ALESSANDRO MANZONI
Reading edition
CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.
Signore e Signori!
I.
Qualcuno di voi forse ricorda che l'anno passato, nella conferenza che ebbi l'onore di tenere in questo stesso luogo, rilevai, a proposito di Alessandro Manzoni, la opinione mia intorno al romanticismo, considerato nel periodo in cui aveva raggiunto il suo momento più operoso, tanto fra noi quanto in Europa.
Eravamo nel 1821, e Manzoni scriveva al Conte Cesare D'Azeglio: «Per me il romanticismo ha compiuto la sua vicenda, e ormai sarebbe un bene che non se ne parlasse più, e non mi dorrei se anche il nome andasse in dimenticanza.» E invero, ciò che egli poteva fare l'aveva già fatto: soppressione delle così dette unità aristoteliche nel dramma, bando alle mitologie gentilesche, bando alla troppo servile e pedissequa imitazione degli autori classici; predilezione ormai consacrata per argomenti d'indole nazionale e per quelli che attengono all'intimità dello spirito. Erano notevoli inoltre nella conquista del romanticismo certi atteggiamenti di forma, e una spiccata predilezione di tutto ciò che aveva un po' del vago e del fantastico. Ma, soggiungeva poi il Manzoni, io credo che oltre tutto ciò bisogni indagare un carattere più intimo e più profondo che è nel moto detto romanticismo, qualche cosa che sopravviverà a lui anche quando esso rimanga un nome vano nella storia letteraria e che gli permette fin d'ora di guardare l'avvenire come suo. Consiste questo in un più grande ravvicinamento dello spirito alla natura per mezzo dell'osservazione diretta, dello studio intenso, dell'ispirazione spontanea e geniale.
A questa massima il Manzoni ha informato tutta la sua opera. Appena che egli esce di puerizia, e abbandona gl'imparaticci classici e le servili imitazioni del Monti o del Parini, fin dai versi in morte di Carlo Imbonati, scritti come sapete nel 1805, egli dà all'arte una base intima, psicologica: «Sentire e meditare.» Poi vengono gl'Inni, poi le Tragedie, dove si comprende subito che l'unità di luogo e di tempo non è rimossa a semplice pompa di emancipazione: non sono dei vincoli di meno che il poeta domanda, sono limiti più alti, per improntare tipi schiettamente umani e raccogliere nel dramma il quadro di un'epoca.
Da ultimo viene il romanzo, il quale fu cominciato a meditare dal Manzoni nel 1821, data per tanti rispetti memorabile nella vita del nostro poeta, perchè proprio in quell'anno sprigiona l'inno patriottico del Ventuno, perchè in quell'anno egli inalza all'urna di Napoleone un canto che non morrà. Nel 1821, il Manzoni comincia a ruminare la prima idea, a porre le prime linee del suo grande lavoro, che sarà terminato all'incirca nel 1826. Ed è nel romanzo, o Signori, che noi troviamo la conferma e la illustrazione piena di quel profondo concetto che egli aveva dell'arte e della letteratura; è nel romanzo che mostrò tutta intera la originalità dell'artista, perchè se nella lirica egli si schiude vie nuove come idee e come sentimento, quanto alla forma letteraria (i critici arguti e acuti non hanno mancato di rilevarlo) noi troviamo sempre qualche cosa di composito, di ondeggiante, di ambiguo tra il vecchio e il nuovo. Nel romanzo invece, pare di entrare in un'altra atmosfera; è la modernità e nel tempo stesso la personalità dell'ingegno e del criterio artistico del Manzoni, che si rivelano in tutta la loro potenza e in tutto il loro splendore. Se, come nota giustamente Gaetano Trezza, nelle altre opere il Manzoni procede alla testa del movimento letterario contemporaneo, col romanzo egli precorre di lungo tratto i suoi tempi. Non è più un'evoluzione, o Signori, è un salto fenomenico, che a considerarlo ora a tanta distanza di tempo, ed a compararlo colle vicende successive della letteratura, e specialmente della letteratura narrativa, pare senz'altro un miracolo.
Gaetano Negri, nella bella conferenza che tenne sul Manzoni a Lecco, ha detto: «Se verista vuol dire un poeta amante di verità, se naturalista vuol dire un artista che s'ispira direttamente alla natura e mutua e trae da lei tutte le sue ispirazioni, senza porre nessun diaframma d'impedimento e di perturbazione tra il fatto organico e vivente, e la sua ingenua ed energica significazione; se verista e naturalista vogliono dire queste cose, nessuno è stato verista e naturalista prima di Alessandro Manzoni.» E il Negri ha detto il vero. Avanti che cominciasse Balzac, dieci anni prima che nascesse Gustavo Flaubert, venti anni prima che nascesse Emilio Zola, Alessandro Manzoni in Italia poneva senza pompa di formule, senza esagerazione di sistema le grandi basi della letteratura e dell'arte moderna. E abbiatene una riprova in questo: quando apparvero i Promessi Sposi non ebbero subito quell'accoglienza trionfale che altri riscosse meritamente, per esempio l'Ivanhoe di Walter Scott. L'Ivanhoe veniva dopo molti altri romanzi che avevano procacciato gran fama al narratore scozzese, e tutto quel trasporto del pubblico facilmente si comprende. Non furono le ultime copie della prima edizione dei Promessi Sposi rubate e disputate colla spada come quelle del Gil-Blas: ma nella coscienza degli uomini più illuminati di quel tempo indusse un'impressione profonda. Il Visconte di Chateaubriand che pure era l'autore dell'Atala e dei Martiri disse: « Walter Scott è grande, ma Alessandro Manzoni è qualche cosa di più.» Wolfango Goethe che allora pontificava nella pienezza degli anni e della gloria, dal suo trono di Weimar su tutto quanto si produceva in Europa, disse, letto il romanzo e pure trovandolo censurabile per certi squilibri che vi aveva introdotto il troppo amore della scrupolosa narrazione storica, disse che rappresentava qualche cosa di meglio di quanto si era scritto fino ai suoi giorni in fatto di romanzi. E soprattutto notevole o Signori, è l'opinione di un filosofo dal quale si può dissentire, ma che tutti riconoscono come uno dei fondatori della scienza moderna, anzi come colui che ha dato nome a ciò che la scienza moderna inalbera a mo' di vessillo glorioso, il rigore della osservazione naturale. Augusto Comte, l'autore della «Filosofia positiva» nel sesto volume delle sue opere, seguendo il suo magistrale concetto delle tre epoche, dice: «Noi siamo entrati nell'epoca positiva, nell'epoca dell'esame diretto e spassionato dei fatti, ma ci siamo entrati solamente col pensiero scientifico. Tutte le discipline collaterali secondano lentamente questo moto; per esempio, le discipline sperimentali sono entrate nel periodo positivo, ma la letteratura di tutti i popoli d'Europa è ancora improntata, è ancora intonata, per così dire, alla vecchia scuola del periodo mistico, metafisico.» Il Comte fa pochissime eccezioni, cita pochissimi libri, e, notate, nessun libro francese; ma conclude la sua breve enumerazione ricordando come ultimo libro uscito i Promessi Sposi e giudicandolo un libro sintomatico, un libro di significazione universale, un libro di cui i contemporanei non possono ancora apprezzare tutto il valore, ma che rappresenta proprio l'avvento della osservazione, il contatto immediato, sincero e genuino dell'artista con la natura; inizia insomma, letterariamente, quel terzo periodo che egli considera come il termine della evoluzione psicologica e intellettuale della civiltà europea.
Dopo sì luminose testimonianze, voi capirete, o Signori, che si rende sempre più arduo per me, il parlarvi non del tutto indegnamente di questo libro, anche se si tenga conto del breve tempo che mi si è conceduto. Vi contenterete dunque, che io tocchi come di volo l'argomento, soffermandomi qua e là nei punti che per avventura creda più caratteristici e più adatti alla vostra attenzione. Che cos'è questo romanzo? Una storia molto comune. Un giorno il Manzoni, raccontano, leggendo certe gride e certi bandi del governo di Lombardia nel secolo XVI, contro i bravi e contro i vagabondi, vide che fra tante altre cose a cui era comminata una pena c'era l'impedimento al matrimonio. Allora cominciò fra sè a fantasticare: qui si potrebbe trarre fuori un racconto. E tanto s'invaghisce di quest'idea, che lascia da parte una tragedia d'argomento classico, lo Spartaco, dove voleva effondere tutto il suo amore di libertà, tutte le sante ribellioni del civismo contro le tirannie, le oppressioni d'ogni genere che allora gravitavano sull'Italia, e si mette a pensare questo romanzo. Ma sceglie un soggetto molto umile. Due poveri contadini lombardi si amano, vogliono sposarsi; ma in quel paese così ben governato dagli spagnuoli c'è un signorotto a cui piace la contadina e vorrebbe farla sua. Incarica i suoi bravi di intimidire il curato, e il curato si ricusa al matrimonio. E qui le peripezie senza fine.
Secondo il primo concetto pare che il romanzo dovesse finire molto asceticamente. Lucia nella notte del terrore passata nel castello dell'Innominato, consacra la sua verginità alla Madonna; contro quest'ostacolo non vi è riparo. Il romanzo finisce. Lucia entra in un convento; ed il povero Renzo porta il suo dolore nella lontana Alemagna, essendosi arruolato per disperazione in una delle tante bande di lanzi, che scorazzavano l'Italia. Per fortuna dicono che monsignor Tosi, il quale aveva il governo allora della coscienza molto pia e molto timorata del Manzoni, allontanò un poco il suo rigore. Allora il romanziere indulse alla ragione estetica più liberamente, e venne fuori dalle sue fantasie l'intelaiatura del romanzo, come fortunatamente l'abbiano ora sotto gli occhi.
II.
