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I fatti di Roncisvalle perciò riempirono di Visigotiche Canzoni e di magnifici Tempj l'Asturia. Vinceano di nuovo i Goti ed edificavano. Alfonso il Casto fe' con celebre pompa consacrar da sette Vescovi nell'802 il Tempio d'Oviedo, quando avea già conseguito molte vittorie sugl'Infedeli; poscia edificonne un altro alla Vergine Santa, ed un terzo a San Giuliano: ma più elegante di tutti parve quel di San Tirso, che la Cronica d'Albelda nella Rioia (scrittura dell'883) ammirava per le sue marmoree colonne, pei suoi archi e pe' suoi molti angoli (Miro aedificio CUM MULTIS ANGULIS[91]). Veggano gli Architetti se quest'opera cotanto angolosa d'un Re Visigoto possa giudicarsi non Visigotica, ma Romanese. Più caro a que' Goti riuscì Alfonso il Casto, quando egli ridusse la nascente città d'Oviedo alle prette sembianze della perduta loro Toledo. Chi fra essi non sospirava per questa cara Toledo? Chi non dolorava di non poter più innalzar gli occhi verso l'alte cime di Santa Eulalia e di Santa Leocadia? Il Casto adunque tutto compose in Oviedo, tanto le Chiese quanto il novello Palagio dei Re, come sera fatto in Toledo; e però la Cronaca d'Albelda ebbe a dire: »Omnem Gothorum ordinem, sicut Toleti fuerat, tam in Ecclesiis quam in Palatio, Oveti cuncta constituit[92]». Chi non rammenta nell'atto di leggere questa Cronica, la nuova Troia, fondata in Epiro per opera di quelli, che fuggivano dall'antica? Chi non si riduce alla memoria i versi, ove si canta il giubilo, col quale i Troiani del figliuolo d'Anchise approdarono alla riva del falso Simoenta in Epiro, e corsero ad abbracciare i limitari della Porta Scea?
In tal modo Alfonso il Casto riproponeva le sembianze amate di Toledo a' suoi Visigoti d'Oviedo, e vi ponea le tombe de' Re. A quella stagione, il Visigoto Vitizza, figliuolo del Conte di Magalona, col nuovo suo nome di Benedetto Anianense, già era venuto da per ogni dove in fama pel gran numero di Monasteri da lui edificati dopo il suo proprio d'Aniana. Smaragdo, suo discepolo, afferma, che assai grande fu la Chiesa d'Aniana, e che i Chiostri, cospicui pe' suoi Portici e per le sue marmoree colonne, fabbricaronsi con nuova opera[93]. Furono essi Romanesi o Visigotici sì fatti Portici, voltati da uno de' Pilofori Visigoti? Dovè questo Piloforo ignorare ciò che Alfonso il Casto faceva in Oviedo? Con qual dritto e con quale ragione si può egli presupporre, come pur troppo si fa, che gli Ottimati Visigoti dell'ottavo e del nono secolo abbiano antiposta la Romanese alla nativa loro Architettura Gotica? E chi può negar, che di questa fossero andati superbi non dico i soli Re Vamba ed Ervigio, ma gli ultimi tra' Visigoti?
XXIII.
Emulo d'Alfonso il Casto nell'edificare, ma oh! quanto di lui più possente, fu Carlomagno, che tentò di far fiorire le Romane arti dell'Architettura e della Musica Ecclesiastica. Molti credono tuttavolta, ch'egli avesse fatto costruire alla foggia Visigotica la splendida sua Rotonda d'Aquisgrana. Io non ripeterò in questo luogo ciò che altrove scrissi di sì fatta Rotonda[94], non veduta da me: non posso nondimeno temperarmi dal riferir nuovamente le gravi parole del Cav. Giulio Cordero di San Quintino: »Chi non direbbe oggi d'essere tal Rotonda un edifizio d'Architettura Gotica in Aquisgrana[95]?» E per l'appunto, io soggiungo, in Aquisgrana, dove regnato avea la Gota Brunechilde.
Anche opera Visigotica può sembrare la magnifica Chiesa ed il Regal Monastero di Centula o di San Richerio in Piccardia. Quella Chiesa non fu priva della sua doppia Torre; una terza ne surse nel Chiostro; e tutte veggonsi effigiate nell'antica immagine presso il Mabillon[96], donde apparisce un andamento non Romanese nella costruzione, sebbene un Franco ne fosse stato l'autore: Angilberto, cioè, genero di Carlomagno, al quale Angilberto potè la Mano Gotica piacere quanto ella piacque a Clotario I. in Roano.
Angilberto morì pochi giorni dopo Carlomagno nell'814. Allora il nuovo Imperatore Ludovico Pio chiamò nella sua Reggia d'Aquisgrana il Visigoto Vitizza, ossia San Benedetto d'Aniana. Questi fabbricò poco discosto il Monastero d'Inda, sul fiume dello stesso nome: ultimo forse de' tanti Chiostri da lui edificati nella Gallia Gotica, ed in molte Provincie di Francia. Racconta Smaragdo, che Ludovico Pio prepose quel Visigoto al governo di tutt'i Monasteri dell'Aquitania e della Gozia, sperando che l'esempio giovasse al Regno de' Franchi: »Praefecit cunctis Coenobiis per Aquitaniam et Gothiam, ut Franciam imbueret exemplo[97]» La qual Francia di Ludovico Pio non avea certamente penuria degli esempj di Romanese Architettura.
Una delle più rinomate Badie di San Benedetto dopo la principale d'Aniana fu l'altra di San Piero in Cauna, della quale tosto riparlerò; situata fra le Visigotiche Città, di Narbona e di Carcassona. Ma la Badia d'Aniana fu il perpetuo modello d'ogni altra della Congregazione Anianese: perciò Smaragdo scrisse: »Hoc Anianense CAPUT esse Coenobiorum, quae in Gothorum partibus constructa esse VIDENTUR; verum etiam et illorum quae in aliis regionibus ea tempestate et DEINCEPS PER HUIUS EXEMPLA aedificata sunt[98]». Or quante Badie Anianesi non si fabbricarono dopo quella d'Aniana, che fu il primo concetto d'un Visigoto nella Gallia Gotica? A tal concetto accostossi dunque l'idea del Monastero d'Inda in Aquisgrana, e massimamente se di stile Gotico fu la Rotonda fattavi costruire da Carlomagno.
XXIV.
Contemporaneo di Vitizza o S. Benedetto Anianese, che morì nell'821, fu Walafrido Strabone, Monaco di Reichenau sul Lago di Costanza. Verso quel medesimo anno egli scrisse il suo Libro delle Cose Ecclesiastiche, ove chiamossi uomo Teotisco, affermando, che il suo Teotisco linguaggio parlavasi da' Geti, ossia da' Goti, e massimamente dalle Scitiche genti di Tomi (quivi era stato rilegato Ovidio); sì come appreso avea da' racconti d'alcuni Monaci, fedeli suoi confratelli. Nè seppe tacere, che a' suoi concittadini Teotisci s'erano insegnate molte utili cose da essi Geti, sebbene Ariani.
»Multa nostros (Theotiscos) UTILIA DIDICISSE, PRAECIPUE A GETIS, QUI ET GOTHI, cum eo tempore quo Ariani effecti sunt (licet a vera fide aberraverint), in Graecorum Provinciis commorantes, NOSTRUM, idest Theotiscum, sermonem habuerunt.
»Et, ut historiae testantur illius gentis (Geticae), divinos libros transtulerunt, quorum ADHUC Monumenta apud nonnullos habentur.
»Et fidelium fratrum nostrorum relatione didicimus, apud quasdam Scytharum gentes et maxime apud Tomitanos eadem locutione ADHUC DIVINA CELEBRANTUR OFFICIA[99]».
Qui tutti veggono, che si tocca della Traduzione d'Ulfila, e che di questa v'erano alcune Copie ancora nell'820 sulle spiagge del Lago di Costanza, sebbene i Teotisci di quelle contrade fossero divenuti Cattolici. Ma quali furono i Geti Ariani, ammaestratori dei Teotisci? Non essendo a noi noto, che i Geti della Gallia Gotica e di Spagna, cioè i Visigoti, avessero spedito alcuno a predicar l'Arianesimo nelle vicinanze di Reichenau, può credersi, che quegli ammaestratori de' Teotisci non fossero stati altri se non gli Sciti Iutungi ed i Borgognoni, dell'Arianesimo e della lingua Ulfilana de' quali s'è più volte ragionato[100]. Senza l'Arianesimo, direi, che Walafrido Strabone accennò al Geta o Visigoto Vitizza ed a' suoi Monaci della Congregazione Anianese. Si noti frattanto in qual modo i Monaci, compagni di Walafrido Strabone, dal paese, ove abitarono lungamente gli Sciti Iutungi d'Aureliano, conduceansi volentieri nelle regioni degli Sciti d'intorno alle bocche del Danubio; e come il linguaggio Tedesco d'oggidì potè divenir cotanto ricco, quanto egli divenne, di vocaboli prettamente Gotico-Ulfilani. Questo linguaggio Ulfilano stringeva ed aumentava i commercj fra le regioni circostanti al Lago di Costanza ed i vicini paesi, aiutati nelle Gallie da' Borgognoni: linguaggio, che propagossi di tratto in tratto nella Meridionale Germania, e che però si distendea dalle rive del Reno sino alle Colonne d'Ercole in Ispagna, nell'età di Walafrido Strabone.
Ma già si veniva formando il linguaggio Teotisco, e già la dominazione dei Franchi sì nella Germania di Tacito e sì ne' paesi Burgundici, senza parlar della mutata Religione, andava ristringendo i limiti, fra' quali s'udiva l'idioma Ulfilano. La Gallia Gotica, la Spagna Visigotica dell'Asturia ed il rimanente della Spagna, mutata in Muzarabica, serbarono sotto gl'ismaeliti l'antico affetto per la lingua d'Ulfila; sì come faceano per la Legge, per la Liturgia e per l'Architettura Gotica: le quali cose non possono mai, chi ben le considera, separarsi tra loro. Nell'853 Udalrico, Marchese di Gozia, tenne un Placito in Crespiano del Narbonese, per giudicar la causa di Godescalco, Abate dell'Anianense Badia di San Piero in Cauna, contro il Visigoto Odilone, che aveva usurpato alcune terre del Monistero. Intervennero al giudizio molti nobili personaggi, sei Giudici ed un Saione. Ivi s'allegarono le Leggi del Codice Visigoto, qual'egli era divenuto dopo l'abolizione del Dritto Romano comandata dal Re Cindasvindo[101], e quale il Re Pipino l'avea conceduto a' Visigoti col Trattato d'Accomandigia del 759[102]. Secondo sì fatte Leggi, che poi per un'antica Versione Castigliana si dissero del Fuero-Juezo, diessi vinta la lite all'Abate Caunense[103].
Nè solo i Visigoti, ma eziandio, sì come ho già detto, i Romani Muzarabi deploravano amaramente la caduta e la soggezione della Gotica stirpe in Ispagna. Santo Eulogio, Romano di Senatoria famiglia, che nell'858 lasciò la vita per la fede Cristiana, deplorava nel suo Libro del Memoriale de' Santi le sorti della Penisola Ispana. Cadde, scrivea, cadde il Regno de' Goti, fiorente per la dignità de' suoi Sacerdoti, e splendido per l'ammirabile costruzione delle sue Basiliche. »Post excidium regni Gothorum, quod Venerabilium Sacerdotum dignitate florebat, et admirabili Basilicarum constructione fulgebat[104]». Fu Santo Eulogio discepolo d'Alvaro; famoso Goto di Cordova. Ma quanto più i Saraceni mettevano alle prove la pazienza così de' Visigoti come de' Romani Muzarabi di Spagna, tanto più qualche volta prorompeva della Gotica stirpe il rigoglio. Non dubitò quell'Alvaro di scrivere ad un suo detrattore, che rammentasse chi mai si fossero i Geti, ovvero i Daci, dond'egli procedeva: usi a spregiar la morte, usi a lodar le loro ferite. »Ut me, qui sim ipse, cognoscas et amplius me tacendo devites, audi,
»Mortem contemnunt, laudato vulnere, Getae........, .... »Hinc Dacus premat, inde Getes occurrat[105]».
In mezzo alla vasta oppressione de' Muzarabi, Alvaro coltivò l'amicizia del Diacono Leovigildo, il quale ancor egli nacque Visigoto e possedeva in Cordova una ricca Biblioteca. Fu questa celebrata da esso Alvaro, ed il suo possessore s'ascoltò insignire d'una gran lode; ch'egli, cioè, splendeva di Getica luce: »Getica qui luce fulget[106]». In tal guisa i Visigoti serbavano in cuore la memoria della loro passata grandezza, e però sempre, quando Alvaro di Cordova scrivea, intendeano a conservare il più che poteano le tre cose, onde ho testè favellato, la Legge del Fuero-Juezo, la Liturgia e l'Architettura Gotica. Nell'878 tennesi un Concilio in Troia di Sciampagna, nel quale si fecero Sigebodo, Arcivescovo di Narbona ed altri Vescovi della Gallia Gotica innanzi al Pontefice Romano Giovanni VIII, pregandolo di provvedere a punire i sacrilegj: materia, di cui non si faceva parola nel Codice Visigotico[107]. Poichè Goti eran que' Vescovi, egli è facile il comprendere, che la loro Ecclesiastica dignità non li distoglieva dall'esercizio, nè togliea loro il godimento delle patrie Leggi civili, nè dava loro il consiglio di mutare in Romanese l'Architettura Gotica delle Basiliche da essi costruite.
XXV.
Anche i Germani di Tacito a quella stagione cercavano d'ingentilire il loro idioma, venuti al Cristianesimo dopo la predicazione di San Bonifazio: già la loro agreste vita de' tugurj e delle capanne, senza tegole e senza calce[108], s'era mutata nella vita della città: già sorgeano da per ogni dove Cattedrali e Chiese, per la costruzione delle quali doveano chiamarsi gli Architetti o Romani o Visigoti. Ma la lingua Teotisca restò incolta e stridula per lunga stagione; del che abbiamo solenne testimonianza in Otfrido[109]: il quale, tra l'863 e l'879, si pose a parafrasar poeticamente i Santi Evangelj, e dedicò que' suoi lavori a Liutberto, Arcivescovo di Magonza. Nacque Otfrido non so se nel Regno dei Franchi o nella Germania di Tacito, posseduta da' Re Franchi. Afferma d'esser Teotisco, sì come Walafrido Strabone; ma il dialetto de' luoghi, ove Otfrido (nelle vicinanze forse di Magonza) dettava i suoi versi, era inferiore d'assai a quello de' paesi di Walafrido verso il Lago di Costanza, ove più larga e più profittevole si fece sentire l'infusione della vera lingua Gotica, od Ulfilana.
E però diceva Otfrido nella sua Prefazione a Liutberto, che barbaro, inculto ed indisciplinabile dal freno della Grammatica era il suo linguaggio Teotisco, e difficile a scriversi pel motivo della pronunzia Germanica, dello stridore de' denti e della sonorità delle fauci di que' popoli. »Linguae Theotiscae barbaries, ut est inculta et indisciplinabilis, atque insueta capi froeno Grammaticae..... difficilis scriptu propter litterarum congeriem aut incognitam sonoritatem... Ob stridorem dentium, ut puto, utuntur litera Z, et litera K ob faucium sonoritatem». E tosto soggiunse, che sì fatta lingua riputavasi agreste tuttora, e non era nè pur anco ridotta in iscritto da' proprj suoi cittadini, nè polita con l'arte. »Lingua haec velut Agrestis habetur, dum a PROPRIIS NEC SCRIPTURA NEQUE ARTE ALIQUA ULLIS TEMPORIBUS EXPOLITA[110]».
Queste ultime parole d'Otfrido attestano, che ignote a lui furono molte Scritture dell'idioma de' Franchi, le quali soglionsi attribuire all'ottavo secolo. Elle perciò sembrano appartenere alla seconda metà del secolo nono, e di non aver l'antichità della Parafrasi d'Otfrido. Tali sarebbero state le Versioni d'un Libro di Santo Isidoro di Siviglia, e della Regola del Patriarca San Benedetto; il Pater Noster Germanico; poche Formole Catechistiche del Concilio di Leptines (del 743, tradotte forse più tardi); la pugna d'Ildebrando e d'Altubrando ne' Ritmi di Cassel; una preghiera di Weissemburgo della Baviera[111].
In tal guisa Otfrido, che amava il suo linguaggio Teotisco e provavasi a dirozzarlo con le sue sacre rime, non potè dissimularne i difetti e la rusticità. Non trovo per verità, che Amalasunta in Italia e Brunechilde in Ispagna fosser dotate di sì stridenti gole. Questa pochezza e barbarie regnò parimente appo i Franchi, quando essi non parlavano in Latino. Coloro, i quali confondono la razza de' Germani di Tacito con quella de' Geti o Goti si condannano a dover concludere, che un solo furono l'idioma d'Otfrido e de' Visigoti così di Spagna come della Gallia Gotica. In simil modo avranno essi a dire, che le fabbriche imprese dopo San Bonifazio nella Germania di Tacito, dalla seconda metà dell'ottavo secolo fino alla prima del nono ed all'età d'Otfrido, uguagliarono in magnificenza ed in elevazione i Tempj Toledani di Santa Eulalia e di Santa Leocadia, e que' d'Alfonso il Casto in Oviedo e tutti gli altri magnifici Monumenti dell'Architettura Gotica, de' quali s'è fin qui ragionato.
XXVI.
Un altro popolo intanto, a' giorni d'Alvaro di Cordova e del Diacono Leovigildo e d'Otfrido, minacciava le spiagge dell'Europa Occidentale sull'Oceano, recando con le sue marittime correrie i più gravi danni e le più spietate stragi alla Spagna ed al Regno dei Franchi. Erano i Normanni, a' quali ho detto, che Ulmaro nell'875 diè il nome di Geti[112]: nome, che loro s'appartenea, sì come ho narrato nel Libro Trigesimo Settimo della Storia. Qui solo dirò, che nel 912 Rollone il Normanno ebbe dal Re Carlo il Semplice quella parte, la quale chiamossi Normandia, del Regno de' Franchi di Neustria, col titolo di Duca: e che il nuovo Duca pose la sua sede in Roano. Fu padre di Guglielmo I. detto Lungaspada, il quale dalla nobilissima Sprota generò il Duca Riccardo I. Sprota, rimasta vedova, da un secondo marito ebbe Rodolfo, Conte così d'Ivry come di Baieux, e però fratello uterino d'esso Riccardo I.[113]. Sulle relazioni di questi due fratelli, Dudone di San Quintino compose l'enfatiche sue ma fedeli Storie de' Normanni[114]; dalle quali apparisce, che quel Rollone fu veramente Dacigena[115], ovvero della Dacia, e che parlava la Lingua Dacica. Nacque, raccontavano l'uno e l'altro fratello, il loro avo Rollone in Dacia; non nella Danimarca od in altra delle regioni poste sul Baltico, alle quali si dava il nome generale di Dacia, per la conquista fattane da' Goti o Daci dopo la morte d'Ermanarico il Grande: ma sì nella Dacia confinante con l'Alania. L'Alania in varj tempi ebbe varj confini, più o meno vasti: nondimeno ella non si distese giammai oltre gli spazj, che interpongonsi fra il Mar Nero e la Vistola. Rollone fu prole d'un Re, che possedè pressochè interi questi Regni d'Alania e di Dacia: »Daciae regnum pene universum possidens, AFFINES Daciae et ALANIAE terras sibi vindicavit[116]». Dell'Alania parlarono i messi di Teodosio Imperatore, dicendo: »Dacia et Alania finiuntur ab Oriente, desertis Sarmatiae: ab Occidente, flumine Vistula: a Septemtrione, Oceano: a Meridie, flumine Histro[117]».
Fuggito Rollone da quest'Alanica Dacia, navigò verso la Scandinavia e giunse in Meora di Norvegia; donde poi venne a saccheggiar l'Europa Occidentale co' suoi compagni, e, fatto Cristiano, dette i principj al Ducato di Normandia, dal quale indi uscirono i conquistatori d'Inghilterra e delle due Sicilie.
La prima cura di Rollone fu di far ricondurre nel Tempio Gotico di Clotario I. il Corpo di Sant'Oveno, donando non poche terre a' Monaci, rimpatriatisi. Altre ne donò a Santa Maria di Baieux, a Santa Maria d'Evreux ed alla Chiesa del Monte di San Michele, denominato In pericolo di mare; nobile scoglio, d'accesso difficile in mezzo all'Oceano. Su quello scoglio surse la Badia, che oggi anche da lungi ostenta le forme dell'Architettura Gotica. Ivi Rollone parlava la sua Dacica Lingua, ignota del tutto anche a' discendenti di quei Sassoni, che Gregorio Turonense[118] narra essersi dalla Germania di Tacito tramutati, dopo varie guerre, in Baieux. Il Duca Guglielmo I. Lungaspada, trovandosi nel 941 a parlamento con Arrigo nella vera Germania di là dal Reno, udivvi Ermanno, Duca de' Sassoni, favellare nell'idioma Dacico: »Dux Saxonum, narra Dudone di San Quintino[119], coepit affari Dacica lingua Willelmum, Ducem Northmannorum». Domandogli, maravigliando, in che modo avesse appreso un idioma non conosciuto in Sassonia, ed Ermanno rispose d'essergli occorso ciò, a suo malgrado, avendolo i valorosi Daci travagliato con assidua guerra e poi fatto prigioniero: »Quis te, continua Dudone, Daciscam linguam, inexpertem Saxonibus, docuit? Bellicosum, respondit, TUAE PROGENIEI DECUS, quae innumerabilia proelia in me exercuit, meque proelio captum ad sua detrusit, et, me nolente, linguam Daciscam docuit». Di qui s'impara, che la Dacica patria di Rollone stava situata tra l'Alania e la Sassonia della Germania di Tacito, e che nel Novecento niuna infusione della lingua de' Daco-Geti, ossia dell'Ulfilana erasi fatta nell'idioma di que' Sassoni, sebbene in più antica età dalle medesime dimore Germaniche fossero usciti una porzione degli Anglo-Sassoni, conquistatori dell'Inghilterra nel 449.
La Lingua Dacica di suo padre Rollone fu cara cotanto al Duca Guglielmo Lungaspada, che volle mandar in Baieux un suo tenero figlioletto per esservi educato allegramente alla Normanna, e nel nativo idioma de' Daci. Disse, che in questa città v'era un maggior numero di Normanni, e che in Roano udivasi più volentieri parlare il Latino, in danno del Dacico linguaggio, »Quoniam (quegli che parla, è sempre Dudone, buon testimone di que' fatti), Rothomagensis civitas Romana potius quam Dacisca utitur ELOQUENTIA, et Baioacensis frequentius. Fruitur Dacisca quam Romana, volo ut puer ad Baioacensem deferatur ut EDUCETUR, FERVENS LOQUACITATE DACISCA[120]».
Con tali cure s'ingegnavano i popoli del sangue Daco-Getico di tenere svegliata la patria lingua, e con tale predilezione l'antiponevano essi al Latino, quantunque i loro Pubblici Atti si scrivessero Latinamente per farli capire dall'universalità degli abitanti di Normandia. Ben questo Dacico era lo stesso linguaggio della Gallia Gotica e di Spagna; diverso affatto da quello de' Franchi, de' Sassoni e dell'altre genti della Germania di Tacito. I Normanni di Rollone, il Daco, erano idolatri, e quando passarono al Cristianesimo, non aveano la Liturgia Ecclesiastica de' Visigoti: ma, in quanto all'Architettura Gotica, ciascuno può di leggieri comprendere con quanto diletto avesse dovuto Rollone veder la Mano Gotica di Clotario I. in Sant'Oveno di Roano, e con quale facilità largheggiar de' suoi doni verso quel Monastero.
Il fanciullo, che coltivò la Lingua Dacica in Baieux, fu Riccardo I.; e' succedette al padre Guglielmo Lungaspada nel Ducato di Normandia. Non credo, che la sua Lingua Dacica di Baieux somigliasse in tutto a quella de' Visigoti dopo la separazione di molti e molti secoli fra i Geti passati nell'Occidente d'Europa, ed i Daco-Geti di Rollone. Ma intelligibile certamente riusciva la favella di Rollone a que' Visigoti; ciò che non avveniva punto ai Sassoni avveniticci di Baieux, nè a' Sassoni rimasti nella Germania. Più ignoto sonava l'idioma Dacico di Rollone a' Romani di Normandia, suoi nuovi sudditi; nè Rollone, o Guglielmo Lungaspada cercarono di propagarne l'insegnamento. La contraria sentenza piacque a Teodorico e ad Amalasunta in Italia, i quali godevano del vedere i fanciulli Romani addottrinarsi nella lor lingua Gotica. Tra questi s'annoverarono i figliuoli del Patrizio Cipriano[121]: e tali studj piacquero tanto più ad Amalasunta quanto più ella, dotta così nel Latino come nel Greco, era vaga di mostrar a tutti le ricchezze del patrio linguaggio. Del che lodavala Cassiodoro, scrivendo al Senato di Roma: »Nativi sermonis UBERTATE GLORIATUR[122]».
XXVII.
Qui è necessario sdebitarmi della mia promessa[123], dicendo una qualche parola intorno al linguaggio arcano e però a' fatti dei Culdei o Colidei, onde favellarono dottamente lo Spelmanno ed il Ducange ne' loro Glossarj. Ebbero per vero, seguitando l'autorità degli Storici Ettore Boezio e Giorgio Bucanano, che sì fatti Culdei furono antichi Monaci o Canonici Regolari di Scozia, i quali non del tutto ubbidivano, salvo la fede, a' precetti disciplinari del Pontificato Romano. Ciò bastò ad alcuni recenti Scrittori per crederli o Eretici, o seguaci dello Scisma de' Greci[124]; ed in tal qualità s'odono i Culdei predicare oggidì per inventori dell'Architettura Gotica e dell'ogiva od arco acuto, in odio dell'arco rotondo dei Romani Pontefici ed in dispregio di tutta la Romanese Architettura. Dell'ogiva parlerò più innanzi: ma priva di qualunque fondamento è l'opinione, che attribuisce ai Culdei di Scozia d'aver creato un'Architettura inimica della Cattolica; la medesima, cioè, che si sparse tosto in tutta l'Europa Cattolica e divenne cara per molti secoli ad infinite generazioni di Vescovi, di Sacerdoti e di Monaci, ossequiosissimi a' Pontefici Romani. E poi che aveano di comune co' Pontefici le mura di Merida o di Toledo e dell'altre Città de' Visigoti; che aveano di comune co' Pontefici di Roma i loro Castelli e Palagj con tutto il resto degli edifizj militari e civili di ogni sorta?
Io non nego, che San Colombano, uscito dall'Ibernia, scritto non avesse alcune acerbe parole contro la Catedra di San Pietro, da me non taciute nel Codice Diplomatico Longobardo[125]. Ma e' le scrisse per Cattolico zelo, ignorando nella sua qualità di straniero i fatti; e la Romana Chiesa onora nel numero de' suoi Santi questo insigne fondatore de' Monasteri di Lussovio (oggi Luxeu) nel Regno de' Borgognoni, e di Bobbio nel Regno d'Italia; di Bobbio, che tosto divenne l'asilo d'un gran numero di virtuosi e dotti uomini dell'Ibernia. San Gallo, San Deicolo, San Romarico, Autori di famose Badie, furono Monaci, non Culdei, di Lussovio, ed ebbero gran numero d'imitatori nel settimo secolo, i quali tra' soli Monti Vogesi verso l'Alsazia, in uno spazio non maggiore di quarantacinque leghe, costruirono, afferma lo Schoepflin[126], un circa settanta Monasteri di Canonici Regolari e di Religiosi dell'uno e dell'altro sesso. I loro edificj si giudicarono ammirabili opere dallo stesso Autore, per l'ampiezza delle loro moli e per la bellezza delle lor forme; donde poi sursero, nè ciò increbbe a' Pontefici di Roma, un numero infinito di Ville, di Rocche, di Vici, di Castelli e di Terre[127].
Più singolare può credersi l'altra opinione[128], la quale confonde gl'intendimenti de' Culdei con le dottrine Architettoniche d'alcune Consorterie di Laici, Operatori ed Architetti, che usarono un linguaggio arcano fra loro, ed ebbero una particolar Gerarchia col divieto di svelare a' profani la regola dell'arte loro e de' lor computi Matematici. Lunghe fatiche si son tollerate in Germania e' non ha guari per persuaderci, che la Gran Carta di sì fatte Consorterie Laicali si compilò in Inghilterra, e propriamente nell'anno 926, al tempo di Guglielmo Lungaspada e di Riccardo I. Soggiungesi, che un cotal Documento Anglo-Sassonico, disteso nell'Eboracense città, ovvero in York, si conserva tuttora in Londra[129]. Che che sia di sì fatta Scrittura, che io non lessi e della quale non posso dar giudizio, ella non distrugge certamente le Storie dell'Architettura Gotica Oltredanubiana, da Zamolxi fino a Deceneo e ad Ulfila; non distrugge le Storie dell'Architettura in Ispagna e nella Gallia Gotica. La compilazione, vera o falsa, del 926 non potè dunque non esser l'erede necessaria d'un qualche precedente Sodalizio, dal quale in più remota età si lavorò un qualche Trattato d'Architettura: e, se congregaronsi Consorterie Architettoniche nel decimo secolo di Gesù Cristo, elle non furono più antiche sì de' Collegj dei Fabbri presso i primitivi Romani e sì degli altri de' Maestri Comacini presso i Longobardi. Simili Sodalizj formavansi non solo per le ragioni di ciascun'arte, ma eziandio per soccorrersi a vicenda nelle varie occorrenze della vita; e soprattutto nelle spese de' funerali, come il Mommsen[130] a' nostri dì vien dimostrando in quanto a' Romani. Anche oggi pei medesimi fini d'aiutarsi reciprocamente con carità religiosa vi sono le così dette Congregazioni Spirituali dell'Arti nel Reame delle due Sicilie. Gli stessi modi, credo, si tennero da' Collegj degli Architetti Visigoti di Spagna prima della venuta degli Arabi nel 711, e fino al duodecimo secolo nella Gallia Gotica.
Non veggo perciò come si debba creder nuovo nel 926 l'essersi formate o no alcune Consorterie non solo di Culdei Ecclesiastici, ma d'Architetti Laici; e come gli uni e gli altri avessero potuto essere trovatori d'un'Architettura, non mai più veduta dianzi, per contrapporla con insolito ardire a quella tenuta in pregio dai Pontefici Romani. E poi, qual maraviglia, che parecchie Consorterie giurassero di non comunicare a niuno il magistero dell'arte loro? Che altro essi faceano se non quello che sempre s'è fatto e si fa e si farà in tutte l'Officine dell'arti e de' mestieri, anche oggi che in molti paesi d'Europa s'abolirono per Legge i Collegj d'arti e mestieri? Non v'ha più giuramento del segreto, è vero; ma il privato interesse in ogni Bottega di vini o di zolfi o di ferri sa custodire assai bene a' nostri giorni le tradizioni e le pratiche della sua industria, per nascondersi agli emuli e difendersi contro gl'imitatori. Del rimanente, io non ignoro, che i costumi erano assai più feroci nel Medio-Evo, e che allora un segreto violato aprir potea più agevolmente le vie alle stragi ed al sangue, come si narra essere avvenuto nel 1099 a Corrado, Vescovo d'Utrect, il quale rubò al giovine Pleber le sue formole intorno al gittar le fondamenta d'una Chiesa (arcanum magisterium), e fu per vendetta ucciso dal padre del giovine. Tralascio i paurosi racconti, che si fanno sopra Erwino di Steimbach, autore d'una delle Torri di Strasburgo nel secolo decimo quarto.
L'arcano linguaggio degli Operatori d'un'Architettura, che pretendesi allora nata verso il 926, è un gran fenomeno agli occhi di chi giudica essersi, mercè un segreto inespugnabile, propagata in tutta l'Europa Cattolica l'arte da noi detta oggi Gotica. Quella, che noi chiamiamo così, non vuole attribuirsi a' Visigoti; gente barbara ed ignorante, la quale non edificò giammai se non alla Romana, e, sto per dire, secondo i precetti di Vitruvio! A questo modo ragionano i presenti Storici dell'Architettura, ignorando tutta la Storia Oltredanubiana de' Visigoti da un lato, e dall'altro affannandosi per rintracciar nelle Consorterie de' Culdei o degli Architetti Laici tutto ciò che si trova in quella Storia molti secoli prima del 926. Somigliano tal sorta di Storici a chi con grande smania vada cercando gli occhiali, ch'egli avea già sulla fronte.
Quel gran fenomeno del linguaggio arcano è un fatto non molto dissimile all'altro d'essersi Riccardo I condotto da Roano in Baieux per parlarvi la Lingua Dacica. Perciò i Visigoti di Spagna e della Gallia Gotica, sebbene scrivessero in Latino, aveano pe' loro usi particolari[131] la Visigotica od Ulfilana Lingua in serbo; istromento ed arcano del Regno loro sì per tener desta la patria favella in mezzo a popoli di sangue diverso, e sì per non esser talvolta compresi da' Romani, sudditi non sempre fedeli. Negli eserciti d'Alessandro il Grande, composti di molte nazioni, la sua Macedonica favella era divenuta il privilegio del minor numero; ed egli stesso il Re non l'adoperava che in alcune rare occorrenze, avendo sempre il Greco illustre fra le labbra. E però, volendo ammazzar Clito, gridò contro lui all'armi nel dialetto dei Macedoni, chiamando a sè i Portatori di targhe; l'uso del quale dialetto, nella sua bocca era divenuto, scrive Plutarco, il segno e quasi un simbolo di qualche gran turbazione. I discendenti di quei Bulgari d'Aleczone, i quali furono dal Re Longobardo Grimoaldo collocati verso l'anno 667 nelle vicinanze d'Isernia e nel tratto, che oggi chiamasi Provincia di Molise nel Reame di Napoli, vivono ancora negli stessi luoghi, ove sopravvennero alcuni stuoli di Schiavoni o Slavi al tempo del Re Ferdinando I d'Aragona. Son tutte popolazioni bilingui, ed ora si veggono pubblicati dal Professor De Rubertis, nato nella Provincia di Molise, alquanti brani delle popolari canzoni, solite a cantarsi nel primo di Maggio presso i nipoti e pronipoti degli Slavi[132]. Ma chi, senza una tradizione, potrebbe percepirne il significato?
L'Architettura e le Matematiche nel Medio-Evo non s'insegnavano dalle Cattedre, come oggi fra noi ma o ne' Monasteri o nelle Consorterie Laicali degli Architetti. Non solevano in quel tempo disgiungersi la scienza e la speculazione dall'operare. Nè si disgiunsero così ne' Collegj de' Comacini come in quelli de' Fabbri di Roma; non si disgiunsero in più antica età presso i Visigoti, quando essi edificavano di là dal Danubio, e quando poi edificarono in Ispagna e nella Gallia Gotica. Sì agli uni e sì agli altri Visigoti dovè tornar necessario un qualche Sodalizio d'arti e di mestieri, e soprattutto d'Architetti e muratori. Da qualcuna di sì fatte Consorterie uscirono per aventura gli Operatori della Mano Gotica, chiamati nel 534 da Clotario I in Roano; e non saranno stat'i soli, che vennero nel Regno de' Franchi di Neustria. Dopo la predicazione di San Bonifazio nella Germania di Tacito, poterono alcuni di sì fatti Visigoti esservi chiamati a costruir le Città e le Chiese, come certamente chiamati vi furono i più vicini Comacini d'Italia e come i Monaci Cattolici, di qualunque nazione si fossero, v'andarono, sì per propagarvi la fede Cristiana e sì per farvi costruire le Badie di Fulda e di Corbeia e tante altre splendidissime. Il linguaggio di tutti costoro in principio non si comprendea dai Germani di Tacito; semplicissimo fatto, sul quale di poi s'inventarono tante favole intorno a' Culdei ed agli Architetti Laici del Medio-Evo, non che all'arcano lor favellare.
XXVIII.
La Dacia confinante con l'Alania, donde si partì Rollone, Duca di Normandia, ebbe o no alcuni di sì fatti Collegj? Sembra, che avesse dovuto averli; ma chi può dirlo con certezza? Se gli ebbe, i primieri costumi della piraterìa di Rollone fan credere, ch'egli non si fosse curato di portar Architetti sulle sue velocissime navi e la brevità del suo Ducato dopo la sua conversione al Cristianesimo non gli permise forse di chiamarne dalla sua Dacia nativa e dal Danubio. Ma volendo Rollone fabbricare una qualche Chiesa od un qualche Palagio, non vedeva egli la Mano Gotica di Sant'Oveno in Roano? E non dovea egli esser tentato di chiamar Visigotici anzichè Romanesi Architetti?
Riccardo I. non solamente volle, che la Storia de' suoi Daco-Geti Normanni, al tempo della loro idolatria, si scrivesse da Dudone di San Quintino; ma vivi serbò nella sua mente i concetti dell'Architettura Oltredanubiana di que' Daco-Geti. Gli piacquero innanzi ogni cosa ne' Tempj l'elevazione, che chiamerò Visigotica, ed il pensiero di circondarli con le Torri. Stando egli un giorno sulle soglie del suo Normannico Palazzo di Fecampo, vide in qual maniera questo vincesse nell'altezza l'opposta Chiesa della Trinità; e tosto mandò per un Architetto, al quale impose d'alzar la nuova Chiesa cotanto, ch'ella superasse le mura sì del Palazzo e sì della città. Il nuovo Tempio, ricco di Torri come quello di Santa Eulalia in Merida, non tardò a levarsi maestoso nell'aria, con due file d'archi: »Delubrum MIRAE AMPLITUDINIS, hinc inde Turribus praebalteatum, dupliciter arcuatum et de concatenatis artificiose lateribus DECORAE ALTITUDINIS CULMINE... Intrinsecus depinxit historialiter[133]». La Casa di Dio, disse Riccardo I., dee superare tutte le sommità d'ogni altra fabbrica.
Notgero, Vescovo di Liegi, a' giorni di Riccardo I., riedificò nella sua città la Basilica di San Lamberto, della quale si conserva l'immagine nelle Lamine, descritte dopo il Dittico Liegese dal Wiltheim[134], ove tutti possono scorgere il Gotico artificio delle Torri e de' molti angoli, compagni di que' della Chiesa di S. Tirso d'Asturia. Non è questa, esclama il Wiltheim, non è questa l'Architettura da noi chiamata Gotica? »Vidisti in singulis tabellis tria FASTIGIA ACUMINATA, et sub unoquoque horum singulos ARCUS ACUTE ANGULOSOS, genus structurae a Vitruviana seu Romana Graecave veteri longe diversum: vulgo Gothicum hodie appellant». In tal guisa, gli esempj della Mano Gotica di Roano si veggono passati dalla Normandia in Liegi, appartenente al Regno de' Franchi d'Austrasia. Un esempio più illustre diessi nella stessa Normandia da Riccardo I. quando egli cominciò nel 966 a costruire un Monastero sul Monte S. Michele. Ottenne dal Pontefice Romano Giovanni XIII. e da Lotario, Re de' Franchi, grandi privilegj pel grandioso edificio, collocato su quella marina rupe[135], ma le fiamme lo consumarono, ed il nuovo Duca Riccardo II. lo ricostruì nel 1022: della quale ricostruzione il Mabillon[136] pubblicò le figure. Ivi si ravvisano agevolmente le forme dell'Architettura Gotica, e l'elevazione aerea delle mura, che n'era il principal distintivo. Non leggo in niun Documento, che Riccardo I. e Riccardo II. avessero chiamato sul Monte San Michele a lavorare alcuno de' Culdei o degli Architetti Laici di Scozia e di Inghilterra; ma la Cronica del Monte San Michele[137] ci assicura che nel 966 e nel 1022 gli Abati di quel Monastero, Mainardo e poscia Ildeberto, ne furono gli autori: Monaci entrambi, ed entrambi Cattolici.
Orderico Vitale, il quale nacque nel 1065 e fu Monaco di Santo Ebrulfo in Normandia, dove mori nel 1141, parla d'un celebre Architetto delle Gallie a' giorni di Riccardo I e del suo uterino fratello Rodolfo, Conte d'Ivry e di Baieux. Chiamavasi Lanfredo; ed Albereda, moglie d'esso Rodolfo, pregollo di fabbricare in Baieux una Torre. Questa riuscì famosa nelle guerre di Normandia (Turris famosa, ingens, munitissima[138]): un sinistro romore intanto si divolgò, che Albereda fatto avesse mozzare il capo a Lanfredo, acciocchè mai più egli non costruisse di simiglianti lavori per alcuno[139]. Lo stesso lagrimevole fine attribuiscasi all'Architetto della Meclenburghese Badia di Dobberano, e ad altri; atroci fatti, pe' quali gli Architetti e simili Operatori dell'arti si teneano più stretti ne' loro particolari Collegj, e si circondavano di misterj, occultando la pratica dell'arte loro, ed ogni procedimento Matematico.
XXIX.
Mentre Riccardo I edificava sul Monte San Michele, i Visigoti della Gallia Gotica non aveano perduto il godimento, pattuito nel 759 col Re Pipino, del Fuero-Juezo, nè l'esercizio dell'antica loro Architettura Gotica. Nelle loro contrade s'erano stabiliti non pochi Franchi, viventi a Legge Salica; ed i Romani del decimo secolo erano da lunga stagione rientrati nel possesso del Breviario Alariciano, abolito nel settimo da Cindasvindo in Ispagna; del quale riacquisto sopravanzano luminose memorie ne' Placiti e nelle donazioni del 918, 935, 942, 949[140]. Ecco tre Leggi diverse nella Gallia Gotica: nondimeno presso que' Romani e presso quei Visigoti s'insinuava sempre un qualche uso de' Franchi dominatori; e non di rado nelle due lingue, Ulfilana e Latina, si faceva un qualche innesto d'alquante Germaniche voci. Già negl'Istromenti Visigotici del decimo secolo si vede introdotto il costume dei Feudi: ma il vocabolo Allodio, della Legge Salica di Clodoveo, divenne frequentissimo fra' Visigoti, sebbene se ne fosse voltato il senso a dinotar le possessioni libere di qualunque dritto feudale.
L'essersi cominciati gli ordinamenti de' Feudi a propagare più o meno rapidamente fra' Visigoti non tolse a costoro il lustro della loro schiatta, ed essi conservarono la più gran parte delle ricchezze, mercè le quali si facevano tuttodì a fabbricar volentieri un numero, che talvolta sembra favoloso, di Monasteri e di Chiese. Le donne Visigote andarono innanzi ad ogni altro in questo arringo d'Architettura Sacra; le donne, a cui erasi propizio il Fuero-Juezo; e massimamente in una Legge del Re Cindasvindo[141]. Niuno impaccio ad esse recavano il Mundio perpetuo, de' Longobardi, nè il Reippus[142] stabilito contro le vedove da Clodoveo, e rinfrescato dopo tre secoli da Carlomagno nella Legge Salica[143].
E però due donne illustri, senza il consentimento d'alcun tutore o Mundualdo, fecero una larga distribuzione de' loro Allodj e de' loro servi a pro di molti Monasteri e di non pochi Laici. Nel 26 Febbraio 960 la Contessa Berta, moglie del Marchese di Gozia, Raimondo I, conferì, senza interrogarlo, una gran copia di Allodj e di servi al Monastero di Monte Maggiore, nuovamente fondato vicino ad Arles in Provenza. Disse voler donare tutto ciò che per le Leggi erale toccato in sorte nel Regno di Gozia (in Regno Gociae[144]) sul retaggio di suo zio Ugo di Provenza, il quale dianzi era stato Re d'Italia. In pari modo, nel 977[145] e nel 990[146], Adelaide, Viscontessa di Narbona, scrisse due testamenti, profondendo i suoi doni alla sua famiglia ed a' suoi amici. Non meno generosa mostrossi verso i Monasteri; fra' quali non dimenticò l'Anianense di San Piero in Cauna, e quello proprio di Aniana.
Poco appresso, nel 1002, celebrassi un Placito insigne, ove Gausfrido, Abate di Santo Ilario di Carcassona, vinse una lite contro Arnaldo, Visconte di quella città, coll'allegare in suo favore la Prima Legge del Libro Quinto delle Visigotiche, ossia del Fuero-juezo[147]. Nella stessa guisa, essendo già innoltrato l'undecimo secolo, Adelaide, figliuola di Pietro Raimondo, Conte di Carcassona, rinunciò ad ogni suo dritto su' Feudi e sugli Allodj di quella Contea (Feva et Alode) in favore del Conte di Barcellona, senza l'intervento d'alcuno, e sol per effetto, com'ella disse fin dal principio, delle facoltà concedutele dalla Legge Sesta, Titolo Secondo, Libro Quinto della Lex Gothorum. L'istromento si scrisse in Agosto 1070[148]: testimonio certissimo della vita nazionale de' Visigoti fino a tutto quel secolo nella Gallia Gotica: ma ben presto in quella medesima Provincia ed in tutto il resto delle Gallie, verso i principj del duodecimo, l'intelletto Latino trionfò, cacciando in fondo sì le Leggi del Visigotico Fuero-Juczo e sì le Saliche de' Franchi, non che degli altri popoli Barbari. Con queste disparvero tutti gl'istituti Germanici del guidrigildo, e cessò la lunga onta della stirpe Romana, la cui vita si tassava da Clodoveo e da Carlomagno una metà meno della vita d'un Franco.
Diasi ora uno sguardo indietro, e si vegga quel che nel nono secolo fecero i Visigoti Spagnuoli del Regno d'Oviedo, i quali viveano parimente col Fuero-Juczo. Don Ramiro, succeduto al Re Alfonso il Casto, avea nell'846 vinto i Mori, che ardirono chiedergli la rinnovazione dell'annuo tributo di cento donzelle Cristiane; e tosto con le spoglie tolte a' nemici fabbricò nelle vicinanze d'Oviedo un Tempio alla Vergine Maria, il quale sussistea tuttora nell'età del Mariana. Ma poco elegante sembrò allo Storico illustre quell'opera, essendosi veduto quanto egli avesse in dispetto le fabbriche d'Architettura Gotica; uso ad ammirar solamente l'arti de' Greci e de' Romani: »EXTAT, egli dicea, structurae genere ac totius operis IN PAUCIS ELEGANTISSIMA[149]». Nè belle sarebbero parute al Mariana, se si fossero, come questa, conservate fino a' suoi dì le primitive fabbriche di Compostella e l'altre de' Re Visigoti d'Oviedo; cioè, da Don Ramiro fino ad Ordogno II. Costui prese nel 918 il suo regio titolo dalla città di Leone, dopo averne scacciati gli Arabi. Cessò allora la gloria di Oviedo, e le Chiese d'Alfonso il Casto andarono a male, del che si doleva fortemente lo stesso Mariana[150].
XXX.
Un nuovo moto frattanto si facea sentire in Europa nel decimo e nell'undecimo secolo al proposito dell'Architettura Gotica. Ella mutò spesso i sembianti, ma senza perder giammai le particolarità, che la distinguevano dalla Greca e dalla Romana: e però ella s'udì sì variamente giudicata ne' varj secoli; tenuta in alcuni per bella e maravigliosa, in altri per pazza e deforme. Io toccherò d'alcune costruzioni principalissime dell'Architettura Gotica, prima in Normandia, poi nella Gallia Gotica e finalmente nella Germania di Tacito. Passerò indi al Settentrione d'Europa.
Rollone cominciò a fondare il mondo Gotico in mezzo alla Neustria. Guglielmo I non interruppe l'opera del padre; ma Riccardo I v'introdusse una specie peculiare di civiltà, che si diffuse in molti e molti paesi. Egli ebbe cari gl'ingegni, e parecchi uomini di gran fama si condussero in Normandia, fra' quali non giova ricordarsi di Lanfredo, che forse vi trovò una morte sì sventurata, per le mani d'una donna, soverchiamente ammiratrice della sua scienza. I nipoti de' pirati, ferocissimi compagni di Rollone, volgeansi ad arti più miti, quasi già consapevoli delle loro future conquiste. Quando essi erano padroni dell'Inghilterra, Lanfranco ed Anselmo vennero in Normandia, ove illustrarono la Badia del Becco; indi salirono l'un dopo l'altro sulla Sedia di Cantorbery, nella Provincia di Kent.
Intanto l'alta Basilica di Sant'Oveno continuava sempre in Roano a mostrar le sue forme di Gotica Mano, l'imitazione delle quali dovea distendersi e si distese così nelle Provincie della Neustria, rimaste in potere de' Re Franchi, come nell'Austrasia e nella Germania di Tacito. La Mano Gotica vi stette fino al 1042. Allora un uomo di sangue Dacico divenne Abate di Sant'Oveno; vo' dire Niccolò III, nato dal Duca di Normandia, Riccardo III; il quale Abate ristorò l'antica Chiesa del 534[151]; e non ristorolla certamente secondo lo stile Romanese. La Chiesa di Sant'Oveno fu indi consumata dal fuoco, e ricostruita nel quattordicesimo secolo in quel modo, che oggi si vede, con la sua magnifica Torre. Un'altra Cattedrale di Normandia prese nell'undecimo in Contances ad emulare le proporzioni del primitivo Sant'Oveno, ma ebbe tre Torri, condotta nel 1048 al suo compimento[152]. San Pier sulla Diva s'annoverò eziandio tra le fabbriche non Romanesi di Normandia: Monastero fondato nel 1046 da Lescelina, Vedova del Conte Guglielmo, il quale nacque dal Duca Riccardo I[153]. L'aura dell'Architettura Gotica presso i discendenti de' Daco-Normanni venuti con Rollone si fa sentire anche al Ramée, quantunque preoccupato dalle sue opinioni sulla scienza e sull'ubiquità de' Culdei[154]. Ma l'Architettura Gotica non fiorì meglio che in Sicilia, per opera di que' Daco-Normanni: e non Romanesi (lo confessa ben anche il Ramée[155]) furono la Cattedrale di Palermo e la Cappella Palatina, le Chiese della Martorana, di San Cataldo e della Magione di quella città, non che le Cattedrali di Messina e Cefalù.
XXXI.
Gli stessi spiriti, che nell'undecimo secolo agitavano la gente dominatrice di Normandia, moveano, sì come ho già esposto, il petto de' Visigoti nella Gallia Gotica. Fulcrado, Vescovo della Visigotica città di Lodeve, uomo nobilissimo, avea due sorelle, che nel 975 donarono a Ricuino, Vescovo Magalonese[156], un oscuro podere o villaggio, chiamato Monpellieri, nel territorio di quella Magalona, che fu disfatta da Carlo Martello. Dal 737 in qua i Vescovi Magalonesi risedettero nel territorio della caduta città, e propriamente nel prossimo Substanzione o Melgueli; Castello, che ebbe i suoi Conti particolari, ma Franchi, e viventi a Legge Salica. Tale dicea d'essere il Conte Bernando (II) in una donazione del Novembre 985[157]: ma Ponzio, suo discendente, che nel 1109 divenne Abate di Cluny (alcuni lo dicono morto nella Napolitana Badia Cavense), affermava nelle sue Lettere[158] di essere uscito dal sangue di Vitizza, ovvero di San Benedetto Anianense, de' Conti di Magalona: parentela, che doveva essere vera per parte solo di donne, sì come argomenta lo Storico della Linguadocca[159].
In Substanzione adunque si trovava Ricuino quando fugli donato Monpellieri, che poi dovea divenire una cotanto famosa città. E la diè in feudo a Guidone o piuttosto a Guglielmo, che fu il Primo degli otto Guglielmi, Signori di Monpellieri[160]. Arnaldo, Successor di Ricuino, volle tornar nel 1037 a Magalona, e fe' sorgere intorno ad essa una città novella, ch'e' cinse con Muro e con Torri[161]. Edificò in oltre in Monpellieri la Chiesa di Santa Maria, per la quale generaronsi tosto aspre controversie tra' Vescovi Magalonesi ed i recenti Signori del nuovo feudo, che poco appresso al 1037 fu circondato eziandio d'un Muro e d'un Fosso. A troncar sì fatte liti, nella Primavera del 1090, rivolsero anche, fra l'altre cure, il pensiero i Padri del Settimo Concilio di Tolosa. I lor desiderj ebber l'effetto: e nel Decembre dello stesso anno 1090 si conchiusero, non ponendo in obblio le Mura ed il Fosso[162], gli accordi fra il Vescovo di Magalona e Guglielmo IV, Signore di Monpellieri. Otto fra' Vescovi, di quel Concilio, nelle lor sottoscrizioni presso il Martène[163], dichiararono d'appartenere le loro Sedi alla Gallia Gotica: Dalmazio, Metropolitano di Narbona con sette suoi Suffraganei; Matfredo di Béziers; Goffredo di Magalona; Pietro di Nimes; Pietro di Carcassona; Bernardo di Lodeve; Guglielmo d'Albi e Berengario d'Agde. Quest'erano le otto Diocesi, questi nel 1090 i confini della Gallia Gotica, sì tenera del suo Fuero-Juczo e della sua Liturgia Gotica, sotto l'ombra dell'Accomandigia co' Re Franchi.
Pur chi l'avrebbe allora temuto? Questa Liturgia, compagna necessaria dell'Architettura Gotica, fu sommersa quasi nell'anno seguente all'additato Concilio di Tolosa. I Visigoti d'Oviedo, i quali avean posta la regale stanza in Leone, conquistarono Toledo su gli Arabi: Toledo invano vagheggiata da' Cristiani per tre secoli. Alfonso VI se ne impadronì, marito della Francese Costanza di Borgogna; secondo i desiderj della quale fu salutato Arcivescovo di Toledo un Francese per nome Bernardo, mentre in Roma sedeva il Pontefice Francese Urbano II. Bernardo dunque, il nuovo Arcivescovo, intimò un Concilio in Leone, dove sopraggiunse un Legato di quel Papa, e decretossi, che s'abolissero le lettere dell'Alfabeto Visigotico, cioè dell'Ulfilano, per sostituirvi le Latine. Inanimito Bernardo prese a far guerra contro la Liturgia Gotica, e gli venne fatto di sopprimerla in pro della Romana: il che non avvenne senza gravi difficoltà; nè avvenne in tutt'i luoghi di Spagna, restituiti alla dominazione Cristiana. L'assenso d'Urbano II ed il favore della Regina Costanza procacciarono un grande incremento alla Liturgia Romana, la quale vinse alla fine in Ispagna: eppure il Cardinal Ximenes, a capo di molti secoli, dispose, che vi fosse nella Cattedrale di Toledo una Cappella, in cui alcuni appositi Sacerdoti dovessero cantar la Messa in certi giorni dell'anno secondo il Messale de' Goti[164]. La Provvidenza di Dio volle, che nell'Europa del Medio-Evo si formasse una compage di popoli, o favellanti o scriventi una medesima lingua. Urbano II ubbidiva senza saperlo ad altri decreti del Signore, i quali aveano posto Roma sopra tutte le genti, dispensando ad esse un comune idioma ed un comune Alfabeto Latino.
Maggior Concilio tennesi da Urbano II nel 1092 in Clermonte. Vi si predicò la doppia Crociata; l'una contro gli Arabi di Spagna, l'altra contro gli Arabi Oltremarini di Siria e di Palestina. I Cavalieri Cristiani accorsero al santo e nobile invito; alcuni verso l'Oriente, come fece ben presto, nel 1096, Guglielmo IV di Monpellieri; altri alla volta de' Pirenei, sì che in poco d'ora negli ultimi giorni di quel Pontefice cadde Valenza in potestà del Cid, e Gerusalemme nelle mani di Goffredo Buglione. Oggi ascolto, che nuovi Documenti or ora trovati danno del traditore a quel Cid; ciò che a me non importa d'investigare, contentandomi di sapere, che i Muzarabi ed i discendenti de' Goti di Don Pelagio vinsero nel nome del Cid, e lo celebrarono d'età in età ne' Poemi e nelle Canzoni del Romancero.
Qui torna la solita difficoltà, se la Chiesa di S. Maria, edificata nel 1037 in Monpellieri da un Vescovo Magalonese della Gallia Gotica, prima d'abolirvisi la Liturgia Gotica, fu di stile Romanese o Gotico? E se Gotici furono il Muro ed il Fosso, de' quali già si parla, come d'opere condotte al lor compimento, nella Carta del Decembre 1090, testè ricordata, di Guglielmo IV? A saperne il vero, mi piacque interrogarne due Architetti di Monpellieri, che pubblicarono un buon numero di Documenti, tratti dagli Archivj della lor patria. Sono il Renouvier ed il Ricard, i quali non ha guari scrissero un'Opera col titolo »Degli Artisti Gotici di Monpellieri[165]». Essi vengono dimostrando, ma senza conoscere quella Carta del 1090, che di stile Gotico fu il Muro ed il Fosso, costruiti dopo il 1037 in Monpellieri; che Gotica da' Documenti di quell'Archivio s'impara essere stata in principio l'incamiciatura della nascente città (Chemise Gothique): Gotiche le sue Torri e Torricelle[166]. Con Torri e con Torricelle certamente i Visigoti del 374 aveano alzato il Lungo Muro contro gli Unni di là dal Danubio. E però il Renouvier ed il Ricard, attribuirono il nome non di Romanesi ma di Gotici agli Architetti della loro città, da' quali s'edificarono quel Muro e quel Fosso, tra gli anni 1037 e 1090.
Già nel 1096, quando Guglielmo IV accingevasi al passaggio d'Oltremare, doveva esservi una Consorteria qualunque d'Architetti o di muratori e simili Operai, che cinsero Monpellieri con la Camicia Gotica, poichè questa Consorteria, cento anni dopo si ascolta portar il nome di Comune Chiusura in un Atto, con cui le si promettono assistenza e favore da un altro Guglielmo, Signore della città, nel mese d'Ottobre 1196[167]. Gotici adunque, giova ripeterlo col Renouvier e col Ricard, Gotici furono gli Architetti ed i muratori, che i Vescovi della Visigotica Magalona deputarono a rialzar la loro Sede primiera, ed a fabbricar Santa Maria di Monpellieri