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DISCORSO
di
CARLO TROYA
Estratto dal Giornale il Giambattista Vico.
NAPOLI STABILIMENTO TIPOGRAFICO DEL CAV. GAETANO NOBILE 1857
DELLA ARCHITETTURA GOTICA
Io prendo a ridurre in un corpo solo ed a compendiare le cose, che ho sparsamente scritte sull'Architettura Gotica, secondo le varie occorrenze ora della mia Storia d'Italia ed ora del mio Codice Diplomatico Longobardo. Fondamento primiero d'un tale studio è il fatto da me posto in chiarezza, che i Goti altri non furono se non i discendenti de' Geti di Tracia, ricordati da Erodoto, ed indi tragittatisi di là dal Danubio nell'Europa Orientale, ove più tardi ebbero il nome anche di Daci. Ma nel presente lavoro non posso ritessere i racconti dell'infinite loro trasmigrazioni, durante il corso di nove secoli dall'età d'Erodoto, fino a quella in cui vennero in Italia gli Ostrogoti di Teodorico degli Amali, ed i Visigoti si condussero nelle Gallie Meridionali ed in Ispagna col Re loro Ataulfo. Dovrò dunque starmi contento ad alcuni fatti principalissimi, lasciando la cura di rammentare gli altri alla Tavola Cronologica, da me pubblicata fin dal 1842. Quivi s'additano e chiamansi ad esame l'autorità ed i Documenti delle mie narrazioni, onde poi diedi un Prospetto ne' Fasti Getici o Gotici.
I Documenti, accennati nell'anzidetta Tavola Cronologica, piacquero al celebratissimo Giacobbe Grimm, che tutti li riferì, e non ne omise alcuno, in un Discorso intorno a' Geti, da lui letto nel 5 marzo 1846 all'Accademia di Berlino[1]. Altro egli non v'aggiunse di nuovo fino al sesto secolo prima di Gesù Cristo, se non una citazione d'Anastasio Sinaita intorno a' Daci o Dani. Ben l'animo dovè godermi nello scorgere, che un uomo sì dotto calcasse le stesse vie, che io aveva tenute, per dimostrare l'identità de' Geti o Goti e de' Daci: ma non potei consentire alla sua opinione, che tutti costoro avessero formato un solo popolo co' Germani di Tacito, e però co' Longobardi guidati dal Re Alboino in Italia e coi Franchi tramutatisi nelle Gallie. Io non nego, che Geti o Goti e Germani vennero in principio dall'Asia, donde si partirono tutte le genti; ma già io aveva negato[2], ed or torno a negare, che i Germanii riposti da Erodoto fra' popoli agricoltori dell'antica Persia nelle regioni più felici del nostro globo fossero stati, per la nuda somiglianza del nome, i progenitori de' Germani di Tacito, cotanto schivi, e per lunghi secoli, dell'agncollura ferma e stanziale. Nè credo, che quegli agresti abitatori de' rozzi e vili tugurj descritti da Tacito avessero conservato alcuna memoria dell'Architettura Orientale, allorchè di mano in mano s'andarono allargando nell'inospite selve interposte fra il Reno, il Danubio ed il Baltico. Sia stata qualunque l'età, in cui da una regione qualunque dell'Asia giunsero in questi altre volte sì paurosi spazj d'Europa gli antenati de' Germani di Tacito, egli è certo che v'inselvatichirono, e vi perdettero la rimembranza d ogni precedente lor civiltà, se pur l'ebbero: egli è certo, che tali senza niuna di queste rimembranze durarono per molti secoli, nè prima dell'ottavo penetrovvi l'aura Cristiana, per la quale, alla voce di San Bonifazio, cominciarono ad edificarsi le prime Città e ad erigersi le prime Cattedrali.
I.
Non così avvenne a' Geti o Goti, che si fermarono in Tracia e ristettero presso alle bocche del Danubio, in luoghi men lontani dall'Egitto e dall'Asia Minore. Verso l'anno 640 innanzi Gesù Cristo signoreggiò sovr'essi Zamolxi (Erodoto lo credeva più antico); erudito nell'arti d'Egitto e d'Oriente. Zamolxi, fece costruire un cenacolo, dove solea congregare gli Ottimati del popolo e tra lieti desinari predicar la Religione, che parve percorrere al Cristianesimo e che più onorò la dignità dell'uomo, sì come Religione fondata sul dogma dell'immortalità dell'anima. I Geti o Goti allora concepirono un gran dispregio della vita per la speranza d'andare a ricongiungersi con Zamolxi, accettato da essi per Dio. Morivano allegri fra' crudeli tormenti dell'esser lanciati nell'alto e fatti cadere sopra una selva di dardi ritti ad ucciderli. Chiamaronsi da indi in qua gl'Immortali: e si divisero in varie Caste. Prima tra queste fu la Sacerdotale de' Tarabosti o de' Zorabos Tereos, donde uscivano i sommi Sacerdoti ed i Re. Un altr'ordine Sacerdotale appellossi de' Pii, che con l'armonie delle Cetre concludeva i pubblici accordi e ponea fine alle guerre, vestito di candide vesti.
Coloro, i quali fondano la Storia primitiva de' popoli su' facili ed anche sugl'ingegnosi diletti dell'etimologie d'alcune pochissime voci di sempre incerto e mutabile significato, veggano se v'ha nulla di simile nella sostanza viva de' fatti Getici, e de' Germanici: e se nel settimo secolo avanti l'Era di Gesù Cristo i Germani di Tacito potessero vantarsi d'avere l'Architettura, buona o cattiva, d'un cenacolo, che fu la culla d'una Religione illustre, sebbene spietata e brutta por le sue molte superstizioni ed incantagioni; d'una Religione, ch'ebbe la sua Gerarchia ed i suoi Pontefici e le sue Liturgie particolari e le sue Cetre, operatrici di grandi effetti politici. Nel 640 innanzi Gesù Cristo, niun sospetto della futura loro grandezza davano i Romani, e della gloria con cui avrebbe Traiano dopo nove altri secoli vinta una parte, una parte sola del popolo di Zamolxi.
II.
Filippo di Macedonia, padre d'Alessando, guerreggiò contro i Geti o Goti e si rivolse repentinamente contro la loro città d'Udisitana in Tracia. Ogni speranza di salute s'era perduta dagli assediati, quando si videro prorompere alla volta del Macedone i Pii, ravvolti nelle bianche vesti, e spalancar le Porte con le lor Cetre in mano, sì come narra lo Storico Dione Crisostomo[3]. A' loro concenti non aspettati s'arrestarono stupefatti gli assalitori, e non solamente Filippo concedè a' Geti la pace, ma tolse in moglie Medopa, nata dal Re loro Gotila[4]. In quell'età, già le Colonie dei Geti di Tracia erano passate ad abitare di là dal Danubio, ed aveano già costruita la città d'Elis, ove Alessandro, figliuolo di Filippo, gli assalì con breve insulto, prima di partirsi alla volta dell'Indie. Vi giunse non osservato, menando i suoi Macedoni per traverso alle biade cresciute nelle Getiche pianure: guastò e distrusse la città, ma i Geti ne fecero a capo di qualche anno una fiera vendetta, uccidendo il suo Luogotenente Zopirione, che guidava trenta mila Macedoni contro essi. Più fiera, perchè più nobile, riuscì quella che presero di Lisimaco, successor d'Alessandro nel Regno di Tracia, quando il Re de' Geti Dromiehete lo fe' prigioniero in battaglia, e, secondo il costume Zamolxiano, apprestogli splendide cene, dopo le quali e' diè al vinto Lisimaco una sua figliuola in nuora.
Tanta possanza nell'armi e modi sì squisiti di vivere, durante la pace, rivelano la Storia occulta delle conquiste de' Geti o Goti e del loro innoltrarsi gradatamente nelle vaste contrade, che s'aprono tra 'l Danubio ed il Baltico. Ignota fu alla più parte de' Greci la Storia de' progressi, che il popolo degl'Immortali di Zamolxi fece nell'Oriente d'Europa: ignota, o dissimulata da' loro Scrittori Ecateo d'Abdera, Eforo, Senofonte di Lampsaco e Filemone, per quanto può raccogliersi da' loro brevi e scarni frammenti. Ellenico di Lesbo, Platone, Timeo e Diodoro Siculi con altri non tacquero de' Geti e delle loro incantagioni: ma Teopompo li confuse con altre genti e narrò incredibili cose, quantunque avesse detto il vero, lodando le Cetre de' Pii[5]. Nel secondo secolo innanzi l'Era Volgare, Posidonio rammentò l'usanze de' Getici Ctisti o Capnobati da' quali s'ebbe in onore il celibato, e si pose in opera una particolar sorta di suffumigj e di sacrificj[6]. Queste memorie di Posidonio ci furono trasmesse da Strabone, che più e meglio di qualunque altro avrebbe con la sua perspicua brevità potuto delinearci le Storie antiche de' Goti: ma da ciò per l'appunto, e con nostro grave danno, e' disse volersi rimanere[7]. Niun popolo intanto fra quelli, a' quali davasi da' Greci l'appellazione di Barbari, avea Storie più antiche e più certe di quelle de' Geti o Goti.
Alle discipline cotanto vetuste sì dell'Architettura e sì della Musica presso gl'Immortali recò grandi mutazioni Deceneo, che Strabone distingue col titolo di prestigiatore, per additare le maravigliose riforme da lui fatte appo i Geti o Goti d'oltre il Danubio, ed i suoi stabilimenti sul Sacro Monte detto de' Cogeoni. Venne dall'Egitto e dall'Oriente sì fatto prestigiatore: introdusse il culto dei Minori Dei dopo Zamolxi e degli Eroi; fabbricò in onor loro piccoli Tempj, che attestano sempre viva e fiorente la successione delle Architettoniche arti, onde a' Geti o Goti di Tracia il cenacolo di Zamolxi avea dato i lineamenti, Orientali forse, non Egizj, e che fu la sede primiera delle sue incantagioni.
Le riforme di Deceneo avvennero al tempo di Lucio Silla, quando Berebisto regnava su' Geti, allargando fuor d'ogni credere i limiti e la possanza del loro imperio. Conquistò gran parte dell'Orientale Germania; e fu egli che ricevè l'ospite Deceneo, e gli fe' onori e lo volle a parte del Regno, godendo, che quello straniero spargesse nuovi studj e l'amor delle scienze della natura fra gl'Immortali. Deceneo diè il nome di Pilofori o di Pileati agli antichi Zorabos Tereos, e divise in due i Geti o Goti; nell'ordine, cioè, di sì fatti Pilofori, donde i Re uscivano, e nell'altro de' Capelluti o Criniti, ovvero de' guerrieri, che durò lungamente in Italia sotto gli Ostrogoti. Deceneo scrisse pe' Geti o Goti le Leggi, dette Bellagini[8], le quali, attesta Giornande, si serbavano tuttora scritte al suo tempo in Italia dagli Ostrogoti, verso la metà del sesto secolo di nostra salute.
In quale Alfabeto furono esse dettate? Nol so, ed ignoro se i Geti si servissero per la loro lingua dell'Alfabeto de' Greci, o di qualche altro ignoto a noi dell'Asia Minore fino all'anno 360 dell'Era Volgare in circa, quando Ulfila ridusse il Getico Alfabeto alla forma, che oggi questo conserva, e che da lui prese il nome di Ulfilano. Allo stesso modo gli Armeni, per dinotare i lor concetti nella patria e primitiva lor lingua, usarono per lunga stagione l'Alfabeto Siriaco: poi venne Mesrob a' tempi stessi d'Ulfila, e si fece autor di quello, che fiorì e fiorisce in Armenia.
Poichè le Bellagini vidersi ridotte in iscritto da Deceneo, sebbene senza un Alfabeto Getico, l'idioma degl'Immortali era già dunque costruito e già soggetto a' freni della Gramatica, quando nei giorni d'Augusto e di Tiberio sopraggiunse Ovidio in Tomi, di quà dal Danubio. Ben questi cerca dipingere e non tralascia d'esagerare i costumi barbarici de' Geti, che circondavano Tomi di quà e di là dal gran fiume: pur tuttavolta, chi l'avrebbe creduto? all'esule s'apprese la fiamma di scrivere un libriccino in lingua Getica, od almeno di fingere d'averlo scritto; e sebbene un Romano ed un odiator sì fiero di quel popolo dicesse, che di ciò vergognavasi[9], egli nondimeno affermò d'averlo dettato quel suo libriccino o poemetto. Fu in lode di Augusto, ed ordinato ad ottener la grazia del ritorno in Roma; pieno perciò di teneri affetti e di delicate adulazioni.
III.
Augusto lasciò stare i disegni concepiti da Giulio Cesare d'assoggettare i Geti o Goti di Berebisto, ed assegnò il Danubio per limite all'Imperio Romano. Ma i lamenti d'Ovidio sulle continue correrie de' Geti Oltredanubiani contro Tomi dimostrano, che questo limite non era punto rispettato dagl'Immortali. La fama di costoro mosse Giuseppe Ebreo, che scrivea sotto i figliuoli di Vespasiano Imperatore, a studiare i Getici costumi, ed e' notò particolarmente quelli degli Ctisti celibi di Posidonio, abitatori del Ponto Eussino, facendone il paragone co' costumi degli Esseni di Giudea: tanto l'origini ed alcuni usi Orientali de' Geti o Goti colpivano l'animo di ciascuno. A questi Giuseppe diè nelle sue Storie il nome di Daci Plisti o Polisti[10]. Poco appresso Dione Crisostomo, uomo tenuto in gran pregio da Traiano, dettò in Greco le Storie Getiche, oggi perdute; dal quale Scrittore udimmo testè lodati gli affetti ed i canti de' Pii d'Udisitana e di Filippo. Qual perdita non fu quella de' Commentarj, che lo stesso Traiano scrisse intorno alle sue guerre Daciche? Non certo per lo stile, ma per le qualità degli eventi e per la difficoltà dell'imprese doveano appena cedere il luogo a' Commentarj della Guerra Gallica.
Ecco in tutto il corso de' tempi, da que' del cenacolo di Zamolxi fino agli altri dell'assedio d'Udisitana, fiorire presso i Geti o Goti sull'una e sull'altra riva del Danubio l'arti della Musica e soprattutto dell'Architettura, della quale io debbo spezialmente ragionare. Ma tutte le discipline della civiltà de' popoli non possono discompagnarsi affatto, e l'una il più delle volte spiega e dichiara quali siano le condizioni d'un'altra. Donde si vede, che i Geti o Goti abitarono in città murate, come Udisitana ed Elis; ch'ebbero in ciascuna il Collegio Sacerdotale degli armonici Pii; che per comandamento di Deceneo edificarono piccioli Tempj e Cappelle in onor degli Eroi, e de' lor Minori Dei. Nella Lituania e nella Samogizia, conquistate poscia da Ermanarico il Grande, progenitore di Teodorico, Re d'Italia, rimasero fino al quattordicesimo secolo, le reliquie del culto d'una turba d'infiniti piccoli Numi, alla maniera Decenaica, e le ricordanze del Getico Pontificato[11]. Il Dio della Terra s'appellava tuttora Zamelusk o Ziameluski nella Lituania[12]: e fra gli Estonj, soggiogati sul Baltico da' Geti o Goti dopo la morte d'Ermanarico il Grande, il suono dell'arpa d'un Prete Cristiano bastò a salvare un Castello, minacciato da essi[13]: ciò che ci rammenta gli antichi portenti delle Cetre Getiche.
IV.
Ma si ritorni all'età de' figliuoli di Vespasiano e di Giuseppe Ebreo, allorchè Domiziano pervenne all'Imperio e volle domare i Geti d'oltre il Danubio ed impadronirsi del lor Sacro Monte. Invano Stazio, adulando, cantò, che costui lo aveva per sua clemenza restituito a' Daci[14]: ben seppero il contrario i Capitani di Roma, che valicarono il Danubio, troppo fortunati se poterono ripassarlo e ritornare in Tracia; ma Cornelio Fosco vi perdè la vita e le sue legioni furono disfatte, sì che l'Imperio si vide condotto a dover pagare annui tributi a' Geti o Daci, su' quali ora signoreggiava Decebalo. Si sospinse questo Re in Tracia e ne fe' tale governo che Tacito pochi anni dopo scrisse[15]: »Tot exercitus in Moesia Daciaque.... amissi; tot militares viri cum tot cohortibus expugnati aut capti; noc jam de limite Imperii et ripâ, sed de hybernis legionum et possessione dubitatum......... Cum damna damnis continuarentur, atque omnis annus funeribus ac cladibus insigniretur......».
Immensa copia di Romani cadde prigioniera nelle mani del Re Decebalo, che muniva le sue Getiche città della Dacia, e che certamente servissi delle loro braccia ed anche del loro intelletto per render più valide le fortezze del suo Regno. Ma non per questo il Getico popolo apprese da que' prigionieri l'arti dell'Architettura; e la Gotica faccia dell'antiche città d'Elis e d'Udisitana ricomparve più maestosa in Sarmizagetusa nella regione, che oggi da noi si dice Transilvania; là dove Decebalo fece di questa Sarmizagetusa la sede principale del Regno. L'immagini della sua Reggia, e delle sue rocche, dopo aver fatto disviare il fiume Sargezia per nascondervi i Getici tesori, si veggono tuttora scolpite nella Colonna Traiana; il più nobile Monumento rizzato da' Romani per celebrar la gloria del vincitore de' Daco-Geti. Traiano si mosse finalmente a vendicar l'onte dell'Imperio, e ad abolire il tributo; ciò ch'egli ottenne mercè due guerre solenni, le più difficili e paurose, onde siasi conservata la memoria negli Annali de' Romani. E qual gloria non fu per quell'Imperatore l'aver distrutto Decebalo, e conquistata una terza parte del vasto Regno di lui? Qual gloria maggiore, dicea Giuliano Apostata nella sua Satira contro i Dodici Cesari, dell'aver potuto superare le genti, che tanto dispregiavano la vita, e che portavano il nome d'Immortali. Ma larga materia di riso apprestarono a Giuliano l'incantagioni Zamolxiane de' Geti.
Questa splendida lode s'ascolta in onor di Traiano Imperatore nella bocca del derisore de' primi suoi predecessori. Nondimeno la Colonna Traiana, che sussiste tuttodì, è il testimonio più certo dell'eccellenza, in cui era venuta l'Architettura presso i Goti di Decebalo. Prima delle due guerre Daciche, Tacito scriveva il suo libro della Germania, verso l'anno 98 di Gesù Cristo. Non parlo di ciò che ivi si dice del guidrigildo, ignoto a' Geti o Goti, essendo stato questo il perpetuo argomento de' miei studj sul Codice Diplomatico Longobardo. Ma ciascuno può leggere in Tacito, quanto per tutti gli altri rispetti fossero i suoi Germani diversi dai Geti o Goti, ossia da' Daci, per la Teocrazia, per la potestà de' Re, per gli ordini Sacerdotali ed Aristocratici; pe' sagrificj e gli auspicj; per le discipline letterarie introdotte da Deceneo; per le condizioni mobili dell'agricoltura e del continuo mutamento delle terre, alle quali non chiedevasi altro che il grano in Germania (sola seges imperatur): soprattutto per le qualità dell'Architettura, là dove non si conosceano le città (urbes nullas habitari) e non si costruivano i tugurj vicini gli uni agli altri da' Germani, ma ciascuno interponeva grandi spazj di terra fra que' tugurj o per paura degl'incendj, o per ignoranza dell'arte d'edificare (inscitia aedificandi). Niun uso della calce; niuno delle tegole: e sacrilego era il pensiero di rizzar Statue o di fabbricar Tempj alle lor Divinità, quasi rimanessero elle imprigionate in tal guisa fra le mura (parietibus cohibere Deos). Quando poi si cominciavano a mutare i costumi, levossi un'agreste dimora, la quale si chiamò più dal Romano che non dal Germano il Tempio della Dea Tanfana. So, che ad alcuni or sembra più spiritale il concetto de' Germani di Tacito di non alzarsi nè Tempj nè simulacri agli Dei: ma qui non si tratta di ciò; qui non occorre altro notare se non la gran diversità fra essi Germani e gl'Immortali così di Zamolxi come soprattutto di Deceneo, e la mancanza d'ogni Architettura in Germania. Ma non potrà mai lodarsi a bastanza, nè alcuno più di me lodolla in tutto il corso della Storia, la dolcezza della servitù presso i Germani di Tacito.
Di qui si scorge qual somiglianza regnasse fra una borgata delle selve di Germania, e l'alta Sarmizagetusa di Decebalo, senza toccar dell'altre città Daciche, figurate nella Colonna Traiana, e massimamente di quella, dove si rinchiuse la sorella del Re[16]. Tali, quali or gli abbiamo veduti, erano i Germani di Tacito sette od otto secoli dopo la predicazione Zamolxiana dell'immortalità dell'anima fra' Geti o Goti. Un sì lungo spazio di tempo dee cancellarsi affatto dalla Storia per concedere, che i due popoli fossero d'una stessa razza, e che arrivati fossero insieme dall'Asia in sulle bocche del Danubio. S'e' dovesse tenersi per vero, che così l'una tribù come l'altra venute vi fossero entrambe in uno stesso giorno, insieme partitesi dalla Persia o dall'India o dalla Cina, sarebbe non meno vero, ch'elle si separarono, e divennero affatto straniere fra loro, e vissero a questo modo per molti secoli fino a Zamolxi, poscia per sette altri fino a Deceneo, e poi per otto altri fino alla promulgazione del Vangelo fatta da San Bonifazio. Non vanno comprese nel mio ragionamento quelle parti della Germania di Tacito, le quali furono conquistate da' Geti o Goti del Re Berebisto e da' suoi Successori, ma prima di San Bonifazio, le quali parti perciò acquistarono la natura Gotica ed appresero l'idioma, che ho detto essersi chiamato Ulfilano. Questo s'andò successivamente insinuando ed infondendo negl'idiomi Germanici primitivi, e vi dura oggidì nelle bocche Tedesche. Nè nego, che il Politeismo Romano era più ritroso del culto de' Germani di Tacito a ricevere in sè i propizj semi del Vangelo: ma chi più degli Immortali di Zamolxi potea tenersi per un popolo capace del Cristianesimo?
V.
Le vittorie de' Geti o Goti sopra i Romani prima delle due guerre Daciche di Traiano, e massimamente quella di Cornelio Fosco procacciarono il nome d'Ansi o d'Asi, cioè di Semidei, a que' Pilofori ed a quei Capelluti, che più s'erano in un tanto pericolo illustrati. Fra tali Asi fu Capto, dal quale discese, dopo diciassette generazioni, Teodorico, Re d'Italia e padre d'Amalasunta; e fu eziandio Balto, donde trasse l'origini Alarico, il quale s'impadronì di Roma nel 409. I nipoti e pronipoti di Gapto signoreggiarono sugli Ostrogoti; que' di Balto su' Visigoti: due grandi famiglie del popolo Gotico, come nella Dacia, rimasta libera dall'armi Romane s'appellarono esse dopo la morte di Decebalo ed i trionfi di Traiano. Il bisnipote di Gapto, chiamossi Amalo, e per lui si chiamarono i suoi discendenti gli Amali. Or così gli Asi o Semidei Amali che i Semidei Balti, quando ebber nell'anno 107 perduta Sarmizagetusa, si ridussero nell'altre due terze porzioni del Regno di Decebalo di là dal Prut ed a cavaliere de' Carpazj, donde cominciarono contro i Romani quell'aspra e continua guerra, che costrinse finalmente Aureliano, fortissimo Imperatore, ad abbandonar la Dacia conquistata da Traiano, ed a ridursi nell'anno 275 di Gesù Cristo, al limite Augusteo di quà dal Danubio.
Ne' cento sessant'otto anni della dominazione Romana, la Dacia di Traiano si Latinizzò in buon dato: ma Gotico e puramente Gotico durò il resto, cioè la maggior parte, del Regno di Decebalo. Gli Ostrogoti vissero sotto il reggimento degli Amali, ed i Visigoti sotto quello de' Balti, fino al Re Ostrogota degli Amali, che regnò sopra entrambe le due grandi tribù nella metà del terzo secolo. Poscia l'undecimo discendente di Gapto, ed il sesto del Re Ostrogota, Ermanarico degli Amali, ottenne anche di signoreggiar su' Visigoti e sugli Ostrogoti, con le forze unite de' quali e' diè i principj alle sue conquiste.
VI.
Non appena erano spenti Decebalo e caduta Sarmizagetusa, che Celso il Filosofo si pose a scrivere, volgendo l'anno 131, contro i Cristiani. E' faceva uno stolto paragone tra Zamolxi e Gesù Cristo; poscia, volendo in qualche maniera deprimere l'antichità dei Libri Mosaici, lodò l'antichità e la sapienza de' Geti o Goti. Non ancora un mezzo secolo era trascorso, e Luciano ricordò i sacrificj degli Sciti, ma parlava dei Geti, perchè non tacque de' loro Pilofori, nè dell'uccisione degli Ambasciatori che spedir doveansi a Zamolxi[17]. Nè tardò Clemente Alessandrino[18] rifermar ne' suoi Libri dell'anno 193, i racconti di queste uccisioni degli Ambasciatori; lodando ad un'ora le discipline filosofiche sì d'essi Geti o Goti come de' Traci Odrisj, e soprattutto le dottrine Zamolxiane sull'immortalità dell'anima, la rassegnazione de' Geti alla morte, la lor cura in onorar gli Eroi ed i sapienti della loro nazione. Il che, tutti lo veggono, riesce all'Architettura Gotica, ed alla rinomanza degli edificj posti a quegli Eroi, divolgata da per ogni dove ne' luoghi più lontani dal Prut e da' Carpazj. Quanto alla Dacia Romana, l'uccisione degli Ambasciatori a Zamolxi fu certamente vietata nella stessa guisa, che nelle Gallie i riti ed i sacrificj umani dei Druidi erano stati dianzi per gran ventura dell'umano genere aboliti dagl'Imperatori.
VII.
Ma già cominciava da lungi la luce del Vangelo a risplendere presso gl'Immortali, che, per questa sola credenza loro, doveano riuscire i primi a divenir Cristiani, e riuscirono, fra' popoli detti Barbari dal Greco e dal Romano: da lungi, dico, nè presso tutta la nazione Gotica. Nel 211 già Tertulliano parlava de' Daci, che aveano udita la Buona Novella[19]; ma erano scarsi drappelli, che non ancor poteano rivolgere ad altro e più fausto segno le pratiche dell'Architettura Gotica, sì come avvenne poscia quando il maggior numero della nazione si voltò al Cristianesimo. Intanto il Re Ostrogota degli Amali vinceva i Gepidi, popolo di sangue Gotico[20], il quale avea superato e disfatto i Burgundioni o Borgognoni. Furon costoro annoverati da Plinio fra' Vandali, ed erano genti di Germania verso il Baltico. Le relique di sì fatti Borgognoni furono incorporate fra i Gepidi, e tosto co' Visigoti e cogli Ostrogoti per la vittoria conseguita dal Re Ostrogota. In tal guisa i Borgognoni svestironsi la Germanica loro sembianza, e passarono alla Gotica, e furono sempre ricordati dagli Scrittori antichi fra' Goti. Tale Agatia[21], il quale dà loro espressamente il nome di popoli Gotici, quali veramente divennero e si mostrarono in tutto il corso della loro Storia.
Ne' giorni d'Ostrogota, Origene d'Alessandria in Egitto, prese a difendere il Cristianesimo dall'imputazioni del Filosofo Celso. Pubblicò, verso l'anno 250, i suoi Libri contro esso, il quale tanto aveva esaltato le Gotiche antichità e la sapienza. Origene per altro non negò punto l'antichità de' Geti[22], quantunque inferiore a quella di Mosè. Insigne testimonianza si legge in questo lavoro contro Celso intorno alle verità de' detti di Giuseppe Ebreo sulla conformità d'alquanti costumi de' Geti o Goti con alcune usanze de' Giudei. Non certamente nell'età d'Origene il Sommo Sacerdote degli Ebrei sarebbesi potuto paragonare col Pontefice Zamolxiano o col Decenaico de' Geti o Goti: ma l'inutile aspettazione di costoro, che Zamolxi dovesse venire a regnar sulla terra, diè buoni fondamenti ad Origene di paragonare questa vivissima loro speranza con l'inutile aspettazione del già venuto Messia presso gli Ebrei. Più d'ogni altra Gotica tribù i Crobizj aspettavano Zamolxi, celebrando a tale uopo annui banchetti e sacrifizj. Queste Getiche pratiche religiose non aveano rimesso nulla del loro fervore nell'età d'Origene, quando i Goti non eransi ancora convertiti al Cristianesimo.
D'assai maggior momento per me nella trattazione sull'Architettura Gotica è l'essersi Origene accordato col suo avversario Celso nel fatto notissimo a tutto l'Orbe Romano, che i Goti onoravano Zamolxi col rizzargli e Templi e Statue (νηὼς καὶ ἀγάλματα[23]): tanto la fama così della credenza Zamolxiana come della nuova riforma di Deceneo da per ogni dove sonava, ed anche in Egitto. E però i Geti o Goti non conquistati da Traiano, cioè i Daci liberi, non intermisero giammai la pratica della nazionale Architettura loro, qualunque si fosse; nè poteano intermetterla, perchè sempre obbligati dal loro culto a rizzar Tempj e Cappelle in onore o di Zamolxi, o de' Minori Dei e degli Eroi. Tali pratiche dell'Architettura Gotica si mantenevano intere anche per odio contro i Romani, che signoreggiavano in Sarmizagetusa, dandole il nome d'Ulpia Traiana, e venivano Latinizzando sempre più la porzione caduta in lor potere della Dacia di Decebalo.
Così stavano le cose della Gozia e della Dacia libera da' Romani, verso la metà del terzo secolo Cristiano, quando un insolito moto agitò i popoli Gotici. Furono vinti nel 269 in Tracia dall'Imperatore Claudio, che ne riportò il nome di Gotico. Abbiamo ancor le sue Lettere, ov'egli afferma d'averne ammazzati trecento venti mila, ed affondate due mila lor navi; d'aver in oltre fatto prigioniero uno stuolo infinito di donne, fra le quali Unila, regal donzella de' Goti.
Uno degl'Imperatori più valorosi fu vinto dagl'Iutungi, che Dessippo chiamava Sciti, e che si possono tenere per non diversi da' Tervingi, tribù Visigotica. Parlo d'Aureliano, il quale poscia li vinse; ma conobbe quanti pericoli si minacciavano dalle Gotiche genti all'Imperio. Fra gli altri suoi provvedimenti e' circondò Roma di mura, ed abbandonò la Dacia conquistata da Traiano. Gl'Iutungi fermaronsi finalmente nella Rezia, e nelle parti Meridionali della Germania, ove non si dubita che introdotto avessero l'uso della lingua Gotica. I Borgognoni eziandio, che s'erano fatti Goti, come notò Agatia, e deposto aveano con l'indole Germanica l'uso del guidrigildo[24], sì come apparisce dalle susseguenti lor Leggi, s'accompagnarono co' Goti nelle spedizioni di costoro contro l'Asia Minore. Innoltraronsi poscia verso la Germania Occidentale, dove ristettero fino a che non passarono ad abitar nelle Gallie. Gotica ivi fu la loro Architettura, perchè i Borgognoni divennero fervorosi Ariani: del che or ora dirò una qualche parola.
Ma le tribù de' veri Germani di Tacito si ristrinsero nella primitiva rozzezza loro: e solamente in alcune contrade più prossime all'Imperio cominciò appo essi una lenta ed incerta imitazione dell'Architettura de' Romani. Ammiano Marcellino[25], che nel 361 guerreggiò sotto Giuliano Cesare contro gli Alemanni tra il Meno ed il Reno, vide con sua gran maraviglia costruite alcune borgate con case all'uso Romano.
VIII.
Tornata la Dacia di Traiano in balía de' popoli Gotici dopo Aureliano, s'apre l'età di Costantino e d'Ermanarico degli Amali; l'uno e l'altro chiamato il Grande. Non parlo d'Ermanarico, il quale restò fedele a' dogmi di Zamolxi, e sì lungi spinse le sue insegne nell'Europa di là dal Danubio, fondando in Europa quel vasto e misterioso Imperio, che Giornande paragonava con l'altro d'Alessandro in Asia, e che si distese dal Prut e da' Carpazj fino al Baltico; i suoi Successori poscia lo dilatarono di mano in mano fino all'Estonia ed alle Provincie Orientali e Settentrionali di quel Mare, non che in tutta la Scandinavia. Ma non posso tacere di due grandi fatti avvenuti a' giorni di Costantino. L'uno, che molti Goti furono da lui ricevuti nell'Imperio col nome di Federati: l'altro, che una gran parte di Geti o Goti Zamolxiani si convertì al Cristianesimo. Teofilo, Vescovo Cattolico, sottoscrisse alla condanna d'Ario nel Concilio di Nicea del 325, in qualità di Primate della Gozia. Santo Epifanio, che visse in quella stagione, tramandò alla posterità le notizie de' Monasteri edificati da' Goti, nuovi convertiti[26], per le loro Vergini. La Gotica tribù de' Protingi ebbe altresì gran copia di Monaci Cattolici, derisi dal Pagano Eunapio, che pose principalmente in canzone le negre lor vesti[27].
Or si potrà più mai volgere in dubbio, che nella Gozia o Dacia di là dal Danubio durasse un'Architettura Gotica dopo la conversione de' Goti? Que' Monasteri delle Vergini, celebrate da Santo Epifanio, non erano certamente di legno, ma di pietra: come di pietra furono il cenacolo di Zamolxi, le Città d'Udisitana e d'Elis, i Tempj di Deceneo, la Reggia di Sarmizagetusa e le Daciche mura effigiate nella Colonna di Traiano in Roma. La Dacia, posseduta fino al 275 da' Romani, ei riempì, egli è vero, di monumenti d'arti Greche e Latine; ma que' Monasteri delle Gotiche Vergini e de' Monaci Protingi non presero punto ad imitare alcuno de' monumenti del Paganesimo di Roma o d'Atene.
Scrive Santo Isidoro di Siviglia, che il Goto, divenuto Ariano, edificò novelle Chiese di là dal Danubio, ma secondo il novello suo dogma. Ecclesias sui dogmatis sibi construxerunt[28]. Ciò dimostra la diversità, che già si stabiliva, ed era divenuta notabile, fra l'Architettura Cattolica e l'Ariana. L'una cercava separarsi per ogni via dall'altra: ma, di qualunque natura fossero tali gare fra le due Architetture, Santo Isidoro parla di fabbriche Oltredanubiane, quando egli tocca delle Chiese del rito Ariano. E però, lasciando in disparte la Dacia stata già de' Romani, tre specie d'Architettura, la Zamolxiana e Decenaica, la Cattolica e l'Ariana fiorivano ad un'ora in Gozia, nella seconda metà del quarto secolo di Gesù Cristo.
Egli è facile il conoscere quanto la nuova Religione Cristiana mutato avesse i costumi de' Goti, e come fosser finiti l'incantamenti ed il Ponteficato stabilito da Zamolxi e da Deceneo. Ma ferme appo i Goti Cristiani rimaseso le Caste de' Pilofori e de' Capelluti. Alcuni di que' Pilofori divennero Vescovi, che all'autorità religiosa congiunsero eziandío la politica. Dall'ordine loro si continuarono ad eleggere i Re: si continuarono ad eleggere gli altri Capi, a' quali, dopo Ermanarico, si diè sovente il nome di Giudici da' Visigoti, e che non sempre furono de' Balti. Poichè già Ermanarico moriva, e già venivano gli Unni; già gli Ostrogoti cogli Amali cadevano in potestà de' vincitori, e perdevano, sto per dire, la loro Gotica faccia. I Visigoti, e fra essi anche i Protingi, tentarono di resistere all'Unnico nembo; Atanarico, Giudice Visigoto, fece, secondo i racconti d'Ammiano Marcellino, rizzar il Lungo Muro, ch'egli sperava poter difendere contro gli Unni: questo perciò dovè munirsi di Torri e d'altri propugnacoli, non che di Porte e di Posterle. Ammiano diceva essere stata sì fatta muraglia un'efficace opera e come una lorica de' Visigoti[29].
IX.
Inutile schermo riuscì nondimeno la muraglia del Giudice Visigoto contro gli Unni, che dettero una gran volta dietro i Carpazj e lo assalirono alle spalle. Allora i Visigoti passarono il Danubio, e stabilironsi nell'Imperio Romano. Correva l'anno 375 di Gesù Cristo. Son questi que' Visigoti, che dopo varj casi Alarico de' Balti condusse nel 409 al saccheggio di Roma, beffandosi delle mura d'Aureliano. Fra tali casi, giova ricordar l'arrivo dei Protingi, venuti ad ingrossar lo stuolo de' popoli Gotici. Aveano potuto i Protingi per circa undici anni dopo il passaggio de' Visigoti schivar la rabbia degli Unni: ma finalmente furono costretti anch'essi a passare il Danubio, ed a chiedere d'essere accolti nelle Provincie Romane. S'affacciarono perciò nel 386 al gran fiume co' loro Vescovi, co' loro Monaci, vestiti di toniche nere, con le loro Vergini, che faceano l'officio di Diaconesse. Procedeano sopra magnifici e ben custoditi carri, ove si nascondevano gli eucaristici vasi: uomini e cose, che mosser la bile d'Eunapio. Ma la magnificenza e le ricchezze di questi Protingi erano di gran lunga inferiori a quelle, che lo stesso Eunapio[30] descrive de' Visigoti, quando nel 375 passarono il Danubio, con gli splendidi lor vestiti di lino e carichi di preziosi tappeti: le donne andavano adorne più pomposamente che non sembrava convenire alla presente loro sciagura, e gli stessi fanciulli de' Visigotici Pilofori non aveano deposto lo splendore d'un regio lusso.
Questi medesimi Visigoti e Protingi e simili non numerabili tribù de' Goti, dopo la presa di Roma e la morte d'Alarico de' Balti obbedirono al Re Ataulfo. Furono dall'Imperatore Onorio stanziati nelle Gallie Meridionali col titolo di Federati, già loro imposto da Costantino. Essi dappoi s'impadronirono di tutta la Spagna. È fama, che Ulfila tutti avesse finito di voltarli all'Arianesimo nel 360 per procacciar loro i favori dell'Ariano Imperatore di Bizanzio. Anche i Borgognoni, de' quali ho toccato, divennero zelanti Ariani. Qualunque sia stato il tempo, in cui abbandonarono la fede Cattolica, Ulfila non andò co' Visigoti del Re Ataulfo nelle Gallie; ma i Vescovi Selina e Sigesario, discepoli d'Ulfila e propagatori dello stesso dogma, furono quelli che vi si tragittarono con le Visigotiche tribù, e divennero lor guida e maestri e gran dottori dell'Arianesimo, portando seco la Traduzione Ulfilana delle Sante Scritture, scritta coll'Alfabeto Ulfilano. E però Santo Eugenio di Tolede, volendo nell'ottavo secolo Cristiano annoverar gli Alfabeti da lui conosciuti, parlò dell'Ebraico, dell'Attico, del Latino, del Sirio, del Caldaico, dell'Egizio, e soggiunse:
»Gulfila promisit Geticas, QUAS VIDEMUS, ULTIMAS (literas)[31]».
Dopo ciò niuno dirà, che i Visigoti da un lato ed i Borgognoni dall'altro si posarono in Ispagna e nelle Gallie in qualità di popolo Barbaro, privo di scienze, privo d'Alfabeto, privo d'Architettura: niuno dirà, che gl'Immortali di Zamolxi e di Deceneo non fossero stati abitatori delle più splendide città di là dal Danubio, e non avessero costruita una lunga e forte muraglia contro gli Unni. Qual era quest'Architettura, che i Visigoti recavano in Ispagna e nelle Gallie Meridionali dalle regioni d'Oltre il Danubio? Qual era questa Architettura, che prima fu Zamolxiana, e poi Decenaica, e poi Cattolica e poi Ariana per dieci secoli da Zamolxi fino al passaggio del Danubio nel 375? Godè forse quest'Architettura, che in dieci secoli mutossi tante volte, d'operar gli archi acuti, a' quali da noi si dà il nome d'ogive? Qui anche dirò, come già dissi del Getico Alfabeto a' tempi d'Ovidio, che nol so, e che affatto ignota m'è l'Architettura di questi dieci secoli di là dal Danubio; ma so, ch'ella vi fu, e che non fu Architettura nè Greca nè Romana; ma so, ch'ella chiamossi, qual era veramente, Architettura Gotica, prima del 375: ma so, ch'ella era così militare, come religiosa e civile.
Il Re Ataulfo, quando e' si vide giunto al colmo della possanza e della gloria nell'Occidente d'Europa, rivolse in mente d'abolir l'Imperio Romano e di chiamarlo Gozia[32]. Onorio Imperatore s'ebbe a gran ventura di sviare sì fatti disegni, dando Placidia, sua sorella, in moglie ad Ataulfo. E noi ci lasceremo persuadere, che il popolo Gotico delle Gallie Meridionali e della Spagna, deposto avesse i nazionali orgogli delle sue discipline particolari d'Oltre il Danubio? Gli orgogli del suo Alfabeto, della sua lingua e della patria sua Architettura? No, così non avvenne. A dimostrar l'impossibilità d'ogni contrario concetto, basta la ragione intima delle cose: ma gli esempj de' Visigotici orgogli non mancano, e sussistono ancora le prove Storiche della perpetua durata di quell'Architettura Gotica nelle Provincie Occidentali dell'Imperio Romano.
Anche a' Borgognoni si concedè nel 431 da' Romani quel tratto delle Gallie, che s'interpone tra Magonza, Vormazia e Spira, in qualità di Federati, che poi quivi si dissero anche Leti e Gentili. Queste furono le prime stanze Burgundiche nell'Imperio; qui cominciano con più certezza la loro Storia ed il novero de' Re loro nelle lor Leggi, le quali giunsero fino a noi; qui s'ascoltarono i Cantici Nazionali, che si credono scritti nell'idioma e coll'Alfabeto Gotico d'Ulfila[33]: e però qui si debbono, s'egli è possibile, rintracciare le più antiche memorie della loro Architettura Gotica ed Ariana. L'avventure del popolo Borgognone in Vormazia, e le sciagure da essi patite pel ferro degli Unni d'Attila, divennero un famoso argomento d'epopea, che ne' secoli meno lontani da noi piacque a' remoti nipoti de' Germani di Tacito, e che vive tuttora fra essi con la denominazione di Nibelungen.
X.
Io non istarò qui a trattar la Storia de' Visigoti delle Gallie Meridionali e della Spagna durante il quinto secolo, che fu il secolo di Attila. Ma si può egli tacere al tutto del Re Torrismondo? Nacque da quel Teodorico de' Balti, che morì combattendo fortemente nelle pianure della Marna contro l'Unno. I Catalaunici Campi furono il teatro della gloria di Teodorico: lo stesso Attila, narra Giornande[34] ammirò le pompe de' funerali di lui dopo la battaglia, ed udì senza trar fiato i mesti concenti de' Visigoti per averlo perduto. Non erano più le Cetre de' Pii. Quelle funebri magnificienze sono un riscontro certissimo degli splendori della Reggia, che i Visigoti piantato aveano in Tolosa, e de' modi signorili del loro vivere, oh! quanto diverso del vivere de' Germani di Tacito nel secolo Attilano. Il lusso de' Visigoti corruppe lentamente nella Spagna e nella Gallia Gotica i loro costumi: non andava intanto discompagnato dall'esercizio dell'arti, e massimamente d'un'Architettura diversa da quella de' Romani.
All'età d'Attila, il quale non ardì uscir dal suo campo, circondato di carri, per interrompere le canzoni de' Visigoti, vuol riferirsi quella de' due fidanzati Gualtieri o Waltario, figliuolo d'un Re d'Aquitania, e d'Ildegonda, nata da un Re de' Borgognoni. Le loro vicende furono scritte in versi da uno, che il Cronista della Novalesa chiamava un metricanoro: fondamento principalissimo delle quali è la finzione, che fossero stati ostaggi nella Reggia d'Attila. È questo il più antico tra' fin qui noti di quelli, che in più tarda età si chiamarono Romanzi: esso fu poscia inserito (chi sa se intero?) nella Cronica dalla Novalesa, e generò gravi dispute intorno alla nazione, donde uscì quel versificatore. Sia stata qualunque la patria di costui; egli è certo, che l'Eroe, promesso ad una Burgundica donzella, si dice appartenere all'Aquitania, paese lungamente signoreggiato da' Visigoti: e però il tutto si mescola col Ciclo de' popoli o Goti o divenuti Goti, colà nelle regioni dove surse in prima la Cavalleria, e dove il rispetto per la donna Cristiana giunse al grado più alto; colà dove poi risonarono i primi accenti di non volgari affetti, e s'aprirono le Corti dette d'Amore nella Gallia Gotica, quando i Goti aveano cessato d'esserne i padroni; tanto era stata profonda l'orma da essi quivi stampata. Qui anche surse la Lingua Provenzale: qui, per molte generazioni, operarono e cantarono i Trovatori.
Eurico, fratello di Torrismondo, sollevò al più alto segno di gloria le Visigotiche stirpi. E' recossi nelle mani tutt'i paesi Romani della Prima Aquitania, e nel 472 s'impadronì di Lemovico o Lemosì, oggi Limoges[35]; città, della quale dovrò più d'una volta riparlare. Indi Eurico ebbe dagl'Imperatori l'Alvernia, ed allargò la sua propria dominazione fino ad Arles ed a Marsiglia. Fu crudele persecutor de' Cattolici, fra' quali era eziandìo un qualche Goto. Un di costoro si credeva esser Vittorio; ma il Re Visigoto lo deputò al governo dell'Aquitania Prima e dell'Alvernia. Salva quest'eccezione o qualche altra, Eurico in generale odiò i Cattolici, e distrusse o guastò quanto più egli potè le loro Chiese. Altre in gran numero egli ne costruì dell'Ariano suo dogma. Più amara sorgente diversità fra l'Architettura Gotica e l'Architettura Greco-Romana sgorgò in Ispagna e nelle Gallie Meridionali da cotal differenza de' culti, e per l'odio dell'Ariano contro il Cattolico. Questa diversità fu comune anche a' Borgognoni, discacciati da Vormazia; popolo, a' quali Valentiniano III.º Imperatore concedè i riposi di Sapaudia, oggi Savoia. Essi di poi vennersi distendendo alla volta di Vienna sul Rodano e di Lione, quando l'Imperio d'Occidente vedeasi ridotto all'ultima estremità in Roma, e quando già gli Eruli d'Odoacre si disponevano ad occuparlo.
Apollinare Sidonio allora, illustre Romano delle Gallie, inviò ad Eurico, Re de' Visigoti, que' versi, che non si possono mai ripetere a bastanza, perchè meglio di qualunque altra testimonianza ci fanno comprendere il Dritto pubblico di quel secolo, e l'obbligazioni de' Goti Federati verso l'Imperio. Gli scrisse, che il Marte inquilino, cioè l'armi degli stranieri Visigoti, doveano dalle possenti rive della Garonna, ov'e' regnava, sospingersi nella qualità di Federati a difender l'Imperio e Roma ed il Tevere, ormai divenuto sì debole:
»Eorice, TUAE MANUS ROGANTUR, Ut MARTEM VALIDUS PER INQUILINUM Defenset tenuem Garumna Tibrim»[36].
All'udir queste sì misere preghiere, chi potrà pensare, che l'Architettura Gotica Oltredanubiana del Visigotico difensore, ora implorato sulle sue sponde trionfali della Garonna, piegatasi fosse alle forme Romane? Che l'Architettura Sui Dogmatis del fiero Principe Ariano prescelto avesse per le sue molte Chiese le sembianze abborrite delle Cattoliche? Apollinare Sidonio in altre sue Scritture deplorava, che queste Chiese fossero, per comandamento d'Eurico, divenute immonde stalle, aperte a tutti gli armenti[37].
Con tali disposizioni dell'animo, Eurico non avrebbe tratto la Visigotica spada in pro del tenue Tevere. Nè la trasse. Roma nel 475 cadde in mano degli Eruli, e l'Imperio d'Occidente finì: ma gli Ostrogoti di Teodorico degli Amali, alla morte d'Attila, eransi già levati dalla servitù degli Unni, e ben presto doveano succedere agli Eruli nella Signoría d'Italia. Bastò nondimeno quella servitù perchè avesser dimenticata una gran parte delle nazionali lor discipline, sì che gli Ostrogoti riuscissero i meno civili fra tutt'i popoli di sangue Gotico. Intendo favellar qui della loro antica e particolare Getica o Gotica civiltà; non di quella, che presero ad imitare da' Greci e dai Romani, dopo la morte d'Attila, quando essi, col permesso degli Imperatori, fermaronsi nella Romana Provincia della Pannonia e vi abitarono fino a che Teodorico degli Amali, diciasettesimo discendente del Semideo Gapto, e bisnipote d'Ermanarico il Grande, non gli ebbe condotti nel Campidoglio a dominar sull'Italia, sulla Pannonia, sulla Rezia e sopra la più grande parte dell'Imperio disfatto d'Occidente.
Le sventure degli Ostrogoti al tempo dell'Unno fecero lor perdere il dritto d'esser creduti conservatori e propagatori dell'antica loro Architettura Gotica Oltredanubiana. S'invaghirono delle forme Romane dell'Architettura civile; ma nella religiosa, l'Arianesimo li tenne sempre avversi a costruire le loro Chiese alla guisa Cattolica. In quanto alle stesse forme degli edificj civili, non poterono le Gotiche rimembranze spegnersi del tutto in Italia, e con corrompere in molti modi l'essenza dell'arte Latina con la mescolanza d'un qualche Oltredanubiano piglio di fabbricare; ma oggi egli è difficile di ravvisar l'Ostrogotica traccia in Italia, ed il vanto d'aver conservate intere le memorie dell'Architettura Gotica Oltredanubiana spetta senza fallo a' Visigoti di Spagna e delle Gallie Meridionali. Quivi Alarico II.º, figliuolo d'Eurico, il Vittorioso, rendea vieppiù illustre la Reggia di Tolosa. Una sì lunga fortuna procacciò a queste Provincie delle Gallie il nome di Gallia Gotica; nome, che sopravvisse alla loro possanza, e durò fino al duodecimo secolo. Nè io da indi in qua userò altro vocabolo se non questo di Gallia Gotica, per additare tutt'i paesi posseduti già e poi perduti da' Visigoti nelle Gallie.
Teodorico portò l'armi sue nella Rezia e ne' luoghi vicini, ove si trovavano da circa un secolo stabiliti gl'Iutungi, che ho detto essere stati di Gotico sangue. In tal modo assai più si confortarono e si distesero l'Arianesimo e l'odio contro l'Architettura delle Chiese Cattoliche: l'Arianesimo, che dopo il Vescovo Ulfila s'appigliò a tutt'i popoli o Gotici o fatti Gotici. L'Alfabeto Ulfilano e la Traduzione della Bibbia regnarono senza contrasto sugli Ostrogoti d'Italia; ed anzi tutto ciò, che fin qui abbiamo di sì fatta Traduzione, o si trovò in Italia, o trasportossi dall'Italia in altre Provincie d'Europa. Tale il Codice argenteo d'Upsal; cioè la Traduzione Ulfilana de' Vangeli. Ma il Papiro di Ravenna, conservato in Napoli, è il testimonio più solenne dell'uso di quell'Alfabeto della lingua d'Ulfila presso gli Ostrogoti di Teodorico degli Amali.
XI.
Più antica era stata l'introduzione dell'idioma e della Bibbia di Ulfila nella Gallia Gotica e nella Spagna. Intanto Alarico II.º dava le Leggi del suo Breviario nel 506 a' Goti ed a' Romani dei vasti suoi Regni: ciò che gli riuscì agevole, non avendo i Goti conosciuto giammai l'uso del guidrigildo Germanico. Anche Teodorico degli Amali pubblicò in Italia il suo Editto pe' Goti e pe' Romani: ma l'uno e l'altro Re non ebbero cura maggiore se non di manifestare al mondo, che la razza Gotica era dappiù della Romana: il che fecero entrambi, tenendo ciascuno un diverso cammino. Alarico II.º inserì nel Breviario una Legge, promulgata in tempo degli orgogli Romani dagl'Imperatori, che dovessero punirsi di morte coloro, i quali contraessero matrimonio fra' Romani ed i Gentili; e per Gentili, Alarico intendea ora parlar de' suoi Visigoti: sottile artifizio a tener separate le due razze de' suoi sudditi. Nell'Editto d'Italia sì fatta Legge non si trova, ed i matrimonj si contrassero indistintamente fra' due popoli: ma Teodorico tolse l'uso dell'armi pubbliche a' Romani, lasciandolo solo agli Ostrogoti: errore immenso, che non si commise da' Visigoti. E però in Ispagna e nella Gallia Gotica, bene i Romani si congiunsero co' nuovi padroni e formarono un popolo unico, non diviso che dal solo divieto delle nozze Gentili. Sì fatta congiunzione, che che scrivesse Cassiodoro in contrario, non si fece, o fu bugiarda ed ingannatrice, in Italia.
Clodoveo, a quei medesimi giorni, regnava nelle Gallie Settentrionali, e metteva in luce i suoi Diciassette Capitoli[38], dove per l'uccisione d'un Franco assegnavasi un guidrigildo maggiore di quel da doversi pagare per l'uccisione d'un Romano. A tal modo, i Romani si vedevano disgradati dalle lor condizioni civili, e ad un popolo ignobile se ne sovrapponeva uno, che ardiva dire di essere il solo nobile. Troppo avventurosi furono poscia i Romani delle Gallie, quando la qualità di Vescovo e d'Ecclesiastico li tolse dalla sì crudele disuguaglianza di quel Germanico rabuffo, dopo che Clodoveo si fece Cattolico nel 496, ed indi pubblicò la Legge Salica. Santo Avito perciò, Vescovo di Vienna sul Rodano, gli scrisse da quel paese de' Borgognoni, che la fede di Clodoveo era stata una vittoria dei Romani.
Clodoveo nondimeno, che usciva dai Germani di Tacito, e che riponea soltanto nell'armi l'insolenti pretensioni del suo popolo, dovè in tutto il resto riconoscere così nelle lettere come nelle scienze, e massimamente nell'Architettura, i pregi e la superiorità del popolo da lui disgradato. I franchi della Germania di Tacito non aveano recato nelle Gallie alcuna cognizione dell'arte di edificare, nè anche della calce o delle tegole.
Laonde, se Clodoveo ed i Re Franchi, suoi Successori, vollero edificare, non poterono che secondo l'arte Romana o la Visigotica. Ma Clodoveo, il quale avea cotanto depresso i Romani col minor guidrigildo, già disegnava d'assalire i Visigoti. Cercò d'inanimire l'esercito Franco, accusandoli di viltà: ingiusto rimprovero, che di mano in mano allargossi nelle bocche de' Franchi, e ne surse l'iniquo motteggio d'essere la paura una qualità propria de' Goti (Gothorum est povere). Indi essi Franchi procedettero a dar loro il nome di Cani Goti: voce, che tuttora s'ascolta nell'abbreviatura doppia di Cagot presso i Francesi d'oggidì. Non nego, che la lunga prosperità de' Visigoti gli avesse ammolliti a' giorni di Alarico II.º: ma essi pugnarono fortemente co' Franchi, e nei secoli seguenti mostrarono il coraggio antico de' Geti contro i Saracini, sollevando sopra ogni altra la gloria delle Visigotiche spade. Alarico II.º, che avea sospese o rallentate le persecuzioni Ariane contro i Cattolici, fu vinto ed ucciso da Clodoveo nel 507 in Vouglé presso Pottieri; nondimeno i Visigoti poterono gloriarsi, che in quella battaglia erano caduti, combattendo in loro difesa i più illustri fra' Romani lor sudditi, non ostante la diversità delle Religioni e la proibizione delle nozze Gentili. E però Clodoveo, a malgrado del suo motteggiar contro i Visigoti, si mostrò generoso verso quei delle Città da lui soggiogate; anzi molti di costoro vi rimasero in qualità or di Duchi, ed ora di Conti, a reggerle in nome de' Re Franchi. Ciò durò per lunga stagione fino ai giorni di Pipino e di Carlomagno; della qual cosa più innanzi si troverà più d'un esempio. Dopo la morte d'Alarico II.º, la Reggia di Tolosa fu trasportata in Ispagna.
La compenetrazione avvenuta (oggi la chiamano fusione) dei Romani delle Gallie co' Visigoti, divenuti loro Signori, non essendosi fatta punto in Italia presso gli Ostrogoti di Teodorico, io non prenderò ad esaminare le condizioni dell'Architettura Ostrogotica nella nostra Penisola. Un gran numero di Basiliche Ariane, massimamente in Ravenna, edificaronsi dagli Ostrogoti: ma costoro dovettero spesso implorare l'opera de' Visigoti, ciò che si vide soprattutto quando il Visigoto Eutarico (d'un altro ramo degli Amali) venne in Italia e sposò Amalasunta, figliuola di Teodorico: Eutarico, aspro ed implacabil nemico dei Cattolici. Mettendo perciò dall'un de' lati gli Ostrogoti, sarò contento di volgere gli sguardi solo all'Architettura Gotica Oltredanubiana de' Visigoti. Nel sesto secolo si cominciò a darle il nome generalissima di Architettura Gallica, ciò che si vedrà ben presto nelle Leggi del Re Longobardo Liutprando. L'Architettura del tutto diversa de' Romani cominciò eziandio a ricevere nella medesima età l'appellazione di Romanese, che piacque ad alcuni paragonar con la Gallica dei Druidi antichi, e soprattutto con quella del tempo di Vercingetoringe; quasi ella conservato avesse le sue particolari forme Druidiche da' tempi di Cesare fino ai tempi di Carlomagno. Non ignoro, che Avarico, città espugnata da Cesare fra' Biturigi, ove racchiuso erasi Vercingetoringe, avea le sue mura. Il vincitore senza più le chiamò Galliche[39]; costruiti con travi distese in sul suolo, e distanti due piedi fra esse: gli intervalli colmavansi con calcina e con altri materiali di pietra. Ma certamente i Romani, pel corso di cinque secoli da Cesare fino ad Ataulfo, non fabbricarono alla Druidica ed alla maniera d'Avarico le mura delle Città soggette ad essi: nè Galliche furono le mura, onde Aureliano cinse l'eterna Città: ed il Giudice Visigoto Atanarico non imparò dai Druidi l'arte d'edificare il Lungo Muro contro gli Unni. Ed è ben da maravigliare, che siavi stato non ha guari chi prese a dichiarar le parole di Cesare sulle Galliche mura d'Avarico[40], ricordando le mura di Clermonte, insigne patria d'Apollinare Sidonio nell'Alvernia Romana. Il quale verso la fine del quinto secolo, si doleva che tali mura fossero fragili ed avesser sembianza di quasi brugiate[41]; colpa o della loro costruzione, forse tumultuaria e recente, o pe' validi assalti, che il Visigoto Eurico diè alle Città degli Alverni: del che Sidonio non cessava di lamentarsi.
XII.
La vittoria di Vougle diè Tolosa ed una parte della Gallia Gotica in mano de' Franchi Cattolici. Pochi anni appresso, i Borgognoni si convertirono alla fede Cattolica: il che recò grandi mutamenti fra essi, e soprattutto nell'Architettura, la quale cessò di essere Ariana. In Settembre 517, Santo Avito di Vienna convocò in Epaona un Concilio, dove si promulgarono quarantuno Canoni. Uno di questi condannò alle battiture i Cherci, che accettato avessero l'invito ad un qualche banchetto degli Eretici; tanta era la distanza, che separava le due credenze. Più famoso riuscì l'altro Canone Trigesimo Terzo, nel quale si decretò di volersi avere in abborrimento le Basiliche degli Eretici, nè doversi elle riconciliare al culto Cattolico; potersi ciò fare solamente delle Chiese, che gli Eretici avessero tolto ai Cattolici con violenza. Di qui s'apprende qual distruzione si fosse fatta delle Basiliche Ariane nel Burgundico Regno: e quante Basiliche avessero ivi costruite gli Ariani, le quali caddero per l'esecrazione comandata dal Concilio. Così perirono in gran parte le memorie d'un'Architettura, che ingegnavasi per la spavalderia delle Sette di non somigliar punto alla Cattolica.
»Basilicas haereticorum, QUAS TANTA EXECRATIONE HABEMUS EXOSAS, ut pollutionem earum purgabilem non putemus, SANCTIS USIBUS APPLICARE DESPICIMUS. Sane quas per violentiam nostris abstulerunt, possumus revocare[42]».
Dopo la celebrazione di questo Concilio, il popolo divenuto Cattolico de' Borgognoni fu vinto nel 534 da' Franchi, ed obbedì ai Re, figliuoli di Clodoveo, ed i precetti Epaonensi propagaronsi con più vigore di tratto in tratto nelle Provincie d'Occidente, le quali venivano liberandosi dall'Arianesimo, perocchè niun'altra Eresia fu tanto possente quanto questa presso i popoli Goti, o fatti Goti come i Borgognoni: niuna ebbe tanti favori da' Re, nè alzò sì superba la testa, quasi fortunata vincitrice del Simbolo Niceno. Per lo contrario, i Goti di Spagna e della Gallia Gotica non conquistata da Clodoveo vieppiù infiammaronsi nel desiderio di segregare la Ariana loro Architettura dalla Cattolica; ed in tal modo mostraronsi vieppiù evidenti le differenze native tra l'Architettura Gotica e la Romana o Romanese.
XIII.
Parve bello nondimeno a Clotario I.º, figliuolo di Clodoveo, di additare a' suoi Franchi della Neustria gli Architettonici artifici dei nuovi suoi sudditi Visigoti della Gallia Gotica; e piacquegli di costringerne alcuni, se pur già dianzi non erano per avventura Cattolici, ad edificare, quasi un trionfo sull'Eresia, secondo le forme Visigotiche, ma secondo il Cattolico rito, una Chiesa in Rotomago, cioè in Roano, sulla destra riva della Senna. Ciò avvenne quando Flavio, il quale morì nel 534, era Vescovo Rotomagense. Allora Clotarico fece costruire un magnifico Tempio a San Pietro: lo stesso forse, che la Regina Clotilde, sua madre, nata fra i Borgognoni, avea cominciato in onor de' Dodici Apostoli. Clotilde, sebbene Cattolica, non si ricordò ella giammai delle patrie forme di architettare in Borgogna, quando edificò nel Regno de' Franchi le molte sue Chiese? Che che fosse stato di ciò, Clotario I.º, il quale avrebbe dovuto nel suo sacro Edificio di Roano servirsi della Mano Romana, si rivolse in vece alla Mano Gotica, cioè al Gotico Magistero. E rizzò in quella città il magnifico Tempio, che ancor ivi s'ammira, sebbene due volte ristorato: il Tempio, al quale s'aggiunse un ampio Monastero, e che nel secolo seguente a Clotario non più si disse di San Pietro, ma di Sant'Oveno. Così ancor oggi egli s'appella, perchè nell'anno 684 vi si riposero le ceneri di quell'illustre Vescovo Rotomagense. Vi riposarono fino all'841 allorchè i Normanni minacciarono Roano e tutta la spiaggia ulteriore della Senna. Un Monaco Rotomagense, di cui non si conosce il nome, compose la Vita di Sant'Oveno, mentre quelle ceneri vi si veneravano ancora: ma furono indi trasportate altrove dai Monaci all'approssimarsi de' Normanni, che attualmente nell'841 saccheggiarono il Tempio, privo della santa spoglia. Ulmaro, il quale scrivea nell'875, diè meritamente il nome di Geti a questi Normanni[43].
Or ecco le brevi, ma efficaci, parole del Monaco, Autore della Vita di Sant'Oveno od Audoeno:
»In Basilica Beati Petri Apostoli Beatum Audoenum sepelierunt. Denique ipsa Ecclesia, IN QUA SANCTA MEMBRA QUIESCUNT, quadris lapidibus, MANU GOTHICA, a primo Lothario rege Francorum olim est NOBILITER constructa...... MIRO OPERE..... Pontificante Flavio Episcopo Rothomagensi»[44].
Gotica dunque, non Romana, fu la Mano che rizzò quella mirabile opera del Tempio per comandamento di Clotario I.º: Gotica, e nuova del tutto in Roano, e però incognita in tutto il Regno di Neustria, dove prevalea l'arte Romana. Se la Mano Gotica non fosse stata nuova ed incognita; perchè dunque avrebbe dovuto parlarne con tanta diligenza il Monaco, Autore della Vita di Sant'Oveno? L'essersi da questo Monaco ricordata in oltre la forma delle pietre riquadrate, poste in atto dalla Mano Gotica, ci riconduce dinanzi gli occhi le figure della Colonna Traiana, dove con pietre per l'appunto di tal forma si veggono fabbricate la Reggia di Sarmizagetusa, e l'altre città Daciche di Decebalo.
Un error grave del Surio, seguitato da molti ed anche dottissimi Scrittori, fe' credere falsamente, che questo Monaco fosse stato non diverso da Fridegodo, Monaco Inglese del 965 ed Autore non della Vita del Vescovo Sant'Oveno, ma sì di quella d'Osvino Monaco e non Vescovo Inglese. L'età del Monaco Rotomagense, non più antico dell'841, lo ravvicina più assai al secolo di Clotario I.º e della sua mirabile opera Gotica. Un Codice di San Massimino Trevirense presso il Wiltheim, parla non in generale della Mano Gotica, ma sì degli Artefici Goti, chiamati da Clotario I.º in Roano. E però il Wiltheim nel 1659 non tardò ad affermare la perpetua durata dell'Architettura Gotica: vero e necessario concetto, che dopo lui s'oscurò in quasi tutte le menti.
»Hinc, egli dice, haud dubie efficitur, habuisse Gothos........ quamquam a Chlodoveo subacti...... habuisse, inquam, GENUS AEDIFICANDI PROPRIUM[45]».
XIV.
Chi non dice oggidì, che l'Architettura Gotica sia un falso nome dato nella nostra età da noi ad un'Architettura, che surse per la prima volta nel decimo e nel duodecimo secolo? Così scrivonsi oggi tutte le Storie dell'Architettura; e tutte narrano, che allora soltanto rampollò dall'umano cervello, senza un innanzi e senza riscontri d'alcuna sorta nel passato, una particolar foggia d'edificare coll'arco acuto; la quale stoltamente attribuissi a' Goti, privi d'ogni arte loro propria e d'ogni disciplina. Ho già confessato, ed or confesso da capo, d'ignorare qual fosse l'Architettura Gotica nel 534, regnando Clotario I.º su' Franchi. E ben si può e si dee deplorare sì fatta ignoranza, ma non per essa vuolsi negare, che fuvvi l'Architettura Gotica di là dal Danubio, dond'ella venne in Ispagna e nella Gallia Gotica. Nel 548 cominciò a regnare su' Goti Atanagildo, che più d'ogni altro suo Predecessore amò l'Architettura patria Oltredanubiana, e mantenne scintillanti più che non dianzi su questo punto gli orgogli, onde testè favellai: Atanagildo, padre di Brunechilde, la famosa Regina de' Franchi. L'insigne Storico Mariana scrive, che ai suoi dì nel secolo decimo sesto sussisteano le rovine delle Gotiche fabbriche del Re Atanagildo in Portogallo vicino ad Idana, oggi Guimaraens: fabbriche simili perciò a quelle, che tutto il mondo nel secolo del Mariana chiamava Gotiche: testimonianza tanto più vera e concludente quando più elle sembravano brutte allo Storico, essendo ristucca in quella stagione l'Europa de' modi tenuti dalla Architettura Gotica dopo essersi nuovamente voltati gl'intelletti ad ammirar l'arte antica d'architettare, risorta in Italia, secondo gli esempi Greci e Romani. »In portugalia, dice il Mariana, ex sexto decimo ab urbe Guimaraens (antiquis Idania fuit) lapide, pagus EXTAT ATHANAGILDI nomine, fortassis ab hoc tempore conditus; in eo parientinae CERNUNTUR et aedificiorum fundamenta gotthicae structurae, multum a Romana elegantia degenerantis speciem repraesentantia[46]».
Brunechilde sposò nel 566 Sigeberto; Re de' Franchi d'Austrasia. Non debbo qui toccare della bellezza e delle grazie, cotanto lodate da' due Vescovi Cattolici, Venanzio Fortunato e Gregorio Turonese, di questa egregia donzella de' Goti, la quale di poi dopo le prime virtù meritò aspri e giusti rimproveri: ma i suoi più spietati nemici non le negarono la lode, ch'ella d'illustri monumenti avesse riempiuto i paesi de' Franchi, e conseguita la riputazione d'edificatrice magnanima e grande. Ignorava ella fosse Brunechilde, che San Pietro di Roano era stato costruita con Mano Gotica dal padre di suo marito? Ed aveva ella dimenticato di esser figliuola del Re Atanagildo? Colui, al quale piacesse di tener per vero un simile obblio, dovrebbe dimostrare, che la tralignante Brunechilde non avesse mai edificato in altra foggia se non alla foggia Romana.
Questa è la troppo celebre Brunechilde, che non lasciò mai di esser Gota; ed in qualità di Gota, non di Romana, la sua rinomanza riempì le carte dell'Edda e de' Nibelungen.
XV.
Clotario I.º, autor della Mano Gotica in Roano, aveva unito nella sua persona tutte le Provincie conquistate da' Franchi sui Romani, sui Borgognoni e su' Visigoti nelle Gallie. Sigeberto, Re d'Austrasia, ed i suoi tre fratelli divisero fra loro la Monarchia paterna, mercè un solenne Trattato del 562[47]. A Sigeberto nella Gallia Gotica toccarono i paesi della Prima Aquitania, ed in questa l'Alverinia, ov'era Clermonte d'Apollinare Sidonio; toccarono alcune parti della Provincia Romana, da noi detta Provenza, ove sorgeva Marsiglia[48]. Brunechilde, moglie di Sigeberto, venne dunque nel 566 a regnare sopra molte nobili Città de' Visigoti, conquistate da Clodoveo dopo la battaglia di Vonglè. Qual non fu la gioia di quei Visigoti, che ho detto[49] aver lo stesso Clodoveo lasciati non di rado al reggimento di tali Città in nome de' Re Franchi? Qual non fu il loro tripudio nel veder salire sul Trono d'Austrasia la bella figliuola del Visigoto Re Atanagildo? Brunechilde perdè il marito nel 575; allora ella tenne da sè con varia fortuna i freni del Regno, invece or del figliuolo, ed or de' nipoti. Qui niuno dirà, che la Regina preso avesse in Marsiglia e negli altri luoghi dei Visigoti suoi sudditi a sommergere la loro Architettura Gotica ed antichissima, nè che i quattro Re, nati da Clotario I.º avessero dovuto aver in dispregio la Mano Gotica, già sì cara dianzi al lor genitore. Gli esempi di Brunechilde, che fu soprannominata la Grande Edificatrice, giovarono anche a' Goti delle Città cadute in sorte agli altri figliuoli di Clotario I.º: tra le quali mi giova ricordar spezialmente Lemosì, ovvero Limoges, che spettò nel 562 a Cariberto, Re di Parigi. Lui morto nel 568, per breve ora obbedì al Re Chilperico. Ma Nimes cotanto famosa pel suo Anfiteatro Romano, e la marittima città di Magalona rimasero in potere de' Visigoti uniti con la Spagna, sebbene l'una e l'altra città fossero strette per ogni verso e circondate dalle regioni della Gallia Gotica, le quali erano cadute sotto il dominio de' Franchi.
Due anni dopo le nozze di Brunechilde con Sigeberto, arrivò il Re Alboino in Italia co' suoi Longobardi; seguito dagli Ostrogoti, che Narsete avea discacciati al tutto dall'Italia nel 554, regnando Giustiniano Imperatore. S'erano rifuggiti costoro nella lor Provincia di Pannonia, in mezzo alla quale allora viveano i Longobardi, ed essi Ostrogoti ne avevano convertita una gran parte alla fede Ariana. Alboino, giovine Re de' Longobardi, mostravasi più acceso di tutti nella novella credenza, e lasciavasi tuttodì vedere nelle Chiese Ariane in compagnia de' Clerici Goti. Di ciò gravi lamenti mosse il Vescovo di Treviri San Nicezio, in una lunga sua Lettera da me ricordata nella Storia[50]. Quei Clerici Ostrogoti furono in Italia non solamente i dottori ed i maestri dei Longobardi Ariani, ma eziandio gli Architetti così nel costruire le Chiese, che costoro v'edificarono, come nel ridurre al rito Ariano l'altre, che si tolsero da essi a' Cattolici. Ma io promisi di non parlar dell'Architettura Ostrogotica in Italia[51]; e, stando al mio proposito, non toccherò d'altro nel presente lavoro se non della caduta del Maggior Tempio, alzato in Ravenna dagli Ariani sotto il Gran Teodorico; il qual Tempio indi vi stette in piè per circa mille anni fino al 1457. Tacerò eziandio delle grandi fabbriche di Teodolinda, l'eccelsa e Cattolica Regina d'Italia, nelle quali poterono qualche volta metter mano anche gli Architetti Ostrogoti; soprattutto se alcuno tra essi convertissi alla credenza Cattolica. E però, lasciando queste cose in disparte, io mi terrò stretto nell'Orbe Visigotico.
Fra' Visigoti, divenuti Cattolici, v'era il Duca Launebode, al quale i Re Franchi aveano conceduto il governo della sì ricca e bella e della cotanto Visigotica Tolosa. Launebode nel 578 prese ad edificare una grandiosa Basilica in onore del Vescovo San Saturnino; ed il Romano Venanzio Fortunato scrisse alcuni versi al Duca, da' quali s'impara in qual modo vispi e gagliardi, eziandio dopo le sciagure di Vouglè, durassero quei Visigotici rigogli, onde favellai[52], a cagione della dilettissima loro Architettura Gotica. Venanzio non seppe lodar più degnamente sì fatte fabbriche se non dicendo, che aveale recate a termine un Barbaro, ma senza l'aiuto d'alcun Romano:
»Launebodes enim....... Ducatum »Dum gerit, instruxit CULMINA SANCTA loci. »Quod NULLUS VENIENS ROMANA E GENTE FABRIVIT »Hoc vir Barbarica prole peregit opus[53]».
Questo è ciò che si faceva in Tolosa, regnando i Franchi: e quando la Reggia de' Visigoti era passata in Ispagna. Nella quale si vide l'Ariano Re Leovigildo fabbricar la città di Recogoli della Celtiberia, e circondarla così di mura come di sobborghi: opera, che parve mirabile a Giovanni Biclariense, Autore della Cronica[54], e perseguitato da quel Re, il quale afflisse fieramente i Cattolici. Nello stuolo de' perseguitati annoverossi altresì un Piloforo Goto; Mansona, cospicuo per la sua nobiltà. Questi dal 573 al 606, sedette Vescovo in Emerita, oggi Merida, nella Lusitania. Fedele suo Predecessore, nacque nella Grecia e venne in fama per aver ristornato il Tempio di Santa Eulalia di Merida, ma con aggiungervi nuovi edifizî e soprattutto per l'eccelse Torri, ch'ei soprappose alla mole sublime di quella Basilica. »Celsa Turrium Fastigia sublimi produxit in arce[55]». Così diceva il Diacono di Merida Paolo, che a' giorni di Mansona compose le Vite de' Vescovi Emeritensi. Da Merida il culto di Santa Eulalia si diffuse da per ogni dove a cagione di sì augusto Tempio, e gran numero di Basiliche s'eressero in onor di quella Vergine, massimamente in Cordova ed in Toledo. Nè Mansona cessava d'edificare Ospedali e Basiliche in Merida con ammirabile artificio, per quanto afferma lo stesso Diacono Paolo; artificio, adoperato da un nobilissimo tra i Goti, non tra i Romani. Le Torri di Santa Eulalia sursero in alto non per difesa contro i nemici, nè per altre occorrenze di guerra, ma per ornamento d'Architettura, e forse fin da quella stagione per sostegno delle Campane[56]. Il Greco Fedele dovè quivi ergere quelle Torri per seguitar le voglie de' Visigoti Cattolici, non i precetti dell'Architettura Bizantina, che nella Chiesa già dianzi ricostruita di Santa Sofia s'astenne da ogni sorta di Torri, donde avesse potuto il Vescovo di Merida voler trarre gli esempj.
Nel mezzo delle sue persecuzioni, Leovigildo Re si fece a ristorar le mura dell'antica Italica, vicino a Siviglia. Edificò in Toledo una Chiesa del rito Ariano: la quale, quando i Goti vennero la più gran parte alla fede Cattolica nel 587, fu dal Re Recaredo riconciliata immantinenti al nuovo culto. Allora in Ispagna e nella Gallia Gotica non conquistata da' Franchi si diminuirono l'industrie, con le quali s'andavano studiando gli Ariani di voler differenziar le loro Chiese da quelle de' Cattolici: ma non vi cessarono al tutto gli Ariani. Per un altro lato, da' Goti Cattolici si vide imposta la lor Liturgia Gotica ed Orientale anche a' lor sudditi Romani della Spagna e della Gallia Gotica. Ciò si fece per Decreto del Terzo Concilio di Toledo, preseduto da Mansona di Merida nel 589. Robusta poi sempre si mantenne l'usanza presso i Goti nuovi Cattolici, di tener in onore la prisca loro Architettura, ch'essi aveano recata dalla Dacia e dal Danubio in Ispagna. E però in alcune famiglie de' Goti s'erudivano i servi nell'arti di edificare: si come si legge in un'Iscrizione posta dall'un di costoro per nome Gudila, il quale vantavasi, al pari del Duca Launede Tolosano, di non aver adoperato altre braccia se non de' servi nati nella sua casa, per ergere in Cadice due Chiese a Santo Stefano ed a San Giovanni Martire nel 607: »Oferarios vernulas. Sumptu Proprio[57]».
XVI.
L'età de' Re Atanagildo, Liuba I.º, Leovigildo, Recaredo, Liuba II.º, Vilterico, Gondemaro e Sisebuto, dal 548 al 622, è quella, in cui maggiormente fiori la civiltà de' Goti, e più mostrossi la lor natura Cavalleresca. Il Re Chilperico, fratello di Sigeberto sposò nel 568 Galsvinta, sorella di Brunechilde: alla quale Galsvinta esso Chilperico fece il Dono Matuttino detto del Morgicap da' Franchi, da' Longobardi e da' rimanenti popoli della Germania di Tacito. Lemos con altre Città Gallo-Gotiche si videro comprese in tal Dono: e queste, quando il Re uccise la moglie nello stesso anno, furon cagione di guerra tra' figliuoli di Clotario I.º; poscia passarono tutte nel privato dominio di Brunechilde.
Qual non era la differenza tra un sì fatto Morgincap, e la Morgengeba de' Visigoti nella Spagna? Una Formola insigne in versi Latini del 615, scoperta e' non ha guari dal Signor di Roziere e da me riproposta in parte nel Codice Diplomatico Longobardo[58], c'insegna, essere stata la Morgengeba il dono, che facevasi alle Visigotiche Vergini, quando elle non erano se non semplici fidanzate, come la Burgundica Ildegonda nel Romanzo di Gualtieri o Waltario, prole del Re d'Aquilania. E si ravvisa in tal Formola qual fosse la delicatezza de' sentimenti di chi la scrisse, ma col proposito di voler dipingere al vivo alcuni costumi del suo secolo, e lodarne l'antichità. Il Getico Senato ci apparisce nel suo lustro primiero, come al tempo de' Pilofori, e però vie meglio si mostra l'Aristocratica natura Visigota:
»Insigni merito et geticae de stirpe Senatus Illius sponsae dilectae.... Ordinis ut GETICI est et MORGINGEMBA VETUSTI»
Qui nella Formola del 615 comincia la descrizione de' doni a colei, che lo sposo vagheggia;
»Te dominam in mediis cunctisque per omnia rebus. Constituo, donoque tibi vel confero, Virgo.
Quanta disformità tra il Morgincap de' Franchi o de' Longobardi e la Morgengeba de' Visigoti! La Vergine Visigota diveniva Signora di tutto fin dal momento del dono; la donna Longobarda era soggetta sempre al Mundio Perpetuo, anche de' suoi proprj figliuoli. Da questa sola diversità si misuri lo spazio, che dividea la vita civile de' Goti da quella de' popoli della Germania di Tacito; si vegga di qual altra tempra fosse in Ispagna e nella Gallia Gotica il rispetto per la donna ed ogni sentimento generatore della Cavalleria. Si scorga in oltre quanto i Visigoti del Re Sisebuto si vantassero della vetustà della Morgengeba, che racchiudea veramente in se tutt'i germi Cavallereschi della loro stirpe. In ciò l'Europa d'oggidì è Visigotica, non Longobarda. E di qui si può facilmente conchiudere quanto il Re Sisebuto col suo Getico Senato dovesse aver cari gli usi ed i costumi primitivi del suo popolo; quanto gli fossero a cuore l'esercizio ed il progresso così della Gotica liturgia come della loro antica e nazionale Architettura Gotica. Chi non conosce l'intima connessione dell'Architettura Sacra e della Liturgia? E come avrebbero potuto dimenticarsi gli usi della Patria Oltredanubiana e gli esempi recenti dati ti dal Re Alanagildo, quando il Re Sisebuto edificava in Toledo sul Tago il magnifico Tempio di Santa Leocadia (CULMINE ALTO, MIRO OPERE[59]), ove indi si tennero i famosi concili Toledani? Al Quarto de' quali presedè nel 633 Santo Isidoro di Siviglia, e vi si fecero più ampj ordinamenti per rifermare la autorità della Liturgia Gotica. Di questa Basilica era notabile principalmente l'elevazione, ammirata cotanto da Santo Eulogio di Cordova, e dalla Cronica d'Albelda; l'elevazione, che anche a' nostri sguardi nel secolo d'oggidì ci si rappresenta come una delle impronte primitive dell'Architettura Gotica, e soprattutto dell'Ecclesiastica. Sol nelle Leggi, negli Atti Pubblici, nelle Formole, nelle Monete i Visigoti amarono l'idioma Latino, riserbando il proprio, cioè l'Ulfilano, agli usi privati ed al commercio quotidiano fra Goti e Goti; del qual costume non tacerò quando farommi a ricordare i linguaggi arcani de' Culdei[60].
XVII.
Non so se la conversione de' Visigoti fosse stata sì generale nella Gallia Gotica, sì come fu in Ispagna. Parlo della Gallia Gotica non conquistata da' Franchi, ove mi sembra, fosse rimasto un gran lievito Ariano, pel quale si continuò a desiderare di mettere sempre differenze fra l'Architettura Sacra degli Eretici e quella de' Cattolici. Nella Gallia Gotica venuta in potestà dei Franchi, assai poco frequenti, anche per resistere a' nuovi dominatori, furono le conversioni de' Visigoti alla fede Romana, ed a pochi tra essi piacque d'imitar l'esempio Tolosano del Duca Launebode, rizzando Chiese alla guisa Cattolica. Le sette degli Albigesi e de' Valdesi, delle quali ne' secoli seguenti si vide travagliata Tolosa col resto della Gallia Gotica de' Franchi, dimostrano, essere state ivi più che in ogni altra Provincia disposto di lunga mano il terreno a farle allignare. Sì fatta preparazione produsse non piccoli effetti sulla continuità dell'Architettura Gotica degli Ariani, e sull'esplicamento successivo così della letteratura come della lingua de' Provenzali.
Ampio e ricco argomento, ma non è il mio in questo luogo: riparlo perciò del Re Sisebuto e dell'elevazione Visigotica, sì, ma non più Ariana della sua Chiesa di Santa Leocadia. Così fatta elevazione, che sembrava la sola degna ne' Sacri Templi ai Visigoti ed acconcia meglio ad innalzar gli animi verso Dio, dominava già in tutto il resto della natura di quel popolo fin dal tempo, in cui credettero all'immortalità dell'anima pei discorsi di Zamolxi; poscia s'accrebbe per le vittorie di Dromichete, di Berebisto e di Decebalo. Il nazionale orgoglio pigliò forme novelle dopo la conquista di Traiano, per effetto delle stesse sciagure dei Geti o Goti, e nuovo stimolo dettero alle lor cittadine superbie le vittorie de' Re Ostrogota ed Ermanarico, non che la presa di Roma nel 409. La grandezza dell'animo si congiungea ne' Visigoti con una salda ed adamantina tenacità del proposito, la quale apparisce in tutta la Storia di Spagna fino a' dì nostri; e con un alto, anzi superlativo, sentire di sè medesimi. Ne abbiamo una pruova in una Lettera di Sisebuto, ch'egli per mezzo del suo Legato Totìla mandò a Teodolinda, Regina de' Longobardi, verso l'anno 616, allorchè gli fu riferito di predicarsi fervorosamente in Italia l'Arianesimo dagli Ostrogoti, ritornativi col Re Alboino. Quale sventura, scrivea Sisebuto, che popoli del nostro Gotico sangue siano macchiati dell'Ariano contagio? »affinitatem sanguinis nostri Ariana contagione nunc pollui, et virulenta profusione canceris FRATERNA COGNATIONE DISJUNGI?». Qual razza, soggiungeva, è più bella, più inclita, più naturalmente valorosa e prudente di quella de' Goti? Quale ha più eleganti costumi? Chi non ha in pregio i modi loro di vivere, la perspicua dignità e la gloria del loro nome? »GENUS INCLITUM ET INCLITA FORMA, INGENUA VIRTUS, ET NATURALIS PRUDENTIA ELEGANTIA MORUM, VITAE BONA CENSURA, PRESPICUA DIGNITAS, ET GLORIA DIGNITATIS EXIMIA[61]. La bellezza e le grazie di Brunechilde, Regina, delle quali concepirono sì gran maraviglia i Romani, ci fan sicurtà, che Sisebuto non esagerava col suo favellare l'eleganza de' costumi Visigotici: ma già Brunechilde, quando egli scrivea, era morta da circa tre anni. »Puella elegans, venusta aspectu, honesta moribus atque decora, prudens consilio et blanda colloquio». In tale aspetto ella era venuta dalla Gozia, scrive Gregorio Turonese, al talamo del Re Sigeberto.
Un'antica tradizione ripeteva d'età in età, che Sisebuto avesse rafforzato la città d'Ebora con grandi propugnacoli[62]. Verso la fine del sesto decimo secolo sorgeano ancora in essa due saldissime Torri, che dallo Storico Mariana s'attribuiscono a quel Re. Santo Eulogio di Cordova ricorda la Chiesa di Santo Eufrasio, fatta costruire da Sisebuto in Iliturgi, oggi Martos, sul Guadalquivir[63]. Bastavano tali esempi ad inanimire i Pilofori Visigotici Vescovi e Laici, ed a ricordar loro la patria consuetudine del Danubio così nell'Architettura sacra come nella civile e nella militare. Nè la memoria di Brunechilde Regina, e del suo edificare s'era perduta, quando il Re Sisebuto mancò nel 621. L'anno che seguì alla sua morte, fu il Primo dell'Egira di Maometto e però il primo, da cui si numerassero i pubblici fatti e le conquiste del fortunato legislatore di quegli Arabi, che viveano sotto le tende: indi essi nel corso delle loro vittorie, dopo aver perduto Maometto, edificarono in vari Regni un gran numero di Templi e di Moschee, chiamato in aiuto la scienza de' popoli vinti; dalle quali costruzioni nacque ne' secoli seguenti l'Architettura della Moresca. Di questa forse, ma nol prometto, farò un particolare Discorso: qui mi contento dell'osservazione, che gli Arabi di Maometto non insegnarono alcuna forma speciale d'architettare al Re Sisebuto ed al popolo, discendente dagli Immortali di Zamolxi.
XVIII.
A' giorni di Sisebuto la Città di Lemosi nella Gallia Gotica fioriva per l'eccellenza delle sue arti. Nè l'arti Romane sotto i Visigoti erano spente, quantunque non primeggiassero; ma sotto Eurico vi predominarono le Visigotiche dell'Architettura, e sopratutto di quella peculiare degli Ariani. Era in Lemosi una Pubblica Officina della moneta fiscale, afferma Sant'Oveno, che circa un quaranta anni dopo Sisebuto scrisse diffusamente la Vita del suo amico Santo Eligio[64]. Ecco una Zecca nella Gallia Gotica, dove presedeva un Orefice lodatissimo (fabro aurifici probatissimo), chiamato Abbone, il quale v'insegnava le pratiche ingegnose dell'arte sua, ed ebbe Santo Eligio a discepolo. Nasceva egli da' Visigoti questo Abbone? Un tal nome non è Romano, e pur tuttavolta egli non sembra Visigotico: ma Eligio, ed i suoi Genitori Eucherio e Terragia, si possono pei loro nomi credere usciti di sangue Romano. Che che sia della nazione di tutti costoro, Lemosi, retaggio di Brunechilde[65], ha le apparenze d'essersi mantenuta Visigotica sotto la dominazione particolare della Regina[66]; ma, dopo lei, si ripose in libertà. E ne godeva nel 620, se dee credersi al contemporaneo Sant'Oveno, il quale narra, che alcune cagioni sospinsero quel suo amatissimo Eligio a condursi nel Regno de' Franchi[67]. Sopra una gran parte di questi regnava Dagoberto; ed Eligio giunse fra essi per l'appunto verso il 620, negli ultimi giorni di Sisebuto. Dagoberto indi ottenne tutta la Monarchia de' Franchi e possedè il tratto di Lemosi, o per conquista, o per volontaria dedizione. L'aura Visigotica spirò per lunga stagione in quel tratto, dove di poi venne alla luce il Trovatore Gerardo di Berneuil, ricordato dall'Alighieri nel Purgatorio e nell'Eloquio Volgare.
L'Orefice di Lemosì diventò il Ministro e l'amico principale del Re Dagoberto. Tutti gli Ambasciatori, che dall'Italia e dalla Gallia Gotica non conquistata da' Franchi arrivavano al Regio Palazzo, avevano a cuore, scrive Sant'Oveno[68], di rendersi benevolo Eligio: per opera del quale, se non vado errato, si dette Lemosì a Dagoberto. Grandi prove avea somministrato Eligio della sua eccellenza nel suo mestiere, ma egli divenne ancora un edificator grande così di Monasteri come di Chiese. Nel 631[69], si fe' donare dal Re un territorio in Lemosì, dove costruì un ampio e magnifico Monastero, che indi fu visitato con ammirazione da Sant'Oveno: poscia l'avventuroso Ministro fabbricò nella sua propria casa d'abitazione in Parigi un nobile Monastero per trecento Vergini (dignum construxit Archisterium). Nel 634, con Visigotica elevazione, fabbricò l'alta Basilica fuori le mura di Parigi, e coprì elegantemente di piombo quelli, che son chiamati dal medesimo Santo Oveno i sublimi tetti di San Paolo. Tralascio l'altre fabbriche innalzate da Eligio e quella di San Marziale della sua patria Lemosina, per domandare se fu Gotica o Romanese la natura di tali edifizi? Saranno stati dell'una e dell'altra sorta, rispondo, ma io l'ignoro. Certamente non furono Romanesi le forme primiere della Badia di S. Dionigi, fatta edificare nel 637 da Dagoberto, e decorata con insigni opere d'Orificeria: lavori dell'egregio artefice, dell'operoso costruttore d'un Monastero nella sua propria casa e del possente Ministro della Monarchia. Eligio perciò ebbe la più gran parte nel disegnare o nell'approvare le sembianze Architettoniche di quella famosa Basilica, della quale il Pontefice Stefano II.º volle al suo ritorno da Parigi fabbricarne in Roma una simile, secondo l'uso di Francia, come a suo luogo dirò[70].
Donde si trae, che un nuovo spettacolo si vide sul Tevere quando ivi surse la Chiesa di San Dionigi »JUXTA FORMAS SPECIES DECORATA SICUT IN FRANCIA (Pontifex) VIDERAT». Son queste le parole di Benedetto del Monte Soratte: dalle quali apprendiamo, che l'Architettura primitiva del Tempio Parigino di San Dionigi non fu Romana o Romanese nè Druidica nè Francica (i Franchi non ebber giammai arte propria d'edificare), ma Gallo-Visigotica e posta principalmente in atto da Santo Eligio della Gallia Gotica, posseduta da Brunechilde. Non è mio l'officio d'indagare quali mutamenti si recaron di poi all'Architettura di San Dionigi del 637.
XIX.
Mancato il Re Dagoberto, i due amici Oveno ed Eligio, nello stesso giorno 13 Maggio 640, salirono sulle Cattedre delle Chiese, quegli di Roano, e questi di Noion. In tal guisa, da' suoi paesi Visigotici Eligio si tramutò per sempre nelle Gallie Settentrionali, ove non cessò d'edificare Tempi e Chiostri. Un ampio Monastero di Vergini costruissi dal novello Prelato in Noion: lavoro, che potè non essere di stile Romanese. Morì nel 659. Allora S. Oveno dettonne la Vita. Erasi questi partito da Roano e dal suo Maggior Tempio di Mano Gotica per predicare la vera fede Cristiana contro i Monoteliti, ed avea impreso lunghi viaggi a tale uopo. Approdò in Ispagna, ove non mancavano alcune reliquie dell'estinto Arianesimo, e dove al Re Recesvinto era succeduto Vamba. L'Arcivescovo Rotomagense fu ricevuto con grandi onori dai Goti secondo i racconti dell'Autore quasi contemporaneo d'una delle sue Vite (Unde felix opinio Gothorum terras penetravit[71]). Ivi sul Guiserga, in mezzo a' suoi gentilizj poderi di Donnia o Dogna, vicino a Valladolid, aveva Recesvindo edificato nel 661 un Tempio, ricco di marmi e d'iscrizioni, al Batista; i rimasugli del qual Tempio sussistevan tuttora nel secolo dello storico Mariana. Questi giudicolle di Gotica struttura (Vetusti operis atque adeo Gotthicae structurae immaginem repraesentans[72]).
Recesvindo, sì celebrato nelle Storie di Spagna, nacque da quel Re Cindasvindo, ch'ebbe a disdegno i Romani a lui soggetti, e con sua Legge solenne dichiarò di non dover più l'universalità de' suoi popoli esser vessata dalle Leggi Romane (Romanis legibus nolum amplius CONVEXARI[73]). Laonde non ingannossi punto il Mariana, quando gli parvero appartenere all'Architettura Gotica le rovine del Tempio di Dogna, opera del figliuolo di un Re che odiò tanto le discipline forensi de' Romani. Recesvindo adunque sarebbe stato colui, che ne' suoi privati poderi avrebbe preso a voler imitare la Romanese Architettura? Ed a calcar sotto i piedi le tradizioni de' Gotici Monasteri delle Vergini Oltredanubiane? Recesvindo non si sarebbe curato di riproporre in Dogna le Visigotiche forme delle Chiese di Santa Eulalia e di Santa Leocadia in Toledo? Chi ardisse affermar ciò, nol crederebbe in suo cuore.
Al tempo di Recesvindo fu con sua Legge abolito il divieto delle nozze fra Romani e Gentili[74]: ma i Romani perdettero l'illustre lor nome nelle Leggi e negli Atti Pubblici, e tutti gli abitatori de' Regni di Recesvindo non si chiamarono se non Visigoti. Così recossi ad effetto in parte l'antico disegno del Re Ataulfo, che avrebbe voluto chiamar Gozia l'Imperio Romano. Ciascuno di quegli abitatori sapea se Romana o Gotica fosse l'origine di sua famiglia: ma i Goti si teneano pe' veramente nobili, sebbene ignorassero l'uso del guidrigildo stabilito da Clodoveo: e però nacque la voce Hidalgo, tuttora usata ne' nostri dì, cioè la voce, che con apocope doppia vuol dire figliuolo di Goto. Ella basta per dinotare un'antica nobiltà e maggiore d'ogni altra in Ispagna. Così non aveano fatto i Re Vandali d'Affrica, i quali ne' loro Editti, riferiti da Vittore Vitense[75], chiamaronsi Re dei Vandali, e Re degli Alani ad un'ora. I Romani di Spagna e della Gallia Gotica vidersi perciò ingloriosamente incorporati ne' Visigoti, e peggio che già non erano stati dal Re Ostrogota i Borgognoni. La stessa dignità degli Ecclesiastici non diè risalti d'alcuna specie a' Clerici di sangue Romano, sì per la mancanza del guidrigildo fra' Visigoti, e si perchè appo essi la sacra Liturgia era Gotica ed Orientale, secondo i decreti dianzi accennati del Terzo Concilio di Toledo nel 589, i quali furono sempre più rifermati da' seguenti Concili e dalla diuturna possessione. In mezzo a sì grandi cure de' Visigoti per conservare la loro particolare Liturgia non Romana, e' divien sempre più agevole di conoscere se avesser coloro abbandonato il pensiero giammai della loro Architettura Gotica.
Tali erano quando Sant'Oveno giunse in Ispagna, le qualità civili della razza dominatrice de' Visigoti e della razza obbediente dei Romani. Se il Prelato Rotomagense non vide il Tempio di Recesvindo in Dogna, e' vide certamente in Toledo la Chiesa di Santa Eulalia, e l'altra di Santa Leocadia del Re Sisebuto, e forse conobbe San Fruttuoso, nato di stirpe regia: di stirpe, cioè, non Romana, e però Gotica[76], da un Duca Ispano d'alta possanza nell'esercito militante tra' Monti della Galizia e di Leone. Fruttuoso diè molte delle sue grandi ricchezze a' poveri, e con le rimanenti sollevò non piccoli stuoli dei suoi servi, a' quali egli soleva concedere la libertà. Sì fatte lodi gli si tributarono da un suo quasi contemporaneo, che ne scrisse la Vita: Valerio, Abate di San Pier in Monti nell'Asturie[77]. Andò Fruttuoso in Merida per venerare il Tempio di Santa Eulalia; costruì un gran numero di Monasteri; popolati da moltitudini di Monaci, e principalmente quello di Nono, posto nell'Isola di Cadice. Fu salutato Vescovo di Braga, ove fabbriconne un altro, nel quale di giorno e di notte, con le faci accese, lavorava egli con le sue braccia. Morì nel 670; Architetto e muratore ad un tempo, ma la sua Mano era Visigotica.
Sant'Oveno, ritornato verso il 677 in Roano, portovvi le memorie degli Edifici e de' Tempi veduti da esso in Ispagna, ma soprattutto del culto e degli affetti verso Eulalia. E però Guaningo, uomo ricco e polente tra' Franchi, edificò in onor di quella Santa un Monastero di trecensessanta Vergini, alla costruzione del quale Sant'Oveno deputò Wandregisilo, detto San Vandrillo. Non avrebbe voluto forse l'Arcivescovo di Roano imitar le Gotiche forme della Chiesa Toledana di S. Eulalia, eziandio se gli fosser mancati gli esempi della Mano Gotica di S. Pietro nella sua stessa città? Con questi domestici monumenti e con le Gotiche rimembranze di Spagna, S. Filiberto fabbricò i nobili Chiostri Gemmenticensi ossia di Jumieges, e San Vandrillo costruì gli altri di Fontanelle: operando entrambi col consiglio e sotto gli auspici di Sant'Oveno. Il quale cessò di vivere nel 684, e pose per tutto l'avvenire il suo nome al Gotico Tempio di S. Pietro.
XX.
Il Re Vamba s'illustrò più de' suoi Predecessori per le sue splendide opere nell'Architettura Gotica. Ristorò nobilmente Toledo, allargandone le mura, ove rinchiuse i Sobborghi, e volle non si ignorasse il suo intendimento di propagar con tante magnificenze la fama e l'onore della sua Gente:
»Erexit fautore Deo Rei inclytus urbem »Wamba, SUAE CELEBREM PRAETENDENS GENTIS HONOREM[78]».
Questi versi gli fece incidere sulle nuove mura della città, riferiti da Isidoro Pacense, che scrivea pochi anni dopo lui, nel 740; Isidoro, al quale sembrò maravigliosa quella costruzione. Vamba comandò, che brevi Torri si fabbricassero sulle Porte, ove collocò le statue marmoree d'alcuni martiri. Simili Torri fino all'ottavo secolo non si disgiunsero dal pensiero de' Visigoti nella costruzione delle loro Chiese: ornamento, già il dissi, e non difesa. Ne' secoli seguenti, dopo gli assalti degli Arabi e de' Normanni, tali Torri divennero altresì propugnacoli e speranze di salvezza contro la furia de' nemici tanto ne' Monasteri quanto nelle Chiese di tutta l'Europa Occidentale, senza parlare dell'uso che divenne generalissimo, di situarvi le Campane.
Le statue poste da Vamba sulle Torri delle Porte di Toledo furono rovesciate dal tempo: ma il Mariana racconta, che a' suoi proprj dì, Filippo II.º le restituì al loro luogo[79]. Soggiunge, che Vamba cercò pietre da per ogni dove, adoperando i marmi delle Romane fabbriche, ne' quali volle si scolpissero immagini a simiglianza d'una Rota o a una Rosa[80]. Di così fatte Rote o Rose fu grande l'uso nell'Architettura Gotica del duodecimo e tredicesimo secolo; ma Vamba ne avea dato gli esempi, che certo non furono i primi appo i Visigoti, e che Filippo II.º richiamò al lume del giorno. Vamba in oltre guerreggiò felicemente contro i Visigoti, che ribellaronsi a lui nella Gallia Gotica non conquistata da' Franchi; e fondò vicino a Nimes la celebre Badia di Santo Egidio[81], mentre San Fruttuoso di Braga edificava i popolosi Monasteri, onde ho toccato, e soprattutto il Complutense, il Rufinianense, il Visumense. Nel costruire il suo Monastero di Santo Egidio, Vamba non pose mente al prossimo Anfiteatro Romano di Nimes: nè gli Anfiteatri erano cagione di grande amore a' popoli non Romani, e la memoria degli antichi spettacoli era odiosa principalmente a' popoli Gotici. La Nemausense Badia di Santo Egidio non ritrasse nulla in se di quelle forme anfiteatrali, ed in tutti gli altri edifizi la vanità de' Visigoti dava loro a credere volentieri, che la vetusta loro Architettura Gotica vincesse di lunga mano i pregi della Greca e della Romana. Di qui nascea l'abbandono dei pubblici edifici Romanesi nelle Provincie sottoposte a' Visigoti, e l'uso, che costoro correano velocemente a fare dei marmi di quegli edifici. Ervigio, che succedette a Vamba nel 680, risarcì le mura di Merida; indi rifece il Ponte Romano di quella città, in parte crollato; impresa, ch'e' commise al Duca Salla. Compiuto il lavoro, Ervigio fe' collocare sul Ponte un'Iscrizione in versi, o piuttosto un Ritmo, che non ha guari tempo si pose in luce dal Florez[82]. Ivi ad Ervigio si dà il titolo di Re de' Geti e s'afferma ch'egli studiossi d'estendere il suo nome con magnanimi fatti, sì che dopo aver cinto Merida con esimie mura, operò quel miracolo di ricostruzione:
. . . . »Potentis GETARUM ERVIGII Regis . . . . . . . »Studuit Magnanimis factis extendere nomen Veterum et titulis addidit Salla suum, Nam postquam EXIMIIS novavit moenibus urbem Hoc Magis MIRACULUM patrare non distitit;
E però l'operatore di così fatto miracolo non si rimase dal dire, ch'egli aveva vinto, sebbene imitando, l'ammirabili opere del primo autore di quel Ponte; vittoria, che avrebbe dovuto far lieta Merida per molti secoli;
»Contruxit Arcos (sic), PENITUS FUNDAVIT IN UNDIS Et MIRUM Auctoris Imitans VICIT OPUS. . . . . . . . »Urbs augusta, felix, mansura per saecula longa, Novata studio Ducis.......».
Or Visogoto era quel Duca Salla, e Visigotica la burbanza o l'adulazione, con le quali si pretendeva nel Ritmo d'aver colui vinto i mirabili concetti del primo autore. Da tal burbanza o da tale adulazione si scorge vie meglio come la loro Architettura Gotica si tenesse da' Visigoti dappiù della Romana, e come coloro giudicassero di questa, o si sforzassero di giudicarne, in un modo affatto diverso dal nostro. Egli è un singolar piglio dell'età presente il credere, che i Visigoti (non parlo già degli Ostrogoti) avesser dovuto inclinarsi, come noi facciamo, alla bellezza dei Monumenti di Architettura Greca e Latina, e deporre a tal vista ogni lor vanità cittadinesca. I Visigoti di Spagna, quantunque scrivessero in Latino e si chiamassero Flavii (per non esser da meno de' Re Longobardi) e fossero vaghi d'imitar la pompa del Palazzo Imperiale di Bizanzio, pur tuttavolta si vantavano d'essere più antichi e più civili assai de' lor sudditi Romani. Con questo animo, Vamba dirizzava le Gotiche Rose in Toledo e Sisebuto scrivea le sue Lettere a Teodolinda. Ne' secoli seguenti vinse l'intelletto Latino in tutta Europa, massimamente nell'Italia Longobarda: e là nella Spagna, quando ella fu liberata dal giogo degli Arabi, la voce Ladino, cioè Latino, divenne da capo, e si mantiene anche oggidì, una voce dinotante un titolo d'onore.
XXI.
Maometto era morto nel 632; nè ancora settanta nove anni eran trascorsi, quando i suoi Arabi giunsero in Ispagna nel 711, dopo aver soggiogata una parte non dispregevole così dell'Asia come dell'Affrica. Il passaggio di quegl'Ismaeliti dal loro Scenitico vivere sotto le tende al vivere nelle più popolose Città fe' sentir loro il bisogno dell'Architettura, e soprattutto della Sacra per la costruzione delle loro Moschee: bisogno, che costituì un novello senso nella natura lor trasformata. Edificarono dunque Moschee in ogni luogo, fin da' primi giorni delle loro vittorie: ma riuscirono da per ogni dove in Architettura i discepoli non i Maestri dei popoli vinti, e massimamente de' Visigoti di Spagna. Non tardarono a prorompere nella Gallia Gotica, unita con la Spagna; nel 719 s'impadronirono di Narbona, poscia si sospinsero fino a Magalona. Penetrarono anche in Marsiglia, ch'era de' Franchi, e però Carlo Martello, Principe di costoro, mosse l'armi sue contro gli assalitori. Carlo Martello ritolse nel 737 a' Saracini Agde e Béziers, notabili Città Visigotiche da essi occupate, ma le saccheggiò ed arse; indi barbaricamente bruciò in Nimes l'Anfiteatro Romano[83]. Fe' rovesciar da' fondamenti Magalona, vicina dell'odierna Monpellieri e d'Aniana, oggi Saint Aignan, sul Mar di Provenza: ma i Saracini lasciarono a quella spiaggia il lor nome, che anche ora s'ascolta, di Port Sarrasin.
Più crudele s'accese allora la guerra. Carlo Martello domandò gli aiuti di Liutprando, Re de' Longobardi, che rapido accorse in Provenza nel 739. Finalmente i Saracini furono in quell'anno disfatti, e fuggirono verso i Pirenei e si rinchiusero dentro Narbona. Liutprando, ritornato in Italia, pubblicò nel 741 le sue famose Leggi sui Maestri Comacini, da me riferite nel Codice Diplomatico Longobardo[84], nelle quali si nota la diversità, che passava fra l'Architettura Romanese o Romana, e l'Architettura Gallica o Visigotica; la Gallica, cioè, veduta dal Longobardo in Provenza, non la Druidica di Vercingetoringe, nè la Moresca degli Arabi, nè quella de' Germani di Tacito, de' quali ricordavasi tuttora la rozzezza nel Concilio Romano, tenuto da Papa Zaccaria nel 744[85]. Ampie Note io soggiunsi alle Leggi Liutprandee su' Comacini: e però in questo luogo non mi rimane se non il debito di tacere.
Non meno sensibile che al Re Liutprando riuscì a Stefano II., Pontefice Romano, la diversità degli usi Architettonici d'Oltre l'Alpi e degli usi Romani. Al suo ritorno da Parigi verso la fine del 754 volle quel Pontefice mostrar alla sua Città di Roma gli stranieri costumi, e comandò s'edificasse ivi nella Regione Flaminia una Chiesa di San Dionigi, la quale somigliasse a quella da lui veduta in Francia, e desse una festa di nuova sorte sul Tevere. Lui morto nel 759, Paolo I., suo fratello e successore, compì l'edificio, che sussistea tuttora nel Mille, sì come scrisse Benedetto del Monte Soratte, del quale ho recitato le parole[86]; testimonio tanto più certo di quella diversità, quanto più ignorante d'ogni letteraria disciplina.
L'anno, in cui mancò Stefano II., fu quello nel quale il Re Pipino, figliuolo di Carlo Martello, giunse a scacciar di Narbona i Saracini. Con solenne Trattato d'Accomandigia, e' concedè ai Visigoti di Narbona il pieno godimento della lor Legge Visigotica[87]: e però la conservazione de' lor Magistrati, de' loro Duchi, dei loro Conti, de' loro Saioni e Gardingi e Tiufadi. Con altro suo Diploma dello stesso anno 759, Pipino donò all'Arcivescovo le Mura e le Torri di quella città ed anche i balzelli, soliti a riscuotersi da' Visigoti su' commercj delle navi discorrenti pel mare[88]. Sì fatti commercj de' Visigoti di Spagna, di Narbona, di Magalona e d'altri Porti della Gallia Gotica ne' Porti di Genova e ne' rimanenti del Regno Longobardo venivano tuttogiorno allargando in Italia e ne' paesi bagnati dal Mediterraneo la cognizione dell'Architettura Gotica. Ma i Visigoti, che riparavansi nell'Italia e nel Regno de' Franchi, fuggendo l'impeto dell'armi Saracine, meglio di qualunque altro propagavano in estranee contrade il concetto dell'Architettura loro nazionale. Fra tanti fuggiaschi primeggiò il Conte Visigoto di Magalona, che poscia ottenne i favori del Re Pipino. Smaragdo, Scrittore contemporaneo, lo dice uscito di Getica stirpe (Ex Getica stirpe oriundus, natus in Gothia[89]), ma senza tramandarcene il nome. Da questo Piloforo Visigoto nacque Vitizza[90], il quale videsi accolto nelle Reggie di Pipino e di Carlomagno, e nel 774 venne in Italia contro il Re Desiderio, sotto le mura di Pavia. Mutò poscia i pensieri, e si condusse vicino alla sua patria Magalonese nella solitudine d'Aniana: ivi cominciò a fabbricar con le sue mani le povere celle, che tosto divennero l'Anianese Badia, una delle più illustri d'Europa. Vitizza mutò anche il nome suo, e chiamossi Benedetto, come or noi l'appelliamo col titolo di Santo, congiunto con l'altro d'Anianese. Questo insigne Ottimate Visigoto fondò nelle Gallie un gran numero di Monasteri, le forme dei quali s'imitarono poscia nella Germania di Tacito: ma, innanzi di parlarne, giova dare un rapido sguardo a ciò che avvenuto era in Ispagna dopo l'arrivo degli Arabi.
XXII.
Avendo i Romani perduto il lor nome nella Spagna Visigotica e nella Gallia Gotica, dovè loro sembrar odiosa ed insopportabile questa condizione; ma i rancori cessarono, e le due razze si confusero daddovero insieme in un comune servaggio, quando sopraggiunsero gli Arabi. Allora i Visigoti alla lor volta perdettero il nome loro: e così essi come i Romani vinti da' Saracini si chiamarono Muzarabi nelle Provincie Spagnuole occupate dal nuovo nemico: allora i desiderj di scuotere il giogo abborrito divampò ugualmente ne' petti dell'uno e dell'altro popolo Cristiano. I loro studj e le lor discipline si confusero altresì presso i Muzarabi, e crebbe massimamente l'amore per la Liturgia Gotica, imposta dal Terzo Concilio di Toledo anche a' Romani. Questa da indi in qua chiamossi e chiamasi tuttora Muzarabica. Io ne riparlerò in poco d'ora, ma la breve Storia, che ne farò, ci verrà dimostrando la sua continua durata in Ispagna, e però il tenace proposito, con cui ella fu ivi custodita dalle genti di sangue Romano. Santo Ildefonso pregò secondo quella Gotica Liturgia, e soprattutto Santo Isidoro di Siviglia, l'amico del Re Sisebuto, al quale aveva egli dedicato il suo Libro Della natura delle cose. La conservazione della Liturgia Gotica non potè disgiungersi dall'esercizio dell'Architettura Gotica Sacra in ogni luogo di Spagna, dove i Saracini permisero a' Muzarabi d'edificare o di conservare le loro Chiese.
Ma si lascino i Muzarabi nella loro sventura, e si volga il pensiero alle felici montagne dell'Austurie, donde a capo d'un qualche secolo dovea discendere il liberatore aspettato. Don Pelagio con una mano di Visigoti riparossi ne' luoghi, dove ben presto sorse la città d'Oviedo, e v'inalberò la Croce di Gesù Cristo. Con questo segno tutelare alla mano mosse agli Arabi la guerra, e s'illustrò con la perseveranza della sua nobile resistenza contro gl'infedeli. Carlo Martello intanto saccheggiava e metteva in fondo la Gallia Gotica: orrido fatto, che spingea con immenso ardore i cuori de' Muzarabi da un lato e dall'altro quello de' Visigoti, oppressi dal Principe Franco, a desiderare il trionfo del cittadino loro nell'Asturia. Don Pelagio morì nel 737: Alfonso il Cattolico gli succedette, che non lasciò di ristorar con felici armi le speranze de' suoi. Sì lieti principj si turbarono per l'ignavia del Re Mauregato, ch'ebbe la mala voce d'aver promesso a' Mori l'infame tributo di cento donzelle Cristiane alla fine d'ogni anno. Froila, figliuolo d'Alfonso il Cattolico, riportò la lode d'avere in mezzo a tante sciagure fondata Oviedo, ed il Re Silo d'avervi costruito un Tempio al Salvatore: costruzioni, che niuno dirà non essere state d'Architettura Gotica. Nondimeno questi Principi furono superati da un edificatore assai più fortunato e grande, che pose in più splendido aspetto il Tempio di Silo, ed arricchillo con aurei doni. Lo chiamarono Alfonso il Casto, nome temuto dagli Arabi. Al tempo di lui giunse Carlomagno in Ispagna, verso l'anno 778. Fu fama, che Bernardo del Carpio, nipote del Re Alfonso il Casto, fosse stato l'autor principale della disfatta di Carlomagno in Roncisvalle, non che della morte d'Orlando. Larga sorgente d'eroiche geste, cantate ne' Romanzi e nelle favole della Cavalleria del Medio-Evo; ma le rimembranze Visigotiche intorno a Bernardo del Carpio accrebbero fin da quel tempo il numero de' Romanzi, che piacquero tanto al popolo di Don Pelagio dopo il Waltario d'Aquitania e l'Ildegonda di Borgogna.