LA MESSA DI NOZZE. (continued 3)
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Le formole sacre si ripetevano, ritornavano più e più volte, integralmente, o appena modificate, quasi perchè s'incidessero profondamente sulle fronti, nei cuori, come un indelebile stampo di fuoco. La Sequentia dell'Evangelo di San Matteo diceva: «In quel tempo si accostarono a Gesù i Farisei tentatori e dissero: È lecito all'uomo abbandonare la donna sua per qualsivoglia cagione? Il quale rispose loro: Non leggeste che chi creò l'uomo in principio li fece maschio e femmina? E disse: Perciò l'uomo abbandonerà il padre e la madre e si stringerà alla sua sposa, e saranno due in una carne. Talmente che non sono due, ma una carne. Ciò dunque che Iddio congiunse, l'uomo non divida».
Era stato il sogno d'un'ora, poter disgiungere quegli sposi, distruggere quella famiglia per crearsene una sulle rovine. Ella aveva avuto ragione di opporsi, di frapporre l'ostacolo insuperabile. Era troppo tardi, oramai, e bisognava passare sopra troppi dolori per giungere ad una gioia dubbiosa e insidiata. Lasciare quella donna al suo destino, andare incontro al proprio, null'altro era possibile. Le vie che essi seguivano si erano incrociate, per poi divergere sempre più, nella vastità del mondo e della vita. Era l'ultim'ora dell'incontro; che cosa sarebbe accaduto di lui, da quell'ora in avanti?
— «In te sperai, Signore; dissi a me stesso: tu sei il mio Dio, nelle tue mani stanno i giorni miei».
Allora, dalle più intime fibre, dalle viscere più profonde, il fremito precorritore dell'ispirazione si propagò per tutto l'essere suo. Mentre il celebrante prendeva dalla patena e sollevava l'ostia, l'opera alla quale egli aveva pensato invano, le immagini da collocare sulla cima Antalba, gli balenarono dinanzi agli occhi della mente; un asceta con la fronte al cielo, una penitente coi ginocchi sulla terra, prossimi e pur separati, concordi ed uniti solo nell'adorazione dell'ignota potenza che governa l'universo. Mentre il sacerdote deponeva l'ostia sul corporale e mesceva il vino e l'acqua nel calice, e l'offeriva, e si chinava davanti all'altare, mentre l'organo distendeva sulla trama dell'Offertorio un tenue ricamo di sospiri melodiosi, le immagini si precisarono: egli vide in sè stesso l'uomo lontano ormai dalle vie del mondo, inaccessibile alle cupidità dei sensi, consunto da un interno ardore; vide in lei la creatura ancora bisognosa di soccorso, ancora genuflessa per implorare aiuto nelle prove della vita.
— «Con spirito d'umiltà ed animo contrito, accogline, Signore, e sia tale il nostro sacrifizio oggi nel tuo cospetto, che piaccia a te, Dio Signore».
Il senso recondito della volontà di lei, nel costringerlo a prender parte a quella cerimonia, si manifestava ora chiaramente: rinunziando entrambi alla gioia contesa, mortificando entrambi la loro passione, entrambi dovevano farne olocausto ai piedi dell'altare, entrambi dovevano attinger forza e trovar pace nel pensiero di Dio.
— «Laverò le mie mani fra gl'innocenti e circonderò il tuo altare, o Signore, per udire la voce delle tue lodi e narrare le universe tue meraviglie».
Ella aveva fatto assegnamento sulla santità del luogo, sulla solennità del rito, per compiere l'opera di persuasione; sulle parole, gli accenti, i gesti del celebrante; sulle melodie e le armonie dell'organo, sulle luci velate filtranti dalle finestre istoriate, sulle faci ardenti dinanzi alle immagini sante.
— «O Signore, amai lo splendore della tua casa e il luogo ove abita la gloria tua. Non fare che si perda con gli empî, Dio, l'anima mia»....
E come un'onda venuta di lontano, sospinta ed incalzata da soffî gagliardi, ingrossata nella corsa rapida e fragorosa; come la piena d'un torrente improvvisamente gonfio dei mille rivoli d'una lunga pioggia dirotta, la memoria della fede nutrita nella remota adolescenza, delle preghiere recitate con cuore sincero, delle paure e delle speranze per la salute dell'anima invasero lo spirito suo. Le parole della Secreta, mormorate dal celebrante a capo chino, non si udirono; ma nelle supplicazioni del Canone, nel pietoso Memento dei vivi e dei morti, nel mistero della Consacrazione e dell'Elevazione, tutto ciò che di più dolente e di più grandioso, di più mortificato e di più trionfale era nell'immortale poesia dei Salmi, toccò una viva fibra del suo cuore, tradusse un pensiero della sua mente. Tutta la sua vita trascorsa, le sue gioie e i suoi dolori, le sue lusinghe e i suoi disinganni, le sue aspettazioni e i suoi rimpianti, gli parvero un punto: nell'estremo tratto di via che ancora gli restava da percorrere vide e sentì che due cose sole poteva e doveva fare: meditare il formidabile enimma del destino umano, significarlo con l'arte sua. Ed era ancora merito di lei: all'inizio dell'amor loro, come nel punto del distacco, ella lo ispirava, gli additava il suo ufficio, gli suggeriva visioni di bellezza e di nobiltà.
— «Preghiamo. Da salutari precetti ammoniti, ed alla divina istituzione uniformati, osiamo dire: Padre nostro che stai nei cieli»....
Ogni parola della reiterata preghiera gli passò nell'anima come un elettuario che irrita al primo contatto la nuda carne della piaga, per diffondere subito dopo un senso di refrigerio. Ma il sacerdote, prima di soggiungere il Libera, rivolto nuovamente agli sposi dal lato dell'Evangelo, implorò con nuovo slancio:
— «Sii propizio, Signore, alle preci nostre; ed a questi tuoi istituti, coi quali ordinasti la propagazione del genere umano, presta la tua benigna assistenza, affinchè quanto da te è congiunto col tuo aiuto sia serbato. O Dio che per virtù della tua potenza dal nulla il tutto creasti; che, ordinati i principî dell'universo, e fatto l'uomo a tua immagine, fondasti l'inseparabile aiuto della donna, in modo che originando il corpo femmineo dalla stessa carne virile, c'insegnasti mai non esser lecito disgiungere ciò che da un sol corpo ti piacque formare; Dio che con tanto eccellente mistero l'amplesso coniugale consacrasti, che nell'alleanza nuziale predesignasti il sacramento di Cristo e della Chiesa; Dio, per cui la donna si unisce all'uomo, e questa società, fin dal principio ordinata, si munì della sola benedizione non cancellata nè per la pena del peccato originale nè per la sentenza del diluvio: volgi lo sguardo sopra questa tua serva che dovendosi unire in coniugale consorzio chiede d'esser munita della tua protezione».
Era la benedizione delle vergini spose proferita altra volta da quelle stesse labbra per le nozze della sorella sua. La sorella era stata ostile a quella creatura, aveva visto in lei la colpevole, la seduttrice, colei che lo aveva indotto in tentazione e trascinato al peccato: non sapeva che il tentatore era stato lui stesso; nella calma imperturbata della sua virtù ignorava e non ammetteva le tempeste che sconvolgono le vite umane.
— «Sia in essa il giogo dell'amore e della pace; fedele e casta si sposi in Gesù Cristo e viva imitatrice delle donne sante. Sia amabile allo sposo suo come Rachele, saggia come Rebecca, longeva e fedele come Sara. Nulla di lei, degli atti di lei, usurpi l'autore della prevaricazione. Sia ferma nella fede e nei comandamenti, stretta ad un solo talamo, fugga i contatti illeciti, munisca la sua debolezza con la forza della disciplina; sia rispettabile per verecondia, venerabile per pudore, erudita nelle dottrine celesti, feconda nella prole, laudabile ed innocente, e giunga al riposo dei beati ed al regno celeste, e vedano entrambi i figli dei figli loro sino alla terza ed alla quarta generazione, e pervengano alla desiderata vecchiezza»....
Era come un lavacro, come una redenzione. L'errore antico doveva esserle rimesso in nome di Colui che difese l'adultera. Si era confessata, infatti, ed era stata assolta, poichè il celebrante, dopo avere recitato il Libera, dopo avere portato il calice alle labbra per bere un sorso del vino mistico, si accingeva a comunicarla.
Chiuso il libro, levata la fronte dalla mano con la quale l'aveva sorretta, ella protendeva ora il capo per ricevere l'ostia che il prete, discesi i gradini dell'altare, e paternamente chinato verso di lei, le offriva mentre l'organo cantava il suo più alato canto.
— «Ecco sia così benedetto ogni uomo che teme il Signore, e tu vedrai i figli dei figli tuoi: pace sopra Israello».
Qualche cosa di quella benedizione, di quella pace piamente invocata, scese su lui; poichè, nel proferire la formula, il sacerdote lo guardò. Egli si sentì leggere nell'anima dallo sguardo limpido e dolce, si sentì compreso e compatito e perdonato dal vecchio prete che lo aveva asperso, bambino, dell'acqua lustrale.
— «Ti preghiamo, onnipotente Iddio, di accompagnare con benigno favore le istituzioni della tua provvidenza, sicchè coloro che unisci in legittima società conservi in lunga pace. Per Cristo Signor nostro, Figlio tuo, che teco vive e regna nei secoli dei secoli».
— «Così sia».
— «Benediciamo il Signore».
Anche la Messa era finita. Restava ancora l'ultima formula. Ancora una volta dirigendo la parola agli sposi, il prete invocò:
— «Il Dio di Abramo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe sia con voi, affinchè vediate i figli dei figli vostri sino alla terza ed alla quarta generazione, e poscia abbiate vita eterna senza fine, con l'aiuto del Signor nostro Gesù Cristo, che insieme col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli».
— «Così sia».
Con parola libera, non più costretta nelle formule liturgiche, il celebrante riprese:
— Sposi cristiani, l'esempio che avete dato accostandovi all'altare, santificando la vostra unione, non resterà infecondo. Così possiate serbare intatto il tesoro della fede e amarvi scambievolmente e vivere nel timore di Dio.
Preso ancora l'aspersorio, li benedisse: «Piaccia a te, Santa Trinità....», poi lesse le parole del Vangelo di San Giovanni: «In principio era il Verbo....».
— Lodovico....
Il suono del suo nome, mormorato da Perez, lo scosse. Voltatosi, vide che la chiesa non era più tutta deserta come prima: alcune donne venute a compiere le consuete devozioni, qualche curioso attratto dal suono dell'organo, erano sparsi qua e là, dinanzi alle cappelle, intorno all'altare maggiore. Ma già tutta la cerimonia era finita: il sacerdote, raccolto il calice, inchinatosi dinanzi all'altare, s'avviava alla sacristia. Perez mosse un passo verso la sposa, stendendole la mano:
— Tutti i miei rallegramenti!
Ella rispose, ricambiando la stretta:
— Grazie, Perez.
Mentre questi rinnovava il gesto col marito, ella offerse la mano al suo testimonio:
— Bertini, grazie.
La sua voce era grave, l'espressione del suo viso serena, la stretta di mano franca e forte come quella d'un amico, d'un buon camerata. Anche il marito strinse cordialmente la mano ai due amici; poi, a un invito del custode, tutti ripassarono nella sacristia.
— Poichè abbiamo dato lettura dell'atto nuziale, — disse Don Pietro, — non resta se non che questi signori lo firmino.
Piegò il foglio in due, per il lungo, e scrisse sul fianco, sillabando le parole che veniva tracciando lentamente:
— I sotto-scritti sposi hanno pre-stato il loro mutuo con-senso dinanzi a me cu-rato, ed ai sotto-scritti testi-monî....
Il marito firmò primo, poi la moglie, poi Perez, da ultimo Bertini.
— Ed ora non occorre altro, — disse Don Pietro, spargendo di sabbia rossa la fresca scrittura. — Il Signore vi abbia nella sua santa custodia. Mille anni felici!
Ella gli baciò la mano, il colonnello gliela strinse, prendendo poi a parte il sacrista ed il custode per distribuire del denaro. Mentre Perez intratteneva la sposa dopo essersi inchinato al sacerdote, questi fermò lo scultore che gli aveva anch'egli baciato la mano.
— Lodovico, figliuolo mio, quando ci darai l'opera promessa?... Guarda che il tempo passa, e che gl'iniziatori sono impazienti di vedere attuato il loro disegno.
— Non so, Padre.... Mi dia ancora qualche tempo.
— Possibile che tu non abbia fatto nulla, sinora?... Neanche un abbozzo?... Un lavoratore instancabile come te!
— Bisogna che m'intenda con lei.... Forse ho trovato qualche cosa.... Quando potrò vederla?
— Quando vorrai. Lo sai che per te qualunque ora è buona.
— Grazie, Padre.... Allora, arrivederla presto.
— Arrivederci presto, figliuolo mio.
V. L'addio.
Sulla spianata, dinanzi alla chiesa, il cocchiere che aspettava il ritorno degli sposi, fumando, spense il sigaro e lo intascò, vedendo uscire la comitiva, la moglie a braccio del marito, i due testimonî ai due lati della coppia; e cavatosi il cappello, già apriva lo sportello della carrozza perchè tutti vi rimontassero, quando la signora gli disse:
— No, non ancora: aspettate.... Sentite, Bertini, — soggiunse rivolta allo scultore, — mio marito ed io saremmo lieti di salutare un momento i vostri parenti....
— Saranno essi lietissimi....
Per il sentiero serpeggiante sul dorso della montagna, chiuso tra bassi muricciuoli dai quali sporgevano le siepi di vitalba, si avviarono tutti alla casa. Il cielo si era ancora più schiarito, le ultime volute dei vapori si diffondevano come chiome disciolte e ondeggianti al vento, canute nella bassa conca del lago, bionde nel sole delle altitudini.
— Vi fermate a lungo? — domandò ella a Perez, col quale procedeva ora avanti.
— Non tanto quanto vorrei. Debbo purtroppo tornare alla scuola.
— Tenete compagnia al vostro amico, — soggiunse; poi, dopo una breve pausa, con voce più bassa ma con più calore d'accento: — Ne ha bisogno.
In fondo al sentiero, tra le sbarre di un cancelletto di legno, si vide una testolina affacciarsi, poi ad un tratto sparire con un breve grido di sorpresa.
— La vostra nipotina? — domandò ella, voltandosi verso Bertini.
— E la mia, del cuore! — rispose Perez.
Ora il cancello si schiudeva, e la bimba, precedendo il babbo, la mamma ed i fratelli, si avanzava con le manine incrociate sul seno per reggere un enorme fascio di fiori e di fronde, una messe tanto copiosa che la vestiva tutta e quasi le nascondeva il visino. Giunta dinanzi alla sposa si fermò, la guardò con gli occhi color di cielo, e disse:
— Signora, la mamma ed io....
Ma già ella si chinava su lei, quasi in ginocchio, tendendole le braccia, attirandola a sè:
— Cara, cara, bimba mia cara....
Fu una cosa difficile raccogliere quei fiori, ricomporli, staccare i gambi delle rose impigliati nelle pieghe della vesticciuola della donatrice. La signora Laura vi diede mano, dicendo in tono d'amabile rimprovero:
— Ma bisognava ripulirli e legarli.... Non si offrono i fiori a questo modo....
— Lasci, lasci!... Sono anzi più belli!
Scambiarono così le prime parole prima della presentazione: poi, quando lo scultore ebbe pronunziato: «Mia sorella....» la signora Laura stese la mano alla visitatrice, dicendo con un sorriso di grande gentilezza e di profonda bontà:
— Sia la benvenuta fra noi. Mi permetta di esprimerle i nostri augurî più sinceri....
— La ringrazio, signora. Creda che sono fra i più graditi.
Compita la presentazione, scambiati gli inchini e le strette di mano, i padroni di casa lasciarono il passo agli ospiti.
— Rita!... — chiamò la straniera, volgendosi alla bambina. — Ti chiami Rita, lo so!... Dammi la tua manina.
La fanciulletta parve tutta orgogliosa di tornare a casa stringendo la destra della sposa, che reggeva con l'altra mano i fiori offerti da lei. Traversata la terrazza, dato uno sguardo al panorama, tutti entrarono nel salotto.
— Bertini, io interpreto il desiderio di mio marito ed esprimo il mio direttamente, chiedendovi di farci vedere il vostro studio.
— Sì, signora! — rispose pronta la minuscola donnina. — Lo zio non vi lavora più dacchè è a Firenze, ma vi sono dentro tante belle cose.... C'è anche la mia statua, di quando ero piccina....
— Ah, sì? — rispose ella sorridendo. — Rappresenterà un angioletto!... Andiamo a vederla.
Lo studio, vastissimo, tutto illuminato da un largo lucernario, ingombro nel mezzo da una forte impalcatura, pieno di gessi, di cere, di crete, con le pareti nascoste da pezzi di scultura antica, da modelli anatomici, da quadri, da bozzetti, da stampe, da stoffe, da armi, aveva un solo angolo ospitale, dietro un paravento: un largo divano basso, qualche sgabello, un tavolino a due palchetti sovraccarico di albi e di libri d'arte. Ma gli ospiti non vi si fermarono; guidati dalle due donne, girarono per lo stanzone, esaminando le opere che vi erano disseminate.
— Questo è il bozzetto dell'acquasantaio?... Questo è il gesso del «Fiore della memoria»?... Il busto del «Leopardi»....
L'amica dell'artista riconosceva ad una ad una tutte le sue opere e le additava al marito, che le considerava da vicino per esaminarne la fattura, e poi se ne discostava per coglierne l'effetto totale.
— E questa statua di quando eri piccina?
— Eccola, signora: venga con me.
In un angolo, sopra un tripode, la statuina di bronzo, alta poco più di un palmo, rappresentava la piccoletta, ritta in piedi, con la testolina piegata, le braccina protese, le manine dischiuse, nell'atto di offrirsi ad una persona diletta.
— Che mossa!... Che vita!... — esclamò Perez. — Se non par che si muova!...
— È la vita fermata nel metallo, — confermò il colonnello.
Ella disse soltanto:
— È molto bella.
— Mi permettete di offrirvela?
— E come, Bertini!... Sono permessi che si accordano molto volentieri.... Ma non vorrei privare i vostri cari....
— No, signora, — soggiunse la sorella, — noi abbiamo la nostra copia, in sala da pranzo.
Il dottore colse l'occasione per proporre:
— Se vogliono gradire una tazza di cioccolata....
— Grazie, dottore; ma abbiamo i minuti contati, e vorremmo ancora vedere tutte queste altre cose belle.
— Prendono il battello delle 10 e 15?
— No, scendiamo a Gozzana, prendiamo il treno delle 11.
— Ma si potrebbe anche fare un'altra cosa, — soggiunse la signora Laura: — far servire qui stesso la cioccolata....
Mentre ella andava a dare gli ordini, la visita continuò. Gli ospiti passarono dinanzi a tutto ciò che restava degli antichi lavori dello scultore, copie od abbozzi. Non vi era frammento che l'amica non riconoscesse.
— Questo è uno studio per la «Giovanna d'Arco»?... La prima idea dell'«Amerigo Vespucci».... Aveste ragione di modificare quelle figure di selvaggi: rammentavano troppo i mori del monumento mediceo di Livorno.
Si aggirò per ogni angolo, vide ogni cosa, rimosse tutti i cavalletti girevoli, lesse tutte le firme dei bozzetti pittorici, tutti i titoli dei libri sul tavolino. Vedendo sopra una mensoletta un calice da fiori, vuoto, disse alla piccola Rita:
— Ma come? Tu lasci senza fiori lo studio dello zio, e ne dài tanti agli estranei?
E mentre la piccina balbettava qualche confusa parola di scusa, ella stessa scelse tre rose dal fascio, una bianca, una gialla ed una rossa, e le dispose nel calice.
— Ricordati che sono senz'acqua, pensa a dar loro nuova vita.
Quando il servizio fu pronto sul tavolino sbarazzato dai libri, la conversazione, divenuta generale, sfiorò molti argomenti: la floricoltura del dottore, il movimento dei forestieri sul lago, le bellezze della natura e dell'arte italiana.
— Ora, — ella disse, levandosi, dando il segno dell'addio, — non bisogna dormire sugli allori, Bertini!
— Glielo dica lei, signora! — soggiunse la sorella. — Forse le sue raccomandazioni riesciranno più efficaci delle nostre.
— Di questo gruppo sacro, sulla cima Antalba, guardate che vogliamo avere presto notizia! Non è possibile che quassù, dinanzi a questo sublime spettacolo, non troviate motivi d'ispirazione.
Erano di nuovo usciti sulla terrazza; dopo una breve sosta, ridiscesero tutti, ospiti e padroni di casa, verso la chiesa. Tutte le nebbie erano ormai disciolte, nel trionfo del sole; solo un ultimo fiocco ne restava, sull'Antalba, piegato dal vento in modo da simulare il fumo d'un vulcano. Pareva veramente che, per un'improvvisa eruzione, dalle viscere del monte esalasse un ardente fiato.
— Meraviglioso! Divino!... — mormorò ella ancora, girando lo sguardo per la conca lacustre, quasi a raccogliere e imprimersi nella mente tutti i particolari di quella visione, come aveva fatto di ogni angolo e di ogni opera dello studio. Poi, rivolta alla padrona di casa: — Signora.... — disse, stendendole la mano.
Si tennero un momento per mano, guardandosi; poi, con moto concorde, si accostarono, si baciarono sulle due guance. Chinatasi sulla piccina, la straniera le prese la testolina fra le mani, la baciò sulla fronte.
— Rammenta tu allo zio che vogliamo vedere altre statue. Digli che ti scolpisca lassù!...
Strinse la mano a lui da ultimo, dopo aver preso congedo da tutti gli altri.
— Fate contenti i vostri cari e i vostri amici!... Avete un dovere, se non dinanzi ad essi, dinanzi all'Arte che aspetta grandi cose da voi.
Egli non potè rispondere; chinò soltanto il capo, per nascondere l'ultima contrazione del viso.
Quando fu in carrozza, dopo che la frusta schioccò e i cavalli si mossero, ella salutò ancora, con la mano, col capo; lanciò ancora un'ultima esortazione:
— Siamo intesi, Bertini!... Al lavoro!... Buon lavoro!...