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Maternità

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MATERNITÀ 1 MATERNITÀ 2 GÈRMINA 5 L'ÈSTASI 11 DIALOGO 15 LE DOLOROSE 19 INSIEME 25 MARA 29 MARTHA 35 ELIANA 39 «VENGO, NINÌ» 45 È PARTITA 49 L'ABBANDONATO 53 ZINGARESCA 57 IL CORREDINO 63 «MATER INVIOLATA» 67 NINNA-NANNA DI NATALE 71 QUEL GIORNO 77 RITORNO A MOTTA VISCONTI 81 LA CULLA 87 UN RICORDO 93 DESTINO 99 IL CALVARIO DELLA MADRE 103

DOLCEZZE 107 SONETTO D'INVERNO 109 PRIMULE 113 IL RITORNO DI BIANCA 117 RICÒRDATI 121 ACQUERELLO 127 CANTILENA 131 L'ACQUAZZONE 135 CANTA A' MIEI PIEDI.... 139 L'OMBRA 143 PICCOLA CASA 149 TU SOLA 153 LA CENTENARIA 157

ACQUEFORTI 163 GLI AMANTI DELLA MORTE 165 LACRIME SILENZIOSE 171 LA VECCHIA PORTA 175 L'ORGANETTO 181 L'ULTIMO VALZER 185 SETTE MAGGIO 1898 191 FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO 195 REDENZIONE 201 INCONTRO 207 DILUVIO 211 CAMPANA A MARTELLO 215 ALPE 219 A MIA MADRE LONTANA 223 SUL MONUMENTO DI EDVIGE V*** 227 PASQUA DI RISURREZIONE 233 IN MEMORIA 237 PICCOLA TOMBA 241 PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI 243 IL SOGNO DI DRAGA 247 NATALIA 255 IL MINUTO 259 MADRE TERRA 263 SACRA INFANZIA 269 IL SALUTO FRATERNO 275

MATERNITÀ

MATERNITÀ

Io sento, dal profondo, un'esile voce chiamarmi:

sei tu, non nato ancora, che vieni nel sonno a destarmi?

O vita, o vita nova!... le viscere mie palpitanti

trasalgono in sussulti che sono i tuoi baci, i tuoi pianti.

Tu sei l'Ignoto.—Forse pel tuo disperato dolore

ti nutro col mio sangue, e formo il tuo cor col mio core;

pure io stendo le mani con gesto di lenta carezza,

io rido, ebra di vita, a un sogno di forza e bellezza:

t'amo e t'invoco, o figlio, in nome del bene e del male,

poi che ti chiama al mondo la sacra Natura immortale.

E penso a quante donne, ne l'ora che trepida avanza,

sale dal grembo al core la stessa devota speranza!...

Han tutte ne lo sguardo la gioia e il tremor del mistero

ch'apre il lor seno a un essere novello di carne e pensiero;

urne d'amore, in alto su l'uomo e la fredda scïenza,

come su altar, le pone del germe l'inconscia potenza.

È sacro il germe: è tutto: la forza, la luce, l'amore:

sia benedetto il ventre che il partorirà con dolore.

*

Oh, per le bianche mani cucenti le fascie ed i veli

mentre ne gli occhi splende un calmo riflesso de i cieli:

pei palpiti che scuoton da l'imo le viscere oscure

ove, anelando al sole, respiran le vite future:

per l'ultimo martirio, per l'urlo de l'ultimo istante,

quando il materno corpo si sfascia, di sangue grondante

pel roseo bimbo ignudo, che nasce—miserrima sorte!...—

su letto di tortura, talvolta su letto di morte:

uomini de la terra, che pure affilate coltelli

l'un contro l'altro, udite, udite!... noi siamo fratelli.

In verità vi dico, poichè voi l'avete scordato:

noi tutti uscimmo ignudi da un grembo di madre squarciato.

In verità vi dico, le supplici braccia tendendo:

non vi rendete indegni del seno che apriste nascendo.

Gettate in pace il seme ne i solchi del campo comune

mentre le forti mogli sorridon, cantando, a le cune:

nel sole e ne la gioia mietete la spica matura,

grazie rendendo in pace a l'inclita Madre, Natura.

GÈRMINA

Calma e silenzio, in torno.

Dietro le mie cortine

muore tra nebbie fine

il giorno.

Ne la penombra, i volti

noti, da le cornici,

mi affisano.—Che dici,

che ascolti,

che abissi d'acqua fonda

schiudi al mio nero sguardo,

o amor di Leonardo,

Gioconda?...

.... Ne la penombra io sono

sola.—Non veramente.—

L'anima veglia e sente

un suono

lievissimo, un tremare

d'ali, un sommesso pianto,

come in conchiglia il canto

del mare.

L'anima veglia e prega:

e su la vita informe

che nel mio grembo dorme

si piega.

Io sembro inerte. E pure

son come zolla al sole.

