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I viaggi di Gio. da Mandavilla, vol. 2

Volume 2 — Trattato bellissimo delle più maravigliose cose (continued 3)

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DI DUE ISOLE, NELLE QUALI ABITANO GIGANTI DI GRANDE STATURE, E FEMMINE TERRIBILE COME EL BASILISCO.

Appresso, oltre a questa valle, è una grande isola, che v'è giganti lunghi XXVIII. o vero XXX. piedi. Questi non portono altri vestimenti che di pelle di bestie sabatiche, le quali e' pongono sopra loro come si levano da dosso alle bestie, e non ànno pane, e mangiono carne cruda, e beono sangue; però che ànno assai bestiame; e non ànno case; e mangiono più volentieri carne umana che altra carne. In questa isola niuno v'entra volentieri, nè vi si apressa, però che se eglino vedessino una nave con gente dentro, e' mangerebono bene quelle genti. In un'altra isola di là da questa, sicondo che ci dicevono le genti di quel paese, v'erano assai giuganti magiori, come di grandeza XLV. o vero L. piedi, e altri vi sono lunghi L. gomiti; ma noi non gli vedemo punto, nè volontà avavamo d'aprossimarsi a quel luogo; imperò che niuno entra in quel paese, nè in altro, che non sia divorato. Fra questa gente son pecore così grande come sono buoi di qua, e ànno la lana grossa rispondente della grandeza. Io ò ben veduto di queste pecore molte volte, e molti sono stati veduti di questi giuganti pigliare la gente in mare, e portarne dua in ciascuna mano e andarli mangiando crudi. Un'altra isola è verso austro, dove sono molte crudele femine e malvage, le quale ànno pietre preziose negli orechi, e sono di tal natura, che se riguardono alcuna persona con ira, egli la uccidono solamente del guardare, a modo che fa il bavalischio.

D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE TENGONO IN ISPOSARE LE LOR MOGLIE, E PERCHÈ NON DORMONO LA PRIMA NOTTE CON LORO, MA E' VI DORME UN ALTRO.

Un'altra isola v'è molto grande e molto buona e bene popolata, nella quale è usanza, che, la prima notte che lo sposo debe giacere co la moglie, e' fanno giacere un altro uomo con lei per dispulzellarla[54], e di ciò gli donono buon salario: e, per questo mistiero, in ogni villa sono certi valletti o vero servidori, i quali non fanno altro che questo; e chiamono questi in suo linguaggio cadeberia, e suona in nostra lingua, matto, disperato; però che quegli del paese riputono questo così gran cosa, e tanto pericolosa, cioè ispulzellare una femina, ch'a lor pare, che quegli che la dispulzellano si mettino a dubio di murire; e se la seconda notte e mariti non truovono le moglie dispulzellate per alcuna cagione, egli si lamentono del valletto, el quale non à fatto el suo dovere, non altrimenti che 'l servidore l'avessi voluto uccidere. Ma oltra la prima notte, da poi che sono dispulzellate, egli le guardano strettamente, che non ànno tanto ardimento che ardischino a parlare ad alcuno. Noi gli dimandamo per qual cagione e' tenevono sì fatta usanza: e' risposono, che, per dispulzellare femine, anticamente alcuni ne sono morti; però che eglino avevono serpi nel ventre. Per questa cagione e' mantengono questa usanza ancora; tutta via si fanno fare credenza del passo, prima che egli si menino alla ventura.

D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE ÀNNO QUANDO NASCE UNO E QUANDO MUORE, E DEL RE DI COSTORO, E DELLA BUONA GIUSTIZIA CHE S'OSSERVA IN QUESTO PAESE.

Apresso è una grande isola, dove le femine fanno gran dolore quando nascono e figliuoli; e quando e' muoiono fanno grande allegreza e gran festa; e così morti gli gittono in un gran fuoco ardente. E quelle che amono i lor mariti, se gli lor mariti muoiono, egli si gittono nel fuoco con loro e li figliuoli, e dicono, che 'l fuoco gli purgherà da ogni immondizia e da ogni vizio, e puro e netto se n'anderà nell'altro mondo, e i mariti loro gli meneranno seco. E la cagione perchè lor piangono, quando e figliuoli nascono, e che fanno alegreza quando e' muoiono, si è, che dicono, che quando e figliuoli nascono, e' vengono nel mondo a la fatica, al dolore e a tristizia; e quando e' muoiono e' vanno al paradiso, dove ànno fiume di latte e di mele, e vivono in allegreza e in abundanza di beni, sanza dolore e sanza fatica. In questa isola si fa un Re per elezione, e non si elegge il più nobile, nè il più rico, ma tutta via si elege colui che è stato di buoni costumi e di virtù dotato, e che è di grande etade, e che non abia alcun figliuolo. In questa isola sono gl'uomini molto leali e molto diritti, e fanno diritto giudicio a ciascuno, così del grande come del piccolo, sicondo il delitto commesso. El Re di questa isola non può giudicare l'uomo a morte sanza el consiglio de' suoi baroni, e conviene che tutta la corte se n'accordi. E se 'l Re, lui medesimo fa omicidio, o vero commetta cosa da morte, conviene che muoia così bene, come farebe una spezial persona; non però che a lui sia messa mano, nè toccato, ma è divietato che niun sia tanto ardito che gli faccia compagnia, nè che gli sia parlato, nè che gli sia donato, nè venduto alcuna cosa, nè che uomo gli ardisca a servire, nè che li sia dato mangiare e bere; e in cotal modo gli conviene murire in miseria. Egli non perdonono ad alcuno che abia fallito, nè per amore, nè per favore, nè per richeza, nè per grandeza: a ognuno è fatto giustizia, secondo el loro delitto. Tra quelle isole v'è un'altra isola, dove è grande abundanzia di gente, le quali per cosa alcuna non mangerebono carne di lepre, nè di gallina, nè d'oca; e nondimeno molte ne notricono per vendere e solamente raguardare; e mangiono carne d'ogni altra bestia, e beono latte. In questa isola e' pigliono i lor figliuoli, le sorelle sue, li lor parenti per moglie; e se in una casa sono X. o XII. uomini, tutte le moglie loro sono comune a ognuno, sì che ogni uno dorme con chi gli piace, ma per una notte con una, e l'altra coll'altra; e il figliuolo è dato a colui che prima giace colla madre; e a questo modo non si sa di chi si sia il figliuolo. E per questo modo ànno un proverbio, che dice, che se egli notriscono e figliuoli d'altrui, e altri nutricono i suoi. In quella isola, e per tutta India, è gran moltitudine di coccodrilli, e quali sono una ragione di serpi, come ò detto di sopra, che abitono di notte nell'acqua, e di dì sopra la terra nelle grotte, o vero nelle cave di sassi, e non mangiono per tutto verno, e stanno in questo tempo freddo tra due terre (sic) umide, a modo che fanno l'altre serpi. Queste serpe, mangiando, muovono le mascelle di sopra, e non quelle di sotto, perchè in esse non ànno giunture.

COME NASCE EL COTONE, E DI MOLTE ALTRE COSE MARAVIGLIOSE E STUPENDE CHE SONO IN QUESTI PAESI.

In quello paese, e in più altri di là, eglino mettono a opera la semenza del cotone, e seminono ogni anno; e di quela nascono piccoli albucegli, e quali portono el cotone, del quale ànno grande abundanzia per tutto il paese. Per questo paese tutto, e in molti altri, v'è una ragione di legnio duro e forte, e carboni del quale accesi, sotto la cenere durerebono vivi uno anno e più. E questo albero chiamono ginepre, e somiglialo alquanto: à le foglie e à ogni propietà come el ginepro. Ivi sono ancora molti alberi di ebeno, e quali non posono per alcun modo ardere nè marcire. Ivi sono nocellari che portono noci grosse come el capo di un uomo. Ivi son molti oraflos in alberi: egli gli chiamono giefaris, o vero girifalchi. E ivi è una bestia alta a modo che un corsiero, e à el collo lungo circa XX. cubiti, e la groppa e le corna a modo che cervio. Questa bestia guarderebe sopra il tetto d'una casa, e chiamasi giraffa. In questo paese son molti camalioni, i qua' son piccoli a modo che chierons salvatichi, e vanno tutta via colla gola aperta per pigliare l'aere, imperò che e' vivono solamente de l'aere, e non mangiono nè beono alcuna cosa, e cambiono colore spesse volte, perchè alcuna volta si vegono d'un colore, e un'altra volta d'un altro, e si possono mutare d'ogni colore che vogliono, salvo che in rosso nè in bianco. Quivi sono serpenti grandi, grossi e lunghi 100. e 200. piedi; e sono serpi di molti e diversi colori, rossi, gialli, verdi, neri, tutti maculati; e son lunghi, qual cinque torse, tal IIIIº. E altre serpi ivi sono, che ànno le creste sopra 'l capo e vanno sopra piedi, alquanto diritti; e son ben lunghi quatro torse o più, e sono grossi e abitono tutta via nelle caverne de' sassi, e sempre stanno colla gola aperta, della quale a ogni ora li gocciola veleno. E ivi son porci di molti colori salvatichi, così grandi, come sono di qua e nostri buoi, e sono tacchellati, o vero traversati a modo che un cinghiale. Ivi sono spinosi, o ricci, grandi come di qua, e sono e nostri porci salvatichi. Ivi sono leoni bianchi tutti. Ivi sono altre bestie grandi come destrieri o più, gli quali chiamono toncherons, e quali ànno la testa nera e tre lunghe corna nella fronte, tagliente a modo d'una spada, e 'l corpo fievole; e cacciono e uccidono gli elefanti. Ancora vi sono altre bestie molto cattive e crudele, che non sono magiore che come è un vermine[55], e ànno la testa a modo ch'un cinghiale, e ànno sei piedi, e per ciascuno piede unghie larghe e tagliente, e ànno el corpo come el vermine, e la coda come lioni. Ivi sono oche tre tante magiori che le nostre di qua, e son rosse, e ànno la testa e 'l collo e il petto nero tutto. In questo paese, e altrove intorno, son molte altre ragione di bestie e molti diversi uccegli, i quali, volendo tutti iscrivere, sarebe cosa lunghissima.

DELL'ISOLA DI BRAGMANI, E DE LA LOR BUONA VITA, E D'UNA LEGIADRA LETTERA, LA QUAL MANDORONO AD ALESSANDRO MAGNIO.

Oltr'a questa isola è un'altra isola grande e buona e abondevole, ne la quale è buona gente e divota e di buona vita, sicondo la fede loro. E quantunque e' non sieno perfetti cristiani, e che e' non abino la lege compiuta, come noi, nondimeno egli di legge naturali son pieni e d'ogni virtù, e fugono ogni vizio e ogni malizia e ogni peccato, però che non son punto superbi, nè avari, nè accidiosi, nè invidiosi, nè golosi, nè lussuriosi. Egli non ànno alcun peccato, e fanno ad altrui quelo che e' vogliono che sia fatto a loro, e egliono adempiono tutti e X. comandamenti. Egliono non ànno cura d'avere, nè di richeza: egliono non dicono bugia per alcuna cagione, ma dicono semplicemente sì e no, perchè dicono, che quegli che dicono bugia e giurono, vogliono ingannare il suo prossimo, e però egli favellono e parlono sempre sanza giuramento. Questa isola si chiama terra di fede, e alcuni la chiamano l'isola Bragmani. Per mezo di questa isola corre una grande riviera, la qual si chiama Theba; e generalmente tutta la gente dell'isola, ivi intorno a questi confini, sono più leali e più diritti che non sono in alcuna parte del mondo. In questa isola non è ladroni, nè assassini, nè meritrice, nè mai vi fu morto uomo. Ivi son le gente così caste, e mantengono buona vita, come potrebe fare alcuno religioso: ogni dì digiunono; e perchè e' sono così leali e così pieni di buone condizione, e' non furono mai gravati di tempesta, nè di fame, nè di pestilenzia, nè di niuna altra tribulazione, come siamo noi di qua molte volte per li nostri peccati. Per la qual cagione e' pare che Dio gli ami, e abi a grado la lor fede e le lor buone operazione. E' credono bene in Dio, il qual fece e criò ogni cosa, e lui adorono, e non aprezono niuno onore terreno; e sono così diritti, e vivono così ordinatamente e così sobriamente nel mangiare e nel bere, che e' vivono molto lungamente, e molti di lor muoiono sanza che abino auto malizia alcuna; però che la natura gli viene a meno per vechieza. El Re Alessandro anticamente gli mandò a disfidare, perchè lui voleva guadagnare il lor paese; e e' mandorgli imbasciadori, e quali portorono lettere per parte del paese, che dicevono così: Re Alessandro, che cosa poterebe assai essere a colui, a chi tutto el mondo non basta? tu non troverai in noi quella cosa, per la quale tu ci debbi guerreggiare, perchè noi non abbiamo richezze alcune, nè disideriamo, perchè tutti e beni del paese qui sono comuni tra noi, e il mangiare e 'l bere è per lo sostenimento de' nostri corpi e la nostra richeza; e, in luogo di tesoro e d'oro e d'ariento, noi facciamo tesoro di concordia e pace e amore l'un coll'altro: in luogo di belle vestimenta pei nostri corpi, noi usiamo d'un cattivo panno per inviluppare le nostre carne, solamente quanto basta a difenderci dal freddo e coprire le segrete membra del corpo; e le nostre donne, o sia moglie, non si adornono per piacere, anzi terrebono per grande tristizia ogni aparechiamento che si facessi per abellire e per adornare el corpo, a ciò che paresse più bello, che Idio non l'à fatto di sua natura: elle non sanno e non si curono d'altra belleza, che di quella che Idio dette a la natura loro. La terra n'è aparechiata per due cose; la prima, per sostentazione, mentre che noi viviamo: e per la nostra sepultura dopo la nostra morte. Noi abiamo sempre avuto pace fin qui perpetuamente, della qual voi ne volete discacciare. Noi abiamo un Re, non già per fare giustizia, perchè fra noi non si truova chi commette pecato, ma noi l'abiamo per mantenere nobilità, e per mostrare, che noi siamo ubidienti; però che non à a fare, nè adoperare giustizia fra noi, perchè noi non faciamo cosa altrui, che non vogliamo che sia fatta a noi; sì che adunque a noi non potete voi torre alcuna cosa, salvo che la nostra buona pace, la quale è durata sempre fra noi. Quando el re Alessandro ebe letto questa lettera, si pensò, che tropo gran male sarebbe, se gli turbassi; e allora gli mandò una buona pace, e che e' non si dubitassino punto di lui, e che e' mantenessono la lor buona usanza e modo che usati erono.

DI DUE ALTRE ISOLE, CIOÈ MESIDRATA E GENOSAFFA, NE LE QUALI FU PROFETIZATO LA INCARNAZIONE DEL FIGLIUOL DI DIO; E D'UNA GENTIL RISPOSTA QUAL FECIONO AD ALESSANDRO MAGNO.

Due altre isole vi sono; una si chiama Mesidrata, l'altra Genosaffa, nelle quali sono così buone genti, leali e piene di gran fede, e mantengono el costume de l'isola sopra detta. In queste isole entrò Alessandro; e quando lui vide la lor buona fede e la loro lealtà, disse, che non gli graverebe punto che gli domandassono richeze o altre cose, che gli donerebe volentieri. E' risposono, che egli erono assai richi, poi ch'egli avevono da mangiare e da bere per sostenere il corpo, e che le richeze e' tesori in questo mondo nulla vagliono, nè vogliamo; ma se lui ci potessi donare, che noi non morissimo, e che fussimo inmortali, di ciò gli renderebono grazia e mercè. Re Alessandro rispose, questo non potrebe fare, chè lui era così mortale come erono loro. Egli dissono: per qual cagione dunque, se se' mortale, se' tu così rigoglioso e fiero e di vani pensieri, che vuoi sottomettere tutto el mondo a modo che tu fussi Dio inmortale? In termine alcuno non ài vita, nè ora, nè meza; e tu vuoi ragunare tutto l'aver del mondo, il quale in brieve tempo tu lascerai, almeno quando tu morrai; e in cotal modo quelo ch'è stato d'altrui prima che tuo, sarà d'altrui dapoi ch'è stato tuo, però che teco non porterai alcuna cosa, e come nascesti nudo, così nudo ritornerai in terra, de la qual fusti criato. Tu debi pensare e sapere, che niuno è inmortale, salvo che Idio, che ogni cosa criò: tu non debi disiderare quel che a te non può rimanere. Per questa risposta il Re Alessandro fu sbigottito, e partissi da loro sanza alcun male. E quantunque questa gente non abino gli articoli della fede totalmente, come noi abiamo, non dimeno per la loro buona fede naturale e per la loro intenzione buona, io mi penso e rendomi certo, che Dio gli ama, e ch'egli piglia e lor servigii a grado, a modo che fece di Iob, che fu pagano; e benchè fusse pagano, pure Idio lo tenne pel suo leale servo. E, benchè sieno assai più leggi diverse per lo mondo, io credo che Iddio ami tutti quegli ch'amano e servono lui, cioè in verità, lealtà et umilità, e che dispregiano la vita di questo mondo a modo che fanno quelle genti, e come Iob faceva. E questo diceva el nostro Signiore per la bocca de Osea profeta: Scribam ei multiplices leges meas. E altrove dice la Scrittura: Qui totum subdit suis orbem legibus (sic). Per lo simile dice il nostro Signore nello Evangelio: Alias oves habeo, quae non sunt ex hoc ovili; ciò è a dire che aveva altri servi, che [son] quegli che sono sotto la lege di natura, [non] cristiani. E con questo si concorda la visione che ebe santo Petro al Giaffo, quando l'agniolo discese dal cielo e recogli inanzi molte ragioni di bestie, di serpi e altri rettili della terra in grande quantità, e disse a san Pietro: piglia e mangia. E san Piero rispose: io non mangiai mai di cotal bestie immonde. E l'angiol disse: Non dicam immunda quae Deus mandavit (sic); ciò è a dire, che non si dee avere in odio e a dispetto alcuna gente cristiana per la diversità della lege loro, nè alcuni di loro giudicare; anzi si dee pregare Idio per loro, perchè noi non sappiamo quelli che Dio ama, nè quegli che abia in odio; imperò che Dio non odia creatura che abbia fatto; e però disse san Piero, che seppe la significazione di quella visione: In veritate comperi, quia non est acceptor personarum Deus, nec discernit inter judeos et gentiles, sed omnis[56] qui timet eum, et operatur iustitiam acceptus est illi. E per cotale esemplo, quando io dico De profundis per le anime passate, io lo dico, congiugnendo [tutti] con li cristiani insieme, cioè per le anime di tutti e morti pro quibus sit orandi; però che io dico, che Idio ama questa gente per la lealtà e per la umilità loro, perchè tra loro tutta via sono perfetti molto. Ve ne sono stati di continuo in questa isola, che ànno profetezato la incarnazione del nostro Signiore Giesù Cristo, come e' doveva nascere di vergine, bene tremila anni o più imprima che nascesse. Egli credono la incarnazione perfettamente, e non sanno in qual modo sofferisse morte per noi, nè non sanno li Evangeli suoi, nè la sua operazione così bene, come sappiamo noi.

DE L'ISOLA DI FRACAN, DOVE LE GENTE VIVONO DEL SOLO ODORE DE' POMI SALVATICHI, E D'UNA ALTRA ISOLA, OVE SONO LE GENTE PILOSE.

Tra queste isole v'è[57] una gran città chiamata Fracan, e à il nome dell'isola. La gente di questa isola non coltivano nè lavorono la terra, però che egliono non mangiono alcuna cosa, e sono di buon colore e di buona fazione, sicondo la lor grandeza; però che sono piccoli; ma non però così piccoli come li pigmei. Costoro vivono d'olore di pomi salvatichi; e quando vanno in alcuna parte dilungi, portono seco de' pomi; però che, se sentissino male odore e non avessino seco di questi pomi, subito morrebono; e non sono molti ragionevoli, ma sono tutti semplici e bestiali. Dopo questa isola è un'altra isola, dove le genti son tutte pilose, salvo che 'l viso e le palme delle mani. Queste genti vanno così per mare come per terra, e mangiono carne e pesci tutti crudi. In questa isola v'è una gran riviera, la quale è larga circa due leghe e mezo, e chiamasi Lebuermar.

DEGLI ARBORI DEL SOLE E DELLA LUNA, E DELLA CAGIONE PERCHÈ SI CHIAMA PRETE GIOVANNI.

Da questa riviera, a XV. giornate dilungi, si va pe' diserti, e sonvi gli alberi del sole e della luna, e quali parlarono ad Alessandro Re e predicerono a lui la morte sua. E dicono che 'l prete Ianni, e gl'altri che guardono questi alberi, e mangiono di lor frutto e del balsamo, el quale ivi crescie, e' vivon bene CCCCº. e CCCCCº. anni, per la virtù del balsamo; perchè dicono, che ivi in que' diserti crescie gran quantità di balsamo, e altrove no, salvo che in Babillonia, ove di sopra scrissi. Noi saremmo andati volentieri verso le parte di quegli arbori, se a noi fussi stato pussibile, ma io non credo che Cº. uomini potessino a salvamento passare questi diserti, per le grande multitudine di bestie salvatiche e di grandi dragoni, e gran serpenti, e quali uccidono e divorono quanti ne giungono in questi paesi. Vi sono elefanti bianchi e bigi sanza numero, et unicorni e altre bestie, le quali ho inanzi scritte; e molte altre bestie assai orribile e spaventose. E molte altre isole sono nella terra del Presto Giovanni, e sonvi molte maravigliose cose, le discrizioni delle quali sarebe cosa lunghissima; però ò lasciato. Molte richeze vi sono e nobile città, e magnificenzie; fra l'altre cose v'è grande abundanzia di pietre preziose. Io credo che voi sappiate bene, o vero abiate udito dire, per qual cagione questo imperadore si chiama Prete Giovanni; ma ancora, per quelli che non sanno, io iscriverò la cagione.

Fu già uno imperador valente e animoso, il quale, avendo in sua compagnia cavalieri cristiani a modo che à costui che è al presente, gli venne voglia di vedere la maniera e modo degli ufici divini, e altri costumi di cristiani. In quel tempo durava la cristianità di là dal mare per tutta Turchia, Armenia, Soria, Gierusalem, Arabia, Allape e per tutta la terra d'Egitto. Questo imperadore venne con poca compagnia, e andò un dì di sabato a una chiesa d'Egitto, e fu propio il sabato presso a la Pentecosta, ne l'ora e punto, che 'l vescovo d'Alessandria faceva l'ordine della messa. Lo imperadore ascoltò e risguardò l'ordine dell'ufficio; poi domandò, chi doveva esere quella gente che era innanzi al vescovo, o vero prelato, i quali avevono a fare così grande misterio. Questi erono preti, diacani e soddiacani e altri, solennemente apparati al modo che s'usa di qua nelle nostre parti occidentale. Un cavaliere rispose, che quegli erono preti. Allora lo imperadore disse, che non voleva essere imperadore, nè re, ma voleva esser prete e avere el nome del primo che uscirebe fuora dell'uscio di quella chiesa. Allora il vescovo con gli altri preti partendosi per uscire fuori, venne per sorte, che il primo che uscì di fuori ebbe nome Giovanni, benchè noi, corrompendo il nome, lo abbreviamo, dicendo, Ianni; e però quello Imperadore de India dipoi è stato chiamato Prete Ianni. Nella terra di questo prete sono buon cristiani, di buona fede e di buona legge, e spezialmente quegli del suo paese propio. Egli ànno comunemente i suo cappellani che canton la messa e fanno i sacramenti di pane, a modo de' greci, ma e' non dicono tante cose quanto fanno di qua; però che egli dicono solamente quelle che gl'insegniò san Tommaso apostolo, a modo che cantorono gli apostoli, dicendo el Pater Nostro e le parole colle quali si consacra il corpo del nostro Signiore: ma noi abiamo molte addizioni, che ànno dappoi fatte li papi, le qua' cose egli non sanno.

DELL'ISOLA TABROBANA, DOVE SONO DUE STATE E DUE VERNI, DOVE I LOR GIARDINI SEMPRE SONO VERDI.

Verso le parti orientali, di là dalle parte delle terre dello Prete Giovanni, vi è una grande isola e buon reame, el quale è chiamato Tabrobana. Questa isola è un paese molto buono e notabile e fruttuoso. Il Re di quella è molto ricco: quegli del paese fanno sempre un Re per elezione, ma tutta via questo re ubidisce il Prete Giovanni. In questo paese sono due state e due verni, e ivi si semina due volte l'anno biade ed ogni altre ragione cose; e i giardini son sempre verdi e fioriti. Ivi istanno buone genti e ragionevoli tra loro. Ivi sono molti cristiani, che sono tanto richi, che non sanno quanto abbino. Anticamente, quando nelle nave antiche s'andava da la terra del Prete Giovanni a questa isola, si penava a passare XXXIII. giornate e più, ma nelle loro nave moderne si passa da una parte a un'altra in VII. giornate, e vedesi el fondo dell'aqua in più parti, imperò che non è profondo.

DELL'ISOLA ORILLA, E DI ARGUTA, NE LE QUALI SON GRANDI TESORI E BEN GUARDATI, E DEL MODO CHE SI TIENE A AVER DEL DETTO TESORO.

Dallato a questo reame son due altre isole; la prima si chiama Orilla, e l'altra Arguta. Tutta la terra di quelle è di minera d'oro e d'ariento. Queste due isole sono là dove il mare rosso si parte dal mare occeano. In quelle isole non si vede quasi alcuna stella che paia chiaramente, salvo che una, la quale è molto chiara, ed è da loro chiamata canopos. Ivi in ogni lunazione non si vede mai se none el sicondo quartieri della luna. In queste isole son montagne grande d'oro, le quale sono dalle formiche molto ben guardate e custodite curiosamente. Queste formiche separano l'oro puro dallo impuro e naturalmente bene affinandolo; e sono grandi come cani grandi[58]; onde la gente non usa aprosimarsi alle montagne, perchè le formiche gli assalterebono e da quello non si poterebono difendere, sì che e' non possono sanza ingegno aver di questo oro; e però al tempo caldo, quando le formiche sono sotto terra nascose, dall'ora di terza infino a bassa nona, le genti vanno con cammegli e dormedarii e carregiono pian piano, e poi si fugono inanzi che le formiche escin fuori della terra. Ma nell'altro tempo, quando non è tanto caldo, e che le formiche non s'ascondono, e' s'ingegniano per altro modo, e pigliono giumente ch'ànno i puledri piccoli, e sì gli mettono a dosso duo vasegli per uno, a modo che due cesti, neri e aperti di sopra, pendenti infino appresso a terra, e mandono queste giumente a pasturare al contorno di queste montagne, e gli puledrini ritengono legati. Quando le formiche veggono questi vasegli, e' vi montono suso, et entranvi dentro; e ànno per natura, che non si lasciano alcuna cosa d'intorno, nè in caverna, nè sotto terra, nè in altra parte dove stanno, e sempre vanno rimovendo e rimutando or qua, or là; onde loro stesse empiono questi vaselli, d'oro. E quando, le gente che aspettono, pensono che le giumente siano assai cariche, e' menono inverso loro e puledri e fannogli rughiare, e subito le giumente tornono verso loro, e egliono le scaricono, e ànno l'oro per cotal maniera in gran quantità; però che le formiche conoscono gl'uomini dalle bestie, e comportono bene che le bestie vadino tra loro, ma non vogliono patire l'andare degl'uomini.

DEL PARADISO TERRESTE E DE' FIUMI CHE ESCONO DI QUELLO.

Oltre alla terra e l'isole del Prete Giovanni, andando verso oriente, non si truova altro che gran montagnie e regione tenebrose, dove non si potrebe vedere nè di giorno nè di notte, sì come testimoniano quegli del paese. Queste montagnie diserte, e questi luoghi tenebrosi durono da una costa (sic) infino al paradiso terreste, dove Adamo nostro padre ed Eva furono in prima posti, e quali non molto vi rimasono. Il paradiso è verso oriente a cominciamento della terra; ma quelo oriente non è già il nostro oriente di qua quando el sole si leva a noi; però che, quando el sole si leva all'oriente verso el paradiso terresto, allora è meza notte tra le parte di qua, per cagione della ritondità della terra, sì come io ò scritto di sopra. E perchè il nostro Signore fece la terra tutta ritonda nel mezo del firmamento, bene che vi sia monti e valli, questo non è naturalmente, ma venne per ragion del diluvio, che fu al tempo di Noè, el quale guastò la terra molle; e la dura terra, e e sassi rimason montagnie.

Io non saperei propiamente parlare del paradiso, che io non vi fui mai, e ciò mi duole; e penso, che io non fu' degno, ma quel che io ò udito dire a' più savi di là, io volentieri lo discriverrò. E' dicon che il paradiso terresto è la più alta terra del mondo, e è in oriente al cominciamento della terra, e così alto, che tocca quasi el cerchio della luna: per lo quale cerchio, o vero spera, la luna fa il suo torno. Il paradiso è tant'alto, che il diluvio di Noè coperse di sotto e di sopra e intorno tutta la terra, salvo che questa del paradiso. Questo paradiso è serrato intorno di mura, e non si sa di che cosa sia murato, e non vi par pietre, nè anche altra materia della quale siano le mura. Questi muri si distendono da mezo dì verso Bissa. Una sola entrata v'è, che sta serrata di fuoco ardente per modo, che niuno uom mortale no può entrare per diritto. Nel mezzo de la più alta terra del paradiso è il fonte, el quale getta li quattro fiumi, e quali corrono per diverse terre. Il primo fiume si chiama Phison, e corre per India, nel qual sono molte pietre preziose, e molto legnio aloes e molti granelli d'oro; l'altro si chiama Gion o vero Nilo, quale passa per Etiopia e per Egitto; l'altro si chiama Tigris, el quale corre per Soria e per la grande Armenia: e 'l quarto si chiama Eufrates, il qual passa per Media e per Persia e per Armenia. E dicono gl'uomini di quel paese, che tutte l'acque dolce del mondo, di sopra e di sotto, pigliono origine da quel fonte, e da quello tutte l'acque dolce escono. El primo fiume si chiama Phison, che vuol dire in nostra lingua, ragunanza, o vero congregazione, perchè molti altri fiumi si ragunono e vanno in questo fiume: altrove si chiama Ganges per uno che fu Re in India, chiamato Ghangores, però che correva per la sua terra. Questo fiume è in alcun luogho torbido, in alcun chiaro, in alcun caldo, e in alcun freddo. El sicondo fiume, che si chiama Gion, o vero Nilo, è detto, però che sta sempre torbido, e Gion, nella lingua di Etiopia, vuol dire torbido. El terzo fiume si chiama Tigris, ciò è a dire, tosto, corrente; imperò che corre più presto degli altri, e a similitudine di questo, v'è una bestia chiamata tigris, la qual corre molto velocemente. El quarto fiume si chiama Eufrates, ciò è a dire, ben portante, perchè molti beni crescono sopra questo fiume, frutti, biade e altre cose. E sapiate, che niuno uomo mortale può andare, nè aprosimarsi al detto paradiso per la moltitudine delle bestie salvatiche che sono in quegli diserti, e per l'alteza di quele montagne e per l'aspreza de' sassi e quali niuno poterebe passare[59]. Molti gran signori ànno voluto molte volte isprementare e andare per questi fiumi verso el paradiso, con gran compagnia, ma mai non poterono trovar la via; anzi molti di loro murirono per la foresta e per lo navicare, e molti altri rimasono orbi, e altri sordi per lo strepito della acqua, e altri son morti e perduti nell'onde. Sì che pertanto niun mortale vi si può approssimare, salvo che per ispezial grazia di Dio. E di questo luogo io non saperei discriver più; e pertanto tacendo, ritornerò a quel che io ò veduto.

Chiunque avessi grazia di sapere tener la via diritta, sì poterebe passare per queste isole sopradette della terra del Prete Giovanni, le qua' sono sotto terra, quanto a noi di qua, e per altre assai isole più inanzi, e circundare la terra e poi ritornare dirittamente alle parte de le quale si fussino mossi; e arebono circundato tutto el corpo della terra. Ma perchè vi converrebe gran tempo, e molti pericoli vi sono nel passare, parte per le isole diverse, parte per li gran mari e parte per dubio di smarrir la via, pochi uomini si mettono a farlo, quantunque si possa fare, tenendo la diritta via in modo, che io ò detto di sopra: e per questa cagione si ritorna da queste isole sopradette, costegiando, nella terra medesima del Prete Giovanni.

DELL'ISOLA DI CAISAM, CH'È MOLTO GRANDE E BUONA, E DE LA USANZA CHE TIENE IL FIGLIUOL, MORTO IL PADRE, IN QUESTO PAESE.

Dipoi, ritornando, si viene a un'altra isola, chiamata Charsam, la quale isola tiene di lungo 60. giornate e di largo 50. o più. Questa è la magiore isola e 'l migliore reame del mondo, eccetto Cataim. Questo paese è così bene abitato e così pieno di città e di ville e di gente, che, quando e' s'esce fuora d'una città per andare in qualunche parte si voglia, si vede un'altra città inanzi a sè. In questa isola è una grande abundanzia di vino e di spezie. Il Re di questa isola è molto possente e gran ricco, ma nondimeno riconosce la sua terra dal Gran Cane e ubidisce lui; però che questa isola è una de le XII. province che 'l Gran Cane à sotto di sè, sanza la sua propia terra e de le isole migliore, de' le quali n'à molte. In questo paese son gran boschi di castagneti, e se e mercatanti usasino così in questa isola, come fanno ne l'isola di Catai, ella sarebe asai migliore che Catai. Da questa isola si viene, ritornando, a un altro reame, chiamato Riboeh, che è sotto posto al Gran Cane, ed è un buon paese e abondevole di biade e di vino e d'altri beni. Le gente di questo paese non ànno case, ma stanno nelle tende e padiglioni fatti di feltro nero. La lor città principale o reale è tutta murata di pietre preziose, cioè nere e bianche, e tutte le strade di questa son ben lastricate di queste simile pietre. In questa città non è uomo che ardisca spander sangue d'uomo nè di bestie per riverenza d'uno idolo ch'egli adorono. In questa città istà il Papa della fede loro, il quale e' chiamono Sabasi, e concede tutti e benifici e tutte l'altre cose, che apartengono agl'idoli. E tutti quegli che riconoscono alcuna cosa de le lor chiese religiose, e altri ubidiscono a lui, al modo che fanno qua le genti di santa chiesa al Papa. In questa isola è una usanza, che, volendo el figliuolo grandemente onorare el padre, quando e' muore, manda per tutti gli amici e' parenti suoi, religiosi e preti e pifferi in gran quantità, e portono il corpo del padre sopra a una montagnia, facendo gran festa e solennità. Poi che l'ànno lassù portato, il maggior prelato sì gli taglia el capo e sì lo ripone in uno piattello grande d'ariento dorato: dipoi lo dà al figliuolo. Allora el figliuolo o gli altri il pigliano e portano, cantando e dicendo molte orazioni. Poi gli preti e religiosi tagliano el troncone del busto per pezzi, dicendo orazioni; e gli uccelli del paese, che sono usitati a quella usanza per lungo tempo, vengono, e sì si apresentono di sopra, volando come fa tra noi il nibbio a la carogna; e i preti gittono e pezzi de la carne, e gl'ucegli gli pigliono e vanno alquanto dilungi, e sì la mangiono. E poi gli preti cantano a modo che di qua per gli morti, e dicono l'uficio in loro linguaggio ad alta voce. Dipoi dicono: Riguardate come era valente uomo costui, il quale gli angioli di Dio son venuti a trovare e portare in paradiso. Alora pare al figliuolo che sia molto onorato, quando gli ucegli ànno mangiato il suo padre. E colui, a chi viene maggiore numero d'uccelli, è quello che gli pare abbia avuto maggiore onore più che gli altri. Da poi il figliuolo rimane a casa cogl'amici e co' parenti suoi e fagli gran festa; e gl'amici racontono tra loro qual mente gli uccegli gli vennono a torre; e così ragionando, in questo molto si gloriano. E quando sono raunati a casa, il figliuolo fa cuocere la testa del padre, e alquanto della carne dà in luogo di guazzetto; e danne a ciascuno de li suoi più speziali amici; e dell'ossa del craneo se ne fa fare una tazza, colla quale lui e i parenti beono con gran divozione a memoria del santo uomo, mangiato dagl'uccegli; e il figliuolo serba questa tazza; e tutto 'l tempo della vita sua bee con quela per memoria di suo padre.

D'UNO UOMO MOLTO RICO, E DE LO STATO SUO, E DELLA CONCLUSIONE DEL LIBRO CHE FA L'AUTORE.

Da questa isola, ritornando per X. giornate per mezo la terra del Gran Cane, è una grand'isola e buona e buon reame, nella quale è uno rico e potente Re. Fra gli altri di questo paese v'è uno uomo richissimo, el quale non è principe nè amiraglio nè duca nè conte, ma sono molte gente a lui suggette che tengono terre da lui; e à costui una grandissima entrata ogn'anno, e è troppo ricco, perchè à continuamente più di tre mila cavagli caricati di biada e di riso, anno per anno. Costui fa molto nobil vita: sicondo l'usanza di là, lui ha cinquanta damigelle vergini, le quali tutta via lo servono quando mangia. E quando egli è assettato a tavola, tutte quelle vergini gli portano insieme una maniera di vivande, e sempre la portano cantando una canzona. Poi gli tagliano innanzi quella vivanda, e di quella lo imboccano, però che lui non fa alcuna cosa, se non tenere le mani sopra alla tavola e mangiare le vivande che gli danno quelle damigelle; imperò ch'egli ha l'unghie tanto lunghe, che non potrebbe colle mani nè tenere nè pigliare alcuna cosa; e quando si va a coricare, quelle damigelle lo spogliano, e così quando si leva lo rivestono. La nobilità degli uomini di quello paese è lasciarsi crescere l'unghie quanto possono; e sono molti nel paese, che, tanto se le lascion crescere, che circundano tutta la mano: e questo è tra loro gran gentilezza. E la nobilità delle donne loro si è aver piccoli piedi: e per questo, come son nate, legono e piedi così stretti, che non crescono la metà di quelo che doverebbono. Sì che queste fanciulle cantono canzone mentre che e' mangia; e quando lui à mangiato quela vivanda, ne portone un'altra, cantando a modo che di prima; e così fanno per insino che à mangiato, e ogni dì fanno a questo modo. E in tal modo usa costui la sua vita, come ànno fatto i suoi, e come fanno gl'uomini dati all'ozio e al ventre e alla gola, e quali sempre disutilmente vivono sanza fare alcuno bel fatto o altre opere degne di laude e di virtù. O quanti ne sono oggi a lui simiglianti che disiderano la vita solo per stare a riposo a grattarsi el ventre, come fa el porco nella grassa! Egli ha molto bello palazzo e ricco, dove si sta; del quale le mura circundano due leghe. Dentro vi sono be' giardini: le sue camere e sale sono d'oro e d'argento, e nel mezo d'un bel giardino si è uno monticello, ove è uno piccolo praticello, nel quale è uno munisterio con torri e pinacoli tutti d'oro. Molte volte va costui a questo munisterio, che non è fatto per altra cagione, se non per diletto di costui.

