Volume 6 — LIBRO VENTESIMOTERZO (continued 2)
Reading edition
Questo fu il fine della Regina Giovanna I donna senza dubbio rarissima, che allevata sotto la disciplina del Re Roberto, e dell'onesta e savia Regina Sancia, governò il Regno, quando fu in pace, con tanta prudenza e giustizia, che acquistò il nome della più savia Regina, che sedesse mai in sede reale: siccome dimostrano quelle poche sue leggi, che ci lasciò, tutte ordinate a restituire l'antica disciplina ne' Tribunali e ne' Magistrati, e la testimonianza di due celebri Giureconsulti, che fiorirono nell'età sua, cioè di Baldo ed Angelo da Perugia, i quali nelle loro opere grandemente la commendarono. Ed ancorchè dal volgo fosse stata imputata allora, e da poi da alcuni Scrittori, ch'avesse avuta ella parte nella morte d'Andrea suo primo marito; nulladimanco dalle tante prove, che ella diede della sua innocenza, gli uomini da bene e più saggi di que' tempi, la tennero per innocentissima; e chiarissimo argomento è quello, che Angelo ne addita in un suo consiglio[225] chiamandola santissima, onore del Mondo, ed unica luce d'Italia; di che, come ponderò il Costanzo[226], si sarebbe molto ben guardato un tanto famoso, ed eccellente Dottore di così chiamarla, se non fosse stata a quel tempo presso i savj tenuta per innocente; poichè ognuno avrebbe giudicato, che parlando per antifrasi, avesse voluto beffeggiarla. Ma tolta questa nebbia onde que' Scrittori pretesero offuscare il suo nome in tutto il resto della sua vita non s'intese di lei azione alcuna disonorata, ed impudica. Scipione Ammirato[227], oltre del Collenuccio, dice, che i tanti mariti, ch'ella prese, si fosse proceduto più per aver successori nel Regno nati da lei, che per vaghezza di vivere sotto le leggi del matrimonio, solita a soddisfare per altra strada alle sue libidini. Ma il gravissimo e savio Costanzo[228], come se volesse ripigliarlo, scrive, che anzi la quantità dei mariti, che tolse, fu vero segno della sua pudicizia. Perchè quelle donne, che vogliono saziarsi nelle libidini, non cercano mariti, i quali sono quelli, che possono impedire il disegno loro, e massime que' mariti, che tolse lei, non istolidi, come Re Andrea, ma valorosissimi ed accorti. In tutto il tempo, che regnò, non s'intese fama ch'ella avesse niuno cortigiano, nè Barone tanto straordinariamente favorito da lei, che s'avesse potuto sospettare di commercio lascivo. Solo il Boccaccio scrive, che nel principio della gioventù sua e del Regno fosse stato molto da lei favorito il figliuol di Filippa catanese balia del Duca di Calabria suo padre, e che avea cresciuta lei dalle fasce; anzi fu cosa mirabile, che nel resto della vita, dopo ch'ella cominciò a signoreggiare, si mantenne con queste arti, trattando ogni dì virilmente con Baroni, Capitani di soldati, Consiglieri ed altri Ministri, con tanto incorrotta fama, che nè gli occhi, nè le lingue dell'invidia videro mai cosa, che potessero calunniarla, ancorchè gli animi umani siano indicati a tirare ogni cosa a cattivo fine, ponendo in dubbio ogni sincera virtù. Nè il Collenuccio dice vero, trattando per impudica non men la Regina, che Maria Duchessa di Durazzo sua sorella, riputandola quella, per cui il Boccaccio scrisse que' due libri, il Filocolo e la Fiammetta, ed alla quale facesse mozzar il capo il Re Carlo; poichè Maria, come si vede nella sua sepoltura a Santa Chiara, morì alcuni anni innanzi, moglie di Filippo Principe di Taranto, ed il Boccaccio non iscrisse per lei il libro del Filocolo, ma per Maria figliuola bastarda del Re Roberto, della quale restò egli preso nella chiesa di S. Lorenzo, come appare nel principio del libro istesso del Filocolo; nè poteva esser questa Maria Duchessa di Durazzo, perchè il Boccaccio era d'età provetta nel tempo che quella era in fiore.
