Volume 2 — PARTE SECONDA. IL FIGLIO (continued 2)
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Un altro invece insisteva per il rifiuto, perchè la base fondamentale della Società era l’assoluta obbedienza, senza di che essa non avrebbe più potuto esistere. «Se, diceva egli, noi possiamo imporre come prova ad un candidato perfino il suicidio, perchè non potremo pretendere da lui un altro atto qualsiasi?»
Nella testa invece del povero dottore Gastone battagliavano i più opposti sentimenti. Da un lato l’antica religione del rito carbonaresco lo eccitava a respingere senza grazia il giovine che aveva così sfidato le collere onnipotenti dell’Ordine; dall’altro il pensiero che il suo candidato era il figlio di un amico e di un uomo sì benemerito della patria e dell’umanità, lo consigliava a impetrare dai colleghi l’ammissione ed il perdono. Però egli ingarbugliò un discorso tutto lardellato di citazioni erudite per fare una di quelle dimostrazioni bifronti e a doppio taglio delle quali i sofisti d’Atene, i farisei del sinedrio, e i moderati di tutti i paesi furono maestri, provando che il principio stava per il rifiuto, ma il caso per l’eccezione; raccomandando il suo proposto in nome dei servigi resi da suo padre, della sua giovinezza, e delle sue speranze.
Quand’ebbe finito gli grondavano i goccioloni, perocchè nulla eragli mai costato tanto come il venir meno a quella rigidezza di osservanze nella quale aveva fatto voto di vivere e morire.
La disputa continuò ancora un poco, ma il partito della eccezione fu vinto e Giorgio ricondotto al medesimo posto bendato come prima.
La medesima persona con voce anco più solenne ripigliò il discorso così:
— Giorgio Santafiori. Il venerabile consiglio vuole interpretare benignamente le vostre parole, e non come un atto di disubbidienza ai suoi precetti, ma come un testimonio d’onestà che per fermo vi onora. Esso però, prima di ammettervi nel suo seno, affinchè non possiate nè scagionarvi per ignoranza, nè aspettarvi nessun perdono se gli trasgredite, deve darvi alcune norme. Norma prima e immutabile: dovete tenere la ubbidienza cieca e muta ai decreti nostri. Per questo la Carboneria è potente, per questo essa s’aggira non vista, inaspettata e temuta dovunque; per questo essa potrà compire la grande missione che l’autorità dell’universo le ha confidata fra gli uomini. Nessun atto malvagio può partire da lei, perocchè essa esprima e voglia la giustizia e punisca di infamia e di morte chi sindaca le azioni sue, e s’oppone a’ suoi divisamenti. Valgavi un’altra legge, ed è il mistero. L’ombra è il suo regno, e il silenzio la sua forza. Chi tradisce a un profano una sola delle sue parole è inesorabilmente condannato ad essere percosso egli stesso da una mano invisibile ma sicura. Rammentatevelo; finchè l’ora non sia suonata d’uscir dalle tenebre e di sfolgorare nella luce, tale è la sua legge. La adempirete?
— L’adempirò — rispose freddamente Giorgio.
— Inginocchiatevi e pronunziate la formula di giuramento.
Giorgio eseguì e pronunziò.
— In virtù dei poteri che ci sono conferiti vi comunichiamo il primo grado dell’ordine. Voi siete carbonaro.
Fatto ciò gli furono appresi i segni e le parole di riconoscimento, i saluti e i modi di chieder soccorso, e alla fine fu ordinato agli stessi uomini che l’avevano guidato di sbendarlo.
Come rivide la luce, Giorgio fu colto da tale attonimento che poteva quasi rassomigliarsi a stupidità. La fantasia aveva dunque tramato una sì ricca tela di sogni per preparare ancora più umiliante e cocente il disinganno della realtà.
Il sotterraneo tenebroso, le pareti cariche d’emblemi, e di simboli spaventevoli, un tribunale d’uomini pallidi e solenni, la luce incerta, i suoi arcani che montano dagli abissi della terra e incutono terrore, il linguaggio mistico e ispirato, il vero, il grande mistero come lo aveva immaginato, come sapevano prepararlo ed affrontarlo quei sacerdoti e quei neofiti delle prime religioni d’Oriente, come l’avevano conservato sotto gli atrii di porfido, o dentro le caverne dischiuse nelle viscere delle foreste ancor vergini, i grandi maestri delle Società segrete del Medio Evo; tutto ciò avrebbe forse compensato la povertà dei sentimenti e del linguaggio, la mancanza di fede e di vita che in quell’interrogatorio gli si erano improvvisamente rivelati.
Invece un volgare e prosaico stanzone, delle cortine di percallo alle finestre, un tappeto verde sbiadito sopra una tavolaccia, degli uomini in cravatta bianca noiati e sonnolenti sopra poltrone di maio spelato seduti all’intorno, degli emblemi di carta appesi o impiastrati alle pareti; l’ironia teatrale del terrore; l’aula d’una accademia di Arcadia nell’ora del chilo.
Giorgio era salito troppo alto nelle nubi e bastò quel fioco lume di candela per farcelo precipitare; cercò una cortesia per quella gente e gli fallì; un sentimento di fratellanza e nol trovò; stette un istante a contemplare quelle figure avvizzite e sbadigliose che disarmonizzavano tanto dai motti che profferivano e dalla dignità nella quale si drappeggiavano; e sbagliato due volte il saluto col quale doveva accomiatarsi, uscì dalla sala e, prima ancora che Gastone potesse raggiungerlo, dalla casa.
Lungo le scale urtò contro un lungo fantasima d’uomo avviluppato in un ampio mantello che montava a passi di gigante. Quando costui fu in faccia al nostro giovane avvallò ancora più il mento nel collare del ferraiuolo e scavalcò tre scalini in un sol passo. Ma nè l’atto, nè le tenebre valsero a nasconderlo. Giorgio aveva stampato quel volto a linee incancellabili in mezzo al pensiero, e non appena lo travide nell’ombra, lo riconobbe; lo riconobbe e si agguantò alla ringhieria per lasciarlo passare, più incredulo che atterrito a quella apparizione.
Era ancora Carlo Alberto di Carignano che saliva la scale dei carbonari.
IX. GLI «ANIMALI PARLANTI».
Passando nell’aprile del 1820 per via della Zecca, arrivati alle ultime case bastava alzar gli occhi per vedere al sommo d’una porta larga e bassa un’enorme insegna di osteria. L’insegna con pennellate da orbi raffigurava sopra una larga tavola l’apologo del Leone che fa le parti ai minori compagni di preda, come ce lo ha lasciato descritto Fedro nelle sue favole, e l’Abate Casti nel suo poema; e sotto portava a lettere meglio che da speziale questa scritta un po’ singolare:
Agli animali parlanti si mangia, si beve, e non si giuoca.
Ora bisogna convenire che se la bizzarria dell’insegna e le due prime promesse della scritta «si mangia e si beve» erano un bell’amo agli avventori, l’ultima condizione minatoria «e non si giuoca» pareva proprio stampata là per far scappare tutta quella parte rispettabile di publico beone e bettoliere che ama avvicendare il corso ed il boccone col giro di tresette e di primiera.
Alcuno però dapprincipio aveva preso a giuoco il divieto, ed aveva cercato deluderlo, ma l’oste era subito intervenuto e con due parole secche e dure come pugni di ferro aveva subito rimesso l’ordine e fatta rispettare la sua legge...... E gli avventori bevevano, pagavano e se ne andavano scontenti, e giurando di non tornare mai più in una bettola che aveva la disciplina del convento, mangiare, bere, e non far nulla!
L’oste però, ad onta del sensibile abbandono del suo negozio, non mostrava alcuna disposizione a scancellare quell’articolo di legge e quando quella bettola era deserta si sedeva in panciolle sulla porta; accendeva la sua lunga pipa e fumava aspettando.
L’oste però non era solo; c’era anche una ostessa; c’era una mogliera, quindi un’opposizione, un dissenso, un antagonismo di poteri, e dentro a certi limiti molto ristretti, un dualismo. La moglie infatti non aveva mancato opporsi fin dalle prime a quella capricciosa proibizione con tutte le ragioni del tornaconto nelle quali era dottissima, e con tutte le forze della sua loquela, le quali erano onnipossenti; ma il marito che le cedeva pro bono pacis in tutti gli accessorii, da questo, che a lui pareva principale, non volle indietreggiare nemmeno d’un passo, e un dì in cui la voce della sua compagna s’era fatta impertinente e riottosa più del dovere, aveva finito coll’intimarle un solenne ed imperioso front-en-arrière — front! che era il più valido mezzo con cui soleva chiudere la discussione, e sciogliere le sedute quando le vedeva un po’ troppo tirate in lungo.
Perocchè bisogna sapere che il padrone degli animali parlanti era un vecchio soldato; nientemeno che un avanzo di Saragozza e della Beresina; un sergente del Grande Esercito.
Quando nel 1814 fu atterrato l’idolo che egli aveva adorato con 500 mila camerati, portati in giro per le capitali d’Europa, il sergente Pietro Carrera era prigioniero dei Russi in Siberia, e quando dopo la pace del 1815 egli potè rivedere l’Europa, Napoleone era già incatenato sul suo scoglio Africano e il sole dell’impero era tramontato.
Ma Pietro Carrera aveva fatto come il granatiere dell’Elba: aveva riposto nel suo zaino l’aquila vinta e aveva giurato d’aspettare. Egli era uno degli entusiasti del grand’uomo, e credeva sempre vederlo tornare come un Messia. Per lui era la gloria non solo, ma la libertà, la giustizia, e in una sola parola, la patria, che lui caduto era divenuta schiava e soltanto in suo nome poteva essere redenta.
Ed all’adorazione del Semidio rispondeva con odio profondo e mortale contro la torma di tirannelli che s’erano gettati sulle sue spoglie e se l’erano divise. Tornato in Piemonte non ebbe che parole di disprezzo per i soldati del grande Capitano che non avevano esitato porre al servizio de’ suoi nemici la loro vecchia spada di Osterlitza e di Majoraloswetz, e non volle avere nulla di comune nè con loro, nè col governo... Li chiamava soldati di ventura e disertori, e quando li vedeva passare, il fiero veterano voltava le spalle e sputava nero.
Ma bisognava vivere, e dopo avere per i primi tre anni curvata la fronte, che aveva tante volte sfidato l’aspetto degli Ulani austriaci e dei Cosacchi, sotto la soma del facchino in un magazzino, trovò una donna che s’innamorò della sua cicatrice e lo sposò.
Egli aveva allora cinquant’anni e Caterina 40 e l’accordo dell’età non poteva essere più promettente.
Caterina gli portò in dote un migliaio di lire e questo fu il capitale col quale inaugurarono la taverna degli Animali parlanti.
Ma il sergente Carrera, oltrechè essere un devoto napoleonico, era un uomo austero; non avrebbe mai voluto un mestiere che servisse d’alimento al vizio ed alla poltroneria. Fino al buon vino ed alla buona tavola ci arrivava, e memore delle allegre libazioni del bivacco e dei festosi ditirambi della vittoria, poteva perdonare qualche scappata in onore di Bacco, che era nella sua mitologia, meglio dell’infida Venere, il solo amico di Marte.
Inoltre egli aveva un pensiero segreto che non aveva ancora interamente rivelato a nessuno e che pochi soltanto avevano confusamente indovinato.
Egli voleva formarsi un pubblico d’avventori tutto suo, col quale poter star a discorrere, disputare a comodo suo, senza ombra e senza sospetto, ed al quale, occorrendo, svelare le recondite speranze del suo cuore, e questo pubblico non poteva essere di scioperati, di fannulloni e d’imbecilli. Il suo ideale erano i giovani ed i soldati, i giovani perchè pronti a tutte le idee generose, i soldati perchè, una volta educati, avevano il braccio armato per sostenerle.
Per questo egli aveva aperto bottega in via della Zecca tra l’Università e la Caserma, sperando che la vicinanza gli avrebbe tirati gli avventori d’entrambe le parti, per questo teneva il miglior Barbera e lo vendeva al più basso prezzo possibile, e consacrava a’ suoi intingoli di pollo tutto lo sforzo della sua arte culinaria.
Quanto a giuocare ci dovevano rinunciare; chè non è al tavoliere colle carte in mano che si fanno gli uomini ed i soldati: poi erano tutti ragazzi, figli di famiglia e corti di borsa, e non voleva che venissero in casa sua a spennacchiarla di que’ quattro soldi che i loro parenti, sottraendoli più spesso al pane quotidiano, mandavano loro da casa.
Era un oste evangelico e una bettola morale. Cosa miracolosa in vero!
Mamma Caterina era una buona donna e aveva per suo marito un gran rispetto confortato da una buona dose di paura. Ma quel sistema economico non c’era versi che le potesse entrare in capo. Essa era tutta economia, tutto sparagno, diremo addirittura tutta lesineria: avrebbe fatto intingoli di passeri se avesse potuto venderli per capponi, misurato col centimetro le porzioni, e annacquato il vino a suo padre se fosse venuto alla sua bettola; considerava insomma l’avventore come il suo arcolaio, un coso da far girare finchè c’era un’agugliata sul suo cilindro, od un quattrino nella sua tasca; e vi lasciamo immaginare come doveva cruciarsi di quelle pazze prodigalità di suo marito.