Il romanzo si divide in tre periodi, e comprende due anni: dal 1628 al 1630. Comincia la sera del 7 novembre 1628 colla passeggiata di Don Abbondio.
Ma avanti ch'io prosegua, permettetemi, o Signore, una domanda: avete mai letto i Promessi Sposi?... Non intendo di offendervi con questa domanda. Voi sapete che un giovane di molto ingegno e del quale avete ammirato in questa sala la cultura e l'eloquenza, qualche settimana fa ingenuamente confessava al pubblico, scrivendo un bellissimo articolo, che era arrivato alla virilità senza aver letto i Promessi Sposi. Quindi io, parlando, dovrò tener conto di due ipotesi, di quella parte del mio pubblico cortese che ha letto i Promessi Sposi e di quella parte che per caso non li avesse letti. Se non li aveste letti, io vi consiglio a leggerli; e prevedo allora che li rileggerete, perchè intorno ai Promessi Sposi del Manzoni si può dire quello che dicono gli spagnuoli del Don Chisciotte del Cervantes: che si può non leggerlo, ma una volta letto bisogna leggerlo una seconda volta. Il racconto dunque comincia colla passeggiata di Don Abbondio, in quel vespro memorabile del 7 novembre 1628, e la prima parte va fino alla fuga di Lucia a Milano. Qui si chiude il primo periodo. Poi viene la seconda parte che è tutta occupata dai grandi avvenimenti della guerra per la successione di Mantova, la peste e via discorrendo. Questa la parte incriminata dal Goethe il quale scriveva al Cousin e diceva all'Eckermann: «Peccato che il Manzoni si sia abbandonato troppo alla compiacenza di narrare questi fatti! Egli mi ha l'aria di un uomo che esamina nella luce, poi ad un tratto entra in un pezzo d'ombra. Ma a breve andare egli percorre questo tratto d'ombra e risale e riesce nella luce gloriosa.» Finalmente la terza parte va dalla morte di Don Rodrigo, oppure dal rinvenimento che il povero Renzo fa di Lucia in mezzo agli orrori del Lazzeretto, e si protrae fino al matrimonio dei due fidanzati che si compie alla fine «in quel benedetto giorno» là proprio in quella chiesa e per opera proprio di quel prete Don Abbondio, che per i suoi codardi timori era stato origine di tutti quegl'incidenti e di tutti quei dolori.
III.
Qual è il gran merito di questo romanzo? Perchè ed in che questi Promessi Sposi rappresentano quell'atmosfera nuova che Augusto Comte riconosceva in essi, e per quali titoli iniziano un'epoca letteraria? Perchè tanti ingegni di prim'ordine non hanno dubitato di considerare i Promessi Sposi come una grande pietra miliaria nella storia dello svolgimento del pensiero artistico e letterario non soltanto italiano ma di tutti i paesi civili? Vi sono certi maestri di scuola ai quali pare di aver detto tutto quando hanno detto: i Promessi Sposi sono un gran bel libro perchè sono un quadro storico, vivo e veridico delle condizioni d'Italia e specialmente della Lombardia sotto l'ampolloso, fiacco e depravato governo di Spagna. Ebbene, io protesto con tutta l'anima contro questa maniera di giudizio: con giudizi di questo genere (e se ne emettono tanti ogni giorno!) si sposta completamente la questione, si turbano, si sconvolgono le categorie. Dei quadri storici veridici e completi ve ne sono molti in tutte le letterature che valgono i Promessi Sposi. Ha un bellissimo quadro storico, per esempio, delle condizioni d'Italia alla morte di Lorenzo De' Medici, il Guicciardini. Il libro della conquista normanna di Giacomo Thierry, alcuni periodi di storia inglese del Macaulay, certe pagine sfolgoranti di Tommaso Carlyle che vi mettono sotto occhio la rivoluzione francese, sono bellissimi quadri storici, che, per tale rispetto? valgono meglio di qualunque romanzo. Ma il romanzo dei Promessi Sposi, è un'altra cosa. Quando siamo nel campo dell'arte, l'elemento tecnico, l'elemento scientifico sarà, se volete, il fondamento di tutto quest'organismo vivente e palpitante, ma la sua forza vera, quella per cui si differenzia e costituisce una categoria a sè, consiste in una somma speciale di valori estetici ai quali aderisce la ragione, ai quali aderisce la fantasia ammirando gaudiosamente, ai quali aderisce il cuore umano sorridendo piacevolmente. I Promessi Sposi sono una grande opera d'arte per tutto questo complesso di elementi, raccolti in magistrale unità. Dato il prestigio magico che nessuna mente umana saprà mai definire; data, insomma, l'abilità dell'artista e dello scrittore, quello che era soltanto quadro storico si converte davanti a noi in un quadro ideale che ci tocca, che ci commuove, che ci diverte, che ci esalta; e questo quadro ideale non arriverete mai ad equipararlo con la scienza. S'intende che anche la storia può essere benissimo un'opera d'arte; ma la storia che qui concorre a formare il romanzo non è essa che forma l'opera d'arte. Ed io non dubito di affermare, o Signore, che il romanzo dei Promessi Sposi potrebbe essere molto meno storico ed anche più bello di quello che è; come potrebbe essere molto meno bello ed essere anche più storico.
Certe confusioni sarebbe ora di bandirle per sempre. Anzi, dacchè abbiamo toccato questo tasto, fermiamoci un momento. Se c'è qualche cosa che si possa censurare nella macchina dei Promessi Sposi è appunto un certo squilibrio e un certo soverchiare dell'elemento storico. Fu questo il portato dello spirito un po' meticoloso del Manzoni, perchè il gran lombardo che ricordava tutti i placiti dell'antichità, qualche volta si dimenticava di un detto sapientissimo: cave a consequentiariis. Una volta che egli aveva preso in mano un argomento, una volta che colla sua testa così sottile e così tormentatrice di sè stessa arrivava a porre certe basi e certe premesse, egli non si contentava di andare fino all'ultimissima conseguenza, ma passava il segno. Sapete in fatto quello che gli accadde? Un bel giorno dopo aver ruminato entro di sè tutte le ragioni pro e contro sul come fondere insieme l'elemento storico e l'elemento fantastico ed inventivo, sapete come concluse il Manzoni? Concluse che si credette in obbligo di sacrificare il suo capolavoro e quasi si pentì di averlo scritto! Dunque tutta quella esattezza storica nella quale i pedanti hanno voluto trovare il maggior pregio dei Promessi Sposi non è nè l'unico nè il principale fondamento della nostra ammirazione. Qui invece troviamo un legittimo appiglio alla nostra critica.
Oh! no, Signore, il principio inesauribile della nostra ammirazione è nelle qualità essenzialmente estetiche che Alessandro Manzoni ha profuso nelle pagine del suo romanzo: lo troviamo in quel quadro ideale al quale ho accennato più sopra. Qui egli è veramente grande, perchè tocca le parti più nobili, più delicate, più spirituali dell'animo nostro.
IV.
Numeriamone alcune: per esempio l'ironia e l'umorismo: quale grande ironista il Manzoni, quale umorista incomparabile!
Carlo Cattaneo lasciò scritto che forse nessuno scrittore aveva mai saputo fondere in un amplesso la musa della satira e la musa della pietà. L'irenismo e l'umorismo del Manzoni sorvola su quello di tanti altri scrittori, perchè, dato il suo sorriso e talvolta anche dato il suo sogghigno, che potrebbe parere crudele, noi sempre vi sentiamo palpitare una profonda pietà umana, che investe l'animo dell'artista e che lo fa pietoso di quei dolori, di quei difetti e di quelle miserie che egli ha fatto segno alla sua ironia e alla sua satira.
L'ironia manzoniana consiste quasi sempre nel fare intravedere, senza formalmente indicarlo, il contrasto che è tra l'apparenza e la sostanza delle cose, tra i nomi e i fatti. Prendete un esempio: alle prime pagine del romanzo il povero Don Abbondio, incontra i due bravi che gli fanno quella tale minaccia. Chi sono questi bravi? I bravi erano dei malviventi, o sfaccendati o di proposito birboni, che si mettevano allo stipendio di qualche signorotto, vendevano la loro pelle e si facevano ministri delle loro prepotenze e dei loro soprusi. Ma come mai in una società civile e governata da leggi potevano esistere dei bravi? Oh la società civile aveva provveduto perchè bravi non ci fossero!... E qui il Manzoni comincia una narrazione la quale, all'apparenza, somiglia un brano arido di memoria erudita. Sì: le società, il governo provvedevano, avevano anzi provvisto da un pezzo. Difatti fino dal 1582 (vedete bene che le cose vanno indietro e che il male dura da molto tempo) l'illustrissimo ed eccellentissimo signor Duca Don Carlo d'Aragona, Principe di Castel Vetrano, Duca di Terranuova, ecc., vieta (qui l'autore legge la grida) nel modo più assoluto il mestiere di bravo, stigmatizzandolo e minacciandolo delle più grandi pene affinchè la mala pianta sia subito estirpata. Ma, prosegue sempre in vena di umile cronista il Manzoni, pare che questa grida non producesse tutti gli effetti desiderabili, perchè appena sei mesi dopo ecco che vien fuori un'altra grida.... pene anche più gravi con nomi anche più rimbombanti, con minacce. Ah, questa volta poi i bravi saranno stati estirpati.... Ma nossignori!... Passano uno dopo l'altro governatori intestandosi sempre con quella filza di nomi gentilizi, ripetono sempre le medesime minaccie ognuna delle quali pare che debba indubitatamente estirpare la genìa dei bravi.... ma poi, conclude il Manzoni, pare che dei bravi ce ne fossero ancora, perchè Don Abbondio viene fermato da due di questi.
L'ironia del Manzoni è fatta appunto di questa bonomia, la quale penetra a fondo e ricerca le più intime facoltà dell'essere nostro per modo che non solo la ragione ma anche il sentimento si mette dalla parte dell'ironista; e questo ironista ci sentiamo obbligati ad amarlo. Anzi vi dirò di più; quest'ironia continua, onde il Manzoni persegue tutte le fasi del suo racconto, produce un curioso effetto nella immaginazione di noi lettori, ed è che il vero protagonista del romanzo non è Renzo, non la buona Lucia, non fra Cristoforo, non l'Innominato, non il Conte Zio, non Federigo. Il vero protagonista dei Promessi Sposi è lo stesso Manzoni, il quale è sempre lì colla sua faccia bonaria e arguta ad effondere la sua ironia e il suo umorismo, a dare a tutti gli avvenimenti che si succedono una specie di suggello personale, nel quale e per il quale i caratteri e gli avvenimenti del romanzo assumono davanti alla nostra fantasia un significato così vivo, così parlante, così palpitante. E questo, diciamolo di passaggio, prova una volta di più (se mai ce ne fosse bisogno) quanto siano sciocchi coloro i quali avrebbero voluto elevare a regola fissa, anzi a dogma indeclinabile la consuetudine che l'autore debba sempre nascondersi dietro il proprio racconto, e guai se un momento si arrischia a far capolino! Dobbiamo lasciare a tutti più ampia libertà. Proscrivere l'intervento diretto dell'anima dell'autore stesso nel racconto, la significazione del suo pensiero, l'effusione del suo sentimento, sarebbe un diminuire il gran campo dell'arte, un rompere, uno spezzare una delle corde che vibrano più simpaticamente nelle narrazioni delle gioie e dei dolori della famiglia umana. Un'altra grande qualità manifesta il Manzoni nel suo racconto, ed è la sobrietà. Egli sorse e scrisse in un periodo che fu detto il periodo dello sforzo e della tempesta. C'è qualche cosa di agitato e di violento, che si rispecchia nello stile degli scrittori. Gli scrittori passano volentieri il segno, esorbitano facilmente, qualunque sia il tema che essi trattano. Il Manzoni invece si accampa sereno in mezzo a tutti questi agitati: e tra l'enfasi del Foscolo nell'Ortis, e le declamazioni dello Chateaubriand nei Martiri, spiega una meravigliosa sobrietà.
Io paragonerei il suo romanzo ad un gran quadro di pastello, dove il colore è molto sobriamente distribuito, ma questa sobrietà fa poi sì che quando arriva il momento delle pennellate ardimentose, queste hanno un rilievo ed una potenza formidabili. 11 padre pio e glorioso della prosa moderna era stato Gian Giacomo Rousseau a cui tutti avevano attinto; e lo stesso Manzoni non di rado ci fa ricordare che anch'egli ha letto il Rousseau. Ma quanto egli, anche in questo, si differenzia dagli altri! Con Gian Giacomo Rousseau tutti hanno esagerato, per esempio, l'intervento della natura nei racconti; e la esagerazione dura ancora; anzi in alcuni romanzieri modernissimi l'esagerazione è arrivata ad un punto, che ormai non si può più tollerare. Sono capaci di fermarvi a mezzo di un tragico avvenimento, per descrivervi il vento che brontola per di fuori, la luna che splende sul lago, o per descrivervi minutamente i giuochi di riflesso e d'ombra che fa un raggio di sole entrando fra i drappi di una portiera. Alessandro Manzoni ebbe certamente un concetto più sobrio e più vero dell'intervento della natura nei racconti umani. Egli pensò, e giustamente, che l'azione della natura sopra di noi è immanente; noi la sentiamo sempre questa natura che ne circonda, i suoi fenomeni e le sue leggi; ma una cosa è sentirla, altra è avvertirla. Il contadino, per esempio, che vive sempre in mezzo ai campi, avrà nell'anima il caldo e lo splendore del suo sole, sente nelle vene vibrare l'aria salubre del colle e del piano, ma non date mai al contadino meditazioni e contemplazioni sentimentali della natura, perchè mostrereste di non conoscerlo. Più l'uomo è in diretto contatto della natura, più egli si ferma a quella immanente impressione sopra di lui, e meno dà luogo a considerazioni riflesse. Il Manzoni, nel descrivere, ubbidisce sempre a questa legge. Ma quando arrivano certi momenti nei quali c'è proprio bisogno di far avvertire la unità vivente e indissolubile dell'uomo col luogo dove è nato, dove si è svolta la sua mente e il cuore, dove ha palpitato il primo palpito d'amore, dove ha avuto i primi terrori e le prime speranze, allora ecco che interviene la descrizione manzoniana; ed è così viva, così esatta, così potente nella sua sobrietà, che voi subito avvertite che quella descrizione non è inutile perchè completa e corona il dramma vivente che si sta svolgendo. Ricordatevi la descrizione del cielo di Lombardia, la mattina seguente all'orrida notte che il povero Renzo ha passata alla campagna, tra il freddo e la paura, fuggendo da Milano.
V.
E dite lo stesso di tutti gli altri sentimenti che governano i personaggi del racconto. Nei Promessi Sposi, per esempio, dove si passa a traverso a tante iniquità, dove la ragione e il cuore tante volte hanno motivo di ribellarsi, voi trovate che delle imprecazioni e dell'invettiva è fatto un uso moderatissimo. Appena un momento nel palazzotto di Don Rodrigo al termine del famoso dialogo fra lui e fra Cristoforo. Quando il ribaldo signorotto, non contento di avere meditato un'iniquità osa ancora alla presenza del frate di affermarla con una cinica alterigia, allora fra Cristoforo alza e inalza inveendo la mano che Rodrigo afferra di subito.... Ma egli non la dimenticherà più mai; quella mano alzata egli la vedrà ancora, sogno della notte terribile in cui dormendo avrà i presentimenti della peste che già hanno invaso il suo miserabile corpo. Poi via. Il frate è tornato padrone di sè; e il racconto rientra nella sua pacata sobrietà, nel suo andamento tranquillo. Ma quanto risalto, quanta potenza viene appunto da questa tonalità abitualmente calma quando vengono quei rari momenti in cui l'autore assurge e si libra a qualche affermazione potente.
E così dite dell'enfasi. Voi l'enfasi non la trovate mai nei Promessi Sposi, e sì che di enfasi e di voli enfatici erano piene le carte ai tempi del Manzoni. Ho ricordato lo Chateaubriand e Ugo Foscolo, il quale era pure uno degli autori che il giovine Manzoni aveva letto e ammirato e che dominavano sul gusto dei lettori. Appena un momento, quando sono in presenza il Cardinale Federigo e l'Innominato l'enfasi si fa sentire. Il Cardinale parla a questo terribile uomo un linguaggio di ragione animato, ordinato, calmo. Ma quando si avvede di avere espugnato le ultime resistenze di quell'anima, quando vede la terribile testa dell'uomo del delitto chinarsi umiliata e vinta sopra le sue spalle, quando sente che le lacrime del peccatore pentito scorrono silenziose sulla castità della sua porpora, allora l'anima del sacerdote si effonde ed alza a Dio un'apostrofe, che potrebbe parere di una tonalità un po' inverosimile, ma non è. Voi sentite invece in quel momento l'uomo, anzi il prete, che ha l'anima piena della lettura dei libri sacri, del Vangelo, delle omelie; e parla a quel modo perchè sente a quel modo, nè potrebbe diversamente parlare. E così dite del patetico. Il patetico aveva tante occasioni di sprigionarlo e farlo trascorrere a grandi fiotti, attraverso la sua narrazione. Ma se l'avesse fatto, io penso, la narrazione non avrebbe avuto nemmeno un decimo dell'efficacia che ha sull'animo nostro. Disse bene Cicerone: «le lacrime presto inaridiscono». Guai allo scrittore che abusa delle lacrime! Nelle emozioni più vive e profonde c'è qualcosa di sacro; e un vero artista deve accostarsi ad esse con rispetto e con mano sobria. L'anima umana ama di nascondere quello che è in lei di più intimo e di più geloso. Anche nei Promessi Sposi arriva il momento in cui il patetico trascorre. I due poveri giovani non hanno potuto raggiungere il loro intento. Si lasciano persuadere dalla buona vecchia a sorprendere Don Abbondio, a maritarsi per forza o per frode. Ma il vecchio prete, sorpreso in canonica, reso audace dalla sua paura, butta il tappeto del tavolino addosso alla timida Lucia e le impedisce di dire le parole sacramentali. Per il matrimonio mancato cresce in loro la paura di Don Rodrigo. La difesa di fra Cristoforo non basta più. Lo stesso Cristoforo dice: «Via figliuoli, non c'è tempo da perdere.... Andate.» E se ne vanno di notte, montano sopra una barca e si allontanano lungo il fiume per raggiungere la sponda opposta del lago. È una notte tranquilla, la luna illumina tutto il paese. I disgraziati profughi, seduti nel fondo della barca, hanno l'anima occupata di terrore e tristezza. Lucia guarda dalla barca, vede il palazzotto di Don Rodrigo che lassù a mezza costa pare un ribaldo che in mezzo a dei poveri addormentati vegli meditando un delitto. La fanciulla ritrae inorridito lo sguardo e come per consolarsi cerca giù giù nel paesello la sua casa, e arriva a scoprire la cima dell'albero del fico che le sovrasta, e a scoprire la finestra della sua cameretta verginale.... Allora uno schianto di lacrime esce dal cuore di Lucia. Abbassa il volto sulla palma della mano, appoggia il gomito sulla sponda della barca e rimane silenziosa.... Allora il poeta interviene: «Addio, monti sorgenti dall'acque....» Chi di voi non ricorda quel passo delizioso per averlo letto o nel romanzo o in qualche raccolta? Ma notate che il Manzoni par quasi voglia farsi perdonare questo suo momentaneo abbandono di sentimentalità, e subito ammonisce il lettore: Badate, questi non furono veramente i pensieri della buona Lucia e degli altri due; saranno stati di quel genere. E quasi con una nota ironica verso sè stesso, il poeta rimette la narrazione nel suo naturale andamento e nella sua intonazione normale. Confrontate questo addio poetico col pietoso racconto di Cecilia, la povera madre che porta le figlioline morte sul carro dei monatti. Avrete la medesima arte meravigliosamente efficace nella sua sobrietà.
VI.
Come ha trattato il Manzoni nel suo romanzo la passione d'amore?
Qui ci sarebbe da fare un libro. Si può sapere, domandava stizzito Luigi Settembrini, di che colore fossero gli occhi di Lucia Mondella? Non li alza mai! Il Manzoni, difatti, non spende nemmeno una linea a descriverci fisicamente la bellezza di Lucia; anzi di questa stessa bellezza ci indurrebbe quasi ad essere dubitosi; perchè, quando arriva già sposa di Renzo in quel di Bergamo, anche perchè l'avevano troppo decantata, cominciano le comari e i giovanotti del paese a tagliare a forbici doppie su questa tanto decantata bellezza, dicendo «ch'era una contadina come tant'altre.» E non fu senza grande stizza di Renzo, il quale andò in un altro paesello, dove ebbe la compiacenza di sentir dire: «Avete veduto quella bella baggiana che c'è venuta?» Certo è che in questo tema dell'amore il Manzoni procede con una cautela tanto strana, che qualche volta c'irrita. Si direbbe che egli ne ha paura!
Vi è però una donna che esercita un certo fàscino sulla mente, sulla fantasia e, direi quasi, nei sensi, del Manzoni: ed è Gertrude, la Monaca di Monza. Quella «bellezza delicata e sfiorita», quegli occhi nerissimi che alle volto hanno lampi audaci, alle volte si raccolgono in una meditazione fredda o triste, quella fronte bianchissima, il cui candore gareggia con la bianchezza immacolata del velo, quella slanciata figura femminile, ma un poco curva e quasi raccolta in sè stessa, che ha movimenti scomposti sotto la sua tonaca monacale, questa donna, io vi ripeto, deve avere esercitato un certo fàscino sull'animo del Manzoni; e non ve lo dico a caso. Se anderete a Milano, e a Brera, nella sala tutta dedicata alla gloria e ai manoscritti del Manzoni, esaminate i manoscritti dei Promessi Sposi. A proposito della Monaca troverete delle cose interessantissime. Per esempio c'è un punto in cui il padre provinciale che accompagna Lucia, al solito sprofondandosi in inchini ripete sempre: — Madre, madre! — E la monaca lo interrompe: «Ma che madre!» Poi rimasta sola ripete a sè stessa: «Bella madre!» Quanto significato in quel grido prima, poi in quel breve monologo! E quella nerissima ciocca di capelli che scappa fuori del soggólo come un'attestazione d'indisciplina, come una protesta della vita, del senso, della volontà contro tutte le forze cospirate dell'albagìa, del sangue, dei pregiudizi sociali che hanno gettato quella disgraziata in un chiostro, come una protesta contro la crudeltà delle forbici della tonsura!... Anche quella ciocca di capelli finisce col persuadervi quanto l'autore ha carezzata questa figura e come se ne sia pericolosamente invaghito.
Ma qui si ferma. Sopprime lunghi passi nel manoscritto, che risguardano la Monaca e poi comincia a trattare sul serio la grande questione, dicendo: «Insomma questo amore uno scrittore deve o non deve trattarlo?» E intanto, siccome egli era finissimo tormentatore di sè stesso, il Manzoni sente bisogno di dar forma ai propri giudizi, ai propri scrupoli, intavolando un dialogo fra sè e un supposto lettore; e questo dialogo è tutto ciò che si può immaginare di più curioso e importante. In conclusione il Manzoni dice: «Dato che le parole, dato che le idee e le immagini sono principio ed eccitamento di azioni, io non mi sento di promuovere nei miei libri questa misteriosa passione dell'amore. E sapete perchè? Perchè io sono convinto che l'amore sia buono in sè, ma che nel mondo ce ne siano almeno seicento volte di più di quanto abbisogna per la conservazione della nostra riverita specie.» Certo la differenza è grande, a questo proposito, tra il Manzoni e i romanzieri dei nostri giorni. Che contrasto con certi romanzi che probabilmente, o Signore, sono sul vostro tavolino e che leggete con tanta avidità! Io qui non critico, osservo. In quelli invece, abbiamo una preoccupazione, un'orientazione completamente opposta. Non solo l'amore non è temuto e evitato o lievemente trattato, ma diventa il grande, l'unico bisogno del romanziere. Nei romanzi che avete letto ieri o leggerete domani, voi fino dalle prime pagine vi accorgerete come le qualità dei personaggi e l'impostura di tutto il racconto siano coordinate ad un'unica e grande scena d'amore, che avverrà quanto prima: e questa scena voi la prevedete e la presentite andando di pagina in pagina; e voi l'aspettate, voi la volete.... E quando questa scena si è compiuta sotto gli occhi della vostra fantasia, con maggiore o minore audacia secondo il temperamento dei diversi romanzieri, voi sentite improvvisamente che il volume vi si appesantisce fra le mani; voi sentite che il racconto ha già dato tutto ciò che poteva e voleva dare!... La linea equatoriale è già stata valicata!... Il libro seguita perchè il racconto vuole avere uno svolgimento e un fine, ma il lavoro è finito con questa grande scena erotica, che è il clou di tutto il libro.
VII.
Adesso io toccherò molto brevemente degl'imitatori del Manzoni e del suo romanzo. Ve l'ho già detto, Signori, sui Promessi Sposi bisognerebbe fare un ciclo di conferenze, dove ognuno prendesse un personaggio, un episodio. Allora con coscienza tranquilla si potrebbe dire d'aver trattato questo tema per noi così caro, poichè si tratta del libro più glorioso che ha dato l'Italia al mondo in questo secolo; e ce ne sono pochi degni di potergli stare accanto. Quando avete preso Dante, l'Ariosto, il Tasso, e il Petrarca, metteteci subito vicino i Promessi Sposi e non osate mettervi altri libri perchè scapiterebbero.
E scapiterebbero sovrattutto i suoi imitatori. Perchè il Manzoni non ha avuto successori degni di lui, o Signore? La risposta ve la darebbe, se fosse qui, uno dei personaggi del Manzoni, quel Don Ferrante, il quale, perchè aveva nel cervello tutta la filosofia di Aristotile, credeva che con quella si spiegasse tutto. Ed egli spiegherebbe forse anche questo fatto; ma io, che non sono Don Ferrante non ve lo posso dire. Accennerò a un grande difetto della nostra schiatta italica, questo proprio bisogna convenirne; ed è la furia dell'imitazione. Appena uno fa una bella cosa, eccoci tutti dietro non ad ispirarci, non ad emularlo, ma a decalcare servilmente sopra le sue formule, a ripetere fino alla stucchevolezza, fino alla noia ciò che quello ha con un rapido accenno d'invenzione posto innanzi ai nostri sensi e ai nostri occhi.
Certo è, o Signore, che quando s'incontrarono Walter Scott e Manzoni, e Walter Scott complimentava l'autore italiano lombardo del suo lavoro, Manzoni modestamente disse: «I Promessi Sposi sono opera vostra» accennando allo studio che Manzoni aveva fatto del romanziere scozzese. E allora lo Scozzese con arguzia gentilissima rispose: «In questo caso i Promessi Sposi sono il mio miglior romanzo.» Non si poteva più cortesemente rispondere.
Ma Alessandro Manzoni non avrebbe certamente potuto dire una cosa simile nè al Grossi, nè al Cantù, nè al d'Azeglio, nè al Carcano e nemmeno a quell'Ippolito Nievo, in cui forse era riserbato all'Italia un grande romanziere, se giovine ancora non fosse scomparso nel Mediterraneo quando si sfasciò il vecchio bastimento dove egli salpava dalla Sicilia all'Italia. Passiamo dunque su questi imitatori; rendiamo loro il merito che hanno, ma convinciamoci che rispetto al gran modello essi sono pallide ombre. Dimentichiamo gl'imitatori e torniamo al maestro! Torniamo a questo grande, che tanta luce ha diffuso sulla prosa e sulla poesia italiana; torniamoci senza feticismi, anzi come disse opportunamente nel suo recente volume Arturo Graf, torniamoci rinfrancati e fortificati da quella stessa libera critica che per venti anni abbiamo fatto al lavoro immortale di Alessandro Manzoni, specialmente per opera di Giosuè Carducci. Torniamo come vi è tornato lo stesso Carducci, il quale da ragazzo lesse per cinque volte i Promessi Sposi, poi pareva che non volesse più leggerli; ma l'anno passato interrogato da un amico che cosa leggesse, disse: rileggo i Promessi Sposi; e quando con una concezione gagliarda volle ricongiungere la poesia e l'arte al suo principio morale e civile e stringere la mano del vecchio Parini, sentì che il gran Lombardo alzava la sua e aveva diritto, e voleva essere anche egli in quella stretta immortale. Tornate al Manzoni massimamente voi, giovani; tornateci, ripeto, senza feticismi, con libero ossequio, per attingere specialmente da lui il senso nobile, geniale, umano dell'arte, di quest'arte alla quale ora tutti si prosternano con inni paradossali come ad unica Deità della vita.... Parole, parole, parole!...
Quando siamo al fatto, questa Augusta, Divina, quest'anima dell'anima umana, noi la vediamo ancora trascurata per le alcove, per i manicomi, per i postriboli, come se tale fosse un suo destino ineluttabile, e come se la sua tanto decantata libertà non fosse che la fatale selezione del male.