Fu Giovanna, come la qualifica Angelo da Perugia, religiosissima, ed i monumenti che di lei abbiamo in Napoli, dimostrano, quanta fosse stata grande la sua pietà e religione. Edificò ella la chiesa e lo spedale di S. Maria Coronata dal palazzo, ove prima si reggeva giustizia, e la diede in custodia a' PP. della Certosa: la chiesa e l'ospedale di S. Antonio di Vienna fuori porta Capuana, dotandola di ricchissime rendite; e magnificò ed ampliò la chiesa e monastero di San Martino su 'l monte di S. Eramo.
Sono alcuni Scrittori, i quali la biasimano per aver ella favorito lo scisma contro Urbano VI, ed aderito alle parti di Clemente. Ma se in ciò fu in lei alcun difetto, fu non già di religione ma di Stato; poichè dall'aversi in quella guisa acerbamente offeso l'animo d'Urbano e fattoselo suo implacabil nemico, le portò l'ultima sua ruina. Il non averlo riconosciuto per vero Pontefice, fu non error suo ma universale di quasi la metà d'Europa, che non lo riconobbe per tale. La sua elezione era da' più saggi Teologi riputata nulla ed invalida, come seguita per timore e per violenza usata dal Popolo romano a' Cardinali nel Conclave.
Ed ancorchè Baldo nostro Giureconsulto, trovandosi in Toscana, provincia ove era Urbano riconosciuto, avesse ne' principii di quella elezione, essendo stato ricercato, scritto quel suo famoso Consiglio per la validità dell'elezione; nulladimanco i migliori Teologi della Francia riputarono valida l'elezion di Clemente e nulla quella d'Urbano, siccome credettero la maggior parte degli Scrittori franzesi; ed a' nostri tempi Stefano Baluzio nelle note alle vite de' Papi Avignonesi[229] difende la causa di Clemente contro Urbano; e rendendo il cambio agli Autori italiani, rapporta quello stesso contro Urbano Papa di Roma, che coloro scrissero contro i Papi d'Avignone; che Urbano fosse un falso Papa, bugiardo, crudele, superbo, inesorabile e feroce; e che non volle mai commettere la sua causa dell'elezione al giudicio del Concilio generale[230]. Frossardo[231] celebre Scrittore delle cose di Francia, ancorchè non sia da seguitarsi nelle cose che narra del nostro Regno, delle quali, come straniero, non ebbe esatta contezza, narra, che il Re di Francia avuta notizia dell'elezione dell'altro pontefice Clemente, fece tosto convocare più Ordini, e principalmente quello de' Teologi, acciò esaminassero in questa contrarietà d'opinione, a qual de due Papi dovesse prestarsi ubbidienza; fu lungamente dibattuto l'affare, ed in fine i Magnati del Regno, gli Ecclesiastici, i fratelli del Re, buona parte de' Teologi conchiusero, che si dovesse riconoscere Clemente, non già Urbano, come eletto per forza. Piacque al Re la censura, che fu notificata e sparsa per tutto il Regno di Francia, affinchè quei popoli sapessero, qual de due Pontefici dovessero riconoscere per legittimo. La Spagna, ancorchè prima avesse riconosciuto Urbano, informata delle violenze usate nella sua elezione, riconobbe da poi per vero pontefice Clemente[232]. Lo stesso fecero il Conte di Savoia, il Duca di Milano e gli Scozzesi. E que' della provincia d'Annonia in Fiandra non vollero riconoscere nè l'uno nè l'altro. Cade per ciò a proposito quel che parlando dell'altro famoso scisma accaduto nel Regno del Re Ruggiero tra Innocenzio II ed Anacleto, fu detto nel XI libro di quest'Istoria; e quel che in simili dubbiezze per norma delle coscienze scrisse S. Antonino[233] Arcivescovo di Firenze, il quale non imputò ad errore a S. Vincenzo Ferreri d'aver seguitato le parti di Benedetto XIII successor di Clemente. Parimente Niccolò Tedesco, detto comunemente l'abate Panormitano[234], il Cardinal Zabarella[235], ed il Cardinal Gaetano[236], sostennero non doversi riputare scismatici coloro, che seguitarono le parti di Clemente; ed ultimamente Stefano Baluzio[237] e Lodovico Maimburgo[238] contro Odorico Rainaldo, fan vedere, che in questo gran dubbio gli uomini più savi, siccome non ardirono chiamare Urbano falso Papa, così nè meno osarono di nominare Clemente Antipapa.
