II.
Reading edition
SUL LAGO DI NEMI (VILLA CESARINI)
Era un ritorno. Il sole spandea per i boschi ducali, precipitando, un fuoco torbido. Ma su l'acque, chiuse da quel gran cerchio di tronchi infiammati, un pallore cupo regnava. Raggio non le feriva alcuno. Chi nel divino grembo del lago adunava tant'ira? Livide, mute, l'acque minacciavano; come d'un lungo sguardo nemico seguivano il nostro passo; vincean d'un freddo fascino i nostri cuori. Una paura ignota ci strinse. Pensiero di morte illuminò d'un lampo l'anima sbigottita. Parvemi andar lungh'esso un lido letale, uno Stige; e de l'amata donna l'ombra condurre meco. Tutte di nostra vita lontana le imagini vaghe si dissolveano; ed ecco, tutto era morte in noi, tutto; ed il nostro amore, il nostro dolore, la nostra felicità non altro eran che morte cose. Oh visione aperta per sempre, a l'anima mia! Rapidamente l'acque s'oscuravano. Senza tremare, immote, opache, celando l'abisso, più minacciose l'acque parean volgere al malefizio i cieli. Le nubi piombavano sopra; stavano intenti i boschi sopra, nel grande orrore. Quasi era spento il fuoco per l'aria; ma ultima ardeva come una face in Nemi rossa la torre orsina.
IL VIADOTTO
Ella era meco. Forte stringeva il mio braccio ed ansava contro il gran vento, muta, pallida, a capo chino. Ahi, trascinato amore! Pareami sentire in su 'l braccio (ella stringea più forte) premere un peso immane. Ahi, trascinato amore, con triste menzogna, per tanto tempo, in sì dolci luoghi! Luoghi già tanto cari! Cupa, di sotto gli archi del ponte, muggiva in tempesta ampia di querci e d'elci la signoria dei Chigi; ma dal contrario colle, tra i mandorli scossi, ridea, quale da rupe un gregge pendulo, Aricia al sole. Pendula Aricia al sole ridea su la conca profonda: ombra mettean le nubi cerula ne la fuga. Era il Tirreno in vista, di lungi, una spada raggiante; eran, di lungi, i boschi isole tutte d'oro. Ma pe 'l mio cuor mutato, pe 'l duro cuor mio da le cose ruppero in van fantasmi, ahi, del goduto bene! Sorsero da le cose fantasmi bellissimi. Ed ella, auspice Sole, ed ella era pur bella in vano! Era pur bella, o Sole. Stringeva il mio braccio ed ansava, contro il gran vento, muta, pallida, a capo chino. Non a lei forse ignara parlavan le cose nel vento? «Ei più non t'ama, o donna misera! Ei più non t'ama!»
VILLA CHIGI
I.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente pallida ignuda selva, non obliata mai! Noi discendemmo piano, seguendo il famiglio, una scala umida, angusta, dove l'ombra parea di gelo. Ella era innanzi. A tratti, sostava. Mal certa su i gradi ripidi, contro il muro ella tenea la mano. Io la guardai. La mano bianchissima parvemi esangue, parvemi cosa morta. Morta la cara mano che tanti al capo sogni di gloria mi cinse, che tanti sparsemi di dolcezza brividi ne le vene! Soli restammo. Un fonte gemea roco a piè d'una loggia alto salìa l'antico feudo chigiano al cielo. Erano sparsi fumi pe 'l ciel come candidi velli. Entro correavi un riso tenue d'oro; e i nudi vertici de la selva parean vaporare in quell'oro; eran le felci al sommo èsili fiamme d'oro. Ella tacea, guardando. Ma, tutta nelli occhi, la grave anima dolorosa queste dicea parole. — Dunque nell'alta selva, che udisti cantar su 'l mio capo, seppellirai tu, senza pianto, il tuo grande amore? Intenderò io dunque nel dolce silenzio, che amammo, la verità crudele? Dunque per questo, o amico unico mio, per questo m'hai tu ricondotta ne' cari luoghi ove un giorno io parvi schiuder la primavera? —
II.
Oh primavera, tutta la selva correano i tuoi spirti, tutta prendean l'inerte selva da le radici, occultamente: rari aneliti uscieno; talvolta era come un ansare languido, oh primavera! Ella tacea, guardando. Udiva io l'interna sua voce; ma non risposi. Io tacqui. Io non risposi mai. Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca; torbido, invincibile, contro di lei, da l'ime viscere mi sorgeva non so quale odio; moriva ogni pietà di lei nel saziato cuore. Muti, così, vagammo: così, l'uno a fianco dell'altra, simili ad ombre erranti sotto un fatal castigo. Era la carne stanca; le pàlpebre erano gravi; era nelli occhi quasi una caligine. Tutta la notte, ahi, lunga! (parca che non fosse mai l'alba), io con ardor, con ira folle cercato avea di ravvivar la fiamma ne' corpi commisti, ne' baci. Ella non più beveva l'anima mia ne' baci. Ella bevea soltanto le lacrime sue ne' miei baci. Lacrime di quelli occhi, pur vi sentii su 'l cuore ardermi fra 'l disgusto che a flutti salìa dal profondo, lacrime di que' dolci occhi ove il cielo io vidi!
III.
Or non vedeva il cielo nelli occhi di lei; ma dolore. Ella tacea pur sempre, pallida più del cielo. Tutte le forme alli occhi miei lassi apparían dubitose, inesistenti, come forme di sogni, strane. Alberi strani, in torno balzavan da terra a ghermire con mostruose braccia la delicata nube. Snella fuggìa la nube l'abbraccio terribile, dando al ghermitor selvaggio labili veli d'oro. Folti per ogni parte i muschi crescean nella grave umidità. Le querci erano di velluto. Tutti copriva i tronchi quel fresco velluto opulento; tutte le pietre in torno erano di velluto. Oh meraviglia! Un tempo mi parve il mirabile ammanto opra di carmi, ed ella spargere tal mistero. Dubio, da un ciel di perla, guardava il sole tra i rami; ella ridea con occhi limpidi all'Adorato. Mi vacillava il cuore: — La luce che illumina il bosco, misterïosa, piove dalli occhi suoi? dal sole? — Come nell'alba prima la luna d'agosto mancando, pallida, effonde un riso che non fu mai più lene: tremano in ciel due vaghi miracoli; un sogno la terra ultimo esala, incerta nello spirtale albore: ella così mi parve. Contorte al suo piè le radici eran di serpi un gregge obediente a lei.
IV.
Or chi guidava il nostro cammino? Forse un ricordo? E perchè mai varcammo la sconsolata altura? Era per quell'altura (udiva io salendo alenare la taciturna) un bosco ceduo. Tutti, ignudi, grigi, sottili, i fusti sorgevano in una eguaglianza, come di lance schiera ordinata in campo: o non più tosto, anima mia, come un lungo solenne ordine di cèrei spenti ne l'aer muto? Parvero a lei, per certo, così mentre ella passava. Ella pensò la morte. Lessi nel suo pallore. — Tu mi vedrai morire. Vuoi tu, vuoi tu dunque ch'io muoia? — lessi nelli occhi. — Pure, io non ti feci male. Pure, io non altro feci che amarti, che amarti; non altro feci che amarti sempre! Io non ti feci male. — Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca. Un maleficio occulto dentro m'avea gelato. Ma trasalimmo entrambi, sostando: un tronco abbattuto attraversava il passo. Muti, sedemmo quivi.
V.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente pallida ignuda selva non obliata mai! Erasi chiuso il cielo. Qualche alito, raro, destava per le caduche cime quasi un brivido. Cumuli di carbone qua e là nelli spiazzi, come alti roghi ove già fossero cenere i cadaveri, lenti fumigavano. Salivan nell'aria le spire lente ondeggiando; lente dileguavano; e su 'l composto suolo di foglie morte, su quella tomba d'autunni, l'ombre camminavano. Cenere, fumo ed ombra parean quivi segnar la gran legge. — Devono, come i corpi, come le foglie, come tutto, le pure cose dell'anima sfarsi, marcire; devono i sogni sciogliersi in putredine. Devi tu, uomo, sempre, di ciò che ti diede l'ebrezza assaporare torpido la nausea. Nulla dal fato è immune. Nel corpo e nell'anima, tutto tutto, morendo, devesi corrompere. — Or chi di noi soffriva più forte? Ella, ella mi amava; vivere al men sentiva, d'una tremenda vita, entro il cuor suo la fiamma: la fiamma anche pura e raggiante! Io non l'amava. Il cuore gonfio parea d'un tetro lezzo; non altro senso avea che d'un tedio infinito l'anima ottusa. Oh come, donna, t'invidiai!
VI.
Ma trasalimmo entrambi, udendo sonare una scure. Colpi iterati, sùbito, echeggiarono. Aspra nel gran silenzio ferìa l'invisibile scure: non il ferito tronco udíasi gemere. Ella, ella, a un tratto, come ferita, ruppe in singhiozzi; ruppe ella in disperate lacrime; ed io la vidi nel mio pensiero, quasi nel guizzo d'un lampo, io la vidi ùmile sanguinare, ùmile boccheggiare, stesa tra 'l sangue, e alzare le supplici mani dal rosso lago; e dicea con gli occhi: — Io non ti feci male. — Oh moribonda anima! Le stetti da presso impietrito. Anche una volta bere le sue lacrime io non poteva? Al meno sfiorarle i capelli una volta io non poteva? Al meno, prenderle i polsi; il viso bianco scoprirle, il giglio divino imperlato di pianto: chiederle al men con voce dolce: — Perchè piangete? — Ella piangea. Di lunge, i colpi echeggiavano; gli alti roghi, d'in torno, lenti fumigavano.
IL VOTO
Discendevamo il colle, la sera d'aprile occupando i colonnesi boschi umida argentea mentre ne l'ombra cantavano già gli usignuoli, noti aulivano fiori anche invisibili. Ella era muta; muto io era. Breve intervallo era tra noi, tra i nostri deboli corpi: breve; ma non quel colle, ma non quel lago, ma non il lontano mare, ma non la sera fulgida aveva abissi tanto profondi quanto l'abisso che muto tra noi era... Oh discesa lenta per l'infinito clivo mentre ne l'ombra cantavano già gli usignuoli, noti aulivano fiori anche invisibili! Candido arrise il cielo. Recò nel sovrano candore suon di campane l'Ave, giù da Castel Gandolfo. Ci soffermammo. Ed ella (il suo lieve gesto mi pesa ne la memoria) da la fronte dolente al petto stanco segnò la croce: — indizi d'interna preghiera a la sua bocca pallida salirono. Quale fu il vóto? Invase pur me, in quel lume, un fervore súbito; e pur fervido sorse il mio vóto al cielo. — Ave, Maria. Voi fate, o Madre misericorde, ch'ella non m'ami! Fate ch'ella non m'ami, o ch'ella muoia! Togliete il truce amore a l'anima sua, misericorde Madre, e a me il supplizio!
IN UN MATTINO DI PRIMAVERA
Era il mattino. Un grave sopore teneva la donna misera su 'l guanciale pallido men di lei. Fredda, composta, immota, parea profondata nel sonno ultimo, ne la pace ultima, su la bara. Alito non s'udiva. Parea che le labbra premute fossero da la Morte, tanto eran chiuse e pure. — Non ti destare, non ti destare — pregai nel segreto cuore — se vuoi ch'io t'ami! Sieno per sempre chiuse queste tue labbra; e ancora, ancora saranno divine. Ritroverò per queste labbra i sovrani baci. Ritroverò la mia più lenta carezza per questa fronte che amai, per queste gote che amai, per queste pàlpebre al fin su 'l tuo dolce insostenibile sguardo chiuse; e per queste chiuse labbra i sovrani baci!
IL MERIGGIO
Era un silenzio orrendo, lugùbre: il più cupo che in terra sia stato mai. Le tombe tutte pareano aperte, sotto quei cieli. Nulla viveva. Nessuna apparenza era terrestre, in quella luce infinita eguale. Entro la sua gran chiostra di boschi il lago raggiava sacro, aspettando la promessa vittima. Ben eri tu, o Sole, a mezzo dei cieli alto, quando io la promisi! Tutto era silenzio.