PARTE TERZA GLI AMORI DEL BANDITO
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I. Un raggio nelle tenebre
Fatte le paci, il muto riprese il fucile, che durante la cerimonia aveva deposto nella casa di un suo amico di Tempio, lasciò il campo di S. Sebastiano, e si diresse ad Aggius per la viottola tortuosa che allora vi conduceva.
Che importava a lui delle paci concluse fra le due fazioni? Egli continuava ad essere il perseguitato dall’umana giustizia, e la sua condizione non era mutata. Tutti i suoi conterranei erano ritornati alle proprie case per godere in seno alla famiglia un po’ di quiete e di pace — egli però non poteva ciò fare, poichè non aveva casa nè famiglia. Il suo covo erano i crepacci di granito e le spelonche dei monti d’Aggius e di Bortigiadas. Quale il suo vantaggio? — Invece di due, doveva guardarsi da un sol nemico, dal carabiniere!
Negli stazzi era una festa continua; i giovani e i vecchi, donne e fanciulli si erano riuniti insieme, tranquilli finalmente. Erano cessate le loro ambasce, i loro timori, le loro trepidazioni. Per il muto niente di nuovo; per lui le paci erano state una pantomima ridicola; aveva veduto un mondo di gente sul campo di S. Sebastiano; aveva veduto i due avversari schierati l’uno in faccia all’altro, facendo gesti strani; aveva veduto un sacerdote colle braccia levate al cielo e con le labbra contratte — ma non aveva udito nè le preghiere del ministro di Dio, nè la parola de’ suoi nemici. Per lui quella cerimonia era stata una formalità a cui si era piegato senza coscienza. Che sapeva egli di accordi? Sapeva solo che i parenti lo avevano circondato, trascinato a Tempio con un salvacondotto, e costretto a prestare un giuramento.
Il muto si era accompagnato col Vasa, suo cugino, ancor esso bandito, e venuto alle paci con un salvacondotto; ma era ben diversa la loro condizione! Il Vasa da qualche anno aveva tolto moglie, era padre e ben sovente penetrava inosservato nello stazzo della Trinità, per rivedere i suoi cari e per sedersi al desco, in mezzo alla famiglia.
Bastiano era solo; compagno e confidente del cugino, egli non aveva servito che come cieco strumento di vendetta. In fondo al cuore non nutriva odio di parte — odiava solo chi gli aveva ucciso il fratello; gli altri delitti li commetteva per cieca ferocia, per brutale istinto in lui nato per la fatalità degli eventi. Egli si batteva con coraggio; nè vi era alcuno che lo vincesse in temerità. Disprezzava la vita perchè abituato al silenzio, e perchè muta com’esso.
Errava dall’una all’altra cussorgia, stanco, annoiato della vita; girava intorno i suoi grandi occhi neri, quasi volesse avvertire con essi le pedate dei carabinieri; la sua sordità doveva renderlo più circospetto. Aveva visitato tutte le montagne — dal monte Pulchiana a monte Spina, dal monte Ruiu al monte Cucurenza; aveva guadato tutti i fiumi — dal rio Sirena a Conca di Chiara, da Turrali a Fiuminaltu; qualche volta si spingeva fino al litorale — tal’altra faceva notte sul monte Cùcaro, antico protettore dei banditi d’ogni specie.
Il monte Cùcaro ha una storia; esso è sinistramente celebre, essendo stato nel secolo scorso il quartiere generale dei fuorusciti perseguitati dalle armi regie. Vi si raccolsero persino trecento banditi, sotto diversi capi squadriglia, fra i quali, Don Gavino Delitala, i fratelli Pintus di Nulvi, i Cubeddu di Pozzomaggiore e i Fois di Chiaramonti. Su questo monte i banditi ebbero molti scontri coi soldati, riuscendo or vincitori, or vinti. Vincitori — come nel 1745, in cui misero in fuga le compagnie svizzere capitanate dal colonnello Sumaker, dopo aver ucciso 75 soldati; e nel 1746, in cui, dopo aver fugato i dragoni comandati dal conte Craveri e dal baronetto Busquetti, si vestirono con le cappe rosse dei soldati morti, per il capriccio di fare una burla alle loro donne e ai loro compagni. Vinti — come nel 1734 che furono presi o fugati dal Vicerè marchese di Rivarolo, e nel 1748 che vennero messi in fuga da Valentino di Tempio e dal Dettori di Pattada ai quali il Vicerè Valguarnera aveva affidato l’impresa del monte Cùcaro. E taccio dei fasti del celebre contrabbandiere e bandito Pietro Mamia, che prima protesse e poi abbandonò il Sanna ed il Cilocco, venuti dalla Corsica per ritentare la guerra angioina.
Lo abbiamo detto; Bastiano errava di stazzo in stazzo, smarrito, sconfortato, col tedio nell’anima, col cruccio nel cuore. La solitudine gli riusciva sempre più pesante. Quel giuramento pronunciato sul campo di S. Sebastiano lo aveva indisposto; non potendo più dar la caccia ai nemici si sentiva come disoccupato; quell’ozio onesto lo tediava. Abituato alla pugna e a preparare insidie, le giornate gli sembravano interminabili. Non aveva che una sola preoccupazione; guardarsi dal carabiniere: quella divisa lo irritava; quegli esseri creati per dargli la caccia lo rendevano feroce. Il muto cinghiale odiava quei cani, causa unica delle sue notti insonni, delle sue veglie tormentose.
E Bastiano tentava distrarsi recandosi da un punto all’altro della Gallura — ora cacciandosi nei crepacci del monte della Crocetta o del Fraìle, ed ora scorrendo le vallate della Sirena, di Chiligheddu o della Fumosa.
Fra gli altri il muto frequentava lo stazzo dell’Avru, nei dintorni di Bortigiadas, appartenente al pastore Anton Stefano. Colà lo aveva presentato la prima volta suo cugino Pietro Vasa, il quale soleva andarvi assai spesso.
Da principio Bastiano si era recato con indifferenza a quello stazzo solitario, dove passava un po’ di tempo assistendo alla preparazione dei formaggi o ad altre domestiche faccende; più tardi, però, il muto aveva reso più frequenti le visite alla casetta del pastore; e dalla sua fisonomia era sparita quella tinta fosca che rivelava una natura irrequieta, ringhiosa e annoiata.
Qual’era la causa di quell’improvviso cambiamento? La causa c’era — ed una bella causa di sedici anni!
Anton Stefano aveva tre figlie; giovani, graziose, avvenenti, ma fra tutte primeggiava per bellezze di forme e gentilezza di modi la Gavina — una snella fanciulla dai quindici ai sedici anni; dai capelli nerissimi, dalla taglia svelta ed elegante, e dalle braccia paffutelle, che indossava il pittoresco costume di Bortigiadas, quasi uguale a quello di Aggius.
La famiglia d’Anton Stefano faceva buon viso al muto, per due ragioni; la prima, perchè era stato presentato da Pietro Vasa, loro amico; la seconda, perchè il muto aveva una rara abilità, tutta naturale, nell’arte del disegno. Egli si era reso celebre in Gallura per le incisioni che sapeva fare sulle zucche da vino, sulle ventriere, o sui calci dei fucili; di più lavorava da sarto, da calzolaio, da falegname, e in tutto riusciva assai bene. La natura non è mai intieramente partigiana colle sue creature; essa equilibra le facoltà fisiche e morali — toglie un senso per perfezionare un altro. Bastiano era un’artista! — Questo lampo d’arte fra le tenebre della sua intelligenza lo rendeva bene accetto e simpatico a tutti — e in modo speciale alla famiglia di Anton Stefano, il pastore di Bortigiadas.
Sovra tutti però, gli si mostrava tenera la Gavina, la minore delle tre fanciulle dell’Avru; ma non erano le zucche rabescate, nè le cinture a fantastici ricami che rendevano quella fanciulla premurosa e cortese con lui: — Gavina aveva una particolare affezione per il muto, perchè sapeva che era un infelice proscritto; sapeva che la natura gli era stata avversa negandogli la parola e l’udito, e che gli uomini lo avevano maltrattato, perseguitandolo di balza in balza come un cinghiale. La donna ha assai spesso di queste bizzarre predilezioni. Ben sovente essa si affeziona a colui che sa abbandonato, o deriso dagli uomini; sapendosi onnipossente nella sua fragilità, ama intraprendere un’opera di redenzione; conscia del fascino che esercita il suo sesso, non ignara che la sua debolezza può abbattere una forza — ed è allora che essa impegna col leone una lotta, dalla quale sa di uscire vincitrice: la lotta dell’amore!
Bastiano aveva veduto altra volta la bella figlia di Anton Stefano: l’aveva conosciuta, bambina di dieci anni, nello stazzo di Giunchiccia, quando era andato colà per assistere all’abbraccio di Pietro Vasa con Mariangiola Mamia. L’aveva riveduta co’ suoi genitori nel settembre dell’anno seguente, il giorno della festa del Rosario; e ricordava di aversela seduta sulle ginocchia, di averle accarezzato i capelli, e di aver deposto più d’un bacio sulle sue guancie. Allora però era proscritto; le sue mani erano lorde di sangue umano, e non pensava ad altro che a guardarsi dai continui agguati che gli tendevano nemici e carabinieri. Egli ricordava l’affettuosa bambina — ma la bambina non si ricordava più di lui.
Gentile ed affettuosa per indole, compassionevole per natura, Gavina usava molte attenzioni a Bastiano. Quando entrava nello stazzo lo invitava a sedere; gli mostrava il cucito che aveva fra le mani, e si faceva disegnare qualche fiorellino ch’ella tentava ricoprire coll’ago alla meglio, sulla mussola.
Per il muto, abituato sempre ai maltrattamenti e ad esser posto in un canto come cencio inutile, quelle attenzioni non potevano passare inosservate. E difatti serbò in cuore una riconoscenza profonda per colei che gliele usava.
Bastiano si sentiva contento; nell’Avru era considerato come un’amico; lo si invitava qualche volta a desinare in famiglia, e ben sovente Gavina gli metteva a parte qualche pietanza squisita, che gli offriva appena lo vedeva entrare.
Il muto sentì una gioia segreta nel cuore; per la prima volta si vedeva considerato come un uomo, e ne provava soddisfazione. Assalito da una vaga inquietudine, egli si aggirava tutta la mattina per i dintorni, aspettando ansiosamente la sera per sedersi vicino alla Gavina che lavorava di cucito, o prestava mano alla preparazione dei formaggi.
Richiesto dalla famiglia dove avesse passato il giorno, Bastiano faceva capire ch’era stato negli stazzi della Trinità di Agultu — oppure che aveva gironzato verso la spiaggia dello Stagnareddu, l’Agliola di vento, o sulla strada di lu Strìttoni. Era costretto a mentire, perchè non voleva confessare a nessun costo ch’era sempre rimasto nei dintorni dell’Avru — o errante, cioè nelle valli di li Trai, di S. Gavino o di Gambaiddoni: oppure sulle alture del Castel Doria e di Cucurenza, dove era rimasto lunghe ore immobile, con gli occhi fissi sullo stazzo che racchiudeva il suo tesoro — la sua felicità.
Un notevole cambiamento si era per certo operato nell’esistenza di quell’infelice. Egli confrontava il presente col passato, e si sentiva un altr’uomo. Pareva che intorno a lui si fosse fatta la luce. Egli che mai aveva avuto una casa, nè una famiglia; che era stato maltrattato nell’infanzia e amareggiato nella giovinezza; che da sette anni non aveva sognato che sangue e vendetta — egli sentiva nel cuore un nuovo sentimento tutto soave, inesplicabile. In quella fanciulla amava una sorella, una madre — la madre che da pochi anni aveva perduto.
Ed egli, col capo chino, a lenti passi, errava per la campagna. Dal suo cuore eran spariti l’odio e lo sconforto, ma per sottentrarvi una calma melanconica che dolcemente lo torturava. Era un’inquietezza che lo assaliva senza saper come — una smania di correre senza saper dove — un desiderio di piangere senza saper perchè!
Era persino diventato meno circospetto; fidente in Gavina dimenticava ch’era inseguito.
La Gavina, buona creatura, si era accorta di questa strana sicurezza, e col segreto istinto della donna, che pare tutto ignori e tutto invece intuisce, vegliava occultamente per lui. Ella infatti ben spesso usciva fuori dello stazzo come per passeggiare; ma in fondo non faceva che rivolgere gli occhi all’intorno, per esplorare se qualche tristo insidiasse la vita o la libertà del suo protetto. E il muto, dimentico dei pericoli che gli sovrastavano, continuava a disegnare i fiorellini sulla mussola, che Gavina gli aveva affidato.
La fanciulla appariva al muto sempre più bella; più affettuosa, più affascinante; ella, con una compiacenza tutta infantile, lo invitava a parlare.... e lo comprendeva — lo comprendeva ad un semplice cenno del capo, al minimo movimento delle labbra. Ed anche a lui era ben noto il linguaggio di Gavina. Per la prima volta i suoi pensieri venivano compresi — per la prima volta egli comprendeva i pensieri degli altri.
Vi erano momenti in cui a Bastiano pareva di aver riacquistato l’udito e la parola!
II. Gli effetti d’una lusinga
Era diventato il fido seguace di quel corpicino delicato. Dovunque Gavina rivolgesse il passo, era sicura di vedere a poca distanza il muto.
Anche la fanciulla sentiva a volte come un ardente bisogno di star sola — come un fastidio della presenza e delle chiacchere delle sorelle. E si aggirava quà e là col pretesto di portar delle legna secche, di sorvegliare le mandrie che pascolavano intorno allo stazzo, o di dare un’occhiata alla biancheria che la mamma aveva esposta al sole distesa sulle corde del cortile, o sui massi di granito che circondavano l’Avru. Non aveva che avvolgere gli occhi in giro per essere certa di vedere in qualche punto il muto, o errante sul monte, o sdraiato sotto un elce od un macigno. Facendo le viste di essersi trovato là per caso, egli non perdeva mai d’occhio la sua protettrice. Era la vigile sentinella di quella graziosa creatura, la quale si compiaceva della solitudine e del silenzio dell’estesa campagna, fatta sensibile al soffio benefico della primavera che le riscaldava il sangue ed accelerava i battiti del suo polso.
Un giorno, mentre Gavina era seduta sotto il grosso mandorlo del cortiletto, vide Bastiano sull’opposta altura. Era sdraiato sul musco di un granito, col gomito destro a terra e colla guancia appoggiata alla palma della mano. Il sole cadente, i cui raggi gli battevano sul viso poneva in risalto quella maschia fisonomia, la bionda barba che gli ornava il mento e i lunghi capelli ricci che gli cadevano sulle spalle. Il muto pareva tutto assorto in un oggetto che teneva colla mano sinistra, e che Gavina, per la distanza non poteva discernere.
Il volto di Bastiano, illuminato dal sole, in quel momento era bello — sovranamente bello; e la fanciulla notava quella bellezza con una segreta compiacenza, che non si curò di nascondere perchè si sapeva sola e inosservata. Ella lo fissava con tenerezza pietosa, mentre una moltitudine di pensieri le attraversavano la mente....[21]
Già le cicale avevano cessato i loro canti di saluto al sole — e dal seno di Gavina uscì un sospiro lungo, profondo. Se in quel momento qualche indiscreto si fosse accostato a lei, avrebbe sentito pronunciare, con un’espressione di rammarico, queste parole:
— Che peccato ch’egli sia sordo-muto!
E Bastiano — che non aveva veduto la fanciulla — continuava a tener gli occhi fissi sull’oggetto misterioso: il quale non era che un piccolo specchio rotondo con astuccio di metallo, recente acquisto fatto a Tempio.
Bisogna dirlo, da qualche tempo il muto faceva un po’ di toeletta; si pettinava con cura i capelli, si lavava assai spesso al fiume e cambiava la camicia due volte la settimana. Aveva bisogno di farsi bello — più bello che gli fosse possibile. — Curiosa invero l’insolita toeletta d’un povero infelice, tiranneggiato dagli uomini e dalla natura, nel deserto d’una campagna silenziosa! Il sordo-muto sognava giorni lieti e sereni; riandava il suo triste passato per contrapporgli il sogno d’un avvenire di rose; richiamava alla mente il giorno memorando in cui aveva assistito all’abbraccio di suo cugino Vasa con la figlia di Antonio Mamia; e guardandosi allo specchio augurava per sè quella bella giornata, persuadendosi che non era brutto, e che non era follia aspirare alla mano della figlia di Anton Stefano il pastore.
Che più? il fiero bandito era diventato anche galante. Quando si recava allo stazzo di Anton Stefano, non mancava mai di portare alla Gavina il mazzolino di violette, colte nei sughereti o ai piedi degli elci, nella selva dell’Inferno, poco distante dall’Avru. Onde le donne solevano dire per scherzo:
— Vengono dall’Inferno — dunque sono i fiori del diavolo![22]
La madre e le sorelle di Gavina lusingavano sempre il muto con le belle maniere e coi benevoli sorrisi, facendogli quasi sperare che lo avrebbero ben volentieri accettato in seno alla loro famiglia. Le loro premure, però, avevano ben altra mira. Non era il desiderio d’imparentarsi con lui, nè la possibilità di concedergli in isposa Gavina, che rendeva gentili ed affabili le tre donne; esse volevano trar partito dall’abilità del muto che, con la lesina, coll’ago o col temperino sapeva cucire scarpe e ventriere, trapuntare i cappotti d’orbace, e incidere le zucchette da vino e il corno dei cervi. Esse volevano fruire dell’ingegno del muto in quel luogo disabitato — ben sicure che il muto avrebbe finito per persuadersi che le sue speranze non erano che deliri, e che le lusinghe della famiglia non potevano essere che uno scherzo innocente. Le imperfezioni fisiche del povero disgraziato sarebbero bastate per farlo ricredere delle sue follie, nel caso che esso le avesse manifestate audacemente — ciò che non credevano. E come mai poteva un deforme, un bandito, uno sciagurato aspirare alla mano d’una fanciulla sedicenne, che oltre all’avvenenza vantava una discreta dote in terre e in armenti? Era mai presumibile che il muto avesse pensato alla possibilità delle nozze? Dove avrebbe potuto celebrarle? Dove avrebbe fabbricato il suo nido d’amore, sicuro di non venir disturbato? Dove mai si sarebbero potuti cacciare i due colombi innamorati per scongiurare le ricerche e gli assalti degli avvoltoi, celati sotto la divisa del carabiniere? E se Dio avesse loro concesso dei figli, dove li avrebbero nascosti per difenderli? Era loro possibile trasportare di roccia in roccia i teneri nati, per non far cadere su di essi l’odio che il padre s’era tirato addosso con le sue colpe?
A tutto ciò pensavano la madre e le sorelle maggiori della Gavina, mentre continuavano la loro opera di lusinghe con lo scopo di far lavorare il muto e di burlarlo a suo tempo.
Ma il muto non era uomo da scoraggiarsi, nè da torturarsi con simili ragionamenti. Egli si credeva amato; si credeva in pieno diritto di pretendere l’affetto della Gavina, da lui guadagnato coll’amore, colle premure, e colle prove del suo lavoro e della sua abilità, a cui teneva, e che in lui compensavano la mancanza della lingua e dell’udito.
Quantunque per natura diffidente, pure Bastiano non dubitò un solo istante d’essere deriso o burlato. Col muto nessuno poteva scherzare — ed egli ben lo sapeva!
Se la madre e le sorelle della Gavina prendevano a gabbo il muto, il vecchio Anton Stefano lo tollerava, anzi gli voleva bene. In quanto alla simpatia di Bastiano per la sua figliuola, di cui più volte ebbe a sentir parlare, l’aveva sempre ritenuta uno scherzo innocente, e non se n’era preoccupato. Intento com’era alle faccende domestiche, od alla preparazione dei formaggi, da cui sperava un buon lucro, Anton Stefano lasciava che a tavola si chiaccherasse, e talvolta non ascoltava neppure. Terminato il pranzo e le chiacchere, si rimetteva al lavoro, o fumava la sua pipa sul limitare della porta, non pensando nè punto nè poco al muto ed alle sue aspirazioni amorose.
Un diverso sentimento guidava invece Gavina. Essa capiva bensì lo scherzo della madre e delle sorelle, e qualche volta lo secondava per contentarle; pure quello scherzo le faceva male perocchè non le dispiacevano le gentilezze di Bastiano, e le pareva perfidia e crudeltà ridere delle smanie di quel disgraziato. Dirò di più; — la Gavina si compiaceva in segreto delle premure del muto. Una donna che sa d’essere amata, ben raramente ride delle smanie d’un amante. Nell’amore è sempre un’intima soddisfazione; l’essere fatta oggetto di cure speciali è sempre una lusinga che non dispiace ad una donna, anche quando non si sente inclinata a corrispondere con pari amore.
A sedici anni, sola in quello stazzo silenzioso, vivente in aperta campagna dove son rare le visite, posta a contatto con un uomo che la colmava di gentilezze e di attenzioni, Gavina doveva finire per lasciarsi trascinare ad un sentimento di gratitudine, che, ingrandito più tardi, dalla pietà e dalla compassione, doveva per fermo trasformarsi in amore. A sedici anni si sente l’assoluto bisogno di un amante purchessia. Ma come si spiega la scelta di un sordo-muto? — Non ce n’erano altri — ecco la vera ragione. Se invece del muto si fosse presentato a Gavina un uomo con la parola, forse lo avrebbe preferito. D’altra parte quella fanciulla ragionava a suo modo: — Bastiano era muto: ebbene? — ella lo comprendeva. Era sordo; ebbene? ella si faceva intendere da lui.
— Buon Dio — pensava nel segreto del cuore — per fare il marito c’è proprio bisogno di aver la lingua che parli e le orecchie che ascoltino? Credo di no! Ad ogni modo non ho detto di sposarlo, nè lui me ne ha parlato; e se ciò accadesse, farei in modo di parlare e di ascoltare per due!
III. Le piccole attenzioni
Bisognava vedere, con quale affetto e con quanta premura il muto offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar l’acqua dalla fontana dei Frassiggioli;[23] a sciorinar la biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.
Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito, terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle spalle e il fucile sotto il braccio; e mentre rideva, gettava uno sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma benemerita non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le mani occupate.
Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere quà e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche. Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col grembiale teso, ricevendo le more che il muto gettava, e ridendo a scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani la propria libertà, la propria vita!
Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi canterellando come una capinera — e lui le teneva dietro con gli occhi a terra mesto, meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto docile la sua snella cerviotta della collina.
La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiule, per mostrare loro l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:
— Te la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!
— Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!
— Quello scimunito ti sta abituando a far la signorina!
La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, nè immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocchè le furbe donnette avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.
Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza della famiglia.
Anton Stefano soleva dire:
— Povero diavolo! dopo aver ucciso tanti uomini, Bastiano sente il bisogno di uccidere il tempo. È proprio un’abitudine.
— Ma con diverso risultato — aggiungeva sollecita la Gavina, che voleva sempre difenderlo; — prima faceva del male, adesso invece fa del bene.
— A te solamente! conchiudeva la sorella maggiore, con un tono in cui si celava un leggero dispetto.
Una sera, attraversando la stanza di Gavina per recarsi al cortile, Bastiano si era fermato dinanzi al lettino della fanciulla, e vi era rimasto alcuni minuti fissando a lungo il ramoscello d’olivo e la palma benedetta che adornavano il capezzale.
La vecchia scherzando, fece intendere al muto:
— E che? vorresti forse la luna?[24]
Il muto diede in uno scroscio di riso; e dondolando la testa rispose co’ segni:
— Non saprei davvero dove appenderla. Non ho avuto mai letto io!
Quando Gavina — dopo molti anni — raccontava alle amiche gli avvenimenti dell’Avru, soleva dir sempre:
— Fra i miei ricordi, questo della luna mi riuscì sempre penoso. Fu l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!
E diceva il vero; poichè dal giorno in cui seppe che al capezzale di Bastiano non vi era alcun ramo benedetto, Gavina si mostrò molto più inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli, mille disgrazie. Dacchè aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso, incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un agguato.
Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo, salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole; ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar dal letto le sorelle.
Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto! Egli era completamente trasformato.
Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.
Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno — ma non l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava, trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazzareno.
La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perchè lo avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.
Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perchè sentiva che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi — lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice protetto.
Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto, e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli — ed aveva la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile — e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.
Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius. A quella vista — narra il testimonio oculare — il muto si trasfigurò; si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri, pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sè il berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come un limite; quasi volesse dire: — se avete coraggio oltrepassate quel segno! — La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva centuplicato l’istinto della conservazione — il bisogno della vita che aveva consacrata alla sua cara fanciulla.
Quando Bastiano ricevette dalle mani di Gavina la medaglia di rame, rispose con un gemito nel quale aveva trasfuso tutta l’anima. Era il suo modo di ringraziare. Per mezzo dei segni egli aveva detto a Gavina:
— Quando sarò stanco della vita, mi strapperò dal petto la tua medaglia — e sarò sicuro di morire!
La pietosa fanciulla si era però ben guardata di dire al muto che quella medaglia l’aveva sempre portata addosso fin da bambina, e che se n’era separata per donarla a lui. Guai se il muto avesse potuto immaginare che quel talismano era stato tanti anni sul vergine seno di Gavina testimonio occulto dei palpiti di quel cuore generoso!
La vigile madre si era un giorno accorta che dal seno della figliuola mancava la medaglia della Madonna; e gliene domandò il perchè. Gavina rispose arrossendo, che l’aveva smarrita.
La fanciulla però era ben lieta che il talismano fosse passato sul petto di Bastiano. Egli ne aveva bisogno, perchè tutti l’odiavano: essa poteva farne senza — forse perchè sapeva di essere molto amata!
IV. All’ombra delle spine
Era la seconda metà di giugno, e il sole co’ suoi raggi ardenti sferzava inesorabilmente uomini e cose. Di poco era oltrepassato il meriggio, e in quella giornata si era sofferto un caldo eccessivo, eccezionale. I graniti infuocati rimandavano un calore insopportabile, e le cicale, col canto importuno, parevano lamentarsi dei soverchi rigori del sole.
La famiglia del pastore era tutta raccolta fuori della porta a fare la siesta, in cerca dell’arietta che veniva dal mare. Anton Stefano aveva fatto capezzale del suo cappotto ripiegato, e appoggiata la nuca sulla palma delle due mani.
Dopo aver finito la sua fumatina faceva l’indispensabile sonnetto, prima di rimettersi al lavoro. Le donne, sul piazzale dello stazzo, filavano, e chiaccheravano.
La campagna, sotto ai raggi ardentissimi era calma e silenziosa. Il cielo — di un limpido azzurro carico — moriva lontano lontano nella linea purissima del mare, che andava lambendo la costa settentrionale dell’isola, la quale somigliava ad un lunghissimo nastro bianco, frastagliato.
La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.
La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche, raccolte all’alba nell’orticello — fave già quasi appassite dentro i baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.
Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto disegnava macchinalmente — senza proprio sapere quel che si facesse. E infatti, bastava guardarlo per persuadersene; gli tremavano le mani, e grosse goccie di sudore gli imperlavano la fronte.
E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave. E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli neri — segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana dall’innocente legume che doveva servire per la cena!
Il caldo era soffocante, la terra infuocata mandava vampe sul volti di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono, incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava all’intorno.
La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione — finchè la sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello, senza aprirlo.
E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il coltellino cui quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo nè simmetria.
La zucchetta color d’oro, quasi sapendo d’essere importuna o indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di andarla a raccogliere.
Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante. Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che andava morendo in una febbriciattola dei sensi.
Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel languore, quella sonnolenza, quella febbre.
Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che l’uno non si curasse dell’altra — mentre invece si vedevano entrambi senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava avviticchiarsi alla robusta quercia.
Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli di Gavina si riabbassarono subito — quelli del muto si fissarono audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito: — parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compresso sotto il vermiglio corsetto, gli dava la vertigine: — era un’insidia pudica — un pudore insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni. La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.
Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito — a cui rispose Gavina con un lungo sospiro.
Strano caso! — La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva di udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.
Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rivelarsi senza bisogno degli organi della parola e dell’udito. La natura ha una voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola — dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per l’orecchio!
Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi. La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza opporre resistenza — credeva sognare. Senza sapere che si facesse, ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani della fanciulla, e mandò un gemito lungo....
Il caldo era soffocante — la stanchezza diventava più penosa. Il muto afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una stretta che sapeva troppo d’umano.
Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la siepe spinosa.
Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, e i suoi lineamenti stravolti. Sentiva un fremito per tutta la persona, e come una strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni inarticolati, quasi guaiti di fiera.
Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.
Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza. Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura all’avambraccio.
Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva ferita al braccio.
Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e si passò più volte la mano con un’espressione di dolore.
Il muto non aveva udito il grido della giovinetta, ma aveva indovinato la cagione del suo dolore; e mentre Gavina si pizzicava a più riprese l’avambraccio per calmare la puntura, il muto era riuscito a sbottonarle il polsino della camicia, e a rimboccargliene la manica, ponendo a nudo il braccio della fanciulla fin sotto all’ascella.
Sull’avambraccio spicciò una stilla di sangue, grossa come un granello di sabbia. Il muto fissò a lungo quella macchietta rossa sopra quel braccio bianco come il latte, ben tornito, morbido, provocante. Dopo averla guardata anche lei, Gavina volse la testa e sorrise al sordo-muto, abbandonando il suo braccio alle cure di quel medico affettuoso, quasi in compenso del rigore con cui lo aveva poc’anzi trattato.
Il muto però era cieco: afferrò con ambe le mani il braccio nudo della fanciulla, ed appressandovi le sue labbra infuocate, succhiò a lungo quella ferita con una voracità spaventosa.
Il rimedio era peggiore del male.
— Basta, basta! — gridava la fanciulla tentando svincolare il braccio da quelle dita d’acciaio, e già pentita della sua condiscendenza.
Ma Bastiano non sentiva; e continuava a suggere da quella ferita la stilla di sangue — e col sangue un lento veleno che gli struggeva l’anima.
— Basta Bastiano! mi fai male!! — continuò a gridare Gavina, la quale si era proprio dimenticata che Bastiano era sordo!
Le labbra del muto lasciarono per un istante il braccio di Gavina ma solamente per mandar fuori l’aria aspirata, onde poter ritornare all’opera.
Il punto dove Bastiano aveva posto le labbra era diventato bianco. Gavina, un po’ indignata, pose una mano sul petto del muto, per respingerlo; ma il giovine colle due mani compresse sulla carne, fissava con occhio cupido quel braccio candido, morbido il cui contatto lo faceva fremere, dandogli la vertigine. Riaccostò con più ferocia la bocca al braccio della fanciulla, e glielo morsicò leggermente due volte, con un’avidità e con un tal impeto che spaventarono Gavina, la quale trovò la forza di svincolarsi dall’amplesso di quella piovra, di riabbassare la manica della camicia, e di prendere la corsa verso lo stazzo uscendo dall’ombra malefica che proiettava la lunga siepe di biancospino. Corse, ansante, trafelata, senza pur accorgersi che il muto non la seguiva più.
Cieca d’ira, di passione, di vergogna, Gavina arrivò allo stazzo per la porticina dell’orto; entrò non vista nella sua cameretta, e sedette sulla sponda del suo lettino; e dopo aver dato uno sguardo all’intorno, per accertarsi che nessuno la spiava, tirò su di nuovo la manica della camicia e guardò la ferita.
Sull’avambraccio era una macchia livida, rotonda, larga come uno scudo; e in giro a quella macchia si vedevano le impronte lasciate dai denti del muto. Gavina tenne gli occhi fissi su quei solchi bianchi, poi diventò rossa rossa, e si mise a piangere — indignata contro sè stessa per aver permesso una simile audacia.
Era molto indignata, ma si guardò bene dal raccontare alla mamma ed alle sorelle il disgustoso fatto che le era accaduto!
L’ombra del biancospino l’aveva tradita!
*
Il muto non aveva seguito la fanciulla. Era rimasto immobile sotto il ramo di biancospino, seguendo cogli occhi la ragazza finchè la vide sparire alla svolta della siepe. Allora tornò indietro, passo passo; giunse al sito dond’era partito, si lasciò cadere di peso sul macigno che gli ricordava la sua imprudenza, e stette alcuni istanti col volto fra le mani; indi, per sfogare il dispetto che lo rodeva, riprese la zucca d’oro e con moto febbrile si pose a incidere certe foglie sguaiate che facevano orrore. Finalmente, indignato, gettò a terra la sua opera, e la ruppe coi piedi.
*
La più giovine delle figlie di Anton Stefano, il pastore, quella notte tardò a prender sonno. Una delle sorelle, che dormiva a lei vicino, e che la sentiva voltarsi, le disse:
— Che hai stanotte, Gavina? Non hai digerito la cena?
— Ho... che non mi sento bene.
— È forse il muto che ti dà a pensare? Scommetto che, con gli scherzi, finirai per amarlo davvero!
— E se ciò fosse, che ve ne importa — rispose Gavina un po’ piccata per la baia che le davano continuamente per quel benedetto muto che loro per le prime avevano lusingato.
— Confessa almeno che gli vuoi bene!
— Ebbene, sì: gli voglio bene; lo amo perchè gli altri l’odiano. Quel disgraziato ha bisogno d’essere amato da qualcuno. Amatelo voi — e allora cesserò d’amarlo io: ve lo prometto!
Così diceva Gavina alla sorella; ma in cuor suo pensava:
— Peccato che sia muto! Questi disgraziati vogliono bene in un modo singolare; non potendo sfogare con la lingua, si sfogano coi denti!
La figlia di Anton Stefano dormì quella notte colle labbra compresse sull’avambraccio — dov’era stata punta dal biancospino, e dove ancora si vedevano i segni lasciati dal muto. Capriccio da bambina!
Appena l’alba penetrò dalle fessure delle imposte, Gavina gettò un’occhiata al suo braccio.
La ferita non c’era più, ma non poteva rallegrarsene: era passata nel suo cuore.
V. I regali del muto
Neppure il muto aveva chiuso occhio in tutta la notte. Dalle sue labbra uscivano sospiri, gemiti, rantoli. Era inquieto, smanioso.
Si era aggirato per selve e burroni; aveva camminato tanto, finchè si era trovato alle falde del monte della Crocetta, proprio sul far dell’alba. Salì allora sul monte; pel sentiero a lui ben noto, si trascinò a fatica fin sotto la Conca della Madonna, e sedette spossato sul Gran tamburo.
Era stanchissimo, e dormì alquanto. Sogni strani lo svegliarono più volte di soprassalto. Un’insolita gioia irradiava la sua anima.
Pensava sempre al braccio di Gavina. — Egli pareva di sentir sempre il profumo di quella carne bianca, vellutata, che gli era salito al cervello per inebriarlo.
Si volle illudere — e lasciò libero freno alla fantasia, che lo trasportò in plaghe sconosciute. Vide Gavina ebbra d’amore seduta al suo fianco; vide un sacerdote che li benediva; provò tutte le arcane gioie del suo primo giorno di nozze.
Aveva la febbre.
Sentiva una matta voglia di correre, di arrampicarsi su per i monti del suo paese; pensava a sua madre e a quei pochissimi che lo avevano amato; e, comparando il passato col presente, credette probabile quella felicità alla quale non aveva mai aspirato.
Le scene del giorno precedente tornarono alla sua memoria; riandò tutti gli atti di Gavina — il suo cieco abbandono, il suo pallore, il suo tremito, e persino la sua collera — e in tutto gli parve scorgere i segni manifesti di un amore nascente.
Quel giorno non fece che correre da un punto all’altro; fermo non poteva stare, perchè glie lo impedivano i pensieri che a frotte attraversavano il suo cervello. Prese la via degli stazzi di Giunchiccia e della Trinità, e si recò a visitare i parenti che da qualche mese non aveva riveduti. Volle lasciar passare alquanti giorni, prima di riprendere le visite allo stazzo dell’Avru; perocchè comprendeva che non era prudente recarsi subito, dopo l’accaduto. Voleva farsi desiderare; ed impose a sè stesso il sacrificio della privazione.
Dopo quattro giorni d’assenza, Bastiano presentavasi d’improvviso sul piazzale dello stazzo di Anton Stefano. Le donne, che lavoravano fuori dell’uscio, lo salutarono e gli fecero feste, chiedendogli conto della sua lunga assenza.
La Gavina, che stava in piedi sciorinando i panni sopra una corda tesa fra il muro della casa ed un mandorlo, si fece tutta rossa nel vederlo, ma continuò il suo lavoro dopo aver salutato il nuovo venuto con un cenno del capo. Ella volle fare la risentita; ben sapeva che non era conveniente mostrar buon viso a Bastiano, dopo il bacio temerario che aveva ricevuto sul braccio.
Il muto si mostrava impacciato; non aveva la solita disinvoltura, nè il solito buonumore — e la ragione si può comprendere.
La vecchia madre e le due figlie maggiori fecero a Bastiano un’accoglienza più cordiale e più espansiva del solito, mostrandosi dispiacenti di non averlo veduto per quattro giorni. Il muto, però, sembrava sulle spine; per certo era venuto allo stazzo con un disegno prestabilito, che non aveva coraggio di tradurre in atto. Aveva una mano in tasca, come se celasse un oggetto che voleva, ma non osava mostrare.
Finalmente ruppe ogni indugio, e mostrò alle donne due piccoli orecchini di corallo montati in oro.
— Oh belli! — esclamarono in coro le tre donne; e i loro occhi scintillarono per compiacenza.
Gli orecchini passarono dall’una all’altra mano, e vennero rivoltati, pesati, ed esaminati attentamente. Nessuna delle donne, chiese a chi fossero destinati... forse perchè lo avevano indovinato.
La sola Gavina aveva continuato a stendere i panni di bucato sulla corda tesa, ma senza levar gli occhi e senza voltarsi. Le sue orecchie però erano più tese della corda, e non perdevano una sillaba di quanto si diceva.
— Guarda! guarda, Gavina! che graziosi orecchini — esclamò la vecchia, rivolgendosi alla figliuola che faceva la distratta e l’indifferente.
A quella chiamata Gavina volse la testa verso le sorelle; ma poi continuò l’opera sua, dicendo con freddezza e senza alcuna curiosità:
— Molto belli!
— E... di chi sono? aveva osato chiedere la vecchia al muto, per non mostrarsi troppo sfacciata confessando che sapeva a chi erano destinati.
— Sono i miei — fece il muto, puntandosi sul petto l’indice della mano destra.
— Vuoi forse metterli tu?
— No: voglio regalarli — fece intendere il muto coi gesti.
— Regalarli! e a chi?
Il muto arrossì un pochino, e accennò cogli occhi la Gavina, che in quel momento gli dava le spalle affaccendata più che mai nella biancheria, per la quale in quella sera mostrava un’insolita cura.
— Non senti Gavina? Il muto dice che gli orecchini sono per te. È un regalo che egli vuol farti!
Le due sorelle maggiori si fecero un po’ serie, punte forse dall’invidia per il bel regalo toccato alla Gavina; e cercarono sfogare l’interno cruccio con un po’ di sarcasmo e di burletta.
— Già! la Gavina ci guadagna sempre in questa ridicola commedia! — disse l’una.
— Pare che questo stupido imbecille prenda la cosa sul serio! — esclama l’altra.
— Fa già dei regali, l’amico!
— E non sarà certo l’ultimo!
— Tacete, maldicenti! — aveva esclamato la madre. — Bisogna sempre accettare ciò che Dio ci manda! Badate piuttosto, che egli non si accorga delle vostre celie!
— Se è sordo più del granito!
— La nostra Gavina è ben fortunata se sposa un sordo muto. Dev’essere una bella felicità per una moglie, vivere con un marito che non parla e non ode!
Il muto, poveretto, non poteva udire i discorsi che gli facevano sul muso; ed era ben lontano dall’immaginare di qual natura fossero. Quelle scaltre parlavano di lui chine sugli orecchini, come se tessessero le lodi del dono e del donatore.
Dopo esser stati esaminati per ogni verso, gli orecchini vennero restituiti al muto, il quale li prese, si accostò a Gavina, e con un’occhiata supplichevole che voleva significare tante cose, la pregò di accettarli per ricordo di un amico affettuoso.
La fanciulla — già indispettita e addolorata per gli sconvenienti discorsi fatti dalla madre e dalle sorelle — dimenticò il suo risentimento, e sorrise al muto, ringraziandolo con uno sguardo che partiva da due occhi pieni di lacrime. Ella non poteva tollerare che si deridesse o s’insultasse il suo povero muto, che non poteva difendersi. L’odio altrui, e l’altrui disprezzo, erano state le cause prime del suo affetto per Bastiano: lo aveva già dichiarato alle sorelle — e non aveva mentito!
Con una grazia tutta infantile, quasi per compensare il muto delle maligne parole scambiate fra le sorelle, la Gavina prese gli orecchini dalle mani di Bastiano e se li appese alle orecchie.
Gli scherzi, e le celie e le mormorazioni che seguirono a questa scena, si possono bene immaginare; ogni donna disse la sua e non si cessava mai dal ringraziare il donatore della prova di gentilezza data in quella sera.
Quando sul tardi Anton Stefano rientrò nello stazzo gli fecero il racconto dell’accaduto, e si cominciò da capo con le matte risa. Il vecchio pastore non rispose, e sedette a cena molto serio. Egli si lasciò scappare:
— Temo le cose siano troppo spinte. Dio voglia che non abbiamo a pentircene!
— Uh! che scrupoli — esclamò la moglie.
— Ti par possibile, concedere nostra figlia ad un sordo-muto, ad un bandito?
— Per l’appunto, e neppur lui lo crederà.
— E se lo credesse sul serio?
— Allora la colpa sarà sua.
— No: sarà la nostra; anzi la tua.... tutta tua!
— Ti pare?
— Proprio così... E a te Gavina, che pare?
La Gavina, all’interrogazione del padre, abbassò gli occhi e la faccia sul petto; arrossì, ma non rispose.
Il vecchio la guardò un istante; scambiò un’occhiata con la moglie, e si accinse a mangiare la zuppa, dando una scrollatina di spalle.
— Temo molto che...
E inghiottì in una volta il cucchiaio di zuppa, e la metà della frase!
VI. Battaglia dello spirito
Non erano ancora trascorsi due mesi dagli avvenimenti da noi narrati.
Una gran parte del genere umano pretende conoscere la sera dalle promesse del mattino — ed è pretensione fallace!
Il giorno che nasce non dà l’immagine del giorno che muore: perocchè un’alba serena e limpida non garantisce la limpidezza e la serenità d’un tramonto.
Il tempo passa, e l’uomo invecchia. Chi non sa che l’esperienza può dare un nuovo impulso alle nostre idee, ai nostri desideri, ai nostri propositi? Le passioni turbano sempre il mare della vita, così quando si destano, come quando si assopiscono.
Insensato chi si crede padrone del domani. L’uomo non falla quando manca alle promesse — falla quando promette. Più a lungo accarezziamo una speranza, e più saremo sicuri del tedio quando l’avremo realizzata. Chi giura dichiara già di mancare al proprio giuramento. Giurare non è indizio di fermezza di carattere, nè di onestà d’intenzione, è un confessare la debolezza del nostro carattere e l’instabilità dei nostri propositi. L’animo forte ed energico non ha bisogno di vincolare la sua volontà col giuramento.
Il tempo passa. Coi giorni che corrono l’uomo diventa vecchio — e la fanciulla può diventar donna. Si sa che il tempo può fortificare, o infiacchire una fibra. Col tempo l’uomo ha diritto di cambiar le proprie opinioni, e la donna di cambiar le mode — il primo può diventar deputato e ministro, e la seconda potrebbe diventar fidanzata e madre.
Come possiamo noi contar sul domani, quando non ci è dato strappare il velo che circonda l’ignoto? Perchè tacciare d’incostante e di volubile la natura umana se essa non è responsabile del vento che spirerà il domani? Il vento increspa la superficie del mare, come il tempo increspa la superficie dell’uomo... che non è sempre la pelle!
*
Se, dopo due mesi dagli avvenimenti da noi narrati, il lettore avesse fatto una visita alla famiglia di Anton Stefano il pastore, si sarebbe subito accorto che un mutamento era venuto nello stazzo dell’Avru. Era un mutamento sensibile, ma che ancora non si era manifestato palesemente. Gli animi tutti erano preoccupati, ma si aveva paura di una confessione reciproca. Ciascuno teneva chiuso in cuore il proprio pensiero, e aspettava rassegnato il responso degli eventi.
Come la sarebbe finita? — era questa la domanda che ciascuno si faceva nel segreto della propria coscienza; ma la risposta era nella mente di Dio, e si aspettava la soluzione degli avvenimenti con impaziente trepidanza.
Che cosa dunque era avvenuto nello stazzo di Anton Stefano? Passiamo in rassegna ed esaminiamo i diversi personaggi del nostro racconto — giacchè tra gli uffici del romanziere è pur quello di giudice istruttore!
La Gavina era smaniosa, irrequieta. Mostravasi stanca, svogliata, e soffriva di frequenti distrazioni. Sentimenti diversi si alternavano nel suo cuore. Quella strana alternativa di contrari sentimenti non era frutto dell’assidua e occulta cura che da tempo la travagliava; qualche cosa di nuovo era penetrato nella sua anima. Due opposti sentimenti si combattevano in lei: era una lotta disperata, accanita, tra due forze uguali; un desiderio indefinito di una felicità insperata, contro il rimorso di una colpa che sapeva di non aver commesso.
Si sentiva perplessa, incerta dinanzi a un sogno che la lusingava, e ad un ricordo che l’accusava di ingratitudine.
Erano torture inesprimibili e inesplicabili!
Ella diventava sempre più pallida, più sofferente; soffriva di capogiro, mangiava poco, e poco dormiva. Provava un senso di peso alle palpebre e una stanchezza insolita nelle membra. Erano strani per lei quei patimenti angosciosi — ma più strano l’accorgersi che nessuno de’ suoi cari le chiedeva ragione del suo malessere. Perchè ciò? Era forse perchè coll’astuzia sapeva celare il suo malore, deludendo la vigilanza materna? O forse tutti la lasciavano in pace per non tormentarla maggiormente?
Per certo ella si avvedeva che qualche cosa di nuovo accadeva nello stazzo: perocchè più volte aveva sorpreso in segreto colloquio le sorelle e la madre, e si era ben accorta che al suo appressarsi i discorsi venivano interrotti, o cambiati all’improvviso. Il cuore le diceva che si tramava qualche cosa per il muto.
Anton Stefano era diventato serio e meditabondo; pareva che fosse imbronciato con tutti, specialmente con la moglie. Spesso cenava senza dire una sola parola; o si allontanava bruscamente, senza che la moglie gli chiedesse ragione del suo broncio: — segno evidente che quei malumori erano frutto di precedenti diverbi fra marito e moglie. Talvolta Anton Stefano rispondeva di mala grazia a chi gli moveva qualche domanda; e si adirava senza motivo, cercando futili pretesti per dare in escandescenze. E questa sua condotta tanto più faceva meraviglia, inquantochè il pastore era piuttosto di carattere dolce e di una pazienza ammirabile.
Bastiano, dal suo canto era diventato ringhioso come un cinghiale. Girava intorno i suoi grandi occhi spalancati, quasi con essi volesse udire; e li piantava in faccia a tutti con una diffidenza, che da qualche mese non gli era più abituale. Giammai, come in quel tempo, gli era sembrata tanto penosa la mancanza dell’udito e della parola. Diventato dispettoso all’eccesso, era capace di sedersi in un canto del piazzale, e di rimanere colà due ore di seguito coi gomiti sulle ginocchia e col capo fra le mani.
Un nuovo personaggio era venuto nello stazzo dell’Avru:
— Giuseppe, uno dei nipoti di Anton Stefano. Costui parlava assai spesso colla Gavina; ma la Gavina si tratteneva con lui con una certa titubanza — massime quando il muto era presente. E tanto il muto, quanto la fanciulla, si erano accorti di una singolare dimestichezza fra Giuseppe e i due vecchi di casa. Anzi si era notato che parlavano sempre insieme, a bassa voce, in modo che gli altri della famiglia non udissero i loro discorsi.
Tutti dunque — nell’Avru — parevano sotto il peso d’una cura segreta che li tormentava. Le diverse cure parevano divise in tre distinti gruppi. L’uno si componeva dei due vecchi e del nuovo venuto; il secondo delle due sorelle di Gavina; e il terzo finalmente, di Gavina e di Bastiano il muto — i quali però non facevano causa comune, ma meditavano ciascuno per proprio conto, celandosi a vicenda i sospetti e l’inquietitudine da cui parevano turbati.
E perchè il lettore conosca le cause intime del turbamento che regnava nella famiglia di Anton Stefano, racconteremo i nuovi fatti avvenuti nello stazzo dell’Avru nel breve giro di due mesi.
VII. Il cugino Giuseppe
Giuseppe, parente di Anton Stefano, possidente di terre e di bestiami, da qualche tempo visitava con frequenza lo stazzo dell’Avru; e più volte s’era trovato col muto, ch’egli già conosceva per la trista fama che aveva acquistato nelle inimicizie dei Vasa coi Mamia.
Le visite di Giuseppe, prima rarissime, e ormai troppo frequenti, dovevano per certo avere una causa — e la causa c’era e si può di leggeri indovinare quando si consideri che Giuseppe era un bel giovine di vent’otto anni, e che nell’Avru abitava una bella cugina di sedici.
Una sera, Giuseppe, mentre trovavasi nello stazzo dello zio, si era messo a meditare sui propri casi, e si era persuaso ch’era ormai tempo di mettere su testa e casa; che la vita di scapolo a lungo andare viene a noia; e che era cosa saggia formare una famiglia per dividere coi propri figli quel po’ di fortuna che il buon Dio gli aveva concesso. Pensò che ancora era giovine; che con gli anni le forze mancano, e che è una grave sventura non aver molte braccia per lavorare le proprie terre.
E così ragionando, volse lo sguardo in giro, e i suoi occhi si fermarono per caso sulla cuginetta che faceva la calza sul limitare dell’uscio.
Guardate combinazione! per la prima volta soltanto si accorgeva, che la cuginetta, che per tanti anni egli aveva considerata come una bambina, si era fatta grande, belloccia, e buona padrona di casa.
Da quel giorno Giuseppe frequentò con più assiduità lo stazzo dello zio, e trascurò alquanto le sue faccende. Seduto in mezzo alla famiglia di Anton Stefano, egli raccontava qualche storiella, inventava burlette, e cercava tutti i modi possibili per entrare poco per volta nelle grazie della Gavina, la quale lo ascoltava con piacere, e faceva le grosse risate ai motti di spirito del galante cugino.
Dico entrare nelle grazie, poichè nei matrimoni sardi il volere dei genitori è sacro, e la volontà della donna è quasi sempre sottomessa all’autorità paterna. L’ottenere però le grazie di una fanciulla è già la metà dell’opera — e Giuseppe queste cose le sapeva.
La Gavina, in su le prime, prese gli scherzi di Giuseppe come si prendono i complimenti dei congiunti: con un po’ di riso, un po’ di celia, e molta compiacenza. I cugini innamorati hanno però un sopravvento sopra gli altri mortali: avendo vissuto insieme alle cugine, ne conoscono meglio i capricci e le debolezze, i pregi e i difetti; quindi, volendo spiegarsi vanno per la via più breve, e arrivano più presto all’intento. Aggiungete a questo la maggior fiducia e libertà che loro si concede dai parenti, e vi convincerete che ho tutte le ragioni del mondo per farmi forte di questa asserzione.
Quando però la Gavina si avvide che il cugino andava troppo oltre nelle celie, e che le sue occhiate erano troppo significanti, pensò bene di ritirarsi un po’ indietro e di opporre un po’ di ritegno alle scappatelle dell’innamorato. Il cugino, che diventava amante cessa per diritto d’essere parente; e non è più ammesso nei segreti di gabinetto, finchè il prete non gli conceda la benedizione nuziale.
Il primo pensiero di Gavina, non appena si accorse delle intenzioni del cugino, fu il muto; il suo primo sentimento fu una ripulsa netta, decisa, inesorabile. Che avrebbe pensato Bastiano della sua perfidia? Come avrebbe potuto vivere senza di lei? Chi si sarebbe più curato di quel reietto dagli uomini e da Dio, di quell’infelice deriso dalla natura e bersagliato dalla umana giustizia?
Queste considerazioni bastarono per farla star in guardia contro gli assalti del cugino, consigliandola a ridere con più schiettezza alle celie, ed alle dichiarazioni del nuovo innamorato, come se li considerasse un semplice scherzo permesso dalla stretta parentela.
Il riso è per le donne un’arma potente per tener a bada un uomo, senza esporsi al pericolo delle rampogne o di uno spiacevole sgarbo. Una donna che facilmente ride ad ogni complimento, si capisce assai poco; ma se Giuseppe capiva pochissimo la Gavina, capiva abbastanza per persuadersi che non gli era antipatico; ciò che bastava per non scoraggiarlo. Il resto sarebbe venuto in seguito. Pel momento gli era sufficiente quell’affezione, la quale, unita alla autorità paterna, poteva procurargli la moglie ch’egli aveva sognata, e in seguito le braccia necessarie alla coltivazione delle sue terre.
Giuseppe, intanto, si diede a valersi di tutto il suo ascendente sopra i vecchi genitori di Gavina, per strappar loro un consenso, che non poteva mancargli.
E da quindici giorni aveva incominciata la sua opera, con una pazienza e con una tenacità che provavano il suo amore per la giovinetta e il suo fermo proposito di piantar su casa, ed una famigliuola ammodo.
La Gavina, che vedeva inutili tutte le sue astuzie per scongiurare gli assalti del cugino, credette premunirsi contro le insidie pensando con più intensità al muto; e sperava di trovare motivo ad un rifiuto — vincolando la sua coscienza ad una promessa di fedeltà, che, in fondo in fondo, non aveva mai fatta. L’ingenua fanciulla aveva dimenticato che Bastiano era sordo e muto — vale a dire, che non aveva potuto svelare a lei il suo amore, e che da lei non aveva potuto udire una sola parola che lo autorizzasse a rimproverarle la mancata fede.
Giuseppe non aveva per anco esternato allo zio ed alla zia le sue intenzioni riguardo alla loro figliuola; egli rimandava di giorno in giorno la sua domanda di matrimonio; ma intanto, in quei giorni, aveva finito per innamorarsi pazzamente della cugina, tanto da diventare frenetico. Il lungo aspettare è per l’amante sempre fastidioso, e non fa che accrescere il desiderio del possesso. Si era così verificato; chè la Gavina, col suo ritegno, non aveva fatto che pregiudicare i propri disegni.
Se però Anton Stefano non immaginava le ragioni delle frequenti visite del nipote ben lo avevano immaginato la madre e le sorelle di Gavina: quella con una certa soddisfazione per il partito vantaggioso che si presentava alla figlia, e queste con una certa invidia dispettosa, per la fortuna che toccava sempre alla sorella minore.
Giuseppe aveva sul muto molti vantaggi: e fra gli altri ne aveva due che a una donna non potevano tornare discari: la leggiadrìa delle forme e il fascino della parola. Questi due vantaggi non potevano sfuggire alla graziosa figlia di Anton Stefano. Essa non poteva necessariamente stabilire confronti fra la figura simpatica ed aperta di Giuseppe, ed il volto accigliato e chiuso di Bastiano. Doveva senza pur vederlo — paragonare l’eterno silenzio che regnava intorno al muto, con la voce argentina e insinuante del cugino. Per quanto dagli occhi e dai lineamenti di Bastiano sfavillassero i pensieri che turbavano quell’anima irrequieta e misteriosa, pure tutto ciò era al disotto del fascino che esercitava la parola di Giuseppe, sempre ardente, armoniosa, irresistibile. Il cugino manifestava con poche parole, ciò che il muto non riusciva ad esprimere con un mondo di gesti e di suoni indistinti. D’altra parte, il linguaggio di Bastiano era limitato: pochi segni e pochi rantoli che rivelavano le sue sensazioni, più che i suoi sentimenti. Quelle labbra, quasi condannate all’immobilità, non avevano ricchezze di suoni. Il vocabolario del muto era povero, circoscritto — ristretto ai più urgenti bisogni della vita; e per quanto Gavina fosse addentro nei misteri di quell’anima tribolata, tuttavia non poteva percepire tutti i pensieri del muto; non poteva, dirò così, afferrare tutte le sfumature del sentimento che traboccava da quel cuore. Molte cose la fanciulla non capiva — e se fingeva capirle, ciò faceva per non affliggere il muto, il quale diventava furioso quando si accorgeva che mal si spiegava, o che non veniva compreso.
Vi era di più: il muto nell’impeto della passione, era orribile a vedersi, e destava quasi ribrezzo. La sua fisonomia si trasfigurava, le sue nari si dilatavano, le sue labbra si contraevano mandando suoni striduli, e gutturali, che non sapevano d’umano. Come le belve non aveva che suoni inarticolati.
Il muto era una creatura imperfetta — e Gavina lo sapeva. Essa era legata a lui da una profonda pietà — dal melanconico affetto che sentono le anime gentili per gli sventurati. Lo amava per le sue imperfezioni fisiche, per la sciagura da cui era stato colpito, per la sua vita errante e tribolata, per la convinzione che, senza di lei, tutti lo avrebbero odiato. Gavina voleva compiere la sua opera di redenzione; si era quasi votata a quella santa missione; si era prefissa un’opera di misericordia; si era imposto un sacrificio che voleva compiere ad ogni costo, anche a prezzo della propria felicità. Non era essa padrona del suo cuore e delle sue azioni? Chi poteva proibirle di amare e di proteggere uno sventurato?
Le sorelle maggiori e la madre erano ben lontane dall’immaginare quanto Gavina volesse bene a quell’infelice. Se lo avessero immaginato, forse non avrebbero incoraggiato nel muto la speranza d’esser corrisposto — non avrebbero concessa tanta libertà alla giovinetta, con la convinzione che la bruttezza del muto e le sue imperfezioni fisiche, fossero una garanzia sufficiente per allontanare l’amore. Dinanzi a quel deforme, una fanciulla non poteva temer pericoli — il cuore non poteva aver palpiti — la carne non poteva aver desideri!
Dunque la madre credeva in buona fede di non mancare al suo dovere, permettendo alla figlia i lunghi colloqui da solo a sola col muto. Bastiano non era un uomo, non era una tentazione, non era un pericolo: — era un aborto della natura. Bisognava solo guardarsene come un cane ringhioso che all’occasione poteva mordere — null’altro. Tutta la prudenza non consisteva che nell’accarezzarlo — ecco tutto!
Abbiamo detto che Gavina si era imposta il sacrificio di amare e proteggere il muto; ma bisogna aggiungere, che, quando ciò prefiggeva, ella non aveva ancora veduto il cugino; o, meglio, non aveva da vicino apprezzato le belle doti di quell’uomo che le aveva parlato di amore con una parola calda, melodiosa, affascinante. Giurò a se stessa, in buona fede — ma fu imprudenza, perchè non considerò che il domani è nelle mani di Dio, e che è pericoloso per una fanciulla di sedici anni star vicino ad un uomo di trenta — anche quando è sordo e muto!
Fatto sta che, agitata da due opposti sentimenti, e spaventata dalla lotta che s’impegnava nella sua anima, Gavina da un mese viveva una vita d’inferno. Le sue veglie erano piene di angoscie e di paure — i suoi sonni turbati da cento fantasmi.
In mezzo alle lotte disperate, quella debole creatura trovò le forze di prendere una ferma risoluzione: — fuggire Giuseppe. Gavina voleva essere come Bastiano — sorda ad ogni parola, muta ad ogni preghiera.
Bastava ch’ella vedesse il cugino, perchè si desse alla fuga; bastava udisse la voce di Giuseppe perchè impallidisse, si turbasse, e sospendesse ogni faccenda domestica.
Ogni parola la faceva trasalire — ogni suono la faceva fremere. Tendeva paurosamente l’orecchio ad ogni rumore, e bastava il gemito del vento perchè il suo cuore accelerasse i palpiti. Era capace di piantare bruscamente la comitiva con un futile pretesto, se sentiva le pedate, o la voce di Giuseppe che arrivava allo stazzo. Che più? si era persino ridotta a fargli degli sgarbi.
Il contegno della Gavina non tardò a impressionare seriamente la famiglia. I suoi modi poco urbani non facevano che compromettere la pace domestica, minacciando anche di provocare spiacevoli conseguenze, tenuto conto del carattere irritabile dei galluresi.
La vecchia colse più volte occasione per rimproverare la figlia; e giunse persino a minacciarla. Il padre la sgridò severamente, e le sorelle non facevano che maltrattarla dal mattino alla sera.
— Perchè simili smorfie? — le dicevano. — Che ti ha fatto Giuseppe? La più bella e la più ricca fanciulla di Gallura si chiamerebbe ben fortunata delle gentilezze di tuo cugino: e tu lo tratti in tal modo? A lui sempre il broncio e al muto tutte le attenzioni: Giuseppe sempre disprezzato — e quel sordone, quel bandito, quel mostro, sempre oggetto delle tue carezze. Va! sei pure la sciocca e la gran capricciosa! Ma già! Dio dà sempre il pane a chi non ha denti!
E la Gavina, muta ai rimproveri delle sorelle, non faceva che sospirare e piangere.
— Zoticona — le diceva il babbo — chi ti ha insegnato simili villanie in casa mia? Non si può, dunque più scherzare? Guai a te se non cambi maniera con Giuseppe!
E Gavina piangeva come una bambina, e non sapeva rispondere. Si ritirava nella stanza da letto, e là dava sfogo alle sue lagrime.
Un giorno si trovava sola nell’orticello, intenta a cogliere i fagiolini, udì uno stropiccio di passi, e vide a sè dinanzi Giuseppe. Gavina tremava come foglia, e si fe’ bianca come un pannolino di bucato.
— E perchè tanta paura quando io ti parlo? Che mai ti ho fatto, o Gavina, perchè tu mi tratti in tal guisa? Ti sei forse offesa perchè ti ho detto di volerti bene? Le mie intenzioni sono oneste, ed è mio divisamento di chiederti in moglie al babbo. Ti dispiacerebbe dunque ch’io ti conducessi meco, per formare una famiglia? — Ebbene — dimmi francamente che ti sono antipatico, ed io partirò subito, giurandoti di mai più rivederti.
Vi era tanto affetto e tanto dolore nell’accento di Giuseppe che Gavina ne fu vivamente commossa.
— Giuseppe — gli rispose — no; non mi sei antipatico; non mi sono offesa delle tue dichiarazioni, nè avrò mai a male le parole di colui, col quale ho passato la parte più bella della mia fanciullezza. Ma....
— Ma?....
— Ma, per ora lasciami in pace — non interrogarmi....
Più tardi, forse, ti dirò tutto....
— Dimmi almeno che....
Un grido della fanciulla, interruppe la frase del giovine il quale vide la cugina arrossire fin nel bianco degli occhi, e prendere la corsa verso lo stazzo.
Meravigliato di un tal contegno, Giuseppe seguì con gli occhi la cugina che si allontanava; e nel voltarsi notò il muto dietro l’opposto muro di cinta.
Giuseppe andò incontro a Bastiano con un cordiale sorriso; e nella presenza dell’importuno credette aver trovata la causa, della scomparsa di Gavina. Fin’allora egli aveva ignorato le intenzioni del muto, perchè le donne si erano ben guardate di palesare a Giuseppe lo scherzo innocente fatto a quel disgraziato.
Giuseppe salutò col capo Bastiano; ma, distratto com’era non si avvide del feroce sorriso che errava sulle labbra della belva gelosa; la quale da qualche tempo si era accorta del sentimento che nutriva il suo rivale per la figlia di Anton Stefano.
Quella sera Giuseppe aveva preso la risoluzione di tradurre in atto il suo progetto. Si era proposto di prender moglie, nè voleva più oltre indugiare nel far la domanda ai genitori della cugina.
VIII. La domanda di matrimonio
Anton Stefano aveva terminato il suo pranzo frugale; e se ne stava, al solito, sdraiato sotto un elce che trovavasi sotto il riparo di un macigno, a breve distanza dallo stazzo.
Giuseppe, arrivato nel momento all’Avru, senza neppur salutare le donne, si era incamminato verso il pastore, e gli sedette al fianco. Dopo avergli dato il buon giorno, prese addirittura a entrare nell’argomento.
— Anton Stefano, voi avete notato da qualche tempo la frequenza delle mie visite al vostro stazzo; e son persuaso che avrete chiesto a voi stesso la ragione della mia premura insolita nel salutare la vostra famiglia.
— Difatti — non lo nego — le tue visite frequenti mi hanno stupito alquanto. — Giuseppe — ho detto fra me stesso — lascia le sue terre troppo in abbandono, e trascura i suoi interessi!
— Che cosa avete pensato di me?
— Che volevate darvi alla vita dello scioperato.
— E vi siete ingannato! Io invece, qui venendo, non ebbi in animo che di metter testa, e di cominciare una vita più seria e più attiva!
— E come questo?
— Ve lo spiego in due parole, e senza preamboli. Voglio prender moglie!
— E venite a me per chiedere un consiglio?
— Oibò! vengo a voi per chiedere la moglie.
— A me?
— Sicuro. Perchè voi solo potete darmela: voglio la Gavina!
Anton Stefano, che era sdraiato, si alzò di colpo e si mise a ridere.
— Mia figlia....?
— Sì, vostra figlia! — non fatemi osservazioni di sorta, perchè ci ho pensato a lungo. La mia età, la mia condizione, la mia moralità, il mio patrimonio, son tutte cose a voi note, nè avete bisogno di attingere informazioni al mio riguardo. Rispondete dunque netto e senza complimenti: me la date, sì o no?
Anton Stefano riaccese lentamente la pipa che si era spenta, si aggiustò il berretto, prendendo tempo per rispondere. La risposta alla domanda di Giuseppe fatta così a bruciapelo, non era così facile a darsi, come il suo parente credeva.
Si avvide subito Giuseppe, dell’impressione prodotta nel vecchio, dalla sua domanda — e se ne sgomentò. Che cosa poteva impedirgli di dare una risposta affermativa, spontanea? Perchè quella nebbia e quell’improvviso cambiamento nel volto del vecchio? Con gli occhi fissi in quelli dello zio, egli aspettò trepidante una risposta, che tardava troppo ad uscirgli dalla bocca.
Dopo aver carezzato a più riprese la sua barba grigia, Anton Stefano, rivolto al giovine gli disse con tono grave e solenne:
— Capirai, Giuseppe, ch’io ti conosco, e che il riceverti come figlio nella mia famiglia sarebbe un onore, di cui andrei orgoglioso. Miglior partito per la mia figliuola non potrei pretendere, nè essa troverebbe. Vi è però un ostacolo grave che si oppone al tuo e al mio desiderio — trattasi di delicatezza, di prudenza, di cuore, e....
— Ostacolo grave?.... di delicatezza?.... Non capisco!
— Ho motivo di credere che Gavina non sia affatto libera di cuore....
Un sudore freddo bagnava la fronte di Giuseppe. A questa rivelazione sentì una mano comprimergli il cuore. Senza volerlo, ripensò allora al contegno strano di Gavina, alla sua perplessità, ai modi singolari, che fin allora egli aveva creduto frutto di timidezza e d’ingenuità.
— Avete motivo a credere che Gavina non sia libera? — ripetè, dubitando di aver male inteso.
— Sì, vi è forse un altro pretendente, che potrebbe creare qualche disturbo a me.... ed a voi!
— Un altro pretendente....?
E Giuseppe cercava col pensiero chi poteva essere quest’uomo a lui sconosciuto. Da due mesi circa che egli frequentava lo stazzo, non aveva mai veduto alcuno che potesse ispirargli timore. Per quanto si torturasse la mente, non potè rintracciare il suo misterioso rivale.
— E quest’uomo frequenta il vostro stazzo?
— Sì.
— Ed io lo conosco?
— Sì.
— Ditemi il suo nome.
— Bastiano.
Giuseppe si rizzò in piedi come spinto da una molla, e facendosi presso al vecchio, ripetè:
— Bastianu Tansu?
— Egli stesso.
— Il sordo-muto?!....
— Il sordo-muto!
La calma tornò di nuovo nel cuore di Giuseppe; e componendo il labbro ad un amaro sorriso, esclamò, quasi offeso:
— Anton Stefano, voi scherzate e volete farvi giuoco di me. Ciò non sta bene, quando si tratta di cose serie!
Il vecchio soggiunse con pari serietà;
— Io non uso scherzare, quando trattasi dell’avvenire di mia figlia, e della lealtà del giovane onesto che me la chiede. Ho detto il vero!
Giuseppe si passò una mano sulla fronte, credendo sempre di sognare.
— Ma.... — soggiunse dopo una breve pausa, — Gavina si contenta?
— Non lo so. Potrebbe anche contentarsi!
— Potrebbe? Siete dunque voi che volete questo matrimonio?
— Nè io nè mia moglie possiamo volere per genero un sordo-muto.
— Nè un volgare assassino....
— Giuseppe....!
— Sì un assassino; sarei anche capace di dirglielo in faccia! — gridò indignato il giovine, non credendo ancora a quanto il vecchio andava narrandogli. — Spiegatemi almeno come stanno le cose.
— Ma... non saprei forse spiegarle. Il muto da qualche tempo frequenta il mio stazzo... ci aiuta, fa qualche lavoro, ed ha un carattere dolcissimo. Si mise però in testa che la Gavina potesse far per lui; si lusingò.... non so di che; prese sul serio certi scherzi delle donne... e pare che nutra delle serie speranze.
— Ed è tutto questo?
— Sì.
— E vi fece intendere la sua intenzione...?
— Oh, mai.... ha fatto, così qualche regaluccio....
— E allora...?
— Voi conoscete il muto... sapete quanto è feroce quando si mette in testa una cosa....
— Ma vi è mezzo di fargliela togliere — esclamò vivamente Giuseppe, con gli occhi che mandavano lampi. — Gli si dice con le buone... e se con le buone non intende, si ricorre alle cattive... e si mette addirittura alla porta. Insomma, io vi domando la mano di vostra figlia Gavina — esclamò risolutamente il giovine. — Me la date sì o no?
— Per parte mia ve la concedo, e con piacere; però pretendo seriamente che il muto non sia molestato e che io non abbia a soffrire alcun disturbo, o dispiacere: egli è parente dei Vasa, e ben so quanto bisogna andar cauti in fatto di inimicizie. Tutte le grandi cose, in Gallura, furono sempre partorite dalle cose piccole — e so quel che mi dico. Abbiate dunque pazienza, o Giuseppe, se è vero che amate la mia figliuola; e se vi riuscirete con la prudenza e con l’astuzia a far ricredere il muto delle sue stolte pretensioni, il contratto e bell’e stabilito, nè se ne parli più.
Stasera ne terrò parola a mia moglie, e vedremo il partito da prendere. — Vi prevengo però: desidero, anzi voglio, che si prendano tutte le cautele; senza ricorrere, cioè a mezzi violenti e a scene spiacevoli, amo la tranquillità della mia casa e della mia famiglia, nè voglio immischiarmi in contestazioni, che ho saputo evitare per ben cinquant’anni. Non vorrei aver disturbi nella vecchiaia. Non vi dico altro!
— E sta bene. Io penserò a soddisfarvi.
E così dicendo Giuseppe si era allontanato dal vecchio, il quale, per tutta quella sera, non fece che ripensare alla domanda del nipote, studiando tutti i mezzi per togliersi d’impaccio nell’intricata situazione. — E aggiungete che Anton Stefano, che era una buona pasta d’uomo, aveva taciuto a Giuseppe, ciò che sempre aveva taciuto in famiglia. In fondo in fondo il muto non gli dispiaceva, nè aveva mai creduto un peccato mortale concedergli la figliuola. Bastiano non poteva dirsi brutto; era un instancabile lavoratore, aveva dell’abilità, e non mancava di cuore.
— Gran che l’esser sordo-muto! diceva nell’intimo della sua coscienza. — Conosco tanti giovanotti che parlano e che ascoltano, eppure son più muti e più sordi di Bastiano! Ma andate a dire queste cose alle mogli e alle figlie! Vi mangiano vivi.
*
Giuseppe meditò a lungo sul dialogo avuto col pastore, nè arrivava a persuadersi dell’accaduto. Alla sua mente ritornavano certe circostanze non prima avvertite — e fra tutte la improvvisa comparsa del muto nell’orticello, e il grido e la fuga della fanciulla.
Quel grido era amore, od era paura?
Ecco quanto voleva sapere Giuseppe. Qual sentimento aveva turbato la cugina? Poteva essa nutrire una passione per quello storpio? Ciò non era probabile. — La mente di Giuseppe rifuggiva da simili ipotesi. Come mai Gavina poteva lasciarsi allucinare da un essere di quella fatta?
Dunque?.... Bisognava cercare il segreto di quell’intrigo. Che cosa accadeva nello stazzo?
Un pensiero balenò alla mente del giovine: — il muto si era imposto col terrore — con quel terrore che lo aveva reso celebre nella sanguinosa lotta che s’era impegnata fra le fazioni dei Vasa e dei Mamia. Col terrore voleva imporsi al cuore della timida fanciulla — col terrore, voleva carpire il consenso dei genitori — col terrore, infine, sapeva allontanare da Gavina tutti quelli che gli davano ombra.
E ciò Giuseppe non poteva tollerare, nè come amante, nè come amico, nè come parente della famiglia di Anton Stefano. E che? non vi sarebbe dunque stato un uomo in Gallura, capace di far stare a dovere il muto? era poi tanto potente e terribile costui? Non era egli un uomo di carne ed ossa come gli altri?
— Dicono che sia figlio del diavolo — concludeva Giuseppe. — Ebbene, anche per il diavolo quando ogni mezzo mancasse, c’è l’acqua santa!
Giuseppe, nel segreto del cuore, passava in esame tutti i mezzi validi per far ricredere quel forsennato; ne trovava molti, ma c’era un guaio; bisognava far le cose in modo da non dispiacere al futuro suocero, che rifuggiva dai forti attriti, — e da non spaventare la cugina, che egli già amava alla follìa. Il pensiero che un altro aspirasse a quella graziosa creatura, lo inquietava molto e allo stesso tempo non faceva che accrescere la sua passione. Provava come un dispetto geloso — si sentiva umiliato d’essere costretto a lottare con un essere che egli credeva molto inferiore a lui, sotto tutti i rapporti.
Anton Stefano — la stessa sera — tenne parola alla moglie della domanda formale di Giuseppe, e dei timori che gli incuteva il muto. Non si può immaginare la gioia con la quale la vecchia accolse la fausta nuova, che d’altronde era per lei assai vecchia; perocchè la madre di Gavina aveva avuto più volte occasione di esplorare le intenzioni di Giuseppe per la sua figliuola.
Da quel momento la vecchia prese impegno di guidare lei stessa le cose.
— Lasciami fare — aveva detto al marito — se vorrai secondarmi prendendo consiglio da me, condurrò le cose, in modo, che rimarrete tutti contenti.
— Temo però che noi le abbiamo troppo imbrogliate! Aveva esclamato il vecchio, non sapendo vincere un presentimento che da lungo tempo lo tormentava.
— Fida in me!
— Che Dio e San Gavino di Petra Màina ci aiutino!
— E così sia!
IX. Tra madre a figlia
Una sera, mentre le due figlie maggiori e le serve erano tutte riunite nell’orticello, occupate nella raccolta dei legumi, la vecchia madre prese di fronte Gavina, la quale era rimasta sola nello stazzo, e le disse:
— Il tuo contegno misterioso ha già di troppo tenuto in pensiero la famiglia. È tempo ormai di togliere di mezzo qualunque equivoco. Rispondimi subito e senza reticenze! Dammi ragione della strana condotta che tieni con tuo cugino.
La fanciulla, colta alla sprovvista arrossì, abbassò gli occhi e tacque.
— Rispondi: nutri dunque dell’odio per Giuseppe? Perchè lo fuggi?
Gavina, tremante come foglia, celò il volto nella palma della mano.
La vecchia, allora, le afferrò con violenza il braccio le alzò con forza la testa, e costrinse la fanciulla a guardarla in viso.
— Lascia le moine ridicole, e rispondimi: — perchè fuggi Giuseppe?
Dominata dal rigore materno, e in un accesso di passione, Gavina ruppe in singhiozzi; ed esclamò vivamente con accento concitato:
— Ma non vi siete dunque accorte che io fuggo Giuseppe perchè l’amo troppo, perchè la sua voce mi fa troppo male, perchè i suoi occhi mi bruciano il corpo e l’anima!?
E la fanciulla, vergognosa, nascose il volto nel seno della madre, e arrossì fin nel bianco degli occhi. La fisonomia della vecchia si rischiarò d’una gioia improvvisa; ella sorrise a sè stessa; e chinandosi all’orecchio della figliuola, mormorò con voce dolce e affettuosa:
— E... se Giuseppe ti avesse chiesta in isposa?....
— Lo rifiuterei con tutte le mie forze!! — esclamò risoluta la fanciulla, levando la faccia.
— E se noi si volesse che tu lo sposassi?
— Mi lascerei percuotere, uccidere da voi, ma non diverrei mai la sposa di Giuseppe, finchè....
E la fanciulla esitava.
— Finchè....
— Finchè il muto mi vorrà bene!
— Sei matta!?
— Non capite che giammai darò a Bastiano il dolore di un mio rifiuto, dopo che egli ha tanto bisogno del mio affetto, dopo che voi... sì voi!... gli avete fatto credere d’essere riamato? Sarò infelice, soffrirò per tutta la vita, ma non mi torturate più oltre. Finchè il muto vivrà nella speranza del mio amore, io sarò irremovibile nel mio proposito. Non sposerò nè l’uno nè l’altro — ecco il sacrificio che posso fare; ma non domandate altro da me!
La madre credeva di sognare; e stava già per rispondere alla figlia, quando d’improvviso questa si tolse alla sua presenza, e sparì nell’altra camera.
La vecchia volse uno sguardo alla porta, e vide il muto che si avvicinava allo stazzo, col fucile in ispalla e con gli occhi a terra. Non aveva veduto Gavina.
Fu allora che la vecchia prese un’istantanea decisione. Andò incontro al muto, gli fece capire che la seguisse perchè aveva comunicazioni da fargli, e lo condusse nel vicino chiuso, dove si trovava Anton Stefano, seduto sotto un elce.
Dopo averlo invitato a sedere, la vecchia cominciò a fargli capire co’ segni che gli avevano sempre voluto bene, e che sempre lo avevano accolto nello stazzo come un onesto e carissimo amico.
Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi occhi sfavillavano di contentezza, volendo dare un significato troppo benevolo a quella prima dichiarazione.
La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora avevano con lui scherzato a proposito della figliuola — autorizzati a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia ma che era tempo ormai di regolarsi perchè si trattava di cosa seria. Essi — i genitori — non potevan più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.
Quantunque la madre s’ingegnasse di far capire al muto simile proponimento con gesti abbastanza espliciti, perchè abituata da qualche tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera pareva nulla comprendere: forse perchè troppo lontano dalla crudele disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per mezzo di segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche sciagura gli sovrastava, poichè la fisonomia di quella donna era chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui, lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.
La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di cartone, e la consegnò al muto.
Quegli l’aprì, vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.
Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazione con gli occhi, con la bocca e con tutta la persona.
La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso di sè quegli oggetti.
— Per qual motivo?
— Perchè la comprometterebbero.
— Ma perchè allora accettarli? — fe’ intendere il muto.
— Per sola amicizia, per non offenderti.
— E perchè non può tenerli come dono di amicizia?
— Perchè un sol uomo può regalare simili oggetti; un promesso — e tu non fosti mai tale.
— Non gli si disse, che, se lavorava nello stazzo per conto loro, gli avrebbero concesso la fanciulla?
— Fu uno scherzo!
— Non gli si disse che Gavina gli avrebbe voluto bene?
— Fu uno scherzo!
— Perchè lusingarlo, accettandolo nello stazzo?
— Scherzo!
— E che male potrebbe venire a Gavina, se ritenesse, come una memoria, i suoi orecchini?
— Potrebbe spiacere all’uomo che la chiedesse in isposa.
— Ma quest’uomo non c’è!
— C’è!
— Chi mai?
— Giuseppe!
Questo dialogo era stato fatto a furia di segni e di urli — ma il muto aveva capito. Mandò un grido, gettò uno sguardo fulminante sulla coppia che gli stava dinanzi, e ripose in tasca con moto febbrile la scatoletta di cartone, che la vecchia gli aveva restituito. Era una fiera, un pazzo — e ne ebbero paura.
Il muto riflettè alquanto; poi, digrignando i denti, mostrò il pugno chiuso ad entrambi; afferrò con mano confulsa la canna del suo fucile; tolse di tasca il suo fazzoletto, lo lacerò coi denti, e lo gettò ai loro piedi; quindi strinse sul petto le due braccia in forma di croce, indicò il cielo, segnò col dito lo stazzo; e piegò leggermente la testa sulla palma della mano destra. Con tali segni egli aveva detto:
— Giuro di uccidervi tutti, se non manterrete la promessa, concedendomi in isposa la vostra figliuola!
E senza aspettar risposta, Bastiano si diede a correre verso la campagna, come se fosse inseguito. Non si volse, non sostò mai; andò sempre innanzi, saltando su per le rocce, senza sapere ove andasse.
Era nuovamente diventato una belva.
Anton Stefano e sua moglie lo seguirono macchinalmente con gli occhi per un buon tratto, poi si guardarono in faccia.
— Ebbene — disse la moglie.
— Ebbene... temo che la cosa vada a finir male!
— Lo credi proprio?
— Sì!
— Allora puoi toglierti i calzoni e metterti le gonnelle perchè non sei che una femminuccia!
X. Un giuramento
Il muto era fuor di senno; e Anton Stefano ben sapeva di quanto sarebbe stato capace quel mostro per mettere in opera la sua minaccia.
Non frappose tempo in mezzo. Anton Stefano all’indomani, si recò negli stazzi della Trinità per conferire coi Vasa e con gli altri parenti di Bastiano. Espose lo stato delle cose: le minaccie e le pretensioni del muto, i timori e le inquietudini della famiglia.
I parenti, essi stessi, riconobbero le sciocche pretese del muto, e promisero d’intromettersi nella questione per scongiurare qualunque imprudenza. Essi assicurarono Anton Stefano, che avrebbero calmato Bastiano, strappandogli il giuramento che non avrebbe recato danno ai parenti della Gavina. E se riuscivano ad ottenere la promessa, si poteva star tranquilli, poichè Bastiano era scrupoloso nel mantenere un giuramento: avrebbe cento volte perduto la vita, anzichè mancare alla sua parola. In mezzo ai suoi vizi, il muto possedeva la virtù di qualunque sacrificio. Strano miscuglio di fierezza, di generosità e di ferocia!
Il muto — sollecitamente consultato — fu irremovibile nel suo proposito, e rispose ai parenti che l’insulto ricevuto era stato sanguinoso, e che il rinunziare alla vendetta era tal vigliaccheria che non entrava nel suo carattere e nelle sue abitudini.
Passarono alquanti giorni. L’ira del muto si era a poco a poco calmata, per dar luogo a riflessioni più ragionevoli.
Nelle sue lunghe solitudini, errante per la campagna, egli ripensò ai suoi casi: al suo primo incontro con Gavina — alle gentilezze della famiglia di Anton Stefano che lo aveva accolto nel suo seno come un figlio, senza badare ch’era un fuggiasco, un perseguitato, un assassino; pensò che nell’Avru aveva trovato asilo, pane, compassione; pensò alla bella fanciulla tanto cortese con lui, riflettè con mente serena all’accaduto, e si persuase che non era giusto prendere da quella famiglia il sacrificio di Gavina; non trovava giusto che quella ingenua e cara figliuola si vincolasse ad una creatura imperfetta, ad un sordo-muto condannato ad una vita errante, ad un colpevole inseguito dalla giustizia. Finì per persuadersi che non era stato un galantuomo; che doveva riconoscenza a Gavina — alla sola fanciulla che dopo sua madre, lo aveva amato; si persuase che non doveva rispondere con ingratitudine ai benefici ricevuti, recando la guerra dov’egli aveva trovato la pace — recando la sventura dove aveva trovato il conforto.
Stanco di aver camminato tutta la giornata in preda a tante emozioni, Bastiano sedette, chiuse la testa fra le due mani, e si diede a piangere forte a singhiozzi, come un bambino.
Si sentiva troppo solo, troppo abbandonato, non aveva più casa dove recarsi per riposare, per ricevere una parola di conforto. Cacciato dallo stazzo di Anton Stefano, non gli restava da invocare che la morte. Da un anno era stato un onest’uomo — ed ora era sul punto di diventare un assassino.
E fu appunto in uno di questi momenti di ambascia e di sconforto, in cui la creatura umana sentesi capace di slanci generosi, che il Vasa ed i parenti trovarono il muto, e lo esortarono alla pace, alla clemenza, ed all’oblio; fu in un di quei momenti che lo colsero e gli strapparono il giuramento di non mai recare offesa alla famiglia di Anton Stefano.
Bastiano giurò solennemente: ma non fu per riguardo a Giuseppe, suo rivale, che in grazia di Anton Stefano e della moglie, i quali lo avevano troppo offeso e quasi scacciato! — egli giurò per il solo affetto di Gavina che amava tanto, e che avrebbe per sempre perduta, abbandonando lo stazzo.
E quando Bastiano Tansu giurava, sapeva mantenere con la vita il giuramento; e i parenti lo sapevano — e lo sapeva tutta la Gallura!
XI. Cuor di madre
Quando la famiglia di Anton Stefano seppe dai Vasa del giuramento strappato al muto visse più tranquilla.
La madre di Gavina cominciò a vedere il frutto de’ suoi raggiri — ma non era ancora soddisfatta. Il muto aveva tutto obliato — o almeno aveva finto di obliare; ma egli non aveva sospese le visite all’Avru, dove si presentava per passarvi al sicuro qualche notte, per chiedervi un tozzo di pane, o per lavorare volenteroso.
La presenza del muto nell’Avru non tornava gradita ad alcuno, poichè poneva inciampo alle intenzioni di Giuseppe, teneva in continua agitazione i due vecchi, e impediva alla Gavina di mostrarsi benevola col cugino. Essa lo aveva ben detto alla madre; «finchè il muto mi vorrà bene, io non sarò mai d’altri, poichè non voglio che soffra!»
E per vero era incomprensibile il sentimento che avvicinava Gavina a Bastiano! Era pietà, riconoscenza, rimorso, o paura? Forse un po’ di tutto. Da qualche tempo l’improvvisa comparsa del muto faceva in lei uno strano effetto. Dinanzi a lui rimaneva come paralizzata, subendo il fascino di quelle nere pupille che la fissavano, come la vipera fissa l’uccelletto per ammaliarlo. Ma perchè, poi? l’ignorava! Sapeva solo d’essere schiava di quell’uomo — e gli ubbidiva ciecamente come se lo riconoscesse per suo Signore. Non aveva paura, ma gli voleva bene, la sdegnava la sua presenza, ma si sentiva inquieta quando lo sapeva lontano.
Gavina, ormai, non comprendeva sè stessa. Giunse persino a credersi dominata dallo spirito infernale — e invocò il perdono di Dio, nel dubbio ch’ella fosse dannata. Pregò, stancò il Cielo — ma nessun santo le tolse dal cuore il misterioso sentimento che la turbava.
A Giuseppe avevano taciuto le minaccie di Bastiano e gli accordi presi co’ parenti. Nè Anton Stefano, nè sua moglie, avevano creduto conveniente informarlo dell’accaduto. Le circostanze erano gravi: il vecchio non era troppo alieno dall’accordare al muto la mano della sua figlia: la madre però, donna prudente, si era incaricata dell’assestamento delle cose e pensava a trar profitto della situazione.
Il muto, dal suo canto, non supponeva le cose inoltrate come lo erano: credeva anzi che Giuseppe ignorasse sempre le sue intenzioni a riguardo di Gavina.
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Dal giorno che la vecchia gli aveva restituito i doni, il muto non si era mai trovato da solo a sola con la fanciulla; poichè la fanciulla aveva saputo trovar modo di sfuggirlo — come sfuggiva Giuseppe, di cui era seriamente innamorata.
Dacchè Bastiano aveva fatto ritorno all’Avru, si era notato un cambiamento nelle sue abitudini. Non scherzava più nè rideva come prima; sedeva in un canto del piazzale, e lavorava tranquillamente non preoccupandosi di nulla — neppure delle insidie che potevano venirgli tese come bandito. Ma da questo lato aveva sempre una misteriosa sorvegliante: Gavina — la quale, quantunque in apparenza distratta, non dimenticava mai di volgere uno sguardo all’ingiro, per far la guardia al suo protetto.