Volume 2 — Trattato bellissimo delle più maravigliose cose (continued 2)
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DELL'ISOLA DI CATAI, E DELLE CITTÀ CHE IVI SONO, E DEL PALAZO DEL GRAN CANE, E DELLE SUE MAGNIFICENZIE.
Catai si è un'isola bella e buona, e mercatantesca, e rica. Ivi vanno ogni anno e mercatanti per ispezie e per altre mercatanzie più che non vanno altrove. E sapiate, che' mercatanti, e quali vanno da Genova e da Vinegia e da l'altre parte di Lombardia e di Romagna, e' vanno per mare e per tera XII. mesi, e anche più, prima che possano venire a l'isola di Catai, la quale è principale Reame di tutte le parte di là e del Gran Cane. Da Catai si va verso oriente di molte giornate, e truovasi una buona città, fra l'altre, chiamata Sugramarcho. Questa è una città me' fornita del mondo di seta, di spezie e d'altre mercatanzie in grandissima quantità. Poi si va più innanzi, verso uriente, a un'altra città antica, la quale è ne la provincia di Catai: e, allato a questa città, gli tartari ànno fatto fare un'altra città, che si chiama Caadonia, la quale à XII. porte, e trall'una porta e l'altra sì à una gran lega, sì che le due città, cioè la vechia e la nuova, ànno di circuito più di XX. leghe. In questa città è la sedia del Gran Cane in un grande e nobilissimo palazo: le mura di quello circundono circa a due leghe e più. Questo palazo è pieno di dentro d'altri palazi, e dentro v'è un giardino e un monte, sopra el quale è un altro palagio, il quale è il più bello e il più ricco che si potessi divisare nel mondo. Intorno al palagio e 'l monte sono fossi grandi e profondi pieni d'acqua, e allato vi sono gran peschiere da una parte e dall'altra: e ivi si è un bel ponte per passare e fossi. In queste peschiere sono oche salvatiche, anitre, cisoni e anghironi sanza numero; e intorno le fosse e le peschiere è un gran giardino tutto pieno di bestie salvatiche; sichè il Gran Cane, quando e' vuole avere di queste bestie e uccegli salvatichi, egli va a cacciare, e pigliane da la finestra sanza uscir fuori de la sua camera. Questo palazo, dove è la sedia, è molto grande e bello d'intorno, del quale nella sala sono XXXIII. colonne d'oro fine, e tutte le mura sono coperte di dentro di belli coiami rossi di bestie chiamate pathios, le quale sono molto odorifere; sì che, per lo buono odore delle pelle, nissuno cattivo aere vi poterebe stare nè entrare nel palazo; e' peli di quelle pelle son rossi a modo di sangue, e lucono contro al sole, che quasi niuno vi può guardare. Molte gente adorono queste bestie, quando le veggono, per la lor virtù grande; e, per la virtù che ànno, egliono apprezono tanto queste pelle, più che piastre d'oro. In mezo di questo palazo è un tribunale per lo Gran Cane, tutto lavorato d'oro e di pietre preziose e di perle grosse; ed è quadrato per ogni cantone de la quadratura; e in su ogni canto di questo tribunale sono IIII. serpe, tutte d'oro; e d'intorno, alquanto largo, vi sono un Re e una Reina fatte di seta d'oro e d'ariento e di perle grosse, le quale pendono atorno a questo tribunale; e di sotto a questo tribunale sono condotti delle bevande che si beono nella corte dello imperadore; e, a lato a questi condotti sono molti vasi d'oro, colli quali quegli del palazo beono al condotto. La sala del palazo è molto solennemente ornata, e molto maravigliosamente bene aparechiata d'ogni cosa che si può aparechiare. Primamente, a capo della sala, è el trono dello imperadore, ben alto, dove e' siede a la tavola, ed è adornata di fine pietre preziose e ricamature intorno d'oro, le quali sono tutte piene di pietre preziose e di perle grosse; e' gradi, pe' quali si saglie, sono tutti di diverse pietre preziose e di fine oro. Da la sinistra parte del seggio dello Imperadore, è il seggio della sua prima moglie, e è un grado più basso del seggio dello Imperadore, e è di diaspro ricamato d'oro e di pietre preziose. E poi segue el seggio della sua seconda moglie, e è un grado più basso che quello della prima, e è di diaspro lavorato così come l'altro. Lo terzo seggio, che v'è, si è quello della sua terza moglie, e è un grado più basso che il secondo; imperò che lo 'mperadore à tuttavia tre moglie in qualunque parte si sia. E, dopo le sue moglie, in quel medesimo luogo, siedono le donne e fanciulle del suo lingnagio, ancora più basso, sicondo la loro condizione; e tutte quelle che sono maritate ànno uno piede contrafatto d'uomo sopra le loro teste, lungo circa d'uno cubito, lavorato tutto di perle grosse di oriente, e di sopra lavorato di penne lucente di pagone, o vero di collo di grù, a modo che un cimiero, o vero d'un capo d'elmetto, a dimostrare, che ele sono in subiezione e sotto e piedi de l'uomo; e quele che non sono maritate none portono. Da la destra parte de lo 'mperadore siede prima el suo primogenito, il quale debe regnare dipoi lui, e siede un grado più basso che lo 'mperadore, a modo che quegli delle imperadrice stanno; e dapoi segue quegli del suo lignaggio, sicondo le loro condizioni. Lo imperadore à la sua tavola fatta d'oro e di pietre preziose e di cristallo bianco, intarsiata d'oro e de amatisto e di legno aloes, che viene di paradiso; e d'avorio bianco ricamato d'oro. E ciascuna delle sue mogli à una tavola di per sè e' suoi figliuoli, e altri gran signori che seggono presso a lui: per lo simile non è tavola ivi, che non vaglia un gran tesoro. E sotto la tavola dello Imperadore seggono IIII. uomini litterati, e quali mettono in iscritto tutto quelo che dice lo 'mperadore, o ben o male che sia; però che si conviene ritenere tutto ciò che dice, perchè egli non può mutare o stornare la sua parola. Inanzi a la tavola dello imperadore sono gran feste: ivi sono tavole d'oro, e pagoni d'oro ismaltati molto nobilmente, e sonvi di molte altre maraviglie d'uccegli, tutti d'oro ismaltati molto nobilmente, e sonvi molte altre cose e d'altre maniere: e fanno questi uccegli ballare, danzare e cantare sopra le tavole, percotendosi le palme; e di ciò fanno gran festa e buffoneria. Io non so se questo sia per artificio, o per nigromanzia. Ed è pure una bellissima cosa a vedere e una gran maraviglia, come ciò possa essere; ma questo posso bene io dire, che queste sono le più sottil gente in ogni scienzia, nella quale egli s'intromettono. In ogni artificio che sia, o che possa esere per lo universo mondo, egli el sanno bene; e per questa cagione e' dicono, ch'e' vegon ben da due occhi, e i cristiani non vegono se none da uno occhio; però che egliono sono e più sottili da poi loro, ma tutte l'altre nazione sono cieche in opere e in iscienzia. Io durai gran fatica per sapere il modo con che fanno ciò, ma il maestro mi disse: io ho botato a Dio immortale di non lo insegnare ad alcuno, ecetto al primo mio genito, e così voglio oservare. Item, di sopra alla tavola dello imperadore, cioè da un lato della sala, è una vigna tutta messa a oro fino, la quale à molti grappoli e racimoli di pietre preziose di diversi colori, come bianche, gialle, rosse, verde, nere. Le bianche sono di cristallo di berillo e di yris; le gialle sono di topazzi[30]; e li rossi sono di rubini granati e di albandina; li verdi sono di smiraldo, di perides e di grisolido; e i neri sono di onichini; e sono così bene lavorati, che egli paiono veri grappoli d'uve. E inanzi a la tavola istanno e gran baroni e gli altri che egli servono, e non v'è uomo di tanto ardimento, che vi dicessi una parola, non parlando a lui lo 'mperadore, salvo che e pifferi[31], che dicono canzone e giuochi e altre cose per sollazzo dello imperadore. Tutti e vasi, con che si serve nelle sale e nelle camere, son di pietre preziose, spezialmente a le gran tavole; o che sono di diaspro, o di cristallo, o di ametisti; e sonvi tazze e cuchiai di smeraldo e di zafiro e di topazio e di peridos e di molte altre pietre: e sonvi ancora vasellami d'oro fine e di ariento. Non ve n'è però alcuno che eglino aprezino tanto l'ariento che e' si degnino fare vasi, ma d'argento fanno i gradi, e le colonne e aparamenti delle sale e delle camere. Item, inanzi a l'uscio della sala stanno molti baroni e cavalieri a ciò che niuno entri sanza comandamento e volontà dello imperadore, salvo che' servidori e ministri dello ostello e quali entrano e escono a loro volontà, e nessuno altro è tanto ardito che ardisca apressimarsi a l'uscio della sala. E sapiate che i miei compagni, e io insieme lo servimo al soldo per ispazio di XV. mesi contra il Re di Manthi, col quale aveva guerra; e la cagione fu, che noi avavamo disiderio grande di vedere se lo stato, la nobiltà, l'ordine e il governo della corte sua era tale qual noi avavamo udito. E certo noi trovamo nella corte sua asai più ordine, nobilità, eccellenzia e maraviglia di quello che c'era stato detto, e giamai creduto non l'aremo, se non avessimo veduto; però che a pena niun potrebe credere la nobilità e la moltitudine della gente che è nella sua corte, se non lo vedesse; perchè ivi non è come di qua; che' signiori di qua vanno con poca gente, cioè con poco numero, e 'l Gran Cane à ogni dì, a suo spese, gente quasi sanza numero. Ma l'ordine, e il costume, e il vivere, la onestà e la netteza non sono simile a quelle di qua, però che ivi la comune gente mangia sanza tovaglia, sopra piedi e sopra ginochi, e mangiano di ciascuna maniera di carne, e poco pane; e dopo mangiare si forbono le mane alle giornee, e non mangiono altro che una volta el dì: ma lo stato del gran Signiore è grandissimo, e richissimo, e nobilissimo. E quantunque alcuni sieno che non credono, e tengono a favola e bugia quel ch'io discrivo della nobilità di sua persona, di suo stato, di suo cortesia e del grande ordine di gente che tiene, niente dimeno io dirò alcuna parte delle maniere e dell'ordine di lui e della sua gente, sicondo che io ho veduto molte volte. Chi mi vuol credere, mi creda, se gli piace; e chi nol vuol credere, sì lasci stare, però che io so bene, se alcuno è stato nel paese di là, quantunque non sia stato infino al luogo dove sta il Gran Cane, arà udito parlar di lui e del suo stato tanto, che legiermente mi crederà. E quegli che saranno stati nel luogo e nel paese, o vero nella stanza del Gran Cane, saperranno ben se io dico il vero; sì che per quegli che nulla sanno e non credono altro che quello che egli vegono, non lascerò di scrivere una parte di lui e del suo stato che mena quando va da uno paese all'altro, e quando egli fa feste solenni.
PERCHÈ SI CHIAMA EL GRAN CANE E DI CUI DISCESE, E DEL NOME DE' SETTE LINGUAGGI DI BARBERIA.
E inprimamente iscriverò la cagione, perchè lui è chiamato Gran Cane. Voi dovete sapere che, dapoi el diluvio, esendo il mondo distrutto, rimase Noè co la sua famiglia. Noè aveva tre figliuoli, cioè Cam, Sem e Iafet. Cam fu colui che rise del padre, quando innebriò per lo bere del vino, addormentato e discoperto, e però fu maladetto; ma gli altri tre suo frategli, di ciò dolendosi, copersono el padre. Questi tre frategli presono tutta la terra in libertà. Cam per sua crudeltà prese la parte orientale, chiamata Asia, la minore e la magiore: Sem prese Africa, e Iaphet Europa, e però in tre parte è la terra divisa. Cam fu el maggiore e 'l più possente dei suo frategli; e di lui discese più generazioni che degl'altri. Di Cam nacque Chus, del qual nacque Nebroth gigante, el quale fu primo Re al mondo, el qual fece la torre di Babillonia. Colle femine della generazione di questo Cam giacevono e dimonii, e ingeneravono gente diverse, come sono monstri e gente sfigurate; alcuni sanza testa, alcuni con gli orechi grandi, alcuni con uno ochio, altri con piè di cavallo e con altri membri disformi. Dalla generazione di Cam discese la pagana gente, e la diversità delle gente che son nelle isole del mare e per tutta l'Asia. E perchè egli era il più possente, e niuno poteva contastare a lui, egli si facea chiamare figliuol di Dio, e superiore di tutto 'l mondo: e per questo Cam, tutti gl'imperadori poi son chiamati tutti Gran Cani e figliuoli di Dio per natura, e superiori di tutto el mondo, e così si chiaman nelle sue lettere. E della generazione di Sem discesono e giudei e' saracini. Della generazione di Iaphet sono discesi li occidentali, che stanno in Europa. Questa oppinione ànno e giudei e' saracini, e così m'ànno dato a intendere, prima ch'io andassi in India, cioè che per la detta ragione lo imperadore de' Tartari era chiamato Cane: ma quando io fui in India, io trovai altrimenti essere la cosa: nondimeno gli tartari e quegli che stanno nella grande Asia discesono da Cam, ma lo imperadore di Catai non si chiama punto Cane, anzi Cam; e io vi dirò el vero, e in che modo si chiama Cam. Non sono ancora Cº. e LX. anni passati, che tutta la tartaria era in subiezione e in servitù d'altre nazione d'intorno, però ch'egli erono tutti bestiali, e era la vita loro come bestie nelle pasture. Ma tra tutti questi tartari erone sette principali nazioni, le quali erono superiori a tutti loro; de le quali e primi erono chiamati Tartari; e da questa nazione pigliò el nome tutta Tartaria, però che questi erono più nobili e li più appregiati degli altri. Il sicondo lingnagio era chiamato Fhanghut, el terzo Bionch, il quarto Vilar, il quinto Semoth, el sesto Mongil, il settimo Coboch. Del primo lingnaggio fu uno valente uomo vecchio, non ricco chiamato Canguis[32]: giacendo una volta costui nel suo letto e dormendo, per visione gli parve, che gli venisse inanzi un cavaliere armato di bianche arme, il qual gli disse: Cam, dormi tu? a te mi manda Dio immortale: i' vo' che tu dica alli sette lingnaggi, che tu se' lo' mperadore, però che tu conquisterai il paese che è qua d'intorno, e li confinanti saranno i' nostra subiezione, sì come voi siete stati nella sua, perchè questa è la volontà di Dio immortale. Venendo la mattina, Canguis si levò, e andò a dire alli sette lingnaggi ciò che gli aveva detto el cavaliere; e i sette lingnagi feciono beffe di lui, e dicevono che lui era impazato. Onde lui si partì tutto vergognioso: e la notte seguente el bianco cavaliere venne a li sette lingnaggi, e comandogli da parte di Dio immortale, che eglino facessono Canguis loro imperadore, e che egliono sarebono fuori di subiezione e di servitute, e torrebbono gli altri regni intorno a loro nella loro subiezione. Onde la mattina egli elessono quello Canguis per imperadore, e sì l'assettorono sopra uno feltro nero, e, insieme col feltro, egli lo levorono alto con gran solennità, e sì lo assettorono in una cathedra, e tutti gli feciono riverenzia, e sì lo chiamorono Cam, a modo che aveva detto il bianco cavaliere. Quando costui fu talmente eletto, e' volle assagiare, se si potessi fidare in loro, e se egli vorrebono esere ubbidienti; e fece fare molti statuti e ordini, chiamati Isacham. El primo statuto fu, che egli ubidisono e credessino in Dio immortale e onnipotente, al quale piacesse di tragli di servitute, e 'l quale sempre chiamassono in adiutorio nei loro bisogni. L'altro statuto fu, che tutti gl'uomini del paese che potessino portare arme, fussino numerati, e che a ciascuna decina fusse dato uno maestro; et a venti, uno altro, e a Cº. uno capo, e a Me. un capitano. Da poi comandò a tutti e principali dei sette lingnagi, che egli lasciassono e rinunziassono ciò che avevono di bene di redità, e che in quell'ora poi rimanessino contenti di ciò, che farebe di sua grazia: egliono lo feciono subito[33]. Da poi fece un altro oribil comandamento a tutti e principali sopradetti, che ciascuno faciessi venire il suo primo genito, e con loro propie mani ogni uno tagliassi il capo al suo figliuolo sanza dimora alcuna: e subito fu compiuto el comandamento. Quando el Can vide che e' non contradicevono a cosa alcuna che e' comandassi, si pensò che molto bene si poteva fidare; e presto comandò loro, che fusino tutti aparechiati in arme per seguire la sua bandiera; e poi per forza sottomettesse tutte le terre che sono d'intorno. E avenne, che, un dì cavalcando el Cane con poca compagnia per riguardare la forza del paese, che egli aveva guadagnato, si riscontrò con gran multitudine di suoi nimici; e ivi fu il suo cavallo morto e lui abattuto. E vedendo la gente sua i' lor signiore abattuto, e credendo che fussi stato morto, tutti si missono in fuga; e i nimici gli seguitorno apresso, e non si avidono, che per la lor fuga lo imperadore s'andò ascondere per un picolo e spesso bosco. E ritornati i nimici dalla fuga, andorono a cercare pel bosco, se vi trovasino alcuno ascoso. Molti ne trovorono e missongli a morte; e mentre ch'egl'andavano cercando verso el luogo, dove era el Cane, vegono sopra uno albero, dove era il Cane, nascoso uno uccello chiamato Rub. Allora dicevano fra loro, che poi che quelo uccello stava sopra quell'albero, ivi non era alcuno riposto; e così nelle altre parte tornorono. Lo imperadore, salvato dalla morte, si partì di notte a salvamento, e inverso la gente sua andò, la quale molto fu lieta della sua venuta e renderono grazie a Dio immortale e a quello uccello, per cui si fu salvato i' lor signore; e però sopra a ogni altro uccello del mondo egli onorono quello, e se possono avere della penna, la serbono in luogo di reliquie e conservono molto preziosamente, e la portono sopra loro teste, e credono, quegli che la portono, essere difesi da ogni pericolo. Dipoi il Cane ordinò suo gente per andare sopra quelli che l'avevono asalito, e tutti gli distrusse e misse a servitute. Quando il Cane ebe guadagnato e sotto poste le terre e 'l paese d'intorno di qua dal monte di Beliam, el bianco cavaliere un'altra volta venne a lui dormendo, e disse a lui: Cam, la volontà di Dio immortale e onnipotente è, che tu passi el monte Belliam, e guadagnerai le terre, e sottometterai a te molte altre nazioni; e perchè tu non truovi bene passaggio per andare verso quel paese, và al monte Beliam, el quale è sopra el mare, e inginochiati IX. volte verso oriente, al nome di Dio immortale. e a lui chiedi che ti mostri il camino dove tu puoi passare. El Cane fe' a quel modo che gli fu comandato, e di subito el mare, che toccava el monte, si ritrasse adietro, e dimostrava una via larga e bella VIIII. piedi. E in tal modo passò colla sua gente, e per quelle VIIII. inginochiate, e per li VIIII. piedi della via, dall'ora in qua el Cane e tutti e Tartari ànno auto e anno il numero VIIII-nario in gran riverenzia. E per questo, quando lui vuole presentare o cavagli, o ucegli, o archi, o frutti, o qualunque altra cosa, tutta via manda il numero di nove, e il presente è più degnamente ricevuto, che se fusse Cº. o CCº.; perchè a lor pare, che questo numero sia santificato, però che 'l messaggio di Dio immortale el costituì. Dopo che 'l Cane ebe guadagnato el paese di Catai e sotto posto molto paese intorno, lui cadde in malattia, e ben conobe, ch'egli dovea murire, disse a' XII. suo figliuoli, che ciascuno di loro gli portassi una delle sue saette. Subito lo feciono; e poi disse, che tutte a XII. fussono legate insieme con tre legami: e, così legate, dette al primo suo figliuolo, e disegli, che le rompessi tutte insieme: el figliuolo si sforzò di romperle, ma non potè. El Cane comandò al sicondo figliuolo che le rompesse; e così da l'uno a l'altro, ma niun di loro le potea rompere. Dipoi disse il Cane al più giovane: separa l'una da l'altra, e rompi ciascuna di per sè; e così fece. E poi disse el Cane al primogenito e agl'altri, perchè cagione non l'avevono rotte? Risposono, che non potevono, perchè erono legate tutte insieme; e egli disse: perchè egli l'à rotte el vostro minor fratello? però che eron separate l'una da l'altra. E allora disse el Cane: figliuoli miei, el simile è di voi, imperò che, mentre che sarete legati insieme di tre legature, cioè d'amore, lealtà e di concordia, niuno vi poterà agravare; ma se voi sarete separati da questi legami, sì che l'uno non aiuti l'altro, vo' sarete distrutti e annichiliati. Adunque argomentatevi, e ricordatevi del mio consiglio: onoratevi e amatevi l'un l'altro, chè sarete signiori e superiori di tutto: e, fatti gli ordini suoi, si murì.
Dopo lui sì regniò Othetana Can con suo primo genito, e gl'altri fratelli suoi andoro a guadagnare altri paesi e molti regni, infino alla terra di Prussia e di Rossia: e tutti si feciono chiamare Can; ma erono però sotto l'ubidienzia del lor primo fratello; sì che per questa cagione fu lo 'mperadore chiamato Cam; e dappoi successono tutti gli altri. Dopo Otetana Cam, regniò Brunon Cam, e poi Mango Cam[34], e questo fu buon cristiano battezato, e dette a tutti e cristiani lettere[35] di perfetta pace, e mandò suo fratello Alaon con gran multitudine di gente per guadagnare la terra santa, e per ridurla nelle mani de' cristiani, e per distruggere la lege di Maometto, e per pigliare el Califfe di Baldach, che era signiore et imperatore di tutti e saracini. E, quando fu preso il Califfe, tanto tesoro vi fu trovato, che appena ne doveva esere altrettanto nel resto del mondo. Alaon fece venire el Calife inanzi a sè, e dissegli per qual cagione e' non aveva tolti molti soldati per una parte di questo tesoro, per difendere il suo paese; e lui rispose, che si credeva assai avere di questi del suo paese propio. Allora disse Alaon: tu fusti a modo che Dio tra' e saracini, e li Dii non debono mangiare vivande mortale; imperò tu non mangerai altro che pietre preziose, e 'l tuo tesoro, che tu avevi tanto acomulato e tanto ragunato e amato. E fecelo mettere in prigione, e tutto il suo tesoro appresso a lui: e quivi si murì di fame e di sete. E dappoi Alaon arebbe guadagnato tutta la terra di promissione e messo nelle mani di cristiani, ma il Gran Cane murì fra quel termine; onde la impresa rimase tutta impedita. Dapoi Mango Cam, regniò Cobilla Cam, el qual fu cristiano e regniò XLII. anni: edificò la gran città di Ieuis in Catai, la quale è assai magiore di Roma. Gli altri Cam, che vennono dappoi, diventorono pagani, e così e successivi, tutti sono stati pagani infino al presente.
DEL TITOLO DEL GRAN CANE, E DEL GOVERNO DELLA CORTE SUA QUANDO SI FA FESTA, E DELLE MANIERE DE' BARONI CHE SERVONO A TAVOLA, E DELLI SAVI CHE VI SONO, E DI MOLTE ALTRE COSE MIRABILE E STUPENDE.
