CAPITOLO QUARTO (continued 2)
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AL LIBERALISSIMO DONATORE MARCHESE AGOSTINO LASCARIS DI VENTIMIGLIA L'ABATE VACCHETTA ECONOMO GENERALE NEL MDCCCLXIII POSE.
Il conte Mariano mi condusse a visitare le cose più belle della villa, e nella sala da bigliardo mi additò effigiati Carlo Emanuele III, i liguri Cristoforo Colombo e Andrea Doria, e il torinese Bogino, insigne uomo di Stato, che servì la patria nella guerra del 1742 contro la Francia. Mi additò il ritratto del Lagrange che ha in mano un volume, su cui si legge: Meccanica analitica, e Vittorio Alfieri che ha in mano un libro, ove si legge: Saul. Poi mi additò il Micca dipinto in atto di mettere il fuoco alla fatal mina, morte a lui e vita alla patria; e con pennello e tavolozza ritratto il Galliari, il quale condusse molto innanzi la pittura scenica in Italia, e decorò con istupenda maestria il teatro di Berlino.
Giustamente avvertiva il conte Mariano, che Micca e il Galliari, essendo ambidue nati in Andorno, paesello del Biellese, rappresentano il Piemonte, nobilissimo santuario dell'armi e dell'arti alleate.
LII.
Adele Cavour-Lascaris.
Attigua alla sala da bigliardo, stanza di letizia e di amabili adunanze, vi ha la domestica chiesuola ove dormono sotto marmi inscritti le ceneri di parecchi della famiglia Lascaris.
Quivi m'introdusse il conte Mariano, e additommi nel mezzo del presbiterio la tomba del marchese Agostino, ed alla destra l'avello dell'unica sua figlia Adele, inanellata al marchese Gustavo Cavour, morta di parto in Torino, in età di ventisei anni.
Il conte, riguardando con dolore alla lapide della marchesa Adele, si mostrò vivamente commosso, e proruppe nelle seguenti parole:
—Poeta, se tu avessi conosciuto la marchesa Adele, ne' tuoi canti l'avresti salutata angelo di bellezza e di virtù. Tu avresti detto, che le grazie delle più vezzose ed onorate donne di Grecia e d'Italia si fossero accolte ad ornare l'ultimo germoglio della Casa Lascaris. Io la conobbi. L'oro del crine, la luce degli occhi azzurri, il nobile portamento e gli atti e gli accenti pieni di soavità, spandevano dovunque una gioia di cielo.
Non di rado era assalita da misteriosa malinconia, e fra le pompe del secolo tratta da pensieri religiosi a ragionare colle amiche della vanità delle cose terrestri e dell'avvenire dell'uomo. Nell'aprile della vita ne presentì la sua fine, sicchè prima del parto, onde venne alla luce il figlio Eynardo, andò ad accommiatarsi dalle sue più dilette amiche; ed io la incontrai, tre giorni prima ch'ella morisse, in casa della mia sorella Cristina, a cui dando un amplesso affettuoso disse: amica, ti do il bacio dell'addio, perchè sto per imprendere un lungo viaggio.
—Ma, caro Mariano, io lo interruppi, perchè mai questo angelo di bellezza e di virtù non fu sepolto a Sàntena nelle tombe della famiglia Cavour?
—Così volevano il desolato consorte e lo suocero marchese Cavour, ripigliò il conte Mariano. Con amorosa istanza il padre marchese Agostino richiese la salma di Adele, e la ottenne, per aversela sempre vicina, con promessa che non rimarrebbe in questa tomba oltre la vita di lui.
Di poi, per dissapori nati fra le due case, il marchese Lascaris, dimenticando, o troppo rammentando la promessa, trovò un modo singolare per assicurarsi la sepoltura presso l'amatissima figliuola. Legò il castello di Pianezza colle sue adiacenze e gli arredi alla Mensa arcivescovile di Torino, con l'espressa condizione di non permettere che da Pianezza fosse levata la spoglia della marchesa Adele.—
LIII.
Usciti dal palazzo, passeggiammo nel parco, veramente grandioso, fra il canto degli augelli e il mormorio della Dora. Scendendo ad ostro, giungemmo alla galleria sotterranea del castello, nella quale, fra oggetti d'archeologia, si conserva la bella marmorea tomba del poeta cav. Filippo Vagnoni. Quel sarcofago, caduto in potere dei frati di Vinovo, fu convertito in vasca da lavare, e poi servì ai villici per abbeverare gli armenti. Il marchese Agostino Lascaris, conosciutone il pregio, contentò i villici con un abbeveratoio di legno, ond'egli potè far trasportare nei sotterranei del castello il sarcofago, fra i pipistrelli che svolazzano sopra le ammirate sculture di argomento mitologico.
LIV.
Maria Bricca
L'edera si abbarbica nell'arco della porta che mette al sotterraneo, e nel piccolo piano che vi sta innanzi, un antico albero di noce, ed acacie e cipressi sorgono intorno alla colonna, in cui si legge: A Maria Bricca.
L'avvocato cagliaritano, Giuseppe Orano, giovane di fervido ingegno e di molto zelo negli studi, che si aggirava a diporto in que' dintorni, erasi aggiunto alla nostra compagnia nei viali del parco, e con noi entrato nei sotterranei; ond'io innanzi alla colonna memoranda, voltomi al conte, dissi:
—Caro Mariano, tu che, qui dimorando, sai meglio di me il fatto glorioso di Maria Bricca, narrane, ti prego, i particolari a questo giovane sardo, il quale, nell'udire da te le imprese dell'eroina di Pianezza, ricorderà volentieri quelle della eroina di Sardegna, Eleonora di Arborèa.
—Ben volentieri, rispose il conte Mariano, mentre il giovane sardo gli faceva atti di ringraziamento.
Sedemmo dunque sul poggio erboso dirimpetto all'ingresso del sotterraneo, e il conte guardando alla colonna, così parlò:
—Il castello di Pianezza non solo rammenta alle donne italiane un raro modello di beltà, di grazia e di virtù nella marchesa Adele Lascaris-Cavour, ma eziandio un patrio esempio di magnanimo ardire in Maria Bricca.
Nel settembre del 1706, i Francesi stringevano d'assedio Torino. Pietro Micca col suo sacrificio aveva dato un crollo alla gallica baldanza, mentre Vittorio Amedeo e il principe Eugenio apparecchiavano il pieno trionfo de' Subalpini. Tuttavia i Francesi imbaldanzivano presso la città, e una loro squadra di cavalleria, occupando questo castello, sollazzavasi in banchetti e danze.
I soldati piemontesi, vigili sulla riva opposta della Dora, per cacciare i nemici da Pianezza si affidarono agli accorgimenti di Maria Bricca, vecchia contadina del luogo, devota a Casa Savoia, pratica delle vie occulte del castello, e pronta ai rischi della guerra.
La sera del 5 settembre era gonfio il fiume, onde gli ufficiali francesi, non sospettando che i soldati piemontesi ardissero valicarlo, sicuri d'ogni pericolo, facevano insolita baldoria. Maria Bricca vide essere quello appunto il momento propizio all'impresa, e, datone avviso al campo degli Italiani, tosto, protetti dal silenzio della notte, furono a lei cinquantacinque de' nostri granatieri armati.