Da questo paese si ritorna indietro per la terra del Gran Cane, della quale io ò detto di sopra, però non bisogna c'un'altra volta vi discriva, nè di quale si tenga conto. E sapiate, che di tutto quel paese e di tutte quell'isole e diverse gente e diverse legge e fede, ch'egl'ànno, le quali io ò scritto, niuna gente non è lì, la quale, pur che abia ragione e intelletto, che non abia alcuno articolo della nostra fede e alcun buon punto di ciò che noi crediamo, e che eglino non credino in Dio, il qual fece il mondo, el quale egli chiamono Hiretarze, ciò è a dire: Dio di natura, sicondo che dice il profeta: Et intuentur omnes fines terrae; e altrove: Omnes gentes servient ei etc. Ma egli non sanno però perfettamente parlare di Dio padre, nè del figliuolo, nè dello Spirito santo; nè sanno parlare della Bibbia, e spezialmente del Genesis e degl'altri libri di Muises, de l'Esodo e degli profeti, però che non ànno chi gl'insegni; sì che non sanno se non di loro intelletto naturale. E' dicon bene, che le criature ch'egliono adorono, non son punto Dio, ma egli le adorono per le gran virtù che sono in quelle, le quali non vi poterebono esser sanza grazia di Dio. Dei simulacri e idoli e' dicono, che non v'è alcuna gente, che non abino idoli; e questo dicono, perchè noi abiamo le immagine e le figure della nostra Donna e di molti altri santi che adoriamo noi; ma e' non sanno, che noi non adoriamo punto le immagine di legnio, nè di pietre, anzi e santi, a memoria de' quali son fatte; perchè, a modo che la lettera dimostra a' litterati che è come si dee credere, così le immagine e le pitture dimostrono alla idiota gente a pensare e adorare e santi, a nome de' quali son fatte; però che 'l pensare umano ispesse volte è invilupato per molte cose, per le quali e' dimenticherebono di pregare Dio e nostra Donna e gl'altri santi, se le figure, fatte a lor nome, non gli rendesson memoria. E dicono, che gli angioli di Dio parlono a loro ne' loro idoli, e che e' fanno di gran miracoli: e di ciò dicono vero, perchè negli idoli loro ve ne sono, ma sono due ragione d'angioli, buoni e cattivi, come dicono e greci; chalo bono e caccho malo, cioè: chalo vuol dire buono, e chacho vuol dire cattivo; sicchè gli buoni angioli non sono negli idoli loro, anco vi sono i malvagi e cattivi, per mantenergli nel loro errore.

Molti altri paesi diversi, e molte altre maraviglie sono di là, le quali non ò già tutte vedute; e di quelle che io non ò vedute, non saperrei propriamente discrivere; e nelli paesi propii, dove io sono stato, molte cose diverse sono e strane, delle quali io non fo menzione, perchè sarebe cosa lunghissima a ricontare il tutto, perchè, se io iscrivessi tutto ciò che è ne le parte di là, chiunque poi si afaticassi e travagliasse la persona per andare per le parte di là cercando i lontani paesi, volendo racontare, o vero iscrivere delle cose strane, si troverebe impacciato per la mia discrizione; però che non poterebe nè dire nè contare cosa novella, della quale gli auditori si potessino dilettare. E ancora dicesi: Omnia nova placent, ciò è a dire, che tutte le cose nuove piacciono; sì che pertanto io farò fine, sanza più ricontare delle cose strane e diverse che si truovono nelle parte di là. E ciò che io ò scritto d'alcun paese, è tanto, che debbe bastare. E sapiate, che quello che io ò scritto, si è la propia verità, come se fussi il santo Evangelio, benchè saranno molti, che non lo crederanno, ma lascio il giudicio ad altrui che voglia andare di là; però che loro molte altre cose troveranno da scrivere, e vederanno se io dico il vero o no[60].

Finito il libro bellissimo di Giovanni Madivilla, ridotto in lingua Toscana. Laus Deo omnipotenti. Amen[61].

Io Giovanni de Mandavilla sopradetto, il quale mi partì di nostro paese, e passai el mare nell'anno di grazia 1322; e dipoi ho ricercato molte terre e molti paesi, e sono stato in molta buona compagnia, et ho veduto molti begli fatti, benchè io nonne faciessi mai alcuno nè altro bene, del quale io debbi parlare, et ora al presente io sono allo stanco riposo ritornato oltre a mia voglia, per cagione delle gotti antiche. E per prendere alcun sollazzo nel mio tristo riposo, ricordandomi del tempo passato, ho compilato e messo in iscritto le sopra dette cose, secondo el meglio che ho potuto ricordarmi, nell'anno di grazia 1357, nell'anno tregesimo quinto che io mi parti' di nostro paese. E priego tutti quegli che qui leggieranno, se a loro piace, voglino pregare Iddio per me, che io pregherrò per loro; e tutti quegli che per me diranno uno Pater nostro, acciò che Iddio mi faccia remissione degli miei peccati, io gli faccio tutti participevoli, e sì gli conciedo parte di tutti gli miei peregrinaggi e di tutti gli buoni fatti, e quali io feci e farò insino alla fine mia. E priego Iddio, dal quale ogni bene discende e ogni grazia, che tutti quegli cristiani che qua leggono o odono leggiere, che gli voglia adempiere tanto della grazia sua negli corpi e anime loro, salve fare (sic), alla gloria e laude di lui; il quale è trino et uno sanza cominciamento e sanza fine; senza equalità buono, e senza quantità grande; in ogni luogo presente, e in sè ogni cosa continente; il quale niuno bene può migliorare, il quale è in trinità perfetta [e] vive e regna per ogni seculo e per ogni tempo. Amen.

FINIS: DEO GRATIAS.

Notes in this chapter

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