vesti, l’umile bagaglio e il più umile contegno, lo fece caritatevolmente montare un centinaio di scalini, e traversato un androne stretto e sudicio, lo fe’ entrare in una stanzaccia gialla; gli accese una candela di sego sopra un tavolino da notte di larice dipinto, e additandogli una specie di cataletto, gli disse:
— Ecco il vostro letto... ma prima il vostro nome.
— Giorgio Santafiori.
— Patria?
— S......
— Condizione?
— Possidente.
— Possidente?? — fece il cameriere proprio con due punti d’interrogazione, appoggiati da un sorriso d’incredulità.
— Sissignore — rispose Giorgio che non sapeva i pericoli del dar del lei ai camerieri, specie felina cui più accarezzi, più arricciano il pelo e graffiano. E com’egli vedeva che il valletto, scritto su un libraccio, disponevasi a uscire dalla stanza lo arrestò subitamente con questa domanda:
— Mi faccia il piacere, signore, di dirmi a che ora parte la diligenza per Torino domani mattina?
La domanda era mossa dalla ferma deliberazione di Giorgio di non lasciarsi più incastonare nell’interno della carcassa, e di non aver più la gramola d’un impiegato regio sulle costole.
— Alle cinque — rispose il cameriere voltandosi appena.
— Allora sia compiacente di prendermi un posto; ma se si potesse avere lo vorrei sul davanti.
— Volete dire in coupè?
— Sarà bene in coupè.
— Si paga un franco di più per posta, mio caro, e credo....
— Eccovi il di più — e dal taschino del panciotto cavò la moneta occorrente e la diede al cameriere.
— E la mancia per me, signore?
Alla luce dei marenghini di Giorgio aveva mutato sembianze, e il cameriere s’andava persuadendo di avere in faccia un possidente davvero.
— Scusi! ha ragione! — e il giovane gli diede un pezzo nuovo fiammante di due franchi, coll’effigie di Luigi XVIII da un lato e nell’esergo i tre gigli, schietta immagine del candore dei regnanti di Francia.
Il cameriere lo voltò e rivoltò, con una levata di berretto partì convinto del tutto d’aver sbagliato ad alloggiare «quel possidente» nella stanza dei carrettieri, al primo piano sotto il tetto.
Quanto a Giorgio lo scarrozzamento e i suoi diciotto anni non tardarono a persuadergli il sonno, e malgrado l’assito del suo cataletto, s’addormentò profondamente.
Alla mattina era in piedi un’ora prima della chiamata, e i cavalli non erano ancora attaccati, che egli era già nicchiato nel suo coupè.
VI. I GIOVANI SON PRESTO AMICI.
Divideva il sedile con un altro giovinotto press’a poco dell’età sua, biondo melagranato, vivace, col caschetto gettato di sghimbescio sulla fronte, una certa eleganza trascurata nelle vesti, la pipa di schiuma in bocca «che pipava eternamente», sempre in moto e in trambusto con tutti i suoi sensi e le sue facoltà, ora canticchiando e zufolando allegramente tutte le canzoni che gli frullavano pel capo, e battendo la misura col piede, ora sdraiandosi animalescamente sul sedile, colle gambe sulla serpa, ora rizzandosi in piedi a ciarlar col postiglione e a dar la voce ai cavalli, ora lanciando facezie non troppo castigate alle contadinelle, o motteggi non troppo cortesi a viaggiatori pedestri che la diligenza incontrava sulla via.
Giorgio, per fortuna, non era così imbronciato come la mattina precedente, e quel tramenìo non lo indispettiva punto, forse perchè si era detto che quel giovane avea l’aria franca e la cera gioviale, e la gioventù e la schiettezza han diritto talvolta di farsi perdonare i peccati delle loro virtù.
Un accidente di viaggio cooperò a domesticare i due viaggiatori del coupè.
Nel giungere a Felizzano, a una posta e mezza d’Alessandria, il postiglione che era a cassetta non fu presto ad arrestare i cavalli, e un fanciullino abbandonato in mezzo alla strada corse pericolo di essere schiacciato dalle zampe. I due giovani, che avevano avvertito e la buaggine del postiglione e la foga dei cavalli e il pericolo del bambino, senza profferire una parola nè l’uno nè l’altro s’erano slanciati insieme fuor della carrozza, e con pari rapidità s’eran trovati alla testa dei cavalli, agguantandoli al freno con una mano e coll’altra facendo schermo al fanciullino che ebbe tempo a scampare.
L’impresa finì lì; ma i due giovinotti trovarono buona l’occasione e per dirsi scambievolmente un complimento e per stringersi la mano; laonde quando rimontarono in carrozza erano già più che conoscenti, e se non fosse abusare della parola, un miccino amici.
— Vorrei mangiare attraverso uno dei cani del professor Cridis, se son capaci di farmi vedere un servizio di posta più sciancato o antidiluviano di cotesto. — E voi? — fece il giovane della pipa.
— Io ho viaggiato così poco.... anzi nulla che a dir vero...
— E per Dio! foste restato tutta la vita sotto il grembiale della mamma, credo ancora che ve ne accorgereste!
— In verità il carrozzone è tormentoso, rispose Giorgio.
— E i cavalli? non sembrano forse usciti dalle scuderie di don Chisciotte? Mettete insieme dei postiglioni sempre briachi, e dei maestri di posta superbi come i gran maestri dell’ordine Mauriziano e avrete il resto della derrata.... Che cuccagna dopo il felice ritorno dell’angusto monarca!... ma finirà, oh finirà!...
— Cszs! signore, credo che quei di dentro possano sentirvi.
— Eh che cosa importa a me! Avete paura voi?
— Non è per me, signor mio: egli è per voi. Sento a dire che s’incontrano spioni dappertutto come i funghi d’autunno.
— Già!
«Ogni parete un delator nel seno «Nasconder può.
come dice Pilade ad Oreste.... Ed io auguro a tutti, quattro strettoni di corda a costo di far da contrappeso io stesso! — rispose il giovinetto abbassando però d’una mezza ottava la voce, giacchè anche lui aveva pensato d’essersi troppo azzardato con uno che pareva, è vero, un buon diavolo, ma che in fin dei conti eragli sconosciuto.
Giorgio pure aveva avuto lo stesso pensiero, e capì che il suo giovine vicino doveva essere un po’ inquieto delle imprudenti parole lasciate scappare; onde pensò di rassicurarlo, e fu egli stesso che ruppe il silenzio così:
— Io la penso come voi, signore, e però, giacchè ci siamo conosciuti in una buona azione, penso che ci riterremo ambidue galantuomini. Intanto, come i galantuomini non hanno nulla da celare, così comincierò dal dirvi il mio nome se lo desiderate.
— Ed io il mio.... se vi pare.
— Io sono Giorgio Santafiori.
— Ed io Ernesto Gastone.
Giorgio diè un balzo sul sedile ed esclamò:
— Gastone! ma è impossibile....
— Curiosa anche questa! E perchè mo’ deve essere impossibile ch’io mi chiami Gastone piuttostochè.... Bortolone?
— Eh lo so io!... Scusate!... Ma siete voi davvero suo parente?
— Ma parente di chi?... Ohe! Dareste volta proprio adesso!
— Perdono.... ma io voleva dire se eravate parente del dottor Gastone.
— Sentite! mia madre era una donna onesta e credo proprio di sì. Ma voi come conoscete mio padre?
— E dunque siete suo figlio?
— Credo almeno.... ma dunque voi conoscete mio padre?
— Io non lo conosco.... è il mio che conosceva lui.
— Vostro padre? e come si chiamava?
— Battista Santafiori.
— E cosa faceva?
— L’affittaiuolo.
— Battista Santafiori! Non è la prima volta che mi vien all’orecchio questo nome.
— Può darsi! Perchè mio padre era molto amico del vostro — disse Giorgio.
— L’ho udito a nominare, vi ripeto.... ma vattelapesca come e perchè — rimuginava Ernesto — vostro padre ov’è ora?
— Partito! — sospirò Giorgio, accennando colla mano il cielo.
— Ah! non gli dico buon viaggio perchè non gli posso dire buon ritorno.
— E il vostro sta bene?
— Il mio, eh! eh! Ma non credo che potranno dire così i suoi ammalati dopo la prima visita.
A Giorgio piaceva poco quello scherzare sopra i parenti e non rispose nulla.
Ernesto, burlone per natura, non se ne avvide e continuò:
— Quando andate a Torino ci verrete dunque a trovare.
— Ci vado ora.
— A Torino?
— A Torino e a trovarvi.
— Me ne dispiace.
— Ve ne dispiace? e perchè?
— Perchè se venite a trovare il medico è segno che siete ammalato.... Male della nostra età.... questo s’intende. Oggi non c’è mela senza macchie e.... Basta! Mio padre è.... e vi guarirà, ve ne do parola io.
Giorgio durava fatica a capire; ma siccome non era gonzo, alla fine chiarì che cosa si intendesse dire il Gastone, e pensò bene, per nascondere meglio il segreto della sua gita, di lasciarlo nell’errore suo pagandolo di un sorriso che dir volerà: — È così!
— Mio bravo signor Giorgio: vedo che la civiltà è penetrata anche in mezzo alle Fillidi del villaggio. Davvero se lo sapesse il vergine professore Alardi se ne scandolizzerebbe. A proposito di professori siete studente anche voi?
— Eh no! Sono campagnuolo come il mio povero padre.
— Peccato! Con quella faccia e quelle spalle fareste onore alla brigata.
— E voi siete studente?
— Già! e di terz’anno di legge! — fece Ernesto rizzandosi un po’ orgogliosamente sul sedile e cacciando fuori un buffo di fumo dalla sua pipa che poteva rivaleggiare col fumaiuolo d’un camino di ferro.
— È una vita allegra lo studente, a quel che ho inteso dire.
— Una volta, dicono di sì. Poco da studiare, i professori che vi dettavano i quaderni, roba da poter smaltire in quindici giorni; eppoi meno birri e men gesuiti intorno; i babbi più mansueti, la borsa meno smilza e le donnine più cortesi. Ma adesso, oh che orrore! La sola economia politica di quella testa da morto del Cridis basterebbe a far scappare dall’università. I papà che stringono sempre più i cordoni e che parlano anch’essi di economia privata; gli scolari che hanno imparato a sgobbare, e che si ritirano nei retro bottega da caffè a commentare la costituzione del dodici; il barbera più caro; i bigliardi guardati eternamente da facce patibolari e..... delle gonnelle non dico nulla. È una vera quaresima. A Torino non trovereste più un zinzino di ragazza passabile a volerla pagare una laurea dottorale. C’è la Gigina di fianco al teatro d’Angennes, ma da poco tempo in qua è divenuta magra e trasparente come un foglio di carta oliata. Ci sarebbe anche la Cloe di Piazza Vittorio, ma andare in casa sua è come ficcarsi in un alveare; se ne esce con un po’ di miele sulle labbra ma colla persona tutta morsicata. Non so se mi spieghi! La migliore è la Bombason sopra all’osteria degli animali parlanti... O a proposito sapete dove sono gli animali parlanti?
Giorgio che era vissuto fino allora nella vita rigida e quasi monacale della casa e del villaggio, Giorgio che non avrebbe mai pensato vi potesse essere al mondo un uomo che pensasse a due donne in una volta e che avrebbe certo afferrato per il collo il primo che avesse ardito parlare senza rispetto della sua Giusta, fu come colui che cammina sopra una bella prateria smaltata di fiori e che a un tratto si trova sotto il piede la melma d’un pantano dove non osa inoltrarsi per timore di sprofondare. Però quando Ernesto gli chiese se sapeva dove fosse l’osteria degli animali parlanti, non volle chiedere alcuna ulteriore spiegazione e rispose secco:
— Oh no.
— No? ma siete dunque mai stato a Torino?
— Mai.
— Non importa! Non siete perciò scusato. Un giovine che ignora l’esistenza degli Animali parlanti — parlo dell’Osteria — è come un leguleio che ignora l’esistenza delle dodici tavole, o un filosofo della botte d’Eidelberga. Gli Animali parlanti, — dice il mio amico Grandis, un altro studente che vi farò conoscere se verrete a Torino — gli Animali parlanti sono la più bella istituzione degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, come la Università è la più brutta. Ed è una istituzione davvero. Voi la credete forse una bettola, ma v’ingannate. C’è il suo statuto che ha il vantaggio d’essere mutabile e riformabile a piacimento; c’è il suo presidente — perchè la istituzione è repubblicana, — i suoi censori, i suoi tribuni, e come il fuoco sacro dell’allegria e dell’amore non mancano mai, così ci sono anche le sue Vestali per custodirlo... e vi assicuro io che la fiamma non muore. Venite e vedrete... e forse vincerete. Vi farò conoscere Grandis, quel che vi ho già nominato, che chiamano il gran cucù, perchè si è pensato essere consono a una società d’animali parlanti, che ciascuno portasse il nome d’un animale. V’è l’orangotano, l’alocco, e l’ibi, ecc., e perfino le sacerdotesse hanno il loro soprannome gentilizio.
E mentre Ernesto finiva il suo discorso, la diligenza arrivava ad Asti davanti all’Albergo col Leon d’oro, dove il nostro studente e il nostro campagnolo scesero a stirizzire le gambe ed a mescere insieme un bicchiere del più mascagno alla salute degli Animali parlanti e della loro amicizia.
Quando rientrarono nella catapulta ambulante, il sole tramontava dietro i colli di Superga: una fascia grigia listata di frange d’oro incoronava l’orizzonte, e una ombra sempre più lunga e silenziosa copriva di soave melanconia la terra.
Il postiglione avea smesso di chioccare la sua frusta, i cavalli trottavano a testa bassa; il cinguettio della vettura andava po’ a po’ smorendo e tutti erano dominati dalla malia possente di quell’ora che «ai naviganti volge il desìo e intenerisce il core».
Ma oltre questo, Ernesto risentiva gli effetti d’un altro sortilegio, quello dell’Asti che aveva largamente sorseggiato. Però appena fu in carrozza si accoccolò nell’angolo e vi s’addormentò, mentre Giorgio ripigliava il filo dei suoi pensieri, interrotti dal giorno precedente, gittando appena l’occhio sulle comitive di contadini che tornavano dai campi, invitate dalle colonne di fumo che si innalzavano dai lontani casolari, nunzie della cena che le vigili massaie stavano preparando.
Era già notte. Ernesto dormiva e Giorgio lo guardava. Lo guardava con bontà e, quasi diremo, con intenerimento. Il campagnuolo presentiva che anche in quell’esistenza un po’ guasta e appannata, v’era un raggio di bellezza e di generosità, e ascoltava già con certo compiacimento la voce che dal fondo gli susurrava «sarò tuo amico». Un ciottolone su cui passò la ruota scombussolò nelle più intime latebre, ci si perdoni la frase, la carrozza, e fe’ sobbalzare Ernesto che si svegliò.
— Ah finirò col proporre agli Animali parlanti una rivoluzione contro le regie poste — esclamò tastandosi... dove aveva preso il colpo.
— Per fortuna siamo presto alla fine.
— Dove siamo?
— Il postiglione dice a Moncalieri.
— Ah sì! Veggo «i merli del re».
— I merli del re?
— Sì! in luogo «dei merli del castello del re». Sono abbreviazioni che ti insegneremo quando sarai nella nostra società..... Ora che vi penso noi ci diamo ancora del voi a quel che pare! È un’infrazione agli statuti! Te la senti di darmi del tu?
— Con tutto il cuore. — E lì al buio i due giovani si diedero un’altra volta la mano, nè mai amicizia giurata in faccia al sole fu più sincera e fedele di questa.
— Viva l’amicizia! Peccato che non c’è la bottiglia per il brindisi... Ma domani mio caro... Spadafuori.... cioè.... no.... come ti chiami infine?
— Santafiori! L’hai di già dimenticato.
— Non farci caso.... il nome non importa. Se t’imbrancherai fra gli Animali parlanti dovrai anche tu rinunziare al tuo nome e pigliarti per amore o per forza il nome di qualche bestia della zoologia del Buffon.
— Ed io l’accetterò ben volentieri. Ma dimmi un po’, come potrò entrare nella vostra istituzione se non sono studente?
— Lascia fare! Ti presenterò io come federato.
— Come federato?
— Sì! È una storia lunga che ti narrerò poi... Verrai dunque?
— Verrò.... ma prima....
— Prima che?
— Prima vorrei che mi aiutassi a trovar la casa di tuo padre il dottor Gastone.
— Oh bella! s’intende! Se è la prima volta che vieni a Torino dove vorresti dar del capo?
— In una locanda qualsiasi.
— A farti pelare... Se hai dei quattrini non temere, che la Bombason te ne alleggerirà.
— Ma dove vuoi che vada?
— E non te l’ho detto ancora? A casa mia.
— Impossibile! Sarebbe un’indiscretezza....
— Parola abolita dal nostro dizionario — interruppe tostamente Ernesto. — Inoltre se vuoi metterti in cura sotto mio padre, è meglio essergli vicino.
— No, Ernesto. Verrò a trovarti dove vuoi e quando vuoi, ma accasarmi da te mi è veramente impossibile.
— Ebbene, facciamo un patto. Stasera ti condurrò da Cloe.... e domani verrò a prenderti.
— Cloe! Non è l’alveare — fece Giorgio sorridendo.
— L’alveare — confermò Ernesto.
— Ti sono infinitamente obbligato.
— Allora fai a modo mio e vieni a piantar le tende nella mia stanza. Non s’incomoda nessuno. Ti cedo il mio letto; ed io mi sdraio sul sofà.
— Oh, questo poi no — rispose Giorgio che già cominciava a cedere terreno.
— E vada todos! Bada che è l’ultima transazione. Io terrò il letto e tu sarai condannato al sofà. È convenuto?
— Ebbene, è convenuto. Ma permettimi un po’ una domanda. I tuoi amici degli Animali parlanti hanno tutti il tuo cuore, Ernesto?
— Tutti. Col vantaggio che hanno spesse volte la testa migliore.
La diligenza entrava da S. Salvario nell’Augusta Taurinorum e andava a metter testa al Bue Rosso, scalo delle corriere del Tanaro.
I viaggiatori aggranchiti erano smontati, i bagagli calati e ciascuno avea presa la sua volta.
— Vieni con me, Giorgio — disse Ernesto — e sopratutto non guardar per aria camminando. Perderesti credito e ti prenderebbero per un poeta o un almanaccatore. Tutti gli uomini serii a Torino guardano per terra.
Giorgio fece della raccomandazione dell’amico l’uso che credette e si diede a seguitarlo fedelmente fino a che, dopo buon tratto di strada, Ernesto picchiava a una casa d’aspetto modesto di piazza della Consolata, dicendo: — Questa è casa mia. — E apertosi per di dentro il portello, i due amici entrarono.
VII. IL PIÙ TINTO DEI CARBONARI.
Il medico Gastone aspettava il figliuolo di ritorno dalla campagna in un ampio stanzone che servivagli di studio, tutto tappezzato di scansie e vetrine, piene di volumi, di strumenti chirurgici e d’ogni maniera di preparati di chimica e d’anatomia. Tutta questa suppellettile scientifica, a dir vero, non serviva che d’insegna alla bottega, e ben considerato era messa in mostra più per rinforzare il credito nella dottrina del Dottor Gastone, il quale aveva accattato bensì una certa riputazione nella scuola rabbiosamente brousseista di Torino, ma era ben lontano dall’usare troppo spesso del suo armamentario e della sua biblioteca.
Nel momento in cui lo troviamo, coi gomiti puntati sul tavolino passeggiando liberamente con una mano sopra la lucida curva d’una testa brulla d’ogni lanugine come la guancia d’una giovinetta, il dottor Gastone pensava... Alla scienza?... no!.... A suo figlio? nemmeno... sebbene l’amasse di tenero affetto. Pensava alla Carboneria: alla Carboneria di cui egli era stato il primo apportatore in Piemonte, che era il suo genio famigliare, il suo sogno, il suo nutrimento, la sua ambizione e la sua vita.
Nel 1812, in occasione di un viaggio di istruzione che aveva fatto nel mezzodì, era stato ascritto ai Carbonari del Cilento, e come laggiù i meridionali hanno il genio, dove genio è necessario, di ogni scienza simbolica, e le società segrete che ne facevano professione erano divulgate e potenti, così il Gastone riportò di là tutto il severo convincimento dei suoi maestri e non provò mai la tentazione così facile di posporre un punto d’interrogazione dubitativo a certe ritualità che anche a molti fra i credenti parevano istrioniche. Fin dai primi gradi erasi avvezzo ad osservare colla religione di un neofita tutti i precetti del rituale carbonaresco; e quando fu innanzi nella gerarchia non permise mai ad alcuno di schermirsene e di deriderlo.
Il dottor Gastone poteva dirsi il perfetto Carbonaro. Non motto segreto ch’egli ignorasse, non segno cabalistico ch’ei non sapesse eseguire con drammatica perfezione. Conosceva la storia della Carboneria come i padri guardiani d’un tempo conoscevano la storia del loro convento, e le dava anch’egli, e sul serio, origini antiche ed auguste, facendola scendere da Salomone, da Manete, e via via dai templari, dagli illuminati, dai framassoni; ogni dì aveva sulle dita i titoli e le sedi di tutte le vendite, e ti snocciolava all’occorrenza i nomi di tutti i venerabili e de’ grand’orienti, come avrebbe potuto fare un Almanacco di Gotha della Carboneria. Sapeva a memoria un numero stragrande di aneddoti e li spacciava sicuro e convinto, e fra le altre rimuginava una storia completa del modo con cui la Carboneria aveva aiutato Napoleone a fuggire dall’isola d’Elba, che avrebbe dato clandestinamente alle stampe per edificazione dei fedeli; e infine era il bibliotecario, l’archeologo, l’erudito e il giurisperito della Società.
Con tali attributi e tale fervore di credenza nessuno meraviglierà s’egli facesse propaganda e se la sua messe fosse copiosa.
Non appena reduce in Piemonte, il suo primo pensiero e il suo primo sforzo fu di impiantare una vendita a Torino e vi riuscì. I buoni cugini non si contarono dapprima che sulle palme della mano, ma poi raddoppiarono, moltiplicarono, e la vendita locale divenne centrale, cui ben presto prestarono sudditanza e fecero corona molte altre vendite in tutte le città del Piemonte, penetrate in breve nelle magistrature, nelle milizie, nelle scuole, a’ piedi dell’altare, nell’aula della reggia, formidabile serpe laocontea che montava invisibile ma sicura al collo dei tiranni d’Italia, e li avrebbe di certo strozzati, se essi medesimi non si fossero vestiti delle sue sembianze e non l’avessero ingannata.
Il nostro dottore però rappresentava la vecchia Carboneria; quella a cui bastava radunarsi in un sotterraneo addobbato di simboli tetri per pronunciarvi sopra lo stocco e il gomitolo una tragica formola. Perciò i patriotti piemontesi, i quali verso il 1818 cominciavano a comprendere come le opere sole avrebbero potuto suggellare i magnifici giuramenti delle vendite e che pensavano seriamente ad una rivoluzione, sebbene fossero pieni di stima per la probità del loro fondatore, si diedero piano piano a emanciparsi da lui, a celare una parte dei loro segreti e a non considerarlo più che come uno strumento passato d’uso o tutt’al più come l’uomo tecnico delle controversie disciplinari. Però non gli assegnarono che un grado mediocre nella gerarchia, e lo crearono solamente Censore. Il povero Gastone versò lagrime amare e sincere per quell’oblìo che a lui pareva ingratitudine; pensò un momento rassegnare la dignità; ma alla fine non ebbe cuore di separarsi da quella che chiamava la sua seconda famiglia.
E naturalmente la famiglia prima, cioè la vera, ne pativa alquanto. Gli interessi andavano alla carlona; l’educazione del figlio ne scapitava; i malati gli andavano al camposanto, e il dottor Gastone non se ne accorgeva, parendogli che dal giorno in cui Ernesto aveva presi i primi gradi dell’ordine fosse in buon porto di salvazione e la famiglia al sicuro da ogni disastro sotto le grand’ali della Carboneria.
Quando Ernesto entrò nello studio, traendo seco Giorgio che stava di dietro timidamente, il dottore si scosse dalla meditazione, s’alzò e baciò ripetutamente il figliuolo che gli corse nelle braccia.
— Babbo... ti presento un mio amico.... un amico.... che ho trovato per istrada.
— Oh bravo, bravo Ernesto... ho molto piacere — e il dottore agguantava la mano di Giorgio stringendola più volte col triplice segno carbonaresco; segno che il nostro campagnolo non solo non capiva ma non avvertiva nemmeno.
— E come si chiama il signore? — riprese un po’ secco il Gastone, che non vedendosi corrisposto al segno cominciava a raffreddarsi.
Ernesto declinò il nome del suo amico.
— Come!... Santafiori?... Santafiori di S....
— Sissignore — fece Giorgio.
— E figlio di Battista?...
— Sissignore.
— Oh mio caro e buon ragazzo.... qua un bacio.... un altro ancora.... già la disgrazia la ho saputa subito.... non parliamone più. Gran buon uomo quel Battista... peccato che non abbia voluto.... basta.... ma c’è il figlio.... il figlio si farà cuore.
Queste parole che il dottore pronunziava a strascico, unite insieme e rinterzate dal necessario significavano: «peccato che Battista non abbia voluto farsi carbonaro. Basta, ci vuole pazienza! ma c’è il figlio da pescare e si pescherà».
Giorgio naturalmente non aveva capito un ette. Ernesto invece indovinò l’antifona e pensò subito di tagliar corto.
— Ho offerto a Santafiori l’ospitalità in casa nostra.
— Benone — esclamò il dottore.
— E vado a far preparare un po’ di cena per riparare ai guasti che le diligenze di S. M. hanno fatto nei nostri ventricoli. Intanto ti lascio solo con Giorgio che ha una malattia segreta da confidarti.
— Oh! — fece il dottore guardando fra dolente e stupito l’ospite suo che sorrideva. — Via parlate signor Santafiori — ripigliò il medico quando si fu accorto che Ernesto era uscito. — Sedete e parlate.
— Signore — fece Giorgio restando in piedi e pigliando una certa aria solenne. — La mia malattia è una fantasia di suo figlio che io non ho voluto contraddire per poter conservare più gelosamente il segreto che mi conduce da lei.
— Non si tratta dunque di medicina!... E di che cosa si tratta allora? — rispose Gastone ravvivato nelle sue segrete speranze e avvicinando la seggiola.
— La prego di leggere questa lettera — e Giorgio porse al dottore il biglietto che gli aveva lasciato suo padre. Gastone pose a cavallo del naso un paio d’occhiali e si mise a borbottare più che a leggere queste parole:
Gennaio 1827.
«Caro Gastone.
«Quando mi proponeste or sono cinque anni di dare il mio nome alla Carboneria non lo volli e ve ne diedi le ragioni, che ripetere non giova.
«Nullameno se a ottant’anni, dopo aver percorse tutte le società segrete di due secoli e di due mondi, non poteva sentirmi invaghito d’entrarvi, mio figlio che pose oggi il piede sulla soglia della vita, non dee restare ignaro di ciò che si pensa, si spera e si prepara per la libertà del suo paese, ed io desidero ch’egli offra il suo braccio alla Carboneria, fidente che alla religione del giuramento egli non mancherà mai. Però lo mando a voi, caro Dottore, perchè l’iniziate.
«Fate che il suo amore alla libertà ed il suo odio alla tirannia, fruttino opere generose alla patria e che egli vegga compito il sogno che io porto meco nella sepoltura.
«Battista Santafiori».
La faccia del dottore mano mano che procedeva nella lettura era divenuta porporina, copiose stille di sudore imperlavano la sua calva fronte, due grosse lagrime gli colavano sulle guance, un sorriso di contentezza gli tremava sulle labbra, e il foglio pareva gli volesse saltar fuori dalle mani come lo avesse colto la paralisi.
Appena finita la lettera si gettò egli stesso nelle braccia di Giorgio, gli afferrò colle mani la testa e baciucchiandolo di nuovo: — Ah sì!... — gridava — oggi stesso.... subito.... mio caro cugino.... mio buon cugino.... che sii benedetto tu e il padre tuo.
Giorgio non poteva comprender bene il significato di quelle parole «buon cugino»; tuttavia alla vista di quel vecchio commosso e tremante non potè vincere egli stesso un fremito d’emozione e dovette appoggiarsi ad una sedia per non traballare. Quale mai doveva essere quel mistero a cui suo padre lo avviava dalla tomba, che faceva piangere un vegliardo e a lui, giovane provato alle percosse, battere i polsi?
Però come la prima sfuriata quetò, Gastone prese a dire:
— E voi siete ben preparato, figliuol mio?
— Lo sono.
— E se v’imponessero prove terribili?
— Le subirei.
— E se vi comandassero un delitto?
— Un delitto! — chiese Giorgio meravigliato — mio padre non può volere ch’io m’ascriva a una setta di malfattori.
— Bene! domani sera vi condurrò io stesso alla vendita e sarete ordinato.
E in quel mentre entrava Ernesto ad annunziare che la cena era imbandita con soddisfazione di tutti, ma principalmente del dottore cui la conquista di un nuovo accolito aveva risvegliato uno straordinario appetito.
La notte Giorgio non potè, come l’inferma di Dante, trovar posa sulle piume; il domani stavagli confitto come chiodo nella mente e il sonno stesso non potè sconficcarlo. Quando verso il mattino s’addormentò, i pensieri della veglia divennero le larve del sogno e nella lor forma impalpabile sembrarono più terribili. Povero giovane!... quei sogni erano forse profezie.
Quando si svegliò aveva le ossa peste, le arterie lo martellavano ancora, e le nebbie della notte non peranco s’erano dileguate dall’anima sua.
Cercò Ernesto, era all’università; cercò il dottore, era alle sue visite: si trovò male nella solitudine di quella casa e uscì. Si pose a vagare solo soletto per Torino, ma ben presto fu annoiato dai monotoni rettilinei di quelle contrade, dalla perenne penombra di quelle viottole umide e strette, dove non era vestigio di gloriose memorie antiche, dove era rachitico il moto della vita moderna, dove una popolazione nana, taciturna, povera, insassata, senza raggio veruno di brio e di vivezza italiana, passava e ripassava come popolo di fantasmi in una squallida necropoli.
Quest’era l’impressione di Giorgio quaranta e più anni fa; e certo chi confronta la povera capitale dei poveri re di Sardegna e i suoi sessantacinque mila abitanti colla splendida sede del regno d’Italia, animata dalle sue duecento mila persone, co’ suoi monumenti, le sue ricchezze, le sue industrie e il suo splendore odierni, troverà legittimo il giudizio e onesto il commento che il narratore delle sue memorie ci appulcra.
VIII. DELUSIONE.
Giorgio s’era fermato in mezzo a piazza Castello a contemplare la magnifica facciata del palazzo Madama, lavoro di Filippo Juvara, lamentando anch’egli che alle altre tre parti dell’edificio mancassero gli ornamenti della fronte come a un bel viso di donna le grazie dell’imbusto e l’armonia dell’insieme.
La sua contemplazione però non era così assorta che egli non avesse scorta subitamente la cavalcata di tre persone preceduta da uno staffiere in livrea che sbucava sulla piazza destra di Po.
Il cavaliere di destra sembrava gentiluomo d’alto affare, perocchè gente che già cominciava ad accalcarsi ed a far ala convergeva su lui principalmente gli sguardi e a lui solo dirigeva gli inchini e le rispettose sberrettate. Ci fu anzi un tentativo, un preludio di battimani che smorì via, non sapremmo ben dire se per un sentimento di decoro popolesco o per mancanza di sego alla macchina dell’adulazione.
Era un giovane lungo, magro, patito, giallo come l’itterizia o il rimorso, dal mento osseo e nudo d’ogni onore, dagli occhi grigi ora vaganti e inquieti, ora vitrei e fissi, incavernati dentro i zigomi prominenti e gli orli sporgenti delle ciglia, simili a fatue fiammelle nel cavo d’una tomba. Il vestito era nero, abbottonato, disadorno come quello d’un giovane collegiale uscito di recente dalle austere chiostre dei Gesuiti: le gambe straordinariamente prolisse gli cascavano più che non poggiassero sulle staffe; il braccio destro che non reggeva le redini penzolava come sfibrato lungo il fianco; sulla sua fronte, nel suo sguardo, nel portamento, nella persona tutta, un marchio indefinibile di fatalità, un misto di tragico, di grottesco, di ascetico; don Chisciotte coll’occhio d’Amleto nelle vesti di Lojola. Guatava sotto le pupille a destra ed a sinistra, rispondeva ai saluti portando automaticamente la mano all’ala del cappello e facendo ad ora ad ora caracollare il bianco destriero, esercizio nel quale sembrava maestro.
— Chi è questo signore? — chiese Giorgio percosso dalla visione di questa figura.
— Oh curioso! non lo conoscete? — fece uno degli ammiratori — è il principe Carlo Alberto di Carignano.
— Lui!... — e Giorgio stette a bocca aperta guardando lungamente dietro la cavalcata che era già sparita dietro le cancellate del palazzo reale.
La sera giunse, e il dottor Gastone, fatte altre raccomandazioni al neofita, per vie torte e recondite lo condusse seco alla residenza dei carbonari. Era questa l’ultima casa a destra in via Santa Teresa; s’entrava per una pusterla, v’era un atrio nudo ed umido, una scala larga e scivolante; in cima al secondo pianerottolo un grand’usciale forato nel suo centro da uno di quei finestrini che si chiamano occhio di bue.
Gastone picchiò tre colpi colla mano: un occhio si presentò al finestrino e poco dopo l’usciale si aprì. Tre uscieri o guardiani coperti da maschere nere stavano impalati all’ingresso, e solo al venir di Gastone si diedero tre trinciate traverso al petto, saluto e segno di riconoscimento dei Carbonari.
— Bendategli gli occhi — disse il dottore a uno dei tre uscieri; — è necessario, amico — riprese volgendosi a Giorgio; — aspettate qui nel vestibolo finchè sarete chiamato.
E dati ancora tre picchi alla porta di una stanza attigua, vi entrò.
I tre avvolsero intorno alla testa di Giorgio due fazzoletti, s’assicurarono che luce non potesse entrarvi nè uscirne, lo presero per mano e gl’intimarono di seguitarli. Il giovine sentiva schiudere e chiavare delle porte, urtava talvolta i ginocchi nelle seggiole e così a mano cieca credette di percorrere molte stanze. Ma s’ingannava: egli non aveva fatto che girare intorno alla medesima sala che il dottore chiamava vestibolo e i chiavistelli che croccavano non erano che quelli della medesima porta d’entrata.
Alla fine sentì al suo orecchio la voce del dottore Gastone che gli susurrò: — venite meco.
Sempre al buio camminò; e come egli credeva d’aver fatto un lungo giro, gli era impossibile nemmeno colla mente d’orientarsi. Avvertì soltanto sotto i suoi piedi qualcosa di molle che smorzava i suoi passi, ma non potè distinguere se fosse erba o tappeto.
Gli fu imposto di fermarsi e si fermò: di non muoversi e non si mosse: s’accorse d’esser solo e provò la duplice sensazione della notte e del deserto.
— Chi siete? — tuonò dopo un bisbiglio indistinto di pochi minuti una voce.
Giorgio disse con voce fermo il suo nome.
— Che volete? — richiese la stessa voce.
— Entrare nella società dei buoni cugini carbonari — rispose Giorgio facendo pro delle lezioni del dottore.
— A quale scopo?
— Per il trionfo della libertà, lo sterminio dei tiranni e il regno della giustizia sulla terra.
— Credete la società tanto potente e tanto illuminata per compiere questa triplice missione?
— Lo credo.
— Non sapete che essa ha le mani grondanti di molto sangue innocente?
— Non lo credo.
— Non sapete che essa, sotto il mantello della carità e della patria, cova neri progetti d’ambizione e che non altro agogna che satisfare la propria sete di ricchezza e di onori?
— Non lo credo.
— E siete parato a seguitarla dovunque?
— Sì.
— Ad obbedirla?
— Sì.
— A darle il sangue?
— Sì.
— A darle la vita e la vita dei vostri cari?
Giorgio esitò un impercettibile momento, ma rispose tosto:
— Per un santo fine, sì.
— Dei vostri parenti e dei vostri amici?
— Sì.
— Di non scandagliare, di non discutere, di non travisare i pensieri, i propositi, i decreti dell’ordine, e di serbarne fedelmente i segreti?
— Lo potrei giurare.
— E vi basta l’animo di compiere per essa qualunque impresa, e, se fosse necessario per la sua gloria e la sua salute, di consumare anche un delitto?
Era la stessa domanda che il dottore avevagli fatto la sera precedente, ed egli diede la stessa risposta.
— Mio padre, Battista Santafiori, che voi forse avrete conosciuto e che era un santo uomo, non mi avrebbe mandato a voi se vi avesse creduti capaci d’un delitto.
Lo stesso interrogatore insistè: — ma se la società decretasse ciò che gli uomini chiamano un delitto, e commettesse a voi il perpetrarlo, che fareste?
Giorgio non rispose.
— Rispondete.
— Come debbo rispondere? istruitemi — dall’accento capivasi che l’interrogato cominciava a impazientire.
— Rispondete quel che volete.
— Non ubbidirei.
— Non ubbidiresti?... voi dunque non volete essere nostro «buon cugino»?
Giorgio esitò ancora una volta, poi francamente e con voce risoluta rispose:
— A questo patto no.
Appena uscite queste parole un gran tramenìo si fece nella sala. Le porte tornarono a sbattere fragorosamente, e in mezzo alla confusione delle voci il neofita potè distinguere questa intima: — si escluda, e si rimandi.
E tosto la stessa persona che aveva sempre parlato, ricominciò con tuono solenne:
— Se è così, come dite voi, sappiate che non potete entrare nel nostro ordine. Badate però che se svelerete a persona viva, foss’anche la minima parte di quello che avete udito e veduto, la Società ha l’occhio lungo e la mano sicura e ovunque vi celiate saprà colpirvi.
E prima ancora che Giorgio avesse tempo di profferire una ragione si sentì afferrare da quattro braccia robuste, e senza intimazione trascinare in mezzo alle tenebre, e dove non sapeva. Provò per un secondo la voglia di stracciarsi la benda e di rispondere per le rime a quella violenza, ma il pensiero di suo padre lo contenne. Gli fecero fare i medesimi ghirigori e lo condussero ancora nel vestibolo. Intanto nella conventicola la discussione erasi incalorita: quegli che aveva parlato e che era il Venerabile della Vendita in persona opinava per l’accettazione, non solamente perchè il rifiuto di piegare a un comando colpevole testimoniava dell’onestà del candidato, ma perchè lasciarlo possessore d’una metà del segreto senza legarlo col giuramento dell’Ordine, era un’imprudenza ed un pericolo.