Volume 6 — LIBRO VENTESIMOQUARTO (continued 2)
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Trattò per tanto con Francesco Cornaro, Lionardo Mocenigo, Antonio Contarino, e Fantino Michele Ambasciadori de' Veneziani, di vendere Zara a quella Signoria, della quale i Zaresi erano acerbissimi nemici, ed essendo la novella di questo trattato giunta a Venezia, quel Senato mandò centomila ducati di oro, e tante genti, quanto bastassero per presidio di quella città, ed il Re Ladislao ne fece loro la consegna. Da poi sdegnato con gli Ungheri, come narra Bonfinio nell'Istorie d'Ungaria, scrisse al Re Sigismondo, scusandosi che non avea egli di sua elezione pigliata quell'impresa, ma da altri chiamato, e per vedere se era volontà di Dio il quale dona e toglie i Regni, ch'egli sedesse nel Trono d'Ungaria: ma avendo conosciuto il contrario, ed esperimentata la natura instabilissima di quella gente, che ogni dì cangiar vorrebbe un nuovo Re, avea deliberato di cedergli, e di offerirsegli ancora buon amico, e amorevole parente, aggiungendo, che non avrebbe potuto fargli maggior piacere, che trattar i traditori com'essi avean cercato di trattar lui; e fatto questo se ne ritornò al Regno. Non è però, che Ladislao, siccome anche dopo la sua morte la Regina Giovanna II e tutti i Re di Napoli loro successori, avessero ne' loro titoli tralasciato quello di Re d'Ungaria, ma ne' loro diplomi ed atti s'intitolavano non meno Re di Sicilia e di Gerusalemme che d'Ungaria.
§. I. Spedizione del Re Ladislao sopra Roma.
La morte di Papa Bonifacio liberò Ladislao da tutte quelle promesse che gli avea fatte, e dal rispetto che gli portava, come suo gran fautore ed amico. Avrebbe questo Pontefice lasciato di se pel suo valore gran nome; ma il soverchio amore, che portava a' suoi, oscurò la di lui fama essendo arrivato, come scrive il Platina, insino a donar a' parenti le indulgenze plenarie, acciocchè le vendessero: questa impietà però ebbe poi molto vicina la punizione, perchè avendo Andrea suo fratello Duca di Spoleto e Giovanni Conte di Sora e di Alvito, fatto avere molte altre Terre a diversi altri suoi parenti, ne furono in brevissimo spazio privati, rimanendo in grandissima povertà.
Rifatto in suo luogo da' Cardinali Cosmato Migliorato da Sulmona Cardinal di Santa Croce che si fece chiamare Innocenzio VII si mostrò poco amico di Ladislao; questi all'incontro poco stimandolo, e vedendosi pacifico possessore del Regno, e non distratto in altra guerra, com'era di natura inquieto e cupido d'imperio e di gloria, deliberò d'insignorirsi di Roma. Il tempo non poteva essere più opportuno; poichè i Romani attediati per lo lungo scisma, e per l'odio che aveano portato al Pontefice Bonifacio, e portavano ad Innocenzio, per molti che ne avea fatto morire, eccitarono nel principio del suo Ponteficato gran turbolenze in Roma: poichè avendogli dimandato, che fosse loro restituita la libertà del Campidoglio e che avesse proccurato togliere lo scisma, Innocenzio sdegnato di tanta insolenza, chiamò Lodovico Marchese della Marca suo nipote, con molta gente per far de' Romani vendetta. Il Popolo si levò a rumore, e chiamò Ladislao in suo soccorso: tosto il Re venne a Roma, onde Innocenzio fu costretto uscire insieme col nipote dalla città e ricovrarsi a Viterbo. Ladislao ottenuta Roma, passò in Perugia, e l'occupò; ma i Romani in un subito rivoltatisi, richiamarono il Pontefice, e le genti del Re furono discacciate da Paolo Orsino. Intesa da Ladislao la leggerezza de' Romani, pien di stizza, lasciando ogni cosa in abbandono, ritornò nel Regno, per ordinare un poderoso esercito e prenderne vendetta; ma mentre il Re era tutto inteso a questa espedizione. Papa Innocenzio a' 6 novembre di quest'anno 1406 se ne passò a miglior vita.
(Prima di morire Innocenzio in quest'istesso anno 1406 nel mese di agosto si stabilì pace tra Ladislao ed Innocenzio; l'istromento della quale si legge presso Lunig[259]: anzi nell'istesso tempo Papa Innocenzio creò Ladislao difensore della Sede Appostolica e Confaloniere della Chiesa romana, il cui Breve si legge pure presso Lunig.[260]).
Il Re di Francia, che tuttavia proseguiva nell'impegno di far cessare lo Scisma, proccurava di non far seguire nuova elezione; ma i Cardinali, che ubbidivano ad Innocenzio, trovatisi in Roma, in vece di sospendere l'elezione, immantenente a' 30 dello stesso mese elessero Angelo Cornaro Veneziano, che prese il nome di Gregorio XII. Tutti questi Cardinali prima dell'elezione aveano firmata una scrittura, colla quale s'impegnavano, che colui fra loro che fosse eletto rinunziarebbe il Pontificato, purchè dal canto suo facesse l'istesso Benedetto, e' suoi Cardinali, per proceder poi d'accordo all'elezione d'un legittimo Pontefice. Gregorio XII protestò di esser pronto a rinunziare, se lo stesso avesse fatto il suo Competitore. Il Re di Francia s'impegnò per far riuscire la rinunzia de' Contendenti, ma nè l'uno, nè l'altro aveano intenzione di farla, e la sfuggivano con finte proposizioni d'affettamento. Si convenne alla perfine dall'una, e dall'altra parte di portarsi in Savona per trattare l'unione. Vi andarono Benedetto e' suoi Cardinali, ma Gregorio ancorchè uscito di Roma per andarvi, sfuggiva con varie scuse la conferenza. Di questi imbarazzi approfittossi assai bene Ladislao, poichè quando vide in questo nuovo anno 1407 uscito di Roma il Papa, avendo intanto unito un esercito di quindicimila fanti, s'avviò verso Roma e mandò molte navi cariche di vittovaglie per l'esercito suo, con alcune Galee, che guardassero la foce del Tevere, per non farvi entrar vittovaglia in sussidio di Roma. Era allora in guardia di questa città Paolo Orsino uomo di molta autorità e molto amato e stimato da' Romani per la grande opinione, che si avea del valore suo. Costui con duemila cavalli e co' cittadini abili a maneggiar l'arme si pose a difesa della Patria, e poste ne' luoghi opportuni le guardie necessarie, tolse la speranza al Re di potervi entrare per forza; ma essendo le galee nel Tevere, ed avendo il Re pigliate tutte le castella della Teverina, e facendo con gran diligenza guardare, che per lo fiume non potesse a Roma scendere cos'alcuna da vivere, fu stretto di render se e la città al Re con onorate condizioni, e nel dì di S. Marco 25 aprile di quest'anno 1408 Ladislao entrò come Signore a Roma sotto il Baldacchino di panno d'oro portato da otto Baroni Romani, ed andò per quella sera al Campidoglio.
Il dì seguente un Fiorentino, che tenea il castello di S. Angelo per Papa Gregorio, patteggiò di renderlo, e n'ebbe Quarata, buona Terra in Puglia, e 'l Re passò ad abitar nel palazzo di S. Pietro in Vaticano. Fece Castellano Riccardo di Sangro e Senatore Giannotto Torto Barone di molte Terre in Abruzzo e stette in Roma fin a' 25 di luglio. Ecco come Ladislao si rendesse Signore di Roma. Egli fu il primo, che ai suoi titoli volle anche aggiunger questo di Re di Roma: onde è, che leggiamo ne' suoi atti, e diplomi Rex Romae, titolo che per l'addietro nè i Goti, nè i Longobardi, nè i Franzesi, ancorchè Re d'Italia, osarono di prenderlo, chi per riverenza, chi per timore degli Imperadori d'Oriente, i quali n'erano i loro Signori.
Ma Ladislao tirato forse, come dice il Costanzo, dall'amor delle donne, non volle più trattenersi in Roma e se ne ritornò in Napoli, ove si trattenne tutta l'està in piaceri e feste; e mentr'egli così lussureggiando trascurava mantenere questo nuovo acquisto, gli venne nuova che Roma era ribellata, perchè Paolo Orsino, parte sdegnato, che avesse anteposto Giannotto a lui nell'Ufficio di Senatore, parte non potendo soffrire, che Giannotto usasse molto rigore contra i Romani senza far conto di lui, indusse il Popolo romano a pigliar l'armi, ed andar al Campidoglio a far prigione il Senatore, ed egli co' suoi ruppe i Capitani del Re, che givano per soccorrer il Senatore, con morte di Francesco di Catania Nobile di Capuana, e di molt'altri buoni soldati, sicchè per tutto fu gridato: Viva la Chiesa Romana e muojano i Tiranni; essendosi le genti del Regno ritirate senza far altro contrasto. Di questa nuova sentì il Re grandissimo dispiacere; ma essendo prossimo il verno, non pensò fare per questo anno altro movimento.
§. II. Concilio convocato a Pisa per torre lo Scisma che ebbe infelice successo.
Mentre queste cose succedevano in Italia, il Re di Francia non tralasciava l'impresa di far rinunziare i due Contendenti, perchè si fosse eletto un legittimo Papa; ma Gregorio non voleva sentir parola di cessione, onde i suoi Cardinali sdegnati per la sua condotta, l'abbandonarono, si portarono in Pisa, e si appellarono delle sentenze ch'e' pronunziò contro di essi al futuro Concilio; ma non per tutto ciò astenevasi Gregorio di continuare i suoi procedimenti contro i medesimi. Dall'altra parte il Re di Francia fece dire a Benedetto che assolutamente voleva ch'e' rinunziasse ed acconsentisse all'unione, altrimenti si sarebbe sottratto dalla sua ubbidienza: ma Benedetto ostinato non men che Gregorio, stese subito una Bolla fulminante contro la sottrazione e la inviò in Francia. Vi fu mal ricevuta, e coloro che l'avevano portata furono arrestati ed ignominiosamente trattati; la Bolla fu lacerata ed in Francia fu pubblicata la neutralità. Benedetto ch'era in Avignone si ritirò in Aragona. Gregorio per dimostrare che non era per lui mancata l'unione, cominciò a discolparsi, e scrisse una lettera circolare, imputando a Benedetto la cagione perchè l'unione non fosse stata conchiusa, e convocò un Concilio in Aquileja. Benedetto che s'era ritirato in Aragona, fece la stessa protestazione, ed adunò un altro Concilio in Elba vicino a Perpignano. I Cardinali dell'uno e dell'altro partito, vedendo che per questa divisione parea che la Chiesa di Dio stesse senza Papa, perchè si faceva poco conto dell'uno e meno dell'altro, e lo Stato della Chiesa era occupato da diversi Tiranni, avuta fra loro secreta intelligenza, convocarono ancor essi un altro Concilio in Pisa. Così in quest'anno 1408 tre Concilj furon convocati il primo in Perpignano dalla Bolla di Benedetto che fu il più sollecito di tutti: il secondo in Aquileja dalla Bolla di Gregorio spedita a' 2 di luglio, per la quale s'intimava l'apertura del Concilio per la Pentecoste dell'anno seguente; ed il terzo in Pisa dalle lettere de' Cardinali d'amendue i partiti spedite in Livorno il dì 26 giugno, per le quali s'intimava l'apertura del Concilio a Pisa per lo dì 26 marzo dell'anno seguente. Benedetto fu il più sollecito, e fece cominciare il suo Concilio il primo di novembre. Vi si trovarono i Vescovi di Castiglia, di Aragona, di Navarra, e molti altri Prelati di Francia, di Guascogna e di Savoja in numero di 120 senza comprendere i quattro Arcivescovi onorati con titolo di Patriarchi. Quando si venne al punto dello scisma, i Vescovi per la maggior parte si ritirarono da Perpignano, e 'l Concilio si restrinse al numero di 18, i quali riconobbero Benedetto per legittimo Papa; lo consigliarono però di proccurare l'union della Chiesa per via di rinunzia, in caso che il Competitore rinunziasse o venisse a morte, ovvero fosse deposto; e d'inviar Legati a' Cardinali ch'erano in Pisa con piena potestà di stabilire il trattato.
Mentre ciò facevasi in Perpignano, i Cardinali dei due Collegi pensavano con serietà ad impegnar tutti i Principi a riconoscere il lor Concilio e ad approvare quanto avessero fatto. Aprirono dunque il Concilio il dì 25 marzo dell'anno 1409 giorno prefisso per l'apertura. Primieramente il Concilio citò Pietro di Luna ed Angelo Cornaro, che si dicevano Papi, e non essendo comparito alcuno, il Concilio gli dichiarò contumaci. Pronunziò, che il Collegio de' Cardinali unito avea potuto convocare il Concilio, e che il Concilio generale poteva procedere ad una sentenza diffinitiva. Comandò poi la sottrazione d'ubbidienza a' due pretesi Papi: ed infine dopo aver prese le informazioni sopra la loro condotta, gli dichiarò decaduti dal diritto che pretendevano al Pontificato, e gli depose con deffinitiva sentenza. I due Collegi de' Cardinali procedettero poi all'elezione d'un legittimo Pontefice, secondo il decreto del Concilio, ed elessero Pietro Filargio di Candia, nomato il Cardinal di Milano, dell'Ordine de' Frati Minori che prese il nome di Alessandro V. Egli presedette alle sessioni seguenti del Concilio che terminò il dì 7 agosto di quest'anno 1409. Era composto di 22 Cardinali, di 4 Patriarchi, e di 12 Arcivescovi, di 67 Vescovi in persona, di 75 Deputati, d'un grandissimo numero d'Abati, di Generali, di Procuratori d'Ordini, di Deputati de' Capitoli, e di 67 Ambasciadori di Re e d'altri Principi sovrani.
Alessandro V riputato dalla maggior parte de' Principi d'Europa per vero e legittimo Pontefice, ancorchè fosse Frate de' zoccoli, era stato molti anni Arcivescovo di Milano, e poi fatto Cardinale da Papa Innocenzio VII avea non poca esperienza delle cose del Mondo, onde presa ch'ebbe la corona voltò subito il pensiero a riporre la Sede Appostolica nel suo primiero stato e riputazione; e vedendo gli apparati del Re Ladislao, i quali eran tutti indrizzati per impadronirsi di Roma e del suo Stato, fece lega con i Fiorentini; a' quali era già resa sospetta la grandezza e l'animo di Ladislao; ed essendo favorito anche dalla Francia che lo riconobbe per vero Papa, mandò ivi a chiamar Re Luigi per opporlo a Ladislao, ed intrigarlo in una nuova guerra, acciocchè dovendo badar poi a' propri mali, non potesse pensare ad inquietare lo Stato della Chiesa romana.
Dall'altra parte Gregorio non avea mancato di aprir suo Concilio in Aquileja, ovvero in Udine, nel giorno della Festa del SS. Sacramento di quest'istesso anno 1409 ma non fu quello sì numeroso, nè vi si trovò che un picciolissimo numero di Prelati; nulladimanco vi fece dichiarare ch'egli ed i suoi predecessori erano stati canonicamente eletti, e che non solo Pietro di Luna, et quelli che l'aveano preceduto, ma eziandio Pietro di Candia nuovamente eletto, erano intrusi, e che non aveano avuto alcun diritto al Pontificato. Fece però una dichiarazione ch'era pronto a rinunziare al Papato realmente, e di fatto purchè Pietro di Luna e Pietro di Candia vi rinunziassero ancora personalmente e nel medesimo luogo. Creò nuovi Cardinali, non meno che avea fatto Benedetto: onde invece di due Papi, dopo il Concilio di Pisa se ne videro tre, da' quali miseramente era la Chiesa lacerata. Gregorio terminato il Concilio, non istimandosi sicuro in Udine, fuggì travestito in Apruzzo; onde Ladislao avendo scorti gli andamenti di Alessandro, mandò tosto Angelo Aldemarisco Gentiluomo con quattro galee a chiamarlo. Stava egli allora a Pietra Santa con due Cardinali che non aveano voluto abbandonarlo, il qual intesa la chiamata di Ladislao, scese molto volentieri ad imbarcarsi al Porto di Luna, e venne a Gaeta, ove fermò la sua residenza, ed ove il Re l'accolse con molta riverenza come a vero Pontefice, ed ordinò che per tale fosse tenuto nel Regno ed in tutti i suoi dominj. Avea Gregorio una picciolissima Corte: poichè non era riconosciuto per Papa, se non negli Stati del Re Ladislao. All'incontro Alessandro V era riconosciuto per legittimo Papa quasi in tutta la Cristianità, eccettuatene solo queste province che ubbidivano a Gregorio, ed i Regni di Aragona, di Castiglia, di Scozia, e gli Stati del Conte di Armagnac che riconoscevano Benedetto. L'Alemagna era divisa, perchè Roberto Re de' Romani ricusava che fosse riconosciuto Alessandro, per aver egli dato in molte lettere il titolo di Re de' Romani a Venceslao Re di Boemia.
