CAPITOLO XXI
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Fa duopo riferir ora qualche circostanza di cui l'improvvisa partenza da Venezia e la rapida sequela di casi susseguiti nel castello non ne concessero d'occuparci.
La mattina istessa di quella partenza, Morano, all'ora convenuta, andò a casa Montoni per ricevere la sposa. Fu sorpreso non poco dal silenzio e dalla solitudine de' portici, pieni al solito di servitori; ma la sorpresa fece luogo immediatamente al colmo dello stupore ed alla rabbia, allorchè una vecchia aprì la porta, e disse che il suo padrone e tutta la famiglia erano partiti di buonissim'ora da Venezia per andare in terraferma. Non potendolo credere, sbarcò dalla gondola e corse nella sala ad informarsi più minutamente dalla vecchia, la quale persistè nella sua asserzione, e la solitudine del palazzo lo convinse della verità. L'afferrò pel braccio, e parve volesse sfogare sulla poveretta la bile che l'ardea. Le fece mille interrogazioni in una volta, accompagnati da gesti così furibondi, che colei, spaventatissima, non fu in grado di rispondergli. La lasciò, e si mise a scorrere il portico e i cortili come un insensato, maledicendo Montoni e la propria dabbenaggine.
Quando la donna si fu riavuta dal terrore, gli raccontò quanto sapeva; per verità era poco, ma bastò a far comprendere a Morano come Montoni fosse andato al suo castello degli Appennini. Ei ve lo seguì tostochè la sua gente ebbe fatti i necessari preparativi, accompagnato da un amico e da numerosa servitù. Era deciso di ottenere Emilia, o sacrificare Montoni alla sua vendetta. Quando si fu alquanto calmato, la coscienza gli rammentò alcune circostanze che spiegavano abbastanza la condotta di Montoni. Ma in qual modo quest'ultimo avrebbe mai potuto sospettare un'intenzione ch'egli solo conosceva, e che non poteva indovinare? Su questo punto però era stato tradito dall'intelligenza simpatica che esiste, per così dire, fra le anime poco delicate, e fa giudicare ad un uomo ciò che deve fare un altro in una data circostanza. Così infatti era accaduto a Montoni. Aveva alfine acquistata la certezza di quanto già sospettava: che la sostanza, cioè, del conte Morano, invece di esser ragguardevole, come l'aveva creduto in principio, era al contrario in cattivissimo stato. Montoni avea favorito le sue pretese sol per motivi personali, per orgoglio, per avarizia. La parentela d'un nobile veneziano avrebbe sicuramente soddisfatto il primo, e l'altro speculava sui beni di Emilia di Guascogna, che doveangli esser ceduti il giorno stesso delle nozze. Aveva già concepito qualche sospetto per le sregolatezze del conte, ma non aveva acquistata la certezza della di lui rovina, se non la vigilia del matrimonio. Non esitò dunque a concludere che Morano lo ingannava per certo sull'articolo dei beni di Emilia, e questo dubbio confermossi, quando, dopo aver convenuto di firmare il contratto la notte medesima, il conte mancò alla sua parola. Un uomo così poco riflessivo, così distratto come Morano, nel momento in cui s'occupava delle sue nozze, aveva facilmente potuto mancare all'impegno senza malizia; ma Montoni interpretò l'incidente secondo le proprie idee. Dopo avere aspettato un pezzo, egli aveva ordinato a tutta la sua famiglia di star pronta al primo cenno. Affrettandosi di arrivare al castello d'Udolfo, voleva sottrarre Emilia a tutte le ricerche di Morano, e sciogliersi dall'impegno senza esporsi ad alterchi. Se il conte, al contrario, non avesse avuto che pretese onorevoli, com'ei le chiamava, avrebbe certamente seguito Emilia, e firmata la cessione concertata. A questo patto Montoni l'avrebbe sacrificata senza scrupolo ad un uomo rovinato, all'unico scopo di arricchir sè medesimo. Si astenne nullameno dal dirle una sola parola sui motivi di quella partenza, temendo che un'altra volta un barlume di speranza non la rendesse indocile ai suoi voleri.
Fu per tai considerazioni ch'era partito improvvisamente da Venezia; e, per motivi opposti, Morano eragli corso dietro attraverso i precipizi dell'Appennino. Allorchè seppe il di lui arrivo, Montoni, persuaso che venisse ad adempire la sua promessa, si affrettò di riceverlo; ma la rabbia, le espressioni ed il contegno di Morano lo disingannarono tosto. Montoni spiegò in parte le ragioni della sua improvvisa partenza; e il conte, persistendo a chiedere Emilia, colmollo di rimproveri senza parlare dell'antico patto.
Il castellano finalmente, stanco della disputa, ne rimise la conclusione alla domane, e Morano si ritirò con qualche speranza sull'apparente di lui perplessità; quando però, nel silenzio della notte, si rammentò il loro colloquio, il di lui carattere e gli esempi della sua doppiezza, la poca speranza che conservava l'abbandonò, e risolse di non perder l'occasione di possedere Emilia in altro modo. Chiamò il suo confidente, gli comunicò il proprio disegno, e l'incaricò di scoprire fra i servi del castello qualcuno che volesse prestarsi a secondare il ratto di Emilia: se ne rimise in tutto alla scelta e prudenza del suo agente, e non a torto, poichè questi non tardò a trovar un uomo stato recentemente trattato con rigore da Montoni, e che non pensava se non a tradirlo. Costui condusse Cesario fuori del castello, e per un passaggio segreto l'introdusse alla scala, gl'indicò una via più corta, e gli diede le chiavi che potevano favorirne la ritirata; fu anticipatamente ben ricompensato, ed abbiamo veduto qual riuscita ebbe l'attentato del conte.
Il vecchio Carlo, frattanto, aveva sorpreso due servitori di Morano, i quali avendo avuto ordine di aspettare colla carrozza fuori del castello, comunicavansi la loro maraviglia sulla partenza improvvisa e segreta del padrone. Il cameriere non aveva lor confidato, del progetto di Morano, se non ciò ch'essi dovevano eseguire; ma i sospetti eran destati, e Carlo ne trasse il miglior partito. Prima di correre da Montoni, procurò di raccogliere altre notizie, ed a tal uopo, accompagnato da un altro servo, si pose in agguato alla porta del corridoio della camera di Emilia; nè vi restò indarno, giacchè, poco dopo, sentì giunger Morano, ed essendosi accertato de' suoi progetti, corse ad avvertire il padrone, contribuendo così ad impedire il ratto.
Montoni, il giorno dopo, col braccio al collo, fece il solito giro delle mura, visitò gli operai, ne fece aumentare il numero, e tornò al castello, ov'era aspettato da nuovi ospiti. Li fe' venire in un appartamento separato, e Montoni restò chiuso seco loro per quasi due ore. Chiamato poscia Carlo, gli ordinò di condurre i forestieri nelle stanze destinate agli uffiziali della casa, e di farli immediatamente rifocillare.
Frattanto il conte giacea in una capanna della foresta, oppresso da doppio patimento, e meditando una terribil vendetta. Il servo di lui, spedito al villaggio più vicino, non tornò che il dì dopo con un chirurgo, il quale non volle spiegarsi sul carattere della ferita, e volendo prima esaminare i progressi dell'infiammazione, gli amministrò un calmante, e restò con lui per giudicarne gli effetti.
Emilia potè nel resto di quella notte riposare un poco. Destandosi, si rammentò che finalmente era stata liberata dalle persecuzioni di Morano, e si sentì sollevata in gran parte da' mali che l'opprimevano da tanto tempo. L'affliggevano ancora però i sospetti esternatile dal conte sulle mire di Montoni: egli aveva detto che i suoi progetti erano impenetrabili, ma terribili. Per iscacciarne il pensiero, cercò le sue matite, si affacciò alla finestra, e contemplò il paese per iscegliervi una bella veduta.
Così occupata, riconobbe sui bastioni gli uomini giunti di fresco nel castello. La vista di quegli stranieri la sorprese, ma ancor più il loro esteriore: avevano essi una singolarità di vestiario, una fierezza di sguardi, che cattivarono la di lei attenzione. Si ritirò dalla finestra mentr'essi vi passavano sotto, ma vi si riaffacciò tosto per osservarli meglio. Le loro fisonomie accordavansi così bene coll'asprezza di tutta la scena, che, mentre esaminavano il castello, li disegnò come banditi nella sua veduta.
Carlo, avendo procurato a coloro i rinfreschi necessari, tornò da Montoni, il quale voleva scoprire il traditore da cui, la notte precedente, Morano aveva ricevute le chiavi; ma Carlo, troppo fedele al suo padrone per soffrire che gli nuocessero, non avrebbe però denunziato il camerata, neppure alla giustizia. Accertò che l'ignorava, e che il colloquio de' servi del conte non gli avea svelato altro che la trama. I sospetti di Montoni caddero naturalmente sul guardaportone, e lo fece venire. Bernardino negò con tanta audacia, che lo stesso Montoni dubitò della sua reità, senza poterlo credere innocente; infine lo rimandò, talchè sebben fosse il vero autore del complotto, ebbe l'arte di sfuggire ad un severo castigo.
Montoni recossi dalla moglie, ed Emilia non tardò a raggiungerli; essa li trovò in una violenta contesa e voleva ritirarsi, ma la zia la richiamò.
« Voi sarete testimone, » diss'ella, « della mia resistenza. Ora ripetete, o signore, il comando al quale ho tante volte ricusato d'obbedire. »
Egli ordinò severamente alla nipote di ritirarsi. La zia insistè perchè restasse. Emilia desiderava sfuggire alla scena di quell'alterco; voleva servire la zia, ma disperava di calmare Montoni, nei cui sguardi dipingeasi a tratti di fuoco la tempesta dell'anima.
« Uscite, » gridò egli infine con voce tuonante, Emilia obbedì, e andò sul bastione, dove non erano più gli stranieri. Meditando sull'infelice unione fatta dalla sorella di suo padre, e sull'orrore della propria situazione, cagionata dalla ridicola imprudenza della zia, avrebbe voluto rispettarla quant'erale affezionata; ma la condotta della Montoni aveaglielo sempre reso impossibile. La pietà però che sentiva pel cordoglio di quella infelice, le faceva obliare i torti dei quali poteva accusarla.
Mentre passeggiava così sul bastione, comparve Annetta, che, guardando intorno con cautela, le disse:
« Mia cara padroncina, vi cerco dappertutto; se volete seguirmi, vi farò vedere un quadro.
— Un quadro! » sclamò ella fremendo.
— Sì, il ritratto dell'antica padrona del castello. Il vecchio Carlo mi ha or detto ch'era dessa, e pensai farvi cosa grata conducendovi a vederla: quanto alla signora, voi sapete che non si può parlargliene.
— E perciò tu ne parli con tutti.
— Sì, signora; cosa farei qui, se non potessi parlare? Se fossi in un carcere, e mi lasciassero chiaccherare, sarebbe almeno una consolazione: sì, vorrei parlare, quand'anco fosse ai muri. Ma venite, non perdiamo tempo: bisogna che vi mostri il quadro.
— È forse coperto da un velo? » disse Emilia dopo una pausa; « non ho nessuna voglia di vederlo.
— Come! signora Emilia, non volete vedere la padrona del castello, quella signora che sparve così stranamente? Quanto a me, avrei traversate tutte le montagne per veder il ritratto. A dirvi il vero, questo racconto singolare mi fa fremere al solo pensarvi, eppure è l'unica cosa che m'interessa.
— Sei tu poi certa che è un quadro? l'hai tu veduto? È coperto da un velo?
— Buon Dio! sì, no e sì: son certa che è un quadro. L'ho veduto, e non è coperto da alcun velo. »
L'accento e l'aria di sorpresa con cui Annetta rispose, rammentarono ad Emilia la sua prudenza, e con un sorriso forzato, dissimulando la commozione, acconsentì ad andar a vedere il ritratto posto in una stanza oscura attigua al tinello.
« Eccolo qua, » disse Annetta piano, mostrandole il quadro. Emilia l'osservò, e vide che rappresentava una signora nel fior dell'età e della bellezza. I lineamenti n'erano nobili, regolari e pieni d'una forte espressione, ma non di quella seducente dolcezza che avrebbe voluto trovarvi Emilia, nè di quella tenera melanconia che tanto l'interessava.
« Quant'anni sono scorsi, » disse Emilia, « dacchè è sparita questa signora?
— Venti anni circa, a quel che dicono. »
La fanciulla continuò ad esaminare il ritratto.
« Io penso, » ripigliò Annetta, « che il signor Montoni dovrebbe situarlo in una camera più bella. A parer mio, il ritratto della signora, della quale ha ereditate le ricchezze, dovrebbe stare nell'appartamento nobile. In verità, era una bella donna, ed il padrone potrebbe, senza vergognarsi, farlo portare nel grand'appartamento dove c'è il quadro velato. (Emilia si volse). È vero che non lo si vedrebbe meglio: ne trovo sempre chiusa la porta.
— Usciamo, » disse Emilia; « lascia, Annetta, che torni a raccomandartelo; procura di esser riservatissima nei tuoi discorsi, e non far sospettare che tu sappia la minima cosa, a proposito di quel quadro.
— Santo Dio, non è già un segreto: tutti i servitori lo hanno veduto più volte.
