← Table of contents
I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2

CAPITOLO XVII

Reading edition

Il dì dopo, il conte pranzò in casa Montoni; era straordinariamente allegro. Emilia osservò nelle sue maniere con lei un'aria di fiducia e di gioia che non aveva mai avuta; si provò a reprimerlo raddoppiando la consueta freddezza, ma non le riuscì. Egli parve cercar l'occasione di parlarle senza testimoni, ma Emilia non volle mai aderire ad ascoltar cose che non si potessero dire a voce alta. Verso sera, il signor Montoni e tutta la società andarono a divertirsi sul mare; il conte, conducendo Emilia allo zendaletto[1], portò la sua mano alle proprie labbra, e la ringraziò della condiscendenza che si era degnata mostrare. La fanciulla, sorpresa e malcontenta, affrettossi a ritirar la mano, e credette che scherzasse; ma quando in fondo alle scale conobbe, dalla livrea, che era lo zendaletto del conte, e che il resto della società, essendo già entrata in altre gondole, stava per partire, risolse di non soffrire un abboccamento particolare; gli diede la buona sera, e tornò verso il portico. Il conte la seguì, pregando e supplicando, allorchè giunse Montoni, il quale la prese per mano, e la condusse al zendaletto; Emilia lo pregava sottovoce di considerare la sconvenienza di quel passo.

« Questo capriccio è intollerabile, » diss'egli; « io non vedo qui nessuna sconvenienza. »

Da quel punto, l'avversione di Emilia pel conte divenne una specie d'orrore; l'audacia inconcepibile colla quale continuava a perseguitarla ad onta del suo rifiuto, l'indifferenza ch'egli mostrava per la sua opinione particolare, finchè Montoni favorisse le sue pretese, tutto si riuniva per aumentare l'eccessiva ripugnanza ch'essa non aveva mai cessato di sentire per lui. Si tranquillò però alquanto sentendo che Montoni sarebbe venuto con loro. Egli si mise da una parte e Morano dall'altra. Tutti tacevano mentre i gondolieri preparavano i remi; ma Emilia, fremendo del colloquio che sarebbe susseguito a quel silenzio, ebbe alfine bastante coraggio per romperlo con qualche parola indifferente, all'uopo di prevenire le sollecitazioni dell'uno ed i rimproveri dell'altro.

« Io era impaziente, » le disse il conte, « di esprimere la mia riconoscenza alla vostra bontà: ma devo pure ringraziare il signor Montoni, che mi procurò un'occasione tanto desiderata. »

Emilia guardò il conte con un misto di sorpresa e malcontento.

« Come! » soggiuns'egli; « vorreste voi diminuire la soddisfazione di questo momento delizioso? Perchè rimpiombarmi nella perplessità del dubbio, e smentire, coi vostri sguardi, il favore delle vostre ultime dichiarazioni? Voi non potete dubitare della mia sincerità e di tutto l'ardore della mia passione. È inutile, vezzosa Emilia, senza dubbio, è inutile affatto che cerchiate di nascondere più a lungo i vostri sentimenti.

— Se li avessi mai nascosti, signore, » rispose Emilia, « sarebbe inutile senza dubbio il dissimularli viemaggiormente. Aveva sperato che mi avreste risparmiata la necessità di dichiararli ancora; ma poichè mi ci obbligate, vi protesto, e per l'ultima volta, che la vostra perseveranza vi priva perfin della stima ond'io era disposta a credervi degno.

— Perdio! » sclamò Montoni; « questo oltrepassa la mia aspettativa; aveva conosciuto capricci nelle donne, ma... Osservate, madamigella Emilia, che se il conte è vostro amante, io nol sono, e non servirò di trastullo alle vostre capricciose incertezze. Vi si propone un matrimonio che onorerebbe ogni famiglia: ricordatevi che la vostra non è nobile; voi resisteste lunga pezza alle mie ragioni; il mio onore adesso è impegnato, e non intendo fare una trista figura. Voi persisterete, se v'aggrada, nella dichiarazione che m'incaricaste di fare al conte.

— Bisogna per certo che siate caduto in errore, signore, » disse Emilia; « le mie risposte su questo soggetto furono costantemente le medesime; è degno di voi l'accusarmi di capriccio. Se acconsentiste ad incaricarvi delle mie risposte, è un onore ch'io non sollecitai. Ho dichiarato io stessa al conte Morano, ed a voi, o signore, che non accetterò mai l'onore ch'egli vuol farmi, e lo ripeto. »

Il conte guardava Montoni con meraviglia; il contegno di quest'ultimo mostrava eziandio sorpresa, ma una sorpresa mista a sdegno.

« Qui c'è audacia e capriccio insieme. Negherete voi le vostre proprie espressioni, signorina?

— Una tal domanda non merita risposta, » disse Emilia arrossendo; « voi ve la rammenterete, e vi pentirete d'averla fatta.

— Rispondete categoricamente, » replicò Montoni con veemenza. « Dunque ardite disdire le vostre parole? Vorreste negare che poco fa avete riconosciuto esser troppo tardi per isciogliervi dai vostri impegni, e che voi accettaste la mano del conte? lo negherete voi?

— Negherò tutto, perchè nessuna delle mie parole ha mai espresso nulla di simile.

— Negherete voi quello che scriveste al signor Quesnel vostro zio? Se ardite farlo, il vostro carattere attesterà contro di voi. Che potete dire adesso? » continuò Montoni, prevalendosi del silenzio e della confusione d'Emilia.

— Mi accorgo, signore, che siete in un grand'abbaglio, e ch'io stessa fui ingannata.

— Non più finzioni, ve ne prego. Siate franca e sincera, se è possibile.

— Io sono stata sempre tale, signore, e non men fo al certo nessun merito. Non ho alcun motivo di fingere.

— Cosa vuol dir tutto questo? » esclamò Morano alquanto commosso.

— Sospendete il vostro giudizio, conte, » replicò Montoni; « le idee d'una donna sono impenetrabili. Ora, si venga alla spiegazione....

— Scusatemi, signore, se io sospendo questa spiegazione fino al momento in cui voi sembrerete più disposto alla fiducia; tutto quel ch'io potrei dire adesso non servirebbe che ad espormi ad insulti.

— Spiegatevi ve ne prego, » disse Morano.

— Parlate, » soggiunse Montoni, « vi accordo tutta la fiducia; sentiamo.

— Permettete che vi porti ad uno schiarimento, facendovi una domanda.

— Mille se v'aggrada, » disse Montoni sdegnosamente.

— Qual era il tema della vostra lettera al signor Quesnel?

— Eh! qual poteva mai essere? L'offerta onorifica del conte Morano.

— Allora, signore, noi ci siamo ingannati stranamente entrambi.

— Noi ci siamo spiegati male, suppongo, nel colloquio precedente alla lettera. Devo rendervi giustizia; siete molto ingegnosa nel far nascere un malinteso. »

Emilia procurava di trattenere le lagrime e risponderete con fermezza. « Permettetemi, signore, di spiegarmi intieramente, o di tacer del tutto.

— Montoni, » gridò il conte, « lasciatemi patrocinare la mia propria causa; è chiaro che voi non potete farci nulla.

— Qualunque discorso a tal proposito, » disse Emilia, « è inutile; se volete farmi grazia, non prolungatelo.

— È impossibile, signora, ch'io soffochi una passione che forma l'incanto ed il tormento della mia vita. V'amerò sempre, e vi perseguiterò con ardore instancabile; quando sarete convinta della forza e costanza della mia passione, il vostro cuore cederà alla pietà, e forse al ravvedimento. »

Un raggio di luna, cadendo sul volto di Morano, scoperse il turbamento e l'agitazione dell'anima sua. D'improvviso esclamò: « È troppo, signor Montoni, voi m'ingannaste, e vi domando soddisfazione.

— A me, signore? l'avrete, » balbettò questi.

— Mi avete ingannato, » continuò Morano, « e volete punire l'innocenza del cattivo successo dei vostri progetti. »

Montoni sorrise sdegnosamente. Emilia, spaventata dalle conseguenze che poteva avere quel diverbio, non potè tacere più a lungo. Spiegò il motivo dello sbaglio, e dichiarò che non aveva inteso consultar Montoni se non per l'affitto della valle, concludendo, e supplicandolo di scrivere sul momento a Quesnel onde riparare a siffatto errore.

Il conte poteva appena contenersi; nullameno, mentr'essa parlava, entrambi stavano attenti ai suoi discorsi. Calmato alquanto il di lei spavento, Montoni pregò il conte d'ordinare ai gondolieri di tornare addietro, promettendogli un abboccamento particolare; Morano aderì senza difficoltà.

Emilia, consolata dalla prospettiva di qualche riposo, adoprò le sue premure conciliatrici a prevenire una rottura fra due persone che aveanla perseguitata, ed insultata ben anco senza riguardo.

Lo zendaletto si fermò alla casa di Montoni; il conte condusse Emilia in una sala, ove lo zio la prese pel braccio e le disse qualcosa sottovoce. Morano le baciò la mano nonostante tutti i di lei sforzi per ritirarla, le augurò la buona notte colla più tenera espressione, e ritornò allo zendaletto, accompagnato dall'altro.

Emilia, nella sua camera, considerò con estrema inquietudine la condotta ingiusta e tirannica di Montoni, la pertinacia impudente di Morano e la propria tristissima situazione, lontana dagli amici e dalla patria. Invano pensava a Valancourt, come a di lei protettore: egli era trattenuto lontano dal suo servizio, ma si consolava almeno nel sapere ch'esisteva al mondo una persona la quale divideva le sue pene, ed i cui voti non tendevano che a liberarnela.

Risolse nondimanco di non cagionargli un dolore inutile ragguagliandolo come le spiacesse d'aver respinto il suo giudizio sopra Montoni, benchè però non si pentisse d'aver ascoltata la voce del disinteresse e della delicatezza, rifiutando la proposta d'un matrimonio clandestino. Ella nutriva qualche speranza nel suo prossimo colloquio collo zio; era decisa a dipingergli la sua trista situazione, e pregarlo di permettergli d'accompagnarlo al di lui ritorno in Francia; quando d'improvviso ricordossi che la valle, suo prediletto soggiorno, unico suo asilo, non sarebbe più a di lei disposizione per lunga pezza. Pianse allora, temendo di trovar poca pietà in un uomo come Quesnel, il quale disponeva delle sue proprietà senza nemmen degnarsi di consultarla, e licenziava una serva vecchia e fedele, mettendola così in istrada. Ma benchè certa di non aver più casa in patria, e pochi amici, volea tornarvi, per sottrarsi al dominio di Montoni, la cui tirannide verso di lei e la durezza verso gli altri pareanle insopportabili. E neppur desiderava abitare collo zio, il procedere del quale a di lei riguardo bastava a convincerla del pari non avrebbe altro fatto se non cambiar d'oppressore.

La condotta di Montoni le pareva singolarmente sospetta, a proposito della lettera a Quesnel. Poteva, da principio, essere stato ingannato; ma essa temeva non persistesse egli volontariamente nel suo errore per intimorirla, piegarla ai suoi desiderii, e costringerla a sposare il conte. In qualunque caso però, era premurosissima di parlarne a Quesnel, e considerava la sua visita imminente con un misto d'impazienza, di speranza e timore.

Il giorno seguente, la Montoni, trovandosi sola con Emilia, le parlò del conte Morano. Parve sorpresa che la sera innanzi non avesse raggiunto le altre gondole, e ripreso così presto la volta di Venezia. Emilia raccontò tutto l'accaduto, esprimendo il suo cordoglio per il malinteso sorto fra lei e Montoni, e supplicò la zia d'interporre i suoi buoni uffici, perchè questi desse al conte un rifiuto decisivo e formale; ma si accorse in breve ch'ella sapeva già tutto.

« Non dovete aspettarvi nessuna condiscendenza da me, » le disse: « ho già dato il mio voto, ed il signor Montoni ha ragione di estorcere il vostro consenso con tutti i mezzi che sono in suo potere. Quando la gioventù s'accieca su' suoi veri interessi, e se ne allontana ostinatamente, la maggior fortuna che possa avere è quella di trovare amici che si oppongano alle loro follie. Ditemi, in grazia, se, per la vostra nascita, potevate aspirare ad un partito così vantaggioso, come quello che vi è offerto?

— No, signora, » rispose Emilia; « io non ho l'orgoglio di pretendere...

— Non si può negare che non ne abbiate una buona dose. Il mio povero fratello, vostro padre, era anch'egli molto orgoglioso; ma, in verità, bisogna confessarlo, la fortuna non lo favoriva troppo. »

Sdegnata per questa maligna allusione al padre, ed incapace di rispondere con sufficiente moderazione, Emilia esitò un momento confusa; la zia ne trionfava; finalmente le disse: « L'orgoglio di mio padre, signora, aveva un oggetto nobilissimo; la sola felicità ch'ei conoscesse, veniva dalla bontà, educazione e carità sua verso il prossimo. Egli non la fece mai consistere nel superar gli altri in ricchezza, nè era umiliato della sua inferiorità a tal riguardo. Non respigneva i miseri e gli sventurati. Disprezzava talvolta quelle persone le quali, in seno alla prosperità, si rendevano invise a forza di vanità, d'ignoranza e di crudeltà. Io farò dunque consistere la mia gloria nell'imitarlo.

— Non ho la pretensione, nipote mia, di comprendere quest'accozzaglia di bei sentimenti; ne lascio tutta la gloria a voi; ma vorrei insegnarvi un poco di buon senso, e non vedervi la maravigliosa saviezza di sprezzare la vostra felicità. Non mi vanto d'una educazione tanto raffinata come quella che vostro padre si piacque di darvi, ma mi contento d'un po' di senso comune. Sarebbe stata una vera fortuna, per vostro padre e per voi, se vi avesse insegnato ad adoprarlo. »

Emilia, offesa sensibilmente da simili riflessioni sulla memoria del padre, disprezzando questo discorso, la lasciò d'improvviso e ritirossi nella sua camera.

Ne' pochi giorni che scorsero da questo colloquio alla partenza per Miarenti, Montoni non rivolse mai una parola alla nipote; i di lui sguardi esprimevano il suo risentimento; ma Emilia era molto sorpresa com'egli potesse astenersi dal rinnovare il soggetto. Lo fu viemaggiormente vedendo che, negli ultimi tre giorni, il conte non comparve, e che Montoni non ne pronunziò neppure il nome. Parecchie congetture le si affacciarono alla mente; temeva talora che la lite si fosse rinnovata, e fosse riuscita fatale al conte; qualche volta inclinava a credere che la stanchezza e il disgusto fossero state la conseguenza del di lei rifiuto, e ch'egli avesse abbandonato i suoi progetti; da ultimo, s'immaginava che il conte ricorresse allo strattagemma di sospendere le sue visite, ottenendo da Montoni che non lo nominasse, nella speranza che la gratitudine e la generosità opererebbero molto su lei, e determinerebbero un consenso ch'egli non attendeva più dall'amore. Passava il tempo in queste vane congetture, cedendo volt'a volta alla speranza ed all'amore: partirono infine per Miarenti, e quel giorno, come gli altri, il conte non comparve, nè si parlò menomamente di lui.

Montoni avendo deciso di non partir da Venezia prima di sera, per evitare il caldo e godere il fresco della notte, s'imbarcarono per giungere alla Brenta un'ora prima del tramonto. Emilia, seduta sola a poppa, contemplava in silenzio gli oggetti che fuggivano a misura che la barca inoltrava: vedeva i palazzi sparire a poco a poco confusi coll'onde; ben presto le stelle succedettero agli ultimi raggi del sole, ed una notte fresca e tranquilla l'invitò a dolci meditazioni, turbate sol dal romore momentaneo dei remi, e dal lieve mormorio delle acque.

Giunti alle bocche della Brenta, si attaccarono alla barca i cavalli, e la fecero avanzare speditamente fra due sponde ornate a vicenda d'alberi altissimi, di ricchi palagi, di giardini deliziosi, e di boschetti odorosi di mirti e d'aranci. Allora affacciaronsi alla fanciulla tenere memorie; pensò alle belle sere passate nella sua valle, ed a quelle trascorse con Valancourt presso Tolosa ne' giardini della zia. Perduta in tristi riflessioni, e spesso colle lagrime agli occhi, ne fu scossa d'improvviso dalla voce di Montoni, che l'invitava a prender qualche rinfresco. Recatasi nella cabina, vi trovò la zia sola. La fisonomia di questa era accesa di collera, prodotta, a quanto parea, da un colloquio avuto col marito. Questi la guardava con aria di corruccio e disprezzo, e per qualche tempo restarono ambedue in perfetto silenzio. Montoni parlò ad Emilia di Quesnel.

« Mi lusingo, non vorrete persistere nel sostenere che ignoravate il soggetto della mia lettera.

— Dopo il vostro silenzio mi era figurata, o signore, che non fosse più necessario d'insistere, e che avreste riconosciuto il vostro errore.

— Avevate sperato l'impossibile, » sclamò Montoni; « mi sarei dovuto aspettare dal vostro sesso una sincerità ed una condotta più riflessiva, colla stessa facilità con cui voi poteste immaginarvi di convincermi d'errore. »

Emilia arrossì, e non parlò più. Conobbe allora troppo chiaramente che aveva di fatti sperato l'impossibile, e che laddove eravi stato errore volontario, non si poteva sperare di convincere; era evidente che la condotta di Montoni non era stata l'effetto di un malinteso, ma quello d'un piano concertato.

Impaziente di sottrarsi ad un colloquio tanto dispiacevole ed umiliante per lei, Emilia tornò fuori a sedere a poppa. Là almeno le veniva accordato dalla natura quella quiete che le ricusava Montoni.

Quando, svegliata dalla voce d'una guida o da qualche movimento nella barca, essa ricadea nelle sue riflessioni, pensava all'accoglienza che le farebbero i coniugi Quesnel, e che cosa direbbe a proposito della valle. Poi cercava distogliere lo spirito da un soggetto tanto fastidioso, divertendosi a contemplare i tratti del bel paese illuminato dalla luna. Mentre la sua imaginazione distraevasi così, scoprì un edifizio che s'innalzava al disopra degli alberi. Man mano che la barca inoltrava, udiva rumor di voci; in breve distinse l'alto portico d'una bella casa ombreggiata da pini e pioppi, e la riconobbe per la casa medesima statale già mostrata come proprietà del parente della signora Quesnel.

La barca si fermò vicino ad una scala marmorea che conduceva sotto il portico, il quale era illuminato. Montoni sbarcò colla sua famiglia, e trovarono i coniugi Quesnel in mezzo agli amici, assisi su sofà, che godevano il fresco della notte mangiando frutti e gelati, mentre alcuni suonatori, in qualche distanza, facevano una bella serenata. Emilia era già avvezza ai costumi dei paesi caldi, e non fu sorpresa di trovar quei signori di fuori dal loro portico a due ore dopo mezzanotte.