CAPITOLO VII. Ritorno del Re Luigi II nel Regno per gl'inviti di Papa Alessandro, il quale scomunicò e depose Ladislao, dandone nuova investitura a Luigi.
Essendo le cose in questo stato, Re Luigi udita la chiamata di Papa Alessandro, e ricordandosi quanto importi l'amicizia d'un Papa a chi vuole acquistare o mantenere il Regno di Napoli, si pose subito in mare con alcuni legni, ch'erano nel porto di Marsiglia, e venne a Livorno, e di là a Pisa a baciar i piedi al Papa, dal quale fu ricevuto in Concistoro pubblico con grandissimo onore, ed esortato, che seguendo l'esempio de' suoi cristianissimi antecessori, volesse pigliar la protezione della chiesa; e perchè potesse più legittimamente procedere all'acquisto del Regno, in un altro Concistoro il Papa pronunziò per iscomunicato e scismatico Re Ladislao, e lo privò del Regno, e ne fece nuova investitura a Re Luigi, dicendo, che quella che avea avuta da Clemente, il quale non era vero Pontefice era invalida; e si conchiuse, che si soldasse Braccio da Montone Perugino, Sforza da Cotignola e Paolo Orsino, tutti Capitani a quel tempo di gran fama. Ma mentre Luigi si partì da Pisa ed andò in Fiorenza per ottener, che quella Repubblica per virtù della lega contribuisse al soldo de' tre Capitani, Papa Alessandro se ne andò in Bologna; e perchè quando fu eletto Papa, era settuagenario, ivi ammalatosi, se ne morì nel dì 3 maggio di quest'anno 1410. I Cardinali il terzo dì da poi che furono entrati in Conclave senza contrasto elessero Baldassare Cossa gentiluomo napoletano Cardinal di Bologna, il quale anche ebbe la raccomandazione del Re Luigi, e si fece chiamare Giovanni XXIII. Costui non meno di spirito fervido ed inquieto di quel, ch'era Ladislao, il primo disegno che concepì, fu di cacciar Ladislao del Regno; e perchè i Fiorentini stavano sospesi, e non volevano pagar danari, se non sapeano, se l'animo del nuovo Pontefice era di firmar la lega, Re Luigi andò in Bologna ad adorarlo, e lo trovò molto più pronto in favor suo, che non era stato Papa Alessandro; perocchè non solo concorse alle spese dell'esercito per terra, ma soldò anche un gran numero di galee di Genovesi, che giunte insieme col navilio franzese, che aspettavasi da Provenza, andassero ad assaltar il Regno per mare.
Intanto Re Ladislao non perdè tempo: avvisato che fu della malattia di Papa Alessandro, spinse incontanente dal Contado di Sora ov'era, il suo esercito a Roma, e parte per trovarsi quella città senza presidio, e parte perchè diceva di volerla ridurre all'ubbidienza di Papa Gregorio, ch'era in Gaeta, la pigliò senza contrasto: ed avendo inteso gli apparati de' suoi nemici, lasciò Perretto d'Ibrea Conte di Troia in Roma, e Gentile Monterano con tremila e secento cavalli, e distribuì il rimanente dell'esercito per alcune terre di Campagna, ordinando a' Capitani, che quando vedessero il bisogno andassero tutti a Roma a soccorrere il Conte di Troia, ed egli venne a Napoli a provveder di danari, ed attendere, che la città non si perdesse per assalto di mare. Accumulati per molte vendite di terre e di castelli, che fece a vilissimo prezzo, danari in gran numero, armò otto navi o sei galee, e provisto a questo modo alle cose di mare, chiamò tutti i Baroni con disegno di andare a Roma. Ma essendosi approssimato Re Luigi a Roma, il popolo romano sollecitato da Paolo Orsino, ch'era venuto alla Porta di S. Pangrazio, prese l'arme, e benchè il Conte di Troia facesse resistenza, all'ultimo fu forzato di cedere. Re Luigi fatto l'acquisto di Roma, e fermati quivi gli Ufficiali in nome di Papa Giovanni, desiderava d'entrare subito nel Regno e seguir la vittoria; ma Braccio per ricoverare alcune terre del patrimonio di S. Pietro, che si tenevano per Ladislao e poteano offendere le terre sue; e Paolo Orsino per ricovrare alcuni castelli di campagna, s'intertennero tanto, che Ladislao ebbe tempo di provvedere molto bene alle cose sue, e ponersi in ordine con gagliardo esercito. E qui assai a proposito ponderò Angelo di Costanzo l'infelicità dei Re di que' tempi che più tosto servivano, ch'eran serviti da' Capitani di ventura, i quali aveano per fine più il comodo proprio, che la vittoria di que' Principi che gli pagavano: ond'è, che Ladislao, il quale di ciò s'avvide, dopo che giunse in età di guerreggiare per se stesso, non se ne servì se non quando non se ne potea far altro, servendosi sempre di condottieri del Regno o di alcuno estero, che non avesse tante genti, che e' non avesse potuto senza pericolo svaligiarlo, quando non avesse voluto eseguir a punto quel che egli comandava.
Dopo che Paolo e Braccio ebbero cacciati i soldati di Ladislao da quelle terre, si mossero da Roma con Luigi, e vennero colle loro truppe per la via Latina verso il Regno. Dall'altra parte Ladislao si partì di Capua con tredicimila cavalli, e quattromila fanti, e giunse in campagna sotto Rocca Secca, a tempo che Luigi col suo esercito era a Ceprano; e procedendo un poco più avanti, venne Re Luigi ad accamparsi un miglio vicino a lui. L'una e l'altra parte dubitava, che consumando il tempo, sarebbero mancati i denari per pagar i soldati e si dissolverebbe l'esercito, onde vennero volentieri a giornata. Si attaccò il fatto d'arme a vespro, e durò fin a notte oscura con grandissima virtù dell'una parte e dell'altra; ma in fine l'esercito di Luigi restò vittorioso, e Ladislao, che fin all'estremo della battaglia avea fatto ogni sforzo possibile per vincere, al fine disperato della vittoria si ridusse a tre ore di notte a Rocca Secca e mutato cavallo, se ne andò a S. Germano, ove la medesima notte si ritrovarono tutti quelli, ch'erano scampati dalla rotta. Vinse Luigi, ma non seppe poi servirsi della vittoria; e fu gran maraviglia, che l'esercito suo vittorioso guidato da' più esperti Capitani d'Italia, non avesse seguita la vittoria, per la quale senza contesa avrebbe acquistato il dominio del Regno. I soldati del Re Luigi dopo la vittoria non vollero passar più innanzi senza la paga, sperando, che Papa Giovanni l'avesse mandata al primo avviso della vittoria; onde Luigi, in vece di passar innanzi, fu forzato a tornar a dietro, e cavalcò a trovare il Papa a Bologna insieme con Braccio e con Sforza. Scrive Pietro d'Umile, il quale si trovò a questa giornata, ch'era tanta la povertà dell'esercito di Luigi, che gli uomini d'arme, che avean fatti prigioni coloro dell'esercito del Re Ladislao, poichè gli aveano tolte l'armi ed i cavalli, e data la libertà, secondo l'uso di que' tempi, promettevano rendere ad ogn'uno l'arme, ed il cavallo per prezzo di otto e diece ducati. E che perciò Re Ladislao comandò a Tommaso Gecalese suo tesoriere, che prestasse danari a coloro, che non potevano averne di casa loro; e che durò molti dì, che si partiva il Trombetta di S. Germano con una schiera di ragazzi e tornavano armati a cavallo; tal che non molto tempo da poi si trovò l'esercito di Ladislao quasi intero. Si aggiunse ancora, perchè Ladislao fuor della sua espettazione restasse libero d'ogn'impaccio, che Re Luigi, essendo giunto a Bologna per ricever soccorso da Papa Giovanni, lo trovò molto travagliato di mente; imperocchè l'Imperatore Sigismondo mosso da zelo cristiano per estinguere lo scisma, ch'era durato tanti anni, parte con la sua persona, parte con Ambasciadori andò e mandò a confortare tutti i Principi cristiani, che volessero insieme con lui costringere Benedetto XIII che stava in Catalogna, Gregorio XII che stava in Gaeta, e Giovanni XXIII a venire ad un Concilio universale, ove si avesse da decidere chi di loro era vero Pontefice, e togliere l'ubbidienza a colui, che non andasse. Ed ottenuta la volontà di tutti, avea fatto congregare prelati d'ogni nazione nella città di Costanza, che avea deputata per lo Concilio, ed a quel tempo avea mandato a chiedere Papa Giovanni, che andasse al Concilio: per la qual cosa trovandosi il Papa in dubbio di se stesso, fu costretto di dire a Re Luigi, ch'era necessario attendere a' casi suoi, e di servirsi de' soldati suoi contra i Tiranni, che alla fama di questo Concilio erano insorti contra di lui, consigliandolo a differir la guerra del Regno a tempo più comodo; per le quali parole Re Luigi mal contento partì, e se ne andò in Provenza, e poco da poi morì, lasciando tre figliuoli, Luigi, Renato, ed un altro, dei quali si parlerà ne' seguenti libri di quest'istoria.
CAPITOLO VIII. Re Ladislao tenta nuove imprese in Italia: sua morte, sue virtù e suoi vizj; ed in che stato lasciasse il Regno alla Regina Giovanna II, sua sorella ed erede.
Ladislao, restando fuori della sua credenza libero da ogni sollecitudine, per la partita di Luigi, cominciò per vendicarsi di Papa Giovanni, ad infestar lo Stato ecclesiastico. Stava allora il Papa in grandissima confusione, perchè ristretto con gl'intimi suoi nel consultarsi dell'andata al Concilio, trovò diversi pareri; poichè molti consigliavano, che non andasse, e tra costoro uno era Cosmo di Medici fiorentino, uomo di grandissima prudenza, che gli disse, non convenire nè al decoro dell'autorità pontificale, nè alla dignità d'Italia, di andare comandato a sottomettersi in mano ed al giudizio di Barbari; ma essendo egli di grande spirito, e confidando nella giustizia, che gli parea di avere, essendo stato eletto Papa universale da quelli stessi Cardinali, che aveano rifiutato Benedetto e Gregorio, come Antipapi, deliberò di andare, opponendo alle ragioni contrarie una ragione assai probabile, dicendo che non era bene, che in contumacia sua, facesse fare un altro Papa in Germania; il qual calando poi col favor dell'Imperadore in Italia a tempo ch'egli era inimicato con Re Ladislao, l'avesse consumato e cacciato dalla sede. Prima però che si partisse, tentò di pacificarsi con Ladislao, mandando il Cardinal Brancaccio per questo effetto in Napoli, uomo per vita, e per età venerabile, il quale, benchè Ladislao, conoscendo la necessità del Papa stesse duro, pure con destrezza e diligenza l'indusse ad accettar la pace, per virtù della quale il Re liberava un fratello ed alcuni parenti del Papa, ch'erano prigioni, e riceveva dal Papa ottantamila fiorini.
In quest'anno 1412 la Regina Margarita, ch'era stata molti anni a Salerno, città data a lei per appanaggio, insieme con altre Terre e con la città di Lesina in Capitanata, partendosi da quella città per la peste che vi era, se n'andò all'Acqua della Mela, Casale di S. Severino, ove ammalatasi, nelle proprie braccia del Re suo figliuolo a' 7. agosto morì, e fu con onorevolissime esequie portato il cadavere nella chiesa di S. Francesco di Salerno, ove le fece fare un gran sepolcro di marmo con iscrizione secondo l'uso di que' tempi, che ancor oggi ivi si vede.
Papa Giovanni essendosi già risoluto d'andare al Concilio, avea lasciato Braccio Capitano della Chiesa, perchè debellasse Francesco di Vico, il qual era ribello della medesima, e s'intitolava Prefetto di Roma: Re Ladislao, che non sapeva star in ozio, intesa la partenza del Papa, soccorse il ribelle; per la qual cosa Braccio scrisse al Papa, che il Re avea rotta la pace. Ma le cose del Concilio andavano per Giovanni tanto travagliate, che l'avean fatto lasciare in tutto il pensiero delle cose d'Italia; onde Ladislao, lasciato ogni rispetto della pace l'anno seguente 1413 occupò Roma, e proccurò ancora con grande arte che oltre a Sforza, venisse al di lui soldo anche Paolo Orsino; poichè l'uso di que tempi era, che i Capitani di ventura finito il soldo con un Principe, solevano andare a servire un altro, senza che restasse rancore nel primo, che aveano servito; con tutto ciò Paolo conoscendo il Re di natura vendicativo, stava pur sospeso; e credendo che la sola di lui fede non gli bastasse, volle dal Re sicurtà, che li fu data. Vennero perciò Paolo, ed Orso Orsini con molte compagnie di genti d'arme bene in ordine, e 'l Re gli mostrò buon viso. Ma covando dentro il pensiero di fargli morire, volle farsi benevolo Sforza, al quale, ancorchè pure l'odiasse, siccome odiava tutti i Capitani di ventura, nulladimanco gli portava più rispetto, e dubitava più di romper la fede a lui, che agli altri. Erasi per tanto Ladislao apparecchiato per la guerra di Toscana; ed i Fiorentini sospetti della sua ambizione cercavano di prepararsi alla difesa della loro libertà. Ma Ladislao per sorprendergli mostrava altrove voler volgere le sue truppe; onde partito di Roma, ed avendo agevolmente occupate tutte le Terre della Chiesa, distribuì per quelle i Capitani e le genti ed egli si fermò a Perugia con disegno di non scoprire per alcuni dì l'animo suo, volendo tenere in timore tutte le Terre di Toscana, di Romagna e di Lombardia, per taglieggiarle: mandarono subito Ambasciadori, Fiorenza, Lucca, Siena, Bologna ed altre Terre, ed egli fece buon viso a tutti egualmente; ma nel parlare era ambiguo, mostrando segno talora di voler passare in Lombardia. Ma all'ultimo accettando dall'altre Terre l'offerte de' presenti, andava trattenendo in parola gli Ambasciadori fiorentini, i quali tennero per certo, che l'animo suo era di assaltar Fiorenza, e per questo presero un sottile ed industrioso partito; poichè avendo inteso, che'l Re stava innamorato della figliuola d'un Medico perugino, con la quale spesso si giaceva, è fama, che avessero con gran somma di denari subornato il Medico, acciocchè per mezzo della figliuola l'avesse avvelenato: che il Medico indotto dall'avarizia, anteponendo il guadagno alla vita della figliuola, l'avesse persuasa ad ungersi le parti genitali d'una unzione pestifera, quando andava a star col Re, dandole a credere, che quella fosse una composizione atta a dare tal diletto al Re nel coito, che non avrebbe potuto mai mancare dall'amor suo; e che per questo il Re si fosse infermato d'un malo al principio lento ed incognito; nel qual tempo essendo venuto Paolo ed Orso a visitarlo, fece prendere amendue, e porgli in carcere strettissimo; ed essendo tutti i Capitani venuti a pregarlo, che non volesse rompere la fede data, il Re loro rispose, che avendo saputo che, Paolo teneva pratica co' Fiorentini di tradirlo, era stato astretto per assicurarsi, di farlo arrestare; ma quando non fosse vero, l'avrebbe liberato. Fu questa istanza e trattenimento molto opportuno per la lor salute, perchè aggravandosi il male, e partendosi il Re da Perugia per venirsi ad imbarcare su le galee ad Ostia, quando volle condur seco i prigionieri, i Capitani elessero il Duca d'Atri, che andando sotto colore di far compagnia al Re, aresse da provvedere, che i prigioni non fossero gittati in mare. Giunto il Re ad Ostia si imbarcò assai grave del male, e quasi farneticando mostrava, che ogni suo intento non era in altro, se non che i prigioni non fuggissero; e giunto a Napoli a' 2 d'agosto di quest'anno 1414 fu dalla marina portato in lettiga al castello, e subito che fu messo in letto comandò, che Paolo fosse decapitato. Il Duca d'Atri parlò con Giovanna sorella del Re, che governava il tutto, perchè la Regina moglie stava più a modo di prigioniera, che di Reina, e dissele quanto potea pregiudicare all'anima ed allo Stato del Re, se un tal personaggio fosse stato senza legittima cagione fatto morire; ed operò, che la mattina seguente quelli, che vennero a visitar il Re, dissero, che a Paolo era stata mozza la testa ed il corpo tagliato in quarti. Nè perchè mostrasse il Re di questo grandissimo piacere, mancò un punto la violenza del male, per la quale giunto il sesto dì d'agosto uscì di vita con fama di mal Cristiano. Giovanna, perch'era morto scomunicato, lo mandò senza pompa a seppellire a S. Giovanni a Carbonara. Ma poi gli fece fare quivi un sepolcro per la qualità di que' tempi assai magnifico e reale, che ancor oggi si vede.
