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Le seduzioni - Le vergini folli

Le Seduzioni

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QUELLA CHE VA SOLA

le seduzioni

Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce e comprende ogni grazia di parola vive di tutto ciò che la seduce. Io vado attenta, perchè vado sola, e il mio sogno che sa goder di tutto, se sono un poco triste mi consola. In succo io ho spremuto ogni buon frutto, ma non mi volli sazïare e ancora nessun mio desiderio andò distrutto. Perciò, pronta al fervor, l'anima adora per la sua gioia, senza attender doni, e, come un razzo in ciel notturno, ogni ora mi sboccia un riso di seduzïoni.

dolcezze

Questo m'abbaglia un attimo e scompare, disperso in lieve polverio di fuoco che cade dietro i monti o dentro il mare. Solo una meraviglia di bel gioco e uno sprazzo di luce entro i miei occhi ne resta, che si spegne a poco a poco. Ma sembrami talora che mi tocchi una mano leggiera e di dolcezza viva l'anima chiusa mi trabocchi. E se cerco chi mai quella carezza tentò nell'ombra con la man furtiva, sorprendo la mia folle giovinezza che sorridendo, muta, mi seguiva.

la giovinezza

Giovinezza, a te sola io m'accompagno. Tu sai tacere quando son serena, sai parlare quand'io aspra mi lagno. Sai ammonirmi con la voce piena di blandizia: — Ma piangere che vale? Meglio cantar con voce di sirena. Mi baleni negli occhi un riso eguale al tremore d'argento d'una stella, meravigliando d'ogni mio gran male. Tenti la lode e mormori: — Sei bella! e scherzi: — Hai sui capelli una corona... E m'accarezzi come una sorella finch'io non ti sorrida: — E tu sei buona!

CIÒ CHE FU

l'antico pianto

Quindi prosegua per cammini ombrosi, a fior di labbro modulando un canto che per me l'altra notte mi composi. Poichè talor non piango io il mio pianto, lo canto, e qualche mia triste canzone fu come il sangue del mio cuore infranto. Tempo fu che le mie forze più buone stremai in canti a' piedi d'un Signore che m'arse di ben vana passïone. Io piangevo così note d'amore, come la cieca in sul quadrivio, volta al sole, canta il suo buio dolore e non s'avvede che nessun l'ascolta.

l'antico desiderio

Seduzïone più d'ogni altra forte, prima d'ogni altra e più cruda fu quella per cui l'invito io ti sorrisi, o Morte. Per cui il desiderio che flagella la prima volta, sgomentò di muto stupor la mia verginità novella. E mi conobbi mani di velluto per le carezze lunghe, e per i nomi cari una voce dolce di lïuto. E sentii nella mia bocca gli aromi d'un frutto al morso cupido maturo. Ma l'acre impurità de' sensi indomi mortificai con il mio orgoglio puro.

l'antico male

Mortificai la mia anima schiava, ma sotto cruda sferza di sarcasmi l'incatenata più s'umilïava, più inseguiva per vane ombre fantasmi dolci d'amore, come chi per sete succosi frutti col desio si plasmi. E fatta a me nemica, con inquete pupille e voce roca e gesto asprigno snudavo l'ansie e le viltà segrete. Freddo disdegno chiuso in freddo ghigno m'oppose: — Donde vieni? E chi sei tu? Ed io invocai gemendo quel benigno sonno per cui non v'ha risveglio più.

la guarigione

Ma alle porte del ciel spiò il domani madonna Primavera, vïolette sciolte recando nelle cave mani. E colei che soffriva si godette un poco di quel riso mattinale che vestiva di fior tutte le vette. E un'erba o un fiore buono pel suo male, mossa a pietà, la bella maliarda forse le insinuò sotto il guanciale. Come un'inferma in cui vita riarda a poco a poco, io errai quasi leggiera per gli orti rosa, quasi già gagliarda cantando: — Grazie, monna Primavera!

incertezze

Pure, ancora di qualche trafittura tremavo, a guisa di convalescente ch'ogni indizio del suo male impaura. Non ben certa di me, trepidamente, il mio silenzio intimo ascoltando, mi premevo sul cuor le mani intente. M'indagai, mi scrutai, mi dolsi, e quando m'avvidi in qual tenacità d'affanno esasperavo un dubitar sì blando, scossi da me l'antico e il nuovo danno e balzai, folle di desii fugaci, incontro al riso d'ogni bell'inganno, gli risi coi notturni occhi: — Mi piaci!

NUOVI INCANTI

l'ingannatore

Bevvi a piccoli sorsi la menzogna, come un filtro che induce fantasie fascinatoci al cuore di chi sogna. In ogni cosa io scoprii malie nuove. Talvolta perseguii la traccia di un dolce incanto per malcerte vie. Non riguardai l'ingannatore in faccia, per non tremar di oscura diffidenza nell'amoroso cerchio di sue braccia. Quegli blandiva: — Niuna sapienza che insegni vale un bel gioco che finga. E mi versava in cuore una sua essenza fatta d'ombra, d'amore e di lusinga.

occhi ignoti

M'inebbriai di sguardi fuggitivi, rapidi come il balenio di fiamma che guizza a notte per i cieli estivi. Conobbi dentro ignoti occhi la gamma torbida della muta cupidigia, che ravvolge ne' suoi vortici il dramma. V'opposi un mio disdegno d'alterigia, godendo di passar fra la schermaglia senza recarne su di me vestigia. Ma pur conobbi l'attimo che abbaglia, colsi a volo la lucida scintilla che scatta in fondo a un ciglio, come scaglia d'oro, e in un altro sguardo risfavilla.

le nuove attese

Attimi di bellezza, quando intera l'anima sopra un volto s'appalesa, siccome l'ostia dentro la raggera! Tutta raccolta nell'incerta attesa d'un qualche bene che sarà, che forse non sarà mai, fra due dubbi sospesa, già ignara d'ogni male che la morse, per la nuova catena che la tenta ella discioglie quella in cui s'attorse. E mentre intorno a' suoi polsi s'allenta il laccio che il suo pianto già corrose, l'illusïone, dolce anche se menta, glie n'offre un altro tenero di rose.

INCITAMENTI

mollezze

Alle catene molli offrir per poco le mani, benchè sia leggiadro incanto, è per il chiuso cuor ben nuovo gioco. Ma lunga schiavitù già gli fu tanto grave d'affanni, ch'esso cerca il riso fugace, quel che non ritorna in pianto. Cerca in amore un bel razzo improvviso, un breve incontro di due eguali gesti, di labbra mute nel languor del viso. I desideri giova tener desti fin che il buon tempo dell'amor seduce. Prima ch'esso in un'ombra alta s'arresti berrò la sua meravigliosa luce.

i doni

Assai doni di gioia e assai di grazia sono offerti a chi vede ed a chi sente col bel fervor di un'anima non sazia. Nulla si nega a chi, senza nïente chiedere, con il suo sogno conquista tutto e v'imprime il suo suggello ardente. Così, il ciel più divino il buono artista dentro una tela piccola racchiude, per goderne egli sol, puro egoista. O ardor degli occhi che somiglia un rude gesto di preda, o sguardi che son come mani d'amante, indugïanti ignude dentro un tesoro di feminee chiome!

avidità di vivere

Avidità di vivere, tu ieri non vorace così mi strazïasti, e avrai domani morsi anche più fieri. I desideri tuoi, via via più vasti, temon che a farli spiriti di gioia giovinezza col suo fervor non basti. Temono ch'essa troppo presto muoia, e tagli loro i belli artigli e l'ali il tempo con la sua fredda cesoia. E m'incitano ardendo: — I beni e i mali tentar bisogna. Vivere si deve. Ama e combatti e odia e piangi e sali. La vita è chiusa nel tuo pugno breve.

INDUGI

fascini

Colei che a un riso di seduzïoni tutta sola sen va, volgesi e gode or dei fascini belli ed or dei buoni. Talora si sofferma e una sua lode sorridendo susurra, ma sì piano, che niuno fuor del suo silenzio l'ode. Ascolta il mare urlar tragico un vano suo amore, oppur gioisce in numerare gl'intrichi delle vene in una mano. Sosta in ansia d'attesa al limitare d'un vecchio parco, oppur s'abbaglia al gioco d'arcobaleno delle gemme rare sotto rovesci calici di fuoco.

al mare

Al mare getta un dì sogni ed amori come l'altra sua amante solitaria gli getta fra due nubi fiori ed ori. E ride con la sua anima varia, mentre le spume in favolosi aprili fioriscon gigli fatti d'acqua e d'aria. Ella getta nel mar tutti i monili dei quali, per piacere a sè, si para la stoltezza dei cuori giovanili. E ride ancora, ma con bocca amara. Sul bene ch'ella non possiede più sembran le spume i fiori d'una bara e un poco di sè stessa è ormai laggiù.

una mano

Fu caro, un giorno, a quella che va sola sentirsi preso da una mano il cuore e averne un riso in bocca e un pianto in gola. Era una mano ambigua, di pallore femineo, di linea virile: mano bella di dolce ingannatore. Lenta in ogni suo gesto, ma febbrile nella carezza, quasi da far male, forte alla stretta da parere ostile. Forse in sue vene un fluido mortale fluiva ed ella con labbra voraci lo suggeva, e un sapor torbido, eguale a un acror di veleno era nei baci.

vecchio parco

Quasi in ansia d'attesa ora io m'attardo presso il cancello d'un antico parco, fra sbarra e sbarra acumino lo sguardo. Certo, qualcuno apparirà nell'arco verde-cupo che intrecciano le piante laggiù, ove s'apre nell'azzurro un varco. Una piccola dama in guardinfante del minuetto striscerà l'inchino ridendo a qualche incipriato amante? Seduzïone muta d'un giardino chiuso su l'ombra morta delle cose pel cui ritorno non v'ha più cammino, pel cui sogno non nascono più rose!

perplessità

Ieri io indugiai su quel punto che sta fra la saggezza e la follia, sospesa fra l'una e l'altra in gran perplessità. Amor sollecitava, aspro d'attesa, esauste tutte le sottili frodi, le insidie che trascinano alla resa. Ma, su l'incerto limite, i custodi spiriti della giovinezza chiara mi trattenevan con più onesti modi. Curiosità mi rise avida: — Impara! il Desiderio: — Tenta! — m'incitò. E all'una e all'altro la superbia amara di quella che va sola disse: — No.

TENTAZIONI

le gemme

Seduzïone aspra di gemme e d'ori sotto accesi convolvoli rivolti a versarvi o a riceverne i fulgori. Dietro il cristallo han palpiti raccolti i tesori e colei che vi si attarda sopra v'allarga i suoi grand'occhi stolti. I solitari di bell'acqua guarda, com'Eva guardò gli occhi del serpente raggianti la promessa maliarda. Riflette sotto il battito frequente de' cigli la freddezza imperiale degli smeraldi e l'iride sfuggente che balena nel cuore dell'opale.

la meraviglia

Incatenata dalla meraviglia, s'indugia ancora e il sangue dei rubini, forse, il pallor del volto le invermiglia. O perle opache, o bei fiori marini che le regine attorcono in collane su le grazie de' nudi alabastrini. Dolci turchesi ed ametiste strane prescelte ai fasti della liturgia, gemme per dita sacre e per sovrane. Gioie di nozze e prezzo di follia ch'offre amore a far sazia la sua sete..... Taluno che la riguardante spìa esce dall'ombra e tenta: — Che scegliete?

cose maliose

Male si tende il lucido tranello. Io ammiro, e per il mio spirito assorto più del possesso il desiderio è bello. Tutto mi piace. Con il volto smorto d'ebbrezza aspiro essenze in rare fiale, m'attira un frutto pendulo in un orto. Qualche voce nel cuore mi fa male tanto m'è cara, e qualche rosso occaso m'incanta con un suo drago che sale. Carezzo di mia man l'anse d'un vaso che con arte foggiò greca fucina, increspo l'onde morbide d'un raso, o gioco con le spume d'una trina.

ELEGANZE

le essenze

Ora io mi dico: — Per ciascuna goccia d'essenza una fiorita di corolle offre la sua bellezza appena sboccia. Carne di fiori d'un pallor sì molle da sembrar carne di delizia, nata in tepori di serra o in cima a un colle, uccisa a sommo della sua giornata e con lungo martirio, perchè tutta si doni, all'ombra e al sole macerata! Freschezza che si spreme e che si butta poi che stillò l'umor di cui viveva. Pura bellezza vegetal distrutta per far più impura la bellezza d'Eva!

i profumi

Nel solco di profumo che si scava talor fra il vario ansare d'una via quasi un languor voluttüoso grava. Ma il desiderio torbido si svia dietro l'ignoto passo che pel vano suo ardore allunga l'olezzante scìa, sfogliando un fiore, o sminuzzando un grano d'ambra, o stillando issopo e benzoino, già con altri confuso e già lontano. Fruscìo di seta, o palpitar di lino, o sviluppo di chiome, come odori, fiato che, quasi a notte da un giardino, da tutto un corpo tepido vapori!

un frutto

Ma il frutto che sul ramo si matura per la sete del suo coltivatore ha la bontà della bellezza pura. Non è vaghezza sterile di fiore nato al piacer dell'occhio e dell'olfatto, ma polpa e succo buono e buon sapore! Semplice è il frutto. Un riso di scarlatto sembra avvampar su la sua guancia tonda, per chi sa quale suo gioir, d'un tratto. Si dona, benchè un poco esso nasconda il rossor dell'offerta tra due foglie. Ma tutto splende, nudità gioconda, nella man che si tende e che lo coglie.

le sete

Io so la rigidezza delle sete garrule al passo. O vesti d'ave, bene riposte in grandi scatole segrete! So delle trine la mollezza lene, l'onda dei veli donde emerge il viso come da spume volto di sirene. So l'iride in mille iridi diviso perchè ogni donna la sua veste faccia del colore più adatto al suo sorriso. So l'ombra delle piume in cui la faccia s'imbianca d'un languor di passïone, in cui la bocca bella, benchè taccia, parla parole di seduzïone.

SENSAZIONI

una voce

Una voce nell'ombra ha qualche volta la morbidezza calda d'una cosa tangibile. Non s'ode, non s'ascolta, ma sul cuor che l'accoglie quasi posa le sue parole ad una ad una, come, quando langue, le sue foglie una rosa. Se invoca piano, in ansia, un caro nome par che vi tremi il mal represso ardore d'un bacio non osato fra le chiome. E di soverchia intensità essa muore soffocata ed il pianto che l'assale sembra il principio dolce dell'amore, ed è l'inizio acerbo del suo male.

la sera

E quella che va sola ama sostare a vespro sotto cieli d'alabastro chiari ancora d'un lume che traspare. Guarda l'ombra affinar d'un vïolastro pallore i monti, e attraversare il cielo l'ultimo raggio come un lungo nastro. Poi, tutto andar sommerso dietro un velo su cui ansa, sgomenta d'esser sola, la prima stella, come un cuore anelo. Stella solinga, amara è la parola di chi ti dice: — Io sono come te! — di chi presso la notte si desola tanto, e non osa dirtene il perchè.

la libertà

Dono di gelo, libertà, che vali? Io vago, tratta da tue aeree dita, per tante strade, e tosto oblio per quali. Vado, e non so che strana ansia m'incita di luogo in luogo, sì che giunta a pena già mi sospinge a nuova dipartita. Nuova lusinga all'anima balena, l'attira con la sua dolce menzogna ov'è d'oro o di ferro la catena. Chi t'ha perduta, o libertà, ti agogna. Chi ti possiede non t'apprezza più. D'averti, alata scorta, si rampogna, e t'adopra a cercar la schiavitù.

insegnamenti

Ma amore in schiavitù più non mi vuole. Il despota gettò catena e sferza e m'addottrina d'ilari parole. — Quand'io v'incontro, — amabile egli scherza, — la prima volta, molto vi torturo, ma poco la seconda e men la terza. L'antico male col recente io curo, e il cuor v'agguerro sì che a poco a poco possa affrontarmi, sempre più sicuro. E poi ch'io osservo: — Assai perverso è il gioco, — no, — ribatte — è saggezza salutare. Quando il bimbo sentì l'ardor del fuoco, molto di rado tornasi a bruciare.

OSTILITÀ

un rancore

Non so che sorda ostilità mi armasse ieri contro di te. Forse un rancore oscuro alla guerriglia acre mi trasse. Pareva che un sottile aizzatore incrudisse il mio riso ed il mio gesto, accosciato nell'ombra del mio cuore. Amore è il tuo avversario: non già questo che a tratti or sì, or no, fra noi balena, ma un altro, assai nel mio cuore più desto. Quel che fu dono non offerto, pena non detta, slancio trattenuto in me. Il vampo di follia, la vita piena in cui non mi travolse altri, nè te.

una carità

T'ostinasti a picchiare alle mie porte con il tuo cuor nella tua mano a guisa di pietra e a lungo mi chiamasti forte. E m'ostentavi la tua faccia intrisa di pianto, come un mendicante astuto, per più carpir dalla pietà improvvisa. Se a qualche carità, pregando aiuto, tu mi forzasti, non imaginare ch'io n'abbia al par di te molto goduto. Labbra pietose si fan spesso amare, più amare quando vinsero un ritegno per addolcire il cuore di chi appare dopo, ma tardi, d'ogni dono indegno.

OMBRE

doppio gioco

Mentre parliamo di comuni cose leggere, tu via via a me t'accosti, pieghi su me con ciglia curïose. Quasi straniero ieri ancor mi fosti, or ci avvicina fredda cortesia, domani andremo per cammini opposti. Tu t'inchini su me, come chi spia, come chi è attratto a forza e intanto dici cose vane con grazia e leggiadria. Ma quando un gioco d'ombre tentatrici scopri, io abbozzo un sogghigno involontario. Tu indietreggi, e tra noi, fatti nemici, ondeggia blando il conversar più vario.

gelosia

Non so dov'ella era nascosta: forse in fondo all'ombra vacua degli specchi. Non la vidi ma il suo riso mi morse. Sottile mi vibrò dentro gli orecchi con qualche nota di canzonatura, parve squillar dietro gli arazzi vecchi. Così sentii l'ignota creatura di voluttà, la preda di lussuria, colei che imprime la sua traccia impura E di gelo restai sotto la furia del desiderio, mi difesi fiera contr'ella che rideva acre un'ingiuria, e contro chi gemeva una preghiera.

un incontro

La donna che incrociò col nostro passo lento la sua rapidità leggera, ci saettò di sotto il ciglio basso. Tu con l'occhio e il desìo la passeggera seguisti. Ella sparendo ebbe nell'anca una grazia perversa di pantera. Subitamente io vacillai, sì stanca che a te mi ressi. Mi pungeva il viso quel sottil gelo che le labbra imbianca. Ma già da nuova bramosìa conquiso, tu comentavi ancor: — Che malïarda! Di scatto io ti lasciai, con un gran riso d'ilare odio e di pietà beffarda.

una prudenza

Tronchiamo l'ansia che incrudì già quasi tra noi in febbre. Non ancor ci ha vinti amore, ci irretì gioco di casi. Non ancor per gli incauti labirinti del male ci guidarono le crude curiosità, ci attrassero gli istinti. Ciascun di noi nel suo intimo chiude buia tuttor quell'anima diversa che solo scopre il desiderio rude. Esso poteva smascherar perversa o fiacca o vile questa sconosciuta. Perciò quella che perdi, ancor sommersa nell'ombra, per prudenza, ti saluta.

ONDEGGIAMENTI

la felicità

Ma quella che va sola ancora sa tratto tratto pel suo vagabondare trovar un'ombra di felicità. Oh! ma un'ombra così lieve che pare quella del pesco, quando primavera gli fa una veste di rosette amare. Certa non è se gioia era o non era, e a sera lo domanda ella a sè stessa sciogliendo adagio la sua chioma nera. O voce che dicevi sì sommessa: — Mi piaci! — o riso di perplessità, o mano che non parla ma confessa, eri o non eri la felicità?

incertezze

Forse non eri, perchè tanto triste a notte, con il volto nel guanciale io piansi molte lacrime non viste. Non eri, perchè ancor di non so quale spasimo, di non so che interïore morso nel seno il cuore mi trasale. Quasi per un gran male di languore il sangue mi ristagna nelle vene, come nei polsi inerti di chi muore. Non eri. E chi su le mie ciglia piene d'ombra, socchiuse sul pensiero vano, chi senza passi e senza voce viene così dolce a chinarsi e così piano?

qualche amarezza

Tu ieri con le tue pallide mani per altre donne ancor sfogliavi rose, per altre già ne sfoglierai domani. Oggi la tua sottile arte compose per me una lieve ghirlandetta molle da scomporre con dita desïose. Insieme noi sfacemmo le corolle soavi per estrarne ogni dolcezza, per gustarla con bocca un poco folle. Pure, non so da chi, qualche amarezza mi viene: forse dalla donna ignota che sentirà domani la carezza del tuo respiro sopra la sua gota.

la rivale

Ella m'è ignota, anche la sua effigie m'è ignota, ma la imagino felina nei gesti lenti e nelle iridi grigie. Forse per via già mi passò vicina, e in quel momento mi percorse diaccia del brivido la scossa repentina. Talor la vedo dietro la tua faccia, la spìo ne' tuoi occhi e nel tuo riso, sento la forma sua fra le tue braccia. Allora su l'enigma del tuo viso sfogo in carezze un'ira vïolenta, fin che certa non sia d'avervi ucciso quella parvenza sua che mi tormenta.

schermaglie

Sogghignare io potrei di te, dell'altra donna lontana a cui forse ritorni, toglierti a lei con sottigliezza scaltra. Ma non voglio. Va pure. Verran giorni soli a me sola e avran cappe di ghiaccio e poi saranno di vïole adorni. Ed io com'essi muterò. Ora faccio ira a me stessa, perchè ho in gola un roco lamento e solo per orgoglio taccio. Un giorno anch'io saprò, ridendo un poco, dire a colui che molto amore agogna: — ti voglio bene! — dirglielo per gioco, perchè gioisca della mia menzogna.

la menzogna

La menzogna è così cara talvolta: sembra una donna di molt'arte esperta che per bontà sa fingersi un po' stolta. Le piace con la sua moneta incerta che d'oro ha solo una sottil vernice comprar le rose della gioia certa. Se falsa è la moneta essa non dice. Sembra d'oro e qualcuno illuderà sol anche un'ora d'essere felice. L'amor rifugge dalla verità, rara parola ha col pensier concorde. Man che carezza artiglio aspro si fa, bocca che bacia spesso a sangue morde.

ORE FOLLI

il capriccio

E tu, Capriccio, genïetto rosa che svolazzi con ali di farfalla e un riso su la bocca desïosa, talvolta io ti sentii su la mia spalla lieve posare e un'avida parola colsi, al riparo dell'aluccia gialla. Fu qualche sera, quando d'una sola fiamma bruciano i nostri occhi e le stelle, e ci trema la voce, arida, in gola. Qualche sera in cui sembran così belle le labbra che si porgono e così molle l'odor delle rose novelle, ch'è duopo susurrare un dolce: — sì!

un cuore

Io intesi un cuore in fondo alla sua nicchia a colpi sordi palpitare, in fretta. Domandai: — È il mio cuore o il tuo che picchia? Noi l'ascoltammo urtare nella stretta sua cella, in ansia, come si dibatte forzata in prigionìa la passeretta. Ascoltammo con anime disfatte dalla dolcezza i palpiti concordi chiedendoci: — È il mio cuore o il tuo che batte? Udimmo rallentare i colpi sordi e tanto attenüarsi nel languore, che sospirammo, come chi si scordi di vivere: — È il mio cuore o il tuo che muore?

notte

Io vado nella notte alta al tuo fianco. Non so da chi, non so da che atterrita, spesso trasalgo e al tuo braccio m'abbranco. Ascendiamo io non so quale salita passo passo, e la notte è come un mare, come un'onda nel mar la nostra vita. Più non vedo il tuo sguardo tutelare vigilarmi nell'ombra. Su qual traccia, dove come perchè dobbiamo andare? Verso qual meta? La paura diaccia quasi nel seno il battito m'arresta... Ma tu mi levi fra sicure braccia, mi baci lento, mi susurri: — A questa.

chi ti vuole

Come non so, ma quando più son piene di grazia le mie ore e il cuor d'oblio, di volerti, non so come, m'avviene. T'aspetto, a un tratto, ed il tuo passo spio con tremor d'ansia e con fervor di fede, con la nuca già offerta al tuo desìo, al bacio che si sente e non si vede, l'insidïoso, quello che propaga dalla nuca il sottil brivido al piede. E m'avviene di volgermi con vaga meraviglia e di chiedermi: — Non c'è? E poi, mentre la prima ombra dilaga, premere a forza i miei singhiozzi in me.

oblio

Son qui raccolta in un oblio profondo contro il tuo cuore. Credo che ancor siamo nella vita, ma già fuori del mondo. So che tu mi desideri e ch'io t'amo, e tutto che oltre questo è gioia o pena o bene o male noi dimentichiamo. Ho il senso di volar su un'altalena vertiginosa, come fanciulletta balzavo nell'azzurrità serena. Ne discendevo con la gola stretta dal batticuore e con sperduti sguardi, come or che tu m'avverti: — Il tempo ha fretta di separarci, o amore. Andiamo, è tardi.

INQUIETUDINI

seguace

V'era qualcuno, un tempo, non veduto, che ovunque mi seguiva, da vicino senza stancarsi, con un passo muto. La sera in qualche tacito cammino parevami sentir sui miei capelli rabbrividendo il suo profilo chino. Forse eran molli ali di pipistrelli che passavan su me con la prudenza trepida di leggeri polpastrelli. Io non sapevo, e m'affrettavo senza paura, ma non più tanto leggera, o volgevo con rapida movenza gli occhi a scoprire dietro me chi v'era.

chi era

Lo seppi un giorno: or presso ed or lontano me seguiva e la sua triste follia l'uomo che amore flagellava invano. Lo vidi ormare la mia stessa via, sostare alle mie soste, con il volto duro, e lo sguardo acuto di chi spia. Egli andava col suo cuore sconvolto pel desiderio fatto a sè tortura, nulla godendo e disperando molto. E non sapeva che la vana arsura me pur struggeva, che un'angoscia eguale fustigava la mia anima oscura, ch'io pur morivo dello stesso male.

un grido

Fui per chiamarlo: — O mio fratello, vieni! Non piangere per me quello ch'io piango per altri. Lascia ch'io ti rassereni. Ti tergerò le lacrime ed il fango con mani indugïanti in puri gesti. — Non t'amo, — ti dirò, ma: — ti compiango. Lascia che dal tuo incubo ti desti, per risvegliarmi io pure a poco a poco, fin che in noi di dolore orma non resti. Fui per dire: — Ed allor ci parrà un gioco degno di riso questo mal vorace... Ma in lui o in me non so che grido roco negò: — Non voglio! Il mio soffrir mi piace!

DESIDERI

vortice

Noi ci fissammo, con un folgorio d'occhi tenace. Io so che in quel momento il cuore ti tremò del tremor mio. Eravamo seduti con il mento nella mano, in un'ombra di veranda, in qual tempo, in qual giorno, io non rammento. Rammento che giungeva a ondate, blanda, una lontana musica e che spesso ripeteva un motivo di domanda. A un tratto ci trovammo così presso da provarne vertigini, e smarriti impallidimmo del pallore stesso come su un buio vortice che inviti.

un addio

Folle è lasciarci, tutti accesi ancora di desiderio, ancor pronti a godere di tutto ciò che l'un dell'altro ignora. La volontà che tiene prigioniere le nostre giovinezze le flagella, per farle in solitudine tacere. Ma più le volge incitatrice a quella gioia non mai gioita, che la morte pur ci farebbe nel suo riso bella. Più dolce sorte è la comune sorte: darsi con umiltà l'un l'altro, ciechi. Abbandonarsi al vortice più forte e dirsi dopo un breve addio, senz'echi.

l'ignoto

Io non so chi tu sia. So che una sera noi ci gettammo l'anima negli occhi, con l'impeto di chi brama e non spera. La ripigliammo cauti, quasi tocchi da un dubbio, e ancor la scagliammo a segno, come la freccia che dall'arco scocchi. Senza accostarci, senza altro disegno che quello di guardarci ebbri d'amore, ma disgiunti da un qualche aspro ritegno. Così il male durò. Più tentatore d'allora, a tratti, il tuo volto m'abbaglia. Curiosità di te mi punge il cuore, desiderio di te me lo attanaglia.

INFERMITÀ

la crisi

Il morbo s'iniziò fra due sorrisi, in un languore, s'incrudì in un male vïolento, toccò l'estrema crisi. Parossismo d'amor cieco che assale la pazïente e la travolge, quasi ad uno stato di demenza eguale. Dal cuor sconvolto irruppero le frasi inconsulte ed il pianto acre. Il dolore contorse i polsi dalla febbre invasi. Da queste crisi stritolato il cuore esce, come da macina esce il grano. Fatto diverso, muto di stupore, s'ascolta, balza, si ritrova sano.

la convalescenza

Sano, ma ancora un poco stanco, ancora debole di quel grande struggimento ch'ogni vigor di buon sangue divora. Convalescenza, invermigliarsi lento delle labbra già tinte di vïola, ribalenar dello sguardo già spento! La risanata, sola con sè sola, resta, si guarda intorno: — Fui malata? — dice, e ascolta suonar la sua parola. Dice: — Ricordo! — e i grandi occhi dilata. — Ieri un nemico m'ha contorto ed arso le carni e il cuore. Assai m'ha strazïata! Ma il mio male guarì. Egli è scomparso.

pallore

Oggi mi trovi pallida, ma sai che un poco sempre io son pallida. È strano come il mio volto non s'accenda mai. Solo la bocca un fior di melagrano sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa, — oh così forte! — sotto la tua mano. Ma goda o soffra l'anima convulsa, il marmo della fronte non confessa gioia di amore o strazio di ripulsa. Quando più sfatta io piego su me stessa, più s'impietra la maschera del volto. Ma allorchè cedo, dall'angoscia oppressa, piango non vista il mio pianto raccolto.

VORAGINI

l'etèra

Io t'ho seguita, sotto i primi lumi rossastri d'una sera cittadina, pallida etèra grave di profumi. E parvi la falena che s'ostina intorno ad una lampada notturna, sempre più attratta e sempre più vicina. Curiosità di male, taciturna, mi trascinò nell'orbita di quella ch'era del male più goduto l'urna. Colei che attira asseta arde e flagella, l'ombre accendeva di sua rossa chioma, e molle andando, alla falena snella vampava della sua carne l'aroma.

multiforme

Tu hai mill'anime in una, o multiforme. Innumeri tumultuano i cuori dentro il tuo cuore piccolo ed enorme. Ognuno sa com'odi e come adori, avventuriera arguta della scena, ognun sa come vivi e come muori. O bramata dagli uomini, una vena fragile del tuo polso assai più forte li allaccia della più salda catena. E quando ti atterrò sfatta la morte dinanzi a folle cupide di te, la voluttà su le tue labbra smorte bevono nelle alcove d'oro i re.

l'abisso

Dissero: In questo punto ella gettossi nel vuoto; agonizzò pochi minuti laggiù, ove i sassi appaiono ancor smossi. China, io sentii tutti gl'inviti muti, gli assorbenti richiami degli abissi, il vortice che afferra gli sperduti. La vertigine tragica con fissi occhi d'acqua verdognola ipnotizza sotto capelli d'alighe prolissi. L'oblio, dal fondo, svolgesi e si rizza con le sue braccia d'ombra arcate a culla, e con la bocca di vampiro vizza sugge il male a chi piomba ebbro nel nulla.

PROFILI

un discreto

Troppo discreto. Amore non s'afferra con timidezza trepida di gesti ma con sagace strategia di guerra. Quando ore ed ore mediti pretesti a sfiorar con la tua mano la mia, una pietà pensosa in me tu desti. Più che languire di malinconia o disperare di sconforto giova spronar d'orgoglio l'anima restìa. Ciascuna donna è come una via nuova che alcun percorra in notte senza luna. Molte sorprese il passegger vi trova, ma le affronta affidato alla fortuna.

un pauroso

Mi temi: tale è la ragione oscura per cui mi sfuggi armato di corrucci mascherando di sdegno la paura. Nè io posso, a evitar che tu ti crucci, celar lo sguardo mio che ti fastidia e t'inquieta in ombre di cappucci. Io non tramo alla tua pace perfidia di tranelli. Guerrier di buona scuola sa che a fuggiasco non si tende insidia. Pur: — fuggiasco — non è giusta parola. Più somigli a un bizzarro palafreno che spesso adombra e in pazza corsa vola, ma ben s'ammansa con scudiscio e freno.

L'INVITO

l'attesa

T'aspetto qui. La casa è ancora quella della mia infanzia, quella che mi vide occhi innocenti sotto bionde anella. La casa sa che tu verrai. Non ride non palpita e non trema essa. Mi pare di sentirtela ostile, aspra di sfide. Non te che corri con le labbra amare di sete a ricercar le mie, furtivo ladro d'amore, ella sperò ospitare. Troppo ella ha atteso, ritta sul suo clivo, il dolce sposo che, per chiara via giungendo, le annunciasse alto il suo arrivo e sul suo cuore mi portasse via.

l'accoglienza

T'odia per questa la mia casa antica. Da te delusa sotto il vecchio tetto t'accoglierà con fronte di nemica. Dirà: — Sviasti dal cammin più retto colei ch'io prediligo e mal risponde l'anima ingrata al mio vigile affetto! Ridimi, o amor, le tue risa gioconde perch'io non oda il lagno dell'offesa garrir fra uno svettare ampio di fronde. Vieni! Quel suo rimproverar mi pesa. Forse ormai vivo del mio stesso errore. Pure, io sento con lei che questa attesa tradisce un suo e un mio gentile amore.

il saluto

Tu verrai una notte alta, di luna, e prima di varcar le mute soglie bacerai le mie dita ad una ad una. Ti celerà la gran pianta che accoglie l'ombra sopra la porta e la rabesca con profili di rami erti e di foglie. Nell'aria ondeggerà l'essenza fresca de' fieni e odoreranno le mie chiome di quell'acre profumo che t'adesca. Tu giungerai a notte fatta, come un predatore bene esperto, ed io gemendo su la tua spalla il tuo nome ti dirò forse: — Ed or ritorna. Addio!

BELLE ISTORIE

i romanzi

Pur t'insinui fra pagine di libri candide e nere, o riso di sirena subdolo, e come sottilmente vibri! Romanzi letti con anima piena di febbre, a notte, mentre in ombre il lume ripeteva negli angoli ogni scena! L'amata emersa dalle trine a spume e l'amante a' suoi piedi, ebbro di lei, si sprigionavan molli dal volume. Illanguidiva i suoi grand'occhi rei smanïosa d'amar la Bovary, o con la barba a punta e con i bei denti rideva fatuo Bel-Ami.

le favole

Ma non han sempre fascino perverso le belle istorie. Quante care favole ci empiron di prodigi l'universo! Bimbi, ricordo, in giro a tonde tavole, sotto velate lampade e velate voci di dolci narratrici avole. E la notte chinavansi le fate sul letto dei fratelli, e bei guerrieri baciavan le sorelle addormentate. Poi, nella torre alta dei Desideri, come la moglie pia di Barba-blù, una fu chiusa, ed io l'udii pur ieri gridare: — Anima mia, che vedi tu?

il poema

Più malïardo splende il bel poema dove lo squillo vario della rima come un riso febeo palpita e trema. Ogni verso è uno stel che reca in cima la sua corolla, e a tre a tre le intesse, sì che l'un fiore l'altro non comprima. Vi ride amor le sue vane promesse, o vi lamenta la mentita fede, o vi miete una sua sanguigna messe. E un gel mi guizza dalla nuca al piede pur mentre il tuo torbido amor m'adesca, s'io leggo qual pagasti aspra mercede pei baci del tuo Paolo, o Francesca.

VIBRAZIONI

un dubbio

Son io giovane ancora, anima mia? I miei capelli ancor mi son mantiglia densa le notti di malinconia? Talor per questa strana meraviglia, notizia di me stessa a me domando con un solco di dubbio fra le ciglia. O giovinezza, io ho già scordato quando venisti a maturare in frutto molle in fior d'infanzia dal profumo blando. Tutta nuova da sue bianche corolle l'adolescente emerse allor, stupita. Or, con un riso leggermente folle, riconta che anno fu, su le sue dita.

mattini

Pensa: — Fu l'anno in cui lasciai le monache del mio convento? O l'anno avanti, o appresso? Tu, april, vestivi le tue rosee tonache. Insieme ci destammo in uno stesso mattino, tu con l'anima leggera, io col piccolo cuore così oppresso! Tu inverno, io bimba ci cullò la sera. Io aprii le ciglia fatta giovinetta, tu apristi i cieli, fatto primavera. Forse il succo di qualche vïoletta bistrò de' miei assorti occhi l'incavo... Ormai ero colei che sa ed aspetta e a qualche avido sguardo sussultavo.

asprezze

Aspra son io come quel vento vivo di marzo, il quale par crudo di geli ma discioglie la neve su pel clivo. Vento di marzo che agita gli steli pigri, scopre vïole in mezzo all'erba, scompiglia erranti nuvole pei cieli. Asprigna io sono e rido un poco acerba. Mordere più che accarezzar mi piace ed apparir più che non sia superba. Come il vento di marzo io non dò pace. Godo sferzare ogni anima sopita, e trarne l'ire a un impeto vivace per sentirla vibrar fra le mie dita.

LE LETTERE

il giardino segreto

Carezze consumate nel pensiero, parole dette senza voce viva, intimità ravvolte di mistero! Lettere, orto occulto che coltiva per sè ogni donna: frutti per la sete, fiori per la narice sensitiva. E steli ch'ella sa intrecciare a rete ed erbe amare come le cicute ed ortiche che pungono segrete. Per l'amore che in sè portano mute, per i sogni ch'è dolce in lor trasmettere, per le menzogne di cui son tessute, un sottil sortilegio arma le lettere.

lettere intime

Giungono con un volto tormentato dalla fatica rude del vïaggio con segni, impronte, tracce in ogni lato. Ma dalla busta immune esce il messaggio e colei che lo attende a sorso a sorso lo gusta, come un dolce beveraggio. Qualche parola, a un tratto, il cuor le ha morso. — Ah! scherzi. — Fra le righe un riso fine guizza, quasi fra pause d'un discorso. Balenan lampi nelle ciglia chine della lettrice, e quando un mal represso desìo irrompe in parole ebbre alla fine, ella ne freme come d'un amplesso.

lettere rese

Anche talor si rendono i carteggi a chi li scrisse. Partono coperti di baci e tornan crudi di motteggi. Sembran figliuoli prodighi, inesperti, che rifanno il cammin già un dì percorso ricchi d'oro e di gloria, oggi deserti. Tornano a chi da sè li svelse. E a sorso a sorso, ancor l'amaro beveraggio s'assapora, con brividi pel dorso. Si stupisce: — Ma è mio questo linguaggio? Non più nostre, non più, sembran le frasi di follia. Ora il cuor s'è fatto saggio, forse, e l'amore è già lontano, quasi.

LA VITA

dimenticare

Dimenticare! Balsamo d'oblìo che reca il tempo nell'incavo vecchio della sua palma con un riso pio. Il tempo è ammonitore. Anche un suo specchio porge a ogni donna e mormora un consiglio, mentr'ella vi si mira, entro il suo orecchio. Questa si sbianca in viso come un giglio, quella sorride d'arido disdegno, un'altra china il suo volto vermiglio. Dentro lo specchio io ho scoperto un segno piccolo, un solo, il primo, un'ombra ancora. Ma mi avvertiva il re del vecchio regno: — La vita vuole il suo tributo. È l'ora.

il tributo

Vecchio, lo so. Ma è grave quel tributo. Son lievi i sogni e sono dolci i giochi d'amore, anche per chi spesso ha perduto. La vita è grigia, e si consuma in pochi momenti attedïati dai doveri, fra i — no — imperïosi ed i — sì — fiochi. Ma i sogni, i miei amici lusinghieri, la sillaba che nega aspra non sanno. — Sì — mi diran domani, come ieri. E se talor mi traggono in inganno, l'un mi delude e l'altro mi consola, così che assai fraternamente fanno breve la via a quella che va sola.

i sogni

Dicono presso ad ogni fiamma fatua: — Che fuoco buono pe' tuoi freddi piedi! e: — Che cuor pel tuo cuore! — ad ogni statua. Cullano le mie noie: — O cari tedi — cantilenano in coro, — o rari mali per cui nessuno troverà rimedi! M'agitano sul capo un frullo d'ali e stupiscono: — Intendi? Chi è passato? Sarà morte con falce o amor con strali? Ma la voce sul mio sonno agitato attenuano, bisbigliano un saluto, zittiscono, e ciascun mi posa a lato e dorme fra le mie chiome sperduto.

il domani

Allora io sento l'ombra del domani ferma, in attesa, a canto al mio guanciale, col bene e il male chiusi entro le mani. Terrà nascosto la sinistra il male? E la destra terrà nascosto il bene? Quale a me vorrà mai porgere, quale? Ma per incerte strade il sonno viene a sussurrarmi: — Dormi, non pensare! — e a porre il dito sui miei occhi, lene. Dormi. Il domani ha forse l'ore amare strette nel pugno. Non pensare, è meglio. Scorda l'ombra che è là muta a spiare per balzar su te, pronta, al tuo risveglio.

il desiderio

Pur taciturno è il desiderio. Saggio sembra, ma in fondo alle pupille cova la vïolenza del suo cuor selvaggio. L'amore è sorda lotta, è dura prova per chi assai l'ama, e a molti impeti sciocchi avventa chi ben cerca e male trova. Questo imparò colei che smarrì gli occhi dietro i suoi sogni e ride ora, ma batte le ciglia perchè il pianto non trabocchi. Poichè, se alcun le sue treccie ha disfatte, od impresse d'un morso la sua gola, o lasciò le sue labbra più scarlatte, ella è pur sempre quella che va sola.

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