Perciò su questo tema era un continuo litigio — «Sergente — lo chiamava sempre per il suo titolo giacchè oppositrice sì, ma rispettosa sempre, — c’è troppo lardo nell’intingolo — Sergente, facciamoci pagare il lume agli avventori che si fermano dopo bevuto... Sergente, c’è troppo vino in quel Barbera — Sergente, se non lasciate giuocare nella vostra osteria ci giuocheranno i topi!...»
Il sergente rare volte si lasciava tirare a discutere giacchè sapeva, che una volta accordata libertà di parola, egli era vinto; piuttosto se gli pareva lecito accordava. Ma il più delle volte frenava, come dicemmo, la discussione con un comando militare, reminiscenza de’ suoi giovani anni, che mutava di rigore a seconda de’ casi e della circostanza. Così quando le chiacchiere della moglie l’avevan appena nojato, un Garde à vous.... e la donna subito zittiva; se ella però ripigliava, ed egli cominciava ad infastidirsi, le replicava con un più sonoro armes-aux-pieds. Se infine questi due comandi erano stati vani e le manovre non erano eseguite, usciva con un finale e rabbioso: fron-en arrière-front! dopo il quale nemmeno sua moglie osava più fiatare.
Ciò non ostante per i primi mesi finì coll’avere ragione mamma Caterina. La taverna era deserta, e il sergente Carrera continuava da trenta giorni a mangiare egli solo i suoi intingoli. Mamma Caterina disperava, e Carrera stesso era impensierito e molinava tra sè di cambiar mestiere.
Finalmente un giorno, una brigata di studenti usciti allora di scuola coll’appetito che sogliono mettere certe età e certe lezioni, alzarono il naso come Renzo all’insegna del Sole, nell’apologo degli Animali Parlanti, e si fermarono a guardare e a leggere.
— Tò — disse uno di loro — deve essere un oste di spirito quegli che ha scelto quell’insegna.
— E di coraggio, soggiunse un altro. Quel Leone che fa le parti a modo suo «quia nominor leo» ricorda il famoso apologo nel Congresso di Vienna e mi pare impossibile che il Buon Governo l’abbia perdonato.
— Bah! Il Buon Governo è troppo buono per capire queste cose.... Ma la scritta dico io «Qui si mangia si beve e non si giuoca».... che l’oste sia un quacquero?!...
— Potrebbe essere un filosofo... là.
— Da pranzare ce n’è...
— Sicuro che ce n’è...
— Cosa per esempio?...
— Minestra e intingoli di pollo... formaggio, insalata.
— E null’altro?
— Non è anche troppo? — fece il sergente.
— Eh..... — rispose il primo interlocutore.....
— Quando lo dite voi..... signor oste..... basterà.
— Vengano di sopra e staranno meglio.
— Avete una stanza di sopra?
— Due ne abbiamo — fece Carrera sempre collo stesso piglio....
— Allora andiamo di sopra....
E i quattro studenti si misero a tavola.
Trovarono il vino eccellente, l’intingolo squisito, i prezzi discretissimi e quand’ebbero finito vollero fare un brindisi agli Animali parlanti ed al loro proprietario.
— Come vi chiamate, caro oste? — disse quegli che pareva il capo della brigata e che era il nostro conoscente Ernesto Gastone.
— Pietro Carrera, sergente di Napoleone e decorato della Legion d’onore.
— Sergente?.... Cavaliere voi, e fate l’oste... qui?.... fece Ernesto guardando le pareti nude e le quattro tavole bianche della sala.
— E perchè no?...
— Ma un sergente di Napoleone potrebbe essere almeno tenente nel nostro esercito.
— Un sergente di Napoleone può vendere degli intingoli ma non può vendere la sua coscienza.
— Bravo Carrera! viva il nostro sergente Carrera!.... Toccatela con noi, sergente!...
E gli studenti sporsero uno de’ loro bicchieri al veterano e vollero che bevesse con loro...
— Sì, ma viva pure quello là — disse Carrera — e additò sopra il camino un busto in gesso di Napoleone I.
— Ma l’Italia prima ancora di lui! — replicò il capo della brigata.
— L’Italia.... L’Italia.... biascicò tra i denti il sergente.... ma chi la libererà l’Italia... lui!... ancora lui!.... disse alzando sul busto i suoi occhi umidi di lagrime involontarie.
— Sergente, voi siete un nobile cuore — disse uno degli studenti. — Noi ci intendiamo e ci intenderemo meglio. Intanto gli studenti di Torino prendono sotto la loro protezione gli Animali Parlanti e da quest’oggi essi diventano una succursale della Università degli Studi.
— No — disse Carrera — vi ringrazio.... no, troppa gente mi noierebbe e mi nuocerebbe... — Pochi ma buoni... mi basta.... e ad una condizione.
— Che qui non si giuoca?
— E che non si scherza — soggiunse il sergente.
X. SOLDATI E STUDENTI.
Una volta scoperti, gli animali parlanti diventarono di moda. Tutta l’Università vi volle letteralmente passare; il buon mercato attirava non meno che il nome del Taverniere e la bizzarria dell’insegna.
I quattro studenti poi s’erano ben guardati dal ripetere il brindisi che avevano fatto assieme al vecchio soldato, e nulla era trapelato di quella specie di patto. Ma la voga durò due mesi, poi cominciò a scemare.
Molti erano sazi degli stufati di mamma Caterina, e molti trovavano che il bettoliere era troppo severo e i racconti delle sue campagne troppo lunghi, ed avevano finito col riparare altrove. Così la società era andata vagliandosi e diradando fino a che si ridusse ad una dozzina di veri avventori. Ma questi erano fedeli a tutte le ore del giorno e della notte, e si sarebbe detto che avessero fatto degli animali parlanti il loro quartiere generale. Il fatto è che essi avevano altre ragioni oltre quelle del piacere per non lasciare quel posto.
Essi in quella casa trovavano una sicurezza che in nessun altro luogo avrebbero trovata. Giunta una certa ora, guardatisi in faccia, numerati gli amici, non temevano che alcun orecchio traditore fosse alle porte ad origliare e intanto che il vecchio sergente andava e veniva montando le guardie per essi, potevano dirsi tutto quello che volevano, e senza tema d’essere uditi e scoperti. Quella taverna era un asilo, una fortezza, talvolta — per le idee che vi si manifestavano — un tempio.
Tutte le rivoluzioni, fu detto, hanno cominciato all’Osteria..... La rivoluzione del 20 in Piemonte cominciò agli animali parlanti!
Quei dodici studenti erano Enrico Gastone, Alberico Grandis, Pietro Muschetti, Angelo Tubi, Giovanni Majoli, Federico Vigliani, Urbano Rattazzi, Costanzo Ferrari, Alberto Pareto, Nino Tosti, Giovanni Durando e Angelo Brofferio; e questi dodici nomi erano i rappresentanti della Università Torinese, e i più ardenti di quella generazione alla quale era serbato l’onore di dare il primo sangue in quella nuova impresa che si preparava per la causa d’Italia.
Erano tutti Carbonari come voleva l’epoca, ma alla Carboneria credevano poco, molto invece aspettavano dall’esercito, nulla dal popolo. Nell’esercito vedevano uomini o per ingegno o per vanità, o per fama di operate prodezze autorevoli nel paese; e i primi tra essi, alcuni usciti dall’esercito napoleonico e devoti alla libertà, che credevano aver propagata col loro sangue e ad ogni modo nemici delle patteggiate umiliazioni del 1815 e desiderosi di vendicare, in un colla caduta del loro Capitano, i loro stessi diritti. Altri, i più giovani entrati da poco nell’esercito, ma educati all’abborrimento dell’ozio imbelle, e della spregevole bandiera per amore delle classiche tradizioni dovunque risorgenti, per animo generoso o bisogno di audaci imprese reputati esperti più che non fossero delle cose della guerra, erano già tenuti ed eletti per i principali fattori dell’aspettato risorgimento.
Nel popolo invece, ineducato, inesperto, stanco, dissanguato da quindici anni di guerra, estimato sordo ad ogni idea generosa e incapace di un’opinione, nessuno invece confidava o soffermava il pensiero.
Credevano che come gregge avrebbe ubbidito il cenno dei condottieri e applaudito il vincitore.
Negli studenti stessi, e nella gioventù colta in generale, non era a sperare gran cosa: i figli della nobiltà, tranne pochissimi e numerati esempi, impastati di feudali tradizioni e tremanti sotto il cenno della illimitata autorità paterna, e sedotti, o comprati dalla speranza d’una carriera che la povertà quasi universale della nobiltà rendeva necessaria alla corte ed alla milizia, e la più parte per piccolezza d’animo e di mente inetti a guardare oltre una spanna ed a sentire lo spirito dei tempi che si maturavano.
Restava la borghesia, ma anche da questa, quanta parte bisognava fare ai pusilli, al numero immenso che la educazione gesuitica del tempo, sovrana in Piemonte, evirava e impecoriva!...
Se non che a poco a poco anche gli studenti delle altre città del Regno, specialmente quei di Genova ed Alessandria, si ammaestravano alle stesse idee e si stringevano a quei della Capitale in una lega fraterna, che più tardi prese il nome di federazione Universitaria, e raffigurando così l’altra più grande federazione dei popoli italiani che era il sogno più audace, il supremo ideale dei liberali d’allora.
A incoraggiare e cementare queste frazioni, a dar loro unità d’indirizzo e d’azione, professori e maestri secretamente conferivano nelle scuole colla esposizione di liberali dottrine, fuori col consiglio, e più tardi coll’opera e coll’esempio. La storia cita l’avv. Carlo Massa da Asti, Pietro Baggiolini e l’avvocato Tubi.
Ridotte a così sottil numero le file, facile era tenerle insieme colla congiura; e la istituzione dei carbonari serviva meravigliosamente all’uopo. La Carboneria era il vincolo comune. Pei carbonari la Federazione Universitaria comunicava coll’esercito, e col resto della cittadinanza che entrava nel partito liberale. Ogni parte però, l’esercito, gli studenti, i cittadini, aveva capi suoi proprii, e si moveva, come direbbesi ora, entro un certo limite indipendentemente.
E per la trafila delle Vendite comunicavano poi coi liberali della restante Italia, ma era più una comunione di idee che una lega coordinata ad un centro unico, dittatore per un’azione concorde.
In Torino esisteva pure la Federazione Universitaria, e quattro dei suoi dodici membri, Ernesto Gastone, Alberigo Grandis, Ottavio Tubi e Pietro Muschietti, formarono una specie di Balìa, di comitato esecutivo investito di più ampie facoltà, e il solo che avesse l’incarico di mantenere comunicazioni coi capi dell’esercito e della cittadinanza, e di entrare a parte di tutti i segreti del movimento.
Quando però il comitato aveva qualcosa di più intimo da trattare ammiccava l’occhio ai suoi otto amici: essi si ritraevano in un’altra stanza e il comitato restava solo.
Gli studenti avevano saputo destramente togliere al convegno degli animali parlanti ogni carattere politico. Venivano nelle ore del desinare o della cena, spesso colle loro amorose; sturavano molte bottiglie; parlavano di amori, di teatri, di romanzi, di piaceri, e tra un sorso e l’altro disputavano anche di filosofia, facevano chiasso diabolico, ma non proferivano una parola di politica se non quando erano in consiglio ristretto e ben sicuri. Per parere ancora più leggieri e spensierati s’erano imposti il nome, Società degli animali parlanti, e avevano preso ciascuno il nome di una bestia stravagante, e votato con pompa bizzarra, una specie di statuto che doveva regolare tutti i loro atti e del quale l’oste stesso era il Presidente.
I birri del Lodi che avevano subito messo l’occhio sopra questo ritrovo e che avevano tentato più volte di penetrarvi per spiarlo, avevano finito col persuadersi ch’era una brigata di buontemponi che non aveva altro per il capo che le feste e le belle donne; e l’oste un volpone che aveva saputo fare l’austero per spennarli più largamente.
A poco a poco però l’osteria degli animali parlanti cominciò ad essere visitata da un’altra compagnia d’avventori. Diedero l’esempio i soldati d’alloggio nel quartiere vicino, adescati dalla fama del buon vino e dal profumo dei pasticci; poi seguirono altri dei quartieri più lontani di Piazza Carlina, della Consolata e della Cittadella.
Sappiamo già che il sergente vedeva di buon occhio questa compagnia e che gli studenti la cercavano; dunque erano festeggiati e corteggiati. Carrera si metteva in mezzo a loro a contare le sue campagne, e gli studenti si fermavano ad accendere una pipa ed a toccare i bicchieri.
Erano per lo più caporali e sergenti, giacchè la paga della povera recluta era troppo smilza per arrivare anche solo ai banchetti degli animali parlanti, e a primo aspetto pareva che non s’occupassero d’altro che di rifocillare i loro stomachi e stare allegri, finchè la disciplina lo permetteva e batteva la ritirata.
Carrera stava attento a’ loro discorsi e non poteva capir altro che fiabe di caserma e scongiuri di beoni!
Tutt’al più qualcuno mandava un melanconico sospiro al suo villaggio lontano, a sua madre inferma, alla sua vita de’ campi perduta.... e tornava a bere.
Per questo Carrera aveva avuto cura di tenerli sempre nella sala a pian terreno, mentre noi sappiamo che gli studenti stavano al primo piano.
Ma Ernesto Gastone, la nostra conoscenza, un giorno volle tentar una prova con un sergentino dei Dragoni, e quando fu per congedarsi e per stringergli la mano gli fece il segno del Carbonaro.
Il sergentino rispose. — È dunque dei nostri, pensò il giovane Gastone, e ce ne saranno forse altri.
Il sergente fu invitato a salire dagli studenti, fu riconosciuto per tinto, per amico, abbracciato e festeggiato e ammesso nella società.
Dietro a lui vennero altri dei suoi camerati e poi altri ancora; furono ricambiate le parole d’ordine, e in fine la lega tra studenti e soldati fu conchiusa.
Un consiglio di prudenza però voleva che l’amalgama non fosse troppo palese nè troppo inteso, e fu convenuto che i soldati avrebbero continuato a tenere abitualmente la prima sala e che gli studenti non sarebbero discesi, o i soldati saliti che per reciproco invito.
C’era però un altro pericolo: i soldati erano per muoversi, e ci poteva essere il traditore, e bisognava scegliersi e contarsi, e non parlar mai di cosa alcuna compromettente, se non quando la compagnia era ridotta a quei cinque o sei più fidati.
Al tocco della ritirata i più rientravano in quartiere e non restavano che quelli che ne avevano ottenuta licenza.
Ma quando un soffio favorevole li spinge, gli uomini fanno una valanga come le palle di neve.
La burlesca insegna del sergente Carrera aveva attirati gli studenti, gli studenti i soldati, i soldati i bass’ufficiali, ed ora tutte queste forze associate insieme attiravano gli ufficiali. Una voce venuta non si sa donde, ripetuta da tutti e da nessuno, sottile e insensibile, serpeggiava, quasi un gran segreto, nelle file de’ liberali: che agli animali parlanti era l’unico luogo dove si potesse star sicuri. Si aggiungeva a bassa voce che l’oste era bonapartista e tutti gli avventori Carbonari. Ce n’era anche di troppo per incoraggiar coloro che avessero avuto bisogno di trovarsi in simile compagnia.
Infatti a poco a poco cominciò a capitare a desinare e cena qualche sottotenente, poi due o tre luogotenenti, infine, cosa molto sorprendente, un Capitano! È vero che quest’ultimo ci compariva di rado e ci si fermava poco. Beveva un sorso, cambiava quattro ciarle cogli altri ufficiali e cogli studenti, eppoi se n’andava... ma insomma ci bazzicava.
Il sergente Carrera vedeva oramai realizzato il suo sogno, e quando arrivò il Capitano incoronò d’alloro il busto di gesso del suo Napoleone e canticchiò tutta la sera a bassa voce la Marsigliese. Donna Caterina che vedeva rigurgitare la cassetta di quattrini, si sentiva scoppiare di gioia e aveva cessata ogni opposizione contro suo marito che cominciava a credere uomo di genio.
Carrera però non decampava dal suo sistema «Giuoco no» ci s’intende! — nè alcuno per vero dire pensava a violar la consegna.
Sul capitolo — donne — aveva cercato metterle alla porta; ma su questo punto aveva trovato duro. Egli non voleva persuadersi che uno studente senza donna è un essere imperfetto, monco, eunuco. Quasi tutti quegli studenti poi avevano de’ serj impegni e non potevano esonerarsi dall’obbligo di condurre a cena almeno la domenica le loro crestaie. Carrera sulle prime non voleva capirli, aveva mostrato il broncio ed era arrivato a dire che le avrebbe messe alla porta.
— Tu non lo farai — aveva detto Ernesto, — sarebbe come mettere alla porta noi tutti. Senza dire che si schiaccerebbe qui la rivoluzione che vuoi fare in piazza, e con cui non ci sarebbe nè grande esercito nè grande capitano che tenga. Non vuoi capire che studenti e crestaie sono una cosa, che esse sono il fiore delle nostre feste, l’ornamento del nostro braccio, la gioia dei nostri studi, la nostra poesia in una parola? Uno studente senza amorosa è un preparato anatomico senza anima. Se tu vorrai trovarne uno, dovrai andare fra gli sgobboni ciuchi e birboni che hanno già venduta l’anima rachitica al buon governo, oppure tra qualche scheletrito filosofuccolo, confitto sopra un palinsesto di carta pecora a cercare la dimostrazione matematica del moto in mezzo alla gente che si muove. Ma costoro non vengono agli Animali parlanti o gli denunzierebbero al primo birro che passa. Se vuoi dei rivoluzionari che abbiano nel fegato un po’ di santa bile e nel cuore un po’ di santo amore, capaci a giuocar tutto per una bella parola che si chiama libertà, bisogna che tu li cerchi tra coloro che sono anche pronti a giuocar tutto per quella bella cosa che si chiama la donna. Togli l’uomo alla donna e addio eroismo. Togli allo studente il piacere di ribellarsi tutte le sere alla leggi sociali, al Regolamento e ai comandamenti di Santa Madre Chiesa, e tutto il suo spirito rivoluzionario se n’andrebbe evaporato. Credi a me, Carrera: picchia su tutti i temi ma non su questo. Anzi ti consiglio a far buona cera alle signorine ed a levarti la pipa di bocca quando entrano... Se no.... addio animali parlanti.... Tu non ci vedi mai più.
Carrera finì col fare di necessità virtù e col piegare la testa.
Ma piuttostochè perdere quella buona gioventù e tutto il fascio di speranze che vi era congiunto, era prudenza compatire qualche sua debolezza.
Anzi a poco a poco si famigliarizzò anche colla popolazione femminina, ed a persuadersi che v’erano al mondo delle cose legittime, tollerate e autenticate, assai più brutte di quegli amori illegittimi e primaverili.
E come accade che ogni accesso è corretto dal suo eccesso contrario, finì a prendere sotto la sua protezione quelle povere creature anche contro i frequenti capricci dei loro amici, ad aggiustare le loro liti, a soccorrerle nelle loro angustie, a largheggiare di cortesie, di complimenti e di motti anche più di quello che avrebbe dovuto, e che mamma Caterina avrebbe potuto sopportare.
Quanto al resto era sempre lui, e non s’era mutato d’un capello. Abituato alla disciplina ed all’ubbidienza militare non poteva capire che ci potessero essere quattro uomini raccolti in un luogo, senza che lui ne dovesse prendere il comando. Egli d’oste non aveva che il nome, ma in fatto era sempre un sergente che comanda alla sua squadra.
Non avrebbe cambiato per tutti gli scettri della terra la calotta del bettoliere pel suo berretto da granatiere; così non avrebbe rinunciato a quelli che chiamava i diritti della sua carica in quell’osteria, ci fosse entrato un maresciallo di Francia! Era un’osteria, era un luogo pubblico: comandava lui, e a cui non piaceva gli rincarasse il fitto.
Però tutta quella scolaresca la guidava come una compagnia di coscritti, ed essa gioconda e spensierata ci si prestava. — Piaceva a quei giovinotti il rabuffo di quel vecchio che rappresentava ai loro occhi una storia vivente di onore e di virtù; piaceva a quei soldati che si sentivano involontariamente subordinati a quel veterano consacrato dal fuoco di cento battaglie. Ognuno lo amava e lo rispettava anche nei suoi difetti che non erano che i vezzi del suo carattere originale.
A chi non avesse conosciuto quell’uomo, quegli avventori, e il segreto che li riuniva, sarebbe parso strano sentir l’oste dire:
— Sedete lì, voi mangiate questo pasticcio... o andate a farvi friggere... meno chiasso voi altri là in fondo..... Oggi non voglio denari.... a domani.... Non vi do altro da bere... siete briachi... signorine, andate in piccionaia se volete fare il nido — e via di questa lena, e con questo tuono in mezzo alle risate e ai battimani de’ suoi avventori, i quali però erano ben lungi da impermalire o dal prendere sul serio il suo brontolìo, e lasciatolo passare, finivano col fare a modo loro, e col mettergli sossopra tutta la casa ch’egli avrebbe voluto ordinata e disciplinata come un accampamento militare.
XI. CONFIDENZE.
Giorgio, tinto carbonaro, era tornato da Ernesto con una faccia molto scontenta.
— Ebbene, gli aveva chiesto Ernesto, è compito il mistero?
— Compito — rispose Giorgio sospirando.
— Non mi sembri molto contento... La faccia augusta del Gran Maestro non ti ha commosso?
— Mi avrebbe fatto ridere se avessi potuto dimenticar che quella gente... deve liberar l’Italia...
— Parla piano che nessuno ti senta. Rischieresti d’avere alle spalle un decreto di soppressione e di lasciare la vita alla cantonata di casa tua senza nemmeno vedere da che parte sia venuto il complimento — fece Ernesto sforzandosi di vincere il sorriso di incredulità che gli spuntava sulle labbra.
— Baje! Io credo che quella gente abbia il cuore di cartone come i pugnali... e la testa da morto come i simboli... È meglio che torni al mio paese e che compia il mio progetto. Io non ho nulla a che fare nella commedia che si recita qui.
— Tu hai dei progetti? Hai sempre delle speranze.
— No. — Al contrario gli è il difetto di ogni speranza che mi fa covare un progetto.... insensato forse, ma necessario...
— La nostra amicizia è troppo recente perchè io mi creda in diritto di chiederti una confidenza... ma se l’aprire il tuo cuore ti potesse confortare... se io potessi aiutarti, fece Ernesto mettendo affettuosamente la mano sulle spalle di Giorgio.
Questi restò qualche minuto immobile cogli occhi a terra come se di là gli avesse potuto venire una ispirazione; si vedeva che esitava a privarsi d’un segreto e che una sorda lotta si compiva nell’animo suo.
Alla fine proruppe....
— Sì, Ernesto!... io voglio aver fiducia in te. Sei il primo amico che incontrai sulla terra, e forse sarai l’ultimo. Io sono soldato, Ernesto.... ho estratto or fa un mese il numero uno. Soldato, per me, non vuol dire soltanto indossare l’assisa dei tiranni del mio paese ed una lunga schiavitù; vuol dire la miseria, la rovina di tutta la famiglia, della quale io solo sono il braccio ed il protettore. Mio padre ha tutto sacrificato per gli altri e noi siamo poveri.... mia madre vecchia e malata, mia sorella e mio fratello non hanno che me.... Io non posso abbandonarli. Se la legge umana me lo impone, la divina me lo proibisce. Inoltre... — e qui Giorgio esitava ancora — inoltre io amo.... una santa fanciulla che il destino ha fatto nascere nella famiglia de’ nemici di mio padre... ma l’amo come può amare uno che non conobbe mai le ipocrisie del cuore. Ora quand’io sarò partito che sarebbe di lei? Che sarebbe del nostro amore? Il meno che le è serbato, è di essere venduta dall’avarizia di suo padre a nozze aborrite... il meno per lei forse... chè per me preferirei vederla morta. Vedi che io non potrei subire la sorte che mi colpisce, senza tradire i doveri e gli affetti più sacri che uomo conosca. Dicono il Re.... chi è questo Re per me? chi ce l’ha dato? le armi straniere! Cosa fa? abbrutisce e corrompe un popolo intero! La legge? chi l’ha fatta? questo Re! La patria? dov’è la patria? I servi non hanno patria che dove hanno la libertà.... Io andrò ad amarle entrambe....
— E cosa vorresti fare?
— Cosa voglio fare? fuggire...
— Disertare? Disertare... lasciando i tuoi?
— Oh mai! con loro! Ho già il mio progetto.... mio padre ha lasciato numerosi e devoti amici purchè possa arrivare a Genova: quindi m’aiuteranno ad emigrare in America.
— Con tutta la tua famiglia... e la fanciulla per giunta?
— Perchè no?
— Perchè sì, dico io? Non arriveresti a Voghera, che i carabinieri v’avrebbero tutti arrestati....
— Questo lo vedremo... Purchè abbia una notte per me, del resto rispondo io.
— Sogni, ti dico...... Eppoi disertare perchè?
— Mi par chiaro!
