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Le seduzioni - Le vergini folli

Sonetti

Reading edition

ROSSO E NERO

NO

Sillaba sola che vibrando scocchi come freccia dall'arco dell'orgoglio, teso a colpir colui che impone: — Voglio! se il desiderio in ira gli trabocchi. Sfida ed arma sì accesa dentro gli occhi di lampi di rivolta e di cordoglio, da ricondur, di tracotanza spoglio, l'uomo a implorare, curvo in sui ginocchi. Superbia pura della carne impura, potenza della debolezza, grido ch'è di vittoria e sembra di paura! Grido che il cuor segreto in sè smentì, timido lamentando: — O amore infido, era più dolce sospirarti: — Sì.

SE VOI MORISTE

Se voi moriste, io non verrei con mani colme di freschi fiori a dirvi addio, chè, per voi vivo, nel giardino mio troppi già io ne colsi e troppo vani. Io guardinga verrei, forse, il domani, con dentro gli occhi un cupo folgorio, a indagar come quel sonno d'oblio il vostro altero volto trasumani. M'indugerei, assorta in atto, china sopra il corpo raccolto nel sudario, sul pallor della faccia resupina. E m'attrarrebbe ancor, quanto la magica luce de' vostri sguardi d'avversario, quella inconscia di sè maschera tragica.

CRUDELTÀ

Tutte le donne che attrarrà la fresca tua bocca, come un saporoso frutto, lamenteranno il lor bene distrutto dalla dolcezza folle che le adesca. Tu sai foggiar del tuo bel riso un'esca abile a trascinar fra inganno e lutto qualche cuor che arderà, brucerà tutto prima che il tuo a intepidir rïesca. Maestro in crudeltà, fanciullo bello, sei pure, così dolce nella sfida, così fiero di colpi nel duello. Lusinghevole in trar fra le tue spire quella che voglia piangere ma rida, per trastullarti con il suo soffrire.

LA PAROLA

Tu m'osservi: — È sì dolce quando tace la tua bocca, se ride così arguta. Ma perchè quando parla si trasmuta ed è più amara quanto più loquace? Sol fatta di silenzio è la mia pace, vigila il cuore se la bocca è muta. Se parla, in suono, in voce, va sperduta quell'intima armonia che in me ti piace. La parola è un potere vïolento che mi strappa una parte di me stessa e la disperde, come piuma al vento. Io vorrei, pur con bocca taciturna, veder l'anima mia in te riflessa, sentirmi chiusa in te come in un'urna.

IL DESTINO

La donna, con il volto fra le mani, nell'ombra di sua gran chioma raccolto, pensa: — Avrò ancora il mio nome e il mio volto fra un anno, oppur fra dieci anni, o domani? Darò la carne quasi fatta a brani a un figlio ancor nel suo mister sepolto, o isterilita, l'offrirò allo stolto desìo, all'arsura de' piaceri insani? Fragile donna, ella non sa, non vuole, non dispera: l'ignoto è un grande peso sul suo piccolo cuor che non si duole. È il suo destino orribilmente bello, sempre a un filo esilissimo sospeso: a un filo tenue come un suo capello.

UN RITORNO

I.

Simili a sonaglietti aspri, dal vento scossi, o da mani assai lievi di gnomi, trillano i grilli, immersi negli aromi del prato, il loro ridere d'argento. A me che torno, trangugiando un lento veleno: amaro di disdegni indomi, dicon saluti e mi rivolgon nomi teneri, con il lor piccolo accento. — Folle sorella, ben ritorni a noi, ma quello che cercasti fra la gente, per terra e per mare, lo trovasti poi? Io non posso rispondere, o non so; mi butterei fra i timi acri e le mente per soffocarvi un disperato: — No!

II.

Rispondere non so, tanto son stanca, ma vorrei dire: — Andar, restar, che vale? Seco ha ognuno il suo bene ed il suo male, lo scorta il bene e il male gli si abbranca. Meglio forse sostar, chè più s'affranca dal duol chi sogna in una pace eguale, di chi poc'ombra con molt'armi assale e più la insegue quanto più gli manca. Ma ai notturni cantori poco assai giovano insegnamenti di parole, già qualcuno stupì: — Che pensi mai? Taccio e m'appar fra l'ombra alta lassù la buona casa, che con me si duole: — Da tanto aspetto. Non tornavi più!

III.

Da tanto aspetto! E dimmi ora: — Dov'eri? In abbandono la tua vecchia casa contava i giorni, da gran buio invasa, e sempre l'oggi somigliava all'ieri. V'eran nei nidi rondinotti neri, e già volaron via per la cimasa, la messe ne' tuoi campi già fu rasa e il lor frutto già dettero i poderi. Solo la vigna ancor non si spogliò, molti grappoli dolci essa matura per la sete che ancora ti restò. E anch'io rimango, fra i tuoi pini, qui, a consolar la tua anima oscura per la gioia che ancora ti sfuggì.

IV.

Ed io mi seggo sopra i suoi gradini, come raccolta presso i piè di un'ava. Narro sommessa: — Ieri io trascinava il mio mal per insoliti cammini, a piedi nudi, sotto i più turchini cieli, su sabbia calda come lava, rendendo quasi l'anima mia cava per accogliervi i suoni più divini. Cantava il mar con lunghe voci a me su l'onda rotta in pallide corone che va e che viene e non si sa il perchè. Più spesso m'esortava aspro: — A che mai tu scruti la mia immane passïone e quella breve del tuo cuor non sai?

V.

E all'orizzonte s'indugiavan vele quasi sospese fra due cieli chiari, quasi sommerse fra due calmi mari, tese, come all'amore anime anele. Le feriva un ardor quasi crudele di sole basso, un saettar di rari dardi diritti d'un fulgor di fari spruzzava d'oro le lor bianche tele. Poi le colmava l'ombra di non so che molli fiori, e mentre una spariva, scorgevasi ancor l'altra or sì, or no. Pareva ognuna un'anima che va, dopo un amor che la rïarse viva, a smarrirsi in sua fredda libertà.

ABBANDONI

UN INGANNO

Poi ch'io concessi un'ora alle tue braccia l'illusïone di serrarmi intera, non gioirne. Dell'ora menzognera il molle riso dal ricordo scaccia. Io non vidi il pallor della tua faccia. Un altro volto dentro gli occhi m'era, diceva un'altra voce la preghiera lunga in cui par che l'anima si sfaccia. Non eri tu, ma un altro era. Il lontano. Io sentii nella tua bocca i suoi baci, le sue carezze sotto la tua mano. E soffersi fremendo un muto affanno, ma tu, fiso nei miei occhi mendaci, gioisti senza sospettar l'inganno.

UNA DEDIZIONE

Cómpiasi dunque ciò ch'è ne' tuoi voti. Io cedo, m'abbandono, m'annïento: tu, come impetüosa ala di vento, m'investi, mi travolgi, mi riscuoti. Voglio che la vertigine mi ruoti a torno a torno con fulgor di cento faci e la voluttà folle un momento m'arda, mi strugga sui suoi roghi ignoti. Più non m'apparterrò. Sarò la cosa chiusa nel pugno del dominatore, pel bene ch'egli spera e il mal ch'egli osa. Ma, calmata l'angoscia dei desii torbidi, tu, se non vuoi farmi orrore, fuggi, e il tuo volto ed il tuo nome io oblii.

È TARDI

È tardi ormai. In troppo lunga attesa mi sono esausta. Imagini mendaci a forza e in solitudine m'han presa, hanno imposto al mio cuore avido: — Taci! S'avvinghiarono a me quando protesa chiedevo amor con muti occhi voraci, sognando di morir senza difesa sotto furie implacabili di baci. È tardi. Torna vana ogni follìa per chi tutte le finse, a farsi lievi i giorni della sua malinconia. T'accendesti di larve. Or più non ardi, Desiderio. Al buon fonte più non bevi. Ti sazïasti di menzogne. È tardi.

SOLILOQUÎ

VAGABONDAGGI

Vagar pel mondo, sole, ove ci spinga il capriccio del giorno o del momento, talor cagiona qualche smarrimento ma l'inquieta fantasìa lusinga, benchè curiosità spii la raminga e la tedi con suo sciocco comento, benchè, se un volto osservi ella fra cento, tosto una brama questo esprima o finga. Donna che un po' di gioia si procaccia peregrinando sola, per la gente da bene corre di venture a caccia. Qualche stolto che preda si presume viene a tiro. Ma passa ella e non sente, non vede. Guarda d'una stella il lume.

L'ALTRO VOLTO

Oltre lo schermo d'una lastra tersa m'interroga, mi scruta l'altro volto, e muta io indago lo stupor raccolto ch'esso dagli occhi troppo grandi versa. Da tempo, sempre egual, sempre diversa, o taciturna, io ti conosco, io ascolto il tuo pensiero vigile, da molto tempo il mio sguardo con il tuo conversa. Tu, chiusa nello specchio, mi somigli, sei forse un'altra me, ma sempre come una straniera, tu mi meravigli. Nuova mi resti e spesso tu, con tale pallor mi fissi in densa ombra di chiome, ch'io ti chiedo: — Chi sei? Qual'è il tuo male?

LA CURIOSITÀ

S'ama talor per folle passïone, più spesso per curiosità d'amore, per guardar da vicino il tentatore riso sottil della seduzïone. Il desiderio instabile ora impone impeto cieco, or languido torpore. Ma la curiosità viva è migliore incitatrice: essa ha più certo sprone. Punge, e colei che a qualche amore stolto di sè darebbe, per prudenza, un poco, curiosità sospinge a ceder molto. Cede vigile prima e cauta dona la curïosa, e poi ch'è nuovo il gioco e dolce l'imparar, vi s'abbandona.

COMMIATO

LA MIA VOCE

La mia voce non ha rombo di mare o d'echi alti tra fughe di colonne: ma il susurro che par fruscìo di gonne con cui si narran feminili gare. Io non volli cantar, volli parlare, e dir cose di me, di tante donne cui molti desideri urgon l'insonne cuore e lascian con labbra un poco amare. E amara è pur la mia voce talvolta, quasi vi tremi un riso d'ironia, più pungente a chi parla che a chi ascolta. Come quando a un'amica si confida qualche segreto di malinconia e si ha paura ch'ella ne sorrida.

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