← Table of contents
Isabella Orsini, duchessa di Bracciano

CAPITOLO NONO.

Reading edition

CAPITOLO NONO.

LA MORTE.

Pues esta noche ha da ver

El fin de my desgravio

Medio mas prudente, y sabio

Para acabarlo de hacer.

Leonor (ahi de my) Leonor

Bella como licenciosa

Tan infeliz como hermosa

Ruina fatal de my honor.

Leonor, que al dolor rendida

Y al sentimiento postrada

Dexò la muerte burlada

En las manos de la vida,

Ha de morir......

Calderon de la Barca.

Un servo arriva affannoso, e avvisando la duchessa, che lo eccellentissimo signor duca ha fatto capo alla strada con la sua nobile accompagnatura; dopo pochi istanti ne sopraggiunge un altro, avvertendo che il duca entrò nel cortile, che scese, e che a questa ora messe il piede sopra le scale. La duchessa, quando ebbe ciò udito, sorse in piedi, e circondata dai gentiluomini di famiglia, dalle damigelle, e dalle donne, tenendo al fianco Troilo, composta la fronte a serenità, richiamando, e Dio sa con quanto ineffabile sforzo, un sorriso sopra le labbra, mosse nè frettolosa, nè lenta, con bella e dignitosa leggiadria verso il marito.

S’incontrarono in cima alle scale: si gettarono le braccia al collo; si baciarono reiterate volte, e parevano commossi profondamente, ed invero erano: — ma da quali affetti commossi? Questo poteva vedere solo Dio. — Ai circostanti sembrava che la commozione nascesse dal desiderio lungo di rivedersi adesso appagato, dal piacere di riunire le membra di una famiglia con troppo danno separata; insomma dalle domestiche gioie, delle quali gli uomini fanno così poco conto quando le possiedono, con rammarico inestimabile le piangono perdute, e con tanta esultanza a pochi fortunatissimi è dato potere riacquistare. E sciolto dagli amplessi della consorte, il duca, come colui che di modi gentileschi era copiosamente adornato, strinse la mano a Troilo, lo baciò e abbracciò, gli altri di casa non pose in dimenticanza, che all’opposto gli accarezzava e chiamava a nome, di loro e delle famiglie con molta premura interrogava, mostrando avere conservato buona memoria di tutto, e di tutti.

Ridottisi quindi nelle secrete stanze, il duca, la duchessa e Troilo, Paolo Giordano favellò:

— “Parmi bene, Isabella, che noi mandiamo subito ad avvisare il Serenissimo vostro fratello, affinchè ci sia cortese di farci accompagnare a casa Virginio nostro: — troppo mi tarda vederlo. Io so bene ch’ei ci cresce rigoglioso, e si mostra dispostissimo ad ogni maniera di esercizi che si addicono ad un principe grande; e lasciando del mio sangue, nascendo dal vostro, che ha onorato il mondo con tanti uomini virtuosi in armi e in sapere, non poteva essere a meno.... Ma qual gioia provata per messaggio o per lettera può uguagliare quella che deriva nel cuore paterno dal vedere la cara immagine, e dallo udire la soave voce del figlio....!”

— “Giordano, ho già provveduto. La madre conosce i desiderii del padre prima assai che dal suo cuore s’incamminino verso le labbra.”

— “Dilettissima mia.... che cosa vi dirò io? Abbiatene mercè. O come consola questa aria di casa, che posso chiamare veramente mia! Come questi affetti scendono soavi sopra l’anima, e paiono un fiato di primavera, che sgombri ogni nuvola di tristezza, di cure moleste, e di rancore. Sì... sì, l’aria dei campi aperti, e della vetta dei monti, quella marina che mi pungeva la faccia il giorno della battaglia di Lepanto, non dirò che non mi tornassero faustissime, e gradito anche mi fu il fremito della battaglia, e il lampo del sole su per le armi cristiane gloriosamente diffuso, e sopra ogni cosa accetto il grido superbo della vittoria;.... ma tu, aria di casa mia, — aria di casa mia — io non ti ho trovato altrove....!”

— “Però non si ottiene fama seggendo in piuma, come dice il Poeta; e voi avete aggiunto un monumento nobilissimo di laude alla onoranza inclita di casa vostra. Certo è impresa ardua assai fare crescere quello ch’è tanto in alto; solo concedesi alle aquile cominciare il volo dalla cima delle Alpi...”

“Novelle! Il Poeta vostro a senno mio avrebbe potuto rassomigliare molto meglio la gloria al fumo in aere od alla spuma nell’acqua.91 Pace, riposo, è il sospiro incessante dell’uomo. Quanto più gagliarde noi formiamo le cose nostre, o le imprese; quanto più acri ci mordono le passioni, il tempo vi esercita sopra il peso dell’ale, e con maggior prestezza uomini, cose, e rinomanze, e cuori distrugge. Questa potenza fa come il vento, che le più alte cime più percuote; e la bufera, che schianta la rovere sopra il dorso della montagna, usa mercede alla viola nella vallata... Io sono vecchio....!”

— “Ahimè! Credete voi forse che le passioni più capaci a scompigliare il cuore umano sieno quelle che occorrono nei campi, o nei parlamenti? Spesso nelle stanze dorate, e sotto le cortine di damasco si accendono tali fiamme, da disgradarne, non che altre, quelle dello inferno....”

— “Checchè sia degli altri, ecco qua, io ho il volto pieno di rughe, e a voi il tempo con la calugine delle estreme sue penne ardì appena lambirvi l’angolo degli occhi.”

— “Egli è forse il volto solo, che invecchia? Non sapete voi, che l’uomo sopravvive talvolta a sè medesimo? Ignorate voi, che sovente il cuore ci sta dentro il seno come un morto nella bara? Ahi! Giordano, per la morte di Dio io vi giuro che i dolori da voi patiti nello starvi lontano dalle pareti domestiche non furono punto più gravi di quelli che soffersi io rimanendomi qui in casa derelitta, e sola. — Io ravviso nel mio pallido volto i segni della rovina dell’anima. — Non impugnate; cessate di negare facendo cenno col capo: io possiedo un amico rigido, che nè per minaccia, nè per supplicazione, nè per mercede vuol cessare dal dire la verità; che infranto in mille pezzi assume mille lingue per ripetermela più importuna che mai; che dovrebbe bandirsi di corte, poichè non si vuole piegare a lusinghe, e non pertanto è arnese del quale noi non possiamo fare a meno.... E si chiama — come ormai avete indovinato — Specchio....”

— “No in verità, io non mi era apposto; e giusto andavo mulinando col cervello chi mai si fosse questo Anassarco di corte....”92

— “Il magnifico messer Virginio!” annunziò un paggio alzando la cortina della porta; e subito dopo fu visto entrare un giovanetto sul finire della adolescenza, di mirabile sembiante, grave nei modi, e vestito di colori oscuri.

Avete voi veduto quel feroce animale chiamato giaguaro come si lanci orribilmente dal suo nascondiglio sopra la preda aspettata? Nemmeno io l’ho visto, ma fate conto che con isbalzi punto minori Paolo Giordano si precipitasse sul figlio Virginio; conciossiachè in quei tempi le passioni certo non sempre piacevoli si dimostrassero troppo più spesso che non faceva mestieri, o gioconde, o feroci, ma veementissime sempre, e in quella guisa che il vento Simoun manda sossopra le sabbie del deserto, sovvertivano i sentimenti dell’anima. Lo strinse convulso, lo baciò pei capelli, pel volto, e pel seno, lo tenne lungamente nelle braccia, quasi con gli amplessi lo soffocava, come il boa nelle sue spire il nemico: — geloso, aborriva che altri della sua gioia partecipasse: lo tirò in disparte, lo guardò fisso fisso negli occhi, e poi rompendo in dirottissimo pianto, tra i singhiozzi esclamò:

— “Oh figliuolo mio! mio sangue vero! Speranza e orgoglio della nobile casa Orsina!”

Meravigliarono tutti; e Virginio, invece di corrispondere a così stemperate dimostrazioni di affetto, stavasene a modo di sbigottito, e guardava la madre desideroso di più soavi amplessi; ma il padre s’ingegnava assorbire tutta l’attenzione del figlio, e tra la madre e lo sguardo del figliuolo s’ingegnava interporre la sua persona. Alla perfine Virginio si sciolse da coteste ardenti carezze, e volò nelle braccia che la madre gli tendeva aperte, e si ricambiarono uno abbracciamento lungo e dolcissimo, il quale io in questa terra non saprei rassomigliare che ad un altro amplesso dato da madre amorosa a figliuolo diletto; nè forse lassù in cielo gli amplessi degli angioli davanti il trono dello Eterno superano in affetto quelli materni.

Paolo Giordano guardò con occhio pieno di mestizia quelle due creature: il suo cuore si sollevò in un sospiro che compresse a mezzo, e respinse verso la sua sorgente; poi gli occhi gli si offuscarono di sangue e di bile, e li volse trucemente contro Troilo; il quale annichilito teneva fitti i suoi sopra il pavimento. Non si ha da dubitare, che se Isabella e Troilo non fossero stati in quel punto preoccupati, la prima nella esultanza del figlio, e l’altro dai rimorsi della coscienza, in quei così spaventevoli sguardi di Paolo Giordano avrebbero letto la propria condanna, avvegnachè rivelassero lo inferno.

E come se sopportasse impazientemente che così si tenessero congiunte due anime destinate a separarsi presto, piuttosto geloso di uno amore che voleva e intendeva avesse a diventare tutto suo, chiamato a sè con voce alquanto acerba Virginio, gli disse:

— “Esaminarti come tu sii valoroso in lettere a me non appartiene, chè di siffatte novelle io comprendo poco; ma dimmi su, come maneggi un cavallo? come tratti tu l’arme? Ti fanno paura le spade?”

— “Provate!....”

— “Di grandissimo cuore.” — E Paolo Giordano fece portare da un famiglio gli arnesi necessarii alla scherma, ch’egli non lasciava mai indietro, come colui che si sentiva peritissimo in questo esercizio. Qui cominciarono uno assalto oltremodo furioso, in cui se Paolo Giordano si mostrò, com’era naturale, di maggiore lena del figlio, questi alla sua volta di agilità pari alla paterna, e per i suoi anni veramente maravigliosa.

— “Troilo!” esultante Paolo Giordano esclamava, “Troilo, in fe’ di Dio, è una delle migliori spade ch’io mi abbia trovato fin qui. Fatemi grazia, Troilo, provate un po’ anche voi; nei tempi, te pure, o Troilo, estimavano franca spada i nostri capitani.”

— “Nei tempi! — Ma adesso mi sento sgagliardito. Oh! quanto era meglio che mi fossi condotto anche io a far procaccio di bella fama, o di morte onorata....”

— “E che? Troilo, guardando casa mia, avreste voi per avventura acquistato vergogna?....”

— “No... ma egli mi sembra che sarebbe stato più desiderabile trovarmi alle Curzolari....”

— “Troilo, io voglio che sappiate che in ogni parte, e in ogni ufficio dove uomo si porti da cavaliere leale, può guadagnarsi onore... — Ora via, fatemi contento, provate.”

E Troilo provò; ma il braccio gli tremava, e valeva appena a sostenere la spada: si tenne sopra le difese, e in breve, come svogliato, declinò la punta:

— “Non sono più quello di prima; morì di me gran parte. Se Dio mi concede vita che basti, ho deliberato andare a ritemperarmi nella religione di Malta....”

— “Farete opera meritoria, Troilo: e giova adesso lo andare, che il sommo Pontefice ha compartito indulgenze larghissime a chiunque si muova per combattere contro gl’infedeli. Voi siete stanco di oziare, io di travagliarmi; e ambedue cerchiamo nuovi modi di vita. Così va il mondo: non ci acquietiamo mai nelle sorti presenti; facciamo come gli infermi, che dando volta ora su questo, ora sopra quell’altro fianco, s’ingegnano confortare il loro travaglio. Io non so se il sepolcro ci darà fama; ma certamente il sepolcro solo varrà a darci riposo. — Ma che parlo io di sepolcro! E perchè voi siete così mesti nei sembianti? Questo è giorno di esultanza, questo è uno dei giorni che spiana più di una ruga sopra la fronte e sopra il cuore: godete! Io mi sento il più lieto uomo della terra. La mia casa deve risonare di grida festose.... Giubbilate! vi scongiuro, giubbilate! — io vi comando....”

— “Credete voi che la gioia possa comandarsi come una colonna di fanti!” parlò con voce languida Isabella.

— “E qual cosa impedisce ch’ella non venga spontanea?”

— “L’anima nostra prende agevolmente l’abito della mestizia, nè può lasciarlo così di subito come noi altre donne facciamo di un velo o di una cintura. E poi, si danno gioie modeste e segrete, che all’aria aperta svaporano, che voglionsi custodire a modo del fuoco di Vesta dentro il sacrario della anima...”

— “No, viva Dio! io amo la franca e viva gioia, amo il giubbilo fragoroso che si compiace dei fuochi, si diletta dei banchetti e dei festini, i fiori e i suoni desidera. — Ben venga l’allegria, che s’indora co’ primi raggi del sole matutino, e si rinfresca di rugiade, pei prati discorre e pei boschi, dietro le fiere si affatica. — In campagna, su, in campagna: dentro queste prigioni che chiamano città, non possiamo respirare a nostro agio: una oppressura stringe il petto, e affanna il cuore. Costà vedremo se vi riuscirà continuare nella mestizia. — Io voglio vedervi lieti: io vi farò tutti contenti, o non sono Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano. — Isabella, sentite: ho deliberato recarmi a complire il Serenissimo fratello vostro: prenderò meco Virginio; e resagli, come per me si conviene, debita onoranza, torrò commiato subito, e ci ridurremo senza porre tempo tra mezzo a starci in villa, al bel nostro Cerreto. Quivi sono ombre, e fiere, e macchie; colà scorrono copiose e fresche acque: quindi l’occhio si delizia sopra grandissima parte di questo paradiso terrestre che le genti salutano col nome di Toscana. — Nessuno speri gustare le dolcezze domestiche meglio che per la quiete dei campi, o all’ombra delle foreste; e noi colà ci sentiremo felici. — Non vi piace così, Isabella? Certo, voi accogliete troppo entusiasmo nell’anima per negarmi questo. Marito io di poetessa, apro il cuore allo spirito della poesia....”

— “A me gradisce quanto piace a voi, signore mio; — pure, considerate come faccia grandissimo caldo, e avreste minore fastidio camminando di notte....”

— “Sì veramente, che qui respiriamo noi! — Non sentite, che pare che piova fuoco? In Firenze non capisco più il sole: durante il verno, scivola così di nuvola in nuvola, come un fallito che mescolandosi nella calca s’ingegni sottrarsi al donzello della Mercanzia; nella estate poi, ci sta conficcato come un chiodo, e le vuole il bene che portò al suo figliuolo Fetonte.... E poi ad uomo di arme ha da recare fastidio il sole? — Che ne di’ tu, Troilo?”

— “Salvo vostro onore, acconsentirei allo avviso della duchessa....”

— “Or bene, via, se ti dà noia il sole, tu andrai in carrozza con lei; — e noi viaggeremo a cavallo....”

— “A cavallo verrò ancora io!” disse con voce commossa Troilo. E Paolo Giordano sorridendo rispose:

— “Non te l’ho detto mica per offesa, Troilo; io mi credeva che tu volessi continuare a farle quella buona e fedele guardia che tu le hai fatta fin qui....”

E posto fine alle parole, tolto per mano Virginio, assicurando che presto ritornerebbe accompagnato con onorevole corteggio di gentiluomini, si dipartiva per andare a complire il suo cognato.

Partito che fu, Troilo e Isabella, com’è da credersi, con tutte le facoltà dell’anima loro si fecero a pesare le parole profferite da Paolo Giordano, e a sottoporre a minuto esame i gesti, gli sguardi, ed ogni particolare sfuggito ad occhi meno veggenti dei loro. Così stavano sprofondati nella indagine, che se in quel punto il terremoto avesse scosso la città, non se ne sarebbero accorti, siccome corre fama, e si legge per le storie, che avvenisse ai Romani e ai Cartaginesi combattenti la battaglia del Trasimeno. Maravigliosa cosa poi fu questa, che entrambi nel punto stesso ed in modo affatto contrario le riflessioni loro concludessero, e mentre Troilo deponeva la paura, l’altra dava l’addio alla speranza.

E senza adoperarvi il linguaggio delle labbra, con le infinite altre favelle che la sembianza umana è capace di significare, si erano manifestati a che cosa pensassero, e come il giudizio loro decidesse; e poichè pur troppo si accorgevano non accordarsi, una voglia smaniosa si era cacciata addosso a Troilo di conoscere più apertamente i sensi d’Isabella. Ma licenziare i molti convenuti non pareva onesto, nè prudente stringersi al cospetto di loro in segreto colloquio, ed era pericoloso lasciare Troilo che continuasse cenni ed ammicchi, a tutti sciaguratamente palesi, di volerle ad ogni costo parlare; ond’ella per lo meno reo partito scelse andare presso una sua tavola; e quivi recatosi in mano il canzoniere del Petrarca, cercò un sonetto, lo lesse attentamente in prima, e incisa lievemente con l’ugna la parte della pagina dove voleva che l’attenzione di Troilo si riposasse, lo lasciò aperto, accennando dell’occhio al medesimo che si facesse a leggerlo: poi, tolto motivo di non so quale parola profferita dagli astanti, provò di mescersi nei loro colloquii, cosa che le venne conseguíta molto di leggeri, come colei che era disinvolta e arguta molto. Troilo, quando gli parve tempo convenevole, si accostò al tavolino, e lesse nel punto segnato:

Ma del misero stato ove noi semo

Condotte dalla vita altra serena,

Un sol conforto, e della morte, avemo:

Che vendetta è di lui ch’a ciò ne mena;

Lo qual in forza altrui, presso all’estremo,

Riman legato con maggior catena.

Troilo fece spallucce, dicendo tra sè: — Questa ormai gode reputarsi spacciata; ma come non si scorge chiaro che Paolo Giordano è il più lieto uomo del mondo? A costei piace, e giova, che tu vada lontano, Troilo. Ma noi ci conosciamo di vecchio: e non mi sono mai sentito disposto come adesso a starmi qui, e a vederne la fine. Che a me convenga rendere la piazza, trovo giusto; e se la vogliono con una mano, io gliela do con due: ma qui bisogna capitolare a patti onorevoli; andare agli accordi con vantaggio; ed io intendo uscirne con tutti gli onori della milizia, armi e bagagli, e non essere cacciato come un vecchio fante di famiglia senza ben-servito. —

Nè andò troppo lungo tempo, che Paolo Giordano ricomparve accompagnato orrevolmente, ma senza Virginio. Quando Isabella lo vide solo, le si spense in cuore l’estremo alito della speranza, a renunziare al quale la creatura umana con difficoltà infinita si conduce. Allora le parve davvero sentirsi leggere in faccia la sentenza di morte. Ed è la morte una molto terribile cosa per tutti, ma segnatamente poi per quelli che da infermità fisica non si trovano disposti a patirla. Le corse un brivido nelle ossa; le diventarono bianche le guance e la fronte; le labbra le si crisparono pagonazze e convulse. E senza dubbio non si vuole punto negare che bene il suo intelletto l’avvertisse, avvegnachè non era da credersi che presente il figlio volessero usare violenza contro la madre. Ella andò incontro a Paolo Giordano, e con una espressione inenarrabile lo interrogò:

— “Dov’è Virginio nostro?”

— “Il fratel vostro lo ha voluto trattenere ad ogni costo: ha detto che anche troppo egli è facile a svagarsi, e poi fa sudare acqua e sangue a rimetterlo in carreggiata. Veramente mi parve ardua cosa ch’io non mi abbia a godere il figliuolo mio dopo tanti anni di lontananza; ma voi sapete che a me tocca tenere bene edificato il Serenissimo.... Però ha promesso mandarlo per un giorno in villa accompagnato dall’aio....”

— “In villa! Qual villa?”

— “Al Cerreto.”

— “E quando?”

— “Presto....”

— “In villa lo manderà sicuramente, ma non al Cerreto.... Forse domani...”

— “Non mi ha detto domani....”

— “No? — Ma a me il cuore lo porge.... Ahimè! perchè non gli ho dato il bacio dello addio?....”

— “Temete che vi manchi tempo a baciarlo?”

— “Credete voi che io avrò tempo a baciarlo?” domandò Isabella cacciandogli addosso due sguardi da penetrare nei più intimi ripostigli del cuore. E Paolo Giordano, mandando obliqui i suoi occhi, s’ingegnava sfuggire da indagini e da contestazioni:

— “Lo credo benissimo: o chi vi ha a tenere? E, in caso di oblio, noi manderemo per esso. — Orsù dunque, a cavallo; a che ci trattenghiamo più oltre? Al Cerreto, alla pace.... alla quiete.... al riposo delle durate fatiche.... ai dolci sonni!”

— “Stultum est somno delectari, mortem horrere, cum somnus assiduus sit mortis mutatio.”

— “Che andate voi mormorando, Isabella?”

— “Tornavami al pensiero una sentenza di Seneca nel libro dei costumi intorno al sonno, fratello della morte....”

— “Come si addice cotesta citazione al caso nostro?”

— “Niente.” — E due lacrime, — due lacrime sole le proruppero dagli occhi, non già scendendo giù per le guancie secondo l’usato costume, ma schizzando a zampillo come l’ultima freccia scoccata dall’arco del dolore.93

— “A cavallo!...”

E i famigli istigati dalle premure di Titta, che ormai si erano accorti avere ad obbedire come il duca, e più del duca con prestezza mirabile apparecchiavano cavalli, carrozze, e un carro di masserizie non solite a trovarsi in villa. Il maggiordomo don Inigo aveva domandato con la solita brevità: — Se avesse a caricare molte argenterie, e biancherie; — ma Titta gli rispondeva:

— “Mai no, maggiordomo, chè io faccio conto che al Cerreto vi soggiorneremo per poco.”

E si posero in via. — Il sole dardeggiava cocentissimo i suoi raggi; tacevano i venti; non ispirava un alito, e la vampa infuocata del tiranno dei cieli opprimeva le cose e gli animali. Le fronde degli alberi stavano immobili, chè non fiato, non sospiro di vento osava agitarle; le acque non mandavano il consueto mormorío; in tanto silenzio, e in così grande solitudine, sole le cicale quasi ebbre di calore si affaticavano nel canto fastidioso, che deve terminare con la loro vita; e qualche ramarro traversando veloce più che saetta la via, andava cercando un refrigerio di cespuglio in cespuglio: ad aggravare l’affanno del cammino, sommossa dalle zampe dei cavalli sorge la polvere, e ricade tenacissima sopra i capelli e le vesti dei cavalieri. I cavalli, smarrita la solita vivezza, incedono anelanti, con le orecchie dimesse, e giù pei colli e per le anche grondano sudore. — Paolo Giordano acceso in volto, e molestato anch’egli da insopportabile smania, dissimula non ostante il disagio, e dice con voce, che s’ingegna fingere festosa:

— “Questo bagno di sole ravvivare il sangue; l’uomo nato in terra italiana doversi rinfrescare infaticabilmente il petto co’ raggi del pianeta del giorno; il calore essere padre di vita, anzi la vita stessa; conciossiachè noi nasciamo caldi, e moriamo freddi;” — e simili altre novelle, alle quali attendevano pochi, rispondeva nessuno.

Intanto a grandissima pena giunsero sopra le sponde dell’Arno. Nei giorni precedenti era caduto un rovescio improvviso di pioggia, che sebbene avesse aumentato la intensità del calore, per modo che sembrasse piovuto fuoco, nonostante l’Arno se n’era riempito, e menava le acque grosse giù per la china. Chiamato il navalestro, accorse vedendo tanto nobile e così inaspettata comitiva, e propose passarla in due volte; molto più che le acque essendo gonfie, e la barca trovandosi pel soverchio peso ad affondare di troppo, potevano correre il rischio di qualche sinistro. Ma tutti si mostravano impazienti di valicare il fiume, e sopra gli altri il duca; però scesi i cavalieri dai palafreni loro, le donne dalla carrozza, entrarono in barca alla rinfusa con le bestie e co’ cariaggi, senza punto pensare alle parole del navalestro, che non si rimaneva di ammonire. Paolo Giordano e Isabella si erano condotti sopra la parte estrema della barca, che doveva prima toccare la sponda, senza ricambiarsi parola. Paolo Giordano si pone a guardare fisso le acque che scorrono; — scorrevano quasi spinte da forza arcana, e gorgogliando profondo pareva quasi si lagnassero della fuggevole durata consentita loro dai fati. Allo improvviso, come se volgesse il discorso a sè medesimo, favella:

— “Queste acque, che mi passano con tanta furia davanti gli occhi, si acquieteranno certamente nel mare; ma le anime umane, non meno transeunti di queste acque, dove mai giungeranno?”

— “Dove piacerà alla misericordia di Dio,” risponde Isabella.

— “Misericordia! Dite piuttosto dove le meneranno le opere e i meriti che si saranno acquistate in questo nostro correre alla morte, che si chiama vita....”

— “Giordano mio, nessuna creatura umana presuma salvarsi mercè i suoi meriti. — Che cosa siamo noi, se Dio non ci sovviene?”

— “Voi confidate molto nella misericordia di Dio?”

— “Intieramente.”

— “Ma se i sacerdoti vi avessero chiarito imperdonabile....?”

— “Non mi terrei per disperata, e vorrei udire io stessa questa parola di rigore dalle labbra immortali del Padre di ogni carità....”

— “Ma Dio è giudice e vendicatore; egli visita le generazioni, e punisce i peccati dei padri nei remotissimi nepoti....”

