LA POESIA PATRIOTTICA E GIOVANNI BERCHET
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CONFERENZA DI GUIDO MAZZONI.
Signore e Signori,
Qualche anno fa, nel chiudere una di queste letture fiorentine nelle quali vo ormai militando da veterano, ebbi a citare tra le poche liriche vivaci del secolo XVI la Canzone in laude dei Venzonesi. Concedetemi che di quella chiusa io faccia il principio alla lettura d'oggi.
Nel 1509 i Tedeschi sboccano dalla Pontebba in Italia: i nobili veneziani abbandonano il varco che loro è stato commesso per le difese; ma vi accorre un dottore di Venzone con quaranta de' suoi concittadini; e costoro sorreggono le scorate milizie di San Marco, per tre giorni combattono, aiutati di munizioni da una gentildonna che fonde a ciò le scodelle di stagno e con rischio di vita le reca ella stessa nella battaglia, e ricacciano gl'invasori.
Eran gionti al stretto passo Nove milia e più Germani: Avean preso il monte i cani!: Ma cacciati fôro al basso Da quaranta di Venzone. Su su su, Venzon, Venzone!
Tale il canto allora subito levatosi ad esaltare l'eroica prova fatta dalla virtù italiana che in «tanto piccol bastione» aveva «spinta e esclusa la gente cruda e atroce fuori d'Italia.» Par di sentire il ritornello dell'inno garibaldino. Ed io, qualche anno fa, lette alcune strofe, dicevo: «Un popolo che opera così e canta le sue glorie così, meritava lirici d'arte migliori di quelli del secolo XVI: e perchè li meritava, mutati i criterii dell'arte, li ebbe.»
E proprio a me tocca l'onore di parlarvi oggi di lirici ben più degni che non furono, in genere, que' petrarchisti, que' classicheggianti, e poi que' francesizzanti, più o meno eleganti e ingegnosi, ma senza anima. Subito che il popolo d'Italia fu scosso e sussultò là dentro il secolare sepolcro, e ne risorse con la spada in pugno, se non ancora con l'alloro alle chiome, altri canti ascoltò di speranza e d'incitamento; e li imparò e fe' suoi per le congiure, pe' martirii, per le battaglie. Certo, anche innanzi, dal Cinquecento in giù, si era molto parlato in rima dell'Italia: basti rammentare il Filicaia: «Italia, Italia, o tu cui feo la sorte — Dono infelice di bellezza,» «Dov'è, Italia, il tuo braccio?»; e così via via. Ma che avrebbero mai che fare que' sospiri, anche se fossero tutti sinceri, que' sospiri di cortigiani o di buoni eruditi, con l'enorme voce e co' lapilli ardenti che eruppero dall'Italia, fatta tutta un vulcano? Morivano innocui i sospiri entro una tazza di cioccolata o sulla polvere d'un in-folio; i boati e la lava cacciaron via dalla terra, che gli ondeggiava sotto i piè, lo straniero. Sonetti e canzoni dilettavano, è vero, gli orecchi colti e le fantasie addottrinate co' suoni e con le immagini d'una romanità accademica: ma i canti nuovi confortarono l'esule e il prigioniero, suscitarono nel giovane la bramosia delle congiure o della guerra, mossero e ringagliardirono i muscoli nelle marce, si levarono di tra il fumo delle mischie quasi a guidare «Arcangeli della nuova età» (come il Carducci disse della Marsigliese) le baionette italiane contro gli oppressori.
Non tutti codesti effetti dovremo vedere oggi, perchè il giro prefisso quest'anno alle letture ci rattiene di qua dalle battaglie per l'indipendenza, di qua dal Poerio, dal Mameli, dal Prati, dal Mercantini; ma di tutti sarà facile vedere almeno il germe, nell'esame, sia pur necessariamente rapido, della nostra poesia patriottica nel risorgimento fino al 1846.
I.
La poesia del risorgimento italiano nacque indubbiamente con l'Alfieri; il quale, dopo aver convertito in politico il sentimento civile del Parini, dopo aver mosso su le scene guerra a' tiranni, e aver cantato l'abbattimento della Bastiglia, e averne baciate le rovine con labbro di fervido ammiratore della Rivoluzione, sbigottì degli eccessi, e odiò i Francesi calati e rimasti in Italia non tanto da redentori quanto da spadroneggiatori. Pare che su gli estremi della vita si pentisse, almeno un po', di aver confuso i rancori suoi privati e il disdegno de' fatti brutali con la grande idealità, la grande opera, la grande efficacia, che erano state ad ogni modo e duravano ne' rivolgimenti dal 1789 in poi: ma se quel sentimento lo fe' dubitare, forse, di essere riuscito, nel Misogallo, ostile a torto o troppo; perchè mai avrebbe dovuto rinnegare la dedica del Bruto II al futuro popolo italiano, e il sonetto in cui aveva vaticinato che quel popolo, educato anche da lui medesimo nella coscienza nazionale, sarebbe poi sceso in campo contro i Francesi? Potè rimpiangere di avere scagliato qualche freccia avvelenata, non già di avere ridesti gli animi e poste egli in mano le armi ai soldati dell'Italia sua.
Se non che, mentre l'Alfieri da quella solitudine sdegnosa, e direi misantropica per amor di patria, guardava bieco gli eventi, questi suscitavano intanto per ogni parte della penisola, e più specialmente a Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna, le voci de' verseggiatori in due cori discordi, d'ammirazione e amore, di scherno e abominazione. Non mette il conto d'aggiungere che le vittorie del Bonaparte fecero presto tacere quest'ultimo coro, nè, finchè il primo console e l'imperatore durò, più che qualche sommesso borbottìo o qualche maliziosa risata fecero agli orecchi bene attenti la parte commessa un tempo da' Romani agli schiavi ne' trionfi. Fatto sta che avemmo subito, nel 1796, la Marsigliese:
Cittadini, a noi tornati Son di gloria i fausti giorni; De' Tiranni insanguinati La memoria già perì;
e tutto un Parnaso democratico ossia Raccolta di poesie repubblicane de' più celebri autori viventi uscì in luce nel 1801, vantandosi de' nomi (per dir solo i principalissimi) del Gianni, del Fantoni, del Mascheroni, del Foscolo, del Monti. Ne' due volumetti del Parnaso è manifesto, non pure il fatto storico, essere ormai in molti eletti pieno e cosciente il desiderio d'un'Italia unita tutta quanta e indipendente e libera, perfino con Roma capitale, ma anche la tendenza estetica verso espressioni nuove della vita nuova nazionale. Certo vi perdurano i metri consueti alla lirica patriottica de' secoli innanzi, il sonetto meditato, la grave canzone; e non vi mancano le immagini e i nomi della mitologia e della storia greco-romana, cui anzi davano un certo rincalzo gli avvenimenti stessi; ma si fa innanzi ardita e snella ne' settenarii e negli ottonarii la canzonetta, e l'inno vi romoreggia d'incalzanti decasillabi.
Onde ecco scendere sulla Lombardia due nuove Dee, la Fede e la Libertà, sorelle:
Ecco l'aere d'Insubria, e la terra D'una luce novella risplende; È la coppia divina che scende Dai natali soggiorni del Ciel. L'una Diva sostien la grand'asta Colla mano ai tiranni funesta; L'altra copre le membra e la testa E i bei lumi d'un candido vel.... Ecco giungonsi amiche le destre, L'una e l'altra concorde si abbraccia.
Sembra un inno del 1848 per Pio IX. Sapete chi, nel 1796, cantava così? Un seminarista, infervoratosi nel piantare l'albero della Libertà in mezzo al cortile del suo Seminario; e quel seminarista era Giovanni Torti; l'amico del Berchet e del Manzoni; l'autore de' versi che il Manzoni dirà pochi ma valenti; il patriotta che da vecchio esulterà ammirando e cantando in Milano, ben altro che l'albero della Libertà!, le barricate de' cinque giorni gloriosi.
Basti un tale esempio per tutti. E voi mi concederete, a vantaggio vostro, di saltar più anelli della catena che lega strettamente, più assai che non veggano di solito i critici della nostra letteratura, la poesia di quegli anni fortunosi a quella che fu poi detta romantica. Ma di tal saldatura ecco subito una conferma e una riprova: proprio quel Parnaso democratico del 1801 fu ristampato a Bologna da' liberali rivoluzionarii nel marzo 1831, come libro di propaganda, sotto il titolo nuovo d'Antologia repubblicana: e in fine, senza alcuna avvertenza, come normale e giusta continuazione, vi si trovano rime di Gabriele Rossetti e di Giovanni Berchet. Chè il grido gioioso del poeta abruzzese per la rivoluzione napoletana del '20, e il grido incitatore del poeta milanese pe' moti del '30 nell'Emilia e in Romagna, dovevano apparire infatti, quali erano, la risposta che tutto un popolo faceva ormai, unanime e ad una voce sola, a ciò che pochi eletti, su la fine del secolo scorso e su' primi di questo, avevano cantato volgendosi a lui.
Ma se a intendere come Napoli e l'Italia ebbero dal '20 in poi l'arte del Rossetti non occorre quasi altro che tener d'occhio lo svolgersi della lirica dal Metastasio nel Monti, e dal Monti ne' suoi immediati prosecutori, per l'applicazione ai fatti e ai sentimenti politici; mal s'intenderebbe l'arte del Berchet trascurando a questo punto colui che gli fu amico e maestro, Alessandro Manzoni.
Oh come ho goduto, mercoledì scorso, a sentirne in questa medesima sala le lodi, dalla voce eloquente del Panzacchi, a proposito de' Promessi Sposi! Nè per la strettezza dell'ora potè l'amico mio aggiungere alle altre questa lode, che il libro, nel '27, quando uscì, era altamente benefico anche perchè animato di nobile patriottismo. Non sono un'allegoria, come affermarlo sul serio?, i Promessi Sposi: gli Spagnuoli che vi son descritti nostri padroni nel secolo XVII, son essi gli Spagnuoli, e non i Tedeschi del XIX; Renzo è un povero contadino lombardo, non il popolo italiano angariato; e le sue nozze con Lucia, avversate da don Rodrigo e aiutate da fra Cristoforo, non simboleggiano per nulla le nozze del popolo italiano con l'Italia, a dispetto della Santa Alleanza, sotto la protezione del pontefice. No; mettiamo da parte queste chimere. Ma appunto perchè la macchina fantastica del romanzo s'incardina così saldamente nella verità storica, e la Lombardia sotto il mal governo straniero è rappresentata quale veramente fu, miseranda; quanti seppero leggere e ripensarono (che che ne pensasse sulle prime anche il Berchet) si accorsero la lezione del passato valere pel presente e dover valere per l'avvenire: un popolo non può essere felice quando è amministrato dallo straniero. Così i Promessi Sposi apparvero fecondi di bene morale e politico anche al Sismondi e al Giordani; quegli protestante, questi classicheggiante: e contro ciò cui poteva indurli la loro fede religiosa ed estetica verso un'opera d'intendimenti cattolici e di fattura romantica, que' due valentuomini le plaudirono. L'Italia, dissero, di tali libri ha bisogno. E libri tali che neppur la cruda censura austriaca poteva proibire, erano anche per ciò meglio desiderabili ed efficaci; come efficaci, voi lo sapete, riuscirono per la loro semplice verità Le mie prigioni del Pellico. Più d'un censore austriaco de' furbi, io mi credo avrebbe preferito di gran lunga si diffondessero i canti della maledizione anzi che sì fatte pagine innocue della così detta rassegnazione.
II.
Ma tutto il Manzoni, per grande che egli quivi apparisca, non sta entro i Promessi Sposi; nè tutto il pensiero suo politico sta in un consiglio indiretto. Quando nel '27 diè in luce il romanzo, già da un pezzo aveva scritte le liriche e le tragedie, e tutti già lo acclamavano o biasimavano capo di quella scuola romantica che era ormai sinonimo di congiura liberalesca, come scuola classica voleva ormai dire congrega di reazionarii e di spie: tanto fra noi la questione letteraria si era rapidamente snaturata e confusa nella grande questione nazionale. E già allora i prigionieri dello Spielberg si canticchiavano l'un l'altro a consolazione certi versi del Trionfo della Libertà del Manzoni giovinetto; già i nostri giovani imparavano a mente i cori del Carmagnola e dell'Adelchi; già gli amici del poeta sapevano la canzone pel Proclama di Rimini del '14 e l'ode pe' moti del '21.
Al Manzoni, che nel '14 firmò la protesta contro il Senato perchè gli sembrava non doversi invocare dagli stranieri il re, ma adunare i comizi che deliberassero: nel '48 firmò, durante le Cinque giornate, per la strada, sul cappello d'un amico, la petizione a Carlo Alberto perchè occupasse Milano, e s'addolorava poi che la firma, riuscitagli necessariamente tremula in quel disagio, potesse esser creduta tremula per altra ragione; accolse in sua casa il Mazzini, e gli disse: — Noi due siamo forse i più antichi unitarii che conti fra i vivi l'Italia! —: accolse il Garibaldi, e, andandogli incontro, esclamò: — Se mi sento un nulla dinanzi a qualsiasi de' vostri Mille, che sarà dinanzi al loro capitano? —; accettò di esser fatto senatore del Regno d'Italia, e le due volte che si recò a votare furono per la proclamazione del Regno e pel trasferimento della capitale da Torino a Firenze, verso Roma; di Roma libera accettò la cittadinanza onestamente vantandosi delle aspirazioni costanti della lunga sua vita all'indipendenza e unità d'Italia; scrisse parole di reverente encomio per Anita Garibaldi; rifiutò di dettare l'iscrizione pel monumento milanese a Napoleone III, reo di Villafranca e Mentana; al Manzoni, tale e storicamente sì fatto, nessuno può ormai, nè deve, negare un alto sentimento patriottico, non scemato mai dalla fede cattolica altamente sentita, e serbato incolume e puro, sempre, da ogni indegna mistura.
Bene ha narrato Giambattista Giorgini il dialogo tra il Manzoni e il Cavour quando, proclamata la costituzione del Regno, uscirono que' due insieme dal palazzo Madama, e la folla ammirata li applaudì. «Due grandi forze avevano fatto insieme l'Italia. Prima il sentimento a cui s'era inspirata tutta la nostra letteratura, quando, da palestra di verseggiatori eruditi, che era divenuta dopo il Petrarca, tornò a essere nazionale e civile. Secondo, la politica di Casa Savoia. Queste due forze avevano camminato per secoli verso la stessa mèta, ma senza conoscersi, senza sapere l'una dell'altra: anzi l'una dell'altra sospettose e nemiche. I due più grandi rappresentanti di queste due forze che s'eran finalmente incontrate, qui per la prima volta si mostravano insieme, e si stringevano in quel momento la mano.» Il Manzoni, agli applausi, non resse; e nella sua invitta modestia, per istornarli da sè, si volse anche lui al Cavour e si diè a picchiar le mani più forte degli altri. Poi, usciti dalla calca, là ne' Portici, un battibecco: a chi andavano veramente quegli applausi? nessun de' due li voleva per sè.
— Insomma, disse il Manzoni, Ella vorrebbe ch'io dessi ragione al campanaro che, sentendo levare a cielo la predica, si meravigliava che tutti lodassero quello che l'aveva fatta, e nessuno parlasse di lui, che l'aveva sonata. — Sicuro, rispose il Cavour; se il campanaro non l'avesse sonata, nessuno ci sarebbe andato, e il predicatore avrebbe parlato alle panche! —
Già, una buona parte di questa Italia si deve ai poeti! esclamò poi Garibaldi, il poeta che poco innanzi di morire salutava sul davanzale della finestra le capinere, riconoscendo in esse le anime delle sue bambine. Il Cavour e Garibaldi ebbero piena ragione. Fu l'arte che in Italia diffuse e scaldò l'amore alla patria; l'arte in tutte le sue forme, plastiche, figurative, melodiche, letterarie; fin là dove meno si addiceva, nella espressione cattedratica della scienza. Ma di esse forme vi si prestò una più direttamente, la poesia; nel melodramma, nel dramma, nel romanzo (che fu allora più che mai opera di poesia), nella lirica, nella satira. Nè voi crederete che io possa in tempo sì corto parlarvi a fondo di tanto; e vi attenderete da un altro lettore almeno la figura di Giuseppe Giusti e l'esame dell'arte di lui, del quale così nel 1846 scriveva il Berchet ad una ammiratrice di tutt'e due: «Uno sguardo acuto e malizioso sulle magagne del secolo, una forma nuova data alla satira, e un'assenza di tutte le reminiscenze della scuola, uno stile vividissimo, un accozzamento di imagini originali, una lingua tutta fresca; che vuol di più?»
La musica. «Veramente per amare la musica italiana d'oggi e comprenderla con intelletto d'amore (scriveva nel 1828-29 Arrigo Heine) bisogna aver dinanzi agli occhi il popolo stesso, i suoi dolori, le sue gioie.... Alla povera Italia schiava è vietato di parlare, ed ella non può esprimere i sentimenti del cuor suo che per mezzo della musica. Tutto il suo odio contro la dominazione straniera, il suo entusiasmo per la libertà, il tormento della propria impotenza, il mesto ricordo dell'antica grandezza, e poi la debole sua speranza, l'ansioso attendere, la bramosia di soccorso; tutto ciò si nasconde in quelle melodie che dalla più grottesca ebbrezza della vita trascorrono in elegiaca tenerezza e in quelle pantomime che da lusinghevoli carezze prorompono in minaccioso sdegno.» Nè le melodie avevano in sè tale anima, senza che le parole del libretto non si sentissero talvolta sospinte a incauti sospiri, a gridi pericolosi. Si alza fin dall'Italiana in Algeri, già nel 1813, d'accanto a Mustafà che sta per essere nominato Pappataci, la cabaletta patriottica:
...... Ah se pietà ti desta Il mio periglio, il mio tenero amore, Se parlano al tuo cuore Patria, dovere, onor, dagli altri apprendi A mostrarti Italiano, e alle vicende Della volubil sorte Una donna t'insegni ad esser forte. Pensa alla Patria e intrepido Il tuo dovere adempi; Vedi per tutta Italia Rinascere gli esempi D'ardire e di valor!
Se questo fu nel melodramma buffo, voi sapete quanto più nel serio: e anche là dove nè il maestro nè il librettista ci avevan pensato, musica e versi divampavano di patriottismo per la volontà sovrana del pubblico, che non pur coglieva a volo ogni allusione, ma occasioni e pretesti inventava da sè. Più ancora, ben s'intende, nel dramma, dove cercata e voluta fu da tanti la diretta o indiretta commozione del sentimento liberale; dallo slancio, fuor di luogo, di Paolo nella Francesca del Pellico:
Per te, per te che cittadini hai prodi, Italia mia, combatterò se oltraggio Ti moverà la invidia. E il più gentile Terren non sei di quanti scalda il sole? D'ogni bell'arte non sei madre, o Italia? Polve d'eroi non è la polve tua? Agli avi miei tu valor desti e seggio, E tutto quanto ho di più caro alberghi!
alla profezia di Giovanni da Procida nella tragedia del Niccolini, profezia che il vecchio poeta potè rammentare con nobile orgoglio a Vittorio Emanuele II in Firenze nel 1860:
Qui necessario estimo un re possente; Sia di quel re scettro la spada e l'elmo La sua corona. Le divise voglie A concordia riduca; a Italia sani Le servili ferite e la ricrei; E più non sia, cui fu provincia il mondo, Provincia a tutti, e di straniere genti Preda e ludibrio. Cesseran le guerre Che hanno trionfi infami; e quel possente Sarà simile al sol mentre con dense Tenebre ei pugna, ove fra lor combattono Ciechi fratelli; e quando alfine è vinta Quella notte crudel, si riconoscono E si abbraccian piangendo!
alla sentenza che divenne proverbiale, nel Giovanni da Procida stesso,
...... Il Franco Ripassi l'Alpi e tornerà fratello!
a tutto quanto l'Arnaldo da Brescia, dove l'argomento non porge soltanto occasioni ma è esso stesso concepito dal poeta come una macchina di guerra, contro le idee che a lui sembravano dannose, e per la libertà degli ordinamenti e delle coscienze.
Affine al dramma storico fu allora pensato ed eseguito, con la mistura del racconto e del dialogo, quel genere di romanzo di cui il germe spiccatosi da un dramma del Goethe si era svolto così mirabilmente sotto il caldo alito avvivatore dello Scott.
Dianzi ho richiamata per un momento la vostra attenzione a considerare il valore de' Promessi Sposi, anche rispetto al sentimento patriottico; ma come sfuggirei meritata censura di grave dimenticanza se non rammentassi qui i libri del Guerrazzi? La Battaglia di Benevento e L'Assedio di Firenze, ne' quali ei volle di proposito, fondendo insieme il romanzo storico dello Scott co' poemetti epico-lirici del Byron, combattere una battaglia, ebbero su la gioventù l'ardente sapore e i rapidi e convulsi effetti dell'alcool. E dopo di essi piace rammentare i libri del Grossi, del Cantù, del D'Azeglio, di tutt'altro intendimento e di tutt'altra esecuzione: perchè appunto, in tanta varietà di temperamento e di propositi estetici, stupenda riesce la concordia universale a conseguire un fine comune.
III.
Siamo giunti alla lirica. Delle voci che essa ebbe ne' primi decennii del secolo nostro, due furono le solenni: quella del Manzoni e quella del Leopardi. Ora, se difficilmente si potrebbe immaginare tanta differenza tra due scrittori quanta veramente fu tra l'uno e l'altro di loro; da una parte il romantico, dall'altra il classico; dall'una il credente cattolico, dall'altra il filosofo scettico; un amore ebbero comune, e lo espressero tutt'e due liricamente.
.... L'armi, qua l'armi: io solo Combatterò, procomberò sol io. Dammi, o ciel, che sia foco Agl'italici petti il sangue mio!
esclamava romanamente il povero contino di Recanati, dopo aver da poco dismesso l'abito di seminarista. Poi disperò di tutto e di tutti; o forse credè disperare? Quel dolore mondiale bene il Mazzini vide che celava la ferita profonda d'un dolore personale, ferita esulcerata dalle sorti della patria. Alla quale a ogni modo diede il Leopardi anche i canti pel monumento a Dante, per Angelo Mai, per le nozze della sorella Paolina, per un vincitore nel pallone: augurandole uomini e donne forti, e animatori al bene gli esempii de' grandi nel passato, i conforti de' migliori nel presente. Fin quando, esausto dal male, si diè a deridere nell'allegoria de' Paralipomeni la rivoluzione napoletana del 1820-21, nel narrare la morte eroica di Rubatocchi, dinanzi a quel topolino che si sacrificava alla patria ei fu vinto dal fantasma della virtù che aveva fatto sconfessare da Bruto, e a lei si volse con l'apostrofe fervida: — Santa Virtù! — dove Virtù val quanto Amore di patria. Onde Alessandro Poerio, che doveva morire di piombo austriaco, difendendo egli napoletano Venezia, nel piangere la morte del Leopardi, bene a ragione lo esaltava poeta della patria comune e magnanimo consigliere de' futuri soldati d'Italia; e bene a ragione le polizie proibivano que' canti ribelli e perseguitavano chi li possedesse.
Dal canto suo il Manzoni, con modi e intenti, in tutto il resto, diversi; e già accennai ad alcune delle sue poesie dal Trionfo della Libertà in poi. Chi tanto ammirava l'Alfieri da sdegnarsi, pure amando il Monti, che altri osasse metterli a pari, s'era nel 1814 levato su, in una canzone, contro la memoria delle guerre di Napoleone che aveva tratti fuor d'Italia, per una causa non loro, gli Italiani; e aveva detto, egli il Manzoni, ciò che poco dopo dirà con simile pensiero il Leopardi:
Oh giorni! oh campi che nomar non oso! Deh! per chi mai scorrea Quel sangue onde il terren vostro è fumoso? O madri orbate, o spose, a chi crescea Nel sen custode ogni viril portato? Era tristezza esser feconde e rea Novella il dirvi: un pargoletto è nato.
E al proclama del Murat, l'anno dopo, quel proclama in cui si suscitava dalle Alpi allo stretto di Scilla l'Italia tutta alla indipendenza, aveva dato la canzone, che pur gli rimase interrotta dagli eventi, in cui affermava:
...... Eran le forze sparse E non le voglie; e quasi in ogni petto Vivea questo concetto: Liberi non sarem se non siamo uni; Ai men forti di noi gregge dispetto, Fin che non sorga un uom che ci raduni.
L'impresa del Murat fallì; l'Italia cadde tutta, volente o nolente, sotto le unghie dell'Austria, fredde e aguzze. Ma non per nulla i soldati nostri avean combattuto accanto ai Francesi più anni eroicamente; non per nulla quanto la penisola aveva di menti e di cuori aveva meditato e scritto e cantato su la libertà e l'indipendenza nostra. Napoli e il Piemonte insorgono, vogliono la costituzione, la ottengono: i Lombardi sperano che le milizie costituzionali scendano in campo a liberare anche loro, e, affrettandosi incontro, varcano il Ticino.
Soffermati sull'arida sponda Volti i guardi al varcato Ticino, Tutti assorti nel nuovo destino, Certi in cor dell'antica virtù, Han giurato: Non fia che quest'onda Scorra più tra due rive straniere; Non fia loco ove sorgan barriere Tra l'Italia e l'Italia, mai più! L'han giurato: altri forti a quel giuro Rispondean da fraterne contrade, Affilando nell'ombre le spade Che or levate scintillano al sol. Già le destre hanno stretto le destre; Già le sacre parole son porte: O compagni sul letto di morte O fratelli sul libero suol.
Il metro, e un qualche accenno, vi han subito rammentato l'inno del Torti seminarista; ma non mi curavo di farvi osservare ciò (che ha mai che fare, quanto alla forza lirica, l'inno di lui con questo del Manzoni?), e il raffronto, se mai, tende a un'osservazione che dovrem fare più oltre. Qui importa soltanto riconoscere, che il Manzoni, come già per la lirica sacra, nel coro La battaglia di Maclodio, e in questi versi, accettava i metri e le intonazioni de' predecessori suoi, che furon molti tra piccoli e minimi nella poesia della seconda metà del secolo scorso e ne' primi anni del presente: se non che, infondendovi per entro l'anima e l'arte sua superiori, veniva a effetti originali e spesso sublimi.
Sublime è infatti la chiusa, come di rado fu la lirica antica e la moderna:
Oh giornate del nostro riscatto! Oh dolente per sempre colui Che da lunge, dal labbro d'altrui, Come un uomo straniero, le udrà! Che a' suoi figli narrandole un giorno, Dovrà dir sospirando: io non c'era; Che la santa vittrice bandiera Salutata quel dì non avrà.
Sorrideva poi, da vecchio, il Manzoni quando gli chiedevano se proprio allora, nel '21, avesse composto questi versi profetici, o non piuttosto nel '48 dopo le Cinque giornate; sorrideva, e confessò ch'era stato profeta.
IV.
I moti del 1820-21 mandarono allo Spielberg il Pellico: e Giunio Bazzoni ne pianse la morte, di cui s'era a torto sparsa la voce, in un'ode allora famosa: là anche mandarono il Maroncelli; ed egli, mentre aspettava l'amputazione della gamba, inviava canticchiando alle aure d'Italia una sua improvvisata canzonetta. Que' moti stessi fecero passare in Inghilterra, tra altri molti, Gabriele Rossetti e Giovanni Berchet.
Scoppiata la rivoluzione, il Rossetti, tra il popolo che glielo chiedeva, aveva improvvisato a Napoli un canto che era divenuto subito popolare. — Oh finalmente siam liberi! — e il facile improvvisatore e librettista eccolo tessere rime in ghirlanda attorno al ritornello tolto dalla canzone del Metastasio a Nice:
Non sogno questa volta, Non sogno libertà!
Poi un altro canto, del pari improvvisato, per l'alba del 9 luglio 1820, quando il re giurò la costituzione per farsi, come poi si vide, spergiuro:
Sei pur bella cogli astri sul crine!
Ma di lì a pochi mesi, minacciato di morte come carbonaro, si salvò travestito da officiale inglese e andò a Malta. Dal vascello inglese che lo recava nell'esilio malediva «il re fellone». Poi, a Londra, rabbrividendo sotto la nebbia eterna, rimpiangeva il sole del suo Mezzogiorno; ma quando gli veniva in mente a qual caro prezzo di libertà e umana dignità i suoi concittadini se ne godessero i raggi, preferiva durare a soffrire:
O Britannia venturosa, Trista nebbia, è ver, t'ingombra, Ma quest'ombra orror non ha. Sii di luce ancor più priva Pur ch'io viva in libertà!
Là a Londra andava, dopo la carcere austriaca, Giovita Scalvini bresciano, che a quel clima non resse, e ne riparò in Francia. Meditava sull'amara lezione, si accorgeva che le congiure non basterebbero a suscitare la nazione tutta, e al poemetto L'Esule affidava così i suoi dolori come gli ammonimenti: — No, l'Italia non leverà l'infermo fianco da terra senza il poderoso braccio della sua plebe. —
E là a Londra, del pari, il modenese Pietro Giannone, che carcerato due volte non aspettò la terza; improvvisatore come il Rossetti, esule come lui. Da Londra, nel '27, è datato il suo Esule, romanzo storico in versi, sui carbonari emiliani, in cui confessava d'aver troppo sovente sacrificato al cittadino il poeta; santo sacrificio, quando l'arte voleva e doveva riuscire arma di guerra. Dopo aver tanti anni tribolato senza casa e senza tetto, senza refrigerio, ostinato nel peccato dell'amore di patria, come bene cantò di lui il Giusti, morì, voi lo sapete (e forse tra voi mi ascolta chi gli fu gentile consolatrice) qui a Firenze, tra noi, nel '72.
E là anche a Londra, Giovanni Berchet. Nato a Milano il 23 dicembre 1783, aveva cominciato la sua vita di poeta, a venti anni, traducendo nel 1807 dall'inglese del Gray le maledizioni e le tremende profezie scagliate dal bardo gallese, superstite a tutti i trucidati compagni, su Odoardo I invasore e carnefice, innanzi di precipitarsi dalla rupe ne' flutti, subito dopo compiuto quel suo canto postremo. Si direbbe un simbolo profetico della Musa dello stesso Berchet. E intanto satireggiava con eleganza su' funerali e sull'amore, secondo la tradizione pariniana, rinnovata allora dallo Zanoia e dal Manzoni medesimo ne' sermoni: ma più gli era giovamento, e nella vita, per gli offici, e nell'arte, per l'avanzamento del gusto, tradurre ancora dagli stranieri, il Visionario dello Schiller, il Vicario di Wakefield del Goldsmith, rimpiangendo nella prefazione di questo libro, che tanto bene potrebbero fare i romanzi, e nol facessero, e che il buffone alle spese della virtù avesse più fortuna che il moralista. Così nel 1809 invocava (e qui l'augurio profetico va sul Manzoni) che l'Italia imitasse pe' romanzi buoni l'Inghilterra. Ora, nel Vicario è una ballata che il Berchet tradusse in polimetro; d'un pellegrino che chiede ricovero a un eremita; e questi, impietosito dal dolore di lui, lo ricetta, lo ascolta, finisce con l'accorgersi che è una fanciulla; ed ella gli narra allora come già derise Edevino che l'amava; onde Edevino disperato andò a morir nel deserto, ed ella ne cerca la tomba a morirvi sopra: naturalmente si riconoscono, e fan pace. Chi pensasse ad alcun che di mezzo tra il Bardo del Gray e l'Edevino del Goldsmith, un poemetto cioè in cui lo spirito del canto politico fosse infuso nella forma d'una ballata affettiva, avrebbe ciò che riuscirono le romanze patriottiche del Berchet.
Nel novembre del '21 si trovava questi una sera in casa di amici, quando eccovi un commissario di polizia, che trae da parte una signora nota per le opinioni liberali, e l'avverte secretamente, qualsiasi ne fosse la ragione, che il conte Confalonieri sta per essere arrestato. Il Berchet ode l'avviso; sa di che ha da temere anche per sè; corre a casa; fugge, mentre la sorella gli arde tutte le carte; e quando la polizia arriva a perquisire e sequestrare, egli è di là dal confine, in salvo. Quali colpe temeva lo facessero impiccare o dannare al carcere duro? Era stato col Pellico l'anima del Conciliatore, il giornale romantico; aveva aiutato con mille lire dell'Arrivabene a comprare un cavallo per un aiutante di campo di Carlo Alberto!; era de' liberali sospetti già innanzi i moti del '21, sì che il governo gli aveva negato un officio di traduttore. E che d'essere sospetto si meritasse, mostrò indi a poco ne' fatti.
A Londra, impiegato in una casa commerciale di milanesi, sentì subito profondamente ciò che gli esuli italiani fossero allora; e potrebbero essere sue le parole che indi a poco scriveva di là Santorre Santarosa al Panizzi: «L'emigrazione italiana prende, a' miei occhi, un carattere di permanenza; comunque sia, è certo che ha un carattere storico: e siamo tutti debitori all'infelice nazione di cui siamo la parte sagrificata, di ogni nostra opera, di ogni nostro pensiero nell'esilio non meno che se noi fossimo nel fôro di Roma o nei comizi di Modena o di Torino. Possiamo onorare il nome italiano nella Gran Brettagna coll'intierezza della vita, coll'utilità dei lavori, colla dignità dei discorsi e dei costumi, e col sopportare, anzi vincere, la povertà colla costanza e col lavoro.» Ed egli, il poeta, mentre teneva la corrispondenza mercantile, dando più lavoro di quanto il principale benefico volesse, e sfuggendo alla tentazione di farsi troppo amico del Foscolo, che non godeva piena stima per poca dignità di vita, scriveva a conforto suo e a vantaggio della causa italiana I profughi di Parga, cominciati a Milano, e scriveva e pubblicava a più riprese le romanze sotto l'emblema di una lampada in cui una mano versa nuovo olio, col motto alere flammam, e l'altro motto in epigrafe «Adieu, my native land, adieu» (doloroso compendio di dolori e speranze); Clarina, Il romito del Cenisio, Il rimorso, Matilde, Il trovatore, Giulia. Quindi, nel '29, Le Fantasie.
V.
Ciò che, sotto le apparenze di Grisostomo, il Berchet aveva detto nella Lettera semiseria sul Cacciatore feroce e sulla Eleonora del Bürger, che fu nel 1816 l'esplicito programma della scuola romantica in Italia, la poesia dover essere popolare di caratteri e propositi, e tale di modi da riuscire accetta ed efficace ai più, fuor dalla strettezza delle regole viete e della vieta mitologia, in argomento da suscitare gli affetti vivi a scopo di bene; egli stesso cercò di ottenere con que' poemetti e nelle romanze.
Parga, sulla costa dell'Albania di contro a Corfù, per salvarsi dai Turchi si era data agli Inglesi protettori: e questi nel '19 la rivenderono ai Turchi. Il fatto pietoso mosse tutta l'Europa cristiana: il Goethe lo consigliava al Manzoni come argomento adatto a suscitare di per sè quella commozione che sembrava anche a lui potersi desiderare più intensa ne' drammi mirabili del poeta italiano; il Leopardi voleva introdurlo come episodio in una sua canzone alla Grecia; anche il Byron vi pensava su per qualche lirica; e una gentildonna italiana, saputo di tale intendimento dell'inglese, si affrettava a novellarne in prosa.
Avevano que' di Parga dissotterrate le ossa de' morti loro, che non fossero profanate da' Mussulmani; e sopra un rogo di fronde d'olivo le avevano arse; poi, compiuta la sacra cerimonia, s'erano imbarcati per Corfù. Il Berchet esule fa narrar la scena pietosa alla moglie d'un eroe di Parga, che dal rogo ha sottratte le ossa di due fratelli suoi, uccisi dal Turco, e seco le ha recate, e vi spasima su, rammentando la patria perduta: sì che tenta d'uccidersi. Ed è quello il punto più alto esteticamente del poemetto:
Quando il rogo funereo fu spento Noi partimmo: — e chi dir ti potria La miseria del nostro lamento? Là piangeva una madre, e s'udia Maledire il fecondo suo letto, Mentre i figli di baci copria. Qui toglievasi un'altra dal petto Il lattante, e fermando il cammino, Con istrano delirio d'affetto Si calava al ruscello vicino, Vi bagnava per l'ultima volta Nelle patrie fontane il bambino. E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta Dalle patrie campagne traea Una zolla nel pugno raccolta. Noi salpammo: — e la queta marea Si coverse di lunghi ululati, Sicchè il dì del naufragio parea.
Ma non è quivi l'intendimento vero del poeta: la scena non è per lui che un mezzo onde cattivare agli esuli tutta la commiserazione de' lettori: a lui importa, quando la commiserazione sia piena, mostrarci a che debba condurre l'amor della patria. L'uomo di Parga è stato salvato, fuor dalle onde in cui si gettò, da un officiale inglese; e da questo ha l'offerta di soccorsi; ed ha l'affermazione del biasimo che ogni onesto inglese diè al governo della turpe vendita di Parga. Ebbene, quell'esule miserrimo respinge l'aiuto. Oh, è ormai guarito l'esule, nè cercherà più sottrarsi al doloroso dovere della vita; piegherà a' lavori più umili de' campi la mano avvezza alla spada; ma non sarà che avvilisca sè e la patria accettando l'oro di chi è d'una patria che ha tradita e venduta la sua!
Forse il dì non è lunge in cui tutti Chiameremci fratelli, allorquando Sopra i lutti espiati dai lutti Il perdono e l'oblio scorrerà. Ora gli odii son verdi: — e nefando Un spergiuro gli intima al cor mio; Però, s'anco a te il viver degg'io, Sappi ch'io non ti rendo amistà.
C'è soltanto lo sdegno contro la politica de' reazionarii, contro il Castelreagh, per Parga tradita? c'è soltanto la miseria dell'esule che ne' primi tempi là a Londra si trovava in una brutta casa, tra quattro donne brutte da far paura al demonio, come scrisse a un amico, senza conoscenze, senza amicizie, da maledirne l'isola che gli fu poi tanto cara perchè l'uomo v'era più simpatico che altrove e l'unica sede era quella in Europa della cordiale dignitosa ospitalità? Sarebbe, io credo, diminuire l'animo di lui e il peso del suo poemetto, che in un momento d'ira chiamava inezia e avrebbe volentieri venduto a chiunque per quattrocento franchi. Come ne' Promessi Sposi la giusta sentenza su gli Spagnuoli fu giusto avvertimento verso gli Austriaci, così ne' Profughi di Parga il disdegnoso rifiuto del ramingo suona un consiglio di non venir mai a patti col nemico. Può darsi che il Berchet pensasse anche alle promesse fatte e non mantenute da Lord Bentinck quando i collegati ci volevano indurre a sollevarci contro Napoleone; ma, certo, il pensiero suo non va contro l'Inghilterra, va acuto contro l'Austria.
L'Austria feriscono dritte le altre romanze. Uno straniero volenteroso d'ammirare l'Italia è fermato sul Cenisio da un eremita che gli grida: — Maledetto chi s'accosta senza piangere alla terra del dolore! —, e gli descrive la penisola, non lieta ma pensosa, non in plauso ma in silenzio, non in pace ma in terrore, e gli parla del suo Silvio (e voi supplite, Pellico) che langue ne' ceppi del carcere duro; onde
A' bei soli, a' bei vigneti, Contristati dalle lagrime Che i tiranni fan versar, Ei preferse i tetri abeti, Le sue nebbie, ed i perpetui Aquiloni del suo mar
come vedemmo che faceva il buon Rossetti, che pure era oppresso dalla nostalgia. Una italiana (e intenderemo Maria Elisabetta, sorella di Carlo Alberto), che ha sposato (nel 1820) un ufficiale austriaco (l'Arciduca Ranieri d'Austria), e ne ha avuto un figlio, piange sopra sè stessa e su lui, vilipesi. Matilde sogna che il padre le voglia dare per forza a marito un altro ufficiale austriaco, e ansa e si sveglia piangendo dal dolore:
.... L'altare, L'anello è sparito Ma innanzi le appare Quel ceffo tuttor; Ha bianco il vestito, Ha il mirto al cimiero, I fianchi gli fasciano Il giallo ed il nero, Colori esecrabili A un Italo cor.
Il trovatore è cacciato via dal castello dove troppo, ma d'amor puro, amò la dama, e sulle soglie si sente scoppiare il cuore: trasparente allegoria dell'esilio. Giulia si vede partire coscritto dell'Austria il secondo suo figlio; e il primo fuggì esule: chi sa che i due fratelli non si abbian poi a trovare l'un contro l'altro! Le Fantasie poi, rappresentando in quadri simmetrici i sogni d'un esule che gli raffrontano i gloriosi fatti del giuramento di Pontida, della battaglia di Legnano, della pace di Costanza, con le veglie giulive, lo scoramento, l'obbrobrio degli Italiani odierni, mirarono a farli vergognare e a suscitarli; e anche in drammi storici ne risonarono con lunga eco i versi possenti.
Federigo? egli è un uom come voi. Come il vostro è di ferro il suo brando. Questi scesi con esso predando, Come voi veston carne mortal. — Ma son mille! più mila! — Che monta? Forse madri qui tante non sono? Forse il braccio onde ai figli fer dono, Quanto il braccio di questi non val? Su! nell'irto, increscioso Alemanno, Su! Lombardi, puntate la spada: Fate vostra la vostra contrada, Questa bella che il ciel vi sortì.... Presto all'armi! Chi ha un ferro l'affili, Chi un sopruso patì, sel ricordi, Via da noi questo branco d'ingordi! Giù l'orgoglio del fulvo lor sir!
Una sola di queste poesie, Clarina, può sembrare che abbia altrove la mira: e l'ha. Vuol colpire infatti Carlo Alberto, reputato fedifrago dai liberali del '21. Ma la freccia volava contro lui perchè egli era mancato al cimento nel dì, che pareva fatale, della liberazione.
Perfino ne' giuochi il Berchet aguzzava la punta de' versi contro gli Austriaci: si racconta che una volta, presenti parecchi Tedeschi, improvvisò questa sciarada:
Pongo il primo sul secondo, Pongo il tutto sotto i piè. [Te-desco].
Nel '18 il Manzoni, mentre ardeva la polemica suscitata dal Berchet con la Lettera semiseria di Grisostomo, aveva immaginato in una scherzosa canzone che Apollo per punire l'audace romantico lo scomunicasse per sempre dal sinedrio de' ricantatori delle formule solite: non più il plettro aurato, non più l'eburnea lira, non più il corridore alato; tutto avrebbe d'allora in poi dovuto ricavare dal suo proprio sentimento. Un gelo, diceva il Manzoni,
Un gel me prese alla feral sentenza; E sbigottito e pallido Esclamai: Santi Numi, egli è spacciato! E come vuoi che senza queste cose Ei se la cavi? Come può, rispose.
Da ciò che abbiam visto pare che, sommato tutto, non se la cavasse troppo male.
VI.
Nella dedicatoria delle Fantasie il Berchet, come anche accadde al Giannone, si è confessato da sè medesimo in colpa di lesa estetica. Mi son trovato, egli dice, nel conflitto di due sorti di doveri, quelli verso l'arte, quelli verso la patria; e ho creduto fosse onesta cosa la sottomissione dell'amor proprio all'amor della patria. Scuse magre! risponde il critico: se avesse saputo far meglio, certo ch'e' l'avrebbe fatto! Ed è vero. Nè si ha il capolavoro se non quando il poeta e l'uomo si stringano in una sola virtù etica ed estetica insieme. Ma che il Berchet, d'altra parte, fosse nelle sue scuse sincero dimostra almeno una osservazione che quivi aggiunge ad esempio. Ed è che, nel descrivere la battaglia di Legnano, ha fatto parlare a lungo un moribondo, fuor della verisimiglianza. «Lo scoprirmi in fallo per questa parlata sarebbe la cosa del mondo più facile a farsi, se un'altra non ve ne fosse più facile ancora, quella per me di pigliare le cesoie, e tagliar via il corpo del delitto, o d'accorciarlo almeno. E sia lode al vero, due volte ho portate le mani per eseguirlo il taglio, e due volte — lo dirò con una frase tutta di filigrana, rubata al Creso di tali frasi, — due volte caddero le paterne mani. E perchè? Perchè quelle poche ammonizioni contenute nella parlata erano le cose appunto che a me più importava di dire; perchè quelle ammonizioni possono essere come un tocco di campana che svegli altre riflessioni nell'animo de' miei concittadini.» L'Arlecchino dalle cento disgrazie, come sorridendo ei si chiamava, l'uomo che si consolava pensando d'essere stimato almeno un galantuomo, fu dunque galantuomo anche in ciò.
Comunque sia, i difetti dell'arte del Berchet, diseguale spesso nello stile, poco chiaro e poco sottile psicologo ne' Profughi, troppo simmetrico nei sogni delle Fantasie, e via dicendo, son di quelli che appaiono a chiunque legga. E minore artista è nelle sue, del resto utili e opportune, versioni delle Vecchie romanze spagnuole, pubblicate a Bruxelles nel 1837; minore sarebbe riuscito in quel curioso poemetto, rimasto incompiuto, Il Castello di Monforte, donde traspira vivace l'idea anticlericale.
Ma provatevi a leggere ad alta voce, con animo ben disposto, que' versi patriottici, e come vi crescerà via via nella lettura il respiro, come forse vi si veleranno qua e là gli occhi per una lacrima! Tanta è la corrispondenza, e così diretta, tra il sentimento italiano e gli accenti che ne furono inspirati all'esule lombardo. Al quale fu premio il poter dare nell'inno ai moti emiliani e romagnoli del '30 quel saluto alla nostra bandiera che le è rimasto quasi direi consacrato:
Dall'Alpi allo stretto fratelli siam tutti! Su i limiti schiusi, su i troni distrutti Piantiamo i comuni tre nostri color! Il verde, la speme tant'anni pasciuta; Il rosso, la gioia d'averla compiuta; Il bianco, la fede fraterna d'amor.
Premio maggiore, dopo il lungo pellegrinare in Inghilterra, nel Belgio, in Germania, in Francia, veder sventolare quella sua bandiera dai tre colori, per la guerra del 1848-49, nell'Italia sua; vederla sventolare per opera e merito del Piemonte divenuto asilo degli esuli italiani (ed egli vi fu deputato), e delle speranze di tutta l'Italia che ormai ciascun sentiva non poter tardare ad avverarsi, poi che là a Torino la Rivoluzione raccoglieva tante delle sue forze attorno alla Casa di Savoia.
Chi aveva bollato a fuoco nella Clarina Carlo Alberto, subito che lo vide risoluto ormai a capitanare le forze della rivoluzione e a rischiare tutto pur di redimere l'Italia, non titubò. «L'unità assoluta dell'Italia verrà col tempo.... Intanto qui, nella vallata del Po, da Alpi ad Alpi, noi vogliamo uno Stato (e di' pure un Regno) costituzionale, forte, compatto, di un dodici milioni almeno di abitanti, il quale ci salvi adesso e in futuro da qualunque irruzione straniera, sia ch'ella venga da Germania, sia ch'ella venga da Francia.... Fatto una volta questo muro, da Torino a Venezia, nasca quello che vuol nascere in Europa, l'Italia potrà tenersi tranquilla; e se col tempo questa gran base dell'unità dovrà ingrandirsi ancor più, ci penseranno i figli nostri; chè a noi basta di assicurarci il presente e il prossimo avvenire, e di assicurarlo in modo che non impedisca menomamente i più brillanti destini che possano toccare all'Italia nel futuro.... Dunque è Carlo Alberto che noi vogliamo a Re dell'Italia superiore: e che sia io che predico su questo, tu che sai quello che io mi sia, puoi ben credere che la necessità imperiosa e l'amor disinteressato della mia patria me lo consigliano, e non altro.» Così scriveva nell'aprile del 1848.
Tutte le lettere di lui sono insigne documento del suo acume politico, della drittura dell'animo suo: v'è indicata la opportunità, anzi necessità, per l'Italia nuova di comporsi a monarchia se vuol vivere entro l'Europa monarchica; v'è predicata l'alleanza con gl'Inglesi, utile a noi e a loro; v'è perfino predetta, nel giugno 1848, la cessione della Savoia alla Francia: «Pensa un poco se a far tacere quella maledetta Francia non vi sarebbe un mezzo, quello di cedere a lei la Savoia.» Cercavano metterlo su contro Carlo Alberto? rispondeva: «Non tocca a me di fare il panegirico al Re; ma come galantuomo che adora sopra tutto il vero, ti dico che, lasciato stare il passato, del quale siamo rei tutti, e veduto con occhio scrutatore il solo presente, dal cominciare dell'opposizione sua all'Austria fino adesso, Carlo Alberto si conduce davvero in modo schietto, onesto, lodevolissimo. Avresti mai creduto che io dovessi dire di queste parole? Ma a ciascun secondo l'opere sue.» Cercavano, invece, fargli cantare la palinodia della Clarina? rispondeva essere stato il poeta del dolore, non poteva essere quel dell'amore, ma fare per Carlo Alberto ormai assai più e meglio che lodi in versi; aiutarlo in ogni modo a divenire re d'Italia.
Per ciò parve a molti, anche a Giorgio Pallavicino, o codino o rimbambito!
A Firenze era stato nel 1811, e l'aveva trovata quale la celebra la fama; e tutto qui gli piaceva «se ne levi gli abitanti parolai oltremodo, e in generale poco amici dei forestieri, perchè economi, e pieni di tema che le cortesie debbano costar loro due crazie.» Nell'autunno '47 tornò in Toscana ad aiutare i moti liberali, ma nel tempo stesso a frenarli: egli, il poeta de' tre colori, temeva ora non compromettessero, inalberati a dispetto del Granduca, l'avvenire. I tre colori, diceva, sono un anacronismo, e non rappresentano che un'ipotesi: «Lasciamo all'ipotesi la cura di tradurre sè in atto; e allora troverà essa il suo simbolo che le convenga.» Che se l'ipotesi avverata scelse per simbolo proprio il tricolore, non per ciò, chi giudichi spassionato riferendosi a quella data, aveva tutti i torti il Berchet. Ma i fati trassero presto anche lui ad acclamare la bandiera dell'Italia nuova, dell'Italia unita, e qui a Firenze, il 27 marzo dell'anno dopo, sulla piazza di Palazzo Vecchio, dovè arringare i Toscani che festeggiavano le Cinque giornate della sua Milano, e si rallegrò che al mirabile risorgimento ciascuno de' popoli d'Italia avesse apportata la parte sua: Roma l'amnistia e l'onnipossente parola d'amore, Toscana le riforme, Sicilia e Napoli la costituzione, Piemonte il forte esercito tutelare, Milano l'indipendenza senza della quale nè riforme nè costituzioni possono aver vita intera. «Artefici tutti del pari di questo superbo edificio, spetta a voi, o Toscani, il compierlo e il consolidarlo per sempre. Contenti delle nostre libertà che sono pienissime, se saprete virilmente giovarvene.» Dunque, tutti, popoli e principi, stringetevi (proseguiva) in concordia di istituzioni, di voleri, di sentimenti, e correte in armi ad aiutare Carlo Alberto.
Carlo Alberto aveva ormai spiegata al vento la bandiera del verde, del rosso, del bianco, speranza, gioia, fede fraterna d'amore, come il Berchet l'aveva cantata. E nobilmente perdonato dell'offesa, nobilmente da lui stesso rinnegata, il poeta del '21, dopo aver avuta parte nel governo provvisorio della Lombardia, fu deputato due volte al Parlamento subalpino. Raccomandò sempre la concordia intorno allo Statuto, e che non si diminuisse l'esercito: «I rossi per deliberato proposito, i neri per gretta avarizia lo vorrebbero disfatto.... Del resto poi, purchè lo Statuto duri, bene o male non importa, v'è speranza per tutta l'Italia ancora. Duri lo Statuto, si consolidi, e il tempo, o migliore occasione, farà il resto.» Altrove: «Non parlo dell'Italia: chi non ne vede la intera rovina nella ruina dello Statuto piemontese?»
Morì a Torino, divenuta patria sua, di lui lombardo che nel Piemonte già vedeva tutta l'Italia, libera e indipendente, dell'avvenire, il 23 dicembre 1851.
VII.
Signore e Signori,
Impari sarebbe il paragone tra il Manzoni e il Berchet. Quegli non fu meno patriotta e fu troppo più grande poeta di questo; questi fu e si compiacque d'affermarsi sopra tutto un uomo pratico, cioè politico, che, mettendo a servizio della patria il felicissimo ingegno artistico, ottenne effetti immediati, stupendi, di santa commozione e d'eccitazione. Ciò che il Manzoni sentì come massima filosofica e cristiana, e verseggiò con arte somma che gli sgorgava dal sereno pensiero, il Berchet lo sentì come verità pratica, attuabile; e ad attuarlo spese tutto sè stesso. Ben potè il Manzoni, e fu bene che il facesse, dedicare l'ode pel marzo 1821 a Teodoro Koerner, al poeta tedesco morto per la sua Germania in battaglia, contro i Francesi, «nome caro a tutti i popoli che combattono per difendere o per riconquistare una patria.» Il Berchet, di cui il Manzoni sorresse e lodò le prime prove, e in cui ebbe poi sempre piena fiducia, non poteva che dire: — Armatevi e combattete! — Accettò dal maestro più forse, nelle forme dell'arte, che non fu osservato: perfino l'immagine de' fiumi che si confondono insieme, e i ricordi biblici, e il sì che parve di retorico artificio, voi li ritrovate dall'ode manzoniana nelle Fantasie. Ma non poteva, così diverso com'era, non restare originale. Son monete d'oro quelle del Manzoni; e appunto per ciò era difficile spenderle tra il popolo minuto! bisognava che qualcuno le spicciolasse in argento, e spargesse. Tale l'officio, politico più che poetico, del Berchet; e nessuno dirà che sia, nella storia del nostro risorgimento, piccola parte o merito lieve.
Una delle più belle pagine del Carducci racconta come il lunedì di Pasqua del 1847, mentre tutta la campagna e il mare sfolgoreggiavano intorno e dinanzi nella ridesta pianura, e tutto era fiori, in cielo e in terra, del più bel giallo, del più largo rosso, del più amabile incarnatino, sua madre disse a lui per la prima volta i versi del Berchet:
Su! nell'irto increscioso Alemanno Su, Lombardi, puntate la spada!
«Come son belli i fiori dei pèschi a primavera! E pure, dopo sentiti codesti versi, non vidi più nulla; o, meglio, vidi tutto nero: avevo una voglia feroce di ammazzare tedeschi.»
Due nomi sacrosanti su tutti ha l'uomo; la madre e la patria. Nessuno a voi chiede, o Signore, di non seguire la moda anche nelle letture; anzi spetta a voi, o gentili, cogliere via via tutti i fiori che l'arte produca; e tanto più, quando sono così fiammeggianti di colore che gli stranieri ce l'invidiano, e siam noi italiani che, anzi che subirla, facciamo noi per un momento la moda a Parigi. Ma ogni tanto vogliate, voi madri al figlio, e voi sorelle al fratello minore, vogliate leggere qualcuna delle poesie del nostro risorgimento. L'Italia ha gran bisogno, pur troppo, di tornare a scaldarsi il cuore là a quell'ardente vampata di patriottismo: e voi fate che nella mente e nell'animo dell'uomo, come accadde al Carducci, si congiungano poi insieme per una forte e nobile lettura i santi ricordi della nazione e della famiglia.