— E a me niente affatto.... fece Ernesto.... oh lasciami un po’ parlare sul serio; semel in anno.... deve essere permesso anche a me. Tu vuoi disertare perchè non vuoi abbandonar la tua famiglia e la tua amante. La idea potrà essere generosa, ma senza calcolar il pericolo quasi certo d’essere preso e andare a finire in una fortezza invece che passare otto anni in una guarnigione. Credi tu che nell’esiglio potresti provvedere alla felicità della gente che ti è cara? Tuo padre deve averti detto come vivono gli esuli.... Persuaditi.... tu non avresti da offrire a tua madre ed a tua moglie che un pane amaro e una squallida miseria... Questo per la famiglia. Quanto poi alla patria, odimi bene. Tu odii il Re, tu ami la libertà; tu daresti la vita tua e dei tuoi, credo, per conquistarla. Ebbene, oggi il mezzo più sicuro, più efficace per cooperare a questo fine glorioso è entrare appunto nelle file di quell’esercito che tu abborri. La rivoluzione che si prepara, e della quale pochi ancora posseggono il segreto presagio, sarà tutta militare: te lo dico io: noi studenti apriremo il fuoco: un gruppo di cittadini generosi.... o ambiziosi... farà la retroguardia; ma il grosso verrà dato dall’esercito. Ora tutte le cure devono essere nel rinforzare questo esercito, nell’introdurvi amici nostri quanti più è possibile e nel tirare a noi tutti i buoni che esitano ancora. Molte fila sono diffuse, molti accordi sono presi. Molti capi e tra i più illustri sono con noi. Io non ti dirò i nomi, ma a suo tempo li saprai..... Vedi tu se sia l’ora di disertare.... d’andare in esilio.... d’andare in America.... se c’è posto di combattimento onorevole.... se c’è un mezzo d’adempiere il voto di tuo padre e il tuo sotto quell’assisa che tu abborri, ma che ci permetterà d’entrare non visti nelle file dei nostri amici.
Ernesto parlava molto concitato.
Giorgio l’ascoltò fino alla fine con molta attenzione.
Poi, dopo un istante di pausa, riprese....
— Quello che dici è forse vero.... Io credo... ed io sento che molti dubbi si sono dissipati. Io dovrei abbandonare una madre, un’amante alla balia d’un uomo che non perdonerà.... ma per il mio paese, per quel paese che mio padre mi raccomandò morendo io sarei pronto; direi ai miei cari: soffrite, ed essi soffrirebbero. Ma vi è un’altra difficoltà suprema, e credo invincibile, Ernesto.
— Quale?
— La mia coscienza. Per quanto creda santa la causa della libertà, io non potrei mai tradire un giuramento. Morrei piuttosto di darlo quando sentissi di non poterlo mantenere; ma dato, accetterei la morte prima di violarlo.
— E tu hai di questi scrupoli?...
— Tu li puoi chiamare scrupoli.... la mia coscienza li chiama doveri.... Io non intendo, non ho mai inteso certi patti, e certe reticenze. Io non sono stato educato come tutti gli altri. Mio padre era il diritto, la giustizia, la schiettezza vivente. Il sì ed il no sulla sua bocca non avevano due significati e due misure. Egli non prometteva che il bene; ma una volta promesso, lo manteneva. Per me chi non vuol servire il Re, non giuri, chi ha giurato, lo serva.
— E sei tu che parla? — disse Ernesto saltando dalla sua seggiola come se avesse bruciato di sotto.... — Tu?... Poi prese il suo cappello ed il suo bastone, e afferrato il suo amico per un braccio, disse:
— Vieni con me in un luogo che ti farò passare queste ubbie.....
— E dove?
— Agli animali parlanti.
XII. LA CONVERSIONE.
Quando i due amici entrarono nella taverna il baccano era al colmo. Le voci si confondevano; chi cantava, chi urlava, chi picchiava sulle tavole, chi cozzava co’ bicchieri, chi disputava in un angolo sul romanticismo, chi bisticciava colla Bombazon la bella di Grandis che aveva divorato da sola anche la cena del suo amico, chi chiamava Carrera, chi canzonava mamma Caterina, e chi infine ballava a tondo in un angolo della sala col suono del proprio fischio.
Mutati i giorni di dolore e gli accenti d’ira in suoni di piacere e in accenti di allegrezza, il tumulto della seconda bolgia Dantesca poteva servire di paragone.
Il pian terreno poteva tener bordone al primo piano, e le voci dell’alto si confondevano con quelle del basso e non parevano che l’eco d’un’immensa moltitudine. Erano, a dir molto, cinquanta persone e parevano cinquantamila. La gazzarra degli studenti si mescolava a quella de’ soldati, e la barriera che per solito li divideva era sparita. Carrera di quando in quando si provava a mandar per la sala un stentoreo silence dans les rangs, ma era indarno: l’uragano aveva ormai preso il sopravvento; e il Generale più non riusciva a domare la sedizione del suo esercito.
Tutti gli odori uscivano dalla bolgia, e il fumo delle pipe, i vapori del vino, le esalazioni de’ fornelli mescolati insieme empivano l’atmosfera d’una caligine acre e densa, e toglieva a chi vi entrava il respiro e la vista.
Ernesto dopo avere starnutato nell’ingresso si rivolse a Giorgio che esitava ad entrare e gli disse a bassa voce:
— Fatti coraggio...... questa è la fucina della rivoluzione......
— Me ne accorgo dal fumo!... — rispose Giorgio sorridendo.
I due amici salirono al primo piano, v’erano i soliti studenti colle loro belle; qualche bass’ufficiale e due ufficiali. Ma la confusione era tale in quel momento, che Ernesto non giudicò opportuno d’inoltrarsi e disse a Giorgio:
— Sediamoci in quest’angolo e lasciamo spegnere la fiamma. Fra poco suonerà la ritirata e vedrai che molta gente svignerà.
Giorgio ed Ernesto sedettero. Carrera li vide e si avvicinò a loro chiedendo ad Ernesto con un girar di occhi chi era l’amico.
— È un animale parlante rispose Ernesto: gli metteremo nome «Leopardo».
— Bene! ah siete il Leopardo? fece Carrera. Volete un bicchier di vino?
— Grazie, rispose Giorgio, bevo acqua.
— Uhm! l’animale acquatico.
— Animale anfibio... brontolò il sergente, e voltò loro le spalle.
Infatti a poco a poco la folla era andata, quasi inavvertitamente, diradandosi. I tamburi di Piazza Castello avevano suonata da circa un quarto d’ora la ritirata, i soldati se n’andavano, alcune coppie di studenti, costretti ad accompagnare le loro donne al teatro D’Angennes prendevano congedo, e verso nove ore non c’era più che una decina di studenti, qualche ufficiale, silenziosi e raccolti nella sala del primo piano.
— È l’ora di presentarti, disse Ernesto a Giorgio, vieni avanti con me.
Giorgio lo seguì verso il tavolo dove erano seduti gli ultimi rimasti.
— Amici, vi presento Giorgio Santafiori, amico mio e nostro...
— Salute! fecero quegli studenti, e uno per uno s’alzava a toccargli la mano ed a fargli il segno del carbonaro.
— Sempre! e tutti carbonari!... pensava Giorgio per nulla edificato di quella prima accoglienza.
— Studente? — chiese Alberigo Grandis.
— No!... — rispose Giorgio...
— Soldato — rispose Ernesto.
— Non ancora — replicò Giorgio.
— Coscritto o volontario? — chiese uno dei luogotenenti.
— Volontario io?... — fece con un sorriso di amara ironia interrogato.
— Perchè no, giovine amico, replicò il luogotenente, se poteste sotto questa divisa servir meglio la causa del nostro paese?
— Non potrei servirla, replicò Giorgio, perchè avrei giurato di servirne un’altra.
— Come! fece l’ufficiale guardando atterrito il giovane che gli aveva fatta quella strana risposta.... voi la pensate proprio così?... Ma allora.... continuò rivolgendo cogli occhi un’interrogazione ad Ernesto.
— Egli ha questo scrupolo; io ho già combattuto per levarglielo.... ma è una coscienza di diamante, limpida e dura.
— Lo convertirò io! — disse una voce sonante dal fondo della sala.... tutti si voltarono ed esclamarono alzandosi con rispetto....
— Il capitano!
— Salendo le scale ho udito i vostri discorsi.... badate un’altra volta di abbassare un po’ più la voce.
— Non importa — fece Carrera — a questa ora qui tutto è sicuro.
— Tu, Carrera, non conosci le orecchie della Polizia.... Dunque.... questo giovinotto diceva....
Giorgio alzò i suoi occhi brillanti sull’interrogatore, ma con tale sguardo che pareva volesse dirgli: «Perchè mi interrogate voi, e con quale diritto?»
Il capitano lo comprese e disse:
— Non temete giovinotto, io non sono qui per esercitare un’inquisizione, questi amici possono assicurarvene....
— Non ne dubito, signor Capitano, ma io sono rozzo, esco dal deserto adesso.... dovete scusare....
— Stringi questa mano.... dunque sei soldato.
— Ma.... — fece Giorgio esitando ancora.
— E non lo vorresti essere? — replicò il Capitano.
— Non lo vorrei essere, e non lo sarò — ribattè secco Giorgio.
— E abbandonerai in un’ora di pericolo la causa del tuo paese e disonorerai il tuo nome? ripicchiò con voce più forte e autorevole il Capitano: qual è il tuo nome?
— Giorgio Santafiori.
— Santafiori — esclamò il Capitano balzando in piedi — il figlio di Battista.
— Di lui! l’avreste conosciuto forse? — chiese premuroso il giovine.
— Se l’ho conosciuto! Bisognerebbe non aver amato sin da bimbi il proprio paese per non averlo conosciuto...... Dimmi non t’ha egli mai parlato d’aver incontrato nei suoi viaggi in Ispagna un sergente di Massena che si chiamava il sergente Ferrero?
— Che? sareste forse voi quegli che lo salvò dal furore dei vostri camerati che l’avevano preso per una spia di Mina?
— Io!.... — fece il vecchio soldato — dunque egli se lo rammenta il suo Ferrero.... ora il sergente è divenuto capitano, ma il cuore non ha mutato!
— E dov’è egli?
Giorgio tacque e abbassò la testa.
— Morto! Egli pure ha pagato il suo tributo... Povero Battista... Egli non ha veduto libero il suo paese... ma noi lo vedremo. Beviamo alla sua memoria.... era un santo!... non dico altro.
Gli amici alzarono i loro bicchieri, e li accostarono religiosamente a quello del capitano. Giorgio aveva due grosse lagrime sulla guancia che vi parevano impietrate...
— Ma dimmi, continuò il capitano Ferrero... c’è un altro Santafiori nel nostro esercito; nei dragoni della Regina, se non sbaglio. Sarebbe egli tuo fratello?
Giorgio volle dire di no, ma suo padre aveva sempre riguardato Michele per suo figlio, gli aveva dato il suo nome e non poteva contraddire a quella volontà.
— Sì, rispose arrossendo il giovane.
— Me ne duole.... egli è indegno di portare quel nome,... e spero che il fratello vendicherà l’oltraggio ch’egli fa ogni giorno alla memoria di suo padre.
— Io lo vorrei, signore! ma dite.... credete voi che, vestendo quella divisa che lo ha corrotto, io potrei compiere quella vendetta.
— La divisa non corrompe, esclamò Ferrero, purchè la si indossi coll’animo ben compreso dei diritti.... e degli obblighi che impone. Se tu credi che il soldato non sia che un mercenario, peggio ancora, un vassallo armato pel beneplacito del Re, è finita. Tu non avrai più bussola nella tua coscienza. Tu dovrai servire chi ti paga, imprigionar, se occorre, tuo fratello, e scannar tuo padre, e non aver altra legge che la volontà del tuo padrone. Ma i giorni dei soldati e capitani di ventura sono passati e vorrei che fosse vivo tuo padre per dirti se dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo vi possono essere in una nazione distinzioni tra cittadini e cittadini, soldati sì ma cittadini. Tutti abbiamo giurato, anche quelli che non hanno messo la mano sul Vangelo. Tutti quanti siamo, abbiamo giurato, ma di servire la patria e di obbedire alle sue leggi. Esse sono il sovrano... il re, o il presidente della repubblica, non può essere di sopra delle leggi nè della volontà della nazione. Il mio re, il re del capitano Ferrero, è il bene della nazione: esso è il suo Dio! Se il re mi comanda domani di fare qualcosa per il bene della patria, ecco tutto il mio sangue: se il re crede che fucili il maresciallo Ney, o i quattro sergenti della Rocella, io mi rifiuto — io mi sento sciolto dal mio giuramento, com’egli si credette sciolto dal suo. E se la nazione richiede il mio braccio perchè la protegga degli arbitrii del dispotismo io glielo offro perchè desso è suo. Diranno i sofisti, perchè io gli ho uditi, e nelle nostre file abbondano, ma chi è il giudice del bene o del male, e chi interpreta la volontà della nazione? Chi? La coscienza che non falla! Ogni uomo l’ha apposta la sua coscienza per giudicare delle azioni che deve compiere o lasciare, perchè non l’ha ad avere un soldato? Se domani un generale ubbriaco viene a ordinarmi di mettere a ferro e a fuoco Torino! io l’ho bene la coscienza per giudicare che egli è ubbriaco e che mi ordina il male. Così può essere d’un re stolto, o d’un generale infame che volesse valersi della mia spada per compiere scellerate azioni contro la mia patria e le sue leggi. Io ho giurato a lui, come egli ha giurato a me; è un patto reciproco sull’altare della patria: chi lo scioglie per primo, quegli è un traditore.... Ascoltate me, giovinotto.... posso dire di parlare con la voce stessa di vostro padre.
