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La donna fiorentina del buon tempo antico

UNA MADREFAMIGLIA DEL CINQUECENTO (ISABELLA SACCHETTI GUICCIARDINI)

Reading edition

I. Firenze, 5 luglio 1535.

Carissimo Luigi, Ho aute dua vostre: alle quali risponderò brevissimo, perchè sono occupata, chè domattina, a Dio piaccendo, andiamo a buona ora in villa: e sono soprastata per conto della Simona[406]... E così andréno a Popiano[407] col nome di Dio, che gli piaccia darci grazia vi stiàno sani. E di là come potrò vi scriverrò; e come arò ordinato le cose più necessarie, vi manderò el garzone colle cose chiedete: e bisognerà rimandarlo presto, per attendere alle faccende. E se manderete un altro buono asino, condurò biada in Firenze e delle altre cose, el più si potrà, pel verno.

Non altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 5 di luglio 1535.

Isabella in Firenze.

La brigata di Messere[408] dice vuole venga sabato a otto.

(Fuori) Al magnifico signore Comessario d'Arezo Luigi Guicciardini consorte onorando in Arezo.

II. Poppiano, 6 agosto 1535.

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Carissimo Luigi, Ho auta con piacere la vostra de' 29 del passato, che troppo mi pareva essere istata sanza vostre lettere. La stanza[409] qui è bella e piaceci; ma ci sono caldi grandissimi, e col sole non si può uscire di casa e poca via andare, che non si sudi forte.

El grano è inbucato la maggior parte, chè cominciava a riscaldare. Del venderlo, se n'è mandato el saggio a Firenze, e farassi quanto iscrivete: a Dio piaccia se ne pigli el migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza. Degli asini, userò colle parole diligenzia sieno ben governi, e con più destreza potrò m'ingegnerò che loro e 'l garzone perdino poco tempo, e con some che si mantenghino.[410] Le stoviglie di legno saranno utile, se ne provederete qualcuna, per le volte[411] di qui e di Firenze: arche,[412] per ora ci è abastanza.

Parmi discorriate bene di pensare prima alla Simona che a nessuna dell'altre faccende: e pensate che io non ho altro desiderio che vederla, a' dì vostri e mia, assettata dove ella ha a stare, e a Dio piaccia aiutarcela porre in luogo ne siamo consolati.[413] Se dopo questa faccenda ci avanzerà tenpo e denari, non ci mancherà che farne.[414]

Pensate che delle cose che io conoscerò che sieno utile, che io le ricorderò a' lavoratori; ma posso poco andare veggendo, rispetto a' caldi: e pensate che la vecchiaia fa el debito suo. Di questa settimana che viene, vedrò se io potrò avere uno, e comincerò a fare rassettare qualcuna di queste cosette de' viottoli e 'l vivaio.

La Simona dice vi scriverrà. Gli occhi sua non sono ben guariti: la mattina sono rossi e grossi più che l'ordinario negli orli loro; e tutto istimo venga da superfruità e superchio di sangue mal purgato.

De' pesci non si è presi co' ritrosi,[415] perchè mi paiono questi lavoratori tanto infaccendati da sera e mattina, che io non ho volsuto affaticargli. Come aranno finito rassettare queste aie, facciàno pensiero votare el lavatoio e farlo rimondare, e pigliare e' pesci più grossi, e rimetterenvi e' piccini, perchè infatti, come dite voi, portono pericolo.[416] E venerdì mattina passato mi parve avessino una mala burasca, e non ho potuto sapere da quello si venga. La mattina a buona ora v'andò una delle nostre serve, e trovòne fuori della fonte, e assai alle prode che si lasciavono pigliare e andavano boccheggiando per la acqua. Anda'vi io a vedergli, e parvemi vi fussi di be' pesci: pigliàmone circa a dua libbre, che furono buoni. Feci molto rimore, e dimandai e' lavoratori, e pareva che tutti si maravigliassino; e dicevono che pel caldo fanno alcuna volta così, per esser assai materia al tondo del lavatoio, e nel lavarvi temono: che forse potrebbe essere; e se ogni volta vi si lavassi avenissi così, lo crederrei; ma non hanno più fatto così, nè prima nè poi.

Piero dice che de' pistacchi se n'appiccò uno: de' pini n'andò uno in su, e poi fu roso da un baco: e' fighi e' peschi dice istanno bene.

Credo certissimo che la stanza mia costì[417] v'are' fatto avanzare qualche iscudo più; se non altro la spesa di qua: chè tenere la casa aperta come bisogna non si può fare senza ispesa, come vedrete. E la iscusa della casa costì accetto per averlo inteso da altri: benchè, secondo m'è stato detto, v'è stato più brigata che non siàno noi. Pertanto che io me lo reco per una vostra buona usanza; chè siate istato in luoghi capacissimi, di casa e d'ogni altra cosa, èssene istato el simile. Possomi dolere in questo caso della natura e della fortuna: e prima della natura, che non mi fece con quelle parte a voi sufficiente;[418] e poi della fortuna, acozarci insieme. Or sia come si voglia: tutto à fatto Idio, e a lui piaccia sia con salute della anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo, penso: chè oramai mi veggo presso al tempo del rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.

Bisogna lasciare passare questi terribili caldi, e intanto sarà finito rassettare questi grani, che domani si misurerà l'utimo[419] grano; e parmi sarà questo d'Andrea circa 12 o 13 moggia. Per la prima vi potrò dare lo 'ntero di tutto.

Ora bisognerà pensare alla vendemia. Bisogna ricerchiare qualche tino; e racconciarci le botte dello aceto che ce l'ò trovato tutto guasto, no so quello s'è volsuto dire; e fare segare quel ciriegio, che benchè molte volte l'abbi ordinato non s'è fatto. Vedrò ora condurre e ordinare queste faccende, se io potrò; ma dubito che la partita mia non impedisca: perchè l'ordinare e non ci essere, non riesce; e se io avessi visto e pensato a tante cose che io ci veggo da fare, non so se io m'avessi ordinata questa gita.[420] Veggo che voi n'avete voglia, e non vorrei iscontentarvene; e se io dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione, e voi diliberiate che io venga, lo farò: e non potrò passarvi 15 dì che io non ritorni qui, chè ci lascerò molte cose. Ciò che mi dà più noia che altro, si è che io non ci ò una serva da lasciarci, di tenpo,[421] per 15 giorni. Messere non mi pare vogli ci rimanga la Caterina, e lei non ci vuole rimanere, perchè gli parrebbe esser troppa sola quando non ci fussi Messere.[422] Andrànose, se io vengo, tutti, prima mi parta di qua. La Simona di Messere[423] gli parve troppo caldo, e per ancora non ci è venuta, e non penso altrimenti ci venga nè qui nè costì. Di mettere qui uno per queste faccende che ci occorreranno, non veggo persona a proposito.

Del cacio s'è condotto el migliore, cioè el primaticcio, in Firenze: quello mi trovo qui non è molto bello. Arei caro sapere quante coppie ne vorresti,[424] e così indigrosso quante libbre, che lo iscierò del meglio.

Io non pensavo più a quel male, perchè non ne dicevi più nulla.... E secondo mi disse maestro Lionardo,[425] non sono da darsene pensiero.

Duolmi abbiate tante brighe co' servidori. È cosa fastidiosa, e non siate solo; chè è così per tutto. Bisogna alle volte soportare qualche cosa. Dipoi avesti Ottaviano, mi pare senpre abbiate auto che fare; faceva così in casa: ha una mala lingua, e comettitore di scandoli, e bestiale, e sanza pensare a nulla. Siàno tutti pieni di difetti: bisogna soportarsi l'un l'altro, tanto che ci morréno.

Ho fatto l'anbasciata vostra a' lavoratori. E' fighi non hanno pidocchi: so' ispenti. E' melaranci sotto la grotta ve n'è parecchi che ànno messo: quegli de' nocciuoli v'è 2, gli altri sono secchi: hogli fatti alcuna volta anaffiare.

Io non dirò per questa altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 6 d'agosto 1535.

Isabella a Popiano.

(Fuori) Al magnifico signore Comessario d'Arezo Luigi Guicciardini consorte onorando in Arezo.

III. Poppiano, 30 novembre 1542.

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Carissimo Luigi, Ho auto tre vostre; una de' 7, e de' 13 e 18: risponderò a tutte le cose mi paranno di più inportanza.

E prima, quanto a' vini, n'è istato qui poco per tutto. Da Ripalto e 'l Mulino non potetti averne più, per la causa vi scrissi allora; e l'uno e l'altro sono molto poveri. Apaionmi legate persone;[426] e parmi che Giovanni abbi poco el capo a starvi: e pochi giorni sono mi disse che non era el bisogno suo el podere, che dura assai fatica, e per essere in sulla strada patisce assai danni da' pecorai; e che mi voleva aiutare trovare lavoratore, io gli aiutassi trovar podere. Io gli risposi non m'impacciavo d'allogare, e che gli aspettassi voi. Dissemi che ve lo iscrivessi, acciò che a bell'agio potessi assettarvi. Dissi non ve lo iscriverrei, perchè ora non era tempo. Non l'ò poi rivisto.

Quelle vite mostravano meglio che altrove. Non so poi come s'andassi. Usossi la possibile diligenzia.

Rileggete la mia lettera, e vedrete che io vi dissi che alla botte del vecchio erono iscoppiato e' cerchi. E così l'avessi io venduto tutto, che ne serbai tanto che io pensavo, e mi riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi; ci avevo una bottina di stretto, che l'avevo disegnato per la serva per insino a vebraio, e restavamene 12 barili. Ma sorte volse, che iscoppiò l'utimo cerchio della botte, e la mattina si trovò tutto in terra. Pensate se mi dolfe; chè era buono, e aronne a ricomperare qualche poco, e del vecchio ho compero qualche fiasco, e alcuna volta n'ò da Firenze.

Dispiacemi assai, vi stiate con tanto disagio e fastidio quanto mi scrivete. Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere,[427] e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e maximo nell'età nostra,[428] che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiàno nella futura vita.

Delle legne pel forno non ho ancora fatto tagliare, rispetto a questi tenpi, che mai ci è fatto altro che piovere poi tanto tempo; e sonci tante triste vie, che non si posson condure. Somi servita di quelle crono intorno a' Casini, e della sanza che non ho seco poco obrigo, e la quercie della strada, con qualche altre cose secche; tanto ci andiàn vivendo comodamente. Non ho fatto bucati, nè atteso a inbiancare accia come soglio. Se 'l tenpo istessi qualche dì, che si potessi, farei tagliare come mi scrivete.

L'olio rinviliò lunedì passato soldi 20, come da Messere penso arete inteso, chê a lui ne scrivo. Secondo che io intendo, oggi per la acqua non s'è passata la Pesa; e penso non vi sia istato mercato.[429] Bisognerebbe che voi dicessi, Com'è al tal pregio, datelo: perchè varia per mercato assai, e passa 2 mercati prima se n'abbi la risposta. Al fattoiano[430] ho detto quanto iscrivete; e quando el tenpo servirà,[431] non mancherà di quello potrà: chè non è mai rimaso libero di quella mano, e ispesso gli dà gran noia. Al Tozo parlai de' pali: dissemi che fra un mese vedrebbe provedergli. La gora e' pescaiuoli dal Mulino si fornì a' 21 del presente:[432] è poi venuto due piene: diconmi à provato benissimo quello s'è fatto. Ma, secondo m'è detto, quel mugnaio è tanto dappoco, che io dubito non vi mantenga quel luogo: perchè ispesso bisogna rassettar la gora; e non fa nulla. Voi arete inteso quanto sia parso a Bastiano da Enpoli da fare, circa al vivaio e la fossa.

Circa al portarsi e' lavoratori meco, non me ne posso per insino a ora dolere più che l'anno passato. E de' porci ànno conperati 3 per uno: Piero à ispeso 31 lire, e' Casini 35; sono maggiori e da farsi più grossi, a detto di questi contadini.[433] Le vostre inbasciate ho tutte fatte loro, circa le fosse e l'altre cose m'avete iscritto: e tutto mi dicon fare, e pare che loro desiderino partirsi vostro amico. Delle ghiande ci è poche per tutto: e quella[434] dal Mal fastello, che suole esser, quando n'è assai, coperta la terra, non ve n'ò mai viste un centinaio; e così quella da' capperi. Vagliono un grosso lo staio, e meglio. Io ho conperato un porcellino, che m'è costo lire 9 e soldi 12, per amazarlo questo carnovale, chi ci sarà. Chè m'è tocco di molte mele tanto cattive, che non sono da cavarne nulla; chè sono istate tanto disutile e istrane, che non sono se non per dare a' porci; e penso che le consumi, con parecchi istaia di ghiande che io ci avevo. E penso sia la carne per insalar qui; e per in Firenze potrete provedere voi, se costà sarà buono insalare.

E' tetti bisognava farli acconciare d'agosto. Poi che io ci sono, fatta fu la vendemia, mai ci è fatto altro che piovere; e non s'è ancora potuto fare s'acconcino, come el tenpo serve.[435] Gli usci non ho fatto acconciare. Nel prencipio che io ci fu', non potetti avere legnaiuolo; e poi m'è parso e' dì piccoli e male opere,[436] chè bisognava condurci legnaiuolo da Castelfiorentini o da Firenze. E bisognerebbe fare queste panche, uno uscio alla corte grande, tutte queste finestre inpannate, e molte altre cose, volendoci abitare come le persone:[437] e per sì piccola cosa[438] non m'è parso porti la spesa condurci un maestro, in questi tempi istrani. Se saréno questa istate sani, e si vegga poterci istare in pace, si potrà allora condurci un buon maestro, e a tutto dare opera; e ora avere pazienzia, come s'è fatto quest'altre volte.

Voi mi dite mandarmi iscritto di questi debitori, che dicono ànno avere; che l'arò caro: però non vo' pagare, se voi non mi dite che abbino avere. Quel di Vanozzo, intendo dice non esser pagato della vite s'ebbe da lui; da Benedetto Canbi intendo avesti non so che trave che non s'è pagata, adoperossi alla casina; Meo Giorli dice v'aiutò non so che opere, che non fu pagato: pertanto arò caro rivediate tutto, se potete; e quanto più presto, meglio, acciò possi ispedire tutte queste faccende.

Sapete che quando ci venne cotesto medico, che voi eri qui, che io vi dissi m'era parso uomo di buona qualità: e parmi esser certa che avendo e' medici nel prencipio cavato sangue a Messere, gli arebbe giovato assai, perchè l'orine sua erono rosse e torbide, e 'l viso rosso assai, e massimo come mangiava. Maestro Marcantonio istette sospeso e non volse. E' mia accidenti non accade vi dica, perchè gli sapete a punto. El lattovaro m'à fatto pigliare maestro Giovanbatista, si chiama mitridato istenperato nella malvagìa. Me l'ò trovato buono el purgarmi:[439] benchè nel pigliare isciloppi e medicine, pareva mi nocessi per allora; discostandomi poi dalle purgazione, ho visto m'erono istate buone. El mitridato ho usato la vernata; la state no.

Quanto alla vostra de' 12, non accade dirvi altro, se non el grano è cavato della buca iscema e istà bene: e l'ò tutto fatto vagliare, e porre in camera della casina, dispersé el vecchio e nuovo. Se voi volete si venda, avisate. Del vecchio s'arebbe 33 soldi, del nuovo 35. Del vecchio ve n'è qualche poco del bucato: parmi che el vagliarlo gli abbi giovato; par meglio assai. Francesco Caradori non ho visto se non una volta poi ci sono. La comessione de' pali detti al Tozo, come mi dicesti; e promisse provedergli. E' vini bianchi si sono mutati all'ordinario, e la vernaccia è quasi chiara: non mi pare molto buona quest'anno; fu anno assai migliore. El greco credo sarà buono: non è ancor chiaro.

Se Cavalcante[440] ci verrà, l'arò caro, per intendere di vostro essere: benchè, per quanto a questa mi scrivete, resto coll'animo posato, e di nuovo da Messere intendo esser seguitato el miglioramento; tanto che io penso siate al tutto libero: e così piaccia a Dio. Vero è che e' tenpi sono contrarii a riaersi, e maximo le persone di tenpo; e come dite, penso vi paia fare adagio: che è ragionevole.[441]

Quando Messere vorrà dalle monache quello mi scrivete, farò quanto bisognerà. Non posso pensare chi vi s'abbi inpedito che voi non abbiate di questa faccenda fatto a vostro modo, s'era di tanto utile quanto voi mi scrivete.

Ebbi la vostra de' 18 pel garzone andava a San Casciano; che mi fu di piacere assai, per intendere el vostro miglioramento esser seguitato tanto, che vi pare esser quasi ritornato nel vostro solito essere. Le cose mi ricordate m'ingegnerò tutte exequire, quelle potrò. Ho dipoi una altra vostra de' diciotto, che mostra partirsi Cavalcante a dì 19: el che penso pel tenpo contrario non si partissi; perchè non intendo sia arrivato.

El vivaio e la fossa non si sono cominciati, rispetto a' tenpi e l'openione di Bastiano da Enpoli, come da Messere e da lui penso arete inteso. A' lavoratori ho fatto tutte le 'nbasciate vostre, delle fosse aperte, e delle ulive si rassettino e guardino gli ulivi; ma ci è istato tanti tenpi molli e rovinosi, che non si sono per ancora tocchi ulive nè guatati e' pedali per còrre o ricòrre. Oggi, che siàno all'utimo del mese, ci è bellissimo tenpo, e trae buon vento: se reggerà, si vedrà; ma non ci ò fede, chè siamo presso all'utimo della luna.[442] Se la luna nuova tornassi con questo tenpo, mi parebbe d'averci buona isperanza: e andando dicenbre e gennaio di buon tenpo, si seminerebbe dimolte cose; e forse che e' pregi del grano e biade non farebbono altro. Qui ho auto qualche chiesta del grano, e a questi tenpi se ne sare' venduto qualche staio: el che non ho fatto, perchè e Messere e Gregorio mi consigliorono si stessi qualche mercato a vedere; e così s'è fatto. Arò caro intendere l'openione vostro[443] el più presto sia possibile, perchè siàno presso a Pasqua, e apressasi el tenpo da partirsi di qui. Delle fave s'è venduto e vendesi qualche istaio; che cominciai a darle a soldi 22, e ora l'ò vendute 29, ma poche staia.

Ser Antonio[444] vi bisogna avere per iscusato, perchè à una infermità tanto crudele, che ne increscerebbe alle pietre; e ispesso si sente gridare non altrimenti si facci una donna sopra parto; è iscuro e tanto tribolato, che ispesso chiama la morte. Getta per quelle vie dell'orina tanto sangue, che, secondo mi dice la sorella, va ispesso per insino al saccone. Alcuna volta dice messa, e va per casa; non se gli vede febre. Dice essersi fatto cercare,[445] e che gli è detto non pietra ma una fistola in quelle parte; ed è possibile viva in questo martoro qualche poco di tenpo. Idio gli dia pazienzia e forteza a soportare tanta tribulazione nella quale e' mi pare sia.

Io non vo' dirvi per questa altro, chè ci ò iscritto su più giorni. Rincrescemi pure questo tanto iscrivere, e a Messere, e la Simona,[446] e opere, e grani;[447] tanto che le mia faccenduze mi vanno in disordine, e me ne istracco troppo. Pertanto abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io ancor vorrei: ma non posso tanto. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 30 di novenbre 1542.

Isabella a Poppiano.

(Fuori) Al magnifico Comessario di Castracaro Luigi Guicciardini consorte onorando in Castracaro.

IV. Poppiano, 12 e 13 dicembre 1542.

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Carissimo Luigi, Ho auta una vostra de' 23 del passato, e una de' 5 del presente; e in questa risponderò all'una e all'altra quanto occorrerà.

E prima, quanto alla prima, abbiàno da ringraziare Idio siate riuscito a bene e assai presto della malattia mi contate avere auta, che non pare fussi di piccola inportanza.[448] Idio senpre ne sia ringraziato. Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Idio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia etc.

Circa la gora e' pescaiuoli, non vi sono istata e non posso dirvi a punto dove si sieno.[449] Solo vi dirò che io mandai per quel mugnaio da Castelfiorentini, che ispesso veniva in Firenze a voi, che à nome Michele e chiamasi Ispina d'oro sopranome, e parmi persona molto pratica con questi fiumi e dassai persona; e lui dette el disegno della gora e de' pescaiuoli: disse che per quest'anno non si pensassi facessi danno; e per due o tre piene, sono venute poi, ànno retto bene, e dicono che ànno fruttato bene, e riparato al danno che pareva volessi far l'acqua. Vero è che Bongianni[450] v'andò, e disse gli sare' parso da farne un altro nel mezo di dua vi sono fatti: e dipoi ebbi la vostra de' 5 del presente gliene parlai, parendomi desiderassi voi che se ne facessi un altro; e forse che lui ve n'aveva iscritto; e a lui pare che per ora non sia da fare altro e istare a vedere una altra piena. Sono testè l'acque molto girate, e' dì minori di tutto l'anno,[451] ed è da fare simili lavori per necessità. Quel maestro da Enpoli v'andò, e aprovò quello vi s'era fatto esser a proposito, e non ragionò vi bisognassi altro. Io non vi sono istata, chè sono istate le vie tanto triste, e troppo lunga a me a farla a piede. Ispesi 6 ducati d'oro d'opere e ferri e per tutto quello bisognò: e prima in dua volte ispesi 12 lire, che fu tutto gittato via; e non si può errare, avere in simil lavori parere da chi à pratica di quello che altrui à di bisogno.[452] Questo mugnaio è molto debolino d'animo d'ingegno e di cervello e di persona: e bisognerebbe tenervi uno che sempre rassettassi ora le pale e ora e' marmi; e non so come vi si pagherà, chè m'è detto è poverissimo. Io farò seco quello potrò.

Circa el grano della buca piena, sono forse 15 giorni che io la feci aprire, e cavossene tanto che v'entrò Pieretto e null'altro: cercossi tutto intorno intorno la paglia, trovossi asciutta; e andossi colle canne per insino al fondo, e per tutto si trovò asciutto. E così lo tenni 3 o 4 giorni, e ricercossi di nuovo; e trovandolo asciutto per tutto, rimessesi el cavato, e riturossi, e così s'è. Quel della buca iscema si cavò, e tutto lo feci vagliare, ed è in sul palco della camera della casina. Venduto non se n'è, perchè non ho auto bisogno di denari, e perchè e' non ci pareva perdessi istando qualche poco a vedere: arebbesene 32 e 33 soldi. Delle fave ho vendute qualche istaio, e così se ne vende, 22 soldi 28 e 26.

Sapete che io vi scrissi che Francesco di ser Cione non poteva darvi denari, e che vi darebbe terra: rileggete la mia prima lettera. Dal Pogna ebbi lire 6; da Gregorio ho auto lire 87; lire 27 ebbi da ser Antonio che gli aveva riscossi da Francesco di ser Cione, e 'l resto mi disse quanto di sopra è detto.

E' vini bianghi stanno bene: el maggior male ci sia è che sono pochi, e non buoni come sogliono. A' lavoratori ho fatto l'anbasciata vostra: dicono, gli aquai e ogni altra cosa istar bene, e che ànno cura e' bestiami no paschino dove dite. Attendono a ricòrre l'ulive; e da Sant'Andrea in qua ci è istato assai buoni tenpi: prima ci era acqua, nebbia e umido, come iscrivete esser costà.

E' lavoratori nuovi ci vennono per San Simone, che ci era Messere. Dipoi non ci è venuto quel de' Lotti; quel di Pieretto ci è istato 2 volte, e l'utima fu per Sa' Niccolò; che mi dissono fasciorono e' piantoni, perchè non temessino el freddo: dopo la vendemia seminorono certe biade usano in que' tenpi, che è vena: ora attendono all'ulive. De' poderi vecchi per ancora non ci fanno altro. Delle pere ci fu poche: toccòmene 2 bigoncie, vendute che furono le cosime.[453] Feci conto essermi tocco, di tutte le frutte, lire 34 e soldi 10. Delle mele m'è tocche circa 40 bigoncie; ma sono tanto triste e brutte, che se ne caverà poco: honne vendute un monticello a soldi 8 la bigoncia; non l'ò ancora misurate. Del mugnaio, cercando, forse si troverebbe qualche cosa; ma non vorrei entrare in queste ragione faccende, non ci sendo voi: e così ho detto a Giovanni da Ripalto. Del lavoratore che torna dove Piero, mi pare un bel promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene; e a questo voi ci sarete, a Dio piaccendo: se riuscirà, n'arò piacere assai. Questo de' Lotti parla poco, e poche volte io l'ò visto: par sensata persona. Bisogna giudicare alla giornata; come dice el proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio: e puossi male vedere se non si pruova. Delle ulive ci è poche; el fattoiano pensa ci sia un trenta barili d'olio in questi 2 poderi. A ser Antonio feci l'anbasciata vostra, che l'ebbe cara: vive, el poverino, co molto tormento. Se ci capiterà Francesco Caradori, gli dirò quanto iscrivete: non l'ò visto se non un tratto, poi ci sono.

Quanto alla vostra de' 5, m'è istato grato lo intendere siate dello stomaco e de altre vostre indisposizione quasi al tutto rettificato; che n'ò auto piacere. A Dio piaccia conservarvi, e voi sappiatevi riguardare. Cavalcante non ho visto, benchè io abbi inteso sia istato 15 giorni in Firenze: pensate se io l'arei visto volentieri! Parmi che vi rincresca molto le faccende e la stanza,[454] che v'andasti così con fastidio e malvolentieri, e penso v'abbi a rincrescere tutto questo tenpo: ma vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere. Pensate voi che io abbi un gran contento e ispasso, trovarmi qui co due fanticelle, e poco altri rivedere e con altri parlare, e 'l più del tempo iscrivere, e pagare opere, e vendere, e tener conti? e tutte queste faccende rincrescono alle persone di tenpo. Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciano, altrimenti si starebbe senpre in tormento; e pensare che 'l tenpo vola, chè siamo già al terzo di questo camino. Io vo ispesso a vedere ser Antonio; e quando io lo veggo in quelle pene, mi pare essere una signora, pensando che posso dormire e mangiare e avere qualche riposo. Pertanto, quando siàno a questo, ringraziàno Idio.

La terra della fossa tutta seminorono e' lavoratori, come lo dissi loro: el bottino non si rienpie per esser seminato sopra la terra l'aveva a rienpiere; e se io l'avessi a fare, vi porrei qualche cosa in quella buca: e volendo voi pure che la fossa si facci, bisognerà lasciare ire el grano. La fonte getta dimolta acqua, quasi a bocca d'un mezo barile, e 'l lavatoio senpre trabocca, e pare istrano esser tanto basso, per esservi assai acqua; e 'l vivaio si mantiene pieno: credo che meglio si raccorrebbe la vena della acqua, quando non fussi tanta dovizia.

Quando Bongianni farà fare la buca iscrivete, pagarò l'opere. E' pali non si sono auti: el Tozo mi disse gli provederebbe, ma che non si tagliono per insino a gienaio; e così intendo dal fattore di Cavalcante, che n'à a provedere per Bongianni. Io non ho conperato legne, e ho fatto fare di queste pel podere, e quando si tagliò pe' pali di Vergignio[455] certi resti, e pel forno quelle mi scrivesti, e non patisco: chè el tenpo è in modo, si può ire a torno. Del vino, ho fatto venire da Firenze di quel di Paterno, che era bonissimo, e alcuna volta n'ò conperato a Montagnana: e ingegnerommi patire manco che io potrò.

E per questa non voglio dirvi altro: chè è tardi, e ancora ho a cenare. A voi mi raccomando. El Signore sano vi conservi. Addì 12 di dicenbre 1542.

Isabella a Poppiano.

La stima de' porci venduti si scontrò con quella mandasti. Per la vostra de' 7 di novenbre, mi dite mandarmi, come vi sentivi meglio, e' conti di questi che dicono avere aver da voi: che è questo di Vanozo per conto della vite; e intendo avete a pagare un legno s'ebbe da Benedetto Canbi, che si misse nella casina; Meo Giorli dice gli avete a pagare una opera; el fabro dice gli avete a pagare 2 libbre d'aguti e certo vino dette alla Maria, che è un pezo io pensavo l'avessi pagato. Arei caro intendere da voi se tutti questi ànno avere quanto vi scrivo: sono piccola cosa, e a tutti sodisfarò, chè penso sieno tutte cose dimenticate: e chi à avere la pensa forse altrimenti; e non è bene. Pertanto arei caro, el più presto potete me ne dessi notizia: perchè oramai sare' tempo di ritornare in Firenze; chè siàno a Pasqua, e le faccende sono presso a finite. Per di qui sabato saranno finito e' tetti; che erono condotti in modo, mi costerà 3 ducati o meglio questo lavoro, tra calcina, tegoli e mezane, e opere; ma staranno bene. Ser Antonio è istato da domenica in qua un po' meglio, e istamani à detto messa; e raccomandasi a voi.

A' 13 ho fatta questa agiunta.

(Fuori) Al magnifico signore Comessario di Castracaro Luigi Guicciardini consorte onorando in Castracaro.

V. Firenze, 9 gennaio 1543.

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Carissimo Luigi, Ho aute 3 vostre, che non risponderò per ora a quelle. Solo vi dirò come domani sarà otto giorni che io tornai da Popiano: e là su mi governai, co riposo e buona vita, con pollo pesto e istillato; e migliorai tanto che parve a Messere e a Bongianni che io ne venissi, pensando se l'accidente mi fussi ritornato, sarei istato in piggior grado.[456] E se ser Antonio fussi istato sano, o vi fussi istato un altro buon religioso apresso, mi mettevo a ristio ancora per qualche giorno: ma non vi esendo, mi lasciai consigliare. E pensate che el travaglio del partire, e la mutazione della aria, e molte visitazione, mi parse fermassi el miglioramento. E istommi così trista per camera, come molte volte m'avete vista, con deboleza di capo, occupazione di cuore (e non ci è ordine lo possi con nulla vincere), debilità di matrice; che el corpo la ganba e 'l cuore, tutto questo lato manco, mi sento travagliato; con poco gusto del cibo: el vino mi piace, e assai ne piglio conforto; e sono buoni, come da Cavalcante intenderete, che tutti di villa e di Firenze gli ha asaggiati, bianghi e vermigli. E quando lui arrivò a Poppiano, istavo bene, e meglio m'ero sentita che io fussi istata un pezo, come da lui intenderete; tanto che io ispesso pensavo che le natura facessi in questa età suo isforzo: caminavo legiermente, e dormivo benissimo e mangiavo, e così ogni altra mia operazione, assai meglio che l'anno passato. La sera che Cavalcante arrivò, la mattina tutta cominciai andar sozopra. Vero è che el tenpo si mutò, e féssi freddo grande; e benchè io avessi de' panni, lo sentivo assai al capo e tutta la persona.

Mandai per maestro Giovanbatista per dirgli e' mia difetti: e quando ci venne, disse volermi vedere cor un poco d'agio, chè aveva faccenda; per allora non volse badare, chè aveva faccenda: non l'ò poi visto, e non me ne sono curata, per tanto istia posata qualche dì, che possi meglio giudicare e' mia difetti. Farò che ci verrà: e se vedete costì el vostro medico, intendete da lui quello gliene pare. E così doverresti parlargli per conto della Simona e di Pierantonio; chè l'ò trovata sì grassa, che vi so dire l'acqua della Porretta non la disecca. Pierantonio si sta come si suole...

Voi mi dite v'avisi quello vale la carne; che n'ò parlato con Cecco dalle porte: dicemi costerà lire 10½ a tòrla dal beccaio. Pertanto che a me parebbe ne insalassi costì 4 peze più che so ne insalerete per voi, valendo quello m'avete iscritto. Mi pare migliore ispesa far così: per in villa s'insalerà quel porcello conperai, che sarà 150 libbre o circa.

El grano vecchio non se n'è venduto, e non se ne troverrà più che 24 e 25 soldi lo staio, perchè ogni cosa è rinviliato. L'olio Messere n'à venduto 20 barili, lire 7 soldi 2.

Non dirò per questa altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi e sano vi conservi. Addì 9 di gennaio 1542.[457]

Isabella in Firenze.

Ritenuta[458] per insino a stasera, che ho auta la vostra degli otto, che m'è istata gratissima: duolmi solo lo intendere abbiate auto iscesa[459] già 2 notte. Avisate ispesso come istate. Da Cavalcante intenderete di mio essere. E la Simona e la Caterina[460] ci sono istate da poi tornai. Io non insalerò qui carne, come da Cavalcante intenderete; e così del tagliare le legne a Poppiano: e darete aviso di quello vi paia da fare e quando. Non dirò altro. Attendete a riguardarvi, e così farò io. Idio ci dia grazia ci rivegiàno sani.

(Fuori) Al magnifico signore Comessario di Castracaro Luigi Guicciardini consorte onorando in Castracaro.

XXI NOVEMBRE MDCCCLXXXIII.

PER LE NOZZE DI Annetta de' conti Guicciardini COL NOBIL GIOVANE Carlo Martelli.

A chi ha letto queste pagine di carteggio familiare così schiettamente donnesche, sì urbanamente fiorentine, con tal semplicità assennate, con tanta dignità affettuose, se non dove un po' di malinconia talvolta le annebbia, chiedo di poter comunicare alcuno de' pensieri che a me, cavandole dagli originali,[461] si aggiravano per la mente. E prima lo chiedo a Lei, gentile Annetta, che non isdegnerà riporre questo libretto fra i preziosi ricordi della casa donde esce, figliuola e sorella dilettissima, per adornare del suo ingenuo sorriso, allegrare del suo tenero affetto, confortare della sua mite e serena bontà, la nuova famiglia, che alla sposa desiderata apre festeggiante le braccia. Le memorie della casa sono sacre ad ogni animo bennato: e il lustro del nome, la nobiltà dei natali, ne impongono più gelosa la custodia, quando esse non sono patrimonio solamente domestico ma cittadino. Pio culto, pel quale da secolo a secolo le tradizioni si rannodano, gli esempi rinverdiscono, e si avvicinano in certo modo e congiungono gli spiriti. Nè con altri intendimenti io ho quasi chiamata partecipe alla gioia delle sue nozze questa onoranda matrona dei Guicciardini, moglie di Luigi, cognata di quel Francesco il quale fra le glorie italiane è delle maggiori e che per volger d'età non tramontano.

E pensavo, trascrivendo per Lei queste lettere, quanto la Isabella ritragga in atto di quell'ideale di donna, che ne' loro libri di governo familiare delinearono i nostri buoni antichi. I quali, «avendo sopra tutte le cose per la più gioconda il far bene i fatti propri» (diciamolo con le parole dell'aurea fra quelle scritture), ma non per essi dimenticando il dovere di «attendere e servire alle cose pubbliche», volevano ripartiti acconciamente i carichi e le incombenze, e lodavano «chi alla donna sua lascia il governo della casa e delle cose minori, e per sè ritiene ogni faccenda virile e debita agli uomini»; di guisa che «l'uomo rechi a casa, la donna serbi e difenda le cose e sè stessa con timore e sospezione; l'uomo difenda la casa la donna e i suoi e la patria, non sedendo, ma esercitando l'anima e il corpo, con virtù con sudore e con sangue.» Così madonna Isabella, pel marito Commissario in Arezzo, in Romagna, in Pisa, in Pistoia, curava le faccende domestiche; e gliene scriveva di villa queste lettere, che tanto è a dolere non ci siano rimaste in maggior numero, quant'è certo che il marito, uomo di poco facil contentatura, le aveva carissime. «Quando sarai stata qualche dì a Poppiano, scrivimi come vi stanno le cose,» leggiamo in una sua «.... e se la frasconaia posta questo anno mette bene, et e' capperi et e' nocciuoli posti questo anno,.... e come mostrono li ulivi e le vite....». Ed ella medesima a lui: «Abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io ancor vorrei....».

Intendo le difformità che i mutati tempi pongono tra il vivere, anche domestico, di ora e di allora: leggi, costumanze, istituzioni, dissimili; differenza di sentimenti, impressioni, affetti; relazioni sociali altramente determinate; civiltà che dell'invecchiamento ha le migliorie e le magagne; agi alla vita procacciati dalle gloriose vittorie dell'umano ingegno sulla natura; animi e corpi diversamente temperati: nè Ella certamente ritornerebbe oggi di villa in città, nel modo che all'ava sua, ancorachè di salute mal ferma e di età inoltrata, pareva non disadatto, cioè «sulla mula», lasciando stare la lettiga come morbidezza troppo squisita. Nonostante tuttociò, sia lecito a noi poveri studiatori di carte antiche, vagheggianti a lume di lucerna gli splendori di quelle età, credere che anche nel pratico della vita, fatta pur ragione di quante diversità ed eccezioni si vogliano, le memorie de' nostri vecchi possano utilmente risuscitarsi; che possa qualche volta una gentildonna del secolo decimonono rammentarsi opportunamente di ciò che facevano e come facevano quelle che hanno portato il suo nome tre o quattrocent'anni fa. Al qual proposito mi sembra che in queste pubblicazioni nuziali dall'antico, delle quali è ormai invalsa la lodevole usanza, sarebbe gentil cosa si preferissero scritture, non dirò sempre di donne, ma che abbiano comecchessia del domestico: lettura più da sposi; e contributo alla storia, sì de' fatti e sì delle parole, non meno importante di qualsivoglia altro.

PIERO di Iacopo di Piero di Luigi 1454-1513 m. Simona di Bongianni Gianfigliazzi.

FRANCESCO 1482-1540 m. Maria d'Alamanno Salviati. DIANORA m. Giov. Arrigucci. GIROLAMO 1497-1555. Senatore nel 1551. m. Costanza de' Bardi. BONGIANNI 1492-1549 BONGIANNI † 1490 fanciullo.

IACOPO 1480-1552 oratore per la Repubblica e a quella rimasto devoto, m. Cammilla de' Bardi. MADDALENA m. a) Bartolommeo Nasi. b) Iacopo Vettori. COSTANZA m. Lodovico Alamanni. LUIGI 1478-1551. m. ISABELLA di Niccolò Sacchetti 1480-1559.

GUGLIELMETTA † 1509 fanciulla. MARGHERITA m. a) Francesco Tornabuoni. b) Piero Bini. PIERO 1511-1527 LORENZO 1505-1509 NICCOLÒ 1500-1557 m. Caterina di Lorenzo Iacopi. SIMONA m. Pierantonio de' Nobili.

SIMONA 1509-1512 SIMONA m. Piero Capponi. LUCREZIA LAUDOMIA m. Pandolfo Pucci. LISABETTA m. Alessandro Capponi. Cinque figliuoli, tra' quali una Isabella e un Francesco.

Nei fatti chi prendesse occasione d'entrare dal carteggio di Luigi Guicciardini, troppe cose avrebbe a mano; e lungo anche sol l'accennarle. Quella famiglia, de' cinque figliuoli di messer Piero,[462] aspetta uno studio, e darebbe materia importante a un volume: e della vita di Francesco e degli atti suoi temo non si darà con sicurezza un giudizio compiuto, se prima non si faccia, poichè lo possiamo, un tal libro. Il quale mostrerebbe in che modo e per quali vie, entro agli animi di alcuni cittadini, e de' più valenti, l'amore della libertà e della patria e della roba si contemperassero nella devozione alla fortuna, di lunga mano preparata e quasi casa per casa, de' discendenti di Cosimo e Lorenzo de' Medici; e darebbe delle ambizioni, che ci paiono oggi pressochè parricide, non di messer Francesco Guicciardini solamente ma anche di altri altrettanto famosi, le ragioni di fatto, se non la morale giustificazione. Di quel libro personaggio principale sarebbe Luigi; e documenti importantissimi, le lettere fra lui e il figliuolo messer Niccolò, nel quale la famiglia presumeva rinnovare (secondochè parve ai contemporanei) con la dignità di dottore la grandezza dello zio Francesco: ma da questa era Luigi, almanco per certe qualità, un po' meno lontano. Fiero uomo Luigi Guicciardini; ed ebbe occasione di dimostrarlo: con lode di valore e di fermezza, quando si trovò Gonfaloniere di Giustizia nell'aprile del 27 a reggere la città che si rivoltava contro i Medici; con biasimo di crudeltà, quando Commissario mediceo a Pisa nel 30, ricevuta la città dal suo predecessore per la Repubblica, fece lui morire fra' tormenti. Nè quelle sue lettere, che sono a stampa, scritte al fratello dopo caduta la libertà, discordano da tali atti; come la descrizione, ch'ei volle dedicata a Cosimo duca, del Sacco di Roma lo chiarisce avverso a quella prepotenza straniera o, come dicevano, di barbari, della quale i Medici avrebber voluto, e fu impossibile, non aver a valersi nell'assoggettamento della patria. Ma sarebbero da cercare i suoi dialoghi e trattati; che ne scrisse e di politici (in alcuno de' quali pare intendesse vendicarsi del Machiavello, che l'avea figurato, tra gli altri medicei, nell'Asino d'oro), e di altro argomento intitolandoli dagli Scacchi. «Luigi se ne stava in villa,» scrive al Varchi il Busini, dandogli notizie della cittadinanza nel 27 ai tempi della libertà, «dove compose gli Scacchi, agguagliando quel giuoco a un buon padre di famiglia»: ma in effetto cotesto trattato (che si conserva fra i manoscritti Magliabechiani), dedicato a sua Eccellenza esso pure, è una «comparazione degli Scacchi all'Arte militare»; e mi par da rincrescerne, e da desiderare che il Busini non avesse sbagliato nell'attribuire a Luigi ciò ch'e' credette, al vedere, cosa da lui: perchè, invero, lassù in villa, cioè a Poppiano, nel vecchio riparo de' suoi maggiori, con la valente sua donna, erano luogo e compagnia adattissimi a scriver bene di quella materia familiare, come dimostrano le Lettere che io oggi do in luce.

Alle quali ogni discreto concederà volentieri il pregio delle parole: e parole vuol dire cose parecchie e importanti. Perocchè la parola, o la congegni il magistero d'uno scrittore o nel vivo de' fatti si atteggi spontanea, ha, come testimonianza storica, tanto grande valore morale, quanto forse nessun altro de' segni con che all'uomo è dato figurare il pensiero e l'affetto: massime se di secoli, come a noi i tre primi della nostra cultura, durante i quali lo scrivere, sì meditato e sì usuale, esemplava dalla consuetudine de' parlanti tuttavia incorrotta le schiette e native proprietà dell'idioma. Non so se cento, od anche meno, anni più tardi ci occorrerebbe in lettere di donna fiorentina una così graziosa pittura villereccia, come in queste di madonna Isabella, nè con tanto senso del vero. Leggendole, noi la vediam proprio, quell'accigliata massaia, tra le fantesche e i lavoratori, e i mugnai, e i maestri muratori, e i fattori, e gli opranti, assegnare, distribuire, pagare, registrar partite, riveder conti, conferire col cognato Bongianni, che di que' fratelli era come chi dicesse il castaldo; poi scrivere un po' per giorno, tra l'una faccenda e l'altra, le sue lunghe e particolareggiate lettere al marito, e riferirgli, e dimandare, e rammentare, e suggerire, e proporre: e il grano, e il vivaio, e la gora, e la vendemmia, e il vino e l'olio, e il forno e le legna, e il mercato a San Casciano, e le bestie da soma col garzon che le mena, e le provviste invernali compresovi un porcellino per insalare, e i lavori alla casa e alle fosse e al mulino; e poi le ragioni di chi dee dare e chi avere, e' contadini che lasciano i poderi e i nuovi che vi tornano, e chi son eglino, e i discorsi con loro che par di esserci presenti; e poi confortare il povero prete di Poppiano, afflitto da malattia disperata; e tribolarsi con le fanti, pur raccomandando al marito d'aver egli pazienza co' servitori; e dietro a tutto questo, «le sue faccenduzze», che teme per tanto lavorìo e tanto scrivere debbano «andarle in disordine». Ma ell'era donna da riparare a tutto, e da avanzarle tempo e lena per pensare e alla figliuola sua Simona, prima da maritare e maritar bene, in modo da «esserne consolati», poi allogata e da doverle mandar le nuove e riceverne; e al suo messer Niccolò, i cui fatti le importano, alla madre, più di ogni altra cosa del mondo; e al marito, cui consiglia della salute, o ammonisce di cose più alte, o lo rimbrotta che in quelle sue commesserie non gli piaccia portarla seco e far una casa sola, come e' farebbe (dice amaramente) se gli fosse toccata moglie più degna; ma in quella stessa lettera non crede poter lasciar la villa e le «molte cose» nemmeno per una visita promessagli di quindici giorni, salvo che proprio egli voglia così, chè allora verrà, anche se «dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione».

La vena del malumore trapela spesso da queste lettere, «essendo lei di natura» scriveva Luigi al figliuolo «che si accuora assai le cose che non li vanno per el verso»; ed ella stessa al marito, «Pensate che io non posso istare coll'animo in pace, chè sapete che io penso sempre al peggio»; e in quasi tutte essa fa un lungo discorrere de' suoi malori: ma come quelli non le impedirono di arrivar presso agli ottanta (nata de' Sacchetti nel 1480, morì, dopo una vedovanza di otto anni, e due dopo al figliuolo, nel 1559), così quella sua natura alquanto rubesta e inquieta e crucciosa non la faceva sdare nè rimetter punto della operosità di madrefamiglia e massaia. Del resto le lettere di Luigi mostrano che l'austerità de' loro caratteri non impediva l'amore. «Benchè sia vero» le scriveva una volta dalla Romagna «che io sia qui chiamato da ogniuno Signore, e che ciascuno mi stia inanzi senza nulla in capo, e che abbi quelli servidori voglio, e che secondo el paese non mi manchi le cose ragionevole, nondimeno hai a tenere per certo, che infiniti dispiaceri ci ho avuti d'animo per le cose di costì e qui, e che non ci ho una ora di riposo o consolazione alcuna, chè non che altro chi ordinariamente conversa meco non mi satisfa; e che arei più senza comparazione piacere potere vedere le cose mie, te e la brigata, e parlare alli amici mia, e vedere le cose di villa, che queste signorie e sberrettate, et altre cose ci sono qua e che ci posso avere. Però mi pare mille anni ogni ora, potere venire costì per 8 giorni almeno.» E altra volta, che ella da buona moglie e madre si sgomentava di certe grosse spese domestiche, così egli, anche allora Commissario, piacevolmente e con affettuosa confidenza la rassicurava: «Circa alle spese grande abbiamo avuto questo anno, e per l'advenire aréno ancora, per finire le muraglie e fornire le case, è verissimo; e se non fussi questa sorte abbiamo avuto, non aremmo potuto reggere a cosa alcuna, non che fare tutto; che penso si finirà ogni cosa e fornirà le case bene, e si porrà da canto qualche danaio, e più somma non pensi, per le cose che potessino accadere: e se non ho trovato qui una cavetta d'oro, come scrivi, ci ho trovato una certa vena che getta in modo dolcemente che col tempo comparisce; e sta' di buona voglia, chè a tutto si riparerà facilmente.... Stammi un tratto allegra, e pensa che questa volta siamo usciti del fango, e resteremo in modo che non ci potremo dolere della sorte; perchè le cose ragionevole non ci mancheranno, e presumi che questa vena che getta sopperirà a tutto. A Iddio piaccia possiamo goderci insieme lo stato nostro, e che noi siamo sani.» E tutto il carteggio di Luigi con la sua «carissima Isabella», o dove parla di lei, è improntato di affetto e stima e fiducia e reverenza grandi, con bizzarra mescolanza di altro, come per esempio le superstizioni astrologiche; secondo le quali e' le designa e prescrive i giorni e le ore a punti di luna e di stelle, per andare o stare, partire o tornare, e perfino sgomberare stanze, votar la cantina, far manipolare medicamenti dallo speziale.

Alcuni tratti di queste lettere di madonna Isabella ricordano la più viva e fiorita lingua de' comici e novellieri di quel secolo; in altri potrebbe il lessicografo abbellirsi di voci e locuzioni specialmente attinenti a cose di villa; ve n'ha infine che ci offrono pensieri e sentimenti espressi con singolare potenza. La discendente dai collaterali di Franco Sacchetti, la cognata di Francesco Guicciardini, non fa torto al suo sangue nè al suo parentado.

Quel mugnaio dappoco, che non ispira punta fiducia alla giudiziosa signora, ci par di vederlo: «molto debolino d'animo, d'ingegno, e di cervello, e di persona»: dove ciò che un valga, e per le facoltà morali e per le intellettive e per le animali e per le fisiche, è annoverato e distinto a capello, con proprietà inappuntabile. Piena di gentilezza, ed espressa come meglio non si potrebbe, è questa sentenza (da altra lettera, di quelle che lascio inedite) sul correr troppo a credere, massime se vi si mescola l'apprensione per coloro che ci son cari: «Sempre si dice e pensa più che non è; e chi sente e teme non può fare non gli dispiaccia». E in un'altra, più da giovane, del 1517: «Sapete che la mia condizione è, sempre pensare a quello che io non vorrei». E prima aveva detto che contro tali apprensioni ricorreva alla «orazione»: ma «el timore era maggiore, perchè mi pareva meritare ogni male»; con finir poi a riconoscere, lietamente e grata, «esser Iddio più misericordioso che giusto.» È parlante il ritratto di quel servitore che dà tanta briga al magnifico Commissario in Arezzo: «faceva così in casa: ha una mala lingua, e commettitore di scandali, e bestiale, e senza pensare a nulla»: e qui l'Isabella, senza di certo volerlo, danteggia garbatamente (vedi Inf. XXVIII, 35); cioè attinge anche questa volta (confronta a pag. 253) dalle medesime sorgenti popolari donde il Divino Poeta; come altrove gli rivendica una desinenza dalla tirannia della rima (vedi Inf., XXXIII, 120), quando ripetutamente scrive «fighi» e non «fichi». Rivendicazione più compiuta che non quella filologica del Nannucci (Nomi, pag. 64), il quale di altre desinenze in igo per ico adduce esempi, ma non proprio di figo. (E nelle lettere del cognato Bongianni, grego; e qui a pag.269, 275, bianghi: bianchi, invece, a pag. 263). E que' suoi contadini? l'uno «un bel promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene» (e soggiunge modestamente, «a questo voi ci sarete, a Dio piacendo»); l'altro «parla poco, par sensata persona». E d'ambedue poi si rimette alla più antica sapienza del mondo: «Bisogna giudicare alla giornata; come dice il proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio; e puossi male vedere se non si pruova.» Così dov'ella descrive il vivaio de' pesci, toccatole non sa da chi: e alle sue grida e «molto rimore», i lavoratori «pareva che tutti si maravigliassino», e le dicono ragioni, ma non la persuadono. E dov'ella è tutta dolente per la «botte del vecchio» che s'è sfasciata: così «l'avess'ella venduto tutto! chè pensava, e le riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi, e era buono, e aranne a ricomperare....». E dove al marito ritrae sè medesima malaticcia, «così trista per camera, come molte volte m'avete vista»; e in altra lettera, delle inedite, «e così per casa mi sto tristerella»: quando poi a scrivere dei malanni proprî o degli altrui la si mette a distesa, ne fa relazioni da disgradarne il Redi.

Ma l'animo suo e la parola sanno, quand'ella vuole, levarsi in alto: anzi è osservabile, non meno del continuo inframezzare alle cure materiali i pensieri e gli affetti della famiglia, il temperare che ella fa talvolta alcuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del servitore Ottaviano soggiunge subito: «Siamo tutti pieni di difetti; bisogna sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci morremo». Di quel ch'ell'è malcontenta, se ne conforta sperando meglio da Dio; «a Dio piaccia se ne pigli il migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza»; da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere incominciano e finiscono. E il sentimento di Dio e del dovere e della morte e dell'eterno empie di sè e annobilisce questi altri tratti: «Or sia come si voglia: tutto à fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell'anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo penso: che ormai mi veggo presso al tempo di rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.... — Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e massimo nell'età nostra, che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella futura vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Iddio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia.... — Vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere.... Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in tormento; e pensare che 'l tempo vola....». E in una delle inedite, al marito Commissario in Pistoia nel 37 per le stragi intestine di Cancellieri e Panciatichi: «A Dio piaccia por fine a tante discordie e tribulazioni, che sono causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato con cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi nascere; e considerate donde sono nate tante loro angustie; e sopra tutto raccomandarsi a Dio, che ci mostri el lume e la via, chè mi pare siamo in tempi da avere bisogno dell'aiuto suo.» Ma l'aiuto di Dio quei valenti uomini e donne, nell'atto che l'invocavano, se ne facevano degni menando attorno gagliardamente le mani: «col suo aiuto aiutarci,» sono pur parole della Isabella «e isperare in lui».

Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le cui ricordanze, mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei, Annetta gentile. Nomi e ricordanze di generazione in generazione si mutano e si rinnovano: ma ch'e' non passino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione e l'esempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei falsi e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che sopravvivono: pietà di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi aromi, conforta di aure avvivatrici, la sacra fiamma di questo mito immortale.

San Donato in Collina, nell'ottobre del 1883.

NOTE:

Notes in this chapter

Note 1 · Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini; PieroNote 2 · «Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto luogo di PopNote 3 · Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo di messere, che si dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e il fratello FNote 4 · lo stare, il soggiorno.Note 5 · con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie non si strapazzino.Note 6 · cantine.Note 7 · casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade. Nel qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hanno arca il Boccaccio (IV, Note 8 · Quell'affettuosissimo della Beatrice dantesca (Inf., II, 69) «L'aiuta si ch'io ne sia consolata», suona in bocca di altre donne fiorentine: Note 9 · Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15 settembre 42 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò: «Circa alla Simona non dirNote 10 · Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha solo un esempio del Burchiello.Note 11 · risicano d'esser presi da altri.Note 12 · il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove Luigi era Commissario.Note 13 · con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri meriti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo le belleNote 14 · ultimo; nè altramente anc'oggi in contado.Note 15 · se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).Note 16 · attempata. Confronta a pag. 263 e 271: le «persone di tempo».Note 17 · Il figliuolo Niccolò e la Caterina Iacopi sua moglie: vedi la nota a pag. 252.Note 18 · Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco l'istorico, maritata a Piero Capponi. Aggiunse di messere (confronta la cit. nota) nell'intNote 19 · Oggi si farebbe a forme: ma di que' secoli, anche la Strozzi ha «quattro coppie di marzolini»; e il Firenzuola, «una coppia di questo cacio»Note 20 · Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava. Confronta le lettere III e V.Note 21 · persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. È in una lettera del MachiavelNote 22 · Sentenza, nientemeno che di Tacito: ma l'Isabella, che la ripete a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore: vedi la lNote 23 · da vecchi.Note 24 · a San Casciano.Note 25 · Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa l'olio.Note 26 · quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a suo tempo. Quest'uso del verbo servire, che ricorre anche nella pagina seguente eNote 27 · Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva l'acqua de' fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne rivolge il Note 28 · di questa gente del contado. I contadini proprio del podere, sino ai tempi dell'Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso e in altNote 29 · quercia, sottintendi. Mal fastello è, come altri di sopra, nome di luogo in que' loro possessi; e consimile indicazione è pure la seguente, Note 30 · secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo lo permetta. Confronta a pag. 260.Note 31 · i giorni corti; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una giornata, scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'Agricoltura del Crescenzio Note 32 · Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non credo che la gentildonna facesse più che pigliarla dal popolo.Note 33 · com'è la sola acconciatura degli usci.Note 34 · mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso prender purganti. Forse al purgarmi o in el purgarmi.Note 35 · Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È ricordato frequentemente nelle loro lettere.Note 36 · cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.Note 37 · Grande osservatrice delle fasi lunari era l'Isabella, sì per le faccende della villa e si pel governo della salute. In altra sua lettera, daNote 38 · Opinione di gen. masc. (nè l'Isabella ha mai altramente) fu comune agli antichi, massime nell'uso del popolo. Il quale in la opinione, pronuNote 39 · Il prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo «onorando patrone», come si ha da una lettera che gli scriveva il 28 di ottobre diNote 40 · visitare.Note 41 · La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.Note 42 · e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.Note 43 · Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè lasciaiNote 44 · Vedi a pag. 260.Note 45 · Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue lettere, Note 46 · «.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno» Dino Compagni, II, X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.Note 47 · Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (Franco Sacchetti, nov. CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa vita facciNote 48 · Sorta di pera autunnale.Note 49 · l'uffizio e la dimora, in Castrocaro di Romagna dov'era Commissario.Note 50 · Il torrente, del quale vedi a pag. 260 in nota.Note 51 · Questo suo male, che in altre lettere chiama «l'accidente grande», o «quel mal grande», e che ogni tanto l'assaliva con maggior violenza cheNote 52 · Di stile fiorentino.Note 53 · Ciò che segue è in foglio a parte o, come dicevano, polizzino.Note 54 · costipazione, infreddatura, reuma: e dicevano scesa, perchè si credeva che il catarro scendesse dal capo nelle altre membra.Note 55 · La figliuola e la nuora.Note 56 · Nelle Carte Strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze. Vedine l'Inventario, pubblicato per cura della R. Soprintendenza degli Archivi TNote 57 · Vedi nella seguente pagina l'Alberetto, che non sarà inopportuno alla migliore intelligenza delle Lettere di madonna Isabella.
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