El Gran Cane è el più possente imperadore che sia sotto il firmamento, e così si chiama per titolo nelle sue lettere: Cam, filius Dei excelsi, omnium universam terram colentium summus Imperator, et Dominus omnium dominantium. Le lettere intorno al suo suggello suonano talmente, cioè: Deus in cœlo, et Cam super terram, eius fortitudo omnium hominum Imperatoris sigillum. E così è scritto nel suo piccolo sigillo. E quantunque questo imperadore non sia di presente cristiano, niente di meno lui e tutti e tartari credono in Dio immortale e onnipotente. E quando egli vogliono minacciare alcuno, dicono: Dio sa bene, che tu ti comprasti quello che io ti farò: tal cosa dicendogli, ciò che voglion fare. Poi che io v'ho detto la cagione, per la quale lo imperadore si chiama Cane, iscriverò ora il governamento de la corte sua, quando egli fa festa solenne, cioè le quattro principale feste dell'anno. La prima festa è de la sua natività; l'altra della sua presentazione nel luogo di Moisach, cioè nel tempio dove fanno una maniera di circuncisione: le altre due feste sono di duoi loro idoli; la prima quando l'idolo fu prima posto nel tempio e intronizzato[36]; l'altra quando l'idolo cominciò a parlare, o vero o fare il primo miracolo. Altre feste solenne non fanno, se non quando un de' suo figliuoli pigliassi moglie. Or sappiate, che a ciascuna di queste feste è grandissima copia di popolo, e molto ordinato e armato per migliaia e per centinaia e per decine; e ognuno sa ben chi el debe servire, e ciascuno si è ben acorto e atento a quelo che gl'apartiene; che non v'è difetto alcuno. Prima vi sono quatro mila baroni, richi e possenti, per guardare e ordinare la festa e per servire lo 'mperadore. Queste feste solenne son fatte di fuori nelle tende fatte di drappi d'oro di Tartaria e di camosciato, molto nobilissimamente. Tutti questi baroni ànno corone d'oro sopra le teste loro, molto nobile e molte riche, lavorate di gran pietre preziose e di perle grosse orientale, e tutti son vestiti di drappi d'oro di Tartaria, o vero di camossciato, e più pulitamente che nel mondo si potessi pensare nè scrivere. E sono queste vestimenta tutte fregiate d'oro d'intorno e lavorate di pietre preziose molto ricamente; e non dimeno drappi d'oro e di seta sono quivi a miglior mercato, che non sono di qua e panni di lana. Questi quatro mila baroni sono partiti in quatro parte, o sia compagnie; e ciascun migliaio è vestito di drappi d'un colore solo, e sono così bene adornati ricamente, che è una maraviglia a vedere. El primo migliaio, il quale è di duchi, di conti e di marchesi e d'amiragli, son vestiti di drapi d'oro, tessuti di seta verde, e ricamati d'oro e di pietre preziose, al modo come io ò detto di sopra. El sicondo migliaio è vestito tuto di drappi di colore di diaspro e di seta vermiglia, tuta fregiata a oro e a perle, molto nobilissimamente lavorate. El terzo migliaio è vestito di drapi di seta purpurina di India. El quarto miglaio è vestito di drapi bianchi, e tute le lor veste sono nobilissime e pulitamente lavorate d'oro, di pietre e perle, chè uno uomo di nostro paese, avendo una sola di queste veste, potrebe per vero dire, che mai non sarebe povero; però che le lor pietre e perle varebono un gran tesoro di qua, più che non fanno di là. E, in tal modo aconci e chiamati, vanno ordinatamente a due a due inanzi a lo 'mperadore sanza parlare, inclinandosi solennemente. Ciascuno di loro porta inanzi a sè una tavoletta di diaspro, o d'avorio, o di cristallo, o di ametiste: inanzi a loro vanno tutti e pifferi, sonando di molti e diversi strumenti. Quando el primo migliaio è passato, e fatto la sua mostra, e' si tirano da lato a una parte. Poi passa oltre l'altro migliaio, e così el terzo, e anche il quarto, a uno modo; nè uno solo v'è che parli una sola parola. A lato a la tavola dello imperadore, il quale siede in tribunale, seggono di molti filosafi e savi di molte scienzie, come d'astronomia, di geometria, di negromanzia, di idromanzia, di augurii e di molte altre scienzie. Alcuni di questi filosafi ànno, inanzi a loro, astrolabii, sproni d'oro, vasi d'oro pieni di sabione, teste di morti, ne le quali fanno parlare maligni spiriti; e alcuni vaselli d'oro pieni di carboni ardenti; vaselli d'oro pieni d'acqua; altri d'olio; altri di vino; oriuoli d'oro e molti altri loro istrumenti, sicondo le loro scienzie. A certe ore, quando pare a loro, e' dicono a' suoi vassalli e a' famigli, che tutta via stanno inanzi a loro, disiderosi e pronti per fornire e loro comandamenti: fate pace. Allora dicono e famigli: fate pace; ascoltate. Poi dicono e filosafi: ciascuno faccia riverenzia, e fortemente inchini allo imperadore, il qual è figliuol di Dio e signior superno di tutto il mondo, perchè l'ora è di presente: e ciascuno abassa el capo a terra. Poi dicono questi filosafi: levate su. Poi a un'altra ora dirà un filosafo: mettete il vostro piccol dito nell'orechio vostro: e subitamente egli el fanno. E un'altra ora dirà un altro filosafo: mettete la vostra mano inanzi alla vostra bocca: e egli il fanno. Poi dice un altro: mettete la vostra mano sopra la vostra testa: e egli subitamente el fanno. Poi dice, che egli la levino; e così fanno. E in questo modo, d'ora in ora, gli dicono diverse cose; e dicono che queste cose ànno grandissimo misterio. Io gli domandai da parte, qual misterio e qual significazione avevono queste cose. Egliono mi risposono, che l'abassar le teste in questa ora aveva così fatto misterio, che, tutti quegli che l'avevono abassata, sarebono sempre ubidenti a lo imperadore, che nè per doni nè per promesse poterebono mai esere corroti, nè, per alcuno avere, inclinati a fare alcuno tradimento. Di mettere il dito nell'orechie dicevono, che niuno di quegli poterebe mai udir cosa contro a lo imperadore, che subito non gliene dicessino, se ben fussi il padre, figliuolo o fratello che 'l dicessi. E così di ciascuna persona o di cosa ch'egli dicono o fanno fare, eglino dànno diversi misterii. Siate certi che nessuna cosa si fa che appartenga allo imperadore nè drappi, nè panni, nè veruna altra cosa, salvo che a quella ora che dicono e filosafi, e' non moverebono un passo, se none a punti di stelle. E se nella terra de lo 'mperadore si fa guerra, o vero cosa a lui contraria, questo subito e filosafi e negromanti el vegono, e dicono a lo 'mperadore, o al suo consiglio: Signiore, di presente nella terra vostra, o in tal parte, si fa la tal cosa. E subito lo 'mperadore manda gente verso quella parte, e fa la sua providigione. Quando e filosafi ànno così fatto e suoi comandamenti, e' pifferi cominciono a sonare, e ciascuno el suo istromento, l'uno e poi l'altro, e fanno una gran melodia. Quando ànno sonato un gran pezzo, uno de' pifferi dello imperadore monta alto sopra una sedia lavorata molto nobilmente, e grida, e dice: fate pace; e ciascuno si tace. Da poi vengono tutti quegli del parentado dello imperadore, aparechiati molto nobilmente di drapo d'oro, e quali ànno aparechiati cavagli bianchi, quanti ne possono avere; e poi il siniscalco della corte chiamagli tutti, e nomina prima il più nobile, dicendo: siate aparechiati con el tale numero di cavagli bianchi per servire il nostro imperadore, signior nostro. E così, digradando, chiama tutti quegli dello 'mperadore; e poi, quando gli à così chiamati tutti, e' passono inanzi a lo 'mperadore l'uno dietro a l'altro; e, così ordinati, entrono l'uno dopo l'altro e presenton loro cavagli bianchi a lo 'mperadore, e passono oltre. E dapoi viene gli altri baroni, ciascuno di quegli gli dona, o vero presenta gioielli, o vero altra cosa, sicondo la lor condizione. Dipoi vengono e prelati de la lor legge, e ciascun gli dona qualche cosa: poi quando egli ànno tutti oferto a lo 'mperadore, el magiore de' prelati dona la sua benedizione, dicendo l'orazioni de la sua legge. Poi cominciono e pifferi a sonare un'altra volta; e quando gl'ànno così un pezzo sonato, e' restono e fanno venire inanzi allo 'mperadore lioni provati e altre bestie, aquile e avoltoi, e altre ragione d'animali, di pesci e serpe, per fargli riverenzia, perchè e' dicono che ogni criatura debe ubidire a lui e fagli onore e riverenzia. E poi vengono giocolatori e incantatori, che fanno trope maraviglie; però che fanno venire nell'aria el sole e la luna per sembianza (per fare riverenzia al Re), di tanta chiarezza, che quasi l'uno non può veder l'altro. Poi fanno venire la notte, sì che e' non si vede quasi niente. Poi fanno ritornare el dì: poi fanno venire danze con le più belle fanciulle del mondo, sì come paiono; e fanno venire altre fanciulle, che portono coppe d'oro piene di latte di vacca, e dànno da bere a' gran signiori e a gran donne; e po' fanno venire cavalieri che giostrono nell'aria, armati molto pulitamente di tutte l'arme che s'apartengono a giostra, e rompono le lance sì ferventemente, che e tronconi volano per tutte le tavole. Poi fanno venire cacce di cervi, e di cinghiali, e di cani coridori, e in somma fanno tante diverse cose, che è una maravigliosa cosa a vedere. E questi giuochi fanno insino a ora di mangiare. Questo imperadore à molte gente per servirlo, come io v'ò altre volte detto, e di piferi el numero è di XIII. cornuas: uno di questi cornuas fa di numero X. migliaia; ma e' none istanno però tutti con lui: però che tutti e piferi vengono inanzi a lui di qualunque nazione: egli gli fa tenere nella sua stanza; e quantunque e' vadino in altre terre, egliono non dimeno si chiamono piferi dello imperadore; e però n'è così gran numero de' valenti. E famigli[37] che sono diputati a la guardia degl'ucegli, astori, girifalchi, sparvieri, falconi gentili di riviera, e pappagalli parlanti, e altri uccegli; e così quegli che guardano le bestie salvatiche, mille elefanti e più, e altre diverse bestie arabiche, scimmie, marmotte, e altre bestie sono per numero XV. cornuas: e li fisici per la sua persona sono CCº., e i più sono cristiani, e sonvene XX. saracini; però che più si fida nell'opere de' cristiani che de' saracini. L'altra comune gente e famiglia è quasi innumerabile, e tutti ànno ciò che bisogna dalla corte dello imperadore. Ne la corte vi sono molti baroni e servidori che sono cristiani, che ivi stanno convertiti a la buona fede per le predicazioni de' religiosi cristiani che ivi sono; ma vi è molti, che non vogliono che si sappia, che sieno cristiani. Questo imperadore può spendere quanto vuole sanza istimazione, perchè egli non fa spendere oro nè ariento; nè d'altro fa moneta, che di corame e di papiro improntato. Ed è la moneta di vario pregio, sicondo la impronta sua; e quando la moneta è fatta vechia per molto manegiarla e è rotta e guasta, el tesoriere dello imperadore ne dà della nuova per la vecchia, una per una, per tutto el suo paese e per tutte le sue province, perchè ivi, come ò detto, non fanno monete d'oro nè d'ariento; e però pote egli spendere assai; ma dell'oro e dell'ariento, che è in suo paese, fa tutta via lavorare nel suo palazo e far cose diverse e mutare e rimutare sì come a lui piace. Nella sua camera è una colonna d'oro, sopra la quale è un rubino de la lungheza d'un piede, el quale di notte alumina tutta la camera. Questo rubino non è però diritto vermiglio, ma tiene di colore d'un bruno amatista: ivi sono molte pietre preziose e molti altri rubini, ma questo è el meglio e il più prezioso che lui abia. Item, al tempo della state sta lo imperadore a una città, che è inverso Bissa, la qual si chiama Sedon: ivi è assai freddo. Al tempo di verno sta in una città di Camacalech, ove è molto caldo paese, ma comunemente sta a Chaida, o vero in Ions, che è buon paese e asai temperato, secondo el paese di là: ma di qua parrebbe troppo caldo[38]. Item, quando lo imperadore cavalca da un paese a l'altro, egli fa ordinare IIIIº. oste delle gente sue. El primo oste va inanzi a lui una giornata, però che questo oste giace la notte, dove lo 'mperadore debe giacere la mattina: ivi truova ogni uomo ciò che gli bisogna; e a questo primo oste, e da cavalo e da piede, son per numero L. cornuas: un altro oste va a la destra parte, di lungi una meza giornata, e l'altro a la sinistra parte altrettanto; e a ciascuno di questi due osti son tante genti, quante nel primo. El quarto, che è assai magiore che niun degl'altri, va dietro a lo 'mperadore, lontano a una arcata; e ciascuno oste ànno la sua giornata ordinatamente in certi luoghi, dove debono star la notte, e ivi egli truovono quanto fa di bisognio: e se aviene che una di quelle oste muore, subito n'è rimesso un altro in suo luogo, sì che il numero rimane sempre intero.