Morì Ladislao non avendo ancor compiti ventiquattro anni di Regno, come di lui cantò il Sannazzaro:
Mors vetuit sextam claudere Olympiadem: e visse trentanove anni. Nel suo regnare, come suole avvenire, che si siegua l'esempio del Principe, fiorirono le armi, e si diede bando alle lettere; perciò non leggiamo noi in questi tempi que' chiari Giureconsulti e tanti altri Letterati, che sotto il Regno di Roberto e di Giovanna sua nipote fiorirono. Le tante guerre in un Regno diviso, e dove sovente due regnavano, obbligavano i Popoli a tener più le armi in mano, che i libri; quindi non si vide, che per meglio stabilire il governo civile e politico, si pensasse a far nuove leggi, a riordinar i Tribunali e l'Università degli studj: di Ladislao solamente una legge abbiamo tra' Capitulari de' Re angioini; poichè i due Re contendenti, Luigi e Ladislao, tenea ciascuno la sua Corte ed i suoi Ufficiali; quindi nacque quella confusione, che osserviamo in questi tempi tra i sette Ufficiali della Corona, dei quali non potè tenersi certa e continuata serie e successione. Per quest'istessa cagione leggiamo ancora nello stesso tempo due G. Contestabili, due G. Protonotarj e così degli altri, e sovente mancare e poi esser l'Ufficiale rifatto e restituito, secondo mancavano o si restituivano nel dominio i Principi contendenti.
L'animo bellicoso ed invitto di Ladislao, siccome nel Regno restituì la disciplina militare, così l'accrebbe di Baroni, e non poco impoverì il regal patrimonio per tante vendite e concessioni di Feudi che fece; onde anche per questa parte si vide notabile cangiamento. Prima pochi erano i Baroni e molto più pochi i Conti. De' Duchi (poichè i Principati sol erano de' Reali, o di coloro al lor sangue congiunti) non s'intese altro, che quello d'Andria nella casa del Balzo e l'altro di Sessa nella casa Marzano: poi nel tempo, che corse dalla morte di Giovanna I al regno di Ladislao, alcuni Signori, che nutrivano genti d'arme, occupavano le Terre e si usurpavano i titoli a lor modo e tra costoro fra' Sanseverineschi fu Vincislao Sanseverino, il qual vedendo nella casa del Balzo e di Marzano questo titolo, s'usurpò anch'egli il titolo di Duca di Venosa. Tra' Signori Acquaviva l'istesso fece il Duca d'Atri, nella cui casa se bene il Marchese di Bellante, disceso da questo Duca, dicesse ad Angelo Costanzo, che nella Casa Acquaviva venisse il titolo di Duca per privilegio della Regina Giovanna II, che regnò alquanti anni da poi; nulladimanco prima di questo tempo scrive il Costanzo[261] trovar titolo di Duca in questa casa nel libro del Duca di Monteleone di carta e carattere tanto antico che si mostra che fu scritto a quelli tempi, siccome anche l'avea letto nelle Annotazioni di Pietro d'Umile che accuratamente scrisse le cose del Re Ladislao, e parte della Regina Giovanna II; ond'è che l'uno e l'altro sia verissimo, e che questo Duca d'Atri, che si trovò alla morte di Ladislao, e 'l padre, che fu Generale a Taranto, si fossero chiamati Duchi avanti, che ne avessero il privilegio dalla Regina Giovanna II. Ed è veramente cosa degna da notarsi, che tra le tante revoluzioni e cangiamenti, che per lo corso di più secoli abbiamo veduti in questo Regno, questa sola famiglia avesse ritenuto nella sua casa questo titolo, e col titolo anche il dominio di quelle medesime Terre, che li famosi gesti de' suoi illustri predecessori da tanti secoli s'aveano acquistate. Alcune altre, come quella di Sanseverino; i Ruffi del Contado di Sinopoli; i Capua del Contado d'Altavilla, ed altri, ritengono ancora questi titoli, cioè di Conti, come prima i loro antenati erano, non già di Duchi. Il Ducato di Andria, e l'altro di Sessa sono più antichi; ma da altre famiglie sono ora posseduti.
De' Marchesi, ancorchè nel resto d'Italia si cominciassero a sentire, nel nostro Regno non ve n'era alcuno; e solo nel Regno di Ladislao s'intese Cecco del Borgo Marchese di Pescara, e notò il Costanzo, che prima di costui non trovò, che altri avesse titolo di Marchese nel Regno di Napoli.
I Conti, ancorchè nel Regno, non meno degli Angioini, che de' Svevi e Normanni, fossero non pochi, ne' tempi di Ladislao si accrebbe molto il numero, de' quali il Summonte ne tessè lungo catalogo; ma per le tante concessioni di Feudi, che fece questo Principe, il numero di Baroni crebbe non poco. Oltre ad essere stato stretto sovente dal bisogno per mantener tante guerre, vendergli a prezzo vilissimo, era Ladislao fuor di misura liberalissimo; e quando aveva e quando gli mancava, non poneva mente nè a giusto, nè ad ingiusto per aver denari. Essendo amatore di uomini valorosi e dilettandosi spesso in continue giostre e giuochi d'arme, come quegli ch'era valentissimo in ogni spezie d'armeggiare; a colui, dal quale vedea qualche pruova, non si poteva mai saziare di donare e far onore. Quando la seconda volta trionfò in Roma, sentendo gli apparati di Re Luigi, che col favore del nuovo Pontefice Alessandro faceva per l'impresa del Regno, lasciando il Conte di Troja in Roma, se ne venne egli a Napoli a provveder di danari; e narra Angelo di Costanzo[262], che in quell'anno, secondo i registri che ritrovano, fece infinite vendite di terre e di castelli a vilissimo prezzo, non solo a Gentiluomini napoletani, ma a molti della plebe ed a Giudei poco innanzi battezzati. Vendè anche molti Ufficj ed insino al grado di Cavalleria, del che solea poi ridersi; e di alcune Terre faceva a persone diverse in un tempo diversi privilegi. Quando poi apparecchiossi alla guerra di Toscana, ritornò parimente in Napoli per far danari, e cominciò a vendere terre e castelli non solo di coloro, ch'erano giudicati e condennati per ribelli, ma di coloro eziandio, in cui non era una minima sospizione. Si vede nell'Archivio regio un registro grande di terre e castelli comprati da Gurrello Origlia per bassissimo prezzo, benchè il Re dicesse, che il più che valevano, il donava a conto di remunerazione. Ed è certamente cosa degna di ammirazione la grandezza di questo Gurrello, che in una divisione che fece tra' suoi figliuoli di quello che avea acquistato, si nominano tra città, terre e castelli più di sessanta, che di sei figli, non fu chi non ne avesse almeno otto; ma questa felicità ebbe pochissimo spazio di tempo, perchè la Regina Giovanna, che successe, gli spogliò d'ogni cosa. Parimente per farsi più benevolo Sforza donò a Francesco primogenito di lui Tricarico, Senisi, Tolve, Crachi, la Salandra e Calciano; la qual profusione si vide ancora praticata con gli Stendardi, Mormili ed altri, di cui Costanzo[263] fece lungo catalogo.
Per questa cagione avvenne, che quando prima pochi Conti erano, che possedevano Contadi e molti Baroni, allora si videro assai più Conti e moltissimi Baroni, non pur cittadini delle altre città principali del Regno, ma anche molte famiglie di Napoli, ancor che fuori de' Seggi, si videro aver Feudi e castelli; e quando prima della rovina di tanti gran Baroni sterminati da Ladislao, non erano più, che diciassette famiglie in tutti i Seggi, che avessero terre e castelli e quelle poche e piccole; nella morte sua si trovarono aggiunte più di ventidue altre famiglie, particolarmente di quelle di Porta Nova e di Porto; i gentiluomini de' quali Seggi furono da lui mirabilmente e quasi per istituto naturale favoriti; e ciò oltra di quelle che non erano ne' Seggi, le quali o per dono o per vendita si videro con Feudi e Baronie.
Di tre mogli ch'egli ebbe, Costanza di Chiaramonte da lui repudiata, Maria sorella del Re di Cipro e la Principessa di Taranto, con niuna generò figliuoli; perciò gli succedette nel Regno Giovanna sua sorella. Oltre a queste mogli, essendo un Principe libidinosissimo, ebbe ancora molte concubine, cioè la figliuola del Duca di Sessa, un'altra chiamata la Contessella, di cui il Costanzo non potè trovar nome, nè cognome; e queste le teneva nel Castel Nuovo, da dove non si partirono, nè tampoco quando si casò colla Principessa di Taranto, di ch'ella tanto mostrossi ingiuriata, non avendo fatto almeno tanto conto di lei, che avesse fatte appartare quelle e mandarle al Castel dell'Uovo, dove stava Maria Guindazzo altra sua concubina. Ne ebbe ancora altre di Napoli e di Gaeta, tenendo persone deputate a questo fine, che glie le provvedessero delle più vivaci e più belle a somiglianza de' Soldani d'Egitto e degl'Imperadori Ottomani d'oggi. Sua sorella Giovanna non volle in ciò essere riputata meno di suo fratello; onde da poi che rimase vedova del Duca d'Austria, si provvide anch'ella di concubini, tanto che possiam dire, che Carlo III di Durazzo e la Regina Margarita sua moglie avessero dati al mondo due portentosi mostri di libidine e di laidezza. Di tante concubine sol da una donna di Gaeta generò un figliuolo bastardo chiamato Rinaldo, che l'avea intitolato Principe di Capua, se ben senza dominio, il quale lo casò con una figliuola del Duca di Sessa. Costui nelle tante rivoluzioni, che avvennero nel Regno di Giovanna sua zia, non parendogli di stare più in Napoli si ritirò in Foggia, dove ben veduto dalla Regina menò i giorni suoi, e quivi morì e fu sepolto nella chiesa maggiore di quella città, nella stessa cappella, dove era stato in deposito il corpo del Re Carlo I ceppo della Casa d'Angiò. Rimasero di lui un maschio chiamato Francesco e molte femmine. Francesco ebbe un sol figliuolo, nominato anch'egli dal nome dell'avolo Rinaldo; il quale casato con Camilla Tomacella, poco da poi se ne morì e fu sepolto nella medesima cappella, dove il padre, che poco appresso lo seguì, gli fece ergere un sepolcro con epitaffio, trascritto dal Summonte[264], che ancor ivi si vede.
FINE DEL LIBRO VENTESIMOQUARTO.
STORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI