IV.
Reading edition
“FELICEM NIOBEN!„
Triste e pensoso, l'ombre cadendo, su 'l getico lido sta Publio Ovidio. Innanzi urla il feroce mare. Chino biancheggia il capo cui cinser gli Amori corone: pendon su lui la grande ira d'Augusto e il fato ferreo, che la lunga querela non odono. Il pianto inutilmente riga le tomitane arene. Inutilmente, ancora, da Cesare nume benigno l'esule attende un ramo de la pacata oliva. Già sopra sta l'inerte vecchiezza; la ruga senile ara già il volto. Attende egli la morte, e chiama. Flebile il carme sale per cieli immiti ove i dardi fischiano che di lungi scaglia il bracato Geta. — Niobe felice, se ben tante vide sciagure; che, fatta pietra, il senso perse del male. E voi, voi pur felici, cui le bocche chiamanti il fratello chiuse di novo cortice il pioppo. Io sono, io son colui che mai sarà confinato in un tronco, io son colui che in vano essere pietra vuole. — Cadono l'ombre, s'addensano gelide; il mare ulula; il vento reca strepito d'armi. Oh Roma, Roma! Oh su' colli piniferi aureo tepente vespero e ne' rigati orti da l'acque nove murmure che sopiva la cura e lungh'essi gli insigni portici riso de l'amica giovine!
AVE, ROMA
Esule anch'io, pensoso di te, di te sempre pensoso, Roma, non fra gli intonsi barbari Ovidio sono; nè mi colpì lo sdegno di Cesare, ma la funesta dea che la tua campagna orrida e sacra tiene. Mi visitò nel sonno la livida Febbre; e il mortale tossico, me misero! tutto il mio sangue tiene. Lugubre è il mio perire, se ben non sia questo il feroce Ponto e non la scitica freccia nel cuore io tema. Sotto sereni cieli più duro è l'esilio a tal cuore cui più nessuna cosa che amò rimane. Stanca è la carne e spira già l'anima, in questa incompresa pace. Oh lasciate un'Ombra verso la morte andare! Tutto è sereno. Il flutto è docile. Incurvasi il lido come una lira, dove sorgono emerocàli simili agli asfodeli che illustrano i clivi de l'Ade, candidi. Ma non questa pace il morente chiede. Chiede il silenzio immenso, eterno, che sta su l'immoto fascino del deserto onde tu sorgi, o Roma. Quale alto monte, quale oceano infinito, qual somma tenebra vince tanta solitudine? Quivi la morte sta. Ti vegga da lungi più grande d'ogni più grande cosa il morituro e — Ave — dica — o tu, Roma, tu dolce e tremenda! Ave, o Roma unica, o dell'anima nostra unica patria!
VESTIGIA
E tu ritorni, o Vita? Ritorni a me con un riso dubio, ed in mano fronde trascolorate rechi. E tu ritorni, o Amore? Obliquo ritorni, ed in mano rechi l'antica tazza, piena d'un falso vino. Dice la Vita: — Guardi tu in dietro gli antichi vestigi! Sonvi più dolci frutti, altri ignorati beni. Dice l'Amore: — Bevi. — Ripete egli antiche parole. — Ecco la nova ebrezza, lo sconosciuto bene. — L'Anima dice: — Vane lusinghe. Io chiudo un supremo sogno. Da me il mio sogno non uscirà già mai. — Pure, si volge; guarda gli antichi vestigi. Oh silente pallida ignuda selva non obliata mai!
NELLA CERTOSA DI SAN MARTINO (IN NAPOLI)
Vita, negli occhi miei, negli occhi di quella che a fianco m'era e credea sé tutta cinta de' miei pensieri, sé nel mio sogno, ed ebri ancora i miei sensi, e la mia anima con intatti vincoli trarre seco; negli occhi nostri, o Vita, le imagini tue dileguando come serenamente fluttuavano! Eran su l'alte mura i tralci (pendevano i neri grappoli da la canna come da un tirso d'oro) e pe' leggeri intrichi pampinei l'isole e i golfi s'intravedeano splendere: Puteoli cerula su 'l lunato azzurro, ove l'Ibi migrante agile tra le corna scese de' bianchi buoi, Baja voluttuosa, e il tumulo ingente che Enea diede a Miseno, e l'alta Cuma che udì gli ambigui carmi fatali, e il lido lacustre che l'orme sostenne d'Ercole dietro il gregge pingue di Gerione: plaghe da gli Immortali dilette, ove (come in profondi talami cui piacciansi premere amanti umani) gli incliti corpi ambrosii giacendo lasciarono impronte sacre, vestigi eterni de la Bellezza prima. Quella che al fianco m'era — Non senti — mi disse — la nostra felicità salire? Tutte le cose belle credo io aver nel cuore. — Mi disse languendo la donna tenera. Ne la bocca le rifioríano i baci. Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato. Tutto pareami quivi solitudine, vacuità, tristezza, immobile tedio, nel muto lume, sotto i muti chiari lontani cieli. Poi, ne le vaste sale deserte, vedemmo le inani spoglie del re, le vesti, l'armi, i vessilli, i cocchi d'oro, il vascel vermiglio che tenne le pompe del terzo Carlo; e il tuo cupo rombo parvemi udire, o Fato. Parvemi; ma più forte salìa verso l'ardua loggia, ove tremammo, il rombo de la città che tutta quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso, in un possente riso inestinguibile, illuminando i cieli che in lei tendevano l'arco, avida con rosee braccia abbracciando il mare. Mise la donna un grido, stringendosi a me, con un lungo brivido, come presa di vertigine. Poi, reclinata il volto bianchissimo, parvemi in atto di voluttà profonda bere la dolce luce. — Oh, tutti i sogni miei per questo! — dicea lenta, quasi ebra. — Infinito e pure intimo ne l'anima come un divin segreto da te rivelato a me sola! — Tacque; ed ancor la bocca parve bevesse luce. Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato. L'anima ansando attese il rapimento in vano. Pur intendea confuse parole. — Quale ombra ti copre? Quale altro oscuro mondo occupa gli occhi tuoi? Quello che in te contempli ha forse orizzonti più vasti? Dentro, più lieti s'aprono spettacoli? Tu possederlo credi! Non è in tal possesso la gioja. Meglio è nel Tutto l'anima disperdere. Rompi il tuo cerchio al fine! Guardando la donna che t'ama, lascia il supremo sogno al cielo effondersi! — — Non uscirà già mai da me — io pensava — il mio sogno, poi che non basta il cielo, poi che non basta il mondo a contenerlo: vince d'altezza ogni cosa creata. Pur questa immensa forza non mi riempie il cuore! — E, reclinando il capo, non altro sentii che l'interna vacuità fra il rombo de la tua fuga, o Vita. Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso; e la Montagna in contro, armoniosa al giorno quale una forma escita di mano d'artefice puro, con incessante palpito da l'igneo grembo esprimea ne l'aria le sue multiformi chimere che lente il cielo sommo conquistavano. Come divino allora mi parve il silenzio del chiostro ove scendemmo. E un'Ombra muta scendea con noi. Alto quadrato eretto su belle colonne polite: era il tuo, Morte, candido vestibolo.
NEL BOSCO (CAPODIMONTE)
Segue i miei passi l'Ombra; mi segue dovunque: mi guarda. Occhi non ha sì dolci quella che a fianco viene. Ah, perché mai risorgi tu da l'oblio? Perché mai tu d'improvviso mi riprendi l'anima? Qui noi passammo forse, un giorno, in quest'ora? Gli illusi occhi, l'illusa anima veggono i cari luoghi. Simili a questi i luoghi che amammo, ove amammo la vita, ove la morte parveci una favola. Simili innanzi a noi s'aprivan sentieri profondi. Alta venìa ridendo ella fra gli alti steli. L'ombra de' bei capegli oscura battea come un'ala su la sua fronte; i lunghi occhi parean più neri. Freschi salìan di sotto il breve suo passo gli effluvi: molli pioveano albori da le vocali cime. — Ella, ella sola è gioja — cantava il mio cuor dietro l'orme labili. Il cuor cantava: — Ella, ella sola è gioja. Entro le man sue reca più luce che non l'Ora prima; fatta ella tutta quanta è di sovrane cose.
NEL BOSCO (CAPODIMONTE)
Ride l'autunno al novo amore. Dal ciel pluvioso ride un suo vago riso lacrimevole che, trepidando i rami nel lume, la tua pel velato aere imagine suscita, o primavera. Oh primavera, tutta la selva correano i tuoi spirti, quando io condussi l'Altra verso l'atroce scure!
CONGEDO
Tu tamen i pro me, tu, cui licet, aspice Romam! Ovidii Tristium L. P.
Libro, tu Roma nostra vedrai. Ti manda a la grande Madre colui che molto l'ama, che sempre l'ama. Recale tu il dolente amore e il desío che distrugge l'esule, e il van rimpianto, ahi, del perduto bene. Io non tentai nel verso esprimere l'alta bellezza. Troppo ella è grande e troppo umile è il verso mio. Sol chiusi in te, o Libro, de l'anima mia qualche parte. Va senza gioja. Quasi cenere fredda rechi! Va, dunque. Roma nostra vedrai. La vedrai da' suoi colli, dal Quirinale fulgida al Gianicolo, da l'Aventino al Pincio più fulgida ancor ne l'estremo vespero, miracolo sommo, irraggiare i cieli. Tal la vedrai qual gli occhi la videro miei, quale sempre ne l'ansiosa notte l'anima mia la vede. Nulla è più grande e sacro. Ha in sè la luce d'un astro. Non i suoi cieli irraggia soli ma il mondo Roma.