S'aprono in me viole

oscure

di sogni, ardenti flore

d'un incantato maggio.

Porto io forse un messaggio

d'amore?...

Di pace un senso pio

per ogni vena io sento.

Sono io forse strumento

di Dio?...

La Sfinge dolorosa

sul tuo mortal destino

come suggel divino

si posa;

ma tu, che da me bevi

la forza essenzïale,

ed il bene ed il male

ricevi,

rompi, potente seme,

la zolla inturgidita.

Benedirem la vita

insieme.

L'ÈSTASI

Cuce, in silenzio, sotto la lampada,

una cuffietta rosa.

Mai non si vide più leggiadra cosa.

Trasale, a un tratto, ne l'ampia tunica,

con un sorriso strano.

La cuffietta le scivola di mano.

Così, velato lo sguardo, pallida

come una morta, ascolta.

A qual raggio l'intenta anima è vôlta?...

Mai questo acuto spasimo d'èstasi

le scolorò la faccia

quando la cinser l'adorate braccia;

mai fu sì bella, fra riso e lacrime,

quando, folle d'amore,

il suo prescelto le posò sul core.

Così la bruna figlia di Nàzareth

udì la sacra voce,

congiungendo le mani ùmili in croce:

piccola voce nova e terribile

che dice a l'infinita

tenerezza materna: Eccomi, o vita!...

DIALOGO

È lui.—Dal mistero profondo

dei sogni si desta, mi chiama, mi dice:

—«Nel pallido Ignoto vagavo, felice....

perchè tu mi vuoi nel tuo mondo?...

È triste il tuo mondo.—Dai morti

lo seppi, che ad esso non tornano più.

O madre, io non chiesi di vivere. E tu

perchè nel tuo grembo mi porti?...

Non temi che un giorno, con voce

di vinto, io ti dica che tutto è menzogna,

e spezzi il tuo core con l'aspra rampogna:

—È troppo pesante la croce?...»

—«O figlio, vi sono viole

ne i prati. Vi sono farfalle ne l'aria.

È bello, da un ciglio di via solitaria,

fissare lo sguardo nel sole.»

«O madre, ho paura. Nel cozzo

de l'ire terrene son troppi i caduti.

Su l'erbe calpeste procombono, muti,

con l'ultimo rantolo mozzo

dal colpo di grazia.»—«O figliuolo,

temprando io ti vado la spada e la maglia:

di atleti ha bisogno la santa battaglia:

tu forse cadrai, ma non solo;

chè al fosco tuo cor la mia voce

dirà le parole d'un'unica fede;

saprò, lacerando la veste ed il piede,

portare con te la tua croce.»

.... «O madre, nel sogno, fra queste

penombre fiorite di strane corolle,

per sempre abbandona colui che non volle

venire a le vostre tempeste....»

«O figlio, al solenne richiamo

nessuno è ribelle. Se amore t'adduce,

fiorisci al tuo sole, t'avventa a la luce,

vivi, ardi, sorridimi, io t'amo.»

LE DOLOROSE

Ed a me giunse un ulular di pianti

come suono di molte acque scroscianti.

E mi parea venisse di lontano,

col bianco spumeggiar de l'Oceàno:

e mi parea sorgesse di sotterra,

dal cuore immenso de la Madre Terra:

e mi pareva empisse il mondo e l'aria

in torno a la mia stanza solitaria:

entrò con la fremente ombra e col vento,

mi travolse fra il buio e lo sgomento:

e la voce che udìi fra la tempesta

qui, eterna, ne la scossa anima resta.

«Noi concepimmo senza gioia il figlio

che splende ai sogni come splende un giglio.

Noi portammo nel sen la creatura

con fatica, con fame e con paura.

Ne le soffitte dove manca l'aria,

ne le risaie infette di malaria,

ne' campi dove passa, orrida Iddia,

la pellagra con occhi di pazzia,

ne' luoghi di miseria e di servaggio,

chiedemmo a Dio Signor forza e coraggio;

pregando, allor che la virtù svaniva:

—Prenditi il figlio, o Dio, prima ch'ei viva—.

*

«Noi procreammo in viscere malate

le tristi creature a pianger nate.

Il guasto sangue de le nostre vene

ebbero, e il peso di nostre catene;

ben vorremmo, nel giorno, esser con loro

ma il giorno è breve ed è lungo il lavoro:

ci afferran del bisogno i rudi artigli,

mentre la strada ne corrompe i figli.

Madri noi siamo per l'angoscia e il pianto,

non per cantar su rosee culle un canto:

cantalo tu—che il mondo abbia pietà—

questo supplizio di maternità!...

*

«Tu che scrivi col sangue de i fratelli

caduti e coi singulti de i ribelli;

tu che lottasti con nemica sorte,

canta il dolor più forte de la morte.

Ricòrdati, ricòrdati: così

pianse tua madre ne i lontani dì.

Ricòrdati, ricòrdati: e il tuo grido

sia come uccello di selvaggio nido;

come popol che irrompe a la battaglia,

come fiamma che incendia la boscaglia:

dica a la terra: Salvezza non v'ha

se umiliata è la maternità!...»

*

Tacquer—ma come, in notte senza lume

di stelle, mugge un procelloso fiume,

durò ne l'aria in fremebondi giri

l'eco dei pianti e dei lunghi sospiri.

Oh, fin ch'io soffra in questa esil parvenza

ove s'infiamma la mia pura essenza,

sempre, nel ritmo de la vita oscuro,

dovunque, nel presente e nel futuro,

udrò quel lagno senza fine e quelle

vane preghiere d'anime sorelle:

sempre nel cuore avrò, come un rimorso,

quel torvo e disperato urlo: Soccorso!...—

INSIEME

Sul letto sta, rigida e scialba,

la Morta, che sembra dormire.

Ai vetri è il sospiro de l'alba.

La Morta è vestita di bianco

come una fanciulla, con fiori

di neve sul petto, sul fianco;

e pare una vergine, un giglio;

ma incrocia le mani, in eterno,

sul grembo ove dorme suo figlio.

Il grembo che il germe raccolse

e il germe anelante a la vita

la stessa tempesta travolse;

al vento che romba e che geme

piegarono il boccio ed il fiore

insieme; si spensero, insieme,

il grande ed il piccolo cuore.

*

La Morta sorride.—Una pace

di sogno e di cielo s'imprime

sul volto, sul labbro che tace.

Le mani incrociate con pio

lor gesto, sul grembo che è tomba

al figlio, par dicano: È mio.—

—Io n'ebbi la prima parola

che sola compresi: nessuno

lo sa, ciò ch'ei disse a me sola.

Se visse de l'anima mia,

morì de la stessa mia morte:

laggiù ci farem compagnia.

Chi sa?... forse avrebbe smarrita,

lontano da me, la sua strada.

Che è mai, senza madre, la vita?...

Chi sa?... forse un solo ed un vinto

nel mondo che è senza pietà....

.... Oh, meglio, o mio sangue, a me avvinto

sparire, ne l'eternità.—

MARA

La donna fila, presso il focolare.

Fra la cenere è ancor qualche favilla.

La lampadetta d'olio a tratti brilla

sul dolce viso che d'avorio pare.

Non vecchia ancora—ma son tutte bianche

le rade chiome, e l'orbite infossate

non contan più le lacrime versate.

La donna fila, con le mani stanche.

Suo figlio ha ucciso un re.—Più mai, nel mondo

ella potrà vedere il suo figliuolo.

Solo è, per sempre e senza fine solo,

vivo e pur morto, d'un abisso in fondo

pieno di sangue—e il nero sangue a fiotti

corre, sprizza, zampilla insino al cuore

materno.—O sempre rinnovato orrore

de i lunghi giorni, de le lunghe notti!...

Ella non pensò mai che fosse ingiusto

per l'altrui pane coltivar la spica,

con tristezza, con fame e con fatica

guadagnando la vita a frusto a frusto:

arò la terra e dondolò la culla,

senza riposo e senza gioia.—Al fianco

le crescea quel figliuolo esile e bianco,

esile e bianco come una fanciulla;

e le chiedea talor, con veemente

desìo ne gli occhi, una storia di re.

«Non so narrarti una storia di re:

che ne sa del suo re, l'umile gente?...

Egli è solo e lontano, come Iddio:

fra la sua torre e il nostro casolare

ci sta tutta la terra e tutto il mare:

egli è in alto ed è solo, o figlio mio.»

.... Ed il figlio partì.—Ne le rombanti

fabbriche il torvo ansare udì dei mostri

d'acciaio a mille artigli, a mille rostri,

de le donne sposarsi ai tristi canti;

il tremendo silenzio udì talvolta

de gli scioperi: star, muti ed inerti,

i mostri vide, ma con gli occhi aperti

per afferrar le prede un'altra volta.

.... E passò.—Qualcheduno egli cercava

al di là de la folla e de la strada,

col grigio sguardo acuto come spada

pieno di lampi tra la chioma flava.

E passò tra il fetor de le taverne,

tra l'immensa putredine ove langue

l'ignota gente che di pianto e sangue

bagna il calvario de l'angosce eterne;

tra l'orror de le carceri e l'orrore

de gli ospedali e il fango del selciato

passò, co' suoi felini occhi in agguato,

una fiaccola d'odio accesa in cuore;

e un giorno—un giorno, finalmente, a Quello

ch'egli cercava da l'età lontana

giunse, fendendo una muraglia umana,

e gli cacciò nel petto il suo coltello.

*

Tu fili, o Madre, presso il focolare

insanguinato.—Le tue labbra smorte

che bevvero a la coppa de la morte,

non osan più, non sanno più pregare.

Entro il tugurio tuo nulla è mutato.

V'è l'uguale miseria e v'è l'uguale

nuda tristezza, e un tanfo glacïale

qual di covo selvaggio abbandonato.

Tu fili, o Madre, o Martire, il lenzuolo

ove sarai, per la tua pace, avvolta.

E implori presso il figlio esser sepolta,

perch'ei non sia, pur ne la morte, solo.

L'ami, il tuo figlio che ne l'odio scritto

portò il suo fato.—Forse, incoscïente,

un germe de la tua psiche dormente

passò in lui, fecondando il suo delitto.

L'ami, ferita in lui, per lui dannata

de la vergogna a l'implacabil giogo,

de l'insonne rimorso al laccio al rogo,

complice ignara, santa e disperata.

E ancor nel sogno l'accarezzi, come

ne gli spenti crepuscoli di pace,

quand'ei, lupatto indomito rapace,

scarno fra l'ombra de le flave chiome,

ti chiedeva, col grigio occhio felino

pieno di lampi, una storia di re.

Tu tremavi—e gravar su lui, su te

sentivi, enorme e fredda ombra, il Destino.

MARTHA

Sopportò gli urti de l'acerba doglia

ritta, bianca, silente, al suo telajo.

Quando ogni opra cessò, sotto il rovajo

corse a la casa, e cadde su la soglia.

E gemè senza freno—e allor che sôrto

fu il pallido mattin, la sventurata

con un urlo di bestia lacerata

mise a la luce un angioletto morto.

Il piccolo cadavere fu tolto

da gli occhi de la madre—e tutto tacque.

Tre dì sovra i guanciali ella si giacque,

fatta di pietra ne l'immobil volto;

ma il quarto giorno—e gelido il rovajo

soffiava ancora—volle alzarsi, esangue

come avesse perduto tutto il sangue....

.... Così disfatta, ritornò al telajo.

ELIANA

Un'ombra è ne' suoi strani

occhi. Il suo petto è scosso

da un brivido. Sul rosso

velluto le sue mani

s'abbandonano, come

morte. E di morta è il volto,

fra l'ondeggiar disciolto

de le scomposte chiome.

Premerà dunque il greve

travaglio, il peso enorme,

le sue scultorie forme,

la sua beltà di neve?...

Spasimerà la pura

marmorea carne anch'essa,

dilanïata, oppressa

da l'immortal tortura?...

No.—La superba vuole

de i balli fra le chiare

pompe gioir, regnare,

come rosa nel sole!...

E le purpuree tende

quasi regali, e i densi

tappeti, e i vasi immensi

ove l'oro s'accende,

son complici a l'abisso

perfido che la tenta.

Oh, come ella diventa

livida!... oh, come fisso

si fa il suo sguardo!... come

arde!... ma condannato

ha il figlio.—È decretato

l'atto che non ha nome.

*

.... Morrai fra poco, umano

germe che il mondo ignora,

e che, nel sonno, l'ora

vital sognasti in vano:

morrai fra poco, o cuore

soffocato ne i brevi

tuoi battiti da lievi

mani, senza rumore:

pura alba, che diritto

avevi a la tua sera!...

Non teme la galera

chi osò questo delitto.

Ne i balli andrà, qual giglio

immacolato il viso,

la Pallida, che ha ucciso

se stessa nel suo figlio:

andrà, come se fosse

viva.—Ma un sordo male

misterïoso, da le

viscere che le rosse

sue mani han profanate

succhierà il sangue, lene

lene, fin che le vene

avrà tutte vuotate;

e una manina informe

l'attirerà fra l'onda

del gorgo senza sponda

ove il rimorso dorme.

«VENGO, NINÌ»

«Vengo, Ninì.—So bene

che mi aspetti da tanto

tempo, e ti struggi in pianto

quando la notte viene.

So che non hai riposo

che col tuo capo sulla

mia mano.—A la tua culla

di fango il furïoso

uragano s'abbatte.

T'infràdicia la piova

la camicina nova

ch'io t'ho cucita. E batte

e batte la manina

su l'assi de la bara:

—Mamma, la terra è amara

se non mi sei vicina!...—

.... Lascia ch'io metta i fiori

ne i vasi, e accenda il foco

pel babbo, che fra poco

ritornerà da fuori.

Ch'ei trovi ogni sua cosa

linda, anche in questo giorno;

e i crisantemi in torno

al tuo ritratto rosa....

.... Povero babbo!... solo

sarà, per sempre.—Vengo,

Ninì.—Se mi trattengo

un poco, o mio figliuolo,

se m'indugio così,

è perchè penso, sai,

al babbo, che più mai,

più mai....—Vengo, Ninì.—»

È PARTITA

Stesa fra il letto e il muro

ei la trovò stanotte.

Sul cuore un grumo oscuro

di sangue; fra le dita

la rivoltella; calmo

il volto, come in vita;

bella qual'era ai lieti

anni di giovinezza,

quando mirti e roseti

non eran freschi come

il fior de la sua bocca,

il fior de le sue chiome.

Nulla lasciò: nè pure

un foglio che dicesse

—perdonami. —Nè pure

una riga d'addio.

Ne la sinistra ancora

stringe,—davanti a Dio

che il suo Ninì le prese,—

un ricciolo del bimbo

seppellito da un mese.

L'ABBANDONATO

Un'ombra di donna comparve ne l'ombra notturna,

strisciante, radente, fuggente pel vicolo tetro.

Depose un fardello, disparve—così, taciturna,

così, senza volgersi indietro.

È vivo il fardello.—Ne parte un sottile vagito,

lamento d'implume perduto che chiama il suo nido.

Le mura, le porte, le pietre di cupo granito

ascoltan quel tremulo grido.

La bassa finestra ne parla al rossiccio fanale

che s'apre qual fumida piaga nel cuor de la via.

Il vento che passa ne parla a la stella immortale,

al cielo che in alto s'oblìa.

Il trivio, con sordo ribrezzo, bisbiglia a la fogna:

—C'è un bimbo là in fondo, c'è un bimbo che muor sul selciato:

Colei che nel mondo lo mise, per fame o vergogna

al fango così l'ha gettato....

.... Perchè?... che ferocia di leggi su gli uomini grava

se fame o vergogna può vincer l'istinto materno?...

che benda t'accieca?... che lacci, o degli uomini schiavi

t'attorcono il cuore in eterno?...»

Il fioco vagito che chiama la madre e la culla

diventa singhiozzo, poi rantolo.—Il vicolo guarda

con occhi sbarrati, morire quel bimbo, quel nulla,

in grembo a la notte codarda....

La notte trapassa, fremente di pianti non pianti,

d'angosce non dette, di sdegno terribile e muto.

Vorrebbe, non può—vano strazio di tenebre oranti!...

salvar quell'umano rifiuto.

Si spengono gli astri nel brivido primo de l'alba

che sparge di cenere il cielo, che schiude le porte,

che chiama le donne a le soglie, fantastica, scialba,

dicendo: È passata la Morte....

Là giù, come un piccolo cencio che il lastrico ingombra

appare, nel giorno, l'Ignoto.—Egli è nudo ed è solo.—

Nè madre, nè casa, nè croce.—Più lieve di un'ombra....—

.... Raccoglilo tu, cenciaiuolo.

ZINGARESCA

Fra i pioppi, mentre sorge alta la luna,

al tardo passo de i cavalli stanchi,

l'errante casa va de i saltimbanchi,

inseguendo l'ignoto e la fortuna.

V'è un lumicino ad una finestrella,

e guizza e trema ne l'incerto andare;

presso il lume, il suo pargolo a cullare,

canta una donna con fioca favella;

limpida e triste, di dolcezza piena,

di lacrime e d'amor,

ai pioppi de la via la cantilena

tesse i suoi fili d'ôr.

«Dormi a l'ombra de' miei lunghi capelli,

de' miei lunghi capelli zingareschi,

piccolo bimbo tutto mio, da i freschi

labbri e da gli occhi regalmente belli:

quando tramonterà la luna chiara

sul fiume, al primo impallidir de l'alba,

sostando fra le siepi di vitalba

saluteremo la stella boara;

respirerem la brezza vagabonda

che avviva fiore e stel;

liberi come barca sopra l'onda,

allodola pel ciel!...

*

Di questi cenci non aver paura,

non temer quando sibila il rovajo,

o la neve implacabile, a gennajo,

ci blocca su le vie. La vita è dura.

Meglio liberi andar con freddo e fame

che infrangerci a le sbarre de la legge.

Questa che tutto afferra e tutto regge

pesando come cupola di rame

su i ricchi schiavi ai quali è scudo e cella,

si chiama civiltà.

Piccoli schiavi de la vita bella,

voi ci fate pietà!...

*

Dormi.—T'avvolge la mia chioma nera,

ombra di sogno e sfavillìo di spada.

Dormi, o nato su l'orlo d'una strada,

senza dolore, un giorno di bufera.

Io t'ho create vèrtebre di belva,

occhi di falco ed anima di sole.

La magnifica terra a sè ti vuole

co' suoi effluvii di solco e di selva;

quel ch'io t'ho dato è sangue rutilante

di razza imperïal

che de la piena libertà vagante

sa il fascino immortal!...»

*

Va e va per la tacita pianura

come un fantasma al raggio de la luna,

inseguendo l'ignoto e la fortuna

il carro zingaresco, a la ventura.

Va e va.—Ma gorgheggiano le smorte

labbra di lei che stringe il bimbo al core

la canzone più forte del dolore,

più forte del martirio e de la morte;

ebra di spazio e di malinconia,

ai rami, ai nidi, ai fior

l'indomita selvaggia rapsodìa

tesse i suoi fili d'ôr....

IL CORREDINO

Da l'alba, febbrilmente,

ella cuce, in silenzio.

Sul lavoro le lacrime

come gocce d'assenzio,

cadono a tratti, lente.

Un'angoscia infinita

il petto le attanaglia.

E pure ella sa vincersi,

stoica ne la battaglia

del cor contro la vita;

e lavora, lavora.

Par che non pensi a nulla

fuor che a quel bianco e morbido

corredino di culla....

Lavora—e passa l'ora.

Oh, cessare un istante,

oh, rotolarsi a terra,

gridando a Dio lo strazio

cieco che il cor le serra,

povero cor tremante!...

No.—Dev'esser finito

il corredino, a sera.

Reclina ella su l'agile

mano color di cera

il visino patito;

e ammassa febbrilmente

punti e punti, in silenzio.

Sul lavoro le lacrime,

come gocce d'assenzio,

cadono a tratti, lente.

«MATER INVIOLATA»

Un bambino agonizza a l'ospedale:

suor Benedetta veglia al suo guanciale.

Le manine contratte sul lenzuolo

annaspano, e la bocca un nome, un solo

nome sospira: O mamma!...—ne l'affanno

del rantolo. I velati occhi si fanno

di vetro. Egli non vede più.—Ma ancora,

perdutamente,—O mamma, o mamma!...—implora.

La suora a confortar quell'agonia

dice, mentendo con la voce pia:

—Ecco la mamma: ecco, è venuta: taci:

senti le mie carezze ed i miei baci?...

Starò con te, fin che sarai guarito:

taci.—Verrà l'april gaio e fiorito,

e il tuo visetto tornerà di fiamma:

càlmati, dormi presso la tua mamma....»

.... S'acqueta il bimbo. Il moribondo viso

si ricompon ne l'ultimo sorriso;

fra l'invocate ali materne giace;

spira la consolata anima, in pace.

.... Ma quando l'alba torna a la crociera,

trova la suora immobile, dov'era.

Sta presso il morticin curva a ginocchi,

e una luce novella è ne' suoi occhi:

uno spasimo strano, una diffusa

onda di amore irruppe ne la chiusa

sua vita: sopra un mar glauco e sonoro

aprirsi vide ella una porta d'oro;

le parve in quelle immense onde sparire,

tremò, comprese, si sentì morire.

NINNA-NANNA DI NATALE

—Ninna-nanna....—gelato è il focolare,

fanciul: non ti svegliare.

Per coprirti dal freddo, o mio bambino,

cucio in un vecchio scialle un vestitino.

Ma il lucignolo trema e l'occhio è stanco,

bimbo dal viso bianco.

Chi sa se per domani avrò finito

questo che aspetti povero vestito!...

Ninna-nanna —È la notte di Natale....

Libera nos dal male.

Cade la neve senza vento, fitta:

sgocciola un trave qui, ne la soffitta.

Io ti narrai la storia di Gesù,

bimbo.—Guardavi tu

lontano coi pensosi occhi che sanno

già tristi cose, e tante ne sapranno;

e mi chiedesti: È ver che nacque in una

stalla, ed ebbe per cuna

un po' di paglia, e andò povero e solo

per noi, nel mondo?...—È vero, o mio figliuolo.

E redimerci volle, ed un feroce

odio il confisse in croce;

e invan, da venti secoli di guerra,

l'ombra de la sua croce empie la terra;

chè sempre il viver nostro si trascina

fra bettola e officina,

fra l'ignoranza e la miseria nera,

fra il vizio, l'ospedale e la galera.

.... Pace ed amor non avrem dunque mai?...

O bimbo!... tu non sai.—

La notte è santa.—Mulinando cade

la neve bianca su le bianche strade;

e domani, con l'alba, le campane

diran: riposo e pane

a gli uomini di buona volontà!...—

Ma menzogna terribile sarà.

Sarà menzogna sino a quando, o figlio,

in ogni aspro giaciglio

simile a questo, in ogni nuda stanza

simile a questa, ove non è speranza,

a l'alba di Natale ogni bambino

che soffra il tuo destino

e mangi pan con lacrime commisto,

si sveglierà con l'anima di Cristo:

e tutte le soffitte avranno un fiero

fanciul che andrà il pensiero

temprando a gli urti de la vita grama,

sino a foggiarne un'invincibil lama:

e un giorno insorgeranno a milïoni

con fulmini e con tuoni

questi profeti: e al loro impeto alato

il vecchio mondo crollerà, stroncato:

ed il Vangelo allor sarà sovrana

legge a la vita umana:

e—Pace,—allora, dire si potrà

agli uomini di buona volontà!...

Ne le viscere nostre oppresse e macre

di popolane, sacre

a la fatica ed al servaggio muto,

il miracol di Dio sarà compiuto.

Ed ora, o figlio, del tuo letto al piede,

con inesausta fede

questa leggenda di Natale io dico:

—Cristo del sangue mio, ti benedico.—

QUEL GIORNO

Quel dì la terra avrà, sotto i divini

cieli adoranti, un rispuntar gioioso

di fronde, e un mite aulir di biancospini.

Ogni soglia quel dì sarà fiorita

d'ulivo, a custodir la dolce casa

ove l'amor benedirà la vita.

Ed ogni madre allatterà suo figlio

con letizia e con pace, in lui versando

la potenza del suo sangue vermiglio;

o pur, china sul forte giovinetto

da lei cresciuto, d'incorrotti sensi

gli tesserà salda corazza al petto,

con le parole che le labbra oranti

ripeteran ne' giorni in cui si muore,

pensando il casto viso e gli occhi santi.

Più non dovrà, più non dovrà nessuna

donna, per legge di servil fatica,

lasciar la casa e abbandonar la cuna.

Libera Dea di tempio immacolato,

verso la luce condurrà l'Eroe

da la sua carne e dal suo spirto nato.

E tutti allor saran fratelli in questa

religïon del doloroso grembo

che li creò pel sole e la tempesta:

nel sogno, nel lavoro e ne la messe

fratelli:—in nome di Colei che in tutti

gl'idiomi del mondo e con le stesse

infinite carezze in fondo al pio

sguardo e le stesse lacrime nel cuore,

perdonando susurra: O figlio mio!...—

RITORNO A MOTTA VISCONTI

Ella dintorno si guardò, tremando,

e riconobbe la selvaggia e strana

terra che a fiume si dirompe e frana

entro l'acque, che fuggon mormorando.

Il guado antico riconobbe e il prato

e le foreste, azzurre in lontananza

sotto il pallor de i cieli:

e il passato di lotta e di speranza,

il suo ribelle e splendido passato

ricomparve, senz'ombra e senza veli.

Piegavano gli steli

in torno, ed ella respirava il vento:

vento di libertà, di giovinezza,

soffio di primavere

sepolte, belle come messaggere

di gloria, piene d'ali e di bufere

vïolente e d'immemore dolcezza!...

Ora, silenzio.—Un battere di remi,

solitario, nel fiume: un lontanare

di cantilene lungo l'acque chiare,

e nel suo petto il cozzo de' supremi

rimpianti.—Oh, prega, anima che t'infrangi

a l'onda de i ricordi, travolgente

come tempesta a notte:

anima stanca in vene quasi spente,

così giovane ancora, oh, piangi, piangi

con tutte le tue lacrime dirotte

qui dove i sogni a frotte

ti sorrisero un giorno!... Ora è finita.—

.... E strinse fra le mani il capo bruno:

a lei da la profonda

coscïenza, com'onda chiama l'onda

nel plenilunio a fior de l'alta sponda,

salivano i ricordi ad uno ad uno.

E rivide la vergine ventenne

con la fronte segnata dal destino

sfiorar diritta il ripido cammino,

baldo aquilotto da le ferme penne.

La nuda stanza fulgida di larve

rivide, e il letto da le insonnie piene

di cantici irrompenti;

ed il sangue gittato da le vene

robuste, il sangue di veder le parve,

ne la febbre de l'arte su gli ardenti

ritmi a fiotti, a torrenti

gittato—E i versi andarono pel mondo,

da la potenza del dolor sospinti;

e parvero campane

a martello; e le case senza pane

e senza fuoco e la miseria inane

dissero, e l'agonie torve de i vinti.

Ma la vinta or sei tu, che de la morte

senti, a trent'anni, il brivido ne l'ossa,

e ben altro aspettavi da la rossa

tua giovinezza così salda e forte!...

Tutto dunque fu vano?... e così fugge

oscuramente dal tuo cor la vita,

dal cerebro il fervore

de i ritmi, come sabbia fra le dita?...

Ah, niun guarisce il mal che ti distrugge!...

.... Pur de le sacre tue viscere il fiore,

la bimba del tuo amore

torna da i boschi, carica di rose.

Essa che porta la divina fiamma

del sogno tuo ne gli occhi,

lascia cader le rose a' tuoi ginocchi,

e dice, e par che l'anima trabocchi

ne la sua voce: Perchè piangi, mamma?...—

LA CULLA

Ora ella veglia, calma nel sorriso,

presso il lettuccio ove la bimba dorme.

Hanno nel sonno le infantili forme

una soavità di paradiso.

S'addormentò la bimba con la mano

ne la sua mano; ed ella più non osa

toglier le sue da quelle

piccole dita, petali di rosa.

S'addormentò la bimba su lo strano

ritmo d'una canzon d'ali e di stelle

e di bionde sorelle,

ch'ella cantava:—ora la sogna, forse.—

E ne la calma quasi augusta, piena

di taciti pensieri,

la smorta donna dai grand'occhi neri

ripete nel suo cor la cantilena.

«C'era una volta....»—ma perdutamente

si spezza la canzon nel triste cuore.

L'anima antica insorge in un clamore

di tempesta.—Sei tu, quasi morente?...

Sei dunque tu la zingara boema

libera come il raggio e come l'onda,

che respirò l'ebrezza

del sole e de la rondine errabonda,

e ne i canti onde l'aria par che frema

ancor, tutta versò la giovinezza?...

L'infinita stanchezza

del tuo viso confessa il lungo male

che a poco a poco ti vuotò le vene.

E pur tu condannata

non sei.—Ti vuole a sè quest'adorata

culla ove dorme e palpita il tuo bene.

—Vivrai per questa bianca creatura

che uscì da la tua carne dolorosa.

Una potenza che a te stessa è ascosa

avvampa ancor ne la tua fibra oscura.

Ancor tu guarderai la vita in faccia

per lei, per lei ch'è sangue del tuo sangue;

e ascenderai le cime

eccelse, ove lo spirito non langue;

per lei, per lei ritroverai la traccia.

Se l'anima nel pianto si redime,

raccogli tu ne l'ime

fibre la poesia del tuo dolore:

poi va—trasumanata.—E avanti, avanti,

fin che ti regga il piede,

fin che non abbia la tua nova fede

infiammati d'amor tutti i tuoi canti!....

.... Passano l'ore e passano le stelle

pallide su quel sonno d'innocente,

mentre la donna fragile e possente

dal fermo cuore ogni viltà si svelle.

.... «O creatura mia, piccolo fiore

che chini e chiudi le tue foglie a sera

per riaprirle al raggio

de l'alba: solo ed inesausto amore

oltre la vita, oltre la morte nera:

guida il mio sogno, tempra il mio coraggio

lungo il cammin selvaggio!...»

.... Passano l'ore e passano le stelle.

La madre veglia—e ancora, nel divino

silenzio, ella non osa

toglier la sua da quella man di rosa

che tiene avvinto tutto il suo destino.

UN RICORDO

Un meriggio di luglio, un'afa bassa:

io consunta di febbre, abbandonate

su le lenzuola le braccia stroncate,

e immobil come salma ne la cassa.

Ne l'orrenda stanchezza un solo, acuto

pensier: la bimba.—La sua voce piana

giungeva a me da una stanza lontana,

come ne i sogni:—tutto il resto, muto.—

E il suo piccolo passo udìi venire,

dopo, sino al mio letto.—Dolcemente

mi prese, mi baciò la mano ardente....

.... ed a quel bacio io mi sentìi morire.

Precipitava i colpi vïolenti

il cor malato, sino a soffocarmi.

Le tempie, come tizzi, eran roventi;

le membra, fredde come freddi marmi.

Tentavi con le tue di riscaldare

queste povere mani moribonde.

Io mi sentiva l'anima affondare

in un mar senza scampo e senza sponde.

Dissi, come in un soffio: La bambina.—

E vidi ne' tuoi buoni occhi una forte

promessa.—Al buio, come un'assassina,

stava in agguato, dietro a me, la morte.

DESTINO

Non dovevo morir.—V'è una parola

Che niuno ancora su la terra ha detta.

Scriverò la parola benedetta

col puro sangue del mio grembo, io sola.

Solo una madre il gran mister può dire

che disserra le fonti de la vita.

Io sarò quella madre.—Io l'infinita

gioia che fa ogni volto impallidire

canterò.—Coi fanciulli su i ginocchi,

febbricitanti di dolcezza, tutte

le donne in me saran sospese, tutte

le donne avranno in me raccolti gli occhi,

e un'ebrezza d'orgoglio al cor profondo

sentiranno affluir per ogni vena

al mio grido: Ave o Madre, o Gratia plena,

che porti e nutri ne' tuoi fianchi il mondo.

IL CALVARIO DELLA MADRE

Grembo materno strazïato e forte,

di tua fecondità l'invitto segno

in te impresso sarà fino a la morte.

Ave.

Bocca materna, non avrai più baci

che non sien quelli di tuo figlio—come

sigilli d'oro fulgidi e tenaci.

Ave.

Occhi materni, voi vedrete il mondo

dietro un velo di lagrime, seguendo

ansiosi il folleggiar d'un bimbo biondo.

Ave.

Mani materne, voi più non saprete

che blandire e sanar le rosse piaghe

di colui che a la terra offerto avete.

Ave.

Vita materna, non sarai più nulla

fuor che l'Ombra vegliante ad ali aperte,

con lunghe preci, a fianco d'una culla.

Ave.

Cuore materno, cuore crocifisso,

cuor benedetto, cuore sanguinante,

cuore pregante a l'orlo d'un abisso,

non più per te, non più per te vivrai;

ma pel figlio, pel figlio in mille forme

di perdono e d'amor rinascerai.

Ave.

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