— Ma come può essere? » disse Emilia sussultando; « veduto! quando? come?
— Non c'è nulla di sorprendente: già noi siam tutti un pochetto curiosi.
— Ma se mi dicesti che la porta era chiusa?
— Se così fosse, come avremmo potuto entrare? » E guardava da per tutto.
— Ah! tu parli di questo quadro qui, » disse Emilia calmandosi. « Vieni, Annetta. Non vedo altro degno d'attenzione. Andiamo via. »
Avviandosi alla sua stanza, essa vide Montoni scendere nella sala, e tornò nel gabinetto di sua zia, cui trovò sola e piangente. Il dolore e il risentimento lottavano sulla sua fisonomia. L'orgoglio aveva trattenuto fin allora le sue doglianze. Giudicando Emilia da sè medesima, e non potendo dissimulare ciò che si meritava da lei l'indegnità del suo trattamento, credeva che i suoi affanni avrebbero eccitata la gioia della nipote, anzichè qualche simpatia. Credeva che la disprezzerebbe, nè avrebbe, per lei la minima compassione; ma conosceva assai male la bontà di Emilia.
Le pene vinsero finalmente l'orgoglioso carattere. Quando Emilia era entrata la mattina nelle sue stanze, le avrebbe svelato tutto, se il marito non l'avesse prevenuta; ed or che la di lui presenza non glielo impediva, proruppe in amari lamenti.
« O Emilia, » esclamò ella, « io sono la donna più infelice! Vengo trattata in un modo barbaro! Chi l'avrebbe preveduto, quando aveva dinanzi a me una sì bella prospettiva, che proverei un destino così terribile? Chi avrebbe creduto, allorchè sposai un uomo come Montoni, che mi sarei avvelenata la vita? Non c'è mezzo d'indovinare il miglior partito da prendere; non ve n'ha per riconoscere il vero bene. Le speranze più lusinghiere c'ingannano, ingannando così anche i più saggi. Chi avrebbe preveduto, quando sposai Montoni, che mi pentirei così presto della mia generosità? »
Emilia sapeva bene che avrebbe dovuto prevedere tutti questi inconvenienti, ma non essendo quello il momento di farle inutili rimproveri, sedette presso la zia, le prese la mano, e con quell'aria pietosa che la faceva somigliare ad un angelo custode, le parlò con infinita dolcezza. Tutti i suoi discorsi però non bastarono a calmare la signora Montoni, la quale non volle ascoltar nulla; essa aveva bisogno di sfogarsi ancor prima di essere consolata.
« Ingrato! » diss'ella, « mi ha ingannato in tutte le maniere. Ha saputo strapparmi dalla patria, dagli amici; mi chiuse in questo antico castello, e crede costringermi a cedere a tutti i suoi voleri; ma vedrà che si è ingannato, vedrà che nessuna minaccia basterà ad indurmi a... Ma chi l'avrebbe creduto? Chi l'avrebbe mai supposto che, col suo nome, la sua apparente ricchezza, costui non avesse nulla affatto? No, neppure uno zecchino del suo! Io credeva far bene: lo credeva uomo d'importanza ed opulentissimo, altrimenti non lo avrei sposato. Ingrato! Perfido! Mostro!...
— Cara zia, calmatevi; il signor Montoni sarà forse men ricco di quello che credevate, ma non è poi così povero. La casa di Venezia e questo castello sono suoi. Posso io domandarvi quali sono le circostanze che vi affliggono più particolarmente?
— Quali circostanze! » sclamò la zia furibonda. « Che! non basta? Da molto tempo rovinato al giuoco, ha perduto anche tutto ciò che gli ho donato, ed ora pretende che gli faccia cessione di tutti i miei beni. Fortuna che la maggior parte di essi sono in testa mia: ei vorrebbe dilapidare anche questi e gettarsi in un progetto infernale di cui egli solo può comprendere l'idea; e... tutto questo non basta?
— Certo, » disse Emilia, « ma rammentatevi, signora, ch'io l'ignorava assolutamente.
— E non basta, che la sua rovina sia compiuta, che sia pieno di debiti d'ogni sorta al punto che, se dovesse pagarli, non gli resterebbe nè il castello, nè la casa di Venezia?
— Sono afflittissima di ciò che mi dite...
— E non basta, » interruppe la zia, « che mi abbia trattata con tanta negligenza e crudeltà, perchè gli ricusai la cessione; perchè invece di tremare alle sue minacce, lo sfidai risolutamente, rimproverandogli, la sua vergognosa condotta? Io l'ho sofferto con tutta la dolcezza possibile. Voi sapete bene, nipote, se mi sfuggì mai una parola di doglianza fino ad ora; io, il cui unico torto è una bontà troppo grande ed una troppo facile condiscendenza! E per mia disgrazia mi vedo incatenata per la vita a questo vile, crudele e perfido mostro! »
Emilia, comprendendo che i suoi mali non ammettevano consolazione reale, e spregiando le frasi comuni, stimò meglio tacere; la signora Montoni però, gelosa della sua superiorità, interpretò quel silenzio per indifferenza o disprezzo, e le rimproverò l'oblio de' propri doveri e la mancanza di sensibilità.
« Oh! come diffidava io di quella sensibilità tanto vantata, quando sarebbe stata messa alla prova! » soggiuns'ella; « io sapeva benissimo che non v'insegnerebbe nè tenerezza, nè affetto pei parenti che vi hanno trattata come loro figlia.
— Perdonate, zia, » disse Emilia con dolcezza, « io mi vanto poco, e se lo facessi, non mi vanterei già della mia sensibilità, ch'è un dono forse più da temere che da desiderare.
— A meraviglia, nipote, non voglio disputar con voi; ma, come io diceva, Montoni minacciommi di violenze, se persisto più a lungo a negargli la cessione; era appunto il soggetto della nostra contesa quando entraste stamattina. Ora son decisa; non v'ha forza sulla terra che possa costringermivici, e non soffrirò con calma tanti mal trattamenti; gli dirò tutto ciò che merita, a dispetto delle sue minacce e della sua ferocia. »
Emilia profittò di un momento di silenzio per dirle: « Cara zia, voi non fareste che irritarlo senza necessità; non provocate di grazia, i mali crudeli che temete.
— Poco men cale, ma non lo appagherò mai; voi mi consigliereste forse a spogliarmi di tutto il mio?
— No, zia, non intendo dir questo.
— E che intendete voi dunque?
— Voi parlavate di far rimproveri al signor Montoni... » disse Emilia titubante.
— Che! Forse non li merita?
— Certo; ma non credo sia prudenza il farglieli nella situazione attuale.
— Prudenza! prudenza con un uomo che senza scrupolo calpesta perfino le leggi dell'umanità! ed userò prudenza con costui? No, non sarò vile a tal segno.
— Pel vostro solo interesse, e non per quello di Montoni, » disse Emilia modestamente, « stimerei bene di consultar la prudenza. I vostri rimproveri, quantunque giusti, riescirebbero vani, nè farebbero che spingerlo a terribili eccessi.
— Come! Dovrei dunque sottoporrai ciecamente a tutto ciò ch'ei mi comanda? Pretendereste ch'io me gli gettassi ai piedi per ringraziarlo della sua crudeltà? Pretendereste che gli facessi donazione di tutti i miei beni?
— Cara zia, io forse mi spiego male! non sono in caso di consigliarvi sopra un punto tanto delicato; ma soffrite che ve lo dica: se amate il vostro riposo, cercate di calmare il signor Montoni, anzichè irritarlo.
— Calmarlo! è impossibile, ripeto, non voglio neppur provarmici. »
Emilia, benchè piccata dall'ostinazione e dalle false idee della zia, sentiva pietà de' di lei infortunii, e fece il possibile per calmarla e consolarla, dicendole:
« La vostra situazione è forse meno disperata che non crediate. Il signor Montoni può dipingervi i suoi affari in uno stato più cattivo di quello che lo siano realmente, per esagerare e dimostrare il bisogno che ha della vostra cessione; d'altronde, finchè conserverete i vostri beni, vi offriranno una risorsa, se la futura condotta di vostro marito vi obbligasse a separarvi da lui....
— Nipote crudele e insensibile, » la interruppe impazientemente la zia, « voi dunque tentate persuadermi che non ho motivo di querelarmi? Che mio marito è in una posizione brillante? che il mio avvenire è consolante, e che i miei affanni son puerili e romanzeschi come i vostri? Strane consolazioni! Persuadermi che sono priva di criterio e di sentimento, perchè voi non sentite nulla, e siete indifferentissima ai mali altrui! Io credeva aprire il cuore ad una persona compassionevole, che simpatizzasse colle mie pene; ma mi avvedo pur troppo che le persone sentimentali non sanno sentire che per sè. Andatevene. »
Emilia, senza risponderle, uscì con un misto di pietà e disprezzo. Appena fu sola, cedè ai penosi pensieri che le faceva nascere la posizione infelice della zia. Le proprie osservazioni, le parole equivoche di Morano, l'aveano convinta che il patrimonio di Montoni mal corrispondeva alle apparenze. Vedeva il fasto di lui, il numero de' servi, le sue nuove spese per le fortificazioni, e la riflessione aumentò la di lei incertezza sulla sorte della zia e la propria, pensando al truce carattere dello zio che andava ognor più spiegandosi nella sua ferocia.
Mentre versava in questi affliggenti pensieri, Annetta le portò il pranzo in camera. Sorpresa da tal novità, domandò chi glielo avesse ordinato. « La mia padrona, » rispose Annetta. « Il signore ha comandato ch'essa pranzi nel suo appartamento ed ella vi manda il pranzo nel vostro. Ci sono state forti discussioni fra loro, e mi pare che la cosa si faccia seria. »
Emilia, poco badando alle sue ciarle, si mise a tavola, ma Annetta non taceva sì facilmente: parlò dell'arrivo degli uomini da lei già veduti sul bastione, e della loro strana figura, non meno che della buona accoglienza lor fatta da Montoni. « Pranzano essi con lui? » disse Emilia.
— No, signorina; hanno già mangiato nelle lor camere in fondo alla galleria settentrionale. Non so quando se ne andranno. Il padrone ha ordinato a Carlo di portar loro il bisognevole. Hanno già fatto il giro di tutto il castello, e dirette molte interrogazioni ai manovali. In vita mia non ho mai veduto ceffi così brutti; fanno paura a vederli. »
La fanciulla le domandò se avesse udito riparlare del conte Morano, e se vi fosse per lui speranza di guarigione. Annetta sapeva solo che trovavasi in una capanna, e molto aggravato. Emilia non potè nascondere la commozione.
« Signorina, » disse la ciarliera, « come le donne sanno ben nascondere l'amore! Io credeva che voi odiaste il conte, e mi sono ingannata.
— Credo di non odiar nessuno, » rispose Emilia sforzandosi al sorriso; « ma non sono innamorata certo del conte Morano; e sarei egualmente dispiacentissima della morte violenta di chicchessia. »
Annetta tornò a parlare de' dissensi fra i coniugi Montoni. « Non è cosa nuova, » diss'ella, « giacchè abbiamo inteso e veduto tutto fino da Venezia, sebbene non ve ne abbia mai parlato.
— E facesti benissimo, ed avresti fatto meglio a continuare a tacere; abbi dunque prudenza, che questo discorso non mi garba.
— Ah! cara signora Emilia, vedo qual rispetto avete per persone che si occupano sì poco di voi! Io non posso soffrire di vedervi illusa in tal modo; debbo dirvelo unicamente pel vostro interesse, e senza alcun disegno di nuocere alla mia padrona, quantunque, a dir vero, abbia poca ragione di amarla.
— Tu non parli certo di mia zia, » disse Emilia con gravità.
— Sì, signora; ma io sono fuori di me. Se voi sapeste tutto quel che so io, non andreste in collera. Spesso, spessissimo ho inteso lei ed il padrone che parlavano di maritarvi al conte: essa gli diceva sempre di non lasciarvi cedere ai vostri ridicoli capricci, ma di saper costringervi ad obbedire. Mi si straziava il cuore all'udire tanta crudeltà; parendomi che essendo ella stessa infelice, avrebbe dovuto compatire le disgrazie altrui e....
— Ti ringrazio della tua pietà, Annetta; ma mia zia era infelice, e forse le sue idee erano alterate. Altrimenti io penso... son persuasa che... Ma via, lasciami sola, Annetta, ho finito di pranzare.
— Voi non avete mangiato quasi nulla; prendete un altro boccone... Alterate le sue idee? affè! mi pare che lo siano sempre. A Tolosa ho inteso spesso la padrona parlare di voi e del signor Valancourt alla signora Marville e alla signora Vaison in un modo poco bello: diceva loro che durava fatica a contenervi ne' limiti del dovere, che eravate per lei un gran peso, e che se non vi avesse sorvegliata bene, sareste andata a scorrazzare per le campagne col signor Valancourt; che lo facevate venir la notte, e....
— Gran Dio! » sclamò Emilia facendosi di fuoco; « è impossibile che mia zia mi abbia dipinta così.
— Sì, signora, questa è la pura verità, sebbene non la dica tutta intiera. Mi pareva che avrebbe potuto parlare in altra maniera di sua nipote, anche nel caso che voi aveste commesso qualche fallo. Ma siate certa che non ho mai creduto neppure una sillaba di tutti i suoi discorsi. La padrona non guarda mai a ciò che dice, quando parla degli altri.
— Comunque sia, Annetta, » disse Emilia, ricomponendosi con dignità, « tu fai malissimo ad accusar mia zia presso di me; so che la tua intenzione è buona, ma non parliamone più; sparecchia la tavola. »
La cameriera arrossì, chinò gli occhi ed affrettassi ad andarsene.
« È dunque questo il premio della mia onestà? » disse Emilia quando fu sola. « È questo il trattamento che debbo ricevere da una parente, da una zia, la quale doveva difendere la mia riputazione, invece di calunniarla? Oh! mio tenero ed affettuosissimo padre, cosa diresti se tu fossi ancora al mondo? Che penseresti della indegna condotta di tua sorella a mio riguardo?... Ma via, bando alle inutili recriminazioni, e pensiamo soltanto ch'essa è infelice. »
Per divagarsi alquanto, prese il velo, e scese sui bastioni, l'unico passeggio che le fosse permesso. Avrebbe, sì, desiderato percorrere i boschi sottoposti, e contemplare i sublimi quadri della natura; ma Montoni non volendo ch'ella uscisse dal castello, cercava contentarsi delle viste pittoresche cui osservava dalle mura. Nessuno eravi allora colà; il cielo era tetro e tristo come lei. Però, trapelando il sole dalle nubi, Emilia volle vederne l'effetto sulla torre di tramontana: voltandosi, vide i tre forestieri della mattina, e si sentì un tremito involontario. Coloro le si avvicinarono mentre esitava. Volle ritirarsi, ed abbassò il velo, che mal ne nascondeva la beltà. Essi guardaronla attenti, parlandosi tra loro: la fierezza delle fisonomie la colpì ancor più del singolare abbigliamento. La figura in ispecie di quello in mezzo spirava una ferocia selvaggia, truce e maligna che l'atterrì. Passò rapida: quando fu in fondo al terrazzo, si volse, e vide gli stranieri all'ombra della torretta, intenti a considerarla, ed a parlare con fuoco tra loro. Ella affrettossi a ritirarsi in camera.
Montoni cenò tardi, e restò un pezzo a tavola cogli ospiti nel salotto di cedro. Gonfio del suo recente trionfo su Morano, vuotò spesso la coppa, e si abbandonò senza ritegno ai piaceri della tavola e della conversazione. Il brio di Cavignì parea al contrario scemato: guardava Verrezzi, cui aveva stentato molto a contenere fin allora, e che voleva sempre manifestare a Montoni gli ultimi insulti del conte.
Un convitato mise in campo i casi della notte scorsa, e gli occhi di Verrezzi sfavillarono: si parlò poscia di Emilia, e fu un concerto di elogi. Montoni solo tacea. Partiti i servi, la conversazione divenne più libera; il carattere irascibile di Verrezzi mescolava talvolta un po' di asprezza in quanto diceva, ma Montoni spiegava la sua superiorità perfin negli sguardi e nelle maniere. Uno di essi nominò imprudentemente di nuovo Morano; Verrezzi scaldato dal vino, e senza badare ai ripetuti segni di Cavignì, diede misteriosamente qualche cenno sull'incidente della vigilia. Montoni non parve notarlo e continuò a tacere, senza mostrare alterazione. Quell'apparente insensibilità accrebbe l'ira di Verrezzi, il quale finì a manifestare i detti di Morano, che, cioè, il castello non gli apparteneva legittimamente, e che non avrebbegli lasciato volontariamente un altro omicidio sull'anima.
« Sarei io insultato alla mia tavola, e lo sarei da un amico? » gridò Montoni pallido dal furore. « Perchè ripetermi i motti d'uno stolto? » Verrezzi, che si aspettava di vedere l'ira di Montoni volgersi contro il conte, guardò Cavignì con sorpresa, e questi godè della sua confusione. « Avreste la debolezza di credere ai discorsi d'un uomo traviato dal delirio della vendetta?
— Signore, » disse Verrezzi, noi crediamo solo quel che sappiamo.
— Come! » interruppe Montoni con gravità; « dove sono le vostre prove?
— Noi crediamo solo quel che sappiamo, e non sappiam nulla di quanto ci affermò Morano. »
Montoni parve rimettersi, e disse: « Io son sempre pronto, amici, quando si tratta del mio onore; nessuno potrebbe dubitarne impunemente. Orsù, beviamo.
— Sì, beviamo alla salute della signora Emilia, » disse Cavignì.
— Con vostro permesso, prima a quella della castellana, » soggiunse Bertolini. Montoni taceva.
— Alla salute della castellana, » dissero gli ospiti, e Montoni fece un lieve cenno di capo in segno d'approvazione.
« Mi sorprende, signore, » gli disse Bertolini, « che abbiate negletto tanto questo castello: è un bell'edifizio.
— E molto adatto ai nostri disegni, » replicò Montoni. « Voi non sapete, parmi, per qual caso io lo posseggo?
— Ma, » disse Bertolini ridendo, « è un caso fortunatissimo, ed io vorrei che me ne accadesse uno simile.
— Se volete compiacervi d'ascoltarmi, » continuò Montoni, « vi racconterò la cosa. »
Le fisionomie di Bertolini e Verrezzi esprimevano ansiosa curiosità. Cavignì, il quale non ne esternava, sapeva probabilmente già la storia.
« Sono quasi venti anni che posseggo questo castello. La signora che lo possedeva prima di me, era mia parente lontana. Io sono l'ultimo della famiglia: essa era bella e ricca, ed io le offrii la mia mano, ma siccome amava un altro, mi respinse. È probabile che il preferito abbia respinto lei, che fu assalita da una costante malinconia, ed ho tutto il fondamento di credere che troncasse ella stessa i suoi giorni. Io non era allora nel castello: è un caso pieno di strane e misteriose circostanze ch'io vo' ripetervi.
— Ripetetele, » disse una voce.
Montoni tacque, ed i suoi ospiti, guardandosi reciprocamente, si chiesero chi avesse parlato, e s'avvidero che tutti si facevano la stessa domanda.
« Siamo ascoltati, » disse Montoni; « ne parleremo un'altra volta: beviamo. »
I convitati guardarono per tutta la sala.
« Siamo soli, » disse Verrezzi, « fateci la grazia di continuare.
— Non udiste qualcosa? » sclamò Montoni.
— Parmi di sì, » rispose Bertolini.
— Pura illusione, » disse Verrezzi guardando ancora. « Siam soli. Continuate, ven prego. »
Montoni ripigliò sottovoce, mentre i convitati si serravano intorno a lui.
« Sappiate che la signora Laurentini da qualche mese mostrava i sintomi d'una gran passione e d'un'immaginazione alterata. Talvolta si perdeva in una placida meditazione, ma spesso farneticava. Una sera di ottobre, dopo uno di questi accessi, si ritirò sola nella sua camera, vietando di sturbarla. Era la camera in fondo al corridoio, ch'è stata il teatro della scena d'ieri sera: da quell'istante non la videro più.
— Come! Non fu veduta più? » disse Bertolini. « Il suo corpo non fu trovato nella camera?
— Non si trovò il suo cadavere? » esclamarono tutti unanimamente.
— Mai, » rispose Montoni.
— Quai motivi s'ebbero per supporre che si fosse uccisa? » disse Bertolini. — Sì, quai motivi? » disse Verrezzi. Montoni gli lanciò un'occhiata sdegnosa. « Perdonate, signore, soggiunse l'altro; non pensava che la signora fosse vostra parente, quando ne parlai con tanta leggerezza. »
Montoni, ricevendo questa scusa, continuò: « Vi spiegherò tosto il tutto: ascoltate.
— Ascoltate! » ripetè una voce.
Tutti tacevano, e Montoni cambiò di colore.
« Questa non è un'illusione, » disse finalmente Cavignì. — No, » disse Bertolini; « l'ho intesa anch'io.
— Questo diventa straordinario, » soggiunse Montoni, alzandosi precipitosamente. Tutti i convitati si alzarono in disordine: furono chiamati i servi, si fecero ricerche, ma non fu trovato nessuno. La sorpresa e la costernazione crebbero. Montoni fu sconcertato. « Lasciamo questa sala, » diss'egli, « ed il soggetto del nostro discorso; è troppo serio. » Gli ospiti, disposti ad uscire, pregarono Montoni di andare altrove a seguitare il suo racconto, ma invano; malgrado tutti i suoi sforzi per parer tranquillo, egli era visibilmente agitatissimo.
« Come! » disse Verrezzi; « sareste superstizioso, voi che vi burlate dell'altrui credulità?
— Non sono superstizioso, » rispose Montoni « ma convien sapere cosa ciò vuol dire. » Uscì, e tutti ritiraronsi.
FINE DEL SECONDO VOLUME
Milano, 1875 — Tip. Ditta Wilmant.
NOTE