— “Noi conosciamo un’altra legge, e sta nel perdono, nella carità, e nello amore; e quella beatissima donna di Santa Teresa chiama infelice il demonio, perchè non sa perdonare, nè amare...”

— “Domine aiutaci! — Andiamo capovolti! — Ve lo aveva detto io!”

Questi gridi interruppero improvvisi il colloquio. Subito dopo, ogni cosa era paura e subuglio. La corda entro cui scorrevano le guide della barca si ruppe; lo impeto delle acque sospingendola di traverso, stava per sommergerla, priva com’era di quel sostegno: urgeva imminentissimo il pericolo, diventato maggiore pei moti incomposti degli uomini e degli animali: l’orlo della barca toccava già l’acqua; già stava per riempirsi irreparabilmente.

Paolo Giordano in quel trambusto non solo non parve che se ne spaventasse, ma anzi ne godesse, e con un grande urlo esclamò:

— “Tutti allo inferno!”

Ma il navalestro fu in tempo a cacciare la stanga dalla parte ove la barca minacciava affondare, e questa ristette a un pelo dallo sparire sotto acqua. — Riparato così al subito pericolo, gli altri sovvennero il navalestro; e adoperandovi le forze riunite, valsero a tenere ferma, sebbene con fatica, la barca: allora un garzone con altra corda in mano si gittò nel fiume, e superata la corrente mise piede sul greto, e con l’aiuto di qualche villano, che aspettava dall’altra riva per traghettare, tirando la corda di cui un capo era rimasto legato alla barca, la condusse in luogo di salute. Scesero, e al navalestro, che col berretto in mano andava ricordandosi alla memoria loro, che parevano ai sembianti fratelli germani dell’oblio, Isabella guardandosi addietro, parlò:

— “Perchè ci hai salvato? Molti sarebbero morti innocenti, che ora andranno dannati.”

E Paolo Giordano:

— “Perchè ci hai salvato? Chi te lo aveva detto? E chi te lo aveva domandato? Saremmo iti allo inferno senza pure accorgercene.”

Troilo e gli altri lo guatarono in cagnesco. Il dabbene uomo pensava trasecolare. Rimaneva ultimo don Inigo, tutto nero, pallido in volto, truce negli sguardi. Se agli occhi del navalestro gli altri sembrarono il demonio, questo pareva la versiera: ormai in cuor suo aveva fatto una croce sopra la mancia sperata; nonostante per non mancare al costume si mosse per chiedergliela, ma la voce gli venne meno a fiore di labbra. Don Inigo gli sbarrò addosso due occhi per cui il navalestro dette indietro tre passi, e don Inigo col medesimo sembiante lo incalzava pure sempre, e quegli sempre indietro. Don Inigo si cacciò la mano sotto il giustacore; e l’altro, temendo che ne traesse daghetta o pugnale, si tenne per ispacciato; ma invece ne cavò due bellissimi ruspi, e glieli porse. Il navalestro non si fidava, ma l’amore del danaro vinse la paura; si accostò, e stese anch’esso la mano aperta, ma tremante. Don Inigo lasciò cadervi dentro i ruspi senza dire parola; li prese l’altro senza fiatare: quegli volse le spalle al navalestro, il navalestro a lui, che correndo a gambe verso la barca, non si tenne sicuro finchè non vi si trovò dentro. Allora aperse la mano, sospettando che le monete fossero diventate di piombo, siccome suole accadere, giusta la volgare credenza, di quelle che vengono coniate nella zecca infernale; ma di oro, come gli parvero prima, così anche adesso gli parevano: ad ogni modo se le chiuse bene in saccoccia esclamando:

— “Io le farò benedire, perchè se non era la Tregenda quella che ho passato poco anzi, vo’ che mi si dica non essere io il navalestro del Petroio!”

Eccoli giunti a Cerreto-Guidi; eccoli giunti a piè delle ardue cordonate per le quali si perviene faticosamente in cima alla villa.

Villa! Sì certo così chiamavano e tuttavia chiamano il fabbricato che fu una volta proprietà d’Isabella Orsini a Cerreto-Guidi. Bellissima colà ride la natura, e fa di sè lieta mostra, e nonostante gli uomini mettendovi sopra quelle funeste loro mani sono giunti a renderla luogo di terrore: un poggio che lasciato stare intatto sarebbe stato quanto altro mai delizioso e leggiadro, fasciarono di mattoni e di pietre, e lo convertirono in fortilizio. Quattro scali ripidissimi, due per parte, conducono alla sommità: i primi formano angolo a piè del colle, e si distendono a destra l’uno, l’altro a sinistra; i secondi prendono principio là dove questi terminano, e si riuniscono in angolo davanti la piazza del palagio. I muri vengono giù a scarpa, tutti di mattoni di colore vivacissimo, sicchè paiono pure ora tinti di sangue: le bozze, i cordoni, e gli orli dei parapetti sono di pietra di Gonfolina; i primi scali attraversano quarantadue cordoni l’uno dall’altro assai più di un gran passo discosto, i secondi di quarantatrè; il poggio sotto è scavato, e l’uomo vi si avvolge per tortuosi sotterranei. In mezzo alla muraglia occorre parimente di pietra una immane arme; ma le palle medicee, o per provvidenza di tempo, o per opera umana caddero, come cadde la famiglia dei Medici, come cadde la potenza di lei, come cadranno tutti i potenti del mondo nel sepolcro. A cui più tardi, a cui più presto, ma a tutti fatalmente sovrasta l’autunno, imperciocchè noi siamo fronde attaccate all’albero del tempo, e il tempo anch’egli è fronda peritura della eternità. Ma caduti gli uomini, e spente le cose, avanza la fama, la quale comecchè vecchia e zoppa, non muore mai, nè si ferma; e sebbene tardi, arriva sempre a raccontare ai posteri i vizi e le virtù dei trapassati. Vissero tristi potenti, che le strapparono la lingua, e crederono averla resa muta: ma la lingua della fama rinasce come la testa della idra; e Dio non consente che venga Ercole per lei, avvegnachè la mandi sopra questa terra a modo di precursore della sua tarda, ma inevitabile giustizia. —

Il palagio contiene una sala vastissima terrena: in fondo ha un arco, e dalla parte destra dell’arco mediante larghe scale di pietra si ascende al primo piano.

Entrati appena a mano destra, occorre un quartiere. Entratevi, andate in fondo, ed ecco troverete una stanza che fa cantonata: uno dei lati, quello di fianco, guarda mezzogiorno; l’altro di facciata, ponente. Adesso ha una sola finestra sopra la facciata; nel tempo della nostra storia ne aveva due. La seconda si apriva nel lato di ponente: vi sono due porte: una grande, e palese; l’altra piccola, e segreta, una volta coperta dalla tappezzeria di damasco verde. Io ho misurata la stanza, e la trovai dieci passi lunga, e sette larga. Nel muro vidi uno armario profondo, di cui nessuno si accorge dove non guardi attentamente: voltate in su gli occhi al soffitto altissimo; avvertite, sono sedici travicelli, che posano sopra un trave maestro.... Ma non è per farvi contare i travi e i travicelli, che io vi persuado a voltare in su gli occhi; no in verità: badate bene, là sotto il trave maestro accanto al terzo travicello, contando dalla parte parallela alla facciata, e osserverete un fóro....

Ricordate cotesta stanza, e quel fóro. — Corrono ormai duecentosessantotto anni che quel fóro sta così....

Cerreto fu detto dalla copia dei cerri che ombravano il colle e larghissimo tratto di paese, come Frassineto dai frassini, e Suvereto dai sugheri, e Rovereto dai roveri.94 — Ora dove andarono i cerri? L’occhio del passeggero cerca invano un albero sotto del quale riposare il capo riarso dalla vampa del sole, e non unicamente a Cerreto, ma per quanto si distende la Toscana, e perfino sopra i gioghi ardui degli Appennini, ogni giorno più scarsi s’incontrano gli alberi. — Oh! ella è pure trista necessità quella di spogliare la terra di tanto stupendo ornamento. Sparirono le selve, e con esse le Driadi, e le Amadriadi, e i Fauni, e i Silvani, e l’altra amabile famiglia di cui le popolava la fantasia dei poeti; sparirono le selve, e con esse i cavalieri erranti, le lancie corse, le imprese onorate, le fate, i nani; e le regine della bellezza di che le faceva liete la immaginazione dei romanzieri. Le Ninfe dei boschi seguitarono al mare ululando i tronchi diletti, e li raccomandarono alle Vergini oceanine, non altramente che se fossero stati figliuoli dilettissimi: e le oceanine Vergini ne presero cura, gli foggiarono in navi, gli ornarono di vele candidissime come le ale dello smergo, dettero loro la velocità dello albatro, la vaghezza dello alcione; poi con le mani e con gli omeri nudi ne spinsero la poppa; e i venti secondi, gareggiando con le Ninfe, soffiarono dentro le vele, e si compiacquero distendere pel cielo azzurro la bandiera della nostra contrada.

La nave, percorso mari intentati, portò arti, riti e insegnamenti di ordinario vivere civile a popoli sconosciuti e selvaggi, e la bandiera della contrada era salutata nelle remotissime spiagge come un segno di salute. Ahimè! questo è un desiderio che ormai non potrebbe più andare, quantunque volendo, adempito. La patria ha perduto la chioma dei suoi boschi, in quella medesima guisa che le greche vergini si recidevano i capelli sopra le tombe dei diletti defunti. I nostri alberi furono convertiti in navi, ma non per noi; i venti ne spiegarono la bandiera, ma non era la nostra; sostennero battaglie, ma non per le sorti della patria; andarono cariche di merci, ma non raccolte nelle nostre campagne, nè dalle mani nostre fabbricate: bene furono condotte per mari ignoti a traverso inusitate procelle e immani pericoli da italiani uomini, ma di coteste imprese altri raccolse il frutto, e alla patria venne una sterile rinomanza. Nazioni barbare ci comprano i boschi, mentre presso di loro il ferro si astiene dalle querce sotto le quali i Druidi celebravano i misteriosi sacrificii. — Ahi! gente trista, che vendi tutto, e potendo venderesti anche il tuo sole e il tuo cielo, perchè, se in te non hai parte alcuna di ardimento o di gloria, diseredi i tuoi nipoti? Perchè, non contenta della tua vilezza, apparecchi ai tuoi figli una eredità di vergogna e di lacrime? Qual giudicio ti aspetta oltre la fossa, dacchè i figliuoli si accorgeranno di avere avuto genitori soltanto dal male che ne ricevono!

Ma Cerreto allora andava ombroso di copia di cerri, di olmi, di lecci, di querce e di alberi di ogni maniera; e per quei boschi volavano di ramo in ramo fagiani, francolini, ed altre infinite famiglie di uccelli; per le frasche saltavano caprioli, daini, cervi, e lepri, e cignali; sicchè era luogo sopra ogni altro adattissimo alle cacce, delizia suprema della vita dei principi.

Mentre Isabella sorretta dal suo consorte poneva il piede sopra lo scalo, inciampò nel primo cordone, e ne sentì acerbo dolore; onde voltasi a Paolo Giordano sorridendo mesta gli disse:

— “Malo augurio è questo: un Romano tornerebbe indietro.”95

E Paolo Giordano, non occorrendogli alla mente nulla di buono, si tacque, sforzandosi a sua posta di ridere.

Giunti nel palagio, ognuno andò nelle sue stanze; il duca in quelle ov’era la camera dal fóro qui sopra descritta, attendendo alle mondizie della persona.

Fatto ch’ebbero lavacro delle membra con acque odorifere, cambiate le vestimenta, acconci i capelli, si ridussero nel piazzale avanti il palagio.

Il sole privo di raggi sembrava un occhio insanguinato, e lo emisfero da quella parte offriva l’apparenza di un lago di sangue. Immenso spazio di paese si distendeva davanti ai nostri personaggi, chè da quella sommità in gran parte i contadi di Firenze, di Pistoia, di Volterra, di Pisa, di Colle, di Samminiato, e perfino di Livorno, si scorgono. Gruppi di case si vedono su per quei poggi dintorno come gregge di capre alla pastura; dai casolari s’innalzavano diritte colonne di fumo, e voci di canzoni melanconiche si diffondevano per la campagna, alle quali rispondevano alla lontana altre voci del pari piene di mestizia. Da una nuvola nera di tratto in tratto guizzava una lingua di fuoco simile alla spada dell’Arcangelo vendicatore nascosto per avventura là dentro. Il sole intanto si attenua.... adesso pare una margine di ferita.... è sparito! Isabella, mossa da impeto irresistibile, sporgendo ambe le braccia con l’abbandono disperato col quale vediamo sparire sotto la terra i dilettissimi nostri, esclamava:

— “Addio, o sole, addio!” — E con le mani si coperse la faccia.

— “Addio a domani,” riprese Giordano; “e fa di levarti con meno tristo sembiante di quello col quale ci abbandoni. Belle campagne, amiche selve, ozii beati, pur torno alfine a godervi, nè io sarò per certo a lasciarvi sì presto. Io sono stanco di correre dietro alla gloria, che mai si raggiunge; o se si raggiunge, quando l’uomo pensa di stringere un sommo bene, torna con le mani vuote al petto. Io voglio deliziarmi nelle domestiche dolcezze, le sole veraci nel mondo. Mi rendo in colpa, e vi domando perdono, Isabella, e mi vi lego con giuramento di non lasciarvi mai più. Mercè vostra, se io tornando a casa non vi comparvi straniero; grazie sieno alla bontà egregia della indole vostra, se dopo tanti anni riducendomi a voi mi fate credere di essermi partito pure ieri. Il mio cuore è infermo; a voi sta guarirlo affatto dalla febbre dell’ambizione, che lo ha travagliato mai tanto.”

E Isabella lo guardava, e sorrideva mesta senza aprire labbro; ma Troilo, che le parole reputava vere, consolandolo favellava così:

— “Ora come potete dire avere speso i vostri giorni invano? voi in cento battaglie avete raccolto tanta mèsse di allori, da coronarne due Cesari; e per tacere delle altre, a Lepanto, combattendo fortissimamente vi acquistaste tal nome, che la storia registrerà con orgoglio nelle eterne sue pagine. Deh! vogliate appagare il mio lungo desiderio: narratemi le vicende di cotesta battaglia di giganti.”

— “Più tardi, Troilo, più tardi: ma, io ve lo ripeto, tutto è vanità. Guarda, e vedrai qual bene uscì da tante morti, da tanto affanno, e da tante ferite? I Cristiani l’uno dell’altro astiosi non seguitarono il corso della vittoria; i Turchi insorgono più infesti che mai; e Don Giovanni, malgradito vincitore, riporta in premio della sua prodigiosa prestanza l’oblio, e lui avventuroso se non lo incoglie anche peggio! Quel suo gran cuore di soldato, che si espande nei pericoli del combattimento, condannato a rodersi in corte, presto cesserà di battere;96 imperciocchè la gloria fosse la sua aria, il suo sangue il pericolo, le battaglie la vita. Appunto lo esempio di cotesto illustre infelice mi persuade a fare senno, e a piegare le vele affaticate dal lungo cammino. — Veramente è tardi, ma pur meglio una volta che mai; la mia vita ha consumato anche il vespero.... almeno Dio mi conceda riposato il tramonto!”

Gli scudieri avevano con molto accorgimento apparecchiato le mense giù nella sala terrena, e liete apparivano dei doni di Cerere e di Lieo; molti doppieri mandavano luce vivissima, la quale si rifletteva con raggi infiniti pei lucidi argenti, per le porcellane candide, e pei forbitissimi cristalli. Avevano aperte tutte le porte che mettevano capo nella sala; e di riscontro alla porta maestra che dava adito al piazzale, l’altra corrispondente ai giardini; e nonostante, tale era la gravezza dell’aere affannoso, che non una fiaccola vedevi oscillare sopra i candelieri, e le pieghe delle portiere stavano immobili non altramente che se di marmo o di piombo si fossero. — Per tante foci non iscaturiva refrigerio alcuno di aria fresca.

E si assisero a mensa. Paolo Giordano faceva ogni sforzo affinchè i commensali si dessero in balía alla gioia scapigliata e fragorosa: egli aveva mestieri di eccitamento; s’ingegnava stordirsi; nel rumore di allegrezza bugiarda intendeva celare la interna procella: insomma due cose egli cercava principalmente, coraggio a persistere, e capacità a simulare. Alla perfine gli venne conseguito il disegno: i commensali, non avendo motivo di reputare falsi i conforti di Paolo Giordano, si abbandonarono a franca ed aperta dimostrazione di esultanza; e così venne temperata la gioia artifiziosa e ghiaccia che ostentava costui. Troilo, comecchè, seguendo il costume degli ignoranti, assai presumesse di sè, e quindi sperando bene gli sembrasse non potere sbagliare, pure non se ne stava del tutto tranquillo, e per lo meno reo consiglio divisò affogare ogni tristizia nel vino. Cominciarono i colloqui a diventare concitati e vivaci; i motti arguti volavano di labbro in labbro; di su, di giù, s’incrociavano i detti lepidi, e non mancarono parole di doppio significato, e novelle, che fanno abbassare gli occhi e sorridere le donne. Ferveva la mensa; gli scudieri si affaccendavano attorno recando vini di più maniere, e fumanti vivande; il mormorio, che nasce da molte voci favellanti insieme, indizio certo di festoso banchetto, empiva attorno la sala e di tratto in tratto era rotto da altissime risa.

Ma Isabella partecipa a cotesta giocondità quanto importa per non dare prova del turbamento che l’angustia; e non le sfugge che Paolo Giordano, mentre conforta gli altri e lei a bere sovente, egli non beve mai, tocco appena con le labbra il bicchiere, lo pone sopra il vassoio. I suoi occhi cercano spesso quelli di Giordano; ma Giordano li schiva a sommo studio; o, se pure li incontra, li torce altrove con prestezza maravigliosa. Non è già ch’ella si affanni di questo, dispostissima a tutto; ma per una vanità insita alla nostra natura, si compiace nel volere manifestare a Giordano come lei si potesse uccidere, non ingannare.

E poichè agli uomini non mancano mai motivi di bevere e di nuocere, così nè importa riferire, nè giova, in quante guise e per quante cause bevessero.

Troilo in parte cedendo alla universale esultanza, in parte anche per procurarsi viepiù la grazia del cugino, si alza improvviso, e tenendo in mano un bicchiere colmo, in questo modo propizia a Paolo Giordano:

— “Alla salute del cavaliere fortissimo di Cristo, al felice combattitore di Lepanto....”

Non vi è cosa al mondo che pesi tanto immensamente insoffribile, quanto la laude in bocca al nemico: nessuna ingiuria può crucciare quanto cotesto elogio; e a Giordano poi parve fuor di modo molesto, come colui che conobbe troppo bene dipartirsi da stupidezza, ma mescolata da malizia; ed è anche questa offesa non piccola alla vanità dell’uomo, lasciare lo stolto in fede di averti potuto gabbare. Pure Giordano simulò; che quando aveva tolto a sostenere la prova, sebbene la sua natura non glielo consentisse, era capace per arte a simulare quanto il meglio addestrato.

Allo invito di Troilo risposero tutti acclamando; e comecchè nella frenesia di cotesto urlo grande fosse la virtù del vino, pure così sgorgava sincero dal cuore, che il guerriero n’ebbe conforto, e gli temperò l’amaro che gli porgeva la origine di cotesto grido, pensando da cui movesse, e perchè.

Giordano si levò anch’egli in piedi, e preso un bicchiere, atteggiando la persona al saluto diceva:

— “Per me è troppo! Ma lingua umana non potrà mai esaltare tanto che basti le anime inclite di coloro che combattendo in cotesta memorabile giornata perirono.”

— “Oh! di grazia, signor duca, non ci negate il piacere e l’onore di sentire raccontare da voi le vicende di cotesta battaglia: ve lo chiediamo per quanto amore portate alla vostra dama....”

— “No; a che monta? Non lo avete voi letto per le storie dei tempi?”

E i commensali di nuovo con voci diverse:

— “Ma così allo ingrosso; — senza distinzione di fatti e di casi: — chi più offendesse, chi meglio difendesse. — E poi, altro, bene altro è leggere una relazione di battaglia, che udirla da tale che vi combatteva, il sangue suo vi versava e vinceva. Per mercè, narrateci la battaglia.”

E Titta che vi aveva accompagnato Paolo Giordano, e al suo fianco combattuto, e salvatogli la vita, desiderava che la prodezza sua insieme a quella del suo signore si manifestasse; sicchè più degli altri premuroso instava onde Paolo Giordano, che pure era bel parlatore, esponesse le vicende e i pericoli della battaglia famosa. Nè la repugnanza di Giordano poi, a guardargli sottilmente nel cuore, si sarebbe conosciuta sincera; non già ch’ei fosse miles gloriosus, ma ad ogni soldato piace ricordare le zuffe e le ferite, e mostrarsi largo dispensiere di laude ai nemici, o vincitori, o vinti; — se vincitori, per onestare la disfatta; — se vinti, per fare più bello il trionfo.

Titta pertanto, con tal suo garbo che non era preghiera, non comando, e dell’una partecipava e dell’altro, aggiungeva:

— “Di grazia, Eccellenza, se la modestia trattiene lei, non defraudi me delle mie lodi; perchè ancora io combattei; e avendomi la fortuna piuttosto che la mia prodezza fatto abilità di salvare la vita ad uno strenuissimo guerriero, non posso renunziare ai vantaggi che mi vengono da questa azione, comunque condotta dal caso....”

— “Tu mi hai vinto, ed io non potrei tacere onestamente quando il silenzio dovesse essermi ascritto a ingratitudine. Orsù, favorite le orecchie; io favellerò breve e disadorno, com’è concesso a un soldato. E voi, Isabella, ritenete quanto sarò per dire, e fatene nobile argomento dei vostri canti.... avvegnachè al guerriero oggimai per guiderdone null’altro rimanga, tranne il riso della bellezza, e la luce del canto....”

— “Non basta?” — domandò Isabella.

— “È troppo. — La Cristianità si era commossa profondamente: baroni di alto lignaggio, uomini plebei, da tutte parti accorrevano a combattere i nemici di Cristo, molti per ottenere la remissione dei peccati, e le indulgenze bene in questa occasione largite dal pontefice Pio V; ma come erano le voglie dei combattenti prontissime, immensa la cupidità di stringersi a mortale battaglia, così non accordavano le segrete intenzione dei principi collegati. Desideravano la giornata i Veneziani, la desiderava caldissimamente il Pontefice; ma Filippo II repugnava avventurarsi in impresa dove ne andavano tutte le forze del regno, e dove la vittoria forse avanzava meglio le cose degli altri collegati che le sue; nè in quel suo profondo e maligno consiglio amava che gl’italiani uomini acquistassero una bella fama, temendo che non venissero a sentire il bisogno, come vuole la nostra natura, di acquistarne una molto maggiore. Il gran Commendatore di Castiglia era stato imposto a don Giovanni di Austria come un freno da rodere, e non rifiniva mai da susurrargli negli orecchi, temperasse quei suoi spiriti bollenti; suprema gloria, suprema religione essere il vantaggio del re suo fratello: sicchè l’anima grande di cotesto magnanimo pendeva contristata da incertezza affannosa. Ma ogni giorno accorreva nuova gente per combattere, non cercando altro premio nè altra gloria, tranne quella di spargere il proprio sangue per la fede. Don Giovanni mandava dal cuore profondi sospiri, stava torbido; con gli occhi fissi al pavimento ora divampava vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad aggiungere sproni a cotesta anima, di per sè focosa, si univano i conforti di Gabrio Serbelloni, generale delle artiglierie, di Ascanio della Cornia, maestro generale di campo, e di Sforza conte di Santafiore, generale degl’Italiani pel re Filippo, e sopra tutto una cura97 misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore, e che pure sapeva quel forte regalmente comprimere: — e nonostante, pareva che la battaglia non sarebbe accaduta, chè la fortuna legata ai peggiori con ogni sua possa attraversava la impresa; e già una fama molesta si spargeva, che per essere la stagione tarda, fortunevoli i venti, avrebbero in cotesto anno tentato senza più impadronirsi di Castelnuovo, o della Velona, o di Durazzo, o di Santa Maura. Arrogi che don Giovanni stesso, concitato di grandissimo sdegno contro i Veneziani, per poco stette a perdere la occasione per la quale il suo nome perverrà immortale ai più tardi nepoti. Le galee veneziane scarseggiando di soldati, parve bene a don Giovanni di fornirle con le sue genti italiane e spagnuole; rimedio peggiore del male, conciossiachè non passasse giorno che non ne nascessero tumulti, e risse, e zuffe sanguinose. Il capitano Muzio da Cortona, posto sopra la galea di Andrea Calergi nobile cretense, venuto a contesa con alcuni Veneziani, messa mano alla spada, ne ferì parecchi; onde vi si fece tumulto, fu chiamato all’arme, e volgendoglisi quanta accorse quivi gente veneziana allo incontro, malamente il conciavano; ma il Veniero generale veneziano, come se ciò non bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue senza misericordia impiccare. Don Giovanni, estimando offesa la sua autorità, era deliberato a tôrre una solenne vendetta contro i Veneziani, rigettando gli argomenti co’ quali Marcantonio Colonna e il provveditore Barbarigo s’ingegnavano raumiliarlo. — Ma Dio, che vegliava alla salute nostra, operò sì che pervenisse col mezzo di certa nave di Candia la nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva la fama, come Marcantonio Bragadino e Astorre Baglioni, difesala valorosamente dieci mesi, costretti per diffalta di munizioni e dalla impazienza dei cittadini, l’avessero resa a patti onorati: ma il barbaro vincitore rompendo la fede, ordinò prima, che al Bragadino si mozzassero le orecchie, e poi fattolo trarre a vituperio sopra la piazza, dopo inenarrabili strazii volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò ancora contento, riempita la pelle di fieno, la sospese all’antenna di una galeotta, mostrando per la Soria e per le altre contrade del Turco lo infame trofeo. — Allora don Giovanni, chiusi gli occhi, e diventato pallido in volto come per morte, parve uomo che avesse ricevuto una percossa fortissima sopra il capo; e così stette alcun tempo: poi componendosi a regale atteggiamento, si volse al Veniero pacato, e la mano gli stendendo disse: — Pace! noi non abbiamo nemici altri che i Turchi. — Quel sembiante, quelle parole, e il modo col quale furono profferite, fecero raccapricciare gli amici che gli stavano attorno: pensate quale effetto avrebbero sortito sopra i nemici! Marcantonio Colonna, che gli era accanto, mi affermò che nella luce sinistra degli occhi di cotesto magnanimo principe a lui parve leggere la morte di ventimila infedeli. Il Veniero strinse la invitta destra, e la baciò, e non potè ristarsi da esclamare fra i singulti: — Disgraziato Bragadin! Povero sangue! — Spagnuoli, Tedeschi, e Italiani, deposta ogni ira, si gettarono lacrimando le braccia al collo, si baciarono in bocca, e si dissero: — Pace! — Quindi con súbita vicenda cacciandosi le mani fra i capelli, percuotendo dei piedi la terra, con orribilissimo grido urlarono: — Arme, arme! — Ed arme sia! — rispose don Giovanni recandosi in mano la spada nuda, che agitata traverso ai raggi del sole parve mandare, e mandò certo vivissimi lampi di luce divina; ed ordinò che sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della Lega mandato dal Pontefice, ov’era dipinto il Crocifisso con l’arme dei collegati sotto, nel mezzo quella del Papa, a mano destra quella del Re, e a sinistra quella dei Veneziani. Il vento, e non fu lieve auspicio di vittoria, distese per l’aria il glorioso vessillo, per modo che pareva mani invisibili lo tenessero tirato pei quattro lati; e don Giovanni fissandovi gli occhi con pietosissimo affetto, esclamò: — In hoc signo vinces! — In hoc signo vinces! — esclamarono i prossimi; e queste sacre parole, con prestezza prodigiosa propalate, vennero in un momento dai più remoti legni ripetute. Il gran Commendatore di Castiglia, che aveva dal Re mandato segreto di attraversare la impresa, sia che considerasse quanto era grande pericolo mostrarsi avverso, sia piuttosto che dallo impeto universale si sentisse stravolto, mutati atti e sembiante, procedeva più animoso degli altri, e sovente mormorava: — Da Madrid si può comandare di starsi fermi, ma davanti il nemico non si può obbedire! —

“Un altro successo nel quale vedemmo manifestarsi palese la mano di Dio fu questo, che essendo i nemici lontani, e potendo schivare di venire a giornata, e qualcheduno dei caporali loro avendolo con moltissimi ragionari persuaso, allo improvviso giunsero le spie, le quali avvisarono essere rimasto indietro il nerbo dell’armata cristiana. Notizia che in parte era vera, ma accresciuta di mille doppi dalla fama, avvegnadio si movessero tardi e non arrivassero in tempo le ventisei navi capitanate da don Cesare Davalo d’Arragona, in quei tempi dolentissimo per la morte del marchese di Pescara suo fratello, morto il luglio avanti: il quale insieme con don Giovanni era stato proposto a capo di tutta la impresa. Sopra queste navi andarono le fanterie tedesche condotte dai conti Alberigo da Londrone, e Vinciguerra d’Arco, per modo che essendosi vinta la impresa massimamente per lo sforzo degli Italiani, a cagione loro non c’incolse diminuzione di gloria. — Nel medesimo errore condussero noi le nostre spie referendoci con false notizie mancare nell’armata turchesca Aluccialì con ottanta galee. Così da una parte e dall’altra maraviglioso era il desiderio di combattere, parendo ad ognuno doverne avere la meglio. Alì Pascià del mare, considerando spirargli prosperevole il vento, senza frapporre altro indugio mosse tutta l’armata con fretta molta, ed ordine poco, dal golfo di Lepanto. Il cavaliere Gildandrada, mandato innanzi a specolare, tornava il sei di ottobre, che fu sabato, nel cupo delle tenebre, a farci avvertiti dello approssimarsi dei nemici: navigammo tutta la notte; e la mattina all’alba sette ottobre, giorno della festa di Santa Giustina vergine, attingemmo le Curzolari, anticamente chiamate Echinadi, distanti circa trentacinque miglia da Lepanto. In questa, ecco tornare Giovanni Andrea Doria, avvisando si disponessero a combattere, conciossiachè l’armata turchesca secondata dal vento stava per giungere loro addosso. Allora don Giovanni con mirabile serenità comandò che l’armata si mettesse in ordinanza, la quale fu questa: le galee si divisero in centro, in corni, in vanguardia e in dietro-guardia, in maniera che parevano disegnare la forma di un’aquila. — Giovanni Andrea Doria capitanava il corno destro con cinquantatrè galee, ed ebbe insegna verde attaccata alla punta dell’antenna. Agostino Barbarigo condusse il corno sinistro con altrettante galee, spiegando bandiere gialle dal calcese. Fu preposto alla retroguardia don Alvaro di Baxan, marchese di Santacroce, con trenta galee e bandiera bianca sopra la poppa, disposto a soccorrere dove meglio ne apparisse il bisogno. Guidò la vanguardia con otto galee don Giovanni di Cardona, portante anch’egli insegna bianca. La battaglia poi, di sessantuna galea, governava don Giovanni con bandiera azzurra in cima all’albero; e siccome presagivano che lo sforzo disperato si sarebbe vôlto da questa parte, così posero a difesa della galea reale, a mano destra, la Capitana del papa con Marcantonio Colonna generale, Romagasso, ed altri cavalieri; a sinistra, la Capitana veneziana con Sebastiano Veniero generale, appresso la quale era la Capitana di Genova con Alessandro Farnese principe di Parma, e dall’altra parte la Capitana di Savoia con Francesco Maria della Rovere duca di Urbino: i lati di questa battaglia venivano chiusi a destra dalla Capitana di Malta, a sinistra dalla Capitana Lomellina, dove combatteva io stesso; — avanti alla poppa della Reale stavano la Capitana e la Padrona di Spagna col gran Commendatore. Ottimo accorgimento poi fu, come dimostrò lo effetto, di porre le sei galeazze veneziane, munite ognuna di quattrocento archibusieri elettissimi, di sessanta cannoni di bronzo, di tormenti e di fuochi artificiali da offendere, davanti forse un mezzo miglio i corni e la battaglia; le due governate da Andrea Pesaro e Pietro Pisani di fronte al corno destro; le due di Antonio e Agostino Bragadino, innanzi al sinistro; a capo della battaglia le altre di Giacomo Guoro e Francesco Duodo. — Ahimè! perchè non mi arride un genio amico, e perchè non mi ascolta tutta la Cristianità, per celebrare col canto, che eterna anche i mortali, quei magnanimi che accorsero volontarii a prendere parte nella memoranda giornata? Io pregherei la Madre di Dio, che non circonda la fronte di allori caduchi in Elicona, a richiamarmi alla memoria i nomi tutti degl’incliti che vinsero vivendo, e de’ martiri che vinsero morendo; e principalmente di questi, dacchè sebbene io creda che si delizino adesso nelle sedi beate, pure il suono della laude torna più degl’incensi gradito anche ai celesti. Ma non isfrondiamo l’alloro; che forse nascerà chi con voce migliore valga a dispensare il meritato guiderdone a cotesti generosi: così almeno giova sperare! Dalla parte opposta, condotta dal vento greco-levante, che le spirava secondo, si avanza l’armata nemica, occupando largo spazio di mare, frettolosa e scomposta, come quella cui tardava sterminarci, e temeva le sfuggisse davanti una vittoria certissima. Descriveva la forma di mezza luna: trecento e più erano le vele. Alì Pascià generale di mare, e Pertau generale di terra, guidavano la battaglia; Siroc governatore di Alessandria, e Memetbeg governatore di Negroponte, il corno destro; il sinistro Aluccialì vicerè di Algeri. La Reale turchesca non appariva meno gagliardamente difesa della nostra, avendo ai lati sei galee principali, tre di qua e tre di là, su le quali a mano destra erano Pertau, Mamud Rais capitano dei Giannizzeri, Saderbei governatore di Metelino, e a sinistra Mustafà tesoriere, Caracoza governatore della Velona, e Caragialì capitano dei corsari. Don Giovanni, poichè ebbe veduta in ordine l’armata, sceso dentro un agile legnetto, trasvolava di galea in galea, confortando a combattere valorosamente con brevissime e fortissime parole, chè il tempo, il luogo, e la indole dell’uomo non consentivano lunghe dicerie. Corre fama che giunto sotto la Capitana di Venezia, nel vedere Sebastiano Veniero, vecchio di settantasei anni, tutto cinto di elette e splendide armi, col capo scoperto per canizie venerabile, acceso in volto di stupendo ardore, confortare i suoi ad operare virtuosamente, ammirando la bontà dell’uomo, gli gridasse: — Padre! padre! benediteci tutti!... — E il Veniero guardando il cielo, quasi impetrando dall’alto la facoltà di benedire, stese il braccio, e fece il segno della salute esclamando; — siate benedetti in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. — Dalle galee usciva un fremito, annunzio di prossima strage....“

— “Io mi ricordo” interruppe Titta “che giunto sotto la nostra Lomellina, ci fece un baciamano, e gridò: — A voi non dico nulla, uomini prodi, — e sparì via....”

— “I cappuccini e i gesuiti col crocifisso in mano, e con parole ardenti sopra i labbri, senza paura del pericolo imminente, di su, di giù, trascorrevano suscitando le ire, aizzando il furore, a tutti concedendo remissione di peccati, e indulgenze amplissime, e speranza certa di vincere, e preda infinita....” Quando don Giovanni si ridusse al bordo della sua galea, gli occorse agli occhi una fregatina piena di vigorosi rematori in atto di aspettare: ne domandava al governatore della sua galea, il quale rispose: — averla apparecchiata ad ogni evento, perchè il principe potesse mettersi in salvo: — e don Giovanni fieramente: — Affondatela; fo voto a Dio di volere piuttosto morire combattendo per Cristo, che campare con vergogna. — Al Commendatore, che per debito di ufficio lo ammoniva ad avvertire meglio sopra il fatto del combattere: — Orsù, disse, il tempo della consulta è passato; ora attendete ad operare il consultato. — Ecco balena la Reale turchesca; si spande il rimbombo dell’artiglieria: il segnale è dato, la Reale nostra risponde; la battaglia è ingaggiata. Disegno dei nemici fu spingendosi innanzi a forma di mezza luna col vento in poppa insinuarsi nei nostri lati, passare alle spalle, e invilupparci dentro un cerchio di morte. Le sei galeazze poco curarono, e quei prestanti Veneziani imperterriti e fermi non fecero atto finchè non li ebbero a mezzo tiro di archibugio; allora, di subito, e in un medesimo punto, spararono trecento sessanta cannonate, e duemila quattrocento archibugiate! L’orribile fragore sbigottì quei medesimi che lo avevano suscitato: il mare si commosse come per burrasca, e le galee sospinte da urto violentissimo presero a vacillare incapaci di governo; ma presto i nostri si riconfortarono notando i danni del nemico, e caricati con maravigliosa velocità gli arcobugi, continuarono a trarre disperatamente. E io vo’ che sappiate come in questa bisogna giovassero i nuovi arcobugi a ruota, ch’essendo piccoli, e a maneggiarsi accomodati, non era chi non isparasse almeno tre volte prima che i nemici avessero sparato una sola con quei loro gravissimi: e tale fu il primo momento della splendida vittoria. La virtù vinse il furore; e i Turchi, mai più avvezzi a simili incontri, ebbero ad allargarsi laceri e sanguinosi, a mutare ordine di battaglia e a dividersi in tre schiere come la nostra armata.

“Quantunque grande apparisse la prestanza dei nostri, la quale pure è dono prezioso dell’alto, volle nonostante il Signore con segno più visibile della grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacchè in quel punto accadde notabile mutazione di vento; cessò il greco-levante favorevole ai Turchi, e mosse un ponente-maestro propizio ai Cristiani, portando il fumo contro di loro, e privandoli del vedere. Scirocco intanto, non ismarritosi nell’animo, ordinava alle sue galee schifassero le galeazze, e rasentando il lido colà dove il fiume Acheloo sbocca in mare, si cacciassero fra la terra e le galee del Barbarigo, e facessero prova di assalirlo alle spalle. Barbarigo però, punto meno astuto capitano, le estreme galee fa che si approssimino alla terra, e descrivano con le altre una linea diagonale, componendo uno angolo acuto di cui un lato veniva formato dalla terra, l’altro dalle sue galee; e tolto in mezzo Scirocco, usando del vento propizio lo spinge contro la isola. Aspramente si combatte per ambe le parti; ma le galee turchesche perdendo sempre più mare, investono nel lido; i Cristiani le seguono, le raggiungono, sopra quanti Turchi mettono le mani addosso tanti tagliano a pezzi; le galee parte vengono in nostro potere, parte con le artiglierie affondano, parte finalmente abbruciano. Ma non senza sangue da questo lato acquistammo vittoria; dacchè, per tacere delle altre morti, mentre più infuria la mischia tra Scirocco e Barbarigo, quasi nello istante medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente di una freccia in un occhio, mentre allontanando lo scudo dalla faccia si affatica a concitare i combattenti agli estremi conati. Barbarigo, sentendosi percosso a morte, mentre vacillando indietreggia, deputa in luogo suo Marco Quirini, che secondato da Antonio Canale e dal Cicogna, i quali tutti fecero in quel giorno testimonianza amplissima di onorata virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo le reliquie di cotesta squadra governata da Memetbeg Pascià di Negroponte, e da Alì rinnegato corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna, che guasto per la faccia e per le mani da una pignatta di fuoco artificiato, sopportando inenarrabili spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non ebbe vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo nobilissimo è conservata nello arsenale di Venezia; e il provveditore Antonio Canale, che vestito di una veste lunga e bianca imbottita di cotone, con cappello simile in testa, e in piedi scarpe di corda per non isdrucciolare, menando uno spadone a due mani, empiva di terrore e di strage le galee nemiche sopra le quali balzava con agilità e destrezza maravigliosa. Giovanni Contarini dei conti di Zaffo però ebbe la gloria di prendere la galea di Scirocco, e trovatovi sopra morto questo nemico del nome cristiano, gli fece troncare la testa, e conficcatala sopra una picca gridò tre volte: — Ecco la testa di Scirocco! — per confortare i suoi, ed atterrire i nemici. Presso al timone giaceva il moribondo Barbarigo, e ad ora ad ora domandava ai circostanti: — Abbiamo anche vinto? — Quando strappata dalla poppa nemica la insegna, il Quirino accorse alla volta del Barbarigo gridando: — Vittoria! — il morente si terse il sangue dagli occhi gravi ormai del sonno della morte, vide la odiata insegna, e rise, poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in mano, vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo sepolcrale; e non osando noi separarlo dal trofeo sul quale esalava l’anima gloriosa, con la bandiera medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra benedetta....98

“Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla battaglia. — Alì Pascià si era spinto innanzi animosamente, e come i Turchi costumano, con immenso fragore di tamburi, di trombe, di ceramelle, e di altri istrumenti guerreschi; nè presumevano atterrirci meno con urli di minaccia, e scede, e strepito di arme percosse tra loro. Don Giovanni, armato di piastra e maglia, stringendo nella destra un’azza pesante, si loca sublime con la persona scoperta sopra il castello da poppa, ed ordina a Lopez di Figheroa capo degli archibusieri, che per cosa dicano i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a ferire se prima egli non ne desse il segnale alzando l’azza. I Turchi sempre e più sempre si accostano, e sparano archibugi, e scoccano freccie sopra i nostri con danno non piccolo; e molto ancora ci portavano angustia due colubrine da prora, le quali ci avrebbero deserti se più pronti fossero stati a caricarle, e a spararle. Ci pareva duro dovere stare fermi a tanto strazio, molto più che di tratto in tratto vedevamo caderci al fianco qualche amico o congiunto, e lacero rimuoverlo dal ponte, e calarlo di sotto. Avremmo quasi tacciato di viltà don Giovanni; ove noi non sapessimo chente uomo ei si fosse, e volgendogli lo sguardo addosso, ci pareva una statua di bronzo in mezzo alle freccie e alle palle che gli fischiavano attorno, di cui egli faceva caso quanto del vento che gli agitava le chiome. Quando la Reale turchesca ci venne sotto a meno che a mezzo tiro di archibugio, don Giovanni leva l’azza, e l’agita impetuoso a mulinello: i nostri colpi parvero un colpo solo; il fumo sospinto verso i nemici ci tolse la vista del danno che avevano ricevuto; allorchè si dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato. Prima però che il fumo passasse via, don Giovanni ordina dare di forza nei remi, e la galea sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello. Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni, e fu questo, di far troncare allo improvviso i rostri o speroni alla sua galea, perchè accostandosi meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità di potervi saltare sopra: cotesto esempio da noi tutti immediatamente imitato fu un altro motivo di vittoria.

“Il fumo passa, e la galea di Alì apparve quasi deserta sul ponte. Don Giovanni, còlto il destro, gridava: — Avanti, cavalieri, andiamo alla vittoria.... noi non possiamo se non vincere, perocchè morendo ci aspetti una palma in paradiso; vivendo, un lauro sopra la terra. — E posto fine al parlare, come colui al quale tardava fare, corre con maraviglioso ardore alla prora, lo seguitano gli altri volenterosi, ed ecco, in meno che non balena, si arrampicano, saliscono, e stanno nella Reale turchesca. Alì, provvido capitano intanto dalle galee circostanti aveva domandato soccorso, che movendosi tostano per via di scale e di corde saliva da poppa, mentre i nostri penetravano da prua: per la qual cosa la battaglia rinfrescata s’inacerbiva, e ridottasi tutta intorno all’albero maestro, nè i Turchi valevano a cacciare i Cristiani, nè i Cristiani a conquistare intera la galea mezzo occupata. Tanto era grande la calca, così stipate le schiere, che nessuna arme giovava, tranne i pugnali; e i combattenti, come li trasportava il furore, vi adoperavano i morsi non altrimenti che se belve si fossero: e tu vedevi quella foresta di capi ora piegare da questo, ora dall’altro lato, come campo di biade mature agitato da venti contrarii. Non domandavano quartiere, nè lo desideravano: guerra di esterminio fu quella. Ma ecco, quale che ne fosse la cagione, i Cristiani prendono a balenare, lasciano piede, indietreggiano, e gli avversarii dove i nostri levano l’orma pongono incalzando la loro, e crescono in ardimento quanto i Cristiani degradano in vilezza: già molti degli attergati sospinti dal moto irresistibile cadono riversi nel mare, altri più fortunati saltano sopra la Reale di Spagna.... Che più? Che più? Don Giovanni stesso è travolto dai suoi nei passi dolorosi della fuga. Non meno provvidi, i nostri avevano già munita la Reale di nuove milizie, che arrivando alla riscossa non solo impedirono ai Turchi invadere la nostra galea, non solo li trattennero sopra l’orlo estremo della prua, ma duramente gli rincalzarono indietro, e ai nostri fu dato salire di nuovo sopra la Reale dei Turchi. Sul ponte della galea s’ingaggia nuova zuffa, e ormai da più di un’ora versavasi sangue, nè si sapeva da qual parte si sarebbe inclinata la vittoria; sangue era la coperta, giù dalle pavesate lungo i fianchi della galea colava sangue, e il mare sollevando la spuma orrendamente vermiglia pareva che ribollisse di sangue. Ahi! truce vino, che dispensa nei suoi conviti la guerra. — Quattro volte fummo respinti, quattro volte penetrammo nella Reale dei Turchi: laceri da ambe le parti, da ambe le parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti quale ferito, quale spossato sì, che la mano non reggeva più l’arme. In una di queste zuffe avvenne che rimanesse morto lo strenuo cavaliere Bernardino Cardine senza ferita: una palla di smeriglio gli percosse la rotella, la quale per essere coperta di finissimo acciaio non venne rotta, ma tanto violentemente gliela fece battere nel petto, che il Cardine ne cadde senza vita sul ponte. E l’ultima volta che don Giovanni fu respinto, successe un altro caso notabile, che indietreggiando egli senza mai voltare la faccia al nemico, sia che il piede sopra lo intavolato lubrico gli sdrucciolasse, o quale altra ne fosse la cagione, cade, ed accenna precipitare supino nell’acqua; se non che un soldato spagnuolo, che non gli si era mai dipartito dal fianco, lo abbrancò forte con la destra per la cintura mentre con la manca si atteneva al sarchiame: allo improvviso il soldato prorompe in un grido; il braccio manco gli ciondola giù cionco; egli e don Giovanni senza rimedio precipitavano, quando allo Spagnuolo venne fatto afferrare co’ denti un cavo, e quivi si tenne finchè, accorso prontissimo lo aiuto, furono salvi ambedue. Don Giovanni illeso da qualunque percossa si apparecchia agli estremi conati. — Prodi uomini, grida, anche uno sforzo, e abbiamo vinto. — Mentre però attende a riordinare i suoi Spagnuoli, che in quel giorno mostrarono davvero virtù romana, avvennero due successi pei quali ci fu data vinta la impresa. La galea comandata dal signore Alfonso d’Appiano sfolgoreggiava con le artiglierie la Reale turchesca, ed essendo bassa di prora, portava tutti i suoi colpi nel corpo della galea nemica, fracassando quanto incontrava; e a questa bassezza andammo pure debitori di un altro principalissimo motivo di vittoria. Una palla sbalza un fusto immane, o troncone, e lo sbalestra con tanta violenza contro Alì, che rotto in più parti della persona, dà con le spalle dentro l’albero maestro, e schizzatolo del suo sangue cade giù moribondo. — O che fa egli Marcantonio Colonna? Il valore dell’uomo, la memoria delle imprese passate, la caldezza con la quale questa impresa aveva promossa, ad un tratto e al maggiore uopo vennero meno? Come sta egli irresoluto? Com’egli, generale del Pontefice, vede impassibilmente discorrere tanto sangue cristiano? Egli si talenta spaziare pei mari come se andasse a diporto in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure sparisce dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. — Questo uomo singolarissimo aveva avuto la costanza di starsi in mezzo agli scoppi delle artiglierie, agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e delle corde, fra i varii e orribili aspetti della morte, fra tante cause di pietà e di furore, senza commoversi punto, aspettando tempo opportuno a esterminare il nemico: quando conobbe la fortuna parargli davanti la occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con gran voce ai condannati al remo, così favellò: — Gente! Dio vi aveva riscattato, e voi vi siete resi indegni del riscatto; l’acqua del battesimo fu sparsa sopra il vostro capo invano: voi lo avete così contaminato di pensieri iniqui, che ormai non dà più luogo a una benedizione. Voi siete disperati della salute eterna. In questo mondo quando profferiscono il vostro nome, le vostre madri, le vostre mogli, o le vostre figlie declinano vergognando la faccia; i cittadini vi tengono come bestie feroci. Il cielo vi rifiuta, e la terra vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con gli uomini: io posso far sì che dai vostri parenti sia ricordato il nome vostro con orgoglio: io posso operare in maniera che la mano del più cortese cavaliere della cristianità si stenda verso la vostra senza tenerla per disonorata.... — E quei miseri ad una voce dicevano: — Deh! signor nostro, misericordia di noi! Dateci almeno comodità di morire combattendo. — Ebbene, rispose Marcantonio, io vi dono la libertà: non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte: quando udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al secondo, con quanta maggiore forza vi concedeva la natura, adoperandovi gli ultimi sforzi puntate i piedi, e agitate i remi. Quando sentirete avere noi investito la galea nemica, saltate fuori, e combattete come l’anima v’ispira. — Tornò sul ponte, e afferrato il timone indirizzò la prua contro la poppa di Alì. Il primo squillo di tromba si fece sentire, poco dopo il secondo. La galea dava un balzo come foca ferita: l’acqua flagellata ribolle, e mugghia fremente e spumosa fuggendo via. La galea, percorso un breve tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo designato. La Reale turchesca per poco non capovolta: con l’orlo della pavesata si tuffa in mare da un fianco, dall’altro mostra scoperta la carena; la più parte dei difensori rimane con impeto irresistibile balestrata lontana nell’acqua, e così pure avveniva dell’ammiraglio, se non si appigliava all’albero maestro con ambe le braccia. Quando tornò diritta, il Colonna prevalendosi dello sbigottimento dei nemici, saltò sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne rese padrone. Riarse la ira dei comandanti turcheschi; le galee messe in custodia dalla Reale, e sette nuove se ne mossero ad un tratto per condurre don Giovanni a pessimo partito. Il Veniero solo si fece contro a tutte, sostenendone lo impeto con prodigioso valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal numero vedeva scemare di momento in momento il numero dei suoi; una freccia gli aveva trapassato un piede, e un poco per l’acerbità del dolore, un poco per la perdita del sangue sentiva non potere più reggere: urgeva il bisogno del soccorso, e non sapeva piegarsi a domandarlo. Giovanni Loredano e Catarino Malipiero videro il pericolo dell’inclito vecchio, e accorsero a sovvenirlo; questi prodi giovani potevano starsi dietro le pavesate che ci tornarono validissimo riparo della giornata, ma non glielo consentiva la egregia natura; dalla cintola in su si mostrano scoperti, e mentre combattono da veraci campioni di Cristo, percossi di arcobugio cadono entrambi morti nelle corsíe. Il marchese di Santa Croce, che già si era mosso, giunse se non a tempo per salvare la vita al Malipiero e al Loredano, opportuno almeno a vendicarne la morte; i Turchi furono tagliati a pezzi, e le galee caddero in nostro potere. Corse fama nei tempi, che il Veniero s’impadronisse della Capitana di Pertau Pascià, ma la fama non raccontava il vero, e fu la Lomellina, che vinse Pertau...“

— “Ah! signor duca, a voi non istà esporre questa parte della battaglia. Fummo noi che superammo la Capitana del Pascià; e davvero se vi adoperammo lo estremo della nostra virtù a vincere, non ci opposero punto meno gagliardo furore i nemici. Morì, mi ricordo, quell’ottimo Marino Contareno; morirono, e in ricordarlo mi prende ribrezzo ed affanno, con esempio immortale i quattro fratelli Cornaro; ahimè! il fiore dei magnanimi periva; ma, comunque fulminati attorno dalle galee nemiche, non lasciammo la presa, e ci scagliammo laceri, ma deliberati di vincere o di morire. Certo ogni orma impressa da noi costava sangue, ma i passi erano alla vittoria: già anelanti, e pugnando con le coltella, arriviamo a mezza galea. Il signore duca a capo di tutti pareva un angiolo che ci conducesse al trionfo...”

— “E se tu, Titta, meno avevi in cuore il tuo padrone, a questa ora non rimarrebbero di lui che le nude ossa, e il nome. Bene la mente dolorosa ricorre a Orazio e a Virginio Orsini, consorti miei, che mi caddero ai piedi mortalmente feriti; bene m’ingombra l’anima di tristezza la memoria di Fabio mio nepote, percosso a un punto di arcobugio in una spalla, e di fuoco nel collo, avvoltolarsi per la coperta morendo senza piangere il fiore della perduta giovanezza, anzi contento di essere chiamato presto alla pace di Dio; ed io mentre mi chino a soccorrerlo, ecco sento trafiggermi di freccia la gamba destra; e quando levo la faccia, una mano stringente un pugnale rovina sopra di me improvvido di difesa; il pugnale sfugge dalla mano, e innocuo mi cade sopra la persona; la mano anch’essa mi cade sul capo, ma separata dal braccio, e con la mano un lavacro di sangue m’inonda il volto...”

— “Così è; mi capitò proprio a tiro, senza che io ci pensassi nemmeno, e la tagliai netta come un giunco...”

— “Ed io mi ti professo debitore della vita, e finchè Paolo Giordano Orsini avrà un cuore e una casa, Titta Carbonana occuperà un posto nel cuore e nella casa di Paolo Giordano Orsini... — Beviamo! — Alla memoria dei morti alla battaglia di Lepanto!”

— “Dio li abbia in gloria!...” acclamarono da tutte le parti.

— “Orsù dunque,” riprese Paolo Giordano, “diamo compimento alla storia. La Lomellina, soccorsa da Vincenzo Querini, delle sette galee che la combattevano ne prese cinque. Pertau gittatosi dentro un caicco a furia di remi si allontana; e noi vedemmo le spalle di quel feroce vôlte in amarissima fuga. Molti si danno vanto della morte di Caracozza; ma la verità è che Giovambattista Benedetti cipriotto, uomo d’inestimabile valore, superata prima la galea Corcut, accortosi avere dappresso Caracozza, gli si avventò addosso disperatamente. Con ira punto minore Caracozza rovina contro lui, sia che lo strascinasse vaghezza di gloria, sia, come credesi piuttosto, un odio antico: s’incontrarono: — una scarica di arcobugi fatta da ambe le parti gl’involse di fumo, e quando il fumo sparve, ambedue stavano supini, e spenti per molte ferite tutte nel petto. Al Benedetti subentrava Onorato Gaetano, nepote del papa, il quale, secondo che udimmo da persone degne di fede, aiutato da Alessandro Negroni, e da Pattaro Buzzacherino, con non troppa difficoltà condusse a termine cotesta onorata fazione. I Cristiani schiavi sopra le galee turche, accortisi dallo scompiglio che la fortuna abbandonava li aborriti padroni, rompono le catene, e afferrate quelle armi che il furore e il caso ministrano, fanno acerba vendetta dei lunghi patimenti, e assicurano la vittoria. Mentre queste cose succedono nella battaglia e nel corno sinistro dell’armata cristiana, procedeva alquanto avversa la sorte nel corno destro. Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì il comando, e si distese pel mare. Dicono che il facesse con buono intendimento, sia per dare campo alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero, e si ponessero con agio in ordinanza, sia per sospetto di non rimanere avviluppalo da Uccialì, che gli veniva incontro con molto maggiore numero di galee che non erano le sue; sia finalmente per prendere il vento in poppa onde dare dentro con impeto ai legni nemici. Ma Uccialì, espertissimo capitano di mare, quando conobbe le galee del corno destro così sparpagliate e lontane, non potere di leggieri l’una l’altra soccorrere, senza punto curarsi di essere sotto vento, si strinse addosso alle smembrate con forze di gran lunga superiori, e uccisi i principali capitani, ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto Soranzo, da paragonarsi piuttosto all’antica che preporre alla moderna; imperciocchè, visti morti o feriti intorno a sè tutti i compagni, ed egli stesso essendo in più parti della persona impiagato, non gli bastò l’animo di considerare la sua galea calcata da orme turchesche, nè potè patire che rassettata un giorno i nemici se ne valessero ai danni della patria dolcissima; onde strascinatosi al luogo dove si conserva la munizione della polvere, vi appiccò il fuoco, e sè, la galea, e tutti i nemici che vi stavano sopra con orribile scoppio slanciò rotti e mutilati per l’aria. Uno solo per somma ventura campava; e fu Giacomo Giustiniani, che sospinto senza offesa lontano nel mare, potè per miracolo salvarsi a nuoto. Nè certo vuolsi tacere il fiero scontro della Capitana di Malta, la quale investita da tre galee turchesche combatteva intrepidamente mostrando dura fronte alla fortuna; se non che Uccialì ravvisando lo stendardo di San Giovanni, come colui che si professava capitale nemico della Religione di Malta, non vergognò spingerle contra altre tre galee per averla ad ogni modo. Fra Pietro Giustiniano, generale, considerando soprastare a sè e ai suoi l’ultimo fato, li esortò a morire animosamente, dacchè per vincere non v’era speranza, e del rendersi non parlava nemmeno. Durò la mischia di sei galee contro una, gloriosa pei Cristiani, infame ai Turchi, tre ore; due terzi della gente giaceva uccisa, l’altro terzo grondante sangue; il generale per tre immani piaghe versava la vita; cinquanta cavalieri nobilissimi avevano spirato l’anima; la galea fino al castello occupata; lo stendardo caduto in potere dei nemici; e nonostante faceva prova difendersi. Frate Agnolo Martellini, vostro cavaliere fiorentino, ridotto a men tristo partito degli altri, sosteneva la onorata agonia. Uccialì compreso di rabbia ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma il Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta, e la fece; imperciocchè urtando i nemici stanchi dallo aspro combattimento, ne menò orribile strage, ammazzando Caragialì, capitano di Algeri, con moltissimi altri caporali turcheschi. — E belle di fama e di sventura furono le galee toscane, le quali per mala sorte seguitarono il Doria. La Fiorentina, combattuta da sette galeotte, rimase vuota di soldati e di ciurma; sopravvisse ferito gravemente Tommaso dei Medici, la più parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo fino all’ultimo sospiro compiva la vita. La galea di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo Biffoli, patì una stretta punto meno dolente, chè il capitano vi fu ferito di due archibugiate nella gola, ed oltre al cavaliere Simone Tornabuoni e Luigi Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore; e peggio capitava la galea sopra la quale combatteva Ascanio della Cornia, circondata da quattro nemiche, se meno pronto giungeva al soccorso Alfonso di Appiano, capo delle galee fiorentine. Ma ormai da ogni lato sonava il grido della vittoria, e Uccialì vedendo movergli contro tutta l’armata nemica per invilupparlo, e prostrarlo, deliberò partire. Don Giovanni di Cardona si avvisò contrastargli la fuga con le otto galee di Sicilia, ma scompigliato da forze maggiori, riportati non piccoli danni, ebbe a cedere il passo. I provveditori Canale e Quirini si misero a dargli la caccia; sennonchè avendo stanchi i galeotti per le durate fatiche, con infinita amarezza lo contemplarono ridursi a salvamento con quaranta legni, la nostra galea corfiotta, e lo stendardo di San Giovanni. In questa fuga accaddero due casi degni di memoria, i quali furono, che Giovambattista Mastrillo Nolano, e Giulio Caraffa Napoletano, mentre sono con altri compagni condotti prigioni sopra due diversi brigantini, mostrando nel momento stesso la medesima audacia come se si fossero data la intesa, si sollevano contro i Turchi, accoltellano i Rays, e quanti altri fecero sembianza resistere, e di schiavi e vinti diventati liberi e vincitori, tornarono a noi, che a braccia aperte li accogliemmo, co’ brigantini nemici pieni di schiavi e di ricchissima preda.

“Circondato da nere nuvole, il sole declinava al tramonto, gittando lungo per le onde uno sguardo obliquo, per cui avveniva che la parte rischiarata mandasse vivida luce, e l’altro mare fosse ingombro di tenebre: al fiotto dei marosi si accompagnavano gli urli, le imprecazioni, le supplicazioni, e i singulti, e da lontano parevano un pianto solo, — il pianto della natura sopra lo strazio dei suoi figliuoli certo da lei non creati per lacerarsi così. Per la striscia di luce comparivano casi da far piangere gli angioli, e taluni, ma pochi, degni affatto della origine celeste dell’uomo. Vedevi una gente chiusa al terrore salire sopra le galee che abbruciavano, cacciarsi tra le fiamme, senza sospetto che in quel punto ardendo le polveri preda e predatori dirompessero in frammenti minutissimi; altri non sazi ancora di combattere, siccome l’odio implacabile li flagella, si acciuffano pei capelli o per le barbe, e in difetto di arme co’ pugni percuotonsi, co’ denti si lacerano, ed ora la testa dell’uno or la testa dell’altro con infelice vicenda sparisce sotto le onde, finchè queste, sdegnose quasi che durasse tanta ira in creature così fragili e caduche, le avviluppano nello immenso seno, e non compariscono più. — Poc’oltre si contendono un albero, o fusto, o troncone, per appigliarvisi, e rimanervi tanto che giunga il soccorso; ma mentre, più caritativi e meglio assennati, poteva bastare a tutti la tavola della salute, consumando le forze estreme per possederla ognuno esclusivamente per sè, li opprime un fato comune; tale altro stupido di paura, abborrendo annegare, afferra un frammento di galea che arde, e fuggendo l’acqua perisce per dolorose bruciature; — e infiniti palischermi guizzavano di qua e di là pieni di gente ebbra di vittoria, che le teste dei Turchi natanti toglievano a bersaglio, come il cacciatore costuma delle anitre per gli stagni; e a quale si accostava supplicando la vita lasciavano che mettesse le mani sopra la banda del caicco, oppure gli porgevano il remo quasi per aiuto, poi a colpi di accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa con disoneste ed infami ferite. Pochi di questi burchi (avvegnachè il ben fare sia sempre poco) andavano in traccia dei cari parenti e dei compagni, vivi o morti ch’e’ fossero; pietosa e vana cura, però non vana tanto, che a qualcheduno non venisse fatto trovare quello che andava cercando, e lo amato capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo in vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva; morto poi, lo rivestiva, lo armava, nella destra gli poneva stocco o zagaglia, lo faceva orrevole, e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia, dove combatterono assai più di cinquecento vascelli, durò da mezzogiorno fin presso alle ventidue ore: vi morirono dei nemici, chi dice ventimila, chi trentamila, e chi un numero maggiore; su di che mi stringo a dire, che molti certamente furono, ma nessuno li contò.99 Dei nostri mancarono alla chiamata settemila sei cento cinquantasei; liberammo dodicimila schiavi cristiani; i vascelli presi sommarono a duegento: noi perdemmo la sola galea corfiotta: degli altri legni nemici, se togli quaranta scampati con Uccialì, quale rimase sommerso, quale arso; acquistammo cento diciassette cannoni, duegento cinquantotto pezzi di artiglieria minore, e diciassette petriere; prigioni circa quattromila, tra i quali, per tacere degli altri, comparivano notabilissimi i figliuoli di Alì, di cui il maggiore moriva di angoscia a Napoli, e l’altro trattenuto in prigione cortese dal papa. Immensa la preda. Nella galea di Alì trovarono ventiduemila soldanini di oro, in quella di Caracozza quarantamila; e in tutte le altre copia così di pecunia come di armi, di arnesi e di vesti doviziose, conciossiachè i Turchi estimando mettere in fuga i Cristiani con la vista, e di girsene, piuttosto che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano ornati, di magnifici abbigliamenti vestiti, circondati di tutte quelle delizie cui erano costumati a godersi nella sicurezza della città; oltrechè seco loro apportavano le spoglie nobilissime di Cipro e delle riviere cristiane, che nel lungo corso avevano lasciato deserte.

“Ma il generale Veniero, come colui che avendo consumato gran parte della sua vita sul mare era sottile speculatore dei venti, persuase a don Giovanni, il quale, deposto ogni altro affetto, lui abbracciava, lui onorava unicamente, lui padre chiamava, e a modo di padre con reverenza filiale proseguiva, a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in qualche porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera della Natolia, dacchè il tempo minacciasse fortuna. L’armata assentiva al comando, e adoperandovi forza di vele e di remi, verso le quattro ore di notte gittò l’áncora in Petalà, lungi sei miglia dal luogo del conflitto.100 Don Giovanni, consigliato dalla egregia sua indole, volle prima di tutto si provvedesse ai feriti, e quanto meglio fu dato con animo prontissimo gli obbedimmo. Ed egli stesso non indulgendo a fatica, così senza prendere cibo si recò a visitare i giacenti. Poco invero poteva egli giovare effettualmente a quei miseri; ma la presenza amica, la maestà dello aspetto, una parola di refrigerio rese a qualcheduno di loro meno acerbo lo spasimo delle piaghe, più tolleranda la morte. Ora accadde, che passando presso a un giacente sopra un mucchio di paglia, don Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi:

“— Buona sera, don Giovanni!

“E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma su quel subito non ricordava di quale si fosse, rispose nel paterno sermone come appunto favellava il giacente:

“— Dio vi guardi, prode uomo, e la Santa Vergine: voi, a quanto pare, siete rimasto offeso; sopportate pazientemente: fo voto a Dio per la vostra salute.... A poco prezzo avete acquistato una fama immortale....

“— Il prezzo non è poco; — ma non importa. Don Giovanni, voi avete sembiante di non ravvisarmi...

“— Mi sembra!... Ma sarebbe impossibile!... Don Michele...?

“— Cervantes Saavedra, tutto vostro per la vita, e per la morte.

“— Ah! Don Michele mio, datemi la mano....

“— Io ve l’ho data, don Giovanni; se potesse crescermi di nuovo, io di nuovo ve la darei, in fede di Dio....

“E il giacente mostrava per l’aria scura il braccio mutilato involto di panni sanguinosi. Don Giovanni allora riconobbe in lui il soldato che lo sostenne precipitante in pericolo di vita: tacque, e se il buio non era, noi vedevamo piangere lo invitto capitano. Scorso un lieve spazio di tempo, Don Giovanni riprese con voce tutta commossa:

“— E quando siete arrivato? E perchè non vi mostraste?

“Don Michele rispose:

“— Tardi venni, perchè da Genova a Napoli, mercè il santo collegio delle muse,101 di cui mi confesso sacerdote indegnissimo, non mi trovai danaro sufficiente da pagare cavallo o vettura, e Dio sa se io me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo; ma, come piacque alla Nostra Signora, mi trovai alla mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva statuito mettermi nella battaglia al vostro fianco, disposto a difendere con la mia vita il fortissimo campione della Cristianità, e il sangue più nobile di Spagna; la fortuna amica per questa volta mi assentiva pieno il disegno, ed io devo ringraziarla se avendole data la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno. Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè se la morte mi risparmiava, avrei potuto stringere la vostra destra onorata, e rallegrarmi della vostra gloria; se all’opposto era destinato ch’io soccombessi, ignorandolo voi, non ne avrebbe sentito cordoglio l’animo vostro per me amorosissimo; e se finalmente dovevamo morire ambedue ci troveremmo adesso alla presenza di Dio....

“Queste parole semplici, e nonostante maestose di grandezza, ci empivano di maraviglia, quando uno Spagnuolo interruppe il silenzio religioso, osservando: — Chi mai avrebbe creduto incontrare tra i guerrieri di Lepanto il nostro poeta! — Alla quale considerazione Don Michele sempre pacato rispose:

“— Cavaliere, voi cessereste dallo stupore, ove poneste mente che tutto quanto apparisce grande, forte e magnifico, è poesia. — Don Giovanni nostro deve salutarsi come l’altissimo poeta della Spagna.... Di due ragioni vi hanno poeti: — quelli che operano le cose belle, e gli altri che le cantano. — Don Giovanni ci ha dato l’argomento del poema: — adesso chi comporrà per lui la nobile epopea? Ah! Signore... non io.... che non mi sento da tanto. —

“Così s’incontravano i due più eletti spiriti che abbia mai partorito la Spagna: entrambi grandissimi, e infelicissimi, e tenuti in piccolo conto in quella contrada, che tra i posteri avrà fama principalmente perchè patria di loro.

“Come troppo bene aveva preveduto il Veniero, imperversò nella notte una spaventevole procella. Le galee rimaste accese, più che mai divampanti di fiamme, ora apparivano sopra la sommità dei marosi, ora sparivano, o sbattute trasversalmente volavano per la superficie delle acque.... Davvero avevano sembianza di demoni, che sbucati dallo inferno fossero accorsi a raccogliere le anime, ad esultare della immensa strage nel luogo del conflitto! — Alla dimane, migliaia di cadaveri ingombravano i lidi, e il mare roteava le azzurre sue onde come nei primi giorni della creazione: cotesto flutto fremente rompentesi contro la riva, pareva che dicesse: — O terra, riprendi i tuoi figliuoli; con un soffio delle mie narici ecco ho respinto da me questa polvere insanguinata e rabbiosa, che chiami umanità. Se i tuoi figli si avvisano solcarmi il volto, io richiudo tosto quel solco, e nessuno può trovarne la traccia; se io li sopporto sul dorso, io il faccio come dei trastulli costumano i garzoni volubili, per sollazzarmi, e per romperli. Ecco io mi sono purificato da loro; l’orma dello eccidio di Lepanto rimane sopra di me come il volo dell’alcione per l’aria. Tu, mia indegna sorella, soffri le costoro città, e lacera quotidianamente, e in mille guise torturata, non sai vendicarti, anzi dagli aperti solchi tramandi perenne sostanza per nutrirli; deh! fa senno e fenditi una volta a seppellirli tutti. Se pure offesa senza misura ti muovi, sobbissi qualche città, o qualche catena di montagne tranghiotti; le tue ire paiono piuttosto di madre che rimprovera, che di giustiziere che punisce. Io, tempo già fu, venni a mondarti con universale lavacro, e mi tarderebbe di ritornarvi adesso, che ti contemplo assai più sozza di prima, se non mi respingesse dalle tue sponde la parola di Dio. Vieni, supplica meco il Creatore che revochi il comando, ed io ti purgherò per sempre con la moltitudine delle mie acque, — con un diluvio, — per questa volta — senza Noè....

“Tale la mia commossa fantasia immaginava. — Come il mondo cristiano esultasse, voi sapete. Il sommo Pontefice volle che abbattuto lungo tratto di mura presso a porta Capena, per quella breccia Marcantonio Colonna entrasse in Roma, e a modo degli antichi Cesari trionfando al Campidoglio si riducesse; dove giunto, gli fu presentato un grosso dono di danari, che da lui accettato ne ringraziò prima il Papa, e poi subito depositò affinchè ne facessero la dota a molte orfane e povere donzelle. Così, ricco non di altro tesoro che di fama accresciuta, tornava Marcantonio alle sue case, tanto più grande quanto più solo: anima veramente romana! I Veneziani, ai quali pure i due terzi dei caduti in battaglia spettavano, non patirono che come morti si piangessero quei valorosi che caduti combattendo con l’arme alla mano rivivevano a secolo immortale, e i loro più stretti parenti comparvero nelle pubbliche grazie che si resero a Dio vestiti di broccato e di altre stoffe preziose: sangue anch’essi latino! Quello però che voi non potete avere inteso, si è questo, che Filippo di Spagna acerbamente sofferse la vittoria, rampognando il fratello di avere posto in avventura le forze della monarchia, senza che la vittoria valesse a produrgli vantaggio; e mentre il sommo Pontefice saluta nella effusione del cuore don Giovanni con le parole dello Evangelista: — Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joannes, — vi fu tale in Consiglio, che non rifuggì da proporre si consultasse se gli si dovesse tagliare la testa. Vergognò Filippo medesimo della tremenda viltà dei suoi consiglieri; viltà maggiore di quella che avesse potuto desiderare egli stesso. Scampava don Giovanni la vita, ma percosso dal rimprovero disonesto, lo divora adesso lo sconforto e il dolore: — e ciò era astio spagnuolo! Quale ne venne da tante morti, da tanto valore, e da così prodigiosa vittoria, comodo ai Cristiani? dalla rinomanza in fuori, nulla. Gloria, ebbrezza delle anime grandi, oh come scadi dalla estimazione e dal desiderio, quando sei fatta traffico di principi, ghiacci calcolatori delle nobili passioni! Ognuno pensa a sè, e per oggi; lo indomani non conosce, o non cura. Venezia in mare, la Pollonia in terra, rimangono abbandonate come due vedette perdute incontra agli sforzi dei nemici della fede. Un giorno (disperda il Signore l’augurio) abbattuti quei due baluardi, i Cristiani si sveglieranno agli urli dei contadi, alle fiamme delle arse città; — se Dio non provvede, fra venti anni noi saremo tutti Turchi...”

Qui dava termine Giordano al suo lungo racconto, e intorno intorno correva un fremito come di gente che approva in un punto ed aborrisce una cosa; e poichè in altri bei ragionari si fu trattenuta alquanto la compagnia, vedendo come le stelle dal cielo ormai declinassero, e sentendosi vaghezza di riposo, Paolo Giordano levatosi da mensa, l’accomiatava con dolci e reiterati saluti, pregandola starsi pronta domane per correre i boschi prima che la sferza del sole si facesse sentire di soverchio cocente. Egli stesso dato di braccio alla consorte Isabella fino alle scale l’accompagnava, dove baciatale la mano, con augurii di notte felicissima da lei si dipartiva.

Ognuno si ritirò nelle proprie stanze, e forte lo premendo il bisogno di ristorare le membra stanche, si dava in balía del sonno.

In meno che non volge mezza ora pareva che dormissero tutti.

Pareva!....

Paolo Giordano vegliava....

Venuto nelle sue stanze, si abbandona sopra un seggiolone, appoggiando la faccia al pugno sinistro, e lasciando giù pendente la destra. È bianco, e contraffatto, e non mormora parola: due bei bracchetti bianchi col collarino di scarlatto ricamato di oro, accostumati a ricevere le sue carezze, gli giacciono ai piedi, lo guatano fisso, e quasi ingegnandosi di richiamare l’attenzione del padrone sopra di loro, gli vanno lambendo dolcemente la mano. Sembra che di nuovo si agitasse nell’anima del duca una contesa fierissima tra il volere e il disvolere; ma bene esaminata ogni cosa, discusso quanto poteva giovare, e quanto nuocere, librate le ragioni del bene e del male, o almeno quelle che a lui parevano tali, e la offesa, e la vendetta, e il perdono, assai potè conoscersi chiaro a quale conclusione scendesse quando gli sfuggirono dai labbri le parole:

Notes in this chapter

Note 1 · Ormai convien che tu così ti spoltre, Disse 'l Maestro, chè, seggendo in piuma, In fama non si vien, nè sotto coltre: Sanza la qual chi sua Note 2 · Anassarco, filosofo di Abdera, fu pestato dentro a un mortaio per comandamento di Nicocreonte tiranno di Cipro. Mentre i carnefici lo pestavNote 3 · Nelle Memorie del maresciallo di Bassompierre noi leggiamo il seguente passo notabilissimo. — «Maria dei Medici sul declinare della sua autoNote 4 · Molti sono i luoghi in Italia, a dire del Muratori, Antiq. ital., che trassero nome dagli alberi: Frassineto, Rovereto, Suvereto ec., e vie Note 5 · Lamoignon-Malesherbes, il vecchio difensore di Luigi XVI, essendo tratto al patibolo, mentre urtava col piede in uno scalino della prigione,Note 6 · «Non passò molto che si ebbe l’avviso della morte di don Giovanni di Austria, cagionatagli da febbre e da spiacevole noia di soverchie cure.Note 7 · Qual fosse la segreta cura di don Giovanni ce la seppe rivelare l’illustre signor cavaliere Carlo T. Dalbono nel suo bellissimo libro delle Note 8 · «Le ferite del Pike erano mortali; nondimeno conservando ancora malgrado crudeli patimenti tutto lo eroico suo ardore: — Avanti, avanti, mieNote 9 · Ma nessuno li contò. Questa è la espressione che adopera quel giudizioso Ludovico Muratori narrando negli Annali la battaglia di Lepanto.Note 10 · I particolari della battaglia di Lepanto furono con molta diligenza raccolti dai seguenti scrittori: Adriani, Storia dei suoi tempi. — CostoNote 11 · Apollo, tua mercè, tua mercè, santo Collegio delle Muse, io non mi trovo Tanto per voi, ch’io possa farmi un manto Ariosto, Satire.
Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings