Volume 5 — LIBRO VENTESIMO (continued 2)
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Ridotto per questi nuovi Capitoli l'esser nobile di Seggio in più alta stima, così per lo rigore, che praticavasi nell'aggregazioni, come anche per passare i negozi più importanti per le mani de' Nobili, e perchè i Signori Vicerè nel trattare gli affari regi avean sovente bisogno di essi, onde quando prima non molto si curavano queste aggregazioni, si fece da poi così desiderabile esser di Piazza, che non vi era famiglia, nè Signore o Ministro regio, che non movesse ogni impegno per aggregarvisi; sicchè infastidite le Piazze per le tante dimande, si tolsero per sè medesime l'autorità di aggregare, risegnandola in mano del Re; di modo che ordinò Filippo II, che senza sua saputa e licenza non si potesse trattare aggregazione o reintegrazione alcuna nelle Piazze di Napoli; e volendosi di ciò trattare, s'ottenesse prima licenza di Sua Maestà, e poi congregati tutti i Nobili di quel Seggio, e propostasi la dimanda, non essendovi discrepanza, fosse ammesso colui, che dimandava l'aggregazione, altrimenti, discrepando uno d'essi Nobili, il trattato fosse nullo: ciò che riusciva molto difficile, ed era esporsi ad un cimento molto pericoloso. Per la qual cosa molti impresero più tosto per via di giustizia pretender reintegrazione, portando, che alcuni de' loro maggiori avessero goduto in quelle Piazze, che esporsi al cimento difficile dell'aggregazione. Sicchè al presente il Re tien deputati cinque Consiglieri, ed un Fiscale nel S. C. a sentenziare sopra le loro istanze, ottenuta prima licenza dal Re di potersi trattare la reintegrazione. Al cui esempio le città minori delle province, alcune delle quali hanno Seggi chiusi, ottennero parimente dal Re, che senza sua licenza non potessero trattarsi reintegrazioni, ovvero aggregazioni.
L'altra cagione, onde questi Seggi si fossero resi cotanto pregevoli, si fu di 29 ch'erano in prima, essersi ultimamente ridotti a soli cinque, di Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova. Quando si fosse fatta tal restrizione, non è di tutti conforme il sentimento, poichè non vi sono scritture che ci possano accertare del tempo preciso; ma poichè quest'unione non si fece tutta in un tratto, egli è verisimile, che negli ultimi anni del Regno di Roberto quella si perfezionasse. Ed il modo come tutti que' Seggi minori s'unissero a questi cinque, fu così naturale e proprio, che sarebbe maraviglia se s'osservasse il contrario; poichè quasi tutti questi Seggi si componevano di sei o otto famiglie, quante forse n'erano in quelle minori contrade, ed essendo dipendenti dal Seggio maggiore, in decorso di tempo sovente accadeva, che spenta la maggior parte d'esse, e poche famiglie rimaste, queste se ne passavano al suo principale Seggio, e restavano estinti i minori; onde si vede, che poi i Nobili del principal Seggio vendevano il luogo, ove era il Teatro o portico[351]; così vedesi il Seggio de' Melazi, appartenente al Seggio di Capuana, ne' tempi di Roberto, intorno l'anno 1325 essere stato venduto dalla Piazza di Capuana, per essere spente le famiglie, che quello componevano. Così ancora nell'anno 1331 per comandamento della Regina moglie di Roberto fu abbattuto il Seggio delli Griffi. Ed il Seggio di Somma Piazza, altrimente detto il Seggio de' Rocchi, essendo mancate le famiglie, che lo componevano, e rimasto per ricettacolo de' malfattori, la Reina Giovanna II lo donò ad Antonello Centonze da Tiano. Parimente i Nobili di Montagna venderono il Seggio de' Cimbri, come cosa lor propria, a D. Fabio Rosso. Ed in questa maniera tratto tratto si ridussero tutti a' loro Seggi maggiori.
Ma come, ed in qual tempo si facesse l'unione d'un Seggio maggiore ad un altro parimente maggiore, come fu quello di Forcella a quello di Montagna, è d'uopo che si narri. Alcuni portarono opinione, ch'essendo mancate ne' tempi di Carlo I nella Piazza di Forcella molte famiglie, si fosse fatta da poi nel Regno di Carlo II suo figliuolo questa unione. Ma siccome notò prima il Summonte[352], e da poi il Tutini[353], ciò è falso; poichè tra' Collettori dell'anno 1300 nel Regno di Carlo II destinati all'esazione delle collette, si legge Niccolò Saduccio Collettor di Forcella, e ne' Capitoli del Re Roberto, si vede convenire Giacomo Chianula per la Piazza di Forcella, insieme con gli altri deputati nobili dell'altre Piazze[354].
Non è da rifiutarsi perciò l'opinione del Tutini, che credette quest'unione essersi fatta negli ultimi anni del Regno di Roberto, con l'occasione della discordia nata fra' Nobili delle due Piazze, Capuana, e Nido, co' Nobili dell'altre Piazze, intorno alla quale Roberto avendo ordinati alcuni stabilimenti, rapportati dal Summonte[355] e dal medesimo Tutini, e facendo in quelli solamente menzione di sei Eletti, comprendendo in essi quello del Popolo, si ricava, che in questi tempi la Piazza di Forcella era già unita a quella di Montagna. Ciò che maggiormente si conferma da una carta della Regina Giovanna I. rapportata dall'istesso Tutini, nella quale, avendo ne' primi anni del suo Regno ordinato, che si facesse inquisizione di tutti i Feudatari del Regno, si notano i Feudatari de' Seggi di Napoli Piazza per Piazza, e non si fa in essa altra menzione, se non de' soli cinque.
Nella quale unione è da notarsi, che per essere il Seggio di Forcella Seggio maggiore, che s'unì ad un altro maggiore, perciò la Piazza di Montagna fa due Eletti, uno per se, e l'altro rappresentando quel di Forcella. Ciò che non avvenne nell'unione degli altri Seggi minori uniti alle principali loro Piazze, perchè essendo questi dipendenti da quelli, bastava un Eletto per tutti. Solo per conservar la loro memoria è rimasta l'elezione degli Ufficiali, che ciascuno di questi cinque Seggi crea con nome di sei, e cinque Capitani de' Nobili, i quali uniti tutti insieme, fanno il numero de' 29 rappresentanti ciascuno d'essi uno di quegli antichi Seggi[356]. Questi hanno prerogativa di far convocar i Nobili per trattar i pubblici affari, propongono i punti, che devono risolversi, ricevono i voti ed hanno grand'autorità nell'assemblee, e sono da' Nobili creati ogni anno, ed oggi tengon titolo di Deputati.
Ridotti adunque ed incorporati tutti questi Seggi a' soli cinque, e disfatti tutti gli altri, cominciarono in varii e diversi tempi ad ampliare con magnifici edifici i loro teatri, e ridursi i portici in quella magnificenza, che oggi si vede; ed essendo poi di tempo in tempo con nuovi edifici ampliata la città, e venuta a quella portentosa grandezza, che oggi s'ammira, crebbero a proporzione i loro quartieri e si resero più spaziosi. Sono tutti cinque uguali, e non hanno maggioranza infra di loro, ancorchè que' di Capuana e Nido, per lo splendore de' loro Nobili, per cagion degli ampii Stati e ricchezze che possedono, vantino sopra gli altri maggiore preminenza.
Hanno molte prerogative, non solo di creare gli Eletti, i quali con quello del Popolo governano la città, convenendo insieme nel loro Tribunale a trattare i negozi del Pubblico, ma esercitano ancora molte giurisdizioni, e fra l'altre di dichiarar i Popolani nobili del Popolo napoletano, e conceder lettere di cittadinanza. Hanno parimente i Nobili di queste Piazze autorità di creare il Sindico, che ne' Parlamenti generali ed in altre pubbliche funzioni, appresso il Vicerè rappresenta non meno la città, che tutto il Regno. Comunicano insieme i Nobili di Capuana e Nido, quando s'uniscono per trattare i negozi del pubblico, potendo l'uno andare al Seggio dell'altro, con dar i voti; ma non perciò possono ricevere uffici, se non ognuno nel suo proprio Seggio. Hanno ancora una legge fra loro circa il contrarre i matrimoni, detta la nuova maniera di Capuana e Nido. Ed i Nobili di Montagna aveano anch'essi anticamente nuovo modo circa il dar delle doti alle Gentildonne della loro Piazza. Ed in Napoli ancora nell'età vetusta v'era un altro modo di contratto dotale all'usanza delle Contesse e Baronesse del Regno.
Non riconoscendosi nella città di Napoli se non che due Ordini, di Nobiltà e di Popolo, poichè lo Stato ecclesiastico, che in Francia fa ordine a parte, presso di noi non è riputato Ordine separato; ma (siccome l'Ordine de' Magistrati) è rimasto mescolato tra la Nobiltà e Popolo, perciò nel governo della medesima, non si ammettono se non Nobili e del Popolo. Quindi è, che appartenendosi il governo della medesima non meno a' Nobili che al Popolo, siccome fu sempre, come ben pruova il Tutini[357], perciò oltre le cinque soprannomate Piazze, evvene un'altra del Popolo, la quale non altrimenti che quelle de' Nobili, elegge il suo Eletto, crea i suoi Ufficiali, tiene le sue regioni minori, che chiamano Ottine, ed è partecipe insieme co' Nobili del governo delle città, e di tutti gli altri onori e preminenze[358].
Ma all'incontro, dimorando in questa città molte nobili ed illustri famiglie, le quali non comunicano nè con la Nobiltà, nè col Popolo: perciò queste si riputano come fuori del Corpo della cittadinanza, traendo esse la maggior parte l'origine da altre città di dentro e fuori del Regno. Nè tal Nobiltà ha sede o luogo; perchè altrimente dovrebbe ancor ella aver parte nei paesi, e negli onori insieme con gli altri Nobili de' cinque Seggi.
Per questa cagione a' tempi di D. Pietro di Toledo, allora Vicerè, cadde in pensiero a molte famiglie, che non erano aggregate a' Seggi, nè comunicavano col Popolo, di supplicar Carlo V, che traendo esse origine da famiglie illustri, nobilitate con feudi, per lunghi anni signore di vassalli, ed imparentate con Nobili di Piazze, che dovessero ammettersi a' Seggi ovvero di conceder loro licenza, che potessero edificare un nuovo Seggio, e goder degli onori e pesi, che godono i Nobili della loro città. Ma trovandosi allora implicato l'Imperadore alla guerra di Siena, non potè darvi alcun provvedimento; ed intanto perchè molte di quelle famiglie furono poi ammesse a' Seggi, non vi si fece altro. Ma da poi correndo l'anno 1558 si rinovò la dimanda da quelle Case, che non furono aggregate, e da molte famiglie spagnuole, le quali ne supplicarono il Re Filippo II ma rimesso dal Re l'affare a giustizia, s'impose a quello perpetuo silenzio. Ultimamente nell'anno 1637 molte illustri famiglie, come gli Aquini, Eboli, Filangieri, Gambacorti, Ajerbi d'Aragona, Concobletti, Orsini, Marchesi, Franchi, Leiva, Mendozza ed altre, posero di nuovo in tratto d'ergere un nuovo Seggio, e ne ricorsero al Re Filippo IV; ma dopo un lungo aspettare, secondo la solita tardità e lunghezza di quella Corte, stancati finalmente i pretendenti, non ne fecero più parola, tanto che proccuraron da poi d'essere aggregati negli antichi Seggi, dove sono stati ammessi.
§. I. Parlamenti generali cominciati a convocarsi in Napoli.
Da' precedenti libri di quest'Istoria si è potuto notare che i Re di Sicilia, quando o per occasione di stabilir nuove leggi, ovvero per altri bisogni dello Stato convocavano le Corti generali, non in Napoli, ma in varie città del Regno l'intimavano. Così ora in Melfi, ora in Ariano, ora in Bari, in S. Germano, Capua, Barletta ed altrove tennero Parlamenti. Ma da poi che Carlo d'Angiò, residendo per lo più in Napoli, invitò ad abitare in quella quasi tutti i Baroni, i Signori ed i maggiori Ufficiali del Regno, fu questa città riputata la più acconcia e comoda, per potersi quivi convocare le generali Assemblee, dove trovandosi la maggior parte de' Baroni, e venendo i Sindici delle altre città e terre del Regno, s'univano i due Ordini della Nobiltà e del Popolo a deliberare delle cose importanti e rimarchevoli dello Stato; poichè presso di Noi, siccome in tutti gli altri Stati della Cristianità, toltone il Regno di Francia, lo Stato ecclesiastico non fa Ordine a parte, ma non altrimente che facevano i Romani de' loro Preti, li quali li lasciavano mescolati fra i tre Stati, gli lasciamo nell'Ordine della Nobiltà e del Popolo; ond'è, che tra noi ne' Parlamenti il Clero non ha luogo a parte, e se talora vi sono invitati i Prelati, v'intervengono come Baroni, siccome l'Abate di Monte Cassino che vanta essere il primo Barone del Regno, l'Arcivescovo di Reggio e tanti altri. Quindi per essersi Napoli renduta capo e metropoli del Regno, quasi tutti i Parlamenti che si tennero da poi, in questa città si convocarono, tanquam in solemniori, et habiliori loco come Carlo II stesso lo qualifica[359]. Ciò che poi imitarono Giovanna I, Carlo III, Luigi II, Alfonso I e gli altri Re suoi successori[360], tantochè avendo il Re Alfonso intimato un Parlamento in Benevento, i Napoletani se ne offesero, e feron sì, che il Re lo convocasse in Napoli.
CAPITOLO V. Divisione del Regno di Sicilia da quello di Puglia, per lo famoso Vespro Siciliano.
Ma fra le cagioni sinora annoverate, onde Napoli sopra tutte le altre città estolse il suo capo, la principale fu la divisione di questi due Reami. Divisi questi Regni, si videro due Reggie, l'antica di Sicilia e la nuova di Napoli. Palermo rimase per gli Aragonesi in Sicilia: Napoli per li Franzesi in Puglia e Calabria. Ed è cosa da notare, che non meno la prospera fortuna fin qui tenuta da Carlo, che l'avversa, la quale, assunto che fu al Ponteficato Niccolò III cominciò a travagliar questo Principe, cospirarono alla esaltazione di questa Città.
Morto Papa Giovanni, e non avendo potuto Re Carlo per sei mesi di maneggi, quanto appunto vacò quella sede, ottenere, che si fosse rifatto un Papa Franzese, si risolvè il Collegio de' Cardinali nel mese di novembre dell'anno 1277 eleggere per successore Giovanni Cardinal Gaetano di Casa Ursina che Niccolò III volle nomarsi. Costui, che tanto nella vita privata, come nel Cardinalato fu tenuto per uomo di buoni costumi e di vita cristiana, assunto al Papato mostrò un desiderio sfrenato d'ingrandire i suoi; onde nel conferire le Prelature ed i gradi, e beni tanto temporali del suo Stato, quanto ecclesiastici, ogni cosa donava, e conferiva a' suoi parenti o ad altri, ad arbitrio loro[361]; e da questa passione mosso mandò a richiedere Re Carlo, che volesse dare una delle figliuole del Principe di Salerno, ad uno de' suoi nepoti. Ma quel Re, ch'era usato d'aver Pontefici vassalli ed inferiori, se ne sdegnò, e rispose che non conveniva al sangue Reale di pareggiarsi con Signoria, che finisce con la vita, come quella del Papa. Di questa risposta s'adirò il Pontefice, in guisa che rotto ogni indugio se gli dichiarò nemico, e rivocò fra pochi giorni il privilegio concesso, e confermato dagli altri Pontefici in persona del Re Carlo, del Vicariato dell'Imperio, dicendo, che poichè in Germania era stato eletto Rodolfo Imperadore, toccava a lui d'eleggersi il Vicario, e che 'l Papa non avea potestà alcuna d'eleggerlo, se non in tempo che l'Imperio vacava. Poi venne a Roma, e conoscendosi col favore de' suoi poter più di quello, che aveano potuto gli altri Pontefici, gli tolse l'Ufficio di Senatore, e fece una legge, che nè Re, nè figliuoli di Re potessero esercitare quell'Ufficio.
Carlo disprezzò l'ire del Pontefice e' suoi disgusti, li quali, come vedrassi, furono una delle quattro cagioni della perdita di Sicilia; ma tutto inteso alla guerra contro Michele Paleologo Imperador di Costantinopoli ne avea già ordinato un apparato grandissimo nel Regno, nell'isola di Sicilia ed in Provenza; ed erasi già accinto all'impresa con un gran numero di galee, e numero infinito di legni da passar cavalli, e da condur cose necessarie ad un grandissimo esercito; fece intendere a tutti i Conti e Feudatari a lui soggetti, che si ponessero in ordine per seguirlo: scrivendo in oltre a tutti i Capitani, che facessero elezione de' più valenti soldati e cavalli, per venire al primo ordine suo a Brindisi[362].
La fama di sì grande apparato sbigottì molto il Paleologo, e 'l mise in gran timore, sapendo quanta fosse la potenza di Re Carlo; pure quanto potea, si preparava a sostener l'impeto di tanta guerra; ma trovò dall'ingegno e dal valore d'un solo uomo quello aiuto, che avrebbe potuto promettersi da qualunque grande esercito.
Quest'uomo fu Giovanni di Procida cittadino nobile salernitano, Signore di Procida e di molte terre; fu molto affezionato alla Casa di Svevia, e da Federico II tenuto in sommo pregio per le molte virtù, alle quali accoppiò anche una somma perizia di medicina, ciò che non faceva in que' tempi vergogna; poichè, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, in Salerno questa scienza era professata da' Nobili più illustri di quella città, nè abborrivano di professarla eziandio i Prelati della Chiesa, siccome l'Arcivescovo di Salerno Romualdo Guarna, e l'Arcivescovo di Napoli Berardino Caracciolo, il quale non disdegnò nella iscrizione del suo sepolcro, rapportata dal Summonte[363], che fra gli altri encomi vi si ponesse: Utriusque juris Doctoris, ac Medicinae scientiae periti. Ed il Tutini[364] rapporta d'aver egli osservato nel regio Archivio una carta, ove Gualtieri Caracciolo dimanda licenza al Re Carlo II d'andare nell'isola di Sicilia a ritrovar Giovanni di Procida, già vecchio, per farsi curare d'una sua infermità. Non meno di Federico l'ebbe caro Re Manfredi, di cui volle troppo ostinatamente seguire le parti; onde per la venuta di Carlo, essendogli stati confiscati i suoi beni, non fidandosi di star sicuro in Italia, per l'infinito numero degli aderenti di Re Carlo, se n'andò in Aragona a trovare la Regina Costanza unico germe di casa Svevia, e moglie di Re Pietro, al quale per segno dell'investitura di questi Reami eragli stato portato il guanto, che, come si disse, buttò Corradino nella piazza del Mercato, quando Re Carlo gli fece mozzar il capo. Fu benignissimamente accolto tanto da lei, quanto dal Re suo marito, dal quale essendo nel trattare conosciuto per uomo di gran valore e di molta prudenza, fu fatto Barone nel Regno di Valenza, e Signor di Luxen, di Benizzano e di Palma. Giovanni veduta la liberalità di quel Principe, drizzò tutto il pensier suo a far ogni opera di riporre il Re e la Regina ne' Regni di Puglia e di Sicilia; e tutto quel frutto che cavava dalla sua Baronia, cominciò a spendere in tener uomini suoi fedeli per ispie nell'uno e nell'altro Regno, dove avea gran sequela d'amici, e cominciò a scrivere a quelli, in cui più confidava.
Ma tosto s'avvide, che tentar ciò nel Regno di Puglia era cosa affatto impossibile e disperata; poichè per la presenza di Re Carlo, che avea collocata la sua sede in Napoli, e scorreva per l'altre città di queste nostre province, e per li beneficj che avea fatti a' suoi fedeli, e per lo rigore usato contro i ribelli, era in tutto spenta la memoria del partito di Manfredi. Rivoltò perciò tutti i suoi pensieri nell'isola di Sicilia, ove trovò le cose più disposte; poichè essendo il Re lontano, avea commesso il governo di quella a' suoi Ministri franzesi, i quali trattando i Siciliani asprissimamente, erano in odio grandissimo presso tutti gli isolani. Venne perciò sotto abito sconosciuto Giovanni in Sicilia, e cominciando a trattare della cospirazione con alcuni più potenti e peggio trattati da' Franzesi, vennero a conchiudere fra di loro di prender l'armi tutti in un tempo contro i Franzesi, e gridare per loro Re Pietro d'Aragona. Ma parendo loro poche le forze dell'isola e non molte quelle di Pietro, e che perciò bisognava a queste due giungere altra forza maggiore: Giovanni ricordandosi de' disgusti, che Carlo passava col Papa, e che 'l Paleologo temendo molto degli apparati di Carlo, avrebbe fatto ogni sforzo per distorlo dall'impresa di Costantinopoli; andò subito a Roma sotto abito di religioso a tentare l'animo del Papa, il quale trovò dispostissimo d'entrare per la parte sua a favorir l'impresa. Se ne andò poi col medesimo abito a Costantinopoli, ed avendo con efficacissime ragioni dimostrato al Paleologo, che non era più certa nè più sicura strada al suo scampo, che prestar favore di denari al Re Pietro, affinchè l'impresa di Sicilia riuscisse, poichè in tal caso Carlo, avendo la guerra in casa sua, lascerebbe in tutto il pensiero di farla in casa d'altri; di che persuaso l'Imperadore, si offerse molto volentieri di far la spesa, purchè Re Pietro animosamente pigliasse l'impresa; e mandò insieme con Giovanni un suo molto fidato segretario con una buona somma di denaro, che avesse da portarla al Re d'Aragona, ordinandogli ancora di abboccarsi col Papa, per dargli certezza dell'animo suo, e della prontezza, che avea mostrata in mandar subito aiuti. Giunsero il Segretario e Giovanni a Malta, isoletta poco lontana da Sicilia e si fermarono ivi alcuni dì, finchè i principali de' congiurati, avvisati da Giovanni, fossero venuti a salutare il Segretario dell'Imperadore, ed a dargli certezza del buono effetto, che ne seguirebbe, quando l'Imperadore stasse fermo nel proposito fin'a guerra finita. Poi si partirono i congiurati, e ritornarono in Sicilia a dar buon'animo agli altri consapevoli del fatto. Intanto Giovanni col Segretario passarono a Roma, dove avuta audienza dal Papa, gli proposero tutto il fatto: costui che temea la potenza di Carlo, e voleva vendicarsi dell'ingiuria fattagli, imitando i suoi predecessori, siccome costoro con l'aiuto de' Franzesi discacciarono da quell'isola gli Svevi, così egli colle forze degli Aragonesi, pensò discacciarne gli Angioini; onde non solo entrò nella Lega ma avendo inteso, che l'Imperadore mandava denari, promise di contribuire anch'egli per la sua parte, e scrisse al Re Pietro, confortandolo con ogni celerità a ponersi in punto per poter subito soccorrere i Siciliani da poi che avessero eseguito la congiura, ed occupato quel Regno, del quale egli l'avrebbe data subito l'investitura, ed aiutato a mantenerlo. Per queste cagioni il Re d'Aragona nella lettera scritta a Carlo dopo essersi impadronito dell'isola, gli diceva che quella era stata aggiudicata a lui per l'autorità della Santa chiesa e di Messer lo Papa e de' venerabili Cardinali. Con queste lettere e promesse portossi nell'anno 1280. Giovanni in Aragona, ed avendo comunicato al Re il disegno che s'era fatto per dargli in mano la Sicilia, Pietro temè in prima di entrar in una guerra, della quale dubitava di non poter uscire con onore: ma il Procida tolse tutte le difficoltà: I con assicurarlo per parte dell'Imperador di Costantinopoli, il quale per mezzo del suo Segretario gli avea mandato il denaro, ed offertosi che non avrebbe mancato per l'avvenire di contribuire a tutti i bisogni della guerra: II con dargli le lettere del Papa che l'assicurava del medesimo, e che l'avrebbe investito di quell'isola: III che i Siciliani per l'odio implacabile, che aveano co' Franzesi, con contentezza universale avrebbero agevolata l'impresa; e per ultimo gli fece concepire, che non era necessario ch'egli s'impegnasse, se non quando la congiura di Sicilia fosse riuscita. Per queste efficaci ragioni fu disposto quel Re d'accettarla; tanto più, quanto la Regina Costanza sua moglie il sollecitava non meno a far vendetta di Re Manfredi suo padre e del fratello Corradino, che a ricoverare i Regni, che appartenevano a lei, essendo morti tutti i maschi della linea sveva: convocati perciò i più intimi suoi consiglieri, trattò del modo, che s'avea da tenere, e fu convenuto tra di loro, che il Re allestirebbe una flotta considerabile, sotto pretesto di far la guerra in Affrica a' Saraceni, e che si terrebbe su le coste dell'Affrica, pronto a far vela in Sicilia, se la cospirazione fosse riuscita: che se venisse a fallire, poteva, senza mostrar d'averci alcuna parte, continuare a far la guerra a' Saraceni. E vi è chi scrisse[365], che Re Carlo vedendo posta in ordine questa flotta molto maggiore di quello, che potea sperarsi dalle forze di Re Pietro, gli avesse mandato a dimandare a che fine facea tal apparato; ed essendogli stato risposto per l'impresa d'Affrica contro Saraceni, Re Carlo, o per partecipare del merito guerreggiando contro Infedeli, de' quali egli fu sempre acerbissimo persecutore, o per gratificare quel Re suo stretto parente, gli avesse mandati ventimila ducati per soccorso di quell'impresa.
Ma ecco, che mentre queste cose si dispongono, e 'l Procida ritorna in Italia, muore Papa Niccolò: ed in suo luogo per gl'intrighi di Carlo, o più tosto per la violenza fatta a' Cardinali, fu rifatto a febbraio del 1281 un Papa franzese, creatura ed amicissimo del Re Carlo, che Martino IV comunemente si noma, chiamandolo altri Martino II, poichè i due predecessori, non Martini, ma Marini gli appellano. Dubitando perciò Giovanni, che non si raffreddasse l'animo dell'Imperadore, tosto ritornò in Costantinopoli per riscaldarlo; e passando in abito sconosciuto insieme col Segretario per Sicilia, venne a parlamento con alcuni de' primi della congiura, e diede loro animo, narrando quanto erasi fatto, e che non dovessero sgomentarsi per la morte di Papa Niccolò: e fece opera che quelli mostrassero al Segretario la prontezza de' Siciliani, e l'animo deliberato di morire più tosto che vivere in quella servitù, affinchè ne potesse far fede all'Imperadore e tanto più animarlo; poi seguirono il viaggio e giunsero felicemente a Costantinopoli. E fu notata da' Scrittori per cosa maravigliosa, che questa congiura tra tante diverse nazioni, ed in diversi luoghi del Mondo durò più di due anni, e per ingegno e per destrezza del Procida fu guidata in modo, che ancor che Re Carlo avesse per tutto aderenti, non n'ebbe però mai indizio alcuno.
Dall'altra parte Re Pietro, ancorchè per la morte di Papa Niccolò restasse un poco sbigottito, avendo perduto un personaggio principale ed importante alla Lega; non però volle lasciar l'impresa, anzi mandò Ambasciadore al nuovo Pontefice a rallegrarsi dell'assunzione al trono e a cercargli grazia, che volesse canonizzare Fr. Raimondo di Pegnaforte; ma invero molto più per tentare l'animo del Papa, mostrando destramente volere, non per via di guerra ma per via di lite innanzi al Collegio proponere e proseguire le ragioni, che la Regina Costanza avea ne' Reami di Puglia e di Sicilia. Ma il Papa avendo ringraziato l'Imbasciadore della visita e trattenuto di rispondergli sopra la Canonizzazione, come intese l'ultima richiesta, disse all'Imbasciadore: Dite a Re Pietro, che farebbe assai meglio pagare alla Chiesa romana tante annate, che deve per lo censo, che Re Pietro suo Avo promise di pagare, ed altresì i suoi successori, come veri vassalli e Feudatari di quella; e che non speri, finchè non avrà pagato quel debito, di riportar grazia alcuna dalla Sede Appostolica[366].
Mentre queste cose si trattavano, Giovanni di Procida tornato di Costantinopoli in Sicilia, sotto diversi abiti sconosciuto, andò per le principali terre di Sicilia, sollecitando i congiurati, e tenendo sempre per messi avvisato Re Pietro segretissimamente di quanto si faceva; ed avendo inteso, che la sua armata era già in ordine per far vela, egli eseguì con tant'ordine e tanta diligenza quella ribellione, che nel mese di marzo, il secondo giorno di Pasqua dell'anno 1282 al suon della campana, che chiamava i Cristiani all'ufficio di vespero, in tutte le terre di Sicilia, ove erano i Franzesi, il Popolo pigliò l'arme, e li uccise tutti con tanto sfrenato desiderio di vendetta, che uccisero ancora le donne della medesima isola, ch'erano casate con Franzesi e quelle ch'erano gravide, ed i piccioli figliuoli ch'erano nati da loro; e fu gridato il nome di Re Pietro d'Aragona e della Regina Costanza: e questo è quello che fu chiamato e si chiama il Vespro Siciliano. Non corse in questa crudele uccisione, dove perirono da ottomila persone, spazio di più di due ore; e se alcuni pochi in quel tempo ebbero comodità di nascondersi o di fuggire, non per questo furon salvi; perocchè essendo cercati e perseguitati con mirabile ostinazione, all'ultimo furon pure uccisi.
Questa crudele strage, e così repentina mutazione e rivoluzione fu per lettera dall'Arcivescovo di Monreale scritta al Papa, a tempo, che Carlo si trovava con lui in Montefiascone. Il Re restò sorpreso e molto abbattuto, vedendo in tanto breve spazio aver perduto un Regno, e buona parte de' suoi soldati veterani; pure, raccommandate le sue cose al Papa, trovandosi già l'armata in ordine, ch'era destinata contro l'Imperador greco, ritornò subito nel Regno, e con quella incontinente fece vela verso la Sicilia, e cinse Messina di stretto assedio.
Dall'altra parte Papa Martino, desideroso che l'Isola si ricovrasse, mandò in Sicilia per Legato appostolico il Cardinal Vescovo di Sabina, con lettere ai Prelati ed alle terre dell'isola, confortandole a rimettersi nell'ubbidienza di Carlo, con ingiungere al medesimo, che quando queste lettere non valessero, adoperasse non solo scomuniche ed interdetti, ma ogni altra forza, per favorire le cose del Re.
Giunse il Cardinale in Palermo, nel medesimo tempo che Carlo giunse a Messina; ma siccome gli uffici del Legato niente poterono contro l'ostinazione dei Siciliani, così l'assedio, che Carlo avea posto a Messina fu con tanto vigore proseguito, che finalmente strinse gli abitanti a volersi arrendere a lui colla sola condizione di salve le vite: ma egli era così trasportato dalla rabbia, che negò anche questa condizione. Mandarono Ambasciadori al Papa, perchè intercedesse per loro presso l'adirato Principe: ma non fu data loro udienza, onde posti nell'ultima disperazione si risolvettero di difendersi fino all'ultimo spirito.
Giovanni di Procida, che si trovava a Palermo, impaziente della dimora del Re Pietro, il quale era passato già coll'armata in Affrica all'assedio d'una città che gl'Istorici siciliani chiamano Andacalle, vedendo lo stretto bisogno de' Messinesi, imbarcatosi sopra una Galeotta con tre altri, che andavano con lui con titolo di Sindici di tutta l'isola, andò a trovare Re Pietro, ed informatolo del presto bisogno del suo soccorso, l'indusse a lasciar tosto le coste dell'Affrica, e colla sua armata ad incamminarsi verso Palermo.
Allora fu, che Re Pietro non potendo più nasconder i suoi disegni per l'impresa di Sicilia, volle giustificarsi co' Principi d'Europa suoi parenti; onde prima che lasciasse le coste d'Affrica, scrisse in questo anno 1282 una lettera ad Odoardo Re d'Inghilterra, che si legge negli atti di quel Regno, ultimamente fatti dare alla luce dalla Regina Anna[367], nella quale gli dice, che essendo egli occupato nella guerra contro i Saraceni, i Siciliani gli aveano inviati deputati a pregarlo di venirsi a mettere in possesso della Sicilia, ciò ch'era risoluto di fare, perchè quel Regno apparteneva a Costanza sua moglie. Fece dunque egli vela per Sicilia, e a' dieci d'agosto giunse a Trapani, ove concorsero ad incontrarlo tutti i Baroni e Cavalieri de' luoghi convicini; indi portossi a Palermo, dove fu con grandissima festa e regal pompa incoronato Re dal Vescovo di Cefalu, poichè l'Arcivescovo di Palermo, a cui ciò toccava, era presso Papa Martino.
I Messinesi, per l'arrivo del Re Pietro, ripresero vigore, ed attesero costantemente alla difesa della Patria; e non solo quelli ch'erano abili a portare ed esercitar l'armi, ma le donne ed i vecchi non lasciavano di risarcire di notte tutto ciò che il giorno per gl'istromenti bellici era abbattuto.
Intanto Re Pietro, così consigliato dal Procida, ordinò che il famoso Ruggiero di Loria Capitano della sua armata, andasse ad assaltare l'armata franzese per debellarla, e ponere guardia nel Faro, affinchè non potesse passare vettovaglia alcuna di Calabria al campo franzese; ed egli per animar i Popoli, e tener in isperanza i Messinesi, si partì da Palermo, e venne a Randazzo, terra più vicina a Messina. Di là mandò tre Cavalieri Catalani per Ambasciadori al Re Carlo, con una lettera, nella quale l'informa essere giunto nell'isola di Sicilia, che gli era stata aggiudicata per autorità della Chiesa, del Papa e de' Cardinali, e gli comanda, veduta questa lettera, di partir tosto dall'isola, altrimente ne l'avrebbe costretto per forza. Letta da Carlo questa lettera in pubblico avanti tutto il Consiglio de' suoi Baroni, nacque tra tutti un orgoglio incredibile, ed al Re tanto maggiore, quanto era maggiore, e più superbo di tutti; nè poteva sopportare, che Re Pietro d'Aragona, ch'era in riputazione d'uno de' più poveri Re, che fossero in tutta Cristianità, avesse osato di scrivere a lui con tanta superbia, che si riputava il maggiore Re del Mondo. Fu consultato della risposta. Il Conte Guido di Monforte fu di parere, che non s'avesse a rispondere, ma subito andare a trovarlo, e dargli la penitenza della sua superbia; ma il Conte di Brettagna, ch'era allora col Re, consigliò, che se gli rispondesse molto più superbamente, siccome fu eseguito con un altro biglietto del medesimo tenore, trattandolo da malvagio e da traditore di Dio e della Santa Chiesa romana. Questi due biglietti, oltre esser rapportati da Giovanni Villani e dal Costanzo, si leggono ancora così in Italiano, come furono scritti, negli Atti suddetti d'Inghilterra ultimamente stampati[368].
Esacerbati in cotal maniera gli animi d'ambedue i Re, che non si risparmiavano anche con parole piene di gravi ingiurie d'infamar l'un l'altro: Re Pietro intanto avea soccorsa Messina, e Ruggiero di Loria era passato colla sua armata al Faro per combatter la franzese e per impedirgli le vettovaglie. Errico Mari Ammiraglio di Carlo venne dal Re a protestare, che egli non si confidava di resistere, nè poteva fronteggiare con l'armata catalana, che andava molto ben fornita d'uomini atti a battaglia navale. Carlo, che in tutti gli altri accidenti s'era mostrato animoso ed intrepido, restò sbigottito, e chiamati a consiglio i suoi, dopo molte discussioni, fu conchiuso, che per non esporsi l'armata d'esser affamata dalla flotta del Re d'Aragona, si dovesse levar l'assedio, e ritirarsi in Calabria, e differire l'impresa. Carlo, benchè l'ira e la superbia lo stimolasse a non partire con tanta vergogna, lasciò l'assedio, e subito pieno di scorno e d'orgoglio, passò in Calabria con animo di rinovare la guerra a primavera con tutte le forze sue; ma appena fur messe le sue genti in terra a Reggio, che Ruggiero di Loria sopraggiunse con la sua armata, e quasi nel suo volto pigliò trenta galee delle sue, ed arse più di settanta altri navili di carico; del che restò tanto attonito, e quasi attratto da grandissima doglia, che fu udito pregar Dio in franzese, che poichè l'avea fatto salir in tant'alto stato, ed or gli piaceva farlo discendere, il facesse scendere a più brevi passi. Dopo distribuite le sue genti per quelle terre di Calabria più vicine a Sicilia venne a Napoli, e pochi giorni da poi se n'andò a Roma, a portar querele al Papa contro il suo nemico, lasciando nel Regno per suo Vicario il Principe di Salerno, a cui diede savi Consiglieri, che l'assistessero per ben governarlo.
Ma trattanto che Carlo perdeva il tempo a querelarsi col Papa, Re Pietro a' 10 ottobre entrò in Messina, e ricevuto con allegrezza universale, fu riconosciuto ed acclamato per Re da tutta l'isola. E fermatosi quivi diede assetto a tutte le cose, riordinando quel Regno, ora che tutto quieto e pacato era sotto la sua ubbidienza. Ed avendo voluto il Cardinal di Parma, Legato Appostolico, disturbarlo con interdetti e censure, egli imitando gli esempi degli altri Re di Sicilia suoi predecessori, curandosi poco dell'interdetto, costrinse i Sacerdoti per tutta l'isola a celebrare, e que' Prelati aderenti al Pontefice, che negarono di voler far celebrare nelle loro Chiese, si lasciarono partire, ed andare a Roma[369]. Ed avendo poco da poi fatta venire a Palermo la Regina Costanza sua Consorte e due suoi figliuoli, Don Giacomo e Don Federico, ed una sua figliuola chiamata D. Violante, ordinò a' Siciliani che dovessero ubbidir a Costanza, alla quale egli dichiarossi avere riacquistato il perduto Regno. Indi dovendo partir per Aragona, e dopo passar in Francia per l'appuntato duello in Bordeos col Re Carlo, volle, che tutti i Siciliani giurassero per legittimo successore ed erede, e futuro Re Don Giacomo suo figliuolo: il che fu fatto con grandissima festa e buona volontà di tutti.
Ecco come rimasero questi due Reami infra di lor divisi, e come due Reggie sursero. Palermo restò per gli Aragonesi in Sicilia: Napoli per li Franzesi in Puglia e Calabria.
CAPITOLO VI. Uffiziali della Corona divisi. Il Tribunale della Gran Corte stabilito in Napoli, e della Corte del Vicario.
Quindi nacque ancora, che quando a tempi de' Normanni e de' Svevi, essendo una la sede regia, gli Ufficiali della Corona erano i medesimi non meno in Sicilia che in Puglia; da questo tempo in poi ciascuno Regno ha avuti i suoi propri, nè quelli dell'uno si impacciavano dell'altro. Re Pietro creò i suoi per lo Regno di Sicilia, e Carlo ritenne gli antichi, che restrinsero la loro giurisdizione nel Regno solo di Puglia. Così avendo il Re d'Aragona creato Gran Giustiziere di quell'isola Alaimo di Lentino, che fu uno de' principali capi della congiura, vennero a farsi due Gran Corti, una in Sicilia, della quale era capo Alaimo; l'altra in Napoli, nella quale era Gran Giustiziere Luigi de' Monti: ond'è che Sicilia ritenga ancora questo Tribunale della Gran Corte, senz'altra giunta di Vicaria; poichè in quell'isola non vi fu la Corte del Vicario, come fu in Napoli, essendo questa stata istituita da Carlo I, quando lasciò il Principe di Salerno per Vicario del Regno, come diremo. Così nell'istesso tempo, che Re Pietro creò Giovanni di Procida Gran Cancelliere di Sicilia, noi avevamo l'altro in Napoli. Ruggiero di Loria fu Grand'Ammiraglio del Re Pietro, ed Errico di Mari del Re Carlo; e così di mano in mano degli altri Ufficiali.
Perciò Napoli ritiene oggi li suoi Ufficiali separati da quelli di Sicilia, siccome eziandio gli ritenne, ancorchè quella si fosse riunita poi sotto il Regno d'Alfonso I. Ciò che per questa divisione ne avanzò il Regno di Sicilia fu, che gli Aragonesi per aver sempre avversi i Pontefici romani, i quali volevano che il Regno si restituisse agli Angioini, non cercarono più ad essi investitura; onde a lungo andare quella del Regno di Sicilia si tolse, e rimase solo per lo Regno di Napoli.
Ma non perchè Napoli fosse per tanti gradi salita ad esser capo e metropoli del Regno di Puglia, è punto vero quel che il Munstero[370], Freccia[371], e 'l Summonte[372] scrissero, che sin da questi tempi fosse questo Regno perciò chiamato il Regno di Napoli, e che Carlo I d'Angiò, Re di Napoli volle denominarsi; poichè tanto Carlo I quanto Carlo II suo figliuolo, e Roberto suo Nipote, e tutti gli altri suoi successori, non ostante la Bolla di Clemente IV, che chiamò questi Regni di Sicilia citra, et ultra Pharum, non vollero ne' loro diplomi mutar punto gli antichi titoli, e sempre vollero intitolarsi Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, et Principatus Capuae. Anzi per quest'istesso che la Sicilia era occupata dagli Aragonesi, affinchè non potesse dirsi di aver avuto animo d'abbandonarla, perciò s'intitolavano anch'essi, non meno che gli Aragonesi, Re di Sicilia. E l'essersi poi questo Regno detto di Napoli non più di Puglia, non accadde in questi tempi, ma molto tempo da poi; e ciò avvenne, quando di nuovo fu diviso dalla Sicilia sotto il Regno di Ferdinando I d'Aragona, figliuolo d'Alfonso e de' suoi successori, poichè questi Aragonesi non avendo altro Reame che quello di Napoli, nè potendo aver pretensione per quello di Sicilia, si dissero, o semplicemente Re di Napoli, ovvero di Sicilia citra Pharum. E nel Regno degli Angioini, gli Scrittori di questi tempi non chiamarono con altro nome questo Regno, che con quello di Puglia, siccome, oltre di molti altri, può scorgersi in Giovanni Boccaccio, il quale scrivendo ne' tempi del Re Roberto e di Giovanna I, non chiamò mai questo Regno di Napoli, ma sempre di Puglia.
§. I. Del Tribunale della Gran Corte stabilito in Napoli.
L'essersi questo Tribunale stabilito in Napoli, non solo si dee alla residenza di Carlo I d'Angiò in questa città, non molto più a questa divisione del Regno di Sicilia, la quale obbligò così lui, come gli altri Re suoi successori a mantenerlo quivi. Non è, che questo Tribunale riconoscesse la sua istituzione da Carlo o da Federico II, siccome si diedero a credere alcuni, ma come si è veduto nell'undecimo libro di quest'Istoria, quando si favellò del Gran Giustiziere, fu introdotto da' Normanni. Federico per mezzo di molte sue Costituzioni lo innalzò, e stese molto la giurisdizione, costituendolo supremo sopra tutti gli altri: siccome, imitando i suoi vestigi, fecero poi gli altri Re della Casa d'Angiò. Prima, oltre del Gran Giustiziere suo Capo, componevasi di quattro Giudici; ma Federico v'aggiunse poi l'avvocato, ed il Procurator fiscale, il M. Razionale, molti Notai ed altri Ufficiali minori. Si agitavano in questo, non solo le cause civili e criminali, ma anche le Feudali, delle Baronie, dei Contadi e de' Feudi Quaternati, le liquidazioni d'istromenti; e tutte le cause degli altri tribunali inferiori, e de' Giustizieri delle province, si portavano a quello per via d'appellazione, anche quelle delegate dal Re. Erano sottoposti alla sua giurisdizione tutti i Conti, tutti i Baroni e tutte le persone del Regno. Poteva anche conoscere de' delitti di Maestà lesa, e di tutte le cause più gravi e rilevanti dello Stato.
I Re angioini gli diedero anche per mezzo de' loro Capitoli più regolata e stabil forma: e fra gli altri Carlo II nel 1306, mentr'era Gran Giustiziere Ermengano di Sabrano Conte d'Ariano, mandò al medesimo molti altri Capitoli, co' quali gli diede norma più particolare, come dovesse reggere il suo Ufficio, mostrandogli quanto quello fosse sublime, ed in quante cause potesse stendere la sua giurisdizione[373].
Reggendosi questo Tribunale dal Gran Giustiziere, perciò veniva anche chiamato M. Curia Magistri Justitiarii il quale prima avea la facoltà di destinar egli il suo Luogotenente, ovvero Reggente, che in sua vece lo reggesse: la qual prerogativa fu da poi tolta al Gran Giustiziere, ed attribuita a' Vicerè, siccome ora costumasi.
Napoli adunque resasi più cospicua sopra l'altre del Regno, anche per cagion di questo Tribunale, il quale tirando a se per via d'appellazione tutte le cause del Regno, e dove trattavansi le più rilevanti de' Baroni e de' Conti, doveva per necessità renderla più frequentata e grande. Ma con tutto che per la residenza de' Re angioini fossesi un tribunale così augusto stabilito in Napoli, non s'estinse perciò l'altro più antico che vi era del Capitano. Il Capitano di Napoli avea la sua Corte composta da suoi particolari Giudici, la quale amministrava giustizia a' cittadini napoletani ed a suoi Borghesi[374]. Si stendeva ancor la sua giurisdizione nella città di Pozzuoli; ond'è, che nei Registri[375] di questi Re franzesi, si leggano alcuni che furono Capitani di Napoli e di Pozzuoli, come Aymericus de Deluco Miles Capitaneus Neapolis, et Puteolis. E ne' tempi del Re Roberto ancor si legge Roberto di Cornai Capitano di Napoli e di Pozzuoli. Era creato a dirittura dal Re, e perciò non poteva il Reggente della Gran Corte impedire, che non esercitasse la sua giurisdizione in questi luoghi. Così leggiamo a' tempi di Carlo II, che Francesco d'Ortona Capitano ottenne dal Re, che il Reggente della Gran Corte non l'impedisse a poter esercitare la sua giurisdizione, anche nella città di Pozzuoli.
Di questa Corte del Capitano di Napoli sin da' tempi di Carlo I d'Angiò, ne' quali come si è altrove rapportato, vi fu Giudice il famoso Marino di Caramanico, abbiamo ne' registri di questi Re franzesi spessa memoria. Nel registro del Re Carlo II dell'anno 1298 si legge una sua carta dirizzata Capitaneo, et universis hominibus Civitatis Neap. ec[376]. E ne' registri dello stesso Re dell'anno 1302 e 1303 si legge essersi scelta la Casa de' Fellapani nella Piazza di Portanova, che era allora quasi in mezzo della città, per reggersi questa Corte; dalla quale fu denominata la Chiesa di San Giovanni a Corte, come narra il Summonte[377]: ancorchè il Tutini[378] creda, che questa Chiesa ritenga tal nome dal Tribunale della G. Corte, che dice essersi in que' tempi in quella contrada eretto. Nel tempo di Carlo III pure della medesima si ha memoria, leggendosi una carta rapportata dal Tutini[379] di questo Re, dove drizza un suo ordine; Magistro Justitiario Regni Siciliae, et Judicibus M. Curiae Consiliariis nec non Capitaneo Civitatis Neap. ec. Fassene anche menzione negli ultimi anni del Regno degli Angioini; poichè la Regina Giovanna II ne' suoi Riti della G. Corte della Vicaria ne favella[380]. Nè sentendosi da poi più di quella parlare, crede il Tutini[381], che questa Corte rimanesse estinta ne' tempi de' Re aragonesi ond'è, che ora il Tribunal della Gran Corte abbia la conoscenza delle sue cause, la quale erasi negli ultimi tempi degli Angioini molto estenuata, perchè non gli era rimasa, se non la conoscenza delle cause criminali, nè poteva procedere nella liquidazione degli stromenti, come si vede da Riti[382] della Regina Giovanna II, donde si convince l'errore di Prospero Caravita[383], il quale credette, che siccome nella Gran Corte presideva il gran Giustiziere, così nella Corte della Vicaria, prima che questi due Tribunali s'unissero, presideva questo Capitano; poichè la Corte del Capitano di Napoli era tutta altra dalla Corte della Vicaria, della quale saremo ora a trattare.
§. II. Della Corte del Vicario.
La Corte del Vicario, detta comunemente Vicaria; bisogna distinguerla e separarla non meno dalla Corte del Capitano di Napoli, che dalla Gran Corte, così se si riguarda l'origine, come le persone, che le componevano, e le loro preminenze. Il Tribunale della Gran Corte è più antico, come quello, che riconosce la sua istituzione da' Normanni. La Corte del Vicario ricevè i suoi principii da Carlo I d'Angiò, ma la sua forma e perfezione l'ebbe da Carlo II suo figliuolo. Errano perciò il Frezza ed il Mazzella, che credettero questo Tribunale essere stato istituito dal Re Roberto figliuolo di Carlo II.
L'origine di questo nuovo Tribunale deve attribuirsi alle moleste cure, ed a' continui travagli, ne' quali fu Carlo I intrigato, da poi che vide la sua fortuna mutar aspetto, e da prospera, che l'era sempre stata, farsi poi avversa: quando voltandogli la faccia, gli fe' vedere ribellanti i Popoli, e perdere in un tratto la Sicilia, ed intrigarsi perciò con nuove guerre col Re Pietro d'Aragona suo fiero nemico e competitore, che glie la involò. Percosso da così gran colpo Carlo, che non fece per ricuperarla? mosse tutte le sue forze con grandi apparati di guerra contro i Siciliani, ma sempre invano: strinse d'assedio Messina; ma costretto ad abbandonarla, va in Roma, ove altamente si querela col Papa del Re Pietro, chiamandolo traditore, e mancator di fede. Rimprovera colà l'Ambasciadore dell'Aragonese, e lo chiama a particolar tenzone. Accettata la disfida da Pietro, si stabilisce il luogo da battersi, e si destina la città di Bordeos in Francia, ch'era allora tenuta dal Re d'Inghilterra.
Dovendo Carlo adunque imprendere sì lungo viaggio, coll'incertezza se mai sopravvivesse a sì pericolosa e grande azione, perchè il Regno di Puglia, che era rimaso sotto la sua ubbidienza, e seguendo forse l'esempio della vicina Sicilia, per la sua assenza, non pericolasse, pensò d'eleggere il Principe di Salerno suo primogenito, e successore per Vicario del Regno, con assoluto ed independente imperio, dandogli tutta la sua autorità regia per governarlo in sua assenza. Gli assegnò ancora i più gravi Ministri, ed i più alti Signori, perchè assistessero al suo lato per Consiglieri nelle deliberazioni più importanti della Corona. Ed il Principe, come savio, seppe così bene valersi di tanta autorità, che riordinò il Regno in miglior forma, stabilendo, mentr'era Vicario, più Capitoli, de' quali a suo luogo farem parola, pieni di somma prudenza, e benignità verso i Popoli di queste nostre province.
Per questa nuova dignità di Vicario, e per gli Ufficiali destinati al lato del Principe per suo consiglio, surse questa nuova Corte, detta perciò Curia Vicarii[384]: maggiore e più maestosa dell'altra, che vi era della Gran Corte; poichè la Gran Corte era rappresentata dal M. Giustiziere uno degli Ufficiali della Corona, che n'era Capo; ma questa rappresentava la persona del Primogenito del Re, come Vicario Generale del Regno, di cui egli era Capo: ciocchè certamente era di maggiore dignità e preminenza. Quindi la preminenza, che oggi ritiene il Tribunale della Gran Corte della Vicaria di dar la tortura a' rei dal processo informativo, la ritiene perchè a quello sta unita la Corte del Vicario, poichè altrimenti la sola gran Corte non potrebbe darla[385].
Ma la Corte del Vicario, in tempo di Carlo I, fu solamente adombrata, e ne' suoi primi delineamenti; siccome furono quasi tutte le cose di Carlo, che dal suo successore furono poi ridotte a perfezione.
Carlo II suo figliuolo le diede forma più nobile, e maggiore stabilimento, per una occasione, che bisogna qui rapportare. Avendo questo Principe promesso nelle Capitolazioni della pace fatta per la sua scarcerazione, di presentarsi di nuovo prigione, nel caso che Carlo di Valois non volesse rinunziare l'investitura del Regno d'Aragona; vedendo differita tal rinunzia, deliberò passare in Francia a stringere quel Re, e suo fratello a farla, con fermo proponimento di ritornare in carcere, quando non avesse potuto ciò ottenere. Dovendo dunque intraprender questo viaggio creò nell'anno 1294 Vicario Generale del Regno Carlo Martello suo primogenito, come si legge nel libro dell'Archivio dell'anno 1294[386]. Ed avendo differita la partenza per Francia, portatosi a Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, da questa città nel mese d'aprile dell'anno seguente 1295 mandò a Carlo Martello una più esatta istruzione del reggimento di questa Corte, destinandogli i Consiglieri e tutti gli altri Ufficiali, de' quali dovea comporsi: donde si raccoglie ancora la preminenza di questo Tribunale; poichè anche alcuni Ufficiali supremi della Corona furono destinati per Consiglieri Collaterali del Vicario. Ed in prima fu trascelto Filippo Minutolo Arcivescovo di Napoli, quello stesso, di cui il Boccaccio[387] ragiona in una delle sue Novelle, Giovanni Monforte Conte di Squillaci Camerario, Raimondo del Balzo figliuolo del Conte d'Avellino, Gotifredo di Miliagro Senescallo, Guglielmo Stendardo Marescallo, Rainaldo de Avellis Ammiraglio, e Guido di Alemagna, e Guglielmo de Pontiaco Militi. Tommaso Stellato di Salerno Professore di Legge civile, e Maestro Razionale della Gran Corte, Andrea Acconciajoco di Ravello Professore di legge civile, e Viceprotonotario del Regno; e Fr. Matteo di Roggiero di Salerno, e M. Alberico Cherico, e familiare del Re. Prescrissegli ancora il modo da spedire gli affari appartenenti a' loro Uffici, distribuendo a ciascuno ciò ch'era della sua incumbenza, come si legge nel suo diploma istromentato in Roma per mano di Bartolommeo di Capua, e rapportato non men dal Chioccarelli[388], che dal Tutini[389] nelle loro opere.
Questo medesimo istituto mantennero gli altri Re angioini suoi successori; e Carlo II istesso, partito che fu Carlo Martello per Ungheria a prender la possessione di quel Regno, elesse per Vicario Generale del Regno Roberto altro suo figliuolo[390]. Roberto innalzato al soglio, fece suo Vicario Carlo Duca di Calabria suo unigenito, del quale come Vicario abbiamo più Capitoli, ed una Costituzione fra' Riti della Gran Corte[391]. E negli ultimi tempi del Regno loro leggiamo ancora, la Regina Isabella essere stata creata Vicaria del Regno dal Re Renato suo marito, la quale nell'anno 1436 dirizzò una sua lettera a Raimondo Orsino Conte di Sarno Giustiziere del Regno, ed al Reggente della Gran Corte della Vicaria, che si legge tra' Riti della medesima[392].
Fu ancora lor costume, che i Vicari in caso d'assenza, o altro impedimento, solevano eleggere loro Luogotenenti, chiamati Reggenti, affinchè attendessero all'amministrazione e governo di questa Corte, della quale erano Capi, e perchè maggiormente si veda quanto nel Regno degli Angioini si fosse innalzato questo Tribunale, i figliuoli stessi de' Regi non isdegnavano d'essere eletti Reggenti del medesimo. Così leggiamo che tra' figliuoli di Carlo II fu eletto Reggente della Vicaria Raimondo Berlingerio suo quintogenito[393]. E nell'anno 1294 il suddetto Re fece Reggente Pietro Bodino d'Angiò; e nell'anno 1306 Niccolò Gianvilla. Il Re Roberto creò ancor egli vari Reggenti, come nell'anno 1326 Francesco Stampa di Potenza; e nell'anno 1338 Giovanni Spinello da Giovenazzo. La Regina Giovanna I creò ancor ella nell'anno 1369 Gomesio de Albernotiis, detto per ciò Regens Curiam Vicariae, et Capitaneus Generalis Regni Siciliae[394].
Oscurò pertanto questo nuovo Tribunale del Vicario non poco l'altro della Gran Corte. La Corte del Vicario per li personaggi che la componevano innalzossi sopra tutte l'altre, ed era, come è a noi oggi il Consiglio collaterale del Principe. Così osserviamo che nel Regno de' Normanni, e degli Svevi la Gran Corte era il Tribunal supremo. Nel Regno degli Angioini tenne il campo la Corte del Vicario. Nel Regno degli Aragonesi, il nuovo Tribunale del Sacro Consiglio di S. Chiara oscurò tutti due. E nel Regno degli Austriaci si rese eminente sopra tutti gli altri il Consiglio Collaterale, come si vedrà nel corso di questa istoria.
Questi Tribunali della Gran Corte, e della Vicaria furono lungo tempo divisi, leggendosi ne' medesimi tempi i M. Giustizieri, che reggevano la Gran Corte ed i Vicari, ovvero loro Reggenti, che amministravano quella della Vicaria. Nel tempo istesso di Carlo II abbiamo Ermengano di Sabrano Giustiziere della Gran Corte, e Niccolò di Gianvilla Reggente della Vicaria ed in tutte le scritture di questi tempi de' Re Angioini osserviamo d'altra maniera espressi i Reggenti di Vicaria, e d'altra i M. Giustizieri della Gran Corte. Così di coloro preposti alla Corte del Vicario, leggiamo; Regens Curiam Vicariae. Degli altri: In quo hospitio M. Curiae Magistri Justitiarii Regni; regebatur et regitur. In breve la Gran Corte era chiamata: Curia Magistri Justitiarii. Quella del Vicario: Curia Vicarii, seu Vicariae.
Quando questi Tribunali si fossero uniti e ridotti in uno, e chiamato perciò la Gran Corte della Vicaria, non è di tutti conforme il sentimento. Camillo Tutini[395] credette, che questa unione si fosse fatta da Carlo I, ma va di gran lunga errato; poichè tanto è lontano che fosse stato egli autore di quest'unione, che appena possiamo riconoscerlo per istitutore della Corte del Vicario, avendocene sol egli dati i primi principii e delineamenti. Carlo II suo figliuolo ancora non è da dirsi, che gli unisse, perchè egli diede forma e perfezione alla Corte del Vicario, e la rese eminente anche sopra la Gran Corte, per i personaggi dei quali volle che si componesse; e nelle scritture degli altri Re angioini suoi successori, sovente quando fassi memoria di questi Tribunali, leggiamo l'uno essere chiamato Curia M. Justitiarii, e l'altro Curia Vicarii. Per questa ragione alcuni credettero, che questa unione non si fosse fatta nel Regno degli Angioini; e Prospero Caravita[396] credette, che a' tempi della Regina Giovanna II questi Tribunali fossero ancora divisi. Altri dissero, che tal unione seguisse negli ultimi tempi d'Alfonso I d'Aragona, il quale avendo istituito il nuovo Tribunale del S. C. unì insieme questi Tribunali, che chiamò della Gran Corte della Vicaria, come tenne il Toppi[397]. Ma più verisimile sarà il dire, che questa unione non si facesse in un subito. L'origine d'essersi tratto tratto questi due Tribunali uniti, e la cagione di ciò, bisognerà riportarla fin a' tempi di Carlo II verso l'anno 1306. Maggiori occasioni di tal unione si diedero dopo il vicariato del Duca di Calabria figliuolo di Roberto, ma assai più nel Regno di Giovanna II onde negli ultimi tempi d'Alfonso I Re d'Aragona fu l'unione perfezionata, e di due Tribunali se ne formò un solo.
Chi vi diede la prima mano fu l'istesso Carlo II poichè avendo egli, come si disse, nell'anno 1306 formati alquanti capitoli[398] intorno all'amministrazione dell'ufficio di G. Giustiziere, che drizzò ad Ermengano de Sobrano M. Giustiziere del Regno di Sicilia, fra l'altre cose, che in quelli costituì, fu di dar la cognizione al M. Giustiziere di tutte le cause, delle violenze, ingiurie, delitti e di tutto ciò che s'apparteneva alla Corte del Vicario, e che a lui potesse ricorrersi, siccome Robertus primogenitus noster Dux Calabriae, nosterque Vicarius Generalis posset adiri. Essendosi adunque fra di lor confuse le cognizioni e le preminenze; fu cosa molto facile in decorso di tempo farsi questa unione, e congiungersi insieme queste due Corti. Ma dopo il vicariato del Duca di Calabria figliuolo di Roberto, la divisione fu riputata più inutile; poichè non leggendosi dopo lui essersi creati altri Vicari, se non che, negli ultimi periodi del Regno loro, si legge costituita Vicaria del Regno la Regina Isabella dal suo marito Renato, avvenne, che tal separazione fosse riputata inutile, potendosi gli affari di questi due Tribunali spedire con più facilità ridotti in uno. Poi la Regina Giovanna II volendo per mezzo de' suoi riti, riformare queste due Corti, riputò meglio congiungerle insieme; onde avvenne, che il gran Giustiziere ch'era capo della Gran Corte a' tempi de' Normanni, unendosi ora questi Tribunali, ne venne anche egli ad esser capo di questo altresì. Quindi è, che tutte le provvisioni ed ordini, che dal Tribunale della Gran Corte della Vicaria si spediscono, tanto per Napoli, quanto per tutto il Regno, sotto il titolo di gran Giustiziere vengono pubblicate[399].
Da ciò nacque ancora, che dandosi al solo gran Giustiziere la soprantendenza di queste due Corti[400], siccome poteva egli crear il Luogotenente, e Reggente per regger la sua Gran Corte, così ancora deputava egli quello stesso per Reggente della Corte della Vicaria: unendo queste due dignità ed uffici in una sola persona che vi destinava, de' quali Reggenti, insino ai suoi tempi, Niccolò Toppi tessè lungo catalogo.
E quindi avvenne ancora, che volendo la Regina Giovanna II riformare e ristabilire i riti ed osservanze di quelle, trovando ne' suoi tempi, che scambievolmente comunicavansi infra d'esse tutta la loro autorità e cognizione, con una sola determinazione providde al ristabilimento e buono governo ed amministrazione delle medesime.
Ed è da notare, che quantunque i riti, che questa Regina ordinò, fossero stabiliti per lo miglior governo ed amministrazione di questo Tribunale, componendosi di due Corti, perciò viene da lei nominato ora con singolar nome di sua Corte o Gran Corte di Vicaria, ed ora di Corti in plurale. Così nel proemio disse: In nostris Magnae et Vicariae Curiis. E nel primo rito: In praedictis nostris Magnae, et Vicariae Curiis, et qualibet ipsarum. Ed altrove Judices ipsarum Curiarum.[401] Ed è notabile ancora, che questa Regina ne' privilegi che spedì a' Napoletani nell'anno 1420 che son registrati tra' riti suddetti[402], volendo che di quelli potessero valersi in tutte le Corti di Napoli, disse: Tam scilicet Magna Curia Domini Magistri Justitiarii Regni Siciliae, seu ejus Locumtenentis; ac Regentis Curiam Vicariae; quam Capitaneorum, vel aliorum habentium merum, et mixtum Imperium etc. volendo denotare componersi questo Tribunale di due Corti, di quella del M. Giustiziere e dell'altra della Vicaria. E la Regina Isabella creata Vicaria dal Re Renato suo marito, drizzando, come si disse, nell'anno 1436 una sua lettera, che pur leggiamo tra quei riti[403] agli Ufficiali di questo Tribunale, pur disse: Raymondo de Ursinis etc. Magistro Justitiario Regni Siciliae, et ejus Locumtenenti: Nec non Regenti Magnam Curiam nostrae Vicariae.
Donde si convince l'errore d'alcuni, e fra gli altri del Reggente Petra[404], i quali leggendo ne' riti della Gran Corte della Vicaria fatti compilare dalla Regina Giovanna II chiamarsi questo Tribunale ora in dual numero, ed ora in singulare, si diedero a credere, che nel tempo, che questa Regina ordinò la Compilazione, erano queste Corti separate; quando poi fu quella ridotta a fine, erano già unite; onde perciò nei primi riti si nominano in dual numero, e negli ultimi in singulare. Ciò che sarebbe far gran torto alla diligenza, ed accortezza di que' Giureconsulti, de' quali si valse la Regina per quella compilazione, i quali raccolti ed ordinati che l'ebbero, gli diedero fuori tutti insieme in un volume; e sarebbe stata grande loro trascuraggine, se nel principio avesser separate queste Corti, e nel fine l'avesser congiunte. Oltre che non meno la Regina Giovanna II nel privilegio conceduto a' Napoletani, spedito negli ultimi anni del suo Regno, e posto nel fine di que' riti, che la Regina Isabella, che visse dopo Giovanna, separò queste due Corti nel tempo, che il Reggente Petra le vuole unite, drizzando quella sua carta non meno al gran Giustiziere e suo Luogotenente, che al Reggente della Vicaria. Erano adunque queste Corti separate in se medesime, ma congiunte insieme a questi tempi, facendo un solo Tribunale, di due Corti composto.
Nel Regno poi d'Alfonso I si tolse affatto così nelle scritture, come nel parlare ogni vestigio di divisione, e l'unione si rese perfetta, onde da poi non si nominò più in numero di più, ma fu riputato un solo Tribunale; e poichè era composto di due Corti, fu chiamato perciò con un sol nome, Tribunale della Gran Corte della Vicaria.
CAPITOLO VII. Carlo Principe di Salerno governa il Regno come Vicario, mentre il padre è in Roma, e va poi a battersi in Bordeos con Pietro Re d'Aragona.
Il Re d'Aragona, ancorchè fosse certo, che le sue preghiere al Pontefice Martino niente doveano giovargli, essendo il Papa alle preghiere di Carlo già risoluto di dare a costui ogni aiuto per la ricuperazione dell'isola; nulladimanco perchè Carlo non fosse solo a querelarsi col Papa, e potesse, con frapporre qualche trattato di pace divertire la guerra, mandò a Roma suoi Ambasciadori ad iscusarsi con Martino e col collegio de' Cardinali, ponendo loro in considerazione, che volendo ricovrare quel Regno dovuto alla moglie ed a' suoi figliuoli, non avea potuto con aperte forze levarlo di mano a Carlo, ch'era il più potente Re dei Cristiani; e però avendo veduto, che quelli dell'isola, disperati per gli atrocissimi portamenti de' Franzesi, erano stati sforzati di fare quella uccisione, avea voluto pigliare quella occasione, e cercare di salvar insieme la vita a' Siciliani e racquistare alla moglie il perduto Regno: e che conveniva alla Santità del Papa ed al decoro di quel sacro Collegio di spogliarsi d'ogni passione e giudicare quel che ne fosse di giustizia: che se si fosse sentenziato per lui, avrebbe egli così ben pagato il censo alla Chiesa romana, e sarebbe stato così buon feudatario di quella, com'era stato Re Carlo, e quando, udite prima le sue ragioni, fosse sentenziato contra di lui, egli avrebbe lasciata la possessione dell'isola in man della Chiesa.
Ma furono ben tosto conosciuti, e dal Papa e da Carlo questi artificii di Pietro, onde ne furono rimandati gli Ambasciadori, non riportando altro da Roma, se non che il Papa avea conosciuto, che queste erano parole per divertire la guerra, e che era risolutissimo di dar ogni aiuto e favor possibile al Re Carlo, il quale senza dubbio alla nuova campagna verrebbe sopra l'isola con grandissimo apparato per mare e per terra.
Allora fu, che Re Pietro lasciate ordinate alcune cose in Sicilia, come fu consigliato da Ruggiero di Loria e da Giovanni di Procida, passò in Aragona per provvedere di mandare in Sicilia nuovi soccorsi. Gli Aragonesi, che prima aveano avuta a male quella impresa, come pigliata senza volontà e consenso dei Popoli, e con ciò d'esser altresì rotte e violate l'ordinanze e privilegi di quel Regno; nulladimanco vedendola succeduta prospera, e guadagnato un Regno, nel quale, da poi, molti del Regno di Aragona e di Valenza ebbero Stati e Signorie, cominciarono a pensare d'aiutare il Re quanto potevano, e nel Consiglio gli persuasero, che cercasse in ogni modo di placar il Papa; onde l'indussero a mandare di nuovo Gismondo di Luna per Ambasciadore, il quale avesse d'assistere a Roma, e pregar uno per uno i Cardinali, che vedessero d'addolcir l'animo del Papa. Ma ecco, che ciocchè Re Pietro con tanto studio non avea potuto per innanzi ottenere, fortunatamente gli avvenne; poichè mentre il suo Ambasciadore va per Roma, è incontrato da Carlo, il quale subito che 'l vide, come era impaziente e soggetto all'ira, gli disse: che il Re Pietro avea proceduto villanamente e da traditore, con avergli, essendogli cugino, occupato il Regno suo, nel qual Manfredi non era stato mai Re legittimo, ma occupatore e Tiranno; e ch'egli sarebbe per sostenerlo in battaglia a corpo a corpo, o con alcuna compagnia di soldati. Gismondo, ch'era persona accorta, rispose, ch'egli era venuto per trattar altro, e non per disputare se 'l Re avea fatto bene o male, ancora che fosse certo, che avea fatto ottimamente, ma ch'egli avrebbegli scritto, e che sarebbe venuta da lui risposta, quale si conveniva al grado, al sangue, ed al voler di tal Re; nè indugiò molto a scriver al suo Re quel ch'era passato. Re Pietro gli rescrisse subito, che accettasse per lui il duello e che offerisse al Papa, che per evitare tanto spargimento di sangue di Cristiani, e' si contentava non solo combattere quella querela, ma con esso ancora il dominio di tutta l'isola.
Alcuni scrissero, che Carlo per la fiducia, ch'avea nella persona sua ed in molti altri Cavalieri del suo esercito, si fosse rallegrato di questa offerta di Pietro, e che con assenso del Papa si cominciò a trattare del modo, che aveano da tenere per combattere, nel che i due Re convennero di scieglier ciascuno dodici Cavalieri per regolare il tempo, il luogo e le condizioni del combattimento. Questi essendosi ragunati formarono alcuni articoli, che furono ratificati da' due Re. Fu in quelli determinato, che si sarebbero battuti a Bordeos città della Guascogna, ch'era allora sotto il dominio del Re d'Inghilterra: la giornata fu stabilita, per lo dì primo giugno 1283 nel quale s'avessero da presentare in quella città ciascuno accompagnato da cento Cavalieri.
Negli atti d'Inghilterra ultimamente fatti imprimere dalla Regina Anna[405], si leggono questi articoli, e come quelli che non eran pubblici, nè se non per questa edizione si sono esposti alla luce del Mondo, sono stati cagione d'alcuni abbagli a' migliori Istorici, con gran pregiudizio della riputazione del Re d'Aragona; poichè credettero, che nella formazione de' medesimi v'avesse avuto anche parte il Re d'Inghilterra, il quale come ugualmente parente d'ambedue questi Re, avesse loro assicurato il campo, e che perciò non poteva scusarsi Re Pietro d'aver avuto timore di comparire in pubblico, come fece in secreto; imperocchè da questi articoli e da alcune lettere dello stesso Re d'Inghilterra si convince, che tanto fu lontano, che v'avesse avuta egli parte ed avesse egli assicurato il campo, che più tosto egli fece ogni sforzo per disturbare il combattimento. Gli articoli furono accordati solamente da' Cavalieri eletti da ambedue i Re, ed alcuni anche scrissero, che nemmeno il Papa vi assentisse.
(Nel Codice Diplomatico di Lunig[406], si legge il Diploma del Re Pietro, nel quale s'inseriscono le Capitolazioni accordate inforno al duello col Re Carlo nella città di Bordeos in Guascogna, firmato da' suoi Cavalieri. Siccome alla pagina 1015 si legge un consimile Diploma spedito dal Re Carlo, dove promette di comparire nel luogo stabilito del duello, firmato parimente da' suoi Cavalieri. E che il Papa facesse ogni sforzo per impedirlo, è manifesto da due Brevi di Martino IV che rapporta il cit. Lunig, uno alla pag. 1014 dove inibisce al Re Carlo il duello concertato col Re Pietro; l'altro alla pag. 1022 drizzato ad Odoardo I Re d'Inghilterra, nel quale esorta quel Re ad usar ogni studio per impedire, che siegua ne' suoi Stati).
Gli articoli, come si legge in quegli atti, furono i seguenti:
I Che il combattimento si farà a Bordeos, nel luogo, che il Re d'Inghilterra giudicherà più convenevole, il qual luogo sarà circondato di barriera. II Che gli due Re si presenteranno avanti il Re d'Inghilterra per far questo combattimento il dì primo giugno 1283. III Che se il Re d'Inghilterra non potrà trovarsi in persona a Bordeos, li due Re saranno tenuti di presentarsi avanti colui, che il medesimo Re avrà deputato per ricever la loro presentazione in suo luogo. IV Che se il Re d'Inghilterra non si trovasse in persona nel medesimo luogo, nè inviasse alcuno in sua vece, i due Re siano tenuti di presentarsi avanti colui, che comanda a Bordeos per lui. V Egli è stato ancora convenuto, che il detto combattimento non si farà avanti a chi che sia delle genti del Re d'Inghilterra, a meno che il detto Re non vi si trovasse attualmente presente in persona: salvo a' due Re di convenire tra di loro, per un consenso reciproco, di fare il detto combattimento di questa maniera, cioè a dire in assenza d'Odoardo. VI Che se il Re d'Inghilterra non si trovasse di persona nel luogo e nel tempo accennato, gli due Re siano tenuti di aspettarlo trenta giorni. VII Affinchè si possa in tutte le maniere proccurar la presenza del Re d'Inghilterra, li due Re promettono e giurano di fare il lor possibile di buona fede e senza frode, per ottenere dal detto Re, che si trovi al luogo notato, ed al giorno detto, e di fare in maniera che le loro lettere gli sian rese. Dopo alcuni altri articoli, che riguardano la tregua e le sicurezze, che li due Re si danno reciprocamente, egli è convenuto. VIII Che quegli de' due Re che mancherà di trovarsi nel luogo e giorno suddetto, sia riputato vinto, e spergiuro, falso, infedele, traditore, che non possa giammai attribuirsi nè il nome di Re, nè gli onori dovuti a questo grado; ch'egli resti per sempre privato e spogliato del nome di Re e dell'onor regale, e sia incapace di ogni impiego e dignità, come vinto, spergiuro, falso, infedele, traditore ed infame eternamente.
Accordati questi Articoli, ambedue i Re s'affrettarono di dar provvedimenti a' loro Reami, perchè, dovendo intraprendere sì lungo viaggio, ed esporsi ad una sì pericolosa azione, la loro assenza o mancanza ad essi non nocesse. Re Pietro raccomandò a' Siciliani l'ubbidienza, che doveano prestare alla Regina Costanza: diede allora il titolo di Vicerè di quell'isola a Guglielmo Calzerano: creò Giovanni di Procida Gran Cancelliere: diede l'Ufficio di Gran Giustiziere ad Alaimo di Lentino, ed a molti altri benignamente fece grazie, e concedè molti privilegi; e volle che tutti giurassero per legittimo successore ed erede, e futuro Re D. Giacomo; il che fu fatto con magnifica pompa e buona volontà di tutti.
Dall'altra parte il Re Carlo lasciò nel Regno per suo Vicario il Principe di Salerno, e gli diede buoni Consiglieri, che assistendolo l'avessero da governare; stabilendo, come fu detto, un nuovo Consiglio, che fu chiamato la Corte del Vicario; ed affrettandosi più del suo Competitore, tolta che ebbe la benedizione dal Papa, marciò con le sue genti, e si presentò nel giorno destinato con li cento suoi Cavalieri al campo avanti Bordeos; e cavalcando per lo campo aspettò fino al tramontar del Sole, facendo spesso dal suo Araldo chiamare il Re Pietro; ma questi non comparendo, alcuni rapportano, che Carlo si portasse avanti il Siniscalco del Re d'Inghilterra, che comandava la città di Bordeos, e 'l richiedesse, ch'avesse da far fede di quello, ch'era passato: e che avendo novella, che il Re d'Aragona era ancora lontano, si ritirasse lo stesso giorno.
Re Pietro dall'altro canto, dappoichè s'ebbe eletti i suoi cento Cavalieri, lor comandò, che s'avviasser subito verso Guascogna, ed egli mandò avanti Giliberto Gruiglias per intendere se 'l Re d'Inghilterra era arrivato a Bordeos, o se ci era suo Luogotenente, che avesse assicurato il campo; ed egli con poco intervallo gli andò appresso con tre altri Cavalieri valorosi: ma scorgendo, che niuno era che assicurava il campo, narrasi, che si fosse travestito e nascosto dentro la città di Bordeos sotto nome d'un de' Signori della sua Corte, e che da poi, che Re Carlo fu partito, la stessa sera andasse a presentarsi al Siniscalco di Guienna, facesse atto della sua presentazione, e gli lasciasse le sue arme in testimonianza: e che dopo ciò avesse ripigliato frettolosamente il cammino verso i suoi Stati temendo l'insidie e gli aguati che Re Carlo susurravasi avergli preparati.
Questa condotta ha dato luogo agli Istorici franzesi di accusarlo di poltroneria, e di non aver avuto animo di misurarsi col suo nemico. Ma l'error nacque dall'avere tutti gli Istorici, così franzesi ed italiani, come spagnuoli, creduto costantemente, che Odoardo avesse assicurato il campo a' due Re, ingannati per essersi presentato Re Carlo a Bordeos co' suoi cento Cavalieri; imperciocchè non hanno potuto comprendere, come questo Principe fosse venuto colla sua truppa pronto a combattere, e si fosse trattenuto a Bordeos dal levar del Sole fino alla sera del giorno appuntato, se egli non avesse creduto d'essersi assicurato il campo e di combattere.
Ma negli atti d'Inghilterra ultimamente dati alle stampe, si legge al foglio 239 una lettera di Odoardo a Carlo, per la quale gli fa sapere, che quando egli potesse guadagnar i due Regni di Aragona e di Sicilia, non verrebbe ad assicurar il campo a' due Re; nè permetter che questo duello si facesse in alcun luogo del suo dominio, nè in alcun altro dove fosse in suo potere l'impedirlo. In un'altra lettera, ch'egli scrisse al Principe di Salerno (pag. 240) gli dice, che era ben lungi dal vero di aver accordato a suo padre ciò che gli avea dimandato intorno a questo combattimento, anzi egli l'avea rifiutato tutt'oltre (tout outre) questo è il termine di cui egli si serve; perchè queste lettere sono in franzese.
Egli dunque non vi è luogo di credere, che Odoardo abbia autorizzato questo combattimento, nè per la sua presenza, nè con inviarvi alcuno, che avesse rappresentata la sua persona, nè in dando salvocondotto a' due Re, nè in fine con far loro preparare il luogo; e nientedimeno gli Istorici lo suppongono come certo, quando dicono che Carlo venne a Bordeos, ch'entrò nel campo, e che vi si trattenne dal levare fino al tramontar del Sole, senza veder comparire il suo nemico.
Quel che abbiamo di certo è, che Carlo venne effettivamente a Bordeos il giorno appuntato: ch'egli vi si trattenne fino verso la sera, e che avendo novella, che il Re d'Aragona era ancora lontano, si ritirò lo stesso giorno. Ma appena fu egli partito, che Pietro, il qual era nella città travestito sotto nome d'un de' Signori della sua Corte, andò a presentarsi al Siniscalco di Guienna, fece atto della sua presentazione, e gli lasciò le sue armi in testimonianza: fatto questo si ritirò in diligenza verso i suoi Stati. Se si considera il tenor degli articoli aggiustati tra' due Re, questa condotta non potrà accusarsi di poltroneria; poichè la presentazione di questi Principi avanti il Siniscalco di Guienna non era, che per soddisfare al quarto articolo, e non per battersi; perchè per lo quinto, non dovea esservi punto di combattimento, se il Re d'Inghilterra non vi era presente, e che per le lettere di Odoardo qui sopra rapportate, non vi era cosa più lontana dall'intenzione di questo Principe, che l'assistere a questo combattimento. Che voglia accusarsi il Re d'Aragona di aver avuta paura, non è da dubitare; ma la paura ch'egli avea non era di battersi contro il suo nemico; poichè per le loro convenzioni non era a ciò obbligato, se non in presenza del Re d'Inghilterra, dopo avergli assicurato il campo. Che dunque ha egli temuto? Gl'Istorici franzesi, che per altro sono stati ben attenti di trovare una occasione d'avvilir questo Principe nemico della Casa di Francia, non si sono curati di spiegare il soggetto del suo timore; ma gli Siciliani ed i Napoletani l'hanno fatto in dicendo, ch'egli era informato non solamente, che Carlo avea portati i suoi cento Cavalieri con lui in Bordeos, ma ch'egli aveva, altri dicono 3000 altri 5000 cavalli una giornata distanti da quella città; ed alcuni anche aggiungono, che il Re di Francia suo nipote era alla loro testa. Ciò che Mezeray non ha potuto interamente dissimulare, quando egli dice, che Pietro si ritirò, fingendo di aver paura di qualche sorpresa dalla parte del Re di Francia; perchè se il Re di Francia non avesse avute truppe vicino Bordeos, come Pietro, trovandosi ne' Stati del Re d'Inghilterra, avrebbe potuto fingere d'aver paura di qualche sorpresa del Re di Francia?
Si devono adunque esaminar due cose per giustificazione del Re d'Aragona: la prima, se egli ha eseguite le convenzioni; e di ciò non si può dubitare dopo aver letti gli articoli di sopra rapportati: la seconda, se ha avuto soggetto di diffidarsi di Carlo e del Re di Francia. Quanto al primo di questi Principi, gli Istorici di Napoli e di Sicilia dicono, ch'egli si era vantato pubblicamente di fare assassinare il Re d'Aragona, ciò che bastava per dare un giusto soggetto di timore a quest'ultimo, che si trovava in un paese lontano da' suoi Stati, vicino a quelli del Re di Francia, e senza salvacondotto del Re d'Inghilterra nè alcun'altra sicurezza, che la parola d'un nemico; sopra la buona fede del quale egli non poteva appoggiarsi, perchè si era vantato di farlo assassinare. Quanto al Re di Francia, gl'Italiani assicurano che avea un corpo di 5000 o di 3000 cavalli a una giornata di là. Mezeray e gli altri Istorici franzesi, che non hanno potuto ignorare ciò che gl'Italiani han detto, non lo negano, e si contentano di non parlarne; di maniera che egli è altrettanto dubbio, che la cosa sia vera, quanto è dubbio che sia falsa. In somma quando anche Re Pietro fosse stato preso da un timor mal fondato di qualche sorpresa del Re di Francia, non meritava perciò quelle accuse e quegli scherni, che han fatto i Franzesi su la sua condotta.
Dall'altra parte alcuni Istorici spagnuoli furono soverchio millantatori, e fra gli altri Garibay, il quale senza dubbio non sapeva le convenzioni passate tra' due Re; e pure fu così ardito, che scrisse, che il Re di Aragona si presentò a Bordeos, e che se ne ritornò perchè Carlo non vi si trovò: Despues que el Rey D. Pedro se apoderò del Reyno de Sicilia, viviò cinco annos, y dando orden en las cosas del nuevo Reyno, tornò à Espanna, y tuvò rieptos y desafios con el Rey Carlos, y disfrazado passò por la Provincia de Guipuscoa, para la Ciudad de Burdeos, que por ser en esto tiempo de Ingleses era el lugar de la batalla, a la qual por no acudir el Rey Carlos, tornò el Rey D. Pedro en Aragon, y Catalunna.
Non è da tralasciare quel, che tra queste diversità d'opinioni credette il Costanzo nostro gravissimo Scrittore[407], aiutato ancora da un'annotazione antica scritta a mano, che dice aver trovato: cioè che Re Pietro, il qual confidò sempre più nella forza, non ebbe mai volontà d'esporre un Regno a quel cimento, e che dopo la giornata, ragionando di questo fatto si fosse dichiarato, dicendo, ch'egli intrigò con tante condizioni e patti quel combattimento, per far perdere al Re Carlo una stagione, ed egli aver tempo di più fortificarsi, e far pigliar fiato a' Regni suoi; anzi si facea beffe di Carlo, che avesse creduto, ch'egli voleva avventurare il Regno di Sicilia, che già era suo, senza volere, che Carlo avesse da promettere di perdere all'incontro il Regno di Puglia, quando succedesse, che restasse vinto.
In fatti risoluto a questo modo il combattimento, Papa Martino ben s'avvide d'essere stato il Re Carlo beffato, e che Re Pietro avea evitata la guerra; onde pieno di stizza lo scomunicò con tutti i suoi Ministri ed aderenti. Scomunicò ancora, e di nuovo interdisse i Siciliani, dichiarandogli ribelli di S. Chiesa con tutti quelli, che gli favorivano in secreto, o in palese: lo privò e depose del Regno d'Aragona e di Valenza, scomunicando ancora chi l'ubbidisse, o chiamasse Re; e concedè questi Regni a Carlo di Valois, figliuolo secondogenito di Filippo III Re di Francia[408]; mandando il Cardinal di S. Cecilia Legato Appostolico in Francia, con l'investitura di questi due Regni, ed a trattare col Re, ch'avesse da movere un potente esercito in Aragona, per discacciar Pietro dalla possessione di que' Regni. Fu ricevuto il Legato in Francia con grand'onore, e tosto si pose a predicar la Crociata, ed a conceder indulgenze a ciascuno, che prendesse l'armi contro Re Pietro, e non tardò il Re di Francia poner in punto un grandissimo esercito, col quale andò a quell'impresa. E Carlo dall'altra parte tornato da Guascogna in Provenza, glorioso per aver cavalcato il campo, ma deriso d'aver perduto il tempo, si mosse da Marsiglia con 60 galee e molte navi, e navigò di Provenza verso Napoli, con intenzione d'unirsi con l'altre galee ch'erano nel Regno, e passar in Sicilia innanzi l'Autunno.
Re Pietro all'incontro tornato in Aragona mandava tutto giorno validi soccorsi in Sicilia di navi e genti a Ruggiero di Loria suo Ammiraglio; e poco curando delle maledizioni e deposizioni del Papa, per ischerzo si faceva chiamare: Pietro d'Aragona, padre di due Re, e Signore del mare.
CAPITOLO VIII. Prigionia del Principe di Salerno, e morte del Re Carlo suo padre.
Mentre queste cose si trattavano in Francia, Ruggiero di Loria avendo inteso, che Guglielmo Carnuto provenzale, era passato con ventidue galee per soccorrere e munire il castello di Malta, che si tenea per Carlo, uscì dal Porto di Messina con diciotto galee, ed andò per trovarlo, e giunse a tempo, ch'avea messo nel castello genti fresche e vettovaglie, e stava con le galee nel porto di Malta. Mandò Ruggiero una fregata con un trombetta, che richiedesse il Capitano franzese a rendersi, o veramente apparecchiarsi alla battaglia: il Provenzale, che da sè era orgoglioso, ed avea avuta certezza, che l'armata nemica era inferiore di numero di galee, uscì dal Porto, ed attaccò la battaglia; ma alla fine dopo molto spargimento di sangue restò egli rotto e morto, e delle sue galee se ne salvarono sol dodici fuggendo verso Napoli: le diece altre furon prese, e condotte da Ruggiero a Messina con grand'allegrezza di tutta l'isola. I Maltesi si resero, e Ruggiero lasciò alla guardia di quell'isola Manfredi Lancia suo Capitano[409].
Ma non contento Ruggiero di questa vittoria, avendo già conceputo nell'animo l'altre gran cose che poi fece, poste in ordine quante galee erano per tutta l'isola, con grandissima celerità andò verso Napoli, acciocchè offerendosi qualche altra occasione avesse potuto far alcuna altra notabile impresa; il che gli successe felicemente, perchè avendo trascorse le marine di Calabria con quarantacinque galee, se ne venne a Castellamare di Stabia, donde rinfrescata l'armata passò verso Napoli nel medesimo mese di giugno dello stesso anno 1283 e con quell'ordine, che si suol andare per combattere, appressato alle mura di Napoli cominciò a far tirare saette ed altri istromenti bellici, che s'usavano a quel tempo dentro la città: onde tutto il Popolo si pose in arme, credendosi che Ruggiero volesse dar l'assalto alla città; ma perchè l'intenzion di Ruggiero non era di far altro effetto, che d'allettare e tirare le galee, ch'eran nel Porto di Napoli alla battaglia, dappoichè ebbero i Siciliani con parole ingiuriose provocati i Napoletani, che stavano su le mura, e quelli ch'erano al porto su le galee, si mosse egli colle sue costeggiando la riviera di Resina e della Torre del Greco, e l'altra riviera verso Occidente di Chiaja e di Posilipo, bruciando e guastando quelle ville e que' luoghi ameni, che vi erano.
Il Principe di Salerno lasciato dal padre Vicario del Regno, non potendo soffrire tanta indegnità di vedere, che su gli occhi suoi i nemici avessero tanto ardire, fece ponere in ordine subito le galee, delle quali era allor Capitano Generale Giacomo di Brusone franzese, e vi s'imbarcò con animo d'andar a combattere. Gerardo Cardinal di Parma Legato Appostolico, che si trovava in Napoli, esclamava, che non uscisse il Principe, nè s'arrischiasse l'armata a combattere; ma egli non potendo soffrire il fasto di Ruggiero, volle in tutti i modi imbarcarsi. Non solo i Franzesi veterani e gli altri stipendiari del Re s'imbarcarono con lui, ma non restò nella città uomo nobile, o cittadino onorato atto a maneggiar l'arme, che non andasse con lui con grandissimo animo: e poichè l'armata fu allontanata poche miglia dal porto di Napoli, Ruggiero di Loria, tosto che la vide, fece vela con le sue galee mostrando di voler fuggire, ma con intenzione di tirarsi dietro l'armata nemica tanto in alto, che non avesse potuto poi evitare di non venir a battaglia. Il Principe allegro, credendosi, che fosse vera fuga, e tutti i soldati delle sue galee, e massime quelli, ch'aveano poca esperienza nell'armi, con grandissime grida si diedero a seguire, sperando vittoria certa; ma poichè furon allontanate per molte miglia da terra ferma, Ruggiero fece fermare le sue galee, e dopo averle una per una visitate, animando i suoi fece girar le prode verso i nemici, che già s'avvicinavano, e con grandissimo impeto andò ad incontrargli. Fu con grandissima forza dell'una parte e dell'altra attaccata la zuffa; ma poichè la battaglia fu durata un gran pezzo, tanto stretta, che appena si potea conoscere una galea dall'altra, al fine avendo i Cavalieri delle galee del Principe adoperate tutte le forze, vinti dal caldo e dalla stanchezza, cominciarono a cedere; ma la galea capitana dove trovavasi il Principe fu l'ultima, perchè ancora che fosse in luogo, nel quale non poteva agevolmente disbrigarsi, ed uscire dalla battaglia, come fecero molte altre, che si salvarono ritirandosi verso Napoli, fece grandissima resistenza, perchè in essa si trovava il fiore de' combattenti, deliberati più tosto morire, che voler cedere, e vedere prigione il Principe loro. Ma Ruggiero per uscire d'impaccio fece buttare dentro mare molti Calafati ed altri Marinari con vergare, ed altri istromenti, i quali subito perforarono in molti luoghi la galea del Principe, in modo che si venne ad empire tanto d'acqua che per non andar a fondo, il Principe e gli altri, che se n'accorsero, si resero a Ruggiero, che gli confortava a rendersi; e Ruggiero porse la mano al Principe sollecitandolo, che passasse presto alla galea sua. Restarono insieme col Principe prigioni il Brusone Generale dell'armata, Guglielmo Stendardo e molti altri Signori italiani e franzesi, che andavano sopra dieci galee che parimente si resero[410].
Questa rotta sbigottì grandemente i Napoletani, poichè videro Ruggiero quasi trionfante tornar avanti le mura della città, ed invitare il Popolo napoletano a far novità. E già la plebe avea cominciato a tumultuare, ed a gridare, muoia Re Carlo, e viva Ruggiero di Loria. E narra il Costanzo, che se i Nobili, i vecchi ed i più riputati Cittadini, che pigliarono a guardare le porte della città ed a frenare quell'impeto, non riparavano, sarebbe occorso qualche gran disordine. Ripressa adunque la plebe, e quietata la città, Ruggiero si ritirò all'isola di Capri: ed ottenne dal Principe, che Beatrice ultima figliuola del Re Manfredi, la quale era stata prigione quindici anni nel castello dell'Uovo con la madre e co' fratelli, i quali allora si trovaron morti, fosse liberata, e se ne ritornò in Sicilia; e con grandissimo fasto, e grand'allegrezza di tutti i Siciliani, presentò alla Regina Costanza la sorella libera, ed il Principe prigione, il quale con tutti gli altri principali prigioni fu posto nel Castello di Mattagrifone in Messina.
I Siciliani volevano servirsi del Principe, come rappresaglia per Corradino, e convocati i Sindici delle terre di tutta l'isola giudicarono, che se gli dovesse mozzar il capo, siccome Carlo avea fatto di Corradino, e mandarono alla Regina Costanza, che ne prendesse in cotal guisa vendetta. Ma questa grande, e magnanima Reina detestando tal crudeltà, fece loro intendere, che in cosa di tanta importanza, quanto era la morte del Principe, non era di farne determinazione alcuna, senza la volontà del Re Pietro suo marito, che si trovava in Aragona; onde per levarlo dal loro cospetto, e conservarlo vivo, lo mandò prigione in Aragona a Re Pietro, ove stette più anni custodito in stretta prigione. Questa illustre azione, siccome fu celebrata per tutti i secoli per magnanima e generosa, così rese più detestabile l'infamia del Re Carlo, perchè la pietà e la clemenza trovò più luogo in un petto debole ed infermo d'una donna, che nell'animo virile di quel Re, infamato perciò per tutti i secoli, e da tutti i Scrittori.
Intanto quasi due dì dopo la battaglia, il Re Carlo che veniva da Marsiglia, giunge a Gaeta, dove con infinito suo dolore ebbe novella della rotta, e prigionia di suo figliuolo, e del tumulto accaduto a Napoli. Ne scrisse immantinente al Papa, chiedendogli a tanta avversità conforto e soccorso di danari[411]; e adirato contro i Napoletani si portò subito a questa città, ed avuto in mano i Capi del tumulto al numero di 150 de' più incolpati, gli fece impiccare, condonando il resto a' Nobili e Cittadini principali, che avevano guardata la città. Ed essendo il principio di luglio, volendo passar in Messina per l'impresa di Sicilia, spedì 75 galee, che passassero il Faro, e girassero a Brindisi ad unirsi con l'altre galee, ch'erano armate nel mare Adriatico. Ed egli per terra andò in Calabria ad assediar Reggio, ch'era in potere degli Aragonesi; ma riuscitagli anche vana quest'impresa, ritornò in Puglia, tutto occupandosi a fornire di numerose Navi la sua armata per l'impresa di Sicilia.
Ma Re Pietro intanto era da Aragona passato in Messina per difesa di quell'isola, e conoscendo, che il Papa era implacabilmente adirato con lui, ma che per la rotta e prigionia del Principe, dissimulando l'odio, avea mandato due Cardinali in Sicilia a trattare la libertà del Principe, e la pace, volle deluderlo con la medesima arte: poichè dopo aver ricevuti i Cardinali con onor grandissimo, diede loro tanta speranza di pace onorata per Re Carlo, che quelli mandarono a dirgli, che non si movesse, e con questa speranza, da poi che Carlo ebbe perduta un'altra stagione, con molta destrezza e prudenza uscì dal trattato di pace, onde i Cardinali ingannati e delusi, dopo avere di nuovo maledetto, e riscomunicato Re Pietro ed i Siciliani, si partirono e tornarono al Papa.
Carlo vedendosi beffatto, si risolse a mezzo decembre di porre in ordine l'armata per ricuperare la libertà del figliuolo ed il perduto Regno; ma mentre egli da Napoli parte per andare a Brindisi a poner in punto l'armata, ecco che nel cammino infermossi a Foggia; dove, essendo giunta l'ora sua fatale, oppresso da malinconia per le tante avversità accadutegli, trapassò nel mese di gennaio del nuovo anno 1285. Teodorico de Niem[412], che fiorì nel Regno di Carlo III di Durazzo e del Re Ladislao, narrando la morte di questo Principe, scrisse, che fu tanta l'oppressione e malinconia del suo animo, che una notte vinto da disperazione da se stesso con un laccio si strangolò. Il suo corpo fu condotto a Napoli, e seppellito nella maggior chiesa con pompa reale, dove ancor oggi s'addita il suo tumulo.
CAPITOLO IX. Delle nuove leggi introdotte da Carlo I e dagli altri Re angioini suoi successori, che chiamiamo Capitoli del Regno.
Lasciò a noi questo Principe, oltre delle tante altre sue memorie, onde illustrò questo Regno, e molto più la città di Napoli, nuove leggi, che all'uso di Francia non Costituzioni, ma Capitolari, ovvero Capitoli del Regno furon chiamati. Per la famosa Accademia istituita da Federico II in Napoli, e poi da Carlo I arricchita di maggiori privilegi, le Pandette e gli altri libri di Giustiniano avevan invogliati i nostri Professori a studiargli in guisa, che non pure i Dottori, che in que' tempi si chiamavano Maestri, quivi l'insegnavano, ma anche gli Avvocati nel Foro pubblicamente gli allegavano per le decisioni delle cause. E quando quelle leggi non s'opponevano alle longobarde, o alle Costituzioni de' Re normanni e di Federico promulgate da poi, ovvero alle approvate consuetudini del Regno, aveano acquistata tanta forza ed autorità presso i Giudici, che secondo i lor dettami decidevano le cause; non già che vi fosse stata legge scritta, che lo comandasse, ma tratto tratto cominciarono coll'uso ad acquistar forza e vigor di legge, prima per la forza della ragione, da poi per connivenza de' nostri Principi, i quali giacchè volevano, che pubblicamente si leggessero nelle loro Accademie, e che i Giureconsulti gl'illustrassero con commentarii, doveano in conseguenza ancor commendare che s'osservassero nel Foro; e finalmente per le Costituzioni di Federico II il quale dell'autorità delle medesime spesso valevasi, anzi espressamente in più sue Costituzioni[413], comandò la di loro osservanza, purchè alle Longobarde, alle Costituzioni del Regno e Consuetudini non s'opponessero. Ed in progresso di tempo la loro forza ed autorità s'estese tanto, che finalmente vinse, e mandò in disusanza le leggi Longobarde. Ecco ciò, che sopra questo soggetto ne scrisse Marino di Caramanico, che fiorì a questi tempi[414]; Licet vero Regnum desierit subesse Imperio, tamen jura Romana in Regno per annos plurimos, convenientia Regum, qui fuerunt pro tempore, servata diutius consensu tacito remanserunt, ac imo expressim servantur, et corroborantur in Compilatione Constitutionum istarum, ubi neque Constitutiones hae, seu approbatae Regni Consuetudines non obsistunt.
Non è però, che in questi tempi l'autorità delle leggi Romane fosse stata tanta, che avesse dal Foro discacciate affatto le leggi Longobarde: duravano ancor esse nel Regno di Carlo I siccome durarono ne' Regni de' suoi successori Angioini, ancorchè pian piano andassero in disusanza. In fatti Marino stesso di Caramanico, che fu uno de' maggiori Giureconsulti di questi tempi, e che, come si disse, sotto questo Principe fu nell'anno 1269 Giudice appresso il Capitano di Napoli[415], ci attesta, che queste leggi a' suoi dì ancor s'osservavano: Ad quod concordant Longobardae leges quae in Regno similiter obtinent. Biase di Morcone, che fiorì a' tempi del Re Roberto, tra le sue opere legali, che lasciò, una fu delle differenze tra le leggi romane e longobarde[416], compilata ad imitazione di Andrea da Barletta, per togliere anche a' suoi tempi occasione agl'incauti Avvocati di rimaner confusi, se soverchio invaghiti delle Romane, abbandonando le Longobarde, non cagionasser danno a' loro Clientoli, e ad essi scorno e rossore, se nel Foro rimanessero per l'ignoranza di quelle perditori. Abbiamo ancora una carta[417] rapportata dal Tutini[418], tratta dall'Archivio regale della Zecca, formata in S. Germano nell'entrar, che fece Carlo nel Regno, ove a tenor delle leggi longobarde, che si allegano in quella scrittura, il Monastero di Monte Cassino e suo Abate, cede al Re la pretensione, ch'egli avea di riconoscere anche nelle cause criminali i suoi vassalli. E non pure in Terra di Lavoro, e nelle vicine province d'Apruzzo e del Contado di Molise, queste leggi erano osservate, ma eziandio in quella di Puglia, vedendosi che la compilazione delle Consuetudini di Bari, che dalle leggi Longobarde derivano, fu ne' tempi di Carlo I fatta da que' due Giureconsulti, cioè dal Giudice Andrea di Bari e dal Giudice Sparro, cotanto in pregio tenuto da Carlo, che da Giustiziere di quella provincia lo innalzò ad esser gran Protonotario del Regno. Così ancora nel Principato, in Salerno e nell'altre province osserviamo il medesimo; e se nelle province di Calabria di esse non rimase alcun vestigio, fu perchè lungamente essendo state possedute da' Greci, e poco da' Longobardi, non poterono in quelle mettere sì profonde radici, sicchè avesser potuto avere lunga durata.
Nel Regno adunque di Carlo niente fu mutato intorno all'autorità delle leggi romane e longobarde e non pur queste, ma le Costituzioni di Federico volle inviolabilmente, che si osservassero, quelle, che dall'Imperadore furono promulgate in tempo, che non era stato ancora dal Concilio di Lione privato dell'Imperio e del Regno di Sicilia. Rivocò bensì nell'anno 1271 ed annullò tutte le donazioni, locazioni, concessioni, atti e privilegi conceduti da Federico dopo la sua deposizione, da Corrado, da Manfredi e loro Ufficiali, che non si trovassero da lui confermati, riputandogli Principi intrusi, e tiranni, come quelli, che erano stati privati del Regno dalla Sede Appostolica, la quale n'avea lui investito[419]. Non altrimente di ciò, che fece Giustiniano Imperadore, il quale non tutti gli atti de' Re goti annullò, non quelli di Teodorico, di Atalarico e di Teodato, ma sì bene quegli di Teia, di Totila e di Vitige, i quali avendogli contrastato, e fatta guerra, con opporsi con vigore alla conquista, che intendeva fare d'Italia, furon da lui riputati tiranni, intrusi ed usurpatori.
Carlo adunque dopo avere sconfitto e morto Manfredi, essendosi reso padrone de' Regni di Puglia e di Sicilia, volle con nuove leggi riordinare lo stato di questi Reami, per togliere i disordini, che per le precedute guerre e revoluzioni erano accaduti. Le sue leggi, che Capitoli, ovvero Capitularii si dissero ad imitazione del Regno di Francia, erano drizzate così per l'uno, come per l'altro Reame; onde Capitula Regni Siciliae s'appellarono, non meno che le Costituzioni di Federico; avendone ancora per Sicilia propriamente detta, ordinati alcuni particolari rapportati da Inveges[420]. Ma i Siciliani dopo il famoso Vespro Siciliano, sottrattisi dal giogo de' Franzesi, non conobbero altri Capitoli, che quelli che riceverono da poi da' Re Aragonesi, onde restaron gli altri fatti da Carlo e dagli altri Re Angioini suoi successori, per lo solo Regno di Puglia, detto di Sicilia di qua del Faro; e Carlo Principe di Salerno suo figliuolo, espressamente si dichiara, che i Capitoli da lui stabiliti in tempo del suo Vicariato, erano stati promulgati per lo Regno di Sicilia di qui del Faro, non già per quell'isola.
Il disordine e la confusione, colla quale questi Capitoli furono insieme uniti e mandati poi alle stampe, merita il travaglio, che siamo per soffrire di distinguergli secondo i tempi e le occasioni, nelle quali furono promulgati. Ciocchè era anche necessario farsi per conoscere, onde nascesse tanta varietà, che s'osserva nelle massime, ch'ebbero i nostri Principi Normanni e Svevi nelle loro Costituzioni da quelle, che mostrarono avere questi Principi Angioini ne' loro Capitoli. Poichè riconoscendo Carlo questo Reame dalla Sede Appostolica, come vero Feudo, ed essendosi dichiarato suo uom ligio, ricevè nella investitura quelle dure e gravi condizioni, che sopra si notarono. I Pontefici romani perciò erano tutti accorti, che nel promulgarsi delle nuove leggi, non solo niente si derogasse alla loro pretesa immunità e libertà, ma che tutto si facesse a seconda delle loro massime e dettami; anzi quando lor veniva ben fatto, s'intrigavano ancor essi a stabilirle, come vedremo: perciò si videro nuove leggi contrarie alle Costituzioni di Federico e quindi nacque, che gli Scrittori, che fiorirono a' tempi di questi Re, imbevuti di quelle massime empissero i loro Commentari di dottrine pregiudizialissime alle regalie e preminenze del Re, ed offendessero in tante guise le ragioni dell'Imperio de' nostri Principi. Non dee recar maraviglia il vedere, che essendo Franzesi questi Re, doveano tanto più esser lontani a soffrire tanti oltraggi; poichè la Francia, siccome fu nel precedente libro veduto, a questi tempi era non men gravata, che l'Italia, e la giustizia ecclesiastica in quel Regno avea fatti progressi mirabili, e non prima dell'ordinanza dell'anno 1438 furono le sue intraprese risecate, e ridotte al giusto punto della ragione.