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L'Immorale

VII.

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Paolo si svegliò di soprassalto, turbato da un sogno.—Il giorno non era ancora alto. Egli aveva dormito soltanto due ore, ma in quelle due ore quante imagini eran sorte nella sua mente, che turbinio di fantasmi aveva popolato il suo riposo!

Egli guardò l’ora, si stupì d’aver dormito così poco: quindi si levò a sedere sul letto, e volle ricercare nella memoria l’ordine del sogno fatto, la ragione del risveglio subitaneo e precoce. Solamente dei lembi dispersi di sogno poteva ricostruire, dei brani incoerenti, delle visioni fugaci senza alcun addentellato con altre visioni. Ricordava d’aver parlato amichevolmente con Diego, che rideva di quel suo riso aperto e buono, così noto a lui; ricordava d’aver visto tra una folla d’estranei o di dimenticati l’Albenza, il Maddaloni, la sua prima amante,—una giovinetta povera, che avea sedotta e tradita—, sopra tutto il Rinaldi del Progresso, che con insistenza l’aveva fissato senza salutarlo; ricordava d’essersi smarrito in un appartamento sconosciuto, pieno d’ombra e di mistero, e d’aver provato un senso di invincibile terrore; ricordava infine (e questo ricordo era il più lucido e il più inquietante) d’essersi trovato insieme alla sua povera madre, che gli diceva con la voce angosciata, guardandolo severamente:

—Ah, Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?—le identiche parole con l’accento medesimo ch’egli aveva già sentite pronunciar da lei molti anni prima, quando per pagare una donna le aveva rubato del denaro dal cassettone.

La memoria del fallo antico, rievocata, dal sogno turbò profondamente lo spirito di Paolo Érmoli. Parvegli di vedere in quel lieve crimine perpetrato nell’orbita familiare il primo sintomo d’una delinquenza abjetta e grigia innata in lui, parvegli di riconoscere nel giovinetto ladro la larva di sé stesso, l’embrione profetico del vanitoso Trionfatore presente. Uno scontento senza fine, come una nausea morale s’impadronì di lui. Tutte le sue teorie ribelli, che lo avevan fino allora giustificato e inorgoglito, caddero in un colpo: il suo delitto, le sue dissimulazioni, le sue stesse conquiste perdettero ogni virtù e ogni luce, precipitarono nelle tenebre dell’inconsciente, nel fango d’una bassa perversità. Egli si sentì ad un tratto mentitore volgare, assassino volgare, volgare usurpatore di ricchezze altrui. Non era dunque possibile ch’ei fosse veramente un qualunque criminale illuso nel giudizio di sé medesimo da una malsana vanità? E che diritto aveva egli per distinguersi da tutti gli altri, per sottrarsi fuor dalla folla vile di coloro, i quali al par di lui infrangevano bestialmente le leggi a loro egoistico profitto? Forse perché aveva egli ragionato il suo crimine? Forse perché aveva negato ogni principio di Bene o di Male? O perché s’era abilmente costrutto un sistema di sofismi ingegnosi a base d’una scienza incerta e ambigua, con la scorta dei quali poteva assolversi da ogni colpa? O in fine, perché era rimasto impunito, e anzi, meglio, remunerato?—Che valore avevan dunque le giustificazioni logiche e i resultati materiali per stabilire il carattere morale d’un fatto?

“Non esiste una legge morale in Natura„ disse l’Érmoli, per rispondere alla domanda importuna. “L’Etica come la Religione non sono altro che gioghi ferrei imposti dai forti su le groppe dei fiacchi e dei timidi per tenerli sotto; le azioni degli esseri viventi non sono per sé stesse né buone né malvage; sono bensì utili o inutili secondo che servono o meno a chi le à compiute. L’importante è adunque ch’esse siano utili, che rispondano all’intento e allo scopo che le à mosse. Quando poi sono utili, esse ànno la loro ragion d’essere, e tanto basta. Discuterle è vano; deplorarle, è sciocco; rinnegarle è da ingrato o da femmina bigotta!„

Alzò le spalle stizzosamente: rimase poi immobile con gli occhi fissi nel vuoto, un po’ inclinato in avanti, appoggiato coi gomiti su i guanciali. Livido, sformato dalla stanchezza e dal disgusto, egli sembrava così in aspettazione d’un agguato, attento al più piccolo romore, stuzzicato dall’ansietà nelle più intime fibre.

“Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?„ ripeté ancora la voce interna, come nel sogno,—la voce angosciosa, che ricordava quella già udita molti anni addietro. Paolo pensò, rabbrividendo: “Dio, se potesse giudicarmi oggi mia madre! Con quali disperate parole e con che tragico sguardo lo farebbe? E come oserei io d’affrontare il suo sguardo, di sopportare le sue parole?!„

L’ipotesi gli s’impose. Nella semioscurità della stanza l’imagine materna si venne a poco a poco disegnando, com’egli la riserbava dall’ultimo anno di sua vita: bianca, curva, pallida e scarna, ma con due occhi d’una inesprimibile vivezza, purissimi, freschi, simili agli occhi d’una fanciulla. E questa imagine, efficace come un’allucinazione, parve proferire di nuovo il desolato rimprovero: “Oh Paolo, Paolo! E come ài potuto far questo?„ Era la voce della conscienza morale che con occulta astuzia rivestiva quelle forme venerate per infondergli rispetto e paura? O era semplicemente il residuo ingannevole del sogno, che agiva sul suo cervello sonnolento come una suggestione? Certo è che quella visione ideale o meglio quell’ipotesi figurata ebbe su Paolo Érmoli potere inatteso e formidabile. Un subitaneo schianto di tenerezza per la madre morta, di dolore per le sofferenze che le aveva inflitte, di rimorso per quelle assai più crude che avrebbe potuto infliggerle nell’ora presente, lo investì tutto, come un soffio di bufera. Egli piegò sotto l’urto. Il rigoglioso fogliame della sua sapienza e della sua vanità andò miseramente divelto, si disperse per l’aria, quasi oscurando il sole. E soltanto lo scheletro della sua profonda infelicità rimase ritto, fermo, infrangibile nell’ombra; allampanato e nudo come l’asta d’un pioppo devastato dal verno.

Che gli valeva tutta l’opera sua? Che miserrimo bene s’era dunque conquistato, se bastava un fantasma a rigettarlo nella sua antica desolazione? Perché aveva lottato? Perché aveva rinnegato ogni senso di bontà e di giustizia? Perché aveva ucciso? Ahi non per altro che per possedere un tesoro affatto inutile, per irridere con un miraggio illusorio alla sua sete inestinguibile di felicità! E non mai, come oggi, la Felicità gli era apparsa così lontana, così alta nel mondo dei sogni, così inafferrabile per il suo braccio minuscolo o tremante!

“È forse questa tenebra che m’infonde tanta mestizia?„ si domandò ad un tratto Paolo Érmoli.

Di fatti la camera, per le imposte chiuse, era perfettamente oscura. Sol qualche filo sottilissimo di luce sfuggiva dalle connessure e si perdeva nell’ombra interna.

Egli discese dal letto, e a piedi scalzi si recò ad aprir le imposte. La luce fece impeto nella stanza. Ogni cosa comparve ed avvampò in quell’inondazione di sole primaverile. Paolo dovette alzare per poco le mani d’avanti agli occhi, abbacinato come fu dall’improvviso passaggio dall’oscurità alla luce piena.

Spalancò anche le vetrate. Su la strada i contadini, reduci dalla Messa e dall’osteria, ritornavano verso casa a crocchî di tre, di quattro insieme, tenendosi stretti a braccio a braccio, ridendo, scherzando ruvidamente tra loro, alcuni cantando a mezza voce le canzoni tradizionali dei coscritti. Di là della strada nello spiazzo degli olmi prossimo al lago, una comitiva numerosa giocava alle bocce sollevando un chiasso enorme; scintillavano su una tavola, all’ombra degli alberi, le bottiglie e i bicchieri colmi del buon vino oblioso—la posta del giuoco.

Da quella folla d’uomini meschini, d’umili diseredati, una grande festività, un soffio d’allegria sonora si diffondeva per il paesaggio, illustrato dal più limpido sole.

Era la Gioja di Vivere che fremeva su la Terra; la gioja degli uomini semplici, abituati al lavoro assiduo, condannati a una schiavitù eterna, per quel giorno di riposo e di libertà. Che valevano i ricordi del dì innanzi o le aspettazioni del domani, al confronto delle sensazioni presenti?

Gli uomini semplici,—che non riflettono su le loro fatiche e su l’ozio altrui,—che non spingono gli sguardi paurosi nelle tenebre del futuro o nella bieca luce del passato,—che vivono e voglion vivere di pane e d’amore, senza orpelli rappresentativi, senza invidie e senza ambizioni,—gli uomini semplici eran là d’avanti all’Insaziabile, livido di scontento e di tedio, accomunati e stretti da una fraterna inconscienza, esaltati da un’unica giocondità.

Alla sacra festa degli uomini semplici rispondeva il sorriso della Natura immortale. La giornata era superba, pura come un cristallo; nel mezzo del lago un’immensa incrostazione argentea, di un lusso favoloso, si stendeva magnificamente tra il pallore incandescente, appena azzurrato, dell’acque senza ombre. Su i monti boscosi, dalle vette tappezzate d’erbe, i villaggi felici scintillavano; e dovunque,—su le acque chiare, per le pendici ridenti—si celebrava il Trionfo della Vita, di quella Vita oscura, continua e incommutabile che pare una maledizione agli uomini attossicati da malsane ideologie, ed è il più alto e maraviglioso portento del Mistero universale.

Paolo, appoggiato al piano della finestra, guardava attonito il solenne spettacolo. Era là al conspetto suo, sebbene fuori di lui, la Felicità agognata; era là tra la folla vile e spregevole, nel cuore degli umili e degli abietti, tra il fervore organico e basso della Vita fisica.

Oh, come e quando avrebbe egli avuto un’intera giornata di pace e di contento?... Mai, mai, mai, qualunque onore, qualunque ricchezza, qualunque donna gli fosser venuti in potestà. Il dolore era in lui, insito ed invincibile, quasi una condanna della Natura per lo spirito di ribellione che gli fremeva dentro, contro le leggi e le disposizioni della sua oscura sovranità.

“La giornata m’appartiene„ mormorò l’Immorale, ricordando le parole del filosofo. Sorrise di sarcasmo contro sé medesimo, torcendosi le mani nervosamente intrecciate. Ahimè, anche il tempo era per la tristizia sua un tesoro inutile e gravoso!

Fu allora che improvvisamente il Demone del suicidio batté di nuovo, come nei giorni terribili della miseria, alla porta del suo pensiero. Perché vivere così? Perché ostinarsi a inseguire l’inarrivabile? Perché non voler morire quando la Morte era per lui l’unica liberatrice, l’apportatrice benigna del riposo e della libertà?

Egli sentì confusamente che il suo organismo si ribellava all’idea. Egli sentì che questa volontà era inetta a farlo agire, che rimaneva timida e chiusa nel dominio delle ipotesi irrealizzabili. La morte altrui l’aveva ben potuta volere ed eseguire: la sua, no, mai, perché egli era debole, vile, legato alla catena della sua carne miserabile, servo del suo egoismo animale come un qualunque bruto!

Paolo ebbe a quest’idea un moto di ribrezzo contro sé stesso, che gli sformò le linee mobilissime del viso.

—Paolo! Buon giorno, ben alzato!—gridò d’un tratto una voce feminile nel giardino sottostante.

Egli reclinò gli occhi dalla parte d’onde la voce proveniva. Là presso un’ajuola di rose, nella piena luce solare, Fulvia in un civettuolo e chiaro abito da mattino un po’ succinto, tutto a fiorami e a rigonfî, stava discorrendo col giardiniere, un antico e fedel servo di casa Rebeschi, ne’ cui sguardi Paolo aveva più volte sorpreso un’inesplicabile antipatia per il nuovo padrone. La donna, ritta, alta di tutta la persona, formosa e pure evanescente nelle larghe pieghe del tessuto, teneva in mano un gran mazzo di rose appena cólte; e il vecchio, chino su l’ajuola feconda, glie ne veniva porgendo delle altre con la mano ruvida e tremante, sorridendole umilmente a ogni offerta. La sua canizie, come egli si curvava, assumeva al sole la lucentezza torbida e dolce dell’alluminio; mentre Fulvia biondissima e così vestita, spiccando su lo sfondo cupo della pineta, aveva l’aspetto d’un’imagine leziosa su un arazzo dello scorso secolo.

—Ben alzato!—ripeté Fulvia, quando il suo sguardo s’incontrò con quello attonito del marito.

Paolo la vide; vide anche il vecchio odioso, che levava il capo verso la finestra. Si ritrasse sùbito senza rispondere al saluto, preso da una viva irritazione.

Fu la vista del vecchio che l’irritò? O la conscienza immediata del suo disordine mattutino in conspetto dell’amata? O la tema d’essersi lasciato sorprendere la smorfia di ribrezzo che gli deturpava il viso, e l’angoscioso pensiero nelle rughe profonde della fronte?

Egli si ritrasse indietreggiando, e mormorò una bestemmia breve nell’atto di rinchiudere rapidamente le vetrate.

Poi ritornò verso il letto, e, contro ogni volontà, egli s’accinse a vestirsi, a rimettersi la maschera infame, a camuffarsi degnamente, come soleva ogni mattina, per rappresentare fra gli uomini la sua parte tirannica nella comedia della vita: egli nato per trionfare, nato per soggiogare, per abbattere, come gli animali di rapina: egli, felis homo!

Blevio, settembre 1889.

Illustration from L'Immorale: Racconto
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