Giorgio, durante questo discorso, pronunciato con eloquente concitazione, non aveva mai fiatato: quand’ebbe finito egli si alzò in faccia al vecchio capitano e con la voce solenne d’un neofita che si consacra ad una religione disse:
— Capitano, io abbandono per seguire il vostro consiglio tutto quanto ho di più caro sulla terra. Fra quindici giorni io sarò soldato. Mi potete voi promettere che è la salute della patria che lo impone?....
— È Dio che lo vuole.... fece il capitano alzandosi col tuono consueto d’un sacerdote....
Tutti s’erano alzati con lui, e pochi minuti dopo, ciascuno raggiungeva per opposte vie casa sua.
XIII. LA PARTENZA DEL COSCRITTO.
Giorgio non aveva un giorno da perdere. Fra una settimana c’era la chiamata de’ coscritti, egli aveva bisogno di tornare a casa, di rivedere i suoi, d’aggiustare le sue faccende, di provvedere come che sia all’avvenire della sua famiglia; e la mattina dopo, abbracciato Ernesto, ripigliò la via del suo villaggio.
Percorrendola pensava alla rapida evoluzione che in pochi giorni s’era compita nell’anima sua, e alla nuova esistenza che l’attendeva, e non gli pareva quasi più d’essere lui. Egli che non avrebbe mai creduto potersi staccare da casa sua, che aveva sognata un’esistenza di domestica quiete tra sua madre ed una sposa; egli era balzato nell’ignoto mistero d’una congiura politica; egli s’era a un tratto gravato per volere d’un uomo, la cui parola era sacra, di un grande, terribile dovere che non poteva ormai nè discutere, nè ricusare, e che lo sforzava a passare a capo chino traverso alla dorata tela de’ suoi sogni e per adempiere il quale gli era d’uopo raccogliere tutte le forze della sua virtù; e sacrificar ogni cosa diletta più caramente, ad un principio, ad una bandiera, ad una potenza invisibile che si chiama la Patria, giurarle obbedienza, consacrarle la vita, e quella de’ suoi cari, votarsi per essa al martirio.
E non avea egli nella casa altri doveri, sacri almeno come quelli della patria? l’adempirli non era una milizia e una battaglia, meno gloriosa è vero, ma appunto per questo, più disinteressata?
Fra l’uomo che lotta nell’adempimento d’un’oscura missione e muore a tutti ignoto fuorchè all’affetto di pochi cuori, e l’eroe che ha per scena il mondo, per funerali la storia, qual’è il più grande e il più meritevole?
Aveva ragione suo padre d’imporgli quel dovere, aveva avuto ragione anch’egli di sacrificare tutto per gli altri, e risparmiare nulla per sè ed i suoi.....
— Giorgio, tu bestemmi — gridava dentro di sè giunto a questa parte del suo doloroso monologo.... Tuo padre era un sant’uomo; e tu devi inginocchiarti davanti alla sua volontà come a quella di Dio.... Ora la risoluzione è presa.... Del resto non è egli che mi ha imposti questi dilemmi.... è il destino. O esule.... perseguitato.... forse, miserabile sempre... O soldato combattente d’una giusta causa, o martire.... probabilmente.... La scelta non è dubbia.
Ernesto aveva ragione; Ferrero era la voce stessa di suo padre redivivo.
In questi pensieri giungeva al suo villaggio.
All’ingresso del paese il primo conoscente che incontrò fu Leon: esso gli era balzato incontro, ma in luogo d’accoglierlo col suo giocondo saluto, mugolava e gemeva, come se avesse avuto a dirgli una parola di compianto. Giunto in piazza, la bottega dello Speziale era ingombra della solita brigata, e gli parve di accorgersi che tutti lo guardavano e che alcuno dicesse: povero giovane!
Fatti ancora pochi passi, la campana della Chiesa cominciò a dare funebri rintocchi, che gli echeggiavano nell’anima come l’addio di un caro morente, alla fine giunse di faccia alla porta di casa sua.... Traversò il grande cortile, arrivò sotto il portico; due contadine luride e sinistre sedute vicino ad un fiasco bevevano e canticchiavano mezzo assonnate dal vino una monotona nenia. Giorgio che non aveva mai veduto quelle facce in casa sua si fermò e disse: — Chi siete?
— Siamo quelle che la devono vestire....
— Vestire? non m’avete l’aria di sarte alla moda, — disse Giorgio sorridendo, e non sapendo ancora su quale tema profferiva quel suo scherzo innocente.
Le due megere gli sghignazzarono dietro dicendo:
— Si lavora col figurino della morte, signor Giorgio.
Giorgio non aveva udito, ma in un angolo della sala aveva trovato stretti in un gruppo scultoriamente bello, il piccolo Balilla e Livia abbracciati, che piangevano in silenzio, insensibili a quanto li circondava.
— Livia! Balilla.... perchè piangete?
Livia alzò gli occhi, guardò Giorgio e non ebbe il coraggio e la forza di profferire una sola parola.
— Un’altra disgrazia.... nostra madre forse?
Livia scoppiò in un singhiozzo; Giorgio sapeva già la verità; scavalcò la scala per accertarsene, entrò in una stanza illuminata da un funebre cero.... — Vi giaceva sua madre morta.
Egli si gettò a’ piedi del letto e vi restò per più ore sprofondato in quel dolore senza lacrime e senza parole che assomiglia soltanto all’ambascia di chi affoga in una voragine senza rive. Pure doveva farsi coraggio, era il solo che se lo potesse fare e lo dovesse insegnare in quella casa.
Venne a scuoterlo una mano leggiera che si era posata sulla spalla. Alzò la fronte con piglio irato quasi per dire «lasciatemi» e incontrò lo sguardo calmo e carezzevole della sua Giusta.
Egli restò un istante immobile, attonito, stupito; la guardava e non poteva credere che fosse lei. Mormorò un tu! di meraviglia e d’incredulità, e poi vinto da un sentimento ancora più forte si precipitò a’ suoi piedi e il pianto lungamente soffocato dall’angoscia sgorgò a pieni rivi sulle sue guancie.
Giusta credeva cadere sotto l’emozione, ma tutta piena della sua missione consolatrice, si fece coraggio e parlò.
— Giorgio, io non poteva lasciarti solo in faccia a questo nuovo dolore. Io ho voluto provarti che vi è qualche cosa d’ancora più forte delle leggi del mondo, della volontà di mio padre, e della mia prigione: il tuo affetto. Stasera tornerò nella mia triste muda, ma tu saprai che v’è al mondo una povera fanciulla pronta a tutto per te e che s’è fatta delle tue sventure una religione, e di questa religione un amore. Giorgio, separiamoci... è necessario... io ti lascio per me questa promessa: felice, t’avrei amato, infelice, t’adorerò. Addio.
Giorgio volle trattenerla, ella aveva già osato troppo, e seguita da Leon riguadagnò, traverso i sentieri de’ campi, casa sua.
Sua madre era appena scesa nella fossa, fattale scavare dal figlio vicino a quella di suo padre, quando al suono della campana del comune era pubblicato il bando della partenza dei coscritti.
Giorgio corse all’inferriata di Giusta e le annunciò il mutato proposito.
— Parto: seguo il tuo consiglio e quello d’altri amici. Ma vado incontro a un terribile avvenire ed io non ho il coraggio d’incatenare la tua giovine e quieta esistenza, al mio torbido destino. Giusta, per quanto mi costi, io, se lo vuoi, ti restituisco la tua parola.
— Giorgio, io vi perdono l’amara offesa che mi fate. Eccovi questi capelli..... dentro il medaglione ho ricamato io stessa queste parole «Vostra o di Dio» sento che nessuna violenza umana potrà farmi tradire questo giuramento.
Promisero scriversi, promisero rivedersi tutte le volte che fosse stato possibile, e colla fortezza di due anime eroiche votate al martirio si separarono.
Giorgio impiegò i pochi giorni che gli restavano a pagare i debiti, a liquidare l’ormai esausto suo patrimonio, ed a provvedere alla meglio al pane de’ suoi fratelli, Balilla, e Livia, che le raddoppiate sventure avevano sempre più confermati ne’ sentimenti e nelle pratiche della religione e staccati dalle speranze di questo mondo.
Livia aveva deciso finire i suoi giorni in un convento e null’altro aspettava per dar esecuzione a questo suo voto fuorchè il piccolo Balilla fosse cresciuto tanto da avere un’arte in mano, e un asilo sicuro per i suoi giovani anni.
Venne alla fine la mattina del gran giorno; i coscritti erano fino dall’alba radunati nella piazza del Comune, e aspettavano il maresciallo de’ carabinieri che li venisse a scortare fino alla città vicina, dove con un’altra scorta sarebbero proceduti fino a Torino.
Erano tristi, scontenti, abbattuti; alcuni bisbigliavano nei canti dolci promesse alle loro belle; altri reggevano sul petto una madre che singhiozzava tacitamente; altri si tenevan discosti seduti sopra una pietra col capo tra le mani a pensare.
Scorsa mezz’ora comparve il Maresciallo con quattro carabinieri, e dietro a loro quasi subito anche Giorgio Santafiori.
Il Maresciallo prese un ruolo, chiamò uno per uno, li numerò, li fece schierare, ordinò il silenzio, un per fianco destro e marsch! Giorgio era alla testa.
Tutto il paese era fuori a vedere la partenza del mesto convoglio....
Era un salutarsi, un agitar di cappelli, un mandar d’augurii, e un lacrimare sommesso che toccava il cuore. Era il fiore del villaggio che se n’andava, ed anche coloro che non avevano in quella schiera tesoro particolare d’affetti, partecipavano mestamente alla perdita della famiglia comune.
Il più commiserato di tutti, bisogna dirlo, era Giorgio. La coscienza popolare aveva finito col rendere giustizia alle virtù di casa sua ed a rispettare le sue sventure. Nel vederlo andare si ricordavano i beneficii di suo padre, la pietà di sua madre, i due fratelli che restavano a casa poveri e soli, e più di una voce s’udì profferire:
— Povero Giorgio... povero Giorgio!
Il sindaco Arena colse quel nuovo spiro dell’aura popolare, e fedele al suo costume volle con un atto generoso secondarla.
La colonna aveva appena mossi i primi passi ed Arena s’era avvicinato a Giorgio, e con voce abbastanza forte da essere udito da tutti gli altri:
— Signor Santafiori, se volete raccomandare a me la vostra famiglia, io sarò ben felice di proteggerla.
Giorgio s’arrestò, fece un moto verso di lui come avesse voluto assalirlo; poi mutando pensiero gli slanciò contro un gesto di sovrano disprezzo e disse, abbastanza forte da essere udito: — Coccodrillo! — e continuò la sua marcia fatale.
XIV. IL SENATORE TACCHINI.
Il giorno stesso in cui Giorgio partiva per Torino, veniva a passare parte dell’autunno nei dintorni del villaggio nella sua magnifica casetta di Bobbianello il Conte Della Torre con gran treno di cocchi e di cavalli, e gran seguito di parenti, d’amici, di procoli e di cinedi.
Il conte Della Torre era un gran personaggio in Piemonte; uno dei primi gentiluomini di Corte; capo dell’esercito, e amico personale del Re. Però i sindaci e le autorità dei dintorni correvano ad ossequiarlo come un Principe, e il castello nei primi giorni era una via vai di contadiname senza fine, e una corte bandita a tutte le scarpe grosse dei dintorni.
Il conte Della Torre s’annoiava di tutti questi omaggi campestri.
Primo ad accorrere fu il sindaco Salomone Arena. La sua croce di Cavaliere, i favori speciali dei quali altre volte avevalo colmato la Regina, lo rendevano degno di particolare riguardo, e appena fu annunziato il suo nome, fu subito introdotto passando davanti ad una dozzina d’altri Sindaci che aspettavano in anticamera.
Quando l’Arena uscì era entusiasmato della bontà del Conte; e promise in cuor suo di tornare spesso al castello per entrare sempre più nelle grazie del magnanimo feudatario.
Fra la gente che accompagnava il Conte in campagna, e che gli serviva di codazzo, c’era un personaggio che abbiamo frequentemente incontrato in questo recinto, il tenente Michele Santafiori, uno dei suoi aiutanti di campo, ed un certo cavaliere Tacchini, senatore e giudice di Cassazione al Senato di Torino, che seguiva quasi sempre il Della Torre nei suoi viaggi e nelle sue escursioni in campagna, e del quale avremo a dir lungamente.
Il Della Torre non era uomo di lunga veduta, e aveva bisogno d’un occhio che vedesse e d’una mente che pensasse per lui. Infatti Tacchini era divenuto il suo consigliere, il suo ministro, il suo alter ego, e meglio ancora la sua anima dannata o il suo Mefistofele.
Il conte era nutrito dalla superba ignoranza de’ suoi avi, e in buona fede si credeva d’una pasta più fina degli altri uomini, ma era in fondo di animo retto, e per insuperbire aveva bisogno che un demone gli sobillasse continuamente che egli era uno degli ultimi custodi del diritto della nobiltà e dei propugnatori più saldi del trono.
Quel demone ei l’avea trovato in Tacchini. Costui come Gingillino aveva saputo tenersi aggrappato al proverbio che mai non falla, che l’essere sta nel parere; e lodando, strisciando i potenti, calpestando senza misericordia i deboli, vendendo la sua lingua, le sue orecchie e la sua penna, facendo il calunniatore, il delatore e il libellista, era riescito a tirarsi su su fino al grado di commissario di Polizia; due o tre segnalati servigi l’avevano fatto salire alla Direzione delle carceri, e dalla Direzioni delle carceri, di gradino in gradino, era arrivato al penultimo grado di Consigliere di Cassazione, o, come allora dicevasi, di Senatore.
Ma Tacchini non poteva essere contento della sua sorte; egli, comunque fosse in alto, doveva sempre lavorare, e servire, e il lavoro era insopportabile alla sua dignità, al suo orgoglio. Si sentiva nato per comandare e far il signore; ma aveva, sin da bimbo, veduto che per riescire a questo non c’era che un mezzo, aggrapparsi alle spalle di qualche potente, diventargli necessario, fargli l’infermiere, il lustrascarpe, il ruffiano, il giullare, quello che voleva — e salire con lui.
Per questo s’era attaccato al conte Della Torre, che divideva allora coi Thaon de Revel, coi San Marzano, il predominio della nobiltà. Aveva saputo entrargli nelle grazie collo scrivere per lui i brindisi che doveva fare ai pranzi di corte; poi col prestargli lepidezze tutte sue, flosce come vesciche vuote, ma che avevano l’arte di vellicare l’orgoglio del vecchio Generale e di farlo stare allegro dopo il desinare.
Il Della Torre se lo conduceva dappertutto, specialmente in campagna all’autunno, e quivi gli confidava la cura delle corrispondenze, degli affari di ricevimento ed anche un po’ dell’amministrazione della giustizia, giacchè in Piemonte una certa giurisdizione feudale, ad onta dell’89, c’era sempre. Il Tacchini si disimpegnava a dovere sinchè tutti s’erano abituati a non vedere, a non sentire che lui; sapendo che quel che faceva lui era ben fatto.
C’è un diritto di caccia da chiarire? Tacchini!
C’è da rispondere a una petizione di vassalli? Tacchini!
C’è un pranzo da ordinare? Rivolgiamoci a Tacchini!
Tacchini però, ad onta del suo potere discrezionale sopra il Della Torre, e quantunque sentisse che tosto o tardi, mercè il braccio di quel vecchio, la fortuna gli avrebbe dato una grande spinta, tuttavia non era soddisfatto. La fortuna, secondo lui, lo trattava da matrigna.
Sentiva un bisogno, un istinto, più ferino che umano, d’avere una donna. Egli non era mai stato amato. Giallo, piccolo, osseo, con una bocca da orangotano e una dentiera proporzionata, orrido e sordido, quale femmina avrebbe voluto scendere fino a’ suoi abbracciamenti? Pure quant’era stata lunga e atroce la privazione, altrettanto era rabbioso il desiderio. Ma non lo mostrava, e al conte Della Torre, e a qualche raro suo confidente, degno di lui, soleva dire: «Sento che invecchio, ed ho bisogno di farmi una famiglia».
Ma il desiderio non era così forte in lui da fargli dimenticare la condizione principale del matrimonio e i principii indeclinabili della sua filosofia.
— Deve essere bella e giovine, diceva; ma prima di tutto deve essere ricca. Io ho lavorato abbastanza per me, senza cominciare a 45 anni a lavorare anche per una donna.
E intanto la cercava e non disperava trovarla.... Sapeva che il mercato non poteva essere che frutto d’un disegno infernale, e intanto si addestrava a meditarlo.
Un giorno Salomone Arena, per restituire certo pranzo che aveva avuto l’onore di mangiare alla tavola del conte Della Torre nel Castello di Bobbianello, dava un gran pranzo a casa sua. Aveva invitato anche il conte, ma il conte se ne dispensò rispondendo: «manderò Tacchini a rappresentarmi». Il Sindaco capì che il conte non voleva scendere a contaminare i nobili suoi quarti al contatto d’una mensa borghese, e accettò anche Tacchini.
Il banchetto dell’Arena fu disordinato ma copioso; i cuochi erano venuti fino da Milano; i vini erano i più scelti della sua cantina, tutto mascherava il villano arricchito. I servitori avevano delle cravatte sudicie e dei guanti due volte più lunghi delle dita; versavano le brode sulle spalle dei convitati e si dimenticavano qualche volta di cambiare i piatti. Il solo ornamento inapprezzabile del pranzo erano le due ragazze: Giusta e Verginia, la mestizia e la gaiezza; il melanconico giglio e il garofano lussureggiante.
Tacchini lo notò subito; e senza tralasciar di mangiare s’occupò per tutto il desinare a studiare le due fanciulle.
Scoperse subito che Virginia adocchiava volentieri Michele e che era la beniamina del padre. Queste due circostanze, invisibili a qualsiasi meno acuto scrutatore, lo persuasero che quella fanciulla che amava le larghe spalle del Dragone, non avrebbe mai sposato un uomo brutto come lui; e che il padre che la guastava non gliel’avrebbe mai imposto. D’altronde Virginia aveva l’aria troppo ardita e virile e non prometteva trionfi molto sicuri all’uomo che le fosse stato marito.
Giusta, colla sua timidezza e la sua taciturnità, non men bella ma più pudibonda, trascurata da tutti, guardata biecamente dal padre, era la donna fatta per essere sacrificata; e Tacchini aveva bisogno di questa. Lo comprese subito; lo comprese, se ne invaghì e concepì una speranza, e sbozzò nella torva mente un progetto che il tempo poteva maturare.
Tacchini sapeva che la chiave della posizione era il padre, e si diede a studiarla.
Nelle frequenti gite che Salomone Arena faceva al Castello s’accorse che il Sindaco era ambizioso e avaro, e che cercava strappar qualche cosa al conte Della Torre. Infatti non tardò a sapere che Salomone Arena tentava segretamente di far passare suo figlio nella diplomazia.
Però egli raddoppiò di vigilanza e stette ad aspettare quatto e silenzioso che il nemico si scoprisse.
Ma Salomone Arena era furbo quanto lui, e più di lui se fosse stato possibile, e capiva che le visite frequenti di Tacchini a casa sua non erano senza secondo fine, e che gatta ci covava! E sia detto, l’alleanza col Tacchini non solleticava nè il suo amor proprio, nè la sua avarizia. E quindi decise anche lui di manovrare evitando la mediazione del Tacchini, e nascondendogli quanto aveva in animo di rivelare al Conte.
Ma il conte confessava tutto al Tacchini, fino i sogni, e quando Salomone Arena gli andò a chiedere una commendatizia per il Re onde far avere a suo figlio Adolfo che quell’anno finiva legge a Torino un posto in diplomazia, il conte non aveva saputo rispondere meglio che: «Parlerò a Tacchini» e glie ne aveva infatti subito parlato.
Il Tacchini mostrò in un sorriso tutta la sordida caverna della sua bocca e credette giunto il momento di scoprire la batteria.
— Vede signor conte come talune volte il caso conduce a certi discorsi che non si sarebbero mai fatti? Ella mi parla d’Arena ed io voleva appunto parlargliene. Ella mi parla di suo figlio ed io devo parlargli di sua figlia. Io devo aiutare Arena, e Arena può aiutar me....
— Non ti capisco, Tacchini. — Il conte, quand’erano soli, dava del tu al Senatore...
— Gli è che era deciso a pregare V. E. di una grazia per me; è la sola, e la prima che forse le chiedo, non calcolando quello di cui mi ha spontaneamente favorito la sua bontà.
— Una grazia? sentiamo! purchè non si tratti di lasciarti.
— Si tratta di lasciarmi prender moglie....
— Ah ah! anche tu vuoi passare nel numero de’ quondam — povero Tacchini... ci lascerai le penne, con tutta la tua furberia.... Ma come c’entra qui l’Arena?...
— Gli è che l’Arena è il padre della figlia.....
— Bravo Tacchini! Gianduja parla come te!... non ho voglia di ridere oggi.... spiegati meglio.
— È il padre della figlia che io amo.
Il conte scoppiò in una grande risata che fece scappar tutte le rondini annidate sotto il letto. Ma Tacchini se l’aspettava e tirò dritto.
— La fanciulla che vorrei sposare e vorrei....
— Ebbene?
— Che V. E. chiedesse il consenso del padre per me..... A tanto intercessor....
— Nulla si piega... — fece il conte, ridendo di questa traduzione del noto adagio che gli aveva insegnato il Tacchini, e che poteva essere un saggio delle sue consuete spiritosità.
— Stavolta è proprio il caso di dir giusto, nulla si niega. Perchè, vede, se noi consideriamo che il padre Arena vuole un favore da lei, ella non avrà nemmeno a pronunciare una parola di preghiera per me, non dovrà scendere d’un passo, non dovrà fare un sforzo; basterà che dica con Ulpiano: do ut des, facio ut facias.
— Ho capito.... non sono mica sordo... che per il brevetto di diplomatico al figliuolo ponga la condizione del tuo matrimonio colla figliuola.... Come si chiama?
— Con un nome da paradiso: Giusta!
Il conte passeggiò su e giù della sala, poi fermandosi a un tratto disse:
— Ma dimmi un po’, e la figlia cosa ne penserà?... perchè non vorrei sacrificare....
— Soddisfattissima....
— Soddisfattissima?! Eh! quando lo dici tu sarà....
— Glie lo assicuro, signor conte, parola di Senatore onesto.
— Basta così.... quando verrà Arena per la risposta farò il discorso....
Arena venne infatti e udì le parole del nobile conte dal principio fino alla fine; ma ad onta della autorità del mediatore, e dell’amore che portava a suo figlio, e per quanto apprezzasse i meriti del Senatore, non si sentì la forza di accettare questo connubio.
— Come! rifiutate? — fece il conte con severo cipiglio — al conte Ottavio Della Torre cugino del Re, rifiutate!...
— Eccellenza... è mia figlia che rifiuta, vorrebbe ella che sacrificassi il mio sangue?
— Ah! vostra figlia rifiuterebbe..... non parliamone più. Voi siete padre anzitutto, e a Tacchini.... non mancheranno pollai dove cercarsi le chiocciole.
Quando il conte riferì la risposta dell’Arena al suo Consigliere, questi si morse le labbra, ma disse:
— Non è ancora finita!
XV. LA SITUAZIONE.
Giorgio era stato arruolato in un reggimento d’artiglieria. Egli avrebbe voluto entrare nella Legion Reale dove il Ferrero era Capitano ma la forte struttura di Giorgio ne faceva un modello d’artigliere.
Il Capitano d’artiglieria che presiedeva la Commissione di Leva non aveva voluto rinunciarvi. E non conveniva insistere per non destar sospetti. Inoltre Ferrero aveva giustamente pensato che l’artiglieria presidiava di solito la Cittadella, e che un amico di più in quel corpo, che aveva tanta importanza, poteva in un evento decidere le sorti d’una giornata. Giorgio ubbidì.
— Ti farò conoscere il capitano Gambini e il luogotenente Enrico che sono dei nostri e andrai d’accordo con loro come con me stesso — gli aveva detto in un orecchio il Ferrero per finir di persuaderlo.
— Fate quel che credete, rispose Giorgio. Dal giorno ch’io mi sono consacrato a questa causa, io non ho che un desiderio: servirla con tutte le mie forze.
Il giorno dopo Giorgio portava l’assisa d’artigliere, e passava alla Venaria Reale a far i suoi primi esercizi.
In Torino frattanto e in Piemonte l’agitazione era giunta al colmo, ed era a stento dominata dai capi.
Alle rivoluzioni di Spagna e di Portogallo era tenuta dietro quella di Napoli, iniziata essa pure da ufficiali dell’esercito, e confidata quasi tutta all’elemento militare. Il trionfo dei liberali napoletani aveva resi più saldi i propositi, e più certe le speranze dei Piemontesi, i quali affrettavano a gran passi l’ora della catastrofe. Ma quando venne l’annunzio che lo spergiuro Ferdinando era fuggito a Lubiana per soffocare le nascenti libertà ch’egli aveva giurate sui vangeli, coll’armi odiate dello straniero, non ci fu liberale piemontese che non credesse venuta l’ora di rompere gl’indugi.
Se si fossero ascoltati i nostri amici degli animali parlanti si sarebbe dato di piglio il giorno stesso; e a stento Santarosa, Lisio, Collegno, i capitani insomma del moto, li rattenevano per maturare i consigli e le opere.
Un’altra cagione d’indugio era agli occhi di quei liberali la mancanza d’un capo. Nessun di loro si sentiva così forte da capitaneggiare il movimento, nè così autorevole da bilanciar le avverse influenze della nobiltà che consigliava e prepoteva nella Reggia, nell’esercito e in tutte le cariche pubbliche. Ci voleva un uomo per grado, per fama a tutti superiore, giacchè nessuno pareva da tanto da prevalere per il suo valore, il suo patriottismo ed il suo ingegno. Si voleva lo splendore d’un nome e bisognava trovarlo. Era errore fatale di certo, ma errore così profondamente radicato in quelle coscienze che avrebbe in ogni caso prodotte per opposte vie le stesse conseguenze. Esse, confidando le sorti d’una rivoluzione ad un’iniziativa militare, e al nome d’un Principe, non potevano vincere; ma senza quella iniziativa e quel Principe non avrebbero osato forse nemmeno cominciare, e la storia d’un magnanimo tentativo sarebbe stata sepolta.
Finalmente un giorno credettero averlo trovato, e balzarono di gioia, come se avessero tratto fuori dalla tenda l’Achille della vittoria.
Quest’uomo era Carlo-Alberto di Savoia principe di Carignano. Volevano che avesse ingegno pronto, carattere generoso, abitudini popolari e democratiche, che il Grimaldi suo maestro l’avesse educato a liberali studii e a sublimi intenti, che amasse il suo paese, che odiasse profondamente gli stranieri, e in Francia, dove aveva passato i primi anni, si fosse nutrito di idee d’onore e di gloria militare, che il suo matrimonio con un’italiana, Maria Teresa di Toscana, fosse un presagio, che in cento occasioni gli fossero sfuggite proteste di patriottismo, e che insomma, veduti i Carbonari, fosse segretamente affigliato alle loro imprese.
Ma se questo non bastava, quella malinconia taciturna, quel pallore mortale che velava il suo volto, quell’aria di mistero onde si circondava, accusatrice di profondi pensieri, lo dipingevano facilmente alla desiosa immaginazione per l’uomo chiamato a un grande destino.
Pochi lo avevano avvicinato, nessuno lo aveva scrutato a fondo, ma tutti erano certi che quel Principe non era della stoffa degli altri, che qualcosa di insolito e di diverso che non assomigliava nè alla vanità imbelle nè all’orgoglio feroce degli altri Re s’agitava nel mistero di quell’anima. Si arrestarono alle insidiose promesse della superficie e nessuno badò a studiare nel Principe l’uomo. Strano a dirsi, nessuno in Piemonte sospettò quel misto di scettica irresolutezza e di impeti chisciotteschi, di macchiavelliche doppiezze e di abbandono puerile, di coraggio militare e di viltà civile, che pochi anni dopo doveva votare il suo nome ad un palo d’infamia, dal quale nè zelo di storiografi venduti nè pietà di amici riconoscenti l’ha potuto staccare. Perfino Santorre Santarosa, coscienza retta e anima austera, e che tra i capi della rivoluzione piemontese d’allora fu il solo forse che dicesse altamente la verità al Principe, non lo giudicò giustamente che tardi e quando non era più in tempo. Se egli si fosse accorto di quel suo volere e non volere che applicava a Carlo Alberto, e pochi anni dopo doveva essere tradotto nel Re Tentenna, forse la rivoluzione Piemontese avrebbe avute altre sorti ed altra catastrofe.
Frattanto fin dal marzo 1820 cominciò a vociferarsi pubblicamente che Carlo Alberto era tinto di Carboneria. La voce pubblica era ancora ingannata dal desiderio. Carlo Alberto aveva avuto qualche ritrovo coi caporioni dell’ordine, ma aveva molto scoperto, nulla promesso. Fu in una di quelle occulte visite che Giorgio Santafiori lo incontrò per le scale del dottor Gastone. Gli fu proposto il gran Magistero della Società e ricusò; gli fu fatta balenare la corona d’Italia e le sorrise un istante, ma ne distolse lo sguardo e andava a rifuggirsi al castello della Veneria a fare esperimenti d’artiglieria, suo studio prediletto, e suo vanto.
La irresolutezza del capo supposto e vaticinato si comunicava quasi inconsapevolmente a’ suoi luogotenenti, e intanto che gli eserciti Austriaci si mettevano in moto per andare a schiacciare la rivoluzione Napoletana, il Piemonte non dava ancora alcun segno di vita vera. Uomini come Lisio, Ansaldi, Collegno, Santarosa erano tutti presi dal male comune del futuro Re Tentenna.
Di questa esitazione si dolevano in silenzio i più ardenti capi del partito militare, ma più forte di tutti si lagnavano gli studenti. L’impazienza è la virtù dei giovani; chè se essi imitassero i vecchi, chi sospingerebbe il carro che tante mani respingono?
Queste impazienze andavano a scoppiare irate e tumultuanti nella taverna del sergente Carrera. Ivi Muschietti, Gastone, Grandis, Tubi, sfogavano i loro dubbi e le loro inquietudini giovanili.
— Ma perchè si tarda, dicevano? Perchè Lisio è ammalato, o il piano non è ancora studiato, o il Reggimento d’Aosta non è ancora preparato, o i Carabinieri sono avversi. Cosa vogliono? Che Vittorio Emanuele apra le porte della Cittadella colle sue auguste mani... Tentennamenti da vecchi! Ora si dice che anche il Principe di Carignano sia de’ nostri, meglio! — ma perchè esita allora? O vuol forse aspettar che la partita sia finita per raccogliere i frutti e lasciare a noi gli stecchi. Si finisca. — Noi siamo forti quanto basta per cominciare e cosa fatta capo ha. Vedrete che tutte le dubbiezze spariranno quando vi sia un po’ di sangue. Bisogna comprometterli tutti quanti. Conti, generali, colonnelli dubitanti, bisogna sforzarli a saltare il fosso: o con noi, o contro di noi....
Questi discorsi si facevano agli animali parlanti, ora presenti il capitano Ferrero, il capitano Gambini, Enrico e Laneri, ora soli i quattro caporioni della federazione Universitaria, e nessuno, a dir vero, era là per contraddirli.
La sera del 12 gennaio 1821, potevano essere suonate le sette, Gastone, Grandis, Muschietti, Tubi, arrivarono agli animali parlanti, entrarono nella gran sala, fecero un gesto come per intimar silenzio, e a voce alta dissero:
— Stasera tutti al teatro d’Angennes e baccano d’inferno. Questa è la parola d’ordine!
XVI. IL D’ANGENNES.
Si recitava al D’Angennes l’Antigone di Alfieri, e rappresentava la parte di protagonista Carlotta Marchionni, la prima fra le attrici italiane d’allora, e maestra non mai superata dalle future. Torino tutto vi accorreva, meno forse per ammirazione dello spettacolo o vaghezza di piacere, che per cercare nelle patriottiche invettive del tragico Astigiano, uno sfogo ai compressi sentimenti ed un grido di protesta.
Sarebbe un libro degno di nota, dire l’influenza che ebbe il teatro sui moti popolari. Si potrebbe risalire fino a Sofocle che spingeva colla sua Elettra gli Ateniesi alla battaglia, e scendere giù giù fino a Gustavo Modena che armava coi versi della Francesca da Rimini il braccio dei Bolognesi. Così la prima favilla di quell’incendio piemontese, che se non fu grande fu certamente eroico, venne dal Teatro.
Le cose però al D’Angennes avevano preso da qualche sera proporzioni formidabili. Gli studenti lo invadevano in massa e lo convertivano in vero pandemonio. Cominciavano quando non era ancora illuminato, col grido: Fuori i lumi! e quando i lumi erano comparsi volevano l’orchestra, e quando l’orchestra suonava, interrompevano e volevano l’aria che loro accomodava, e intuonata l’aria, l’accompagnavano di fischi, di urli, e di colpi, facendo stromento d’ogni cosa, di rulli di gran cassa, di strazianti note di corno e di giganteschi muggiti di contrabasso e di quanti suoni può imitare coi piedi, colle mani, colla bocca un concerto di pazzi.
Tossivano, starnutavano, si facevan le boccacce. Si chiamavan per nome, si gittavan delle pallottole; se compariva sulla scena un personaggio, una comparsa che non fosse nelle loro grazie, eran capaci di pigliarla a mele e a torsi. — Se infine l’attore pronunciava uno di quei famosi versi che hanno tante volte commosso il nostro giovinile patriottismo, era uno scoppio d’applausi da far crollare la sala ed impallidire nelle loro logge i birri della polizia. Indarno tentavano carabinieri e poliziotti, or colle dolci or colle brusche, contenerli e ridarli al dovere, spesso rischiavano essi medesimi d’esser presi a bersaglio, e non sempre riportavano sane le spalle ai loro quartieri.
Era insomma lo stesso pubblico che Plauto dipinge ne’ Bacchidi, che aveva Eschilo alle Orestiadi e Vittor Hugo all’Ernani.
Quella sera la sala era ancora tutta fremebonda per quei versi terribilmente famosi che Emone slancia a Creonte:
«Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla! «Seggio di sangue e d’empietade il trono,
quando entraron d’improvviso quattro studenti col rosso berretto frigio sul capo. Fu un tuono d’applausi: la tempesta si mutò in uragano. Tutti gli studenti levaronsi in piedi proprio come un sol uomo: gli uomini agitavano i loro cappelli, le donne sventolavano i fazzoletti, gli attori non erano più intesi, e la rappresentazione fu sospesa. Era il fantasma della repubblica venuto di sotterra che scuoteva sulla faccia di un’intera città i suoi colori di fuoco.
La polizia non poteva tollerarlo; era evidentemente una sfida al governo; era la prima parola della sedizione e a qualunque costo le toccava di comprimerla.
Infatti una mano di gendarmi e i poliziotti s’eran già fatto strada fino ai quattro audaci e già li trascinavano pel collare fuori della sala. Allora il tumulto cambiossi in sommossa ed in vera battaglia.
— Uno per tutti, e tutti per ciascuno! urlò una voce stentorea dal mezzo della sala, e nell’istesso tempo un’ondata di gente si precipitò contro la porta in soccorso degli arrestati. Ma altri carabinieri erano accorsi, e pareva che la polizia non volesse lasciare così presto la sua preda. S’impegnò allora una lotta corpo a corpo tra un branco di giovani e un drappello armato. Gli studenti fecero arma di tutto, delle sedie, delle panche, dei tavolini, delle sciabole strappate ai loro avversarii, ma era sempre una lotta ineguale e la vittoria restò per quel momento alla legge. I quattro studenti furono ciò nonostante trascinati in carcere, e i suoi compagni furono lasciati per quella notte a medicare le avute ferite, e a meditare per il domani più eroici e più strani propositi di vendetta.
L’avvenimento della sera precedente aveva messo la città in agitazione e data la febbre all’Università. E quando diciamo Università intendiamo, tutti gli studenti, tutti gli scolari dal laureando al bimbo di prima classe, dal professore all’ultimo bidello. Perocchè agli occhi degli uni quei quattro studenti temerarii col loro berretto rosso sul capo rappresentavano la rivolta, la santa rivolta contro una legge aborrita, la libertà, la bandiera dell’avvenire. Per gli altri, quattro studenti arrestati dalla polizia, gettati in un carcere, sottoposti a un tribunale incompetente erano un’accusa vivente contro i violatori della legge, una deroga flagrante alle consuetudini e ai privilegi della Università Torinese, che riconosceva nel magistrato degli studii il solo tribunale competente, a giudicare degli studenti e dei Professori. Era dunque in nome della legalità che essi, i rettori degli studi, i loro avvocati, e i loro amici chiedevano la liberazione di quei quattro rivoluzionarii.
Ma lo scandalo era stato troppo grande e l’urto troppo violento perchè un governo arbitrario che si reggeva soltanto sulla forza potesse mettere a cimento la propria salute per il rispetto di antiquate consuetudini di legge.
Quindi il Magistrato degli studi ricusò netto la restituzione de’ quattro studenti, e li fece tradurre a Cuneo e a Fenestrelle, dopo averli fatti traversare, in atto di superba disfida, l’addolorata e fremente città.
Affrettiamoci a dire che fra quei quattro studenti vi era uno dei nostri conoscenti, il giovane Adolfo Arena.
Il progetto della comparsa al teatro era uscito di getto dalla testa del nostro Ernesto Gastone: i suoi amici del comitato l’avevano accettato, ma scaltri e prudenti avevano preveduto che l’impresa si sarebbe disciolta in un tafferuglio del quale probabilmente i quattro attori visibili sarebbero stati le vittime. — Non era quindi una prova da arrischiarvi i migliori, molto meno i capi, i quali avevano la responsabilità di ben più serii cimenti. Era una scaramuccia nella quale si potevano mandare avanti i novizii e dilettanti, salvo a sostenerla col grosso delle forze quando la mischia fosse impegnata.