(Se vogliono riguardarsi in ciò gli antichi esempi, famoso è quello rapportato da Teodoreto lib. 4 cap. 23 dello scisma tra Flaviano ed Evagrio, ambidue dalle lor fazioni riputati per veri e legittimi Patriarchi di Antiochia. Flaviano era ammesso generalmente da tutte le chiese di Oriente, Evagrio era sostenuto dal Vescovo di Roma e dalle chiese di Occidente; durante la controversia, ciascun partito senza scrupolo di coscienza seguitava quello, che credeva vero Patriarca, e ciascuno in ciò adempiva il tuo dovere; finchè non si fosse il dubbio deciso, e terminata la controversia, siccome saviamente avvertì Binghamo[239]).
Fu Giovanna per giustizia simile al Duca di Calabria suo padre; proccurò per quanto comportavano i suoi tempi torbidi, che i Magistrati fossero severi ed incorrotti, scegliendo i più dotti ed integri che fiorissero nella sua età, e ne' dubbii, che accadevano sopra termini di giustizia e sopra qualche successione feudale tra' Baroni, oltre il consiglio de' suoi Savi, ricercava ancora il parere de' più insigni Giureconsulti forastieri, che fiorivano allora in Italia. Chiarissimo esempio di questo suo costume fu quando, dopo la morte d'Andrea d'Isernia, essendo insorto dubbio intorno alla successione feudale per li fratelli uterini, la Regina mandò a consultare il caso a que' due famosi Giureconsulti, che fiorivano allora in Italia, Baldo ed Angelo, richiedendogli, che per verità dessero il lor parere; sopra la di cui domanda diedero fuori un loro responso, che si legge tra' consiglj d'Angelo[240]. A tal fine fu ella amantissima degli uomini di lettere, ed ebbe sommamente a cuore i Giureconsulti e l'Università degli studi. Tutti coloro, che cominciarono a fiorire negli ultimi anni del Re Roberto suo avo, e che nel Regno suo, ancorchè turbato erano avanzati nelle lettere e nelle discipline, favorì ella con onori e pensioni; fra' quali sopra ogni altro innalzò Niccolò Spinello da Giovenazzo detto di Napoli, che oltre avergli dato il Contado di Gioia, lo fe' gran Cancelliere del Regno, e Siniscalco della Provenza e del quale si valse nelle cose di Stato più gravi e rilevanti, esercitandolo in Ambascerie, e ne' consiglj più secreti e di maggior confidenza. Ed in usare beneficenza e liberalità fu così savia e prudente, che soleva dire, che facean male que' Principi, i quali pigliando a favorire ed ingrandire alcuni, lasciavano tutti gli altri marcire nella povertà; e che si dovea nel ripartir delle mercedi e beneficj donar più tosto moderatamente a molti, che profusamente a pochi.
Ebbe gran pensiero di tener Napoli abbondante, non solo di cose necessarie al vitto, ma allo splendore ed ornamento della città. E perchè concorsero per ciò Mercatanti d'ogni nazione con loro mercatanzie, per molto che ella si fosse trovata in bisogno, mai non volle ponere sopra i Mercatanti gravezza alcuna, come si suole da' Re che sono oppressi da invasioni e da guerra. Restano ancor oggi i segni della providenza che usò, che i forastieri al suo tempo stessero ben trattati e quieti; perocchè ordinò la Ruga Francesca e la Ruga Catalana, acciò che stando quelle nazioni separate, stessero più pacifiche. Fece tra 'l Castel Nuovo e quello dell'Uovo una strada, per Provenzali, che ora resta disfatta, per essere occupata dall'edificio del palazzo regio, e fece la loggia per gli Genovesi, ove oggi è sol rimasto il nome. Fu nel vivere modestissima, e di bellezza più tosto che rappresentava maestà, che lascivia o dilicatura: ed in somma fu tanto graziosa nel parlare, sì savia nel procedere, e sì grave in tutti i gesti, che parve ben erede dello spirito del gran Roberto suo avolo.
FINE DEL LIBRO VENTESIMOTERZO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI