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Maternità

ACQUEFORTI

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ACQUEFORTI

GLI AMANTI DELLA MORTE

Essi erano stanchi di tutte

le cose vedute.

Nessuna veniva, di tutte

le cose sognate.

La vita, come una straniera

dal freddo sorriso indolente,

ignota passava, fra gente

ignota.—Non era, non era

la vita che un pugno possente

brandisce, scudo, asta o bandiera.

E accadde che un giorno

i fieri assetati pensarono

la fonte che sazia ogni arsura,

la fuga che è senza ritorno,

la gioia de l'ultima oscura

rinuncia, del freddo guanciale,

del bacio che è senza l'uguale,

del sonno immortale.

E ti chiamarono, o Velata.—

Ma tu non rispondi che a l'ora

nel tempo fissata.—

Ed essi sognarono allora

vïolentare le tue labbra smorte:

sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...

*

E tu, prostituta del mondo,

che sai tutti i baci,

vampiro che succhi ogni vena

con labbra voraci,

tu fosti a quegli occhi la fata

dormente nel chiuso giardino,

il giglio lontano e divino,

la bocca non anco baciata.—

Ti pregarono, a capo chino.

Ti dissero: Vieni, o Velata.

—Con te nel silenzio

del bosco ove foglia non s'agita

e voce d'uccello non canta:

fra cespi di mirto e d'assenzio,

fra tronchi che l'edera ammanta,

o amore di terra lontana,

o luce di fata morgana!...—

.... Fu vana, fu vana

la lunga preghiera, o Velata.

Tu solo rispondi ne l'ora

dal tempo fissata.—

Ed essi sognarono allora

vïolentare le tue labbra smorte:

sognarono il gesto feroce, lo stupro terribile, o Morte!...

*

E come fanciulla dormente

t'han presa.—Lo so.—

La bocca brutale rovente

la tua soggiogò.

E tu, che prepari implacate

torture a colui che ti fugge,

col morbo che làncina e strugge,

con lunghe agonie disperate,

tu fosti l'Amante che rugge

d'ebrezza fra braccia adorate,

e versa le estreme

delizie con l'ultimo rantolo;

l'Amante com'edera avvinta

che tutta si dona, che freme,

che morde—tu vinta, tu vinta!...

.... Fra cespi di mirto e d'assenzio

or giaccion gli Atleti, in silenzio.

Eterno è il silenzio,

eterna la pace.—Un sorriso

di fiera dolcezza s'effonde

sul rigido viso.

Risognan le gioie profonde

ch'hanno strappate a le tue labbra smorte:

poichè tu ben ami chi t'ama, o bianca, o terribile Morte.

LACRIME SILENZIOSE

Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,

quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,

mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,

goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.

Come inesausta fonte, oh, sgorgan nel freddo silenzio,

sciogliendosi su i labbri con acre sapore d'assenzio.

L'ombra le guarda e tace, le ascolta cadere dirotte,

e tace; e in essa il loro segreto d'angoscia s'inghiotte.

Stille di piombo fuso su viscere dilanïate,

ricadono su i cuori—e tutti ne abbiamo versate.

Chi mai, chi mai, fratelli, nel mondo può dir che le sole

lacrime sieno quelle che i cenci rivelano al Sole,

porte e finestre aprendo per chieder pietà su le vie,

pietà pei bimbi scarni, pietà per le ignude agonie?...

*

Mute, senza singhiozzi, allor che nessuno le vede,

quando, venute l'ombre, de i visi la maschera cede,

mute, senza singhiozzi, solcando roventi le gote,

goccian, da fiere mani nascoste, le lacrime ignote.

Piangon su i vecchi sogni, sul vecchio lontano dolore

che il labbro dice—spento—che è piaga insanabil nel core;

piangon su i figli ingrati, sul mesto avvizzir de la vita

che, come sabbia d'oro, ne sfugge da l'avide dita;

su quel che tu non dici nè pure a te stessa talvolta,

anima miseranda, nel buio, nel dubbio travolta!...

Gocce di vivo sangue, o lacrime ignote, sgorgare

da ignoti occhi vi sento—e, ahimè!... non vi posso asciugare.

Lo metteran sotterra, il cor che in segreto vi pianse:

non saprà mai nessuno che oscura tristezza l'infranse.

LA VECCHIA PORTA

Quadro di A. Baertsoen.

A Elisa Ricci.

La vecchia porta s'apre nel fianco del vicolo oscuro:

goccia miseria e lebbra la crosta del viscido muro.

Nera come un abisso, è muta, è sinistra la porta:

sotto le basse nubi sta, fredda, terribile, morta.

Morta?... no, pensa.—Cose nel tempo sepolte ella sa.

Molto ricorda—amore, dolore, delitto, pietà.

.... Passò, scherzosa, a l'alba, tornò, stanca e pallida, a sera,

con le compagne, l'esile fanciulla che avea ne la fiera

bocca e ne gli occhi glauchi la luce d'un sogno.—Non fu

vista tornare, un giorno. Nessuno la vide mai più.—

.... La vecchia porta pensa:—ne l'andito buio, una notte,

due corpi avviticchiati, un colpo, uno schianto, due rotte

parole: A me! soccorso!...—Durò, dentro l'andito muto,

tutta la notte il rantolo de l'uom che morì senza aiuto.

Piccole, strette bare di bimbi rachitici, spenti

da tabe e da miseria nel fiore de gli anni innocenti,

passarono.—Non pianse la madre, o assai breve fu il pianto:

è dolce ai bimbi infermi la pace del pio camposanto.

Passarono i braccianti, cantando. Ma avevan le note

un ritmo grave, un senso d'ignote tristezze, d'ignote

lacrime.... e una fanciulla da l'alto guardava, chinato

il viso fra i cespugli di qualche geranio malato.

Quanti singhiozzi e sogni di povere vite ascoltò

la vecchia porta?... ora essa è stanca. —Ora pensa: Cadrò.—

*

Con voluttà di gioia, le picche e i martelli, domani,

faran le grigie case del sordido vicolo a brani.

Abbatteranno i muri stillanti la febbre del tifo,

le garrule ringhiere, degli anditi immondi lo schifo,

le stanze ove s'ammucchian, su stretti promiscui giacigli,

pel torbido riposo i padri e le madri coi figli.

Udran le tristi razze la prima parola d'amore,

sapran che su la terra vi sono degli alberi in fiore,

e gioie ùmili e sante, e case dai lindi balconi

pieni di vento, pieni di gaie ridenti canzoni.

E tu, tu, vecchia porta, travolta ne l'ampia ruina,

vedrai la prima volta, cadendo, la luce divina:

coi palpiti di marzo che sveglian le fresche viole,

respirerai, morendo, la gloria feconda del sole.

L'ORGANETTO

Amo le tue canzoni, o vecchio organetto scordato,

da un monco veterano per ùmili strade guidato.

A lui, che in Aspromonte pugnava fra i pallidi insorti,

tu canti ancor: «Si scopron le tombe, si levano i morti....»:

quando s'addensan l'ombre de' plumbei tramonti pei cieli,

tu arridi a lui con l'inno fedel di Goffredo Mameli.

Amo i tuoi stanchi ritmi, che sanno a la povera gente

portare un soffio, un raggio di queta gaiezza ridente;

che a le donne, sedute coi bimbi rachitici al seno,

dicon non so che sogno, non so che miraggio sereno.

Rapsodo vagabondo, nel buio de' freddi cortili

getti, come d'incanto, l'effluvio de' liberi aprili;

Nina, Rosetta, Bice discendono a salti le scale,

ansando un poco, smorte del lento terribile male

che sugge a goccia a goccia le vene del povero.—E tu

suoni per quella gioia le danze del tempo che fu:

oh, vana, oh, breve gioia di corpi a la vita anelanti,

chiusi doman fra il sordo fragor de le macchine urlanti!...

Rapsodo vagabondo, va dunque, le tue serenate

cantando a le finestre d'anemica ruta infiorate:

getta i tuoi vecchi ritmi ne' trivii ove il popolo muore,

così, come si getta sul fango del lastrico un fiore:

Beethoven de la strada, un vento di turbine, un'onda

d'oscura angoscia infrange talor la tua voce profonda.

Ne le tue rotte corde, nel buono ramingo tuo core

l'anima de la plebe passò col suo stanco dolore,

e piange....—come il cieco vagante a tastoni entro il velo

d'ombra che gli contende l'azzurro implorato del cielo.

L'ULTIMO VALZER

Fra le sue braccia

ella è flessibile

come un virgulto

nel lungo strascico

color viola.

Danzano, danzano

senza parola.

Fra densi effluvii,

fra luci gemmee

piegano, ondeggiano,

stretti trasvolano

ritmicamente;

ed ella fingere

tenta un sorriso

nel bianco viso;

ma il viso mente,

ma il valzer mente,

non s'aman più.

A onde, a fremiti,

a spire, a vortici

si snoda il valzer

pieno di lagrime,

pieno di baci.

E passan agili

coppie fugaci:

corpi di giglio,

spume di rosei

veli, auree treccie,

lenti bisbigli,

carezze lente....

bellezza e musica,

eterna e vana

fata morgana:

follia di danza,

fresca esultanza

di gioventù!...

.... La dama pallida

non è più giovane,

non è più bella.

Fra i ricci morbidi

v'è un filo bianco,

nel petto il fragile

cuore è già stanco.

Danzano, danzano,

avvinti inseguono

nel ritmo l'ultimo

miraggio, l'ultima

speranza in vano.

Giro di valzer

rapido e lieve

sei, vita breve!...

La terra accoglie

le vizze foglie:

il sogno fu.

.... Danzano, danzano

la ridda funebre

sui fiori morti.

L'amore in livido

gorgo s'affonda;

ma ancor del valzer

spumeggia l'onda.

Con lunghi brividi,

con molli e perfide

carezze avvinghia,

trascina, intorbida

l'anima e il senso.

Oh, fra le immemori

ultime spire

così sparire:

di mari ignoti

naufraghi ignoti,

non soffrir più!...

SETTE MAGGIO 1898

Ho quell'ore ne l'anima inchiodate:

la via deserta, sotto un ciel di piombo:

ad un tratto, da lungi, un sordo rombo

di folla, e un grandinar di fucilate.

Porte e finestre in un balen serrate

lugubremente—poi silenzio.—Il rombo

già s'avvicina, sotto il ciel di piombo:

colpi, fischi di palle, urli, sassate.

Fin ch'io vivrò mi resterà ne l'ossa

quell'angoscia, quel soffio d'agonia

su gente inerme del suo sangue rossa;

e vedrò quel fanciul, senza soccorso

morente—un bimbo!...—in mezzo de la via,

china e intenta su lui come un rimorso.

FUNERALE DURANTE LO SCIOPERO

Carro povero e nudo e senza un fiore

che lentamente porti

il fèretro del vecchio muratore

a la casa de i morti,

come un carro di re verso il riposo

che non ha fine, vai:

il corteo che ti segue è glorïoso

come niun altro mai.

Son diecimila e pur sembrano un solo,

calmi, quasi sereni.

Unica e grande sul compatto stuolo

par che un'idea baleni;

e nel ritmico passo e ne l'uguale

respiro e ne le assorte

fronti parli e s'affermi, alta sul male,

sul pianto e su la morte.

«O Camerata, che ne l'aspro e degno

conflitto eri con noi,

e moristi, sperando, in questo segno,

fra le braccia de' tuoi;

volgiti indietro, e guarda. Eccoci tutti

a le tue pompe estreme.

Quel giorno solo noi verrem distrutti

che non saremo insieme.

Sappiamo ormai che, in nostra fede avvinti,

rinnoveremo il mondo.

Son retaggio de i deboli e de i vinti

il gesto furibondo,

il cieco sasso, de gli incendii il lume

sanguigno, e il pazzo urlare.

Noi siamo il grande e maestoso fiume

che volge il corso al mare;

il ghiacciaio noi siam bianco e silente

che leva al ciel la fronte,

e a poco a poco, inesorabilmente,

spacca e sommuove il monte.

L'ultimo aiuto e la speranza estrema

perduta avrem dimane.

Non tener, Camerata. Il cor non trema

se pur ci manca il pane.

Oh, come lungi ancor le radïose

battaglie del lavoro,

fra canti di fanciulli e aulir di rose

sboccianti a l'albe d'oro!...

Quante vittime ancor lungo la via

irta di sassi e spine,

ne la guerra inugual, ne l'agonia

tremenda e senza fine

de la fatica che non ha conforto,

de la scarsa mercede,

del duro pane!... O Camerata morto,

dormi, ne la tua fede.

Siam diecimila in torno a la tua cassa,

doman sarem milioni.

L'ira nostra non è turbin che passa

denso di lampi e tuoni:

è l'avanzar compatto ed incessante

fra torbidi perigli,

non per noi, non per noi, ma per le sante

gioie de' nostri figli:

è il batter senza tregua coi pesanti

martelli il duro masso,

a poco a poco disgregando, ansanti,

le vèrtebre del sasso:

nostra fede portar come un bel fiore

su l'elsa d'una spada:

stringer le file se un fratel ci muore,

e seguitar la strada.»

REDENZIONE

L'uomo che molto pianse e maledisse

e s'abbrutì per fame,

a colei che di sè mercato infame

lungo i trivii facea,—Seguimi—disse.

Vide ch'ella, a vent'anni, rifinita

era, come vegliarda;

e avea ne la pupilla opaca e tarda

la vergogna e il terror de la sua vita.

Egli dunque le disse: «O condannata

al bacio, àlzati e vieni.

Con quest'occhi che un dì furon sereni

tra i rifiuti del mondo io t'ho cercata.

Perduta sei com'io perduto sono:

pietà di me nessuno

commoverà, pietà di te nessuno:

chi è fuor di legge non avrà perdono.

La tua china è la mia, giù, sino al fondo.

In questo è la salvezza.

Noi avrem la terribile dolcezza

d'amarci come niun s'amò nel mondo.

Per l'infanzia di stenti e di percosse

che ricordi tremando,

pel tuo livido corpo miserando,

per la fame che a venderlo ti mosse;

pel trivio cieco, ove randagie e scarne

ombre velate in viso

offronsi col più squallido sorriso

che mai finga il piacere in triste carne;

per le taverne ove il barabba porta

il rauco ritornello

d'un'oscena canzone, il suo coltello

pronto a ferire, e la sua donna smorta;

per l'alba d'ôr che Iddio promise, io t'amo,

io t'amo.—Così sia.—

V'è una terra nel mondo ove s'espìa

per rinascere.—Credi: àlzati: andiamo.»

*

Vanno—per espiar.—Tutto il rossore

de i colpevoli e ciechi anni trascorsi,

e i tumulti de l'anima e i rimorsi

vibrano in quell'amore:

come lavacro su le fronti oranti,

scroscïando dal ciel tinto di lutto,

cadono al par di tempestoso flutto

tutti del mondo i pianti.

Vanno—per espiar.—La fulgida ora

non suonò—ma rischiara a poco a poco

le trepidanti anime un riso, un foco

di speranza e d'aurora.

Passano ignoti per ignote strade,

fin che cessa la pioggia e il giorno appare:

giungono a un piano vasto come il mare,

magnifico di biade.

E caste madri e giovani e vegliardi

da la libera festa del lavoro

tra l'erbe verdi e tra le spiche d'oro

miran con dolci sguardi

i due ploranti, e tendono le braccia,

salmodiando il cantico di Cristo:

—Ben venga chi sofferse ignudo e tristo,

e chi smarrì la traccia:

chi, delitti non suoi scontando, infranse

le mura de la legge per un pane,

e tutte seppe le vergogne umane,

e il suo sfacelo pianse!...

Qui ogni vita risorge e si trasmuta:

qui si crede e si canta; e la sublime

giustizia de l'amor salva e redime

il ladro e la perduta.—

INCONTRO

Noi c'incontrammo. Io mi sentìi repente

il gelo su la faccia e un tuffo al core,

e per tutte le membra un'opprimente

gravezza.—Ella era smorta del pallore

stesso che volto e labbra a me coprìa:

tremava del medesimo tremore.

Piegò vêr me la testa in atto muto,

silenzïosa io reclinai la mia:

e mai covò tant'odio in un saluto.

DILUVIO

E piove, e piove senza mai cessare:

piove con odio su la terra scossa.

La rauca voce del torrente ingrossa

più e più, sotto il cieco imperversare.

Empie la stretta valle che s'infossa

fra i monti—e sale, e pare urlo di mare,

l'eco de gli opifici a soverchiare

come rombo di popoli in sommossa.

.... Ascolto—sola.—E penso a le fiumane

che, non lungi di qui, sfascian le rive,

tutto affogando in gialle onde incalzanti;

di qui non lungi, udir credo, su schianti

di case e lagni d'ombre fuggitive,

un ruinar precipite di frane.

CAMPANA A MARTELLO

Dan-dan di campana lontana che turbi la pallida Notte,

che rompi la calma del sonno con grida d'angoscia, con rotte

parole, che piangi, che incalzi ne l'ombra, portato da i venti,

e piombi e ripiombi su i cuori, che al buio trasalgono, intenti:

qual fiume strarìpa?... qual dramma

si svolge di sangue fraterno?... qual fiamma

divora le case, divora le vite, ed avventa ne i cieli

da l'arse ruine con folle superbia le spire crudeli?...

E pur non rosseggia d'incendio de i cieli la curva profonda,

non rombo di fiume ne giunge che gonfio travolga la sponda.

Dan-dan di campana lontana che chiami, che chiami, che chiami,

da quale fantastica torre tu mandi i tenaci richiami?...

Non sei de la terra?... nel vuoto

ti getta il dolor d'uno spirito ignoto?...

Le bianche, le tacite stelle che piano tramontano in mare

te ascoltan con voce inesausta pregare, pregare, pregare.

Dan-dan di campana a martello squillante dal buio Infinito,

ne l'ora d'un sogno tremendo noi tutti t'abbiamo sentito.

Vorremmo assopirci ne l'ombra, ma tu sei de l'ombra più forte:

ci sveli il perchè de la vita, ci sveli il perchè de la morte.

E tutte le cose bugiarde,

e il tempo perduto ne l'opere tarde,

e tutte le ignavie vigliacche del cor che a se stesso ha mentito,

ne dici, campana a martello squillante dal buio Infinito!...

E il piccolo cuor che ha creduto di battere eterno, la Sfinge

a un tratto comprende: si sente caduco; ma il tempo già stringe.

Fu errata la strada e la fede; fu un sogno la gloria; fu vano

l'amore.—Mentisti a te stesso—ripete il rintocco lontano.

—O cuore, riprenditi intero:

t'imbevi di luce, combatti pel vero:

vuoi dunque morir senza dirla, la pura, la grande Parola

che devi?...—Così la campana singhiozza—fatidica—sola.—

ALPE

Non posso amarti, o vetta ove risplende

fredda la neve ne' silenzî immoti,

ed il ghiaccio cristàllino si fende

su abissi ignoti.

Tu stai sovra le nubi e sovra il male,

t'avvolge l'ampia nudità de l'aria:

pria di sfiorarti irrigidiscon l'ale,

o Solitaria

che non sai, che non senti e che non muori.

Fra la mia vita e le tue nevi eterne

sta un miserrimo stuol d'odii, d'amori,

d'ansie fraterne:

tremano gli echi de i singhiozzi umani,

danzan le ridde de gli umani strazî;

ma tu non hai pietà, da' tuoi lontani

gelidi spazî.

E se l'uom, te mirando, un'ideale

grandezza pensa, gli rispondi: Mai:

a questa calma eccelsa ed immortale

non giungerai.—

*

Forse, chi sa?... tu pur soffri.—Tu, stanca

forse de' tuoi silenzî ampî di tomba,

e d'esser sempre immobilmente bianca

sul mondo che qua giù turbina e romba,

sogni.—Sogni un torrente aureo di lava

che salga dal tuo core a le tue cime,

e vi squarci un cratere, e su te schiava

trabocchi, ardendo d'un amor sublime.

A MIA MADRE LONTANA

Ti sogno.—A le gracili mani

appoggi la testa che langue.

Oh, mai così pallida, oh, mai così esangue

ti vidi ne i tempi lontani.

Tu ascolti il cammino de l'ore,

o madre, d'intense memorie vivendo;

e passano l'ore, cadendo

pesanti sul chiuso tuo core.

E pensi a me sola, a me sola:

con tutta l'oscura energia

di quella che t'arde mortal nostalgia

chiamando me sola, me sola.

Oh, qui, dove perdutamente

a un rogo d'amore la vita abbandono,

ti grido—Perdono, perdono—

o madre diserta e cadente;

e sempre ti sogno. Le mani

raccogli, bianchissime, in croce,

e parli—e nel soffio de l'esile voce

rivivono i tempi lontani.

SUL MONUMENTO DI EDVIGE V***

Ritta presso il sarcofago, non geme

l'alta immobile donna, e non impreca:

ascolta, intenta e dolorosa insieme.

Lo sguardo e il viso essa tremando tende,

socchiuso il labbro, giunte ambo le mani:

e forse il sogno del mistero intende,

poi che le vibra tutta la persona,

e gli occhi, fissi al limitar del cielo,

spiran l'essenza d'ogni cosa buona.

In questi giorni di novembre, grevi

di nebbie, e quando coprirà l'inverno

le fosse col pallor de le sue nevi,

e sempre, nel fluir del tempo ignoto,

muta sfinge di bronzo, ascolterai,

perduti i supplicanti occhi nel vuoto;

ma quel che intendi non saprem giammai.

*

Noi non sappiamo nulla.—Ferrea porta

si chiude, nel presente e nel futuro,

su quel che resta de la nostra Morta.

Noi null'altro che ciechi atomi siamo,

e su la Cara che ci lasciò soli

oh, nulla, fuor che pianger, non sappiamo.

Luceva in Essa quell'ardor di bene

che sommove le pietre e tutti i cuori

trascina e spezza tutte le catene:

e mentre Ella, di fiori una regale

copia spargendo con le bianche mani,

assurgeva al suo culmine mortale,

mentre un suo riso semplice e gagliardo

a noi volgeva, a un tratto sparve.—Sola

tu sai, tu, sfinge da l'intento sguardo,

del suo sepolcro l'intima parola.

*

È parola di speme e di quiete

che a te sommessa come un bacio giunge

da queste ov'Ella dorme ombre secrete?...

O pure è pianto, è gemito d'angoscia,

urlo e singhiozzo per cui trema il marmo

come a tumultuosa acqua che scroscia?...

O è sogno d'altri mondi e d'altri cieli,

cantico e riso di novella vita

che commove i tranquilli echi fedeli?...

.... Noi non sappiam che piangere, vaganti

come bimbi smarriti ne la notte,

mentre il tempo ne spinge avanti, avanti,

ove Ella aspetta.—E tu, sfinge, che il puro

viso tendi ascoltando e preghi e tremi,

tacerai nel presente e nel futuro,

sino al cieco affondar de gli anni estremi.

PASQUA DI RISURREZIONE

Io canto la canzon di Primavera

andando come libera gitana

in patria terra ed in terra lontana,

con ciuffi d'erba ne la treccia nera.

E con un ramo di mandorlo in fiore

a le finestre batto, e dico: Aprite:

Cristo è risorto e germinan le vite

nove e ritorna con l'April l'amore!...

Amatevi fra voi, pei dolci e belli

sogni ch'oggi fioriscon su la terra,

uomini de la penna e de la guerra,

uomini de le vanghe e de i martelli.

Schiudete i cuori: in essi irrompa intera

di questo dì l'eterna giovinezza.

Io passo e canto che vita è bellezza,

passa e canta con me la Primavera.

IN MEMORIA

Alla mia seconda bambina

vissuta un mese.

Non odi?... il frondoso giardino

è tutto un cantare di passeri,

è tutto un susurro di foglie

nel fresco mattino.

Mio piccolo fiore selvaggio,

perchè rifiutasti di vivere?...

È ver, tristi giorni ha novembre;

ma poi torna maggio.

Velata di candidi veli

saresti or fra queste mie braccia;

avresti ne gli occhi vaghissimi

l'azzurro de i cieli;

ed io ti direi le gioiose

parole che tutte bisbigliano

le madri ai bambini, cogliendoti

a fasci le rose.

Ma tu non volesti. Il vagito

tuo primo, o mia bimba, fu l'ultimo:

suggella i tuoi labbri il silenzio:

eterno, infinito.

Schiudesti sul mondo l'ignara

pupilla, o mia bimba, un sol attimo:

che vide?...—Suggella il silenzio

la culla e la bara.

E pure al mio sogno che sparve

io grido: perchè?... Fra le braccia

materne, perchè, bimba, inutile

la vita ti parve?...

PICCOLA TOMBA

O piccola tomba lontana,

è il giorno de i Morti.—Chi sa

se l'erta stradetta montana

qualcuno per te salirà!...

M'han detto che cadde la neve

su i colli di Santa Maria:

io penso la grigia, la breve

colonna troncata, fra un chiuso

di fronde rossiccie, di rami

bagnati, in un velo diffuso

di nebbia.—La candida Morta

io penso, che quasi non visse.

S'aprì, si rinchiuse la porta

di Vita, in un'ora, per lei.

E fuor che quegli occhi, sì grandi,

sì limpidi e simili ai miei,

io d'essa non vedo.—Nel cuore

non so ricomporre quel viso,

quell'esile grazia di fiore....

.... Morivo, lo so.—Sui cuscini

rizzata la testa convulsa,

io vidi quegli occhi divini.

Tentaron le labbra una pia

parola di benedizione.

Poi vinse, su me, l'agonia.—

O tu che portavi ne i tristi

tuoi occhi il perchè del mio male,

o tu, che di quello moristi;

da lunge mi guardi, mi guardi,

con muta struggente pietà.—

Comprendi?... mi aspetti?... È già tardi,

fra poco la mamma verrà.

PIAZZA DI SAN FRANCESCO IN LODI

Se de la patria il giovanile e fresco

disìo sale al mio cor come un incenso,

tutta bianca nel sole io ti ripenso,

piazza di San Francesco.

Cresce fra le tue pietre, o solitaria,

tranquilla l'erba come in cimitero.

—Sole e silenzio.—Un passo—un tremar nero

d'ali, fendenti l'aria.

Ed eran quel silenzio e quella pace

che in te bevevo a sorsi larghi e puri;

e il bacio amavo su' tuoi vecchi muri

de l'edera tenace.

L'antico tempio, presso l'ospedale,

svolgea sue linee semplici e divine.

Per due bifori in alto, snelle e fine,

rideva il ciel d'opale.

L'antico tempio avea canti e colori

d'una soavità che ancor mi trema

dentro.—O speranze, o poesia suprema

de gli anni miei migliori!...

Gravi note de l'organo, salenti

a gli archi de le vôlte longobarde,

su l'alte mura tremolar di tarde

stelle e fluir di venti!...

Come un suggello mistico al pensiero

da voi mi venne—e forse ho sempre amate

per voi le grigie case abbandonate

ove dorme il mistero,

i muschi densi a piè de l'erme, i queti

cortili pieni di sole e di verde,

i portici de i chiostri ove si perde

l'anima de i poeti;

i tristi luoghi ruinanti in pace

ove sol parla il soffio de le cose,

de i sogni morti e de le morte rose,

e tutto il resto tace.

IL SOGNO DI DRAGA

Sorrise con labbra procaci,

con piccoli denti felini

la donna al suo sogno, ne l'ombra.

Sì grande era il sogno

che vincer le parve follìa;

ma grande era pur la malìa

de gli occhi d'amore,

di sotto a le pàlpebre chini;

ma il fiero destino era scritto

nel suo nome, nel suo nome,

lucente, terribile e dritto

qual filo di spada.

Creata ad ambigue vittorie

ella era; in quel corpo era chiusa

la forza di tutte le glorie

del senso.—Ella sorse.—L'effusa

sua chioma pareva una veste

regale.—Ella andò.—Le tempeste

a lei saettavano i fianchi,

gonfiandole il labbro di sfide,

gonfiandole il cuore d'orgoglio.

Salì fino a te,

salì dal tuo letto al tuo soglio,

o giovine re!...

*

Co' suoi tenebrosi capelli

la pallida Maga t'avvinse.

Tu, contro la storia e la plebe,

tu, contro i destini

di patria, fanciullo selvaggio,

bevesti a quel bacio, a quel raggio

la fede, la vita.

Ed ella il tuo cuore si strinse

nel piccolo pugno di fata,

invincibile, invincibile,

allor che, al tuo piede prostrata,

susurrava: T'amo.—

Mentiva. Mentiva, pel trono

gonfiando il suo grembo infecondo,

indegna di tregua e perdono,

profanante a gli occhi del mondo

per sete di regno un altare.

Sfidò, come scoglio nel mare,

il nembo fischiante.—Fu sola

in faccia a l'Europa.—Con denti

difese e con unghie di belva

il suo sogno, o re.

E cadde qual tigre a la selva,

ma cadde con te!...

*

Regina di Serbia, stanotte

scordasti, per l'ore solenni,

la veste di rosso broccato?...

Purpurea qual sangue

di vinti è la tunica slava

che avvolger ti dee, prima schiava

d'un torbido regno,

di patria ne l'ore solenni.

Ma gli ebbri soldati, o superba,

ti preparano, ti preparano,

col piombo, la tunica Serba.

Per vènti ferite

cadendo, due volte sovrana,

scontando con l'empio martirio

la gloria terribile e vana,

il vano infecondo delirio,

scagliando ancor l'ultimo insulto

sul viso a la Serbia in tumulto,

tu insanguinerai terra e mare

col tuo sangue di leonessa.

Il manto regal di Teodora

volesti per te.

Or cadi, com'essa, ne l'ora

fatale de i re!...

*

Nel campo ove immemore l'erba

verdeggia su l'umili fosse,

o Draga, il tuo sogno è sepolto

con te.—Tu passasti

sul capo di cento ribelli,

sul filo di cento coltelli,

fra il plumbeo silenzio

che cova fragor di sommosse,

armata di scudo e d'elmetto

pel tuo sogno, pel tuo sogno,

che or serri, in eterno, sul petto.

Tessuto di perle

e d'oro, gemmato di ardenti

rubini, grondante di sangue,

ti avvolge le membra possenti

fra spire fantastiche d'angue.

In vita toccasti il tuo segno:

nel mondo godesti il tuo regno:

se rosso martirio ti lava,

se crisma di morte t'assolve,

riposa—o pirata del soglio.—

Riposi con te,

sgabello al tuo misero orgoglio,

il fosco tuo re!...

NATALIA

E tu, che di beltà quasi divina

fosti, ed or soffri nel lontano esiglio,

e pregare non puoi, se pur regina,

su la terra ove ucciso hanno il tuo figlio!...

Stai, come Niobe, curva sotto il fato,

senza lamenti.—E pur sento cadere

lacrime e grida sul tuo cor malato,

—gocciole di veleno in un bicchiere:—

sento, o vagante e tragica Sorella,

—e la pietà per te mi fa più buona—

l'inconfessato intimo strazio della

maternità che porta una corona.

IL MINUTO

Minuto che passi fuggendo, veloce pulsante

fra il cielo e la terra fiorita,

minuto che passi, fermare nel ritmo sonante

io voglio la breve tua vita.

Io fragile donna con gesto d'amor ti conquido,

ti strappo a la notte d'oblìo:

rapito a la corsa del tempo, nel bronzo t'incido:

sei bello, sei vinto, sei mio.

E sento vibrar nel tuo cerchio le immense energie

de l'aria, de l'acque, de l'uomo;

il vento ne i boschi, su l'alpi, fra vele e sartìe

di alati navigli sul dòmo

abisso de i mari; fragor di veicoli urtanti

gli asfalti di libere strade,

respiro di folla, respiro di fronde, vaganti

canzoni per campi di biade;

stridore di seghe e di leve, di cinghie e catene,

vicenda di remi su l'onda,

di mine fra i monti, d'aratri spaccanti le vene

al sen de la Madre feconda.

Mi giungon risate e singhiozzi, susurri di baci,

preghiere di voci commosse;

baleni di falci che taglian le messi feraci,

di vanghe che scavan le fosse;

conflitti di forze lottanti ne l'aspra conquista

de l'uom su i selvaggi elementi;

bisbigli sommessi de l'erba che cresce non vista

ne gli orti de i vecchi conventi.

Rapisco a la donna che siede con gli occhi su l'ago

il sogno che ride al suo cuore;

il primo suo gemito al bimbo che nasce, presago

di pianto, fra il sangue e il dolore;

l'alato onniforme pensiero a la folla dispersa

su mari su terre fraterne;

ti chiudo in me sola, minuto di vita universa,

lanciato a le tènebre eterne:

io centro del cosmo, regina de gli atomi erranti,

respiro, adorando, i fulgori

di tutti i tuoi raggi, la gioia di tutti i tuoi canti,

l'aroma di tutti i tuoi fiori.

MADRE TERRA

La Terra Madre chiama.

Ne la luce del sol stesa e sommersa,

de i tristi figli la tribù dispersa

tenacemente chiama.

La Terra Madre piange.

Ne le pallide notti senza luna

sotto le stelle abbandonata e bruna,

perdutamente piange.

E grida: Ove fuggiste,

o figli, o figli del mio grembo nero,

ch'io pel mio bacio crebbi, unico vero,

e per le bionde ariste?...

Quale malvagio istinto

vi trascinò ne le città tremende

ove a l'intrigo verità s'arrende,

ove il respiro è vinto

da torpidi miasmi,

per meandri tortuosi ed atri,

—.... o nati per le falci e per gli aratri!...—

vanno i vostri fantasmi?...

Arde come in un rogo

la gran città di febbre e di peccato.

Tra quelle fiamme un sogno insazïato

vi preme, arido giogo.

In brume ampie s'avvolge

la città di menzogna e di tumulto.

Di passïone un trepido sussulto

per essa vi travolge:

averla al piè, domata

come una schiava avvinta per le chiome,

e ch'ella gridi il vostro, il vostro nome,

con voce innamorata....

Ma la leggiadra belva

vi dissangua con bocca di vampiro.

Tornate, o figli, al libero respiro

del vento ne la selva;

ai fiumi vinti a nuoto,

ai voli in groppa di puledri indòmi.

Io so l'ombre de i lauri e so gli aromi

del desiderio ignoto.

Io vi darò le pure

notti, quando tra il fien cantano i grilli,

e par che il cielo tremulo sfavilli

amor su le pianure;

e il fiorir bianco e lento

de l'albe a maggio, allor che il giorno pare

un campo di conquista ove balzare

cogli orifiammi al vento.

.... Gonfie di vizio e d'oro

cadranno a fascio, in un boato immane

di ruina ciclòpica, le insane

città, vinte dal loro

orgoglio.—Io sola e grande

resterò.—Verran vergini e poeti

ai miei solchi, ai miei tralci, ai miei roseti,

a le mie vaste lande.

Chini sovra il mio cuore

dal ritmo innumerevole, sapranno

la verità che Iddio, sul basso inganno

de gli uomini e l'errore,

pose.—E dal mio possente

seno gonfio di germi e di dolore

zampillerà per quelle bocche in fiore

la magica sorgente

di Vita: polla d'acque

fresche come nel biblico mattino,

quando, vergin di forze, ad un divino

cenno, la Vita nacque.

SACRA INFANZIA

A Ersilia Majno

Sacra infanzia del povero, io ti vidi

soffrire e mendicar per tutti i lidi.

Vidi fragili carni avvelenate

da tabe; esili membra già piagate

da i colpi; labbra fatte pel sereno

riso, schiudersi al ghigno, al detto osceno;

grandi occhi d'innocenza aperti in fondo

a turpi abissi; anime dal profondo

palpito, ansanti verso la bellezza

del mondo, anime piene di dolcezza

e d'impeto, stroncarsi al giogo, intrise

di melma e d'odio, mutilate, uccise.

Sacra infanzia del povero, io lo sento

entrar ne le mie fibre il tuo lamento.

Viene da i bassi vicoli ove i muri

sanno l'istoria di delitti impuri;

da i rossi forni de le vetrerie,

da i fondaci, da i porti, da le vie

d'esilio, da le torride solfare,

da le soffitte strette come bare,

da tutti i luoghi ove son vite ardenti

di bimbi oppressi, torturati a lenti

spasimi, deturpati in mille forme

di servaggio e d'infamia, a torme a torme.

Noi, liete madri di superba prole

che va coi piè ne i fiori e il viso al sole,

non lo vogliamo, su le creature

nostre, il rimorso de le tue torture;

non le vogliam, le viscere de' tuoi

martiri, per nutrire i nostri eroi.

Coi rosei figli su le forti braccia

di te veniam, fra sterpi e fango, in traccia;

su te gettando, con l'amor che ignori,

gioia di baci e nuvole di fiori;

te guidando con gesto ardente e pio

ove ogni vita tocca il suo disìo.

Oh, madri anche per te!... Le consacrate

viscere che a crear furon create,

tanta han potenza in lor gioir fecondo

da contener tutto l'amor del mondo.

Vieni coi nostri figli, benedetta

com'essi, al sole, a l'avvenir che aspetta.

Vieni al robusto anelito, a la febbre

de la conquista e de la gloria, a l'ebbre

ore di gaudio che la vita dona

quando al suo bacio il forte s'abbandona:

godi il tuo maggio e cogli il frutto e il fiore,

fra cielo e terra respirando amore.

IL SALUTO FRATERNO

Salve, fratello.—

Tu non mi conosci,

non so il tuo nome: non ti vidi mai

prima d'ora.—Qui, dove t'incontrai,

mugghia il fragor de' carri e batte il polso

vibrante de la strada affaccendata.

Ognuno accorre con lena affannata

verso il suo sogno o il suo dolore. Ognuno

s'urta, senza guardarsi.—Ed io ti miro,

lieve passando—oh, il tempo d'un respiro,

oh, il tempo d'un addio breve, d'ignota

a ignoto, in mezzo a la ruggente via:

—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—

Non m'importa saper donde tu venga

nè chi tu sia, nè che farai domani.

Non m'importa saper se le tue mani

sien pure.—O nato, come me, da grembo

dolente; o fatto de la stessa carne,

o preda de le stesse adunche e scarne

unghie de l'Ombra che in silenzio attende

dietro una porta, a l'angolo d'un muro,

per colpir quando il colpo è più sicuro:

tu che piangesti come forse io piansi,

volgiti a questa voce de la via:

—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—

Pel dondolìo de la lontana culla

che ti cullò; pei baci di tua madre,

se madre avesti che di sue leggiadre

cantilene protesse il tuo riposo;

per le poche dolcezze e per le molte

lacrime, e le speranze che hai sepolte,

come piccoli morti, in fondo al cuore;

pel senso oscuro de la vita, uguale

in tutti; per la sacra ansia immortale

che sospinge le razze a l'avvenire;

per la tua fede e per la fede mia,

—Dio ti salvi, fratello—e così sia.—

E vada, come a te, questo saluto

a l'ampia folla che le strade ingombra:

a la donna che passa, ombra ne l'ombra,

contro i muri, velata: a chi un amore

insegue, o un odio, o il pane: a l'uom del maglio

e del telajo, fiero del travaglio

compiuto, e gaio d'una sua canzone:

al poeta, al fanciullo, al morituro

che sogna, e crede eterno il suo futuro,

e domani, con me, con te, dissolto

andrà pel cosmo in onde d'armonia:

—Dio ti salvi, ora e sempre—e così sia.—

Fine

Nota dei trascrittori

I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):

157 Prega—ma non ricorda, e non desìa [desia]

165 vïolentare [violentare] le tue labbra smorte

195 non per noi, non per noi, ma per le sante [sarte]

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