Però Ernesto e i suoi compagni erano stati costretti a scegliere gli attori di quella bizzarria tra una classe di studenti che non era la più famosa per prudenza e per serietà; degli originali che per chiasso si buttano a fare il prologo buffo d’un dramma serio se ne trovano sempre, specialmente nella spensierata età della scuola e dei piaceri.
E tra gli spensierati brillava il nostro Adolfo Arena. Egli era già famoso a Torino per mascherate e baccanali, e si sapeva che quando aveva alzato il gomito non avrebbe indietreggiato a comparire in pieno mezzogiorno vestito da Adamo in mezzo Piazza Castello. Era la sola bravura e il solo orgoglio dei quali fosse capace. Però Ernesto che lo conosceva bene, mise subito la mano su di lui, e su tre altri che lo assomigliavano per il colpo del D’Angennes.
Lo colse proprio mezzo cotto e non ebbe a pregar molto per convertirlo. Parlare a quel ragazzaccio di Patria, di esempio, di dovere, sarebbe stato arabo. Adolfo non aveva nè il cuore per sentire nè il cervello per capire questo linguaggio. Era facile invece, specialmente inter pocula, fargli entrare in capo l’idea d’una bravata, o d’una farsa, che avrebbe fatto rumore per la città e reso celebre per ventiquattro ore il suo eroe.
Inoltre Adolfo aveva, senza saperne il perchè, un gran rispetto per Ernesto e non osava contraddirgli.
Non lo amava, ma sentiva che era il re degli studenti e ne subiva l’autorità.
— D’altronde, soggiungeva Ernesto, ci siamo tutti e non ci può accadere alcun male. Ai cagnotti del Lodi pensiamo noi. E dopo il colpo, gran cena e gran baldoria tutti insieme agli animali parlanti.
— Non dir altro, Ernesto.... è un torto che mi fai... metti che sia affare fatto.
Il negozio fu così conchiuso, e Arena dopo aver invocato il coraggio di tutti i vini del Piemonte, come un poeta tutte le muse, si gettò nell’impresa di cui abbiamo viste le peripezie e la fine.
Adolfo Arena il giorno dopo viaggiava per Fenestrelle sotto un’accusa di tentata sommossa e colla reputazione ormai fatta d’uno dei più neri carbonari e dei più rabbiosi rivoluzionari. E non è la prima riputazione scroccata a quel modo.
Frattanto i caporioni dell’Università davano la posta ai loro amici dell’esercito per concertare il da farsi. Il convegno era ai soliti animali parlanti per le dieci della sera.
I capi ci vennero tutti, Gastone, Muschietti, Tubi, Grandis, fra gli studenti, tra gli ufficiali Ferrero, Gambini, Errico, Laneri, fra i soldati il nostro Giorgio....
Fu posto come suol dirsi sul tappeto, se si doveva prendere occasione dell’arresto dei quattro studenti per dar dentro immediatamente nella rivoluzione o aspettare che l’agitazione fosse cresciuta, e che la congiura dell’esercito fosse meglio apparecchiata.
Tutti gli ufficiali dell’esercito furono per l’attendere: tutti gli studenti furono per cominciare nel vegnente mattino.
Ferrero adduceva che i reggimenti di stanza a Torino, specialmente i granatieri della guardia e i carabinieri, erano fedeli al re: che nella stessa reggia nella quale egli era capitano, non c’erano che due compagnie sulle quali poter contare; che in ogni modo una rivoluzione a Torino non si poteva tentare senza aver la certezza che la Cittadella sarebbe stata in mano de’ liberali, e quanto alla Cittadella chiedeva a Gambini ed a Errico che vi stanziavano se c’era almeno una fondata speranza di riescita.
Gambini rispose che fino a quando non fossero cambiate le compagnie del reggimento d’Aosta che vi erano di guardia l’esito era assai incerto, e che egli non ne assumeva la responsabilità.
— Vedete, amici, soggiungeva Ferrero, nulla è preparato. E volendo precipitare l’impresa la rovineremo. Aggiungete che i capi che ho veduto poco fa, lunge dell’incoraggiare un tentativo per domani, deplorano il fatto del D’Angennes di ieri sera e dicono che non avrà servito che a dar la sveglia alla polizia senza alcun frutto.
Ernesto, impaziente di quel discorso, rispondeva: — Io credo che il pericolo non sia questo che la Cittadella non si possa avere; non c’era bisogno che il nostro Ferrero ci assicurasse che i capi erano per indugiare. Indugeranno sempre questi Fabj in caricatura. Ma gli è appunto perchè siamo convinti che essi sono per l’indugio, che noi siamo per il precipizio. A ciascuno la parte sua. Del resto io dico che noi studenti non abbiamo libertà di scelta: ormai siamo tanto compromessi che l’Università verrà chiusa e noi studenti dispersi nei quattro angoli del Piemonte e sorvegliati. E allora sarà una forza perduta. Poi gli studenti sono ragazzi, oggi hanno la testa accesa e si butterebbero nella voragine di Curzio, domani a mente fredda penseranno ai babbi, alle mamme, alla carriera, al ventre e sarà finita. Se la città e la truppa vorrà e potrà aiutarci, avremo vinto; se no, il sangue traccerà una barriera tra il governo e il popolo e renderà implacabile l’odio. Qui la quistione è di cominciar a fare, e la inerzia è il peggiore dei nemici.
— E cominciar a morire..... — disse il gigantesco Alberigo Grandis — dalla morte sola nascono le grandi cose.
La discussione fu continuata più viva ed acerba, ma ogni parola fu vana, gli studenti restarono incrollabili.
— Io cercherò aiutarvi, disse Ferrero.... purchè mi lascino uscir di caserma.
— Io farò ogni sforzo perchè non s’adoperi l’artiglieria, rispondeva Gambini.
— Ed io, replicava Giorgio, chiedo al signor Capitano di cambiare per domani la divisa nella giacchetta dello studente per poter combattere al fianco dei miei amici.
Gambini esitava: era una concessione grave; alla fine disse:
— No, Giorgio, io potrei aver bisogno d’un amico fidato nella Cittadella o ai pezzi;.... resta con me,
— E se Ernesto muore — fece Giorgio.
— Mi vendicherai, — fece Ernesto, stendendo la mano al suo amico.... — ci sarà posto per tutti.
E con questo proposito si separarono.
Il giorno dopo, fin dal mattino, via di Po era in un insolito moto. Drappelli di studenti che venivano da tutte le parti quali armati di randelli, quali visibilmente inermi: parte entravano nell’Università, parte prendevano posto alle vie laterali ed agli approcci. Alcuni disselciavano la via e ammucchiavano pietre; altri sbarravano le porte e muravano le finestre; ad ogni mezz’ora arrivava o partiva un messaggero; e ad ogni istante cresceva l’ansia, la folla, e quel sordo tumulto che preconizza una sommossa.
Fra i primi, percorrendo le file, mandando istruzioni, incoraggiando, eccitando, erano i nostri amici degli Animali Parlanti....
Dall’altra parte il Governo prendeva le sue misure; faceva occupare da fitti drappelli di Carabinieri a cavallo ed a piedi e dalle compagnie pur fidate de’ Granatieri e Guardie, Piazza di Po, Piazza Castello e dintorni dell’Università; e senza fare un passo in avanti nè indietro ambe le parti si guardavano minacciose e aspettavano.
Cosa aspettavano? Gli studenti avevano mandati al conte Prospero Balbo ministro dell’interno due loro delegati coll’ultimatum bellicoso di chiedere la restituzione dei colleghi arrestati e aspettavano la risposta.
Il conte Balbo si portò egli stesso all’Università; e il suo arrivo fu accolto da frenetici applausi. Ma disse quel che sogliono dire in simili circostanze tutti i governi che credono aver tanta autorità da resistere e non possono rinunziarvi: «Gli studenti si ritirassero prima dall’Università, e non dubitava che, restituito l’ordine, la clemenza del Re avrebbe restituiti alle loro case i prigionieri».
Ma gli studenti volevano, e con ragione, un impegno formale: e il conte Balbo non poteva darlo.
— Vada a chiederlo, gridò il Grandis: noi accordiamo ancora a S. M. sei ore di tempo.
La scolaresca salutò la franca spacconata con uno scoppio di risa. Il conte Balbo promise tornare dal Re, a patto che gli studenti stessero intanto tranquilli ad attendere gli ordini sovrani.
Fu accettata la condizione, e mentre il conte Balbo si sforzava indarno di piegare l’animo ligneo e caparbio di Vittorio Emanuele, gli studenti si occupavano a raddoppiare le difese, a distribuire le scolte ed a prepararsi alla lotta probabile.
Gastone andava e veniva dall’una all’altra finestra dell’Università spiando fin dove poteva arrivare coll’occhio e coll’orecchio, se vedeva spuntare un’insegna, un manipolo di amici; se udiva un grido di soccorso; ma tutto era buio e silenzio. Solo tra mezzo alle tenebre vedeva lo scintillare delle sciabole dei Carabinieri e udiva il calpestio d’una gente o paurosa o indifferente che si ritirava frettolosamente a casa. Ferrero aveva avuto ragione: tutti i reggimenti erano stati consegnati in quartiere; la città non era pronta, e i pochi amici, o impotenti o timidi, non potevano recare agli animosi federati dell’Università alcun soccorso.
Erano di poco suonate le 8 all’oriuolo dell’Università, quando Gastone udì nella strada il tonfo misurato e cupo che non ha altro paragone che nel martellare cadenzato d’un portone e nel passo regolare di una truppa che marcia. Tese la vista e non s’ingannava: era un intero battaglione che s’avanzava serrato a baionetta incrociata per via di Po. Non ebbe che il tempo di dare l’allarme che già il battaglione s’era gettato al passo di corsa sulla porta dell’Università e l’aveva sfondata.
Indarno gli studenti accolsero l’assalto con una pioggia di pietre; la più parte dei colpi passavano via in mezzo alle file senza nemmeno scalfire e non facevano che irritare gli assalitori senza batterli.
In pochi momenti l’Università fu invasa e la breve lotta si converse in caccia accanita.
Solo pochissimi armati di spranghe di ferro, di qualche pistola e di qualche sciabola, opponevano ancora una disperata resistenza.
Primeggiavano fra tutti l’intrepido Gastone, il calmo Muschietti, il toroso de Grandis. Il povero Tubi, gentile e schietto giovinetto, aveva già lasciato la vita sul limitare.
Quei tre, asserragliata la scala della galleria, balestravano dall’alto di sassi e di colpi di pistole i granatieri che erano costretti ad avanzare lentamente di gradino in gradino e lasciando di quando in quando un camerata pesto e insanguinato.
Alla fine i Granatieri arrivarono al sommo della scala presso la barricata e a colpi di calcio la atterrarono. Allora la zuffa fu breve e mortale.
Cadde per il primo il bravo Gastone ferito alla faccia; lo seguì tosto l’inseparabile Muschietti piagato al fianco; solo l’atletico Grandis, pesto in più parti, intriso di sangue, appoggiate le spalle ad un pilastro, maneggiando a guisa di ariete una panca, resisteva ancora all’onda crescente de’ nemici. Mugghiava nella mischia come toro circondato dai matadores, e ad ogni colpo della sua terribile clava un fila intiera di Granatieri andava rovesciata. I nemici gli tiravano da lontano ma non osavano appressarsi; tutti lo ferivano ma nessuno lo uccideva. Finalmente una palla gli trovò una via del cuore ed egli cadde con terribile tonfo, evocando ancora tanto fiato dal largo petto per maledire nel rantolo estremo i traditori della patria....
Aveva combattuto come Argante e come quelli d’Argante
«Immani, formidabili, feroci «Gli ultimi accenti fur l’ultime voci.
Gli altri studenti inseguiti colle bajonette alle reni, di sala in sala, di piano in piano, di nascondiglio in nascondiglio, massacrati, moschettati a bruciapelo o trafitti contro le pareti, non furono più che un sanguinoso trastullo al briaco furore de’ vincitori, e in poche ore non ci fu un angolo della pacifica dimora degli studii che non fosse rigato di sangue e non echeggiasse del gemito de’ morenti giovanetti.
La carneficina era compiuta. Il Governo aveva vinto..... l’ordine di Varsavia regnava per quella notte anche a Torino.
XVII. L’ACIDO PRUSSICO.
Giorgio, malgrado gli ordini del suo capitano e la severa consegna, non aveva rinunciato all’idea di raggiungere i suoi amici. Quel pensiero che Ernesto e i suoi compagni erano a combattere e a morire, che egli non poteva nè soccorrerli, nè dividerne i pericoli, gli metteva la febbre. Appena udì lo scoppio della fucilata non seppe più tenersi, e fattosi aprire da un artigliere carbonaro suo camerata una pusterla della Cittadella, si gettò nella città e a gran corsa verso il luogo del combattimento.