DELLA MANIERA DEL GRAN CANE QUANDO LUI CAVALCA, E DI COLORO CHE CAVALCANO SECO, E DELLA SIGNIORIA E GRAN POSSANZA SUA.
E sappiate, che lo 'mperadore colla sua persona non cavalca mai: el simile e gran signiori di là, salvo se eglino volessino andare in alcuna parte con poca compagnia secretamente; e questo per non essere conosciuto. Lo 'mperadore va in una carretta di IIIIº. ruote, sopra la quale è una bella camera fatta d'una ragione legno chiamato aloes, el quale è condotto per un fiume dal paradiso, come io ò detto di sopra. Questa camera è molto odorifera, per cagione di questo legnio, e è tutta coperta di dentro, la camera, di piastre d'oro con pietre preziose e perle grosse: quattro elefanti e quattro destrieri bianchi, coperti di riche coperture, tirono questa carretta, e sei gran signiori vanno d'intorno a la carretta, a cavallo e aparechiati molto nobilmente: e niuno s'aprossima a la carretta, salvo questi signiori e quegli che son chiamati dallo imperadore per parlare. Sopra questa camera sono posti certi girofalchi, a ciò che, vedendo lo 'mperadore uno uccello salvatico, e volendo vedere e aver piacere di quello, gli lascia uno d'essi suoi girofalchi e più, come gli piace: in questo si piglia diletto passando pel paese. E, come io ho detto, niun cavalca inanzi a lui di sua compagnia, anzi tutti vengono dipoi, lungo lui, e niuno s'ardisce apressarsi a la camera, ecetto que' signiori che sono intorno a lui: e tutto l'oste vien dopo lui pianamente, dove è gran moltitudine di gente. In una simile carretta, e similmente ordinate vanno le imperadrici, ciascuna per sè, in IIII. osti, a modo che va lo 'mperadore, ma non con così gran moltitudine di gente. Dappoi il primo genito suo va in un altro carro e per un'altra via, per questa e con questa medesima maniera, ed è una maravigliosissima cosa a vedere la gran multitudine di gente: nissuno crederebbe la somma, chi non la vedessi! Alcuna volta aviene, che lo 'mperadore non va molto dilungi da loro, anzi va insieme, e sono loro gente nobile e ordinate e partite in IIII. parte[39]. Item, lo imperio di questo Gran Cane è partito in XII. province: in ciascuna provincia sono più di duo mila città, e ville sanza numero; e 'l suo paese è molto grande, però ch'egli à XII. Re principali, de' quali ciascuno à molti Re sotto posti a lui, e tutti ubidiscono al Gran Cane. La sua terra e la sua signoria dura tanto, che si starebe a andare da l'un capo a l'altro, per mare e per terra, più d'un anno: e pe' diserti, dove non si truova alcuna villa, vi sono ordinati ostelli per giornate, dove i trapassanti possin trovare quel che gli fa bisognio, a ciò che si possa andare per lo paese.
DEL MODO CHE OSSERVONO E CORRIERI SUA IN PORTARE PRESTO LE NUOVE, E DELLE COSE CHE SI FANNO AL GRAN CANE QUANDO CAVALCA PER LO SUO PAESE.
In quello paese è una maravigliosa usanza, ma è utile, perchè quando alcuno contrario viene, o altre novelle che tocchi allo imperadore, sì sa tanto in un dì, che un altro non saprebbe in tre, perchè ha gli cavallari ordinati che subito montono sopra durmedrari, o vero cavagli corridori, e vanno sempre correndo infino a uno oste de' predetti; e, quando lui s'appressa, suona un corno, e colui che è all'oste lo intende, e subito è aparechiato un altro e dà le lettere, e va correndo; e così, correndo, tramutandosi l'uno e l'altro, giugne a lo 'mperadore; e a questo modo à presto novelle: e son questi corrieri nel lor linguaggio chiamati adilla, che tanto vuol dire, quanto messaggieri. Quando lo 'mperadore va da un paese a un altro, sicondo il modo che io ò detto, e passa per le città e per le ville, ciascuno inanzi al suo uscio fa fuoco, e ardono polvere d'incenso molto odorifero, per donare buono odore a lo 'mperadore; e le genti s'inginochiono intorno a lui; e lungo le contrade sì gli fanno gran riverenzia: e i cristiani e i religiosi, che stanno nelle sue terre, gli vanno inanzi a la procissione colla croce e aqua benedetta; e andando verso lui cantano ad alta boce: Veni, creator spiritus. E quando egli ode, comanda a' signiori, che sono dallato a lui, che cavalchino e faccino venire inanzi a lui questi religiosi. E quando e' s'appressono e che vede la croce, si leva el suo galeotto, che siede sopra a la sua testa a modo d'un cappello di feltro, fatto d'oro e di pietre preziose e di perle grosse, el quale è tanto ricco, che sarebe stimato un reame di quel paese; e poi s'inginochia contro a la croce e fagli riverenza. Poi il prelato di questi religiosi dice inanzi a lui orazioni, e poi lo benedice colla croce; e lui s'inchina alla benedizione molto divotamente: e poi il prelato gli dona alcun frutto al numero di nove in un piattello d'ariento, cioè pere, o frutte, o pomi, o altre frutte; e lui ne piglia uno, e poi ne dà agli altri signiori che son d'intorno; però che l'usanza è tale, che niuno forestieri venga inanzi, che non gli doni qualche cosa, sicondo l'antica lege, che dice. Non apperebis in conspectu meo vacuus. Di poi lo 'mperadore dice a li religiosi, che si tirino indietro, a ciò che non sieno soffocati per la grande multitudine de' cavagli che vengono. El simile fanno a quelli che stanno nel campo della imperadrice: il simile fanno al primo genito, presentandogli dei frutti. E sapiate, che queste tante genti, che sono in queste tante oste d'intorno a lui e intorno alle moglie e i suoi figliuoli, non istanno continuamente con lui, ma, ogni volta che gli piace, son comandati, e poi tornono nelle propie stanze, salvo quegli che stanno per servire a lui e alle sue moglie e lor figliuoli per governare la sua corte. E quantunque tutti gli altri si partino, non dimeno comunemente e onorevolmente si stanno con lui nella corte L. mila uomini da cavallo e dumila da piedi, sanza e pifferi, e sanza quegli che guardano le bestie salvatiche, e gl'uccegli; el numero de' quali ò di sopra detto. Sotto il firmamento, nè sopra terra, nè sotto terra non è sì gran signore[40], come è il Gran Cane. El prete Giovanni, el quale è imperadore dell'alta India, e 'l Soldano di Babillonia con lo imperadore di Persia, nè di nobilità, nè di richezze non ànno comparazione alla sua possanza; imperò che egli avanza tutti i principi terreni. Adunque gran danno è che e' non creda in Dio fermamente. Lui ode molto volentieri parlare di Dio, e lascia farsi cristiano chiunque vuole per tutto el suo paese; però che a niuno è negato e vietato a mantenere qual legge si vuole. In questo paese uno à cento moglie, uno XL.; e chi più, e chi meno: egli pigliono le loro parenti per moglie, ecetto la madre, e le figliuole, e le sorelle; ma egli possono pigliare le sorelle da parte di padre d'un'altra femmina, e le moglie de' frategli, dopo la morte. E' portono tutti e drappi larghi sanza foderare, e sono interi dinanzi e di dietro, e dallato è allacciato e formato di seta; e portono le pelliccie di sopra, e non portono nè vestono nè usono cappucci. Usono una maniera di mantegli fessi dallato, sopra e quali si vestono e capucci a modo d'un capperone. Le femine loro si vestono a modo che gli uomini, sì che e' non si conoscono gl'uomini dalle femine, se non le maritate, che portono un segno sopra 'l capo; e gl'uomini non istanno insieme colle femine, ma ciascuno da sè; e l'uomo va da quella che gli piace a la sua casa; uomini e femine. Le case loro sono ritonde, fatte di bastoni, con una sola finestra ritonda di sopra, la quale fa i' lume, e dove n'esce il fummo: il coperto e le parete dentro sono di feltro. Quando e' vanno in guerra, e' portono le case seco a modo che noi facciamo le tende e' padiglioni, e fanno el fuoco nel mezzo della casa. Item, egli ànno grandissima moltitudine d'ogni maniera di bestiame, salvo che de' porci, de' quali egli non notriscono.
DEL MODO DEL SACRIFICARE LORO, E DE' NOMI DEI FIGLIUOLI DEL GRAN CANE.
Costoro credono in uno Dio, il quale criò e fece ogni cosa, e non dimeno egli ànno idoli d'oro e d'ariento e gli offeriscono sempre latte di bestie loro; così delle vivande e del vino prima ch'egli mangino; e ispesse volte oferiscono cavagli e altre bestie, e chiamono, lo Idio di natura, Iroga; e il loro imperadore, abia il nome come si voglia, egli lo chiamono Cane. Quando io fui in quel paese, il loro imperadore aveva nome Tinth Cane, e 'l suo figliuolo aveva nome Cosuc, e quando sarà fatto imperadore si chiamerà Cosuc Cam. Questo imperadore aveva XII. figliuoli, sanza quello, e nomi de' quali son questi: Cahadai, Vinim, Neag, Vocab, Cadi, Sida, Tuie, Soalac, Rabi, Cam, Gare, Gan[41]; e aveva tre moglie; la prima e principale fu figliuola del prete Giovanni, e aveva nome Serocam, e l'altra Heracam. Queste genti cominciono a fare ogni cosa a luna nuova, e molto onorono la luna e il sole, e spesso s'inginochiono verso di quegli. Egli cavalcono comunemente sanza isproni, ma portono sempre una sferza in mano, colla quale isferzono il cavallo.
DELLE COSE CHE E' TENGONO PER PECATO E DELLA PENITENZIA CHE GLI CONVIENE FARE PER QUESTI PECCATI, E DEL MODO CH'EGLI TENGONO A PRESENTARE IL GRAN CANE.
Egli tengono molto contro a cuscienzia e a gran peccato a gittare un suo coltello nel fuoco, e a tagliare col coltello la carne, e apogiarsi colla sferza colla quale si sferza el cavallo, e a percuotere il cavallo col suo freno, e a rompere uno osso con un altro osso, e a recare[42] un piccolo fanciullo sopra porpora. Un grandissimo peccato tengono a pisciare ne la casa dove stanno; e, chi vi pisciasse, certo l'ucciderebbono; e di ciascuno di questi peccati è bisogno che si confessino al lor prete, e pagare una gran somma d'ariento per penitenzia; e conviene, il luogo dove è stato pisciato, sia lavato e benedetto, e altrimenti, niuno vi ardirebe stare, nè entrare. E quando egli ànno pagato la lor penitenzia, egli gli fanno passare pel mezzo del fuoco e pel mezzo di due porte, per nettarlo di quel peccato. E quando alcun viene a presentare o a fare imbasciata a lo 'mperadore, è di bisogno, che lui, e il presente, e lo portatore passi per due fuochi ardenti per fagli purificare, a ciò che non vi sia veneno, o cosa cattiva che nuoca a lo 'mperadore. L'uomo preso in fornicazione è ucciso. Egli uccidono qualunque ruba cosa alcuna; e' sono tutti buoni arcieri, e corrono così bene le femine come gl'uomini. Le femine fanno tutte le cose, come drappi, tele, e altre arte, e menono carri e carrette: universalmente fanno ogni mestiero, salvo che archi, saette e armi[43], le quali fanno gl'uomini. Tutte queste femine portono le brache, come gl'uomini: tutte le genti di questo paese sono ubidienti molto ai lor signori e supriori. Egli non sono contenditori, nè fanno quistione l'un co l'altro, e nel paese non è alcuno rubatore: molto si onorono l'un l'altro, ma non portono onore a gente strana nè a forestieri, quantunque fussino principali. Egli mangiono cani, gatti, lupi, volpi, giumenti, puledri, asini, topi e ogni altra bestia grande, e salvatica privata; e mangiono tutte le bestie dentro e di fuori, e non gli cavono alcuna cosa, se non la feccia. Poco pane mangiono e usono, salvochè nelle corti de' gran signiori; e in molti luoghi del paese non fanno altro per minestra che brodo. Quando eglino ànno mangiato, eglino si nettano le mani a' gironi, perchè eglino non ànno tovaglie, se non alle corti de' gran signori, come è detto di sopra. E li signiori usono spesso pelle di bestie in luogo di tovaglie, e così la comune gente. E quando egli ànno mangiato, e' rimettono le scodelle non lavate nel lavegio[44], o vero nella caldaia del brodo, infino a tanto che vogliono mangiare un'altra volta. E richi uomini beono latte di cavalla e d'altre bestie, ed un'altra bevanda, che fanno d'acqua e di mele cotto insieme, perchè non ànno nel paese nè vino nè cervogia, e vivono molto cattivamente; e, come io ò detto, non mangiono se none una volta el die, e anche poco. Uno uomo di nostro paese più mangerebe in un dì, che loro in tre; e a' messaggi forestieri, che vengono dallo imperadore, gli dànno mangiare una volta el dì e poco. Egli guerreggiono molto saviamente, e sempre si studiono di confondere e nimici: ciascun di loro à due archi o tre, e delle saette in grandissima abundanzia, e una grande accetta in mano. Li gentili uomini ànno spade larghe e tagliente da uno lato, e ànno piastre e elmi di coiame pulito, di pelle di dragoni; e il simile le coperture da cavallo: e se alcun di loro fugge dalla battaglia, egliono l'uccidono. Egliono usono una gran malizia quando sono a uno assedio ad una terra murata, promettendo loro ogni cosa che sanno adimandare, oro e ariento, e ogni altra cosa, se s'arendono. Ma quando si sono arenduti, tutti gl'uccidono e sì gli tagliono gli orechi, e sì gli fanno quocere, e di questo mangiono a modo d'insalata: di questo fanno ancora guazzetto per li gran signiori. E' ànno intenzione di sottomettere tutte le criature, e dicono, che sanno bene per profezia, che saranno vinti per gente arcieri, e sì si convertiranno alla legge di quegli che gli vinceranno; e però sostengono pacientemente, che ogniuno, di qualunque legge si sia, abiti nel paese. Quando vogliono fare e loro idoli, o vero alcuna immagine in memoria d'alcuno amico morto, li fanno sempre nudi, e le immagine tutte ignude sanza segnio di vestimenta, perchè egli dicono, che nel buono amore non è coperta alcuna, e che e' non si debe amare per nobil vestimento, nè per nobile apparamento, ma solo amare pel corpo, il quale naturalmente è dotato di virtù, e non per vestimenti, che non son dote di natura. Item, un gran pericolo è a seguire e tartari quando fugono in battaglia, perchè, fugendo, tragono indietro, uccidendo gl'uomini e' cavagli. E quando s'aparechiono e aconciono per combattere, e' sono sì serrati insieme, che dua milia non paiono uno, e guadagnono molto bene le terre altrui, ma non le sanno guardare; però che sono più usi a stare nella campagna in tende e in padiglioni, che in ville e in castella. Egli non aprezono alcuna cosa nè 'l saper de l'altre nazione. Egliono apreziono e vendono molto olio d'ulive, però che dicono, che è una nobile medicina. Tutti e tartari ànno piccoli ochi e poca barba e chiara, e sono sì falsi e sì malvagi traditori, e tanto fraudolenti, che niun si dè fidare nè nelle parole nè nelle promesse loro: e' sono assai durissima gente e possono sofferire molta pena e sinistro, molto più che altra gente; però che egli ànno molto bene imparato nel propio paese. Nulla spendono quando alcuno debe murire per malattia: e' mettono una lancia apresso del malato, e quando laborat in extremis, ciascuno fugge fuori della casa, tanto che sia morto; poi lo sotterrono nei campi.
DEL MODO CHE SERVONO QUANDO MUORE LO IMPERADORE IN SOTTERRARLO, E DEL MODO CHE TENGONO QUANDO NE FANNO UN ALTRO, E DELLE PAROLE CHE LUI DICE ALLA ELETTA.
Quando lo 'mperadore muore, egli lo mettono in una catedra[45] a sedere nel mezzo della tenda sua molto onorevolmente, e inanzi a lui una tovaglia con carne e con vivande e uno nappo pieno di latte, innanzi a lui, di cavalla; e mettongli apresso il suo puledro e una cavalla sellata col suo freno, e, sopra alla cavalla, oro e ariento; e empiono la tenda di strame; poi fanno una gran fossa e larga: con tutte queste cose il sotterrono, e dicono, che, quando e' sarà nell'altro mondo, e' non sarà sanza stanza, nè sanza cavallo, nè sanza oro, nè sanza ariento, e la cavalla gli darà latte e gli farà altri cavalli, tanto che sarà ben fornito nell'altro mondo. Alcuni de' suoi cavalieri e uficiali si mettono nella fossa con lui per servirlo nell'altro mondo, però che credono, che a l'altro mondo si viva in sollazo con femine, a modo che fanno di qua. Ancora molte volte egli lo fanno sotterrare secretamente di notte nel più salvatico luogo che possono; e sopra la fossa vi rimettono l'erbe e gli roghi, acciò che niuno lo truovi mai più, e che più non venga in memoria a niuno degli amici suoi. Allora dicono, che si troverà vivo nell'altro mondo e che lui è magiore signore di là che non era di qua. Dopo la morte dello imperadore e sette lingnaggi si ragunono e elegono il suo figliuolo maggiore, e sì gli dicono: noi laudiamo (sic), ordiniamo, e vi preghiamo, che voi siate nostro Signiore, e nostro imperadore, e nostro governatore. E lui risponde: se voi volete, ch'io regni sopra di voi, ciascun di voi faccia ciò che io gli comanderò, e tutto quello che io dirò sia compiuto. Egli rispondono tutti a una boce: tutto ciò che voi comanderete, sarà fatto. Poi dice a loro lo imperadore: sappiate che da ora inanzi la mia parola sarà tagliente come ispada. E poi l'assettono sopra nel feltro nero, e poi il mettono nella sua sedia, e sì gli mettono la sua corona. Poi il paese gli manda tutti a presentarlo in modo, che in quel dì à più camegli carichi d'oro e d'ariento, sanza e gioielli de' gentili uomini, d'oro e di pietre preziose, che sono sanza estimazione; e sanza i cavagli, sanza i drappi di porpora e di camosciati di Tartaria, che sono sanza numero.
Questa terra di Catai è nella profonda Asia, e poi di qua è Asia maggiore, e confina col Reame di Tarsia dallato verso occidente; el qual Reame di Tarsia fu d'uno de' Re, che venne a trovare e presentare il nostro Signiore in Bethlem; e quegli che sono del linguaggio di quel Re, son tutti cristiani. In Tarsia non mangion carne, nè beono vino. Di qua dal Reame di Tarsia, da lato, verso occidente, è il reame di Turcquestem, el qual si stende verso occidente infino al reame di Persia, e di verso settentrione, infino al reame di Corasina. In questo paese di Turcquestem sono poche buone città: la migliore città di quello reame si chiama Ottorai. Ivi sono grande pasture e poche biade, e però son eglino tutti pastori, e giaciono nelle tende, e beono cervoge fatte di miglio.
DELLA CITTÀ DI CORASINA, E DI MOLTI PAESI STRANI.
Poi da lato di qui è il Reame di Corasina, el quale è buon paese abondevole, [ma] sanza vino: verso oriente è un diserto, che dura più di Cº. giornate. La magiore città del paese si chiama Corasina, della quale el reame piglia el nome: quegli del paese son molto buoni guerrieri e arditi. E poi di qua è il reame di Comano, del quale anticamente furono discacciati li comani, che furono in Grecia. Questo è uno delli magiori reami del mondo, ma non è tutto abitato, però che da una parte, verso Bissa, è il freddo sì grande, che nissuno lo potrebbe mai patire; e sonvi tante mosche, che non si sa in qual parte volgersi. In questi paesi sono pochi alberi fruttiferi, onde vi sono poche legnie. Gli uomini giaciono nelle tende e ardono sterco secco di bestie. Questo reame viene discendendo verso Prussia e verso Russia; e pel mezo di questo reame corre el fiume di Tigris, el quale è una de le magior riviere del mondo, e si aghiaccia sì forte, che spesse volte sopra il ghiaccio sono ragunati combattenti a cavallo e a piedi, più di XXX. mila persone. E tra questa riviera è il gran mare occeano, che si chiama el mare Mauro. Verso il capo, di sotto questo reame, è il monte Cochis, el quale è uno de' più alti monti del mondo. E tra il mare Mauro e il mare Caspio, ivi è uno molto istretto passo, per andare verso India; e però vi fece fare Alessandro una città, che chiamò Alessandria, per guardare el paese, acciò che niuno vi pasasse contra sua voglia: e al presente si chiama quella città, Porta di ferro. La principal città di Cumana si chiama Barach, ed è una delle tre vie d'andare in India; ma per questo passo non potrebbe andare gran multitudine di gente, salvo che di verno: per questa via si ruba l'altra via, per andare nel reame di Turquesten in Prussia, e per questa via son molte giornate di diserto. La terza via è, per la quale (sic) si viene di Cumana, e vassi per lo gran mare, e per lo reame di Archas, e per la grande Armenia. E sapiate che tutti questi reami, e tutte queste terre, infino a Prussia e a Russia, ubidiscono tutti il Gran Cane di Catai e molti altri paesi e confini, sicchè il suo potere e la sua signioria è molto grande.
DELL'IMPERIO DI PERSIA, E DELLE CITTADI CHE IVI SONO.
Poi che io v'ò discritto le terre e i reami inverso le parte di settentrione, discendendo da la terra di Catai infino alla terra de' cristiani, verso Prussia e verso Russia, io vi scriverò altre terre e reami, iscendendo per questa costa verso la parte destra, infino al mare di Grecia, inverso la terra di cristianità. E dipoi lo 'mperio di Catai, è lo imperio di Persia, e minori reami. Io parlerò prima del reame di Persia. Dua reami vi sono; il primo comincia di verso oriente infino a la riva di Frison, e di setentrione infino al mare Caspio, e verso mezzo dì infino a' diserti d'India. Questo paese è buono e ben popolato, e evvi dua buone città principali; l'una Botrura e Socvergant, la quale alcuni chiamono Sarmagant. L'altro reame di Persia si stende per la riviera di Frison, verso la parte occidentale, infino al reame di Media, e verso settentrione infino alla grande Arminia e 'l mare Caspio, e in verso mezo dì infino a la terra di India. Questo si è buon paese e abondevole: ivi sono III. principali città, Neabor, Saphaon e Carmasana: dapoi è Erminia, ove soleva esere IIII. reami. Gli è un nobile paese, e abondevole di beni, e comunemente comincia a Persia, e sì si stende verso occidente dilungi infino a Turchia: da l'altra parte dura, dalla città chiamata Alessandria (da altri chiamata Porta di ferro) sopra detta, infino al mare di Media; e in questa Armenia son molte buone città; ma Taurissa è la più famosa. Di poi è 'l reame di Media, il quale è molto buono, e non è men largo[46]; e comincia verso oriente, alla terra di Persia e alla minore India, e sì si stende verso occidente, verso il reame di Caldea, e di verso settentrione discendendo verso la piccola Armenia. In questa regione di Media son molte grande montagne, e poca terra piana. Gli saracini tengono questo reame, e un'altra maniera di gente, che sono cordiani. Le due magior città che sieno in questo reame sono Serra e Carima. Apresso a questo è il reame di Giorgia, il qual comincia verso oriente a una montagna grande, chiamata Absor, ove stanno diverse gente e diverse nazioni, e chiamono il lor paese Allano. Questo reame si istende verso Turchia, e verso il gran mare, e verso il mezzo dì, e confina colla grande Armenia.
DEL REAME DI GIORGIA, E DEL REAME DI ABTHAS, E DELLA PROVINCIA DI BONAVISON, NELLA QUALE È UNA COSA MOLTO MARAVIGLIOSA, E DELLE GENTE CHE IVI ABITONO.
In questo paese sono due reami, l'uno è questo Giorgia, e l'altro è il reame di Abthas, e tutta via sono tuta duo e paesi cristiani, ma quello di Giorgia è sotto posto al Gran Cane. Il reame di Abthas è più forte paese, e àssi vigorosamente e fortemente sempre difeso contro a qualunque l'à assalito e non fu mai sottoposto ad alcuno. In questo reame di Abthas è una grande maraviglia, perchè v'è una certa provincia, la quale circunda tre giornate, ed è chiamata Bonavison, ed è tutta coperta di tenebre sanza alcuna chiarezza, sì che niun può sapere che cosa vi sia, e niuno vi ardisce d'entrare; ma quegli del paese dicono, che alcuna volta ànno udite voce di gente [gridare] e cavagli anitrire, e galli cantare; e sassi bene di certo, che vi stanno gente, ma non si sa che gente. E dicesi, che queste tenebre vennono per divin miracolo, perchè fu già uno imperadore di Persia, malvagio uomo, chiamato Sauro. Costui perseguitava tutti e cristiani per istringelli e per fagli sacrificare agli suoi idoli, e cavalcava a oste bandito per confondere tutti gli cristiani. In quello paese dimoravano molti cristiani, i quali, lasciando i loro beni, volevano fuggire in Grecia. Essendo pervenuti in un piano il qual è chiamato Imegon, ivi venne incontro il malvagio imperadore coll'oste suo per una valle, per distruger tutti questi cristiani. Li cristiani, vedendo questo, si missono inginochioni, e feciono prieghi a Dio, e di subito venne una nuvola tanto fonda e spessa, che coperse lo 'mperadore coll'oste suo per sì fatto modo, che non poterono andare inanzi nè a dietro. E così questi stanno fra le tenebre, che mai poi n'uscirono; e i cristiani n'andorono dove a lor piacque, e li inimici loro stettono confusi sanza fare colpo. E possono bene dire: A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris. Però che un grande miracolo fu questo, che Dio fece per loro, sì come apare di presente per la cagione predetta; sicchè tutti e cristiani doverebono per questo esser più divoti del nostro Signiore che non sono; però che sanza dubbio, se non fussi la malvagia gente e i peccati de' cristiani, egli sarebono signiori di tutto el mondo; chè la bandiera di Giesù Cristo è sempre spiegata e aparechiata per ogni uno suo buon cristiano e servidore per aiutarlo; sì che per uno valente uomo amico di Dio, ne sconfondorebe mille cattivi, come dice David nel Salterio: Cadent a latere tuo mille et decem millia a dextris tuis: Ad te autem non apropinquabit. Et in altro luogo: Quoniam persequebatur unus, mille et duo fugarunt decem millia (sic). E come può essere, che uno ne cacci mille, David profeta dice: Sequendo quia manus Domini fecit omnia (sic). Il nostro Signior dice per la bocca del profeta: Si inimicis meis ambulaveritis super tribulantes vos mississem manum meam (sic). Sì che noi vegiamo apertamente, che se noi vogliamo esser buoni, niuno poterebe durare contra di noi. Item, fuora di questa terra tenebrosa è una gran riviera, la quale dimostra segniale, che dentro stanno gente, ma niuno vi vuole stare, nè dimorare, nè entrare per vedere. E sapiate, che in questo reame di Giorgia e di Abthas e della piccola Armenia, vi sono uomini cristiani e ben divoti, perchè si confessono e comunicono ogni settimana una volta o due; e molti vi sono, che si comunicono ogni dì, e noi di qua non lo facciamo punto, quantunque San Paolo lo comandi, dicendo: Omnibus diebus dominicis ad comunicandum hoc est tempus: egli el custodiscono, e noi no.
DELLA TURCHIA E DELLE PROVINCE CHE VI SONO, E DI CALDEA, DI MESOPOTAMIA, E DI MOLTE COSE CHE LÌ SI TRUOVONO.
Item, apresso questo paese di qua, è la Turchia, la quale confina colla grande Armenia e colla piccola. La Turchia à molte province; Chomana, Capadocia, Sarra, Bricca, Chessa, Chompitam, Gea, Comana, Nachi; e in ciascuna città di queste province son molti buon cristiani. La Turchia si distende infino alla città de Stachala, la quale siede sopra el mare di Grecia, e confina con la Soria. Soria è gran paese e buono, come di sopra è detto; e ancora dallato di sopra verso il Reame di Caldea, il quale si distende dalle montagne di Caldea inverso oriente, infino alla città di Ninive, che siede sopra alla riviera di Tigris; e di largheza comincia verso Bissa a la città di Marga; e sì si distende fino mezzo dì infino al mare occeano. In Caldea è il paese piano, e poche montagne e fiumane vi sono. Da poi è il reame di Mesopotamia, il qual comincia a li confini di Giorgia, a una città chiamata Mossella, e sì si stende verso occidente infino al fiume di Eufrates, e poi sì si stende verso una città chiamata Roais: di largo tien dal monte d'Armenia infino a' diserti d'India minore. Questo è un buon paese e piano, ma son poche riviere. In questo paese non sono se non due montagne, l'una chiamata Simar, l'altra Lison, e confina questo paese col reame di Caldea e col reame di Arabia. Ancora, verso le parti meridionali, sono molti paesi, molte terre e molte regioni. Prima si è la terra di Etiopia, la quale confina verso oriente con gli gran diserti, e verso occidente con gli reami di Nubia, e verso mezzo dì col Reame de Mortagna, e verso Bisa con lo mare rosso. In questo paese son molte genti con molti reami: dipoi si è Mortagnia. Da Etiopia, infino a l'alta Libia, giace tutto questo paese di lungo el mare occeano verso el mezzo dì; e in questi paesi son molti reami, e confina da l'altra costa con Nubia, la quale confina colle terre sopradette, e co' diserti d'Egitto: li nubiani sono cristiani. Dopo Egitto, del qual di sopra ò parlato, è l'alta Libia e la bassa Libia, la qual discende a basso verso il gran mare di Spagna, ne la quale sono i reami di Seoth, Taramensa, Tunisi, Cartagine, Buglia, Algarba, Bellamarina, Montefiore, e molti altri reami, e molte altre diverse gente.
DEL PAESE DI CADISSA E DELLE COSE CHE IVI NASCONO, E DELLI MONTI CASPI, NEI QUALI SONO RINCHIUSI E GIUDEI, E DI MOLTE ALTRE COSE.
Io v'ò iscritti di molti paesi che son di qua dallo grande reame di Catai, i qua' molti paesi ubidiscono al Gran Cane; ora farò discrizione, seguendo, d'alcuni altri paesi e d'alcune isole che sono di là. E dicono, che passando tutta la terra di Catai, verso l'alta India e verso Bacaria, si passa poi per una regione chiamata Cadissa, la quale è paese molto grande e bello. E ivi crescie una region di frutti a modo che carobe, ma assai più grossi: e, quando sono maturi, si fendono pel mezzo, e truovasi dentro una bestiuola in carne e in ossa e in sangue, a modo d'un piccolo agnello sanza lana, sì che si mangia insieme col frutto: e questo frutto è di gran maraviglia e di grand'opera di natura. Niente di meno io dissi ad alcuno del paese, che io non tenevo questa opera per gran miracolo, però che son così alberi (sic) nel nostro paese, de' quali e frutti sono uccegli; e ancora ne sono in altre parte, che nelle nocciuole è il vermine, che è animal sensitivo, benchè non abia ossa. Ivi son pomi di buono odore e sapore, lunghi, de' quali ne sta insu nun ramo più di Cº., e tanti insu un altro ramo; e ànno foglie grande e lunghe un piede e più, e un altro piede e più larghe. In questi paesi e in altri, quivi intorno, crescono molti alberi, che fanno chiovi di gherofani e noce moscade e grosse noce d'India, e altre spezie. Ivi sono vigne che fanno grapoli de uva sì grandi, che uno uomo arebe affanno a portare una palmetta[47] co' grappoli. In questa medesima regione sono e monti Caspii, chiamati Uber: alcuni di quegli del paese gli chiamono Gothet e Magoth. In questi monti sono ancor serrati i X. tribi d'Israel co' loro Re, nè uscir possono. Ivi furono rinchiusi per lo Re Alessandro con XXII. Re di corona col popol loro, el quale sta ne le montagnie di Scizia; e infra questi monti Caspii dal detto Re furono incalzati. Vedendo il Re Alessandro che non gli poteva rinchiudere per opera degli uomini suoi, come e' credeva, pregò lo Idio di natura, che gli volessi aempiere quello che aveva cominciato; e quantunque non fusse degnio d'esere esaudito, non dimeno Dio, per la sua grazia, chiuse e monti insieme, sì che quivi stanno serrati intorno da altri monti; salvo che da uno lato, dal quale è il mare Caspio. Potrebono domandare alcuni: poi che 'l mare è da uno lato, perchè non escon egli, e vadino dove a lor piace? A questo rispondo, che questo mare Caspio esce fuori di terra di sotto a questa montagna, e corre pe' diserti da una costa di quel paese e si stende infino a' confini di Persia; e quantunque sia chiamato mare, non dimeno non è però mare, nè rocca d'altro mare[48], anzi è un lago magiore del mondo. E quantunque e' si mettessino in questo mare, non saperebbono dove arrivare; però che non sanno altro linguaggio, che il loro propio; e però non si metterebbono a uscire. Ma non crediate però, che siano quegli proprio che incalciò il Re Alessandro, ma sonvi quegli che son discesi di loro, però che quegli non sarebbono vissuti tanto tempo. E sappiate, che gli Giudei non ànno terra propria in tutto el mondo, se non quella fra quegli monti; e anco di quella rendono tributo alla Reina d'Amazonia, la quale fa molto ben guardare quegli monti, acciò che non eschino, perchè la terra sua confina con quegli monti. Alcuna volta aviene, che alcuno giudeo sale su per quegli monti, ma la moltitudine non vi potrebe montare, nè dismontare, perchè e monti sono sì aspri, forti e alti, che a malgrado loro vi possono stare, perchè non ànno uscita da parte alcuna, salvo che per un piccolo sentiero e stretto, el qual fu fatto a mano per forza, e dura forse quatro leghe e è tutta terra diserta, dove per niuno ingegno si può trovare acqua. Per la qual cagione non vi si può abitare; e sonvi tanti dragoni e serpenti e altre velenose bestie, che non vi si può passare, salvo per grande verno; e chiamasi questo passo Olirem: e questo fa guardare la reina d'Amazonia. E se pure alcun ne esce, non sanno altro linguaggio, che 'l suo, e non sanno parlare con altra gente che si truovino; ma dicesi ch'egl'usciranno al tempo d'Anticristo. E per questa cagione tutti e giudei che son dispersi per tutte l'altre terre, imparano il parlare ebreo a speranza, che que' de' monti Caspi escino fuori e egli si possino intendere co loro: e questi conduceranno quegli per cristianità, per distruggere e cristiani; imperò che gli giudei di qua dicono, che egli sanno per profezie, che quegli de' monti Caspii usciranno e spargeransi pel mondo. E così, come e giudei sono stati sotto posti a' cristiani, così e cristiani saranno sotto posti a' giudei. E se voi volete sapere a qual modo e' troveranno uscita, sicondo che io ò inteso, io vel dirò. Nel tempo d'Anticristo sarà una volpe, la quale arà una tana in quel luogo, dove il Re Alessandro fece fare una delle porte; e tanto anderà questa volpe cavando e perforando la terra, che ella passerà oltre questa terra verso questi giudei; e quando e' vederanno queste volpi, forte si maraviglieranno; però che e' non vidono mai sì fatta bestia, e però che d'ogni bestia ànno con loro, salvo che delle volpi. Allora cacceranno questa volpe e seguiteranla tanto, che enterrà nella sua tana; e egliono v'anderanno drieto, perseguitandola infino alla tana tanto, che egliono troveranno le porte, che fece fare il Re Alessandro, di pietre grosse. Queste pietre romperanno, e a questo modo troveranno uscita.
DELLA TERRA DI BACARIA, E DI CERTE ARBORE CHE FANNO LANA; E DELLA GROSSEZA DEL GRIFONE, E D'ALTRE COSE CHE LÌ SONO.
Da questo paese si va verso la terra di Bacharia, dove sono malvage gente e crudeli; e in questa terra sono alberi che fanno lana come fanno le pecore, de le quale si fa drappi per vestire. In questo paese son molti ipotami; altri gli chiamono centauri. Queste son bestie che conversono alcuna volta in acqua, e alcuna volta in terra; e sono d'uomo e di cavallo[49], e mangiono le gente, quando ne possono pigliare. E ivi sono riviere che son tre volte più insalate del mare; e ivi sono più grifoni che in altre parte. Alcuni dicono che i grifoni ànno corpo di lione a dietro, e d'aquila dinanzi; dicono il vero, perchè son fatti di così fatta forma. Ma il grifone à il corpo maggiore e più forte, che non è otto lioni di qua, e à più grandeza e fortezza, che cento aquile; imperò che porta al suo nido volando un gran cavallo co l'uomo di sopra, se lo truova; o vero due buovi legati insieme, almodo che si legono al carro; perchè egli ànno alie e unghie dinanzi così grande e lunghe, come sono corna di bue e di vache; delle quali si fanno vasegli per bere, a modo che di corna di bufoli; e delle coste delle penne dell'alie, se ne fanno di grandi archi per saettare.
DELLA POSSANZA DEL PRETE GIOVANNI, E DELLE GENTE E NAZIONI E REAMI CHE GLI SONO SOTTO POSTI, E DEL CAMINO CHE SI FA PER ANDARE IVI, E DELLE RICHEZE E PIETRE PREZIOSE CHE SONO IN QUELLE PARTE.
Di là si va per molte giornate per le terre del prete Giovanni, el grande imperadore d'india, a un reame, el qual si chiama Avison, o vero la isola di Pontesoro. Questo Presto Giovanni à molte gran terre, e molte buone città, e molte ville e buone isole, diverse, grande e larghe, nel suo reame, perchè questo paese de India è tutto partito per isole, per cagione de' gran fiumi che vengono dal paradiso terresto, e quali partono la terra in molte parte: il simile in mare vi sono molte isole. La migliore città dell'isola di Pontesoro è chiamata Nisa, la quale è città reale molto nobile e molta rica. Il prete Giovanni à sotto di lui molti Re, molte isole, e molte diverse gente; e il suo paese è molto buono e rico, ma non però sì rico, come quel del Gran Cane per li mercatanti che non vanno così là comunemente per comperare mercatanzie, come fanno nella tera del Gran Cane, perchè il paese è troppo lontano, e eziandio perchè egli truovono nell'isola di Catai seta, spezie, drappi d'oro, e tuto quel che fa bisogno. E quantunque egli avessino migliore mercato ne la città del prete Giovanni, non dimeno e' dubitono de la lunga via e degli gran pericoli che sono in quel mare, perchè in quel mare, in molti luoghi, sono molti scogli, e assai sassi di calamita, che tira a sè il ferro co la sua propietà; e per questo non passa nave dove sia chiovi o bandelle di fero. Questi sassi di calamita, per sua propietà, tirono le nave e mai più di lì non si posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d'una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono e marinai, che ciò erano nave, che quivi erono restate pei sassi de la calamita; e perchè erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi, spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano passare mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, e se e' non ànno buono guidatore. E ancora temono la via molto lunga, sì che adunque e' vanno più presto a l'isola di Catai, e lì pigliono ciò che vogliono: la quale è più presso; e non è però così presso, che non si peni XI. o XII. mesi a andare da Vinegia, o da Genova insino a Catai. E ancora la terra del prete Giovanni è più dilungi di molte giornate; e' mercatanti, che vanno di là, passono per Persia, e vanno per una città chiamata Hermopoli, perchè Hermes filosofo la edificò. Poi passono un braccio di mare, e vanno a una gran contrada, o vero città, che si chiama Cobach; e ivi truovono ogni mercatanzia e papagalli, e, a modo che di qua, l'allodole. E se e mercatanti vogliono passare oltre, e' possono andare sicuramente. In quel paese à poco fromento e orzo, imperò mangiono riso, miglio, latte e formagio, o vero frutte. Questo prete Giovanni piglia tutta via per moglie la figliuola del Gran Cane, e 'l Gran Cane piglia tutta via per moglie la figliuola del prete Giovanni. Ancora, ne la tera del prete Giovanni, sono molte diverse cose, e molte pietre preziose, sì grande e sì grose, che ne fanno vasegli, piattegli, scodelle, taglieri e molte altre maraviglie, che sarebe cosa lunghissima a scrivere. Ma d'altre isole principale del suo stato e delle sue legge iscriverò alcuna cosa.
Questo imperadore, prete Giovanni, è cristiano, e così è gran parte del suo paese; ma tutta via non ànno gli articoli della fede che noi, e credono nel Padre e nel Figliuolo e nello Spirito Santo. Egli sono molti divoti e leali l'uno co l'altro, e non si curono di baratterie, nè di cautele, nè d'alcune fraude. Egli à sotto lui LXXII. provincie, che tutte gli dànno trebuto, e ciascuna provincia à uno Re. In suo paese sono molte maraviglie: ivi è il mare arenoso, el quale è tutto di rena e di granelle sanza gocciola d'acqua, e fa grande onde, fluendo e refluendo, a modo che fa l'altro mare, e mai per niun tempo non posa nè sta quieto. Niuno può passare questo mare nè con nave, nè con altro ingegno; e però non si può sapere che terra sia oltra questo mare. E quantunque non vi sia punto d'acqua, non dimeno si truova di molti pesci alle fiumane d'altra maniera e d'altra fazione, che non sono quegli dell'altro mare; e sono di buono gusto e dilicati a mangiare. E, a tre giornate dilungi a quello mare, vi sono gran montagne, delle quali escie fuori un fiume, il qual viene dal paradiso terresto; ed è tutto di pietre preziose, sanza acqua, e corre a basso pel diserto a grande onde, a modo che fa el mare arenoso, e finisce in questo mare, e ivi si perde. Questo fiume corre a questo modo tre volte la settimana, e mena seco di molte grosse pietre del monte, che fanno gran romore: e subito, come sono entrate nel lor mare arenoso, più non si veggono e perdonsi. Queste tre giornate che corre, niuno ardirebe d'entrarvi, ma negli altri dì vi s'entra. Item, oltre a quel fiume, più inanzi nel diserto, v'è un gran piano arenoso; e, tralle montagne, è questo piano. Ogni dì, quando si leva el sole, cominciono a crescere albucegli piccoli, e crescono infino a mezzo dì, e fanno frutti; ma niuno s'ardisce a pigliare di questi frutti, perchè sono a modo di cosa afatata; e, dopo mezzo dì, discrescono e entrono in terra, sì che al calare del sole più non si veggono: e così fanno ogni dì; e questa è una grande maraviglia. In questi diserti sono molti uomini salvatichi, cornuti e spaventosi; e' non parlono, ma rughiano a modo che' porci. Ivi è gran quantità di papioni, cioè cani salvatichi qui sono molti pappagalli, che gli chiamono, in suo linguaggio, parsistat: ve ne sono alcuni, che parlono di sua natura e salutono le gente che vanno pe' diserti; e parlono così perfettamente, quanto se fussi un uomo: quegli che parlono bene ànno la lingua larga, e ànno sei dita. Un'altra ragione v'è, che non ànno altro che tre dita per piede: questi parlano poco o nulla, e male s'intendono, e non fanno se non gridare.
DEL MODO CHE TIENE IL PRETE GIOVANNI QUANDO CAVALCA CONTRA' NIMICI, O VERO PER LA TERRA; E DEL PALAZO SUO, E DE L'ORNAMENTO DELLA SUA CAMERA.
Quello imperadore, prete Giovanni, quando lui va contro al Gran Cane in battaglia, o vero contra alcuno de' confinanti, egli non porta stendardo nè bandiera innanzi a sè, ma fa portare XIII. croce grande e alte d'oro fine e di pietre preziose. Ciascuna croce è posta in un carro e guardata da più di cento mila uomini a piè[50]. A modo come di qua si guardono gli stendardi. A tempo di guerra questo numero di gente è sanza oste prencipale e sanza le schiere ordinate in battaglia. E quando e' non fa guerra e cavalca con privata compagnia, non fa portare innanzi a lui altro che una croce semplice, di legnio, sanza dipintura, e sanza oro e pietre preziose, per memoria che Giesù Cristo sofferì morte sopra a una croce di legnio. Il simile, fassi portare innanzi un piattello d'oro, pieno di terra, a memoria, che la nobiltà di sua persona e possanza delle sue carne diventeranno e torneranno in terra; e fassi portare altri vasegli d'ariento, ne' quali sono gioegli d'oro e di pietre preziose, in segnio della sua signioria e della sua gentilezza e della sua possanza. E' dimora comunemente nella sua città di Susa, e ivi è il suo principale palazzo, el quale è sì rico e sì nobile, che non si poterebe dire nè istimare. E di sopra della maestra torre del palazzo sono due pomi d'oro; in ciascun di quegli sono due carbonchi grandi e larghi, che lucono molto chiaro di notte. Le porte principali di questo palazzo sono di pietre preziose, che si chiamano sardonio; e le ricamature delle porte d'intorno, e le sbarre e le traverse sono d'avorio: le spere della sala e della camera sono di cristallo. Le tavole dove mangiono, alcune sono di smiraldi, alcune di matiste, e altre di pietre preziose; e sono ornate d'oro. E trespoli di queste tavole sono di quelle medesime pietre; e' gradi, dove si saglie al trono dove lui siede, l'uno è di onice, l'altro è di cristallo, l'altro di diaspro verde, l'altro di amatiste, l'altro di sardonio, l'altro è di cordellino; l'ultimo, sopra lo quale lui tiene i piedi, è di grisolito; e tutti questi gradi sono d'oro fine, ornati e lavorati di pietre preziose e di perle grosse d'oriente. Le parte della sedia sono di smeraldo, e ornata d'oro molto nobilmente e d'altre pietre preziose e perle grosse. Nella sua camera sono colonne d'oro fine con pietre preziose e con molti carbonchi, e quali rendono di notte gran chiarezza; e quantunque gli carbonchi luchino, non dimeno arde tutta via uno vasello di cristallo pieno di balsamo, per dare buono odore, e per cacciare l'aire cattivo. La forma del suo letto è tutta di fine zaffiro bene adornato d'oro, però che el zaffiro fa bene dormire e rifrena la lussuria, perchè non vuole giacere colle sue moglie altro che quattro volte l'anno, sicondo le quattro stagioni; e questo fa solamente per generare. E nella città di Nissa si è un bel palazo e molto nobile, nel quale sta quando gli piace; ma quivi non è aere così temperato, come a Susa. In tutto il suo paese non si mangia altro che una volta el dì, come fanno a la corte del Gran Cane; e nella sua corte mangiono ogni dì più di XXX. mila persone, sanza quegli che vanno e vengono; ma quegli XXX. mila di suo paese e del paese del Gran Cane, none spendono tanto bene, quanto farebono nel paese di qua XII. mila.
DELLI SERVIDORI DEL PRETE GIOVANNI, E DEL MODO CHE LORO TENGONO IN SERVIRLO.
Questo prete Giovanni à sempre, insieme con lui, un Re per servirlo. Gli Re si partono a mesi, e sì si mutano l'uno l'altro; e, insieme con questo Re, sempre sono LXII. duchi e CCCº. XL. conti. Nella sua corte mangiono ogni giorno XII. arcivescovi e XX. vescovi e il patriarca di san Tommaso; e così, come el papa, li arcivescovi, vescovi e abbati in quello paese son Re; e ciascuno de' gran signiori sanno ben di che debon servire. L'uno è maestro dell'ostello, l'altro è camerieri, l'altro serve di scodelle, l'altro di tazze, l'altro è siniscalco, l'altro è maniscalco; e, gradati, ciascuno à l'uficio suo; e a questo modo egli è molto nobilissimamente servito. La sua terra, per larghezza, à quatro mesi di giornate; e dilungi, sanza misura; perchè lui tien gran parte delle isole sotto terra, che noi diciamo, che sono di sotto a noi.
D'UNA ISOLA CHIAMATA MILSCORACH, NELLA QUALE STAVA UNO UOMO MOLTO CAUTO, CHE AVEVA FATTO UNO PARADISO; E DELLE COSE MARAVIGLIOSE CH'ERANO IN QUESTO PARADISO, E COME FU DISTRUTTO COSTUI.
Item, allato a l'isola di Pontesoro, sì v'è una grande isola lunga e larga, che si chiama Milscorach; ed è ubbidiente al prete Giovanni. In questa isola è grande abundanzia di beni; ivi soleva essere uno ricco uomo, non è molto tempo, el quale si chiamava Gatalonabos, uomo molto liticoso e cauteloso[51]. Costui aveva una montagna con un castello sì forte e sì nobile, quanto si potessi dire. Egli aveva fatto murare tutta la montagnia nobilmente, e, dentro a questi muri, erono i più begli giardini che si potessino trovare e avere. Quivi aveva fatto piantare ogni cosa buona e odorifera, e tutti gli alberi e l'erbe che fanno nobili fiori e che si posson trovare e avere; e sonvi ora molte belle fontane allato, alle quali avevavi fatto fare molte belle sale con belle camere, tutte dipinte d'oro e d'azzurro, e aveva fatto fare molte e diverse truffe di istorie: quivi aveva uccegli, che si movevono e cantavono con ingegni, come fussino vivi. In questo giardino aveva posto d'ogni ragione di gente e di bestie, che aveva potuto avere, i quali potessino piacere e dilettare a l'uomo per il tocare e per guardare. Ivi aveva poste le più belle fanciulle di età di XIIII. anni, che aveva potuto trovare, e i più begli giovinetti di simile etade; ed erono tutti vestiti di drappi d'oro; e diceva, che erano angeli. Costui aveva fatte fare tre belle fontane e nobile, tutte intorniate di pietre preziose e di perle, con certi condotti sotto terra; sì che, quando voleva, faceva per l'uno correre latte, e per l'altro vino, e per l'altro mele: questo luogo lui lo chiamava paradiso. E quando alcuni giovani valenti, prodi e arditi venivono a veder costui, gli menava a vedere il suo paradiso, e mostravagli le diverse cose, gli piaceri, e gli diversi canti degli uccegli, e le belle fanciulle, e le belle fontane di latte, e di vino, e di mele, e faceva sonare diversi strumenti musici e cantici in una alta torre, sanza veder quegli che sonavono: e diceva, che quegli erono angeli di Dio, e che quel luogo era il paradiso, che Idio aveva promesso alli amici suoi, dicendo: Dabo vobis terram fluentem, lac et mel. Dopo che gli aveva mostrato tutte queste cose, gli dava una bevanda; di che subito s'imbriacavono; e così ubbriachi, gli parevono quelle cose più grandi. Allora costui gli diceva, se egliono volevono murire per amor suo, che, dopo la morte, e' verrebono in questo paradiso, e si troverebono della età di queste fanciulle; e sempre sollazzerebono con quelle, e sempre si troverebono quelle fanciulle pulzelle, e che poi gli metterebbe in un altro paradiso più bello assai, dove vederebono visibilmente Idio di natura, nella sua maestà e gloria. E allora questi giovani, che più altro non sapevono, si offerivono a lui far tutti i suoi voleri. Da poi lui gli diceva, che eglino andassono al tal signiore, il quale era suo contrario, e confortavagli, che non temessino punto di farsi uccidere, per lo amore di lui; imperò che gli metterebe, dipoi la morte loro, in un altro paradiso, cento volte più bello; e ivi starebbono sempre con le più belle damigelle. E per questo modo e giovani uccidevono gli signiori del paese, e loro propii si lasciavono uccidere a speranza d'andare a quel paradiso. E in tal modo quello vechione, con sue cautele e sagacità, si vendicava degli aversari suoi. Quando gli uomini possenti di que' confini si furono aveduti di ciò, e conobono la malizia, e la cautela, e la cattività di quel vechione, sì lo distrussono, e sì distrussono tutti i begli luoghi, e tutte le nobilità che erono in quel paradiso. E luoghi vi sono ancora delle fontane e delle altre cose, ma le richezze non vi sono rimase, e non è gran tempo che il luogo fu distrutto.
DELLA VALLE PERICOLOSA, DOVE STANNO DIAVOLI, E DELLE COSE PAUROSE CHE SI TRUOVONO IN QUESTA VALLE PERICOLOSA.
Allato a questa isola di Milscorach, dalla sinistra parte, verso la riviera di Frison, si è una maravigliosa cosa, cioè una valle fralle montagne, che dura circa a IIII. leghe. Alcuni la chiamono la valle di montagnia[52], altri la chiamono la valle pericolosa. In questa valle si vede e ode di gran tempeste e di gran voci e spaventevoli. Ogni giorno e ogni notte è gran romore, e gran suoni di tamburini, di nachere e di trombe, come sempre vi fusse nozze. Questa valle è tutta piena di diavoli e stanno tutta via; e dicesi, che è una delle entrate dello inferno. In questa valle è molto oro e molto ariento, per li quali molti infedeli e cristiani entrono spesso, per pigliar tesoro; ma pochi ne ritornono, e spezialmente degli infedeli più che dei cristiani, chè per avarizia vi vanno; però che subito sono da' diavoli strangolati. Nel mezzo di questa valle, sopra un sasso, v'è una testa col viso d'un diavolo, orribile a vedere, e non si vede altro che la testa insino alle spalle. Ma io non credo, che sia uomo al mondo, sia chi si vuole, tanto ardito, nè tanto sicuro, che guardandolo, non abbia tanta paura, che gli par venir meno, tanto è spaventoso a vedere, e sì taglientemente[53] riguarda le persone! e à gli ochi tanto orribili e sfavillanti, che per certo è gran maraviglia! e cambia e trasmuta spesso la sua maniera e la sua continenzia, e per così fatto modo, che niuno la può perfettamente riguardare una volta pure, o appresso o di lungi. E da quella n'esce fuori fuoco e fiamma con tanta puzza, che a pena niuno la può sofferire. Ma tutta via e buoni cristiani, e quali sono in buono stato e fermi nella fede, v'entrono bene sanza pericolo. Niente di meno non sono però sanza gran paura, quando e' vegono visibilmente e diavoli d'intorno a loro; e egli gli fanno di molti assalti e minacci, in aria e in terra, di colpi di tuoni e di tempesta; e tutta via l'uomo teme che 'l nostro Signiore non faccia vendetta di quel che è contro a la volontà sua. E sapiate che, quando io e li miei compagni fumo in questa valle, noi entramo in gran pensieri, se noi dovessimo mettere e corpi nostri in ventura, e entrare nella difesa di Dio. Alcuni de' compagni s'accordavono, e altri erono al contrario, ma dua valenti uomini, frati minori, che erono di Lombardia, dissono, se v'era alcuno di noi che vi volessi entrare, che si mettessino in buono stato, et egli enterrebono con loro. Quando questi frati ebono così parlato, sopra la fidanza di Dio e di loro, noi gli facemo dir messa, e sì ci confessamo e comunicamo e entramo noi e XIIII. compagni. Ma allo uscire, non ci trovamo se non VIIII, nè mai più potemo sapere, se i nostri compagni fussin perduti, o ritornassino indietro. Ma, fussi come si volesse, noi non gli vedemo mai; ed erono due greci e tre spagnuoli. Il resto de' compagni non volono entrare, anzi se n'andorono per una altra costa, per esere inanzi, come furono. E in questo modo noi passamo la detta valle; e ivi vedemo di molti beni, oro e ariento e pietre preziose e molti gioielli in gran quantità di qua e di là, come a noi pareva. Ma non sapiamo noi però, s'egli erono veri, però che 'l diavolo è tanto sottile, che spesse volte fa parere quel che non è, per ingannare la gente; e per questa cagione io non volli tocar cosa che io vedessi, e perchè non mi volevo levare dalla mia divozione; imperò che io ero in quela ora molto divoto per paura, perchè io vedevo molte brutte figure, e per la moltitudine de' corpi morti, che io vedevo giacere per tutta la valle; che se vi fussi stato una battaglia, non vi doveva essere tanti morti quanti erano in quella valle, che certo era una oribil cosa e spaventosa a vedere! Io mi maravigliai molto, come e in che modo v'erono tanti corpi morti, e come e corpi erono così interi; perchè pareva che di nulla fusson putrefatti. Io credo, che e diavoli gli facessino parere così interi, però che, sicondo el mio giudicio, non potrebe essere che tanti nuovamente vi fussino entrati, nè che vi fussino cotanti morti, che non puzasono. Molti ve n'erono in abito di cristiani: io credo che fussino ingannati, per la troppa avarizia, perchè e' disideravono del tesoro che e' vedevono, o vero perchè ebbono il quore debole, e non poterono soferire la puzza, sì che per tanto noi eravamo più divoti. E questa valle à assai bella entrata, ed è bella nel cominciamento, e va la via sempre calando infra e sassi, torcendosi or qua e or là, ed è assai chiara infino a mezza lega, e poi l'aria comincia a esere spessa, a modo che è tra giorno e notte. E quando noi fumo caminati bene una gran lega, l'aria era tanta spessa e scura, che noi non potavamo vedere, se non come di notte, quando non lucon le stelle. Poi noi entramo in tutto ne le tenebre, le quali durono bene una lega; e quivi avemo molto che fare e sofferire, e credavamo certamente essere tutti perduti. In questo punto noi eravamo tutti religiosi; e se alora ognun di noi fussimo fatti signori di tutto el mondo e di tutta la terra, aremo ogni mondana cosa volentieri renduta, pur che noi fussimo stati fuori di quegli pericoli; imperò che veramente noi non credavamo mai portare novele al mondo di queste tenebre. Fumo noi tutti abattuti più di mille volte, e in molte maniere noi non eravamo così tosto ridirizati, che subitamente noi eravamo riabbattuti. Ivi erono grande multitudine di bestie, ma non potavamo vedere che bestie si fussono, ma istimavamo che fussino, al tocare, a modo di porci neri e di molte altre bestie, le quali corevono fralle nostre gambe, e sì ci facevono cadere una volta a ritto, l'altra volta a rovescio, e ora da uno lato, l'altra da l'altro; e talvolta era, che la testa andava giuso bassa, a modo che in una fossa. Alle volte noi fumo abattuti a terra per tuoni, alcuna volta per folgore, e tal volta per venti grandissimi: alcuna volta a noi pareva fussimo feriti nelle reni, e ora per traverso. Noi trovamo molti corpi morti sopra e quali noi passamo co' piedi; e quali, nel passare sopra loro, si lamentavano e piagnevono che li passassimo per adosso; e era una cosa terribile e spaventosa a vedere! Io credo certisimamente, che se noi non avessimo riceuto il Corpus Domini, che noi saremo rimasi quivi tutti e perduti. In questo luogo ebe ciascun di noi un segniale; perchè quivi fu ferito ciascuno di noi duramente per sì fatto modo, che stemo tutti strangosciati, a modo che morti, lungamente. Io non so come si fussi, ma in quela angoscia noi vedavamo spiritualmente molte cose, delle quale io non ardisco parlare, perchè e monaci, che rimasono insieme con noi, proibirono a noi, che non parlassimo di ciò cosa alcuna. salvo che di quelo che noi avavamo veduto corporalmente, per celare i grandi segreti del nostro Signiore Giesù Cristo. Noi fumo feriti in diversi luoghi, e in questi luoghi delle ferite, ognuno di noi aveva una tacca nera, di largheza d'una mano; l'un nel viso, l'altro nel petto, tale da un costato, e altri dallato. Io fui ferito nel collo per così fatto modo, che io mi credetti che 'l collo mi fussi separato dal corpo; e io n'ò portato il segniale, nero come carbone, più di XVIII. anni, e molte persone l'anno veduto. Ma poi che io mi sono ripentito de' miei peccati, e che io mi son posto a servire a Dio, sicondo la mia flagellità, questo segnio mi s'è convertito in niente, e ò in questo luogo la pelle più bianca che altrove; ma tutta via vi pare il colpo, e del continovo vi sarà, infino che l'anima nel corpo durerà. Per la qual cagione io non consiglierei alcuno che mai v'entrasse, però che, al parer mio, al nostro Signiore non piace punto che alcun v'entri. E quando noi fumo nel mezo di queste tenebre, noi vedemo quela spaventosa figura sotto a un sasso profondo: una volta pareva presso, e un'altra da lunga; e così ardenti e sfavillanti erano le fiamme del fuoco che gittava, che gli erano d'intorno, ch'era una cosa spaventosa a vedere. Ma noi non eravamo tanti arditi che 'l potessimo ben guardare; lui tutta via guardava noi: e ivi noi avemo gran paura, tal che noi venavam meno quasi in tutto, e poco vi mancò che totalmente non fossimo istinti. E così passamo oltre con gran fatica, tanto che abiamo passato queste tenebre. Quando noi rivedemo la chiareza, quantunque noi fossimo infino lì tormentati e tribulati da' nimici, e quali in ogni guisa ci avevono tribulati, pur noi ci consolamo assai. Io non saprei punto scrivere tutto quel che noi vedemo, perchè io ero molto atento a pregare per divozione, perchè fui molte volte battuto per venti, tuoni e per tempeste, ma tutta via ci aiutava Dio colla sua grazia e pietà: e in questo modo, per sua misericordia, noi passamo questa valle sanza danno di noi, che n'uscimo.