Maria, con in mano una scure, chetamente li condusse nei sotterranei, innanzi cui ci troviamo a ragionare di lei. Quindi, accese alcune fiaccole, per riposti anditi e scale segrete li guidò alla chiusa porta del loggiato superiore che metteva alla gran sala da ballo. A colpi di scure la scassinò, e bentosto fu dentro coi granatieri, gridando: Viva Savoia! I danzanti sbalorditi alla prima credettero che fosse una scena da teatro; ma al ripetuto grido di Viva Savoia! si avvidero di essere in cospetto di una nuova Giuditta, e indarno tentarono resistere ai gagliardi assalitori. Maria Bricca e i bravi nostri granatieri furono addosso ai Francesi e li costrinsero ad arrendersi. Furono fatti prigionieri sonatori e ballerini, due generali, ottocento uomini fra sotto-ufficiali e soldati; bandiere, artiglierie e vettovaglie del nemico caddero in potere de' nostri. Dopo tre giorni, la gran battaglia di Torino mise il colmo al nostro trionfo, al quale contribuì grandemente l'animosa Maria Bricca coi cinquantacinque granatieri piemontesi.—
Il giovane sardo, lieto di questo racconto, a me indirizzandosi, sclamò:
—Signor professore, questa Maria Bricca è dunque famosa come la Eleonora d'Arborèa, in onor della quale ella promosse l'Accademia letteraria nell'università di Cagliari?
—Non tanto, gli risposi. Maria Bricca di Pianezza deve essere annoverata colla Segurana di Nizza, colla Cinzica di Pisa, con Beatrice di Luserna e la Stamura di Ancona, e con altre valorose che giovarono alla salute della patria. Ma Eleonora, la celebre giudicessa di Arborèa, legislatrice e condottiera di eserciti, ed esempio magnanimo di carità cittadina, è la donna più gloriosa che splenda nelle Storie d'Italia.
Ogni madre dovrebbe tenere l'effige di Eleonora nel luogo più cospicuo della casa, e proporla ad insegnamento della famiglia. Quando gl'Italiani, facendo atto di bella fratellanza alla Sardegna, concorreranno con offerte ad erigere sulle rive del Tirso in Oristano il monumento alla celebre eroina, io proporrò che nella marmorea base si abbiano a ritrarre in basso rilievo, quasi in ossequio ad Eleonora, parecchie altre illustri donne d'Italia che cogli accorgimenti politici e militari onorarono la nazione; e prime fra queste la regina Teodolinda, la contessa Matilde, la Segurana, la Cinzica, la Stamura, Beatrice di Luserna e Maria Bricca, che snidò gli stranieri dal castello di Pianezza.—
Il giovane sardo si mostrò contento alla mia proposta, e il conte Mariano mi strinse la destra con segni di approvazione.
LV.
Collegno.
Accostandosi a Torino, s'incontra Collegno, villaggio di 1700 abitanti.
I luoghi antichi nei dintorni delle città spesse volte prendevano nome dalle distanze. Presso Cagliari vi ha Quarto, Sesto e Settimo; presso Bologna vi ha Quarto e Sesto, e Sesto pure è ne' dintorni di Firenze; Settimo a sette miglia da Torino, e ad Quintum, a cinque. Quest'ultimo luogo ora è detto Collegno (latinamente Collegium), e sorge a maestrale ed a tre miglia piemontesi dall'augusta città della Dora, perocchè la misura subalpina sta all'antica romana come tre a cinque.
Collegno siede nel piano sulla riva destra del fiume, la quale essendo più elevata della sinistra, offre verso ponente e borea una veduta assai estesa, e vanta salubrità di clima. La Dora vi scorre in alveo profondo sotto il castello e il paese fra sponde artificiali di grosse pietre saldissime, e si dirama in quattro gore, appellate canali e bealere, che fecondano l'aprico territorio dell'intiero Comune, lieto di prati, gelsi e pometi.
LVI.
Tre pensieri mi rimangono di Collegno, il castello, il molino anglo-americano ed il manicomio.
Il castello di Collegno è assai antico. Tutta Italia fu munita sui monti di tali fortezze, o per difesa di un feudatario contro un altro, per frenare l'impeto degli stranieri che spesso irruppero su le nostre belle contrade, contenti di trovarle discordi e miseramente divise.
Codesto castello seguì le vicende del paese, passando di padrone in padrone, di rovina in rovina. I Francesi che nel secolo decimosesto cerchiarono Torino di fortificazioni, da essi poi smantellate ai tempi napoleonici, atterrarono molta parte di questo castello prima della loro sconfitta a S. Quintino. Una parte sta ancora in piedi ad attestare la fortezza del tutto, atto e disposto a resistere al morso dei secoli, non che alla rabbia degli invasori.
Quell'ampio palazzo, che vedesi là a maestrale verso la Dora, appartiene ai Provana di Collegno, e fu innalzato su gli avanzi del combattuto castello. La sua torre, che domina il bastione Verde a guisa di cittadella, n'è pure avanzo. Ora non serve che a bellezza pittorica.
Nel 1854 mi feci alle porte di quel palazzo cinto da giardini, e il nipote degli antichi feudatari mi permise che, accompagnato da un suo servo, io vedessi su vasta tela l'effigie di un illustre suo antenato, vestito alla spagnuola, e che fra massicci muraglioni e per iscala di legno salissi la vecchia torre.
Sorgente da folte selve, quella bruna torre veduta da lontano pareva che al sommo portasse un vaso enorme di fiori e frutti. In cima del torrione ai quattro angoli trovai quattro aceri cresciuti a maraviglia: tre erano imbozzacchiti come molti alberi delle schiatte feudali; uno reggeva agli anni.
Il sole mi dardeggiava, e l'acero vivo avviticchiato dai tralci di vite vergine mi proteggeva della sua ombra, mentre io guardandomi intorno, pensava a certe reliquie di reggimento feudale rimaste a Collegno, nei quaranta franchi che il Comune pagava alle guardie, e negli ottocento franchi di canone al conte del castello.
Forse ogni resto di feudalismo cessò ora che eziandio la vecchia torre spogliata degli aceri perdette il bruno aspetto del medio evo e si volle ringiovanirla coll'imbiancarla.
«Il secolo si rinnova, e si deggiono operare grandi riforme», andavasi ripetendo sul Bosforo ai tempi del sultano Mahmud: e il sultano, volendo provare di essersi posto a capo delle civili riforme, cominciò dal far imbiancare le moschee e spogliarle de' vecchi arredi, anche preziosi, per sostituirvi i nuovi, talvolta di poco valore.
Così fra noi, «Il secolo si rinnova», si va gridando, e s'imbiancano gli atrii storiati de' santuari, s'imbiancano le brune torri del medio evo, e nella mia Novara si è atterrata la vetusta cattedrale di arte cristiana, per erigervi invece una chiesa di arte profana.
LVII.
Non coll'imbiancare o col rovinare antichi monumenti si rinnova efficacemente il secolo, sì bene col far prosperare le arti, le industrie ed i commerci.
Dove sono acque, ponno fiorire industrie speciali; infatti Collegno si avvantaggia di ferriere, conce di pelli e filatoi da seta, lavoro e vita a centinaia di operai. Fra le fucine animate dalla Dora è degno di singolare ammirazione il molino per la macinatura delle farine col sistema anglo-americano, discosto, verso ponente, un mezzo miglio dal paese.
Colà era noto il piccolo antico molino della Barca, così detto dal navicello onde si varca tuttavia la Dora. Nel 1852 il piccolo molino fu convertito nel grandioso opificio che ora si ammira, costrutto col disegno del commendatore Grattoni, uno dei tre ingegneri che conducono e dirigono gli arditi lavori pel traforo del Cenisio.
Iniziatore dell'opificio anglo-americano fu il conte Camillo Cavour, il quale in tutto tendeva al grande, così nell'industria come nella politica. Egli probabilmente nel piccolo molino della Barca, alzato ai sommi gradi dell'industria, avrà ravvisato il piccolo paese appiè dell'Alpi, che negli accorgimenti politici saliva sì alto da diventare il mezzo più efficace del rinnovamento italiano.
Due cortesi uomini esercitati ne' commerci e nell'industria mi vi accompagnarono, Luigi Brun, mio nipote, valente spinettaio, che meritò diverse medaglie nelle nostre esposizioni nazionali d'industria e commercio, e Venanzio Marchese, energico direttore dell'opificio.
Appena entralo nello stabilimento, mi sentii assordare dal continuo frastuono delle acque e delle macchine, linguaggio della natura e dell'arte che sono in moto per aiutare l'industria umana e soccorrere ai bisogni della vita.
L'edificio sormontato da torre quadrangolare è un quadrato a cinque piani che a modo di penisola è cinto dalle acque della Dora, qui chiuse e quiete in canali, là irrompenti e schiumanti per cateratte, fra pioppi, acacie ed avellani.
Mi piacque visitare i magazzini e gli ordegni del pian terreno e de' cinque superiori. Un magazzino costrutto a galleria, con le pareti e i pilastri asfaltati per assicurarlo dai topi e dall'umidità, può contenere quattordici mila quintali di grano. Vi si versano tuttodì in grande quantità frumenti del Piemonte e di altre province italiane, e grani provenienti dal Mar Nero, dal Mar d'Azoff e dalle rive del Danubio. Gittando lo sguardo sotto le sei arcate di quella galleria piena di frumento, tosto mi si presentò lo spettacolo di gaie collinette che si succedono le une alle altre. Frattanto il signor Marchese gettavasi agilmente qua e là sulle brune collinette che cedevano sotto i suoi passi, e distingueva le diverse qualità dei grani dal loro peso e colore, come l'orefice distingue le qualità delle pietre preziose.
Vidi ventiquattro paia di macine di pietra francese, detta di Laferté, e i tubi conduttori delle acque, dei grani e delle farine, e i crivelli pulitori e i frulloni, e le ruote dentate, che dànno il moto per mille meandri alle mole stritolatrici.
Io mi sentii raddoppiare la vita allo spettacolo di tanto moto, e tra la faccenda continua dei robusti operai sparsi di farina gli abiti, le guance e le scomposte chiome. Colà ogni pensiero s'agita nel frumento. Mi fu aperta una vasta camera piena di candida farina, che mi parve un colle di neve recente. Mi si mostravano sacchi di grano che salivano e scendevano assicurati ad uncini; e in vaste gallerie mi si additavano a cento a cento schierati e suggellati quelli di farina che dovevano spedirsi in Italia e fuori, anche in Egitto.
Domandai se quell'opificio appartenesse ad una società di azionisti.
—Per l'appunto, mi fu risposto.
Domandai se altri opifici di simil genere siano in Italia, e il nipote Brun mi rispose:
—Ve ne hanno altri: presso Alba ed in Settimo nel Piemonte, e a Pontedecimo nella Liguria, ma di minore importanza. Ve n'ha uno a Trieste, un altro a Livorno, ma a vapore; non vasti come questo di Collegno, ove le macchine hanno ciascheduna la forza di 120 cavalli, e si macinano ogni giorno seicento quintali di grano.
—Dunque, io esclamai allegramente fra i due cortesi che mi accompagnavano: dunque il Piemonte oggigiorno è sempre il più solerte operaio nella realtà della vita. Il Piemonte vanta le armi, l'industria e il miglior molino per la macinatura delle farine, come la Toscana vanta le arti, la poesia e l'Accademia della Crusca.
LVIII.
Da un opificio, creazione di menti sane ed operose, passo al più bello ed elevato luogo di Collegno, ad un pietoso ospizio ove sono curati i mentecatti.
Il palazzo di Bernardino Data, tesoriere ducale, fu comperato nel secolo xvii dalla Duchessa Cristina per dar ricetto ai Certosini di Avigliana, cacciati dal lor nido. Nel 1649 i cenobiti entrarono nel sontuoso palazzo, a cui tolsero l'aspetto profano per dargli l'impronta religiosa cogli splendori dell'arte secondo il gusto del tempo.
Nello scorcio del secolo passato, insieme con altri ordini religiosi, fu soppressa la Certosa di Collegno, e fu riaperta ai frati di S. Brunone dopo il 1815; e nel 1852 venne convertita in succursale del Regio Manicomio di Torino.
Diciotto cenobiti nel dì della loro soppressione abitavano quell'ampio edifizio, con eleganti portici, col giardino dell'area di trenta giornate e con un vasto e fertilissimo campo. Ora vi sono ricoverati più di 400 matti, gente operaia e campagnuola in gran parte. Entrai per la bella porta della Certosa d'ordine ionico, fra colonne, statue e cartocci, e fui condotto negli ampi chiostri e sotto gli spaziosi porticati, a visitare il luogo assegnato agli uomini, e quello per le donne, e la stanza delle epilettiche. Nessuno trovai legato: molti degli uomini lavorano nei campi vicini e se n'avvantaggiano di salute e di danaro, e molte donne filano, assistite dalle Suore di Carità.
In quel manicomio, come altrove, si è riconosciuto che l'orgoglio e la superstizione religiosa negli uomini, e la passione dell'amore nelle donne sono le cause principali delle infermità mentali. V'hanno pazzie intermittenti come accade delle febbri; onde talvolta credete di ragionare con un uomo di mente sana, ma poi a un tratto v'accorgete che sta per riassalirlo l'infermità.
LIX.
In mezzo dell'ampio cortile sorge un poggio allegrato di alberi. Colà trovai un uomo di bell'aspetto e d'alta statura, vestito di prolisso soprabito bruno, dignitoso del portamento e dello sguardo,
«Lunga la barba e di pel bianco mista»,
lunghi pure i capelli. Egli mi si fece innanzi, e, dopo avermi invitato ad intrattenermi con lui, prese a dirmi:
—In cotesto luogo vengono a diporto ogni giorno i matti pacifici, de' quali tutti potrei narrarle per filo e per segno la vita.—
E mi accennava man mano diversi di que' mentecatti, e dicevami:
—Colui ch'ella vede presso quel tiglio appoggiato a lungo bastone, si crede di essere Cristoforo Colombo, ritto in piedi presso l'albero maestro e con un remo in mano: l'altro, seduto accosto a quella fontana, che sta in atto di scrivere, dice di essere il Petrarca al fonte di Sorga intento a dettare la canzone—Chiare, fresche e dolci acque;—e quel terzo più in là, rannicchiato su quel mucchio di mattoni, gonfia le gote e soffia, e pretende di essere il Dio Eolo.—Lo vede?
—Lo veggo.
—Andando nel recinto delle donne, si guardi dalla vecchiaccia che accarezza una tegola e se la stringe al seno e la culla come un bambolino. Ebbene! Colei vorrebbe essere la nutrice di Napoleone I. La poverella è vedova d'un uffiziale Còrso, che militò sotto il primo Impero, ed ha la smania di nutrire gli eroi. Io non posso andare nel recinto delle donne, ma ne ho tutte le notizie. Ella avrà pur veduta fra loro la regina del Borgo del Pallone, che passeggiava un giorno per Torino, vestita di cenci di seta, con piume in capo e un parasole color di rosa, quando fioccava la neve e infuriava la gragnuola. Essa stringe pur oggi lo scettro, che è un vecchio scudiscio, fasciato di nastro bianco e rosso, e ornato in cima di fiorellini. La meschinella si è qui ridotta, o a meglio dire, è stata qui chiusa, perchè i monelli di Torino dandole la baia e facendone strazio l'avevan resa furiosa.
—Infelice!
—Oh sì, infelice!—Oh veda, veda que' due, che vengono in qua a passi gravi e lenti, brontolando e guardando gli altri con atteggiamento di protezione.
—Li vedo.
—Costoro sono i più cari matti del mondo. L'uno di loro pretende di essere Pio IX, e l'altro Vittorio Emanuele II.
—Oh!
—Ma non sono.
—Lo vedo.
—E vorrebbero darla ad intendere a me, anche a me! (e alzava la voce) a me! (e si faceva rosso in viso) a me che sono il Padre Eterno, e dovrò definire le loro controversie!—
In così dire sbarrò gli occhi, rizzossi in punta de' piedi, squassò la testa, e fece stranamente ondeggiare la barba ed il crine.
Io mi strinsi, allontanandomi dal verde poggio, presso il dottore Filippa, che gentilmente mi accompagnava, e lasciai nel suo Eden il Padre Eterno.
LX.
Nell'allontanarmi, domandai al dottore Filippa se in quel manicomio fosse qualche uomo di lettere; ed egli rispondendo affermativamente, mi condusse in una stanza, ove mi sentii stringere il cuore da grave angoscia.
Colà, appoggiato ad un guanciale, vidi un professore pallido, e stravolto gli occhi. Egli è giovane, sposo e padre. Infelice! Ha perduto la mente! Egli mi conobbe e mi chiamò per nome. È il professore Bongiovanni di Possano, che insegnava lettere italiane nel Collegio militare di Asti.
Era tranquillo il Bongiovanni, e mi disse che presto sarebbe uscito di colà per tornare all'insegnamento, non della letteratura italiana, ma della musica; ed entrò in certi discorsi intorno all'arte de' suoni, che accennavano a nobili studi turbati da infermità mentale.
Lamentiamo il Bongiovanni e lamentiamo noi medesimi. Chi può dirsi del tutto sano di mente?
«Ciascuno è matto nella sua maniera», lessi in tre luoghi a grandi caratteri sulle mura del Castello d'Alpignano.
Sì: dal più al meno siamo assaliti da pazzie intermittenti noi tutti figli dell'uomo, che ci logoriamo il cervello e il cuore per ambizioni ed amori su questo atomo di polvere, che si chiama terra, in questo minuto secondo del tempo, che si chiama vita umana.
«Ciascuno è matto nella sua maniera».
E forse non lo sono io pure, che in riva alla Dora torno le due e le tre volte a visitare gli stessi luoghi, le chiese, i castelli, i conventi, per iscrivere qualche pagina e nulla più? Non è questa una nuova pazzia? A che servirà il continuo travaglio del mio pensiero?
Qualche amico mi conforta dicendo: Servirà a dar una viva illustrazione di paesi che amate e che vi ricorderanno con affetto.
Pazzia è l'illudersi in tale speranza!
«Ciascuno è matto nella sua maniera».
Ripeterò anch'io la terza volta col Castello d'Alpignano.
La mia illustrazione non è Storia esatta del Piemonte, come un bel libro del Cibrario o del Ricotti; non è una descrizione particolareggiata e statistica de' luoghi, come il Dizionario degli Stati Sardi del Casalis, e nemmeno uno splendido complesso di letteratura e politica, come I miei tempi del Brofferio. Il mio scritto è un lavoro capriccioso, non altro: e il secolo, annoiato de' capricci, vuole cose serie.
Dunque io sono un matto. Mi si prepari una stanza nel Manicomio presso il prof. Bongiovanni, mentre io pazzamente pubblico un libro inutile. Nessuno ne farà ricerca; e i giornalisti cui lo manderò in dono perchè ne facciano cenno fra gli annunzi delle decozioni di salsapariglia e delle molte case disabitate da appigionare, se ne serviranno per accendere lo zigaro; o, a trarne miglior pro, come taluno già fece de' miei libri, lo venderanno per carta inutile.
LXI
Lasciamo le celie ora che ci traggono memorie severe alle foci della Dora. Voglio in pria far cenno dell'ultima volta che, da Susa per la strada ferrata tornando a Torino, m'incontrai col vecchio Giacomo, col bellicoso pastore di Bousson, che conoscemmo presso alle sorgenti del patrio fiumicello.
Lo rividi una bella sera di maggio del 1858. Trovandoci nel medesimo vagone, il buon vecchio, richiesto, mi parlò della figliuola Lucia, divenuta madre d'una pargoletta, e del genero Maurizio fattosi soldato nell'esercito italiano; e passando di discorso in discorso, egli mi espresse la soddisfazione che provava nella tarda età, potendo agevolmente dai monti di Susa con frequenti e rapide gite tornare agli allegri piani di Torino.
—Oh! mi diceva, se Vossignoria avesse conosciuto questi luoghi com'io li vidi fanciullo! Allora erano poche e recenti le strade carrozzabili. Ne' paesi alpestri si andava a stento per vie lunghe, tortuose, aspre e non sicure. Erano lente le comunicazioni, ed intricato il commercio. Quei telegrafi di legno, i cui pali salivano e scendevano nelle cime de' monti, che cosa erano mai, messi a riscontro coi fili elettrici, che attraversano valli, gioghi e mari, portando la parola colla rapidità del desiderio nelle più lontane regioni?
Ma chi diede la scossa più vigorosa al mondo addormentato fra i castelli feudali? Fu un potente italiano, l'imperatore Napoleone I, a cui nelle famose battaglie consacrai volentieri la mia spada. Sì, ricordo con orgoglio di essere stato uno de' suoi soldati, ed ora vengo a Torino per avere anch'io la medaglia di S. Elena, che il degno nipote del grand'uomo decretò ai soldati dell'antico Impero.—
Mi congratulai col buon Giacomo, che sarebbesi trovato insieme co' suoi commilitoni schierati alla presenza del Principe Napoleone, futuro sposo alla nostra augusta Principessa Clotilde, e con cordiali saluti ci separammo giunti alla stazione di Torino, prossima ai ruderi della smantellata cittadella.
LXII.
Pietro Micca e Pier Giannone.
Indirizzandomi verso la via S. Teresa, mi piacque considerare che il vecchio pastore delle nostre Alpi confessava il progresso della civiltà.
Ma come tanto potè progredire lo spirito umano in Italia?
«Molto egli oprò col senno e colla mano».
Questo verso mi suonò sul labbro, mentre fra le sorgenti tenebre della notte io passava sulle pietre della famosa cittadella distrutta in parte.
Ricordai due celebrate vittime di quella fortezza, che rappresentano fra noi l'azione delle armi e del pensiero militante, il minatore Pietro Micca e lo storico Pietro Giannone.
Micca nel campo del diritto per l'indipendenza della Patria, Giannone nell'ordine civile per l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa, furono martiri nella cittadella torinese.
Duole il ricordare che il valoroso re Carlo Emanuele III facesse prigioniero nella cittadella il Giannone; ma più rincrescerebbe s'egli avesse consegnato l'illustre prigioniero alla Corte di Roma, che faceva strette istanze per averlo, al che assentiva il ministro d'Ormea, sperando forse in quel viluppo politico guadagnare un cappello cardinalizio.
I tempi progredirono ed assicurarono la libertà di coscienza, sì che se si vuole emancipare lo Stato dalla Chiesa, si vuole pure che la Chiesa sia libera nella sua azione, onde la formola: Libero Stato e libera Chiesa.
Il rimpianto Lorenzo Valerio proponeva al Parlamento che nella cittadella si cercassero le spoglie del prigioniero Giannone per onorarle degnamente.
Si adempia il nobile voto, mentre io mi accendo di sacro entusiasmo pensando che l'Angelo della morte, nel secolo XVIII, alle porte di Torino confondeva insieme le ceneri dei due Pietri, piemontese l'uno e napolitano l'altro, forse per annunziare che nel secolo xix l'Angelo della vita, ricco delle palme dei due martiri, nel luogo della loro morte, all'ombra del vessillo sabaudo avrebbe fraternamente congiunte le stirpi dell'Italia settentrionale e della meridionale!
Le potenze celesti, più giuste delle umane, proteggano la terra ove si compiono tanti e sì generosi sacrificii, e dove si rinnova la civiltà della magnanima nostra nazione!