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L'Immorale

III.

Reading edition

S’incamminò, senza volerlo, verso la Galleria.

La piazza Sant’Alessandro era piena di luce: la chiesa ergeva le sue due torri basse e la sua cupola tonda sul cielo diafano e stendeva la sua gradinata al sole. Dal palazzo del Ginnasio si riversava il fiotto chiassoso degli studenti che uscivan dalle lezioni, come un’orda barbarica di piccoli uomini invadente nella calma pomeridiana l’assopita città. Con simpatica foga essi sostavano alquanto d’innanzi alla porta della scuola, raccolti a gruppi, a capannelli, o distesi in fila lungo i muri; discorrevano ad alta voce, discutevano animatamente, riempivan l’aria di trilli vivaci, di risa, di schiamazzi: poi quella folla irrequieta di giovinetti e di fanciulli, carichi di libri, si disperdeva a poco a poco nelle vie circonvicine, portando seco quella gajezza spensierata e romorosa, che da lontano mandava ancora tutt’intorno, affievolite, le parole alte e le risa argentine, come ripercosse da un’eco.

Paolo si trovò senz’accorgersi in mezzo a quell’onda giovenile che lo incalzava da ogni parte, e dovette soffermarsi alquanto per lasciarla passare. “Fanciullo!„ pensò, ricordando l’inflessione stessa di voce con la quale Fulvia gli aveva rivolto la parola. “Eccone alcuni forse meno fanciulli di me!„ Come poi gli ritornava alla mente simile a un uggioso ritornello, l’impressione angosciosa causatagli da Le crime et le châtiment del Dostojewsky sul tavolino di Fulvia: “Mi piacerebbe sapere„ continuò “che specie di commozione ò provata trovando quel libro nel salotto di Fulvia. Paura, forse. Paura?... Ma di che? Del castigo?... Ma di qual castigo?—È inutile: l’eredità dei pregiudizi è più forte di noi e, spesse volte, le più sciocche idee ne conquidono la ragione, e ne l’offuscano, quando meno ce l’attendiamo. Siamo ancora imbevuti della falsa morale dei nostri padri, timorosi del buon Dio, e quando non si à tempo per ragionare, istintivamente si sragiona. O’ avuto paura, questo è certo: ò provato presso a poco uno di quei panici che ci sorprendon violenti e inesplicabili, allorché, rivolgendoci, ci troviamo dietro di noi qualcuno che non ci si aspettava, fosse egli pure il più caro dei nostri amici. Dopo, appena vinta la prima commozione, si ride allegramente di quegli spaventi intempestivi. Perché dunque non dovrei ridere io pure del mio?„

L’Érmoli scosse le spalle e procedette più spedito, come si fosse levato un peso che lo aggravasse.

“E la domanda di Fulvia quanti torbidi sospetti mi à suscitati, ed uno più ingiustificabile dell’altro! Eppure non era forse una delle solite domande vuote di significati, che rivolgon le donne amanti quando non sanno più altro che dire?„

“—Mi amerai molto... non avrai per me dei segreti...—Frasi fatte, luoghi comuni dei discorsi d’amore, primi sintomi dell’immancabile gelosia... In somma parole senza sottintesi oscuri, senza occulte intenzioni, assolutamente!...„ Così egli si diceva, discendendo a passi lenti la popolosa via Torino verso la Piazza del Duomo. E parevagli d’esser calmo, libero d’ogni inquietudine, sicuro di sé stesso come sempre.

Eppure un’intima, profondissima molestia persisteva sotto la tranquillità superficiale del suo spirito.—In verità, il contegno di Fulvia con lui non era mai stato dei più chiari e dei più conseguenti. Ella l’amava, veracemente l’amava; nessun dubbio su ciò. Troppo egli l’aveva vista accasciarsi e struggersi per le sue dimenticanze, e durante i periodi di frigidità che a intervalli lo rendevan duro e ostile verso di lei! Troppa gioja aveva egli sorpresa in quegli occhi chiari, su quella bocca sinuosa e ardente, per quelle mobilissime linee del viso, a’ suoi arrivi inaspettati, a’ suoi ritorni lungamente attesi, alle sue attenzioni e sollecitudini veramente sincere!

Come mai però in due lunghi anni, dacché era incominciata la loro platonica intesa, dacché era scomparso nel silenzio del nulla Diego Rebeschi—il rivale invincibile—, come mai ella non aveva mai avuto un istante d’intero abbandono, non aveva mai voluto un contatto materiale con lui, anche il più innocente, s’era chiusa nella sua fede amorosa come in una rocca impenetrabile? Tanta castità, tanto sdegno del senso, tanta irritabilità nervosa ai contatti, eran dunque naturali in lei? E poteva ella essere stata così anche col marito, anche con Diego?

Queste e consimili domande Paolo s’era già fatte le mille volte, e non aveva saputo trovare ad esse una spiegazione che lo sodisfacesse; poiché egli aveva anzi conosciuto dalle fraterne confidenze del cugino che donna Fulvia era appassionata, tenera, inestinguibile ne’ suoi ardori. Poteva forse aver mentito il cugino, per una malsana vanità d’amante? No. Egli sapeva per lunga consuetudine che Diego non era affatto vanitoso e possedeva la bella franchezza degli uomini semplici e mediocri. Dunque era con lui, era a lui solo ch’ella riserbava quel contegno, quasi di vergine intangibile? E perché?

Ahi, molte volte la risposta non voluta, la risposta temuta e repugnante era balenata nel suo pensiero, quasi una fosca rivelazione: “Fulvia mi ama, ma à orrore di me. Ella sospetta, ella forse sa ogni cosa!„ Questa risposta però era sempre stata rigettata sdegnosamente da lui poiché la giudicava assurda, ignobile, stupida.

Ed anche questa volta,—com’essa sorse spontanea, naturale, logica nel suo pensiero—, fu sùbito respinta indietro, bruscamente. Rimase però, nascosta nel fondo dell’essere, pronta a risorgere, vigile, impaziente, minacciosa, nell’aspettazion della prossima ora definitiva.

Così pensando e torturandosi, Paolo aveva percorso l’intera via Torino ed era giunto su la Piazza del Duomo. All’aprirsi del largo egli si fermò un istante ad osservare quel formicolare d’uomini in mezzo al via vai multicolore delle carrozze, degli omnibus, delle tranvie, quell’agitazione quasi affannosa della vita urbana che si condensa nel centro d’una grande città: poi, trovandosi in quei paraggi popolosi che gli ricordavan le abitudini della sua vita quotidiana, riprese a poco a poco, senz’accorgersi, la sua indifferenza leggermente sarcastica d’uomo di società, e con passo più rapido si diresse verso i Portici Settentrionali dove sperava d’incontrare qualche amico, o, per usare la sua frase abituale, qualche “seccatore„.

Non era giunto allo sbocco della Galleria che avea già trovato quel che cercava: aveva preso sotto il braccio il commendator Mariani, che veniva in direzione opposta alla sua, e lo trascinava verso il corso Vittorio Emanuele a viva forza.

—Mi piacerebbe sapere perché i tuoi capelli diventano tutti i giorni più neri!—gli diceva, ridendo con foga.

Il Mariani, abituato a camminar lentamente per il peso degli anni, a stento dissimulati, e del ventre rigonfio, sbuffava come un mantice, dovendo tener dietro al passo spedito dell’Érmoli.

—Piano! gli gridava.—È stato abolito il corso forzoso, ma questa è una vera corsa forzosa. Io devo andare a casa.

—Spìcciati, tartaruga, ché ò fretta: ti offro il vermouth al Bar, e spero non vorrai darmi il dispiacere d’un rifiuto: devo pranzar presto, se voglio arrivare in tempo a prender moglie.

—Ah! sicuro, oggi prendi moglie! Non me ne ricordavo più,—esclamò stupefatto il commendatore, accelerando il passo;—in tal caso non voglio darti altro dispiacere: ti seguo.

Giunsero all’American Bar, e vi trovarono il Serbelli, il Levi e Giorgio Alboè, ritornato la mattina da un fortunoso viaggio in Oriente.

L’Érmoli offerse la bibita a tutti, chiacchierò alquanto con gli amici di cose varie e indifferenti, chiese qualche impressione del suo viaggio all’Alboè, poi finse d’uscir fuori per vedere un po’ la passeggiata elegante del pomeriggio, e, senza salutar nessuno, attraversò il Corso per dirigersi a casa.

Rientrando nella sua camera, in quel lusso amico, dove da quindici mesi si cullava nel sogno lusinghiero della felicità,—dopo il repentino mutamento di condizioni, dalla miseria alla dovizia—, Paolo, alcune ore prima di raggiungere uno de’ suoi più ardenti desideri ambiziosi, fu ripreso dal corso di pensieri lieti della mattina che gli avvenimenti della giornata avevan solo interrotto.

Dopo aver chiesto a Enrico se tutto fosse pronto per la partenza, l’Érmoli si mutò d’abito, si vestì da viaggio, poi si fece portare i giornali della sera, e accomodatosi in una poltrona a sdrajo si diede a scorrerne qualcuno.

La sua mente però volava e non gli permetteva di fissare l’attenzione alla lettura: gli occhi scorrevano su le linee dell’articolo di fondo del Tempo, ma la sensazione ottica si tramutava a stento in idea e le idee non concatenate dalla memoria si succedevan senza nesso e svanivano come gocce luminose pioventi a intervalli nelle tenebre senza rischiararle.

“Che cosa ò letto io?„ si chiese Paolo, giunto al primo asterisco dell’articolo. “Chi sa? Non mi ricordo una sola parola di questa colonna di stampa: si vede che dev’essere molto interessante per lasciare una così profonda impressione. D’altra parte io non so che cosa possa trovare in questi giornali d’attraente: né perché mi sia messo a leggere.„ Lasciò cader su i ginocchi il Tempo e s’abbandonò tutto alla piena della sua esaltazione psichica, a quella vaga polifonia di pensieri e di sentimenti piacevoli che spontanea si sviluppava nel suo spirito. Si distinguevano infatti in essa, armonicamente combinati, due motivi assai dissimili; uno energico e descrittivo, all’inizio più imponente, come un allegro vivace volante per l’orchestra con ritmo giocondo e balzante, che esprimeva la gioja della vittoria; l’altro melodioso e soavissimo che lento si svolgeva sopra quell’allegro furoreggiante, e, da prima fievole e come lontano, s’avvicinava man mano e cresceva d’intensità, finché, affievolendosi il primo a sua volta e perdendosi, prendeva il predominio e s’allargava maestosamente nell’orchestra intiera, trionfale e gaudioso: il motivo d’amore. Paolo, in quella dolce alternativa di commozioni, aveva dimenticato totalmente la realità; era rimasto così immobile lungo tempo, gli occhi perduti nel vuoto e come ciechi, i sensi addormentati in un letargo profondo, la fantasia sola volante nel libero mondo dei sogni di là del probabile e del possibile, di queste due muraglie insormontabili entro cui si dibatte affannosa tutta l’attività umana.

L’ora che batté all’orologio a pendolo, tichettante monotono nella sua camera, lo scosse: eran le cinque. S’alzò in fretta, e uscì per pranzare.

Al Cova alcuni vecchi gentiluomini, abituati a prendere a quell’ora la solita bibita stimolante, discorrevano della caduta inaspettata del Ministero Crispi, ed altri dei progressi scenici d’una Tersicore su la via della celebrità; l’Érmoli sedette solo a un tavolino appartato, e ordinò al cameriere di servirlo in fretta. Poco dopo entrò dalla parte della pasticceria l’avvocato Maddaloni, il suo testimone, alto, dalla barba un po’ brizzolata, vestito severamente di nero; e gli si avvicinò. Paolo si levò sorridendo e lo salutò con affettuoso rispetto.

—T’aspettavo!—gli disse l’Érmoli, offrendogli una sedia.

—Lo credo,—soggiunse il nuovo venuto, rifiutandola con un atto della mano.—Allora è alle sette?

—Sì, alle sette precise.

—Va bene: mi troverò per quell’ora al Municipio.

—Come, non vieni da Fulvia con me?

—Non posso; ò un abboccamento, al quale non debbo mancare, proprio adesso alle sei. Ci vediamo fra un’ora.

—Va bene. Arrivederci.

Il Maddaloni uscì salutando a pena con un cenno del capo.

Illustration from L'Immorale: Racconto
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