Fatti i soliti complimenti, la compagnia prese posto sotto il portico, e da una sala vicina le furono serviti rinfreschi squisitissimi. Cessato il piccolo tumulto dell'arrivo, e quando Emilia si fu rimessa dal turbamento provato in barca fu sorpresa dalla bellezza singolare di quel luogo, e dai comodi che offriva per guarentirsi dalle molestie della stagione. Era una rotonda a cupola scoperta di marmo bianco, sostenuta da colonnati della medesima materia. Le due ali guardavano su lunghi cortili, lasciando vedere immense gradinate sulle sponde del fiume. Una fontana in mezzo, co' suoi zampilli, formava, cadendo un piacevole mormorio, e l'odore soave dei fiori profumava quel luogo delizioso.

Quesnel parlò dei propri affari col suo tuono ordinario d'importanza. Vantò i nuovi acquisti, e compianse con affettazione Montoni delle recenti perdite da lui fatte. Quest'ultimo, il cui orgoglio almeno era capace di sprezzare una tale ostentazione, scuopriva facilmente, sotto una finta compassione, la vera malignità di Quesnel. Lo ascoltò con silenzio sdegnoso, quand'ebbe nominato sua nipote, si alzarono entrambi ed andarono a passeggiare in giardino.

Emilia intanto si avvicinò alla signora Quesnel, la quale parlava della Francia. Il solo nome della di lei patria erale caro: provava gran piacere nel considerare una persona che ne veniva. Quel paese d'altronde era abitato da Valancourt, e dessa ascoltava attentamente nella lieve lusinga di sentirlo nominare. La Quesnel che, durante il suo soggiorno in Francia, parlava con estasi dell'Italia, non parlava in Italia che delle delizie della Francia, sforzandosi di eccitare la curiosità altrui raccontando tutte le belle cose che aveva avuto la fortuna di vedervi.

Emilia attese invano il nome di Valancourt. La signora Montoni parlò a sua volta delle bellezze di Venezia, e del piacere che sperava gustare visitando il castello di Montoni negli Appennini. Quest'ultimo articolo non era trattato che per vanità. Emilia sapeva bene che la di lei zia apprezzava poco le grandezze solitarie, e quelle in ispecie che potea presentare il castello di Udolfo. La conversazione continuò malignandosi vicendevolmente, per quanto poteva permetterlo la civiltà, con reciproca ostentazione. Assise su morbidi sofà, sotto un portico elegante, circondate dai prodigi della natura e dell'arte, gli esseri meno sensibili avrebbero dovuto provare trasporti di cordialità, buone disposizioni, e cedere con trasporto a tutte le dolcezze di quei luoghi incantati.

Poco stante albeggiò; sorse il sole, e permise agli sguardi attoniti di contemplare il magnifico spettacolo che offrivano da lunge i monti coperti di neve, i declivi verdeggianti, e le ubertose pianure che si estendevano alle loro falde.

I contadini che andavano al mercato passavano in battello. Gli ombrelli di tela colorata, che portavano la maggior parte per guarentirsi dai raggi solari; i canestri di frutti e di fiori che andavano accomodando nel tragitto; l'abbigliamento semplice e pittoresco delle villanelle, tutto formava un colpo d'occhio dei più sorprendenti. La rapidità della corrente, la vivacità dei rematori, i canti di quei contadini all'ombra delle vele, ed il suono di qualche rustico strumento, dava a tutta la scena il carattere di una festa campestre.

Allorchè Montoni e Quesnel ebbero raggiunte le signore, passeggiarono tutti insieme nei giardini, la cui elegante distribuzione contribuì molto a distrarre Emilia. La forma maestosa e la ricca verzura dei cipressi, ch'ella trovava qui nella loro perfezione, l'altezza smisurata dei pini e dei pioppi, i folti rami dei platani, contrastavano coll'arte in quei giardini meravigliosi; i boschetti di mirto ed altre piante fiorite confondevano gli aromatici effluvi con quelli di mille fiori che smaltavano il terreno, e l'aria veniva rinfrescata dai limpidi ruscelli, serpeggianti fra i verdi pergolati.

Intanto il sole s'innalzava sull'orizzonte, ed il caldo cominciava a farsi sentire. La società abbandonò i giardini per andar in cerca di riposo.

Notes in this chapter

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings