DEDICA (continued 2)
Decio Cinti translation
Oh! Spazio!… Spazio!… Il mio Desiderio, folle nuotatore uso ai tuffi più audaci, con furore t'abbraccia nella schiuma volante e nel vento rapace!… A me il Sogno sommergente e l'estasi ondeggiante delle foreste sottomarine! A me il verginale sbocciar delle perle!… Alito assopente, trascinami per le immense pianure di corallo, sommerse!
Aroma dei mari notturni già spalmati d'aurore profumanti!… Malinconia delle piovre che snodano il loro sonno contemplando dal profondo dell'abisso, attraverso l'elastico cristallo delle acque, il greve sole levante galleggiar molle e vermiglio sul mare come una favolosa ninfea d'oro!…
Aroma evocatore di paradisi perduti, tutto il mio corpo a brandelli beve il tuo vigore divinizzante e muor di te senza fine!… Ahi! Ahi!… Mi sento morire!… Morire!…
8.
I CAFFÈ NOTTURNI.
(Canto che finisce in prosa volgare).
Quand'ero adolescente, io venivo ogni sera a mendicare oblìo sotto bassi soffitti, saturi di luce, seguìto da allegri compagni, l'uno a braccetto dell'altro, e coi Fumi, miei vecchi amici fedeli, agili e beffardi giocolieri d'azzurro vestiti e di grigio-perla, abilissimi nell'arte di far scomparire le apparenze con una piroetta, e d'imbrogliare i fili delle nostre memorie.
Tutte le sere, le Luci in tumulto si radunavano là, spesso ferite a morte e sanguinanti ancora dopo una rissa a corpo a corpo con l'Ombra implacabile… ma sempre ugualmente pronte a scoppiar dal ridere e a lanciar fino al cielo le loro bianche grida di martiri inutili! Io pagavo loro da bere, volentieri, del Nulla a tutti e del Fuoco in bottiglia, perchè già sono buoni diavolacci, nottambuli impenitenti che s'affollano al crepuscolo, in quell'antro, per soffocare in sinistro complotto il gran Sogno maledetto, il gran Sogno ossessionante e puro delle notti divine…
Bisogna pure, infatti, strangolare il nostro Sogno, in qualche posto, allo svolto d'una viuzza infame, o in un postribolo, o, meglio ancora, in un caffè-concerto, tra i vasti specchi mendaci che sanno scusare i nostri delitti e le nostre tristezze, moltiplicandoli!…
Specchi sôrti ad un tratto, come miraggi di trasparente frescura, nel deserto soffocante e nostalgico dei caffè notturni!… … In voi più che altrove si può uccidere il Sogno, per poi, più tardi, nell'ore gialle dell'alba, portarne via il cadavere a lenti passi, e gettarlo in un nero canale, semplicemente, come si vomita il mal di mare dal parapetto di bordo!…
Quando non lo si uccide, bisogna metterlo in fuga, con gran fracasso, picchiando su la latta rovente del suo cranio, come fanno gli Orientali, quando sbattono l'una contro l'altra casse di petrolio, per sciogliere l'amoroso abbraccio del Sole e della Luna in eclisse…
Subitamente gli Alcool, ritti intorno a noi, gesticolan dimenando la pancia e le tonde facce apoplettiche simili a culi di vecchie scimmie, e parlan tutti insieme per aver tutti ragione. Quand'ecco cento odori vischiosi e granulosi vi palpano dolcemente le nari o bruscamente vi tiran pel naso…. e si vaga, non si sa dove, fra l'urtarsi dei Sosia, che fanno smorfie e lazzi nei mirifici corridoi degli specchi profondi… Allora, orchestre pesanti si scagliano su la calca, come orde di negri, con urli selvaggi e saliva schizzante tra i denti, con precipitosi tam-tam e con penne variopinte piantate ritte nei capelli crespi…
E nella folta notte dei loro volti, a quando a quando, al ritmo della danza, brilla il gran lampo sbrandellato del loro sorriso di neve scintillante!… Ma già i salti pazzeschi delle orchestre s'incrociano e s'imbrogliano ne' miei nervi, e si urtano tumultuosi, e dànno impossibili tuffi, piegati in due, dall'alto di neri vascelli…
Oh! i caffè-concerti della mia giovinezza, dove trascinavo la mia Anima barcollante, come si trascina, appeso al braccio, dopo un'orgia un amico briaco fradicio, per coricarlo su un qualche divano!…
Ci sedevamo a un tavolino, io e la mia Anima, a notte inoltrata, per aspettar la Gioia, e sentivamo piegarcisi le ginocchia, oppressi dal peso di un'infinita tristezza, forse millenaria! Avevamo al collo grevi stole di noia, e curvi stavamo come vecchi preti, stanchi, assai stanchi di far sacrifici al nostro idolo antico!… Oh! i brividi delle nostre braccia che sollevavano, fra dita malferme, verso il soffitto coppe funeree: assenzio o rhum! E brillavano, fantasmagoriche, le bevande, sgranando l'ombra loro e il loro fosforo prima d'assolvere i nostri rimorsi!…
Poi, ad un tratto, al disopra dei nostri pallori le lampade elettriche brandivano i loro cuori bianchi, tenendoli stretti fra dita di ferro, così da farli gridare, spumanti di latte azzurro… Oh! poveri cuori feriti delle lampade elettriche… Oh! cuori di fuoco, contusi, spasimanti per mille dolori, sotto mille pugnali indifferenti e placidi, pugnali arroventati!…
E quei pugnali di luce si volgevano contro di noi, inchiodando le nostre volontà ipnotizzate sui divani profondi, dalla carne scarlatta grondante di lave, sui divani profondi come un tramonto doloroso d'autunno, affranto da voluttà cocenti e nostalgiche.
Talvolta le lampade elettriche ci versavan nel cuore chiari di luna acciecanti, acidi e corrosivi, nei quali i nostri profili, le nostre lussurie e i nostri desideri metallizzati apparivano ad un tratto cesellati nella madreperla e nell'acciaio scintillante…
Una sera, me ne ricordo, dei vecchi Soli disperati rotolarono, con gran fracasso, sotto il soffocante soffitto, tra le macerie delle nostre tristezze, come in fondo a cave di tufo abbandonate che ardessero fra turbini di polvere…
Allora la mia Anima, a me accanto seduta, comprimendosi il petto con le mani e agitando il capo stanco, si mise a piangere, vinta, compassionevolmente, come un cane lapidato!
Ed io le dissi:—Anima mia! Povera Anima mia! che vuoi? Qual nuova pena inconsolabile ti tormenta? Lentamente la mia Anima sospirò allora il suo lamento: —Tu conosci la Donna in fiore dalle labbra di profumo, conosci la Donna dagli occhi d'azzurro attiranti che amo ed aspetto dal giorno che seppi la speranza di vivere, la fame d'amare e godere… l'amante che le Stelle mi promisero, nel passato, sui bei laghi della mia giovinezza piena di cielo!… Oh! io vorrei questa sera inginocchiarmi davanti a lei, e spiare il suo sorriso come spiavamo, io e lei, dall'alto d'una scogliera lo sbocciare felice degli astri sul mare!… Ma Ella non verrà, la Donna in fiore dalle labbra di profumo!… Uno stregone, forse, la fece prigioniera mentre passava per qualche sentiero notturno!—
Ancora! Ancora! Moltiplicate i vostri zig-zag, instancabili archi dei violini! Archi febbrili che una strana pazzia incatena agl'istrumenti, segate, segate furiosamente il cuore dei violini, e demolitemi l'anima, archi vibranti e slogati che sussultate, più rossi di martiri scorticati vivi, inchiodati in croce!… Oh! Indugiatevi dunque, perdute le mani, a strizzare senza fine le stanche mammelle, le mammelle esauste delle bestie agonizzanti, per trarne, per trarne senza fine del dolore!…
In un terribile incubo, a un tratto, l'orchestra si gonfiò come dorso di balena, fra uno scorrere diffuso di amare nostalgie… Allora, gigantesche brenne presero a inerpicarsi per la china d'un calvario esecrabile, intimo calvario che s'erge nella mia carne!… Scalpitavano nel mio sangue, le fantastiche rozze, arrampicandosi per la salita del mio passato… Le loro groppe montuose, scheletriche, crocchiavano come colossali panoplie. Enormi, le loro ossa, che quasi spuntavano nude, reggevano l'ampia pelle, come un mantello teso e sollevato su punte di lance!…
Le cavalle mostruose dell'orchestra mi scalpitavan fra i nervi, come fra i grevi cordami di una nave squassata dalla burrasca, e il mio terrore cresceva quando le cavalle balzavano, fingendo ad ogni istante di saltare dal ponte giù nell'immenso naufragio!…
Io tremavo, al sentire mani unghiate di ghiaccio pettinarmi a piccoli strappi i capelli, che mi stavano ritti sulla testa! La mia Anima accanto a me, sommersi gli occhi nel sogno, borbottò, come una mendicante allucinata: —Vedi? Questa bevanda ha la soavità inebbriata d'un crepuscolo ardente in cui lentamente inverdisca e si copra d'ombra un bel volto agonizzante… Appunto in un crepuscolo così dolce, io sogno di vederla apparire e venirmi incontro a braccia aperte!—
Allora sui nostri pallori cadaverici, sulla mia Anima e su di me, i violini immensificati, inarcando la groppa del loro suono, soffiarono come gatti l'odio acido e giallo della loro gola bavosa! E la mia Anima esaltata gridò con voce sorda: —Amico! Amico!… Guarda! Non vedi tu un'isola rossa, ardente, insanguinata sbocciare per miracolo, simile a una ferita, sul mare d'ametista?… Un'isola presa fra le maglie d'oro di una purissima sera in deliquio sull'acque?… Non vedi tu un'isola in fiamme che dondola come una vasta rosa vellutata?…
Le sue rive son petali colorati di carminio che sembran vivere e palpitare sotto la languida carezza dei flutti… Guarda! Quelle rive s'accendono, man mano che la nave s'approssima… L'isola è tutta imbottita di folte verdure; l'isola gronda di gomme e di lacche rosee, che tingono i nostri cordami… Non senti? L'aria crepita e brucia come un incenso. Vapori dorati di miele avvolgono gli alberi lungo la riva! (—Sacramento!… Chi è quell'animale, quel porco che ha urtato il mio tavolino?…) Amico, guarda! Il Sole scarlatto agonizza sotto un soffitto di nuvole… Il Sole è schiacciato, a mezzo il corpo, sull'orizzonte, e pare una bettola infame, dalle rosse tendine accese!… Il Tramonto non è più che una lurida osteria, per metà sepolta sotto il pavimento montante del mare che oscilla!… (Oh! Dio!… Cresce il rullìo, e già ruzzolo nella nausea impura d'un assenzio infernale!… Certo, s'impastarono ossa di vecchi demonî, per distillare questo elisir d'oblìo!)—
Con un lungo urlo di rabbia, il Sole ha rantolato sotto il tetto pesante delle nubi, laggiù…. Nuvole di sugna, dagli orli aranciati che lentamente assopiscono l'isola felice!… Ah! mi ricordo, mi ricordo, d'aver vissuto, un tempo, in qualche vita lontana, sulle vermiglie sabbie di quell'isola che chiude ad una ad una le palpebre brune delle sue calde verzure!… E mi ricordo d'una sera, come questa inconsolabile e pura!… Ma è troppo tardi, ormai!… La mia amante dalle labbra di profumo non verrà più, poichè è l'ora che i serpenti s'intrecciano in molli tappeti sui sentieri fioriti dell'Isola felice!…
Una certa sera d'autunno, dolorante e come stretto da un'angoscia amara avevo condotta la mia Anima, come al solito, in un caffè notturno… La mia Anima? Non aveva bevuto nulla… Eppure, barcollava come un ubbriaco! Basta sì poco, per ubbriacarla!… Poche ore di solitudine, e già eccola brilla!… Entrammo… Appesa al mio braccio, floscia e slogata come un fantoccio, la mia Anima si piegava a destra ed a sinistra, battendo l'aria con le braccia ed urtando le tavole e i passanti!…
UN SIGNORE (urtato, alzando il bastone)—Ohè!… siete ciechi!
LA MIA ANIMA (canticchiando)—Tra la la!… Tra la la!…
IO.—Scusate, signore … Il mio amico è un po' brillo….
IL SIGNORE (furibondo)—Andate al diavolo!… Portatelo altrove, il vostro ubbriaco!…
IO (alla mia Anima)—Andiamo! Basta! Non far più sciocchezze! Sta ritto, e taci! Mi procuri delle seccature!… Zitto, se non vuoi che ti pianti qui, in mezzo al caffè!
LA MIA ANIMA.—Sì! Sì! hai ragione… Ma non è lecito avere una faccia come quella!…
(Lulù, una bellissima ragazza, ci chiama con un gesto alla sua tavola… È l'amante della mia Anima. Sembra molto ammodo, è vestita di nero, ha la bocca in forma di cuore, occhi sensuali. Fa smorfie, con grazia, sotto i pesanti capelli neri che ombreggiano delicatamente il pallore del suo volto.)
LULÙ.—Amici miei, sedetevi, vi prego… (Alla mia Anima) Come va, caro?… A proposito: ho letto la tua ultima poesia…
LA MIA ANIMA (di cattivo umore)—Mi dispiace, cara… Naturalmente, non ne avrai capito nulla! Sei troppo stupida…
IO.—Suvvia! Non essere villano!… Tu non dovevi darle da leggere i tuoi versi… E poi, non mi seccate più con la vostra letteratura!… Stiamo allegri, e facciamo del baccano!… Conosci Rosina, la divette?… È deliziosa… Quando canta, rapisce.
LA MIA ANIMA.—Tanto meglio!… Viva Rosina!… Viva Rosina!… Ohe! Balliamo!… Viva l'allegria, e al diavolo la letteratura!… Olà! Olà!… Voglio del baccano! Facciamo del baccano!… (La mia Anima ansima, con gli occhi stravolti, annebbiati di sangue sotto le palpebre frementi). Ribalterò la tavola su codesti imbecilli… Vedrai!… Sarà bellissimo!… Patatrac!… Ecco fatto!… Anche tu, anche tu, devi far del chiasso!… Ah! ecco Rosina! Silenzio!…
(La mia Anima, puntati i gomiti sulla tavola, guarda fissamente la scena; ma, presa a poco a poco dal sonno, piega il capo, in abbandono, sulle braccia incrociate. Subito, l'orchestra ci si scaglia addosso, picchiando sulla calca grandi colpi d'archi, coll'indignazione ridicola di un Gesù nell'atto di flagellare i mercanti nel tempio.)
IO (alla mia Anima)—Dormi?… Su! Svegliati! Come ti pare, Rosina? (Al cameriere) Tre absinthes!
LULÙ (rivolta a me, strizzando l'occhio).—Dite su… È un gran pezzo che non vi si vede!… Non ci sente (Indicandomi col dito la mia Anima addormentata) Perchè non venite a trovarmi? Lui (indicando la mia Anima) non c'è mai. Se sapeste com'è noioso!… Verrete, non è vero?… Quando?… Mi direte cose molte allegre, e ci divertiremo moltissimo! Ve lo prometto!… Ma… zitti!
IO.—Siamo intesi, Lulù!…
(E rispondo alla sua occhiata con uno sguardo languidissimo, pur pensando che è schifoso tradire così, senza piacere, il mio migliore amico, la mia Anima, con una ragazza che egli ha il torto di adorare!… Basta!…)
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
(Entrano nel caffè dei nostri amici. Uno di essi batte sulla spalla della mia Anima, che si desta di soprassalto).
L'AMICO (alla mia Anima)—Sai? Lulù mi ha dato da leggere il tuo poema … Mi ha detto che è una cosa senza senso!
LA MIA ANIMA.—Lulù è una sciocca! D'altronde, non val la pena che tu lo legga!… Non ne capirai un'acca!
GLI AMICI (in coro)—La! La! La! Lulù ha ragione… Siamo del suo parere!… Il tuo poema non è interessante!… Hai fatto di meglio!…
LA MIA ANIMA.—Cretini!
GLI AMICI (in coro)—Che arie!… Sei molto villano, questa sera, caro amico!
LA MIA ANIMA. (Lo tengo fermo, per le spalle contro la tavola. Pure, col volto congestionato e con gli occhi fuor dall'orbita, egli urla:)—Sì! Sì!… Siete tutti cretini! Tutti imbecilli!… L'Arte… la Poesia… Voi non capirete mai nulla di queste cose!… D'altronde, io sono un grande Artista… ho del genio… vi disprezzo tutti!… E me ne infischio, dei vostri giudizî!…
IO (alla mia Anima)—Suvvia!… sta zitto! Sei pazzo!… Vuoi tacere?… È stupido, quello che vai dicendo!… Dopo tutto, costoro hanno soltanto espressa un'opinione… Non ti hanno già insultato, che io sappia!… Pensano che tu sprechi il tuo talento a cercare delle cose senza importanza… Ognuno ha le proprie idee… Tu te ne infischi… e buona notte!…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«In fondo, Anima mia, tu sai benissimo che non basta aver dell'ingegno, del genio, anche, di fronte al nostro Ideale comune: la Felicità assoluta, la Gioia pacificatrice… Tutto è collegato, nella vita… I geni e gl'imbecilli si danno la mano, per ballare in tondo, nelle Tenebre, sotto l'Infinito muto e beffardo!… La bellezza dell'Arte e la stupida Realtà sono ugualmente colpite dall'impotenza e dall'imbecillità, davanti all'ineluttabile miseria dei nostri destini e all'irrealizzabile assoluto!… Non v'è nulla di più ingenuo che il voler raggiungere e fissare l'Assoluto, tanto nell'amore che nella letteratura, per mezzo della lussuria, del verbo, o del silenzio!… Mi ascolti?… Ebbene: ragioniamo un poco!… Vuoi che la tua arte sia apprezzata, o vuoi che sia disprezzata?… Alludo alla folla, alla maggioranza, ai cretini!… Vuoi forse essere compreso?… Prevedo la tua risposta: «L'Arte basta! Basta l'ebbrezza di creare della Bellezza!…» Allora, Anima mia, bisogna sputare insolentemente sulla vita, sulla gloria, sulle donne, sull'amore, e rimaner solo!… Solo? No, non assolutamente!… Bisognerebbe conciliar le cose… Infatti… infatti… Capisco perfettamente. L'Arte è inafferrabile e lontana come una Stella…. ed è triste, molto triste, adorare una Stella!… Inoltre, bisogna soddisfare il proprio orgoglio con un po' di dominazione…. Dunque, ti occorre della gloria immediata… ti occorrono delle donne che vengano a offrirti le loro labbra.
«Tu pensi, come penso io, che il creare stanca, come pure il comprendere tutto e sempre?… Si resta invariabilmente a mezza strada, non è vero?… quando si sale il calvario dell'impossibile perfezione artistica!… E poi, pensa… Noi dovremo morire, nonostante il nostro genio… E saremo dimenticati prestissimo!… I capolavori sbiadiscono, dopo qualche secolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Quanto alla felicità, essa appartiene ai mediocri e agl'imbecilli… La vita di costoro scorre con la pienezza felice e satolla dei grandi fiumi che affondano pigramente nell'orizzonte. La loro corrente calma e trasparente, non ha colore nè luce singolare, e trascina incoscientemente, verso l'ignoto della morte, innumerevoli paesaggi capovolti e divenuti assurdi…
«Tutta la felicità sta in questo, e non bisogna disprezzarla… Nulla è più triste che il disprezzare ogni cosa, prima di averne goduto, poichè è senza dubbio un'inferiorità l'essere insoddisfatto, foss'anche d'Ideale!…
«Tu sei ridicolo, vedi?, come un gran re decaduto, che vada portando in giro le sue torce fiammeggianti, le sue porpore sontuose e le sue squillanti fanfare… in un paese di sordi e di ciechi! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«E la povera Lulù?… Hai torto d'insultarla, perchè ti ha detto una sciocchezza!… Che pazzia, l'esigere sempre, e da tutti, dell'intelligenza!… La sua stupidaggine è in perfetta armonia col gioco dell'universo! Sei tu, Anima mia, che urti e sconvolgi l'ordine!… Il tuo genio è assolutamente sconveniente!
«Inoltre, Lulù è graziosa e ti vuol molto bene… E tu sai di non poter fare a meno di lei!… Ricordati, Anima mia, che in certe notti di novembre, in una di quelle notti, lugubri e tutte intirizzite di stelle freddolose, in cui l'orgoglio del Genio crolla ad un tratto nel nulla… in una di quelle notti astiose, piene di rancore, in cui il coraggio e la forza si sgretolano come per incanto… ricordati, Anima mia, che ella seppe pacificare il tuo povero cuore con una sola carezza… anzi, con un solo sorriso!…
«Tu sai, anche, che è dolce avere nella propria camera tiepida e chiusa, la donna soave dalle labbra primaverili, che lentamente si slaccia e si sveste per te, soltanto per te, accanto ad un gran letto protettore e che assolve da ogni rimorso!…
«Calmati, dunque!… Hai commesso, or ora, delle pazzie imperdonabili… Ebbene: adesso bisogna che tu faccia le tue scuse agli amici e domandi perdono a Lulù…»
La mia Anima mi guardò avidamente, con occhi feroci, e sentii che un torbido e rosso desiderio lo trafiggeva: il desiderio d'uccidermi, per liberarsi dei miei sermoni! Infatti bisogna essere legati ad una profonda amicizia, per odiarsi, talvolta, con tutte le proprie forze, e per voler mangiarsi il cuore reciprocamente, con delizia…
Poi, ad un tratto, la mia Anima si mise a piangere dirottamente…
IO.—Suvvia! Non piangere! Non pensarci più… Domanda scusa ai tuoi amici, e tutto sarà finito.
LA MIA ANIMA.—Miei cari amici… perdonatemi le mie villanie e le mie offese!… Sono ammalato, questa sera… Sono nervosissimo!… Sento un dolore, qui, vicino al cuore, profondissimamente… Forse, sono spacciato!…
IO.—Su, amici!… Fate la pace, e tutto sia dimenticato!… (Alla mia Anima) Vieni qui… Non piangere più… stringetevi la mano… Così! Benissimo!…
LULÙ.—Caro! Caro! (accarezzando la mia Anima) Baciami sulla bocca… Così!… Tremi, povero amore mio?… Hai la febbre?… Stasera verrai da me… Ti curerò!…
Allora, la mia Anima, ubbriaca fradicia d'angoscia e di tenerezza, pianse ancora dirottamente, come un vitello, fra le braccia di Lulù…
Quella notte, dunque, la mia Anima l'avrebbe passata con la sua amante… Li accompagnai a casa di Lulù. Sulla soglia, la mia Anima, che barcollava, mi salutò con un lieve sorriso di trionfo… poichè, vedete, in fondo, è troppo, troppo stupida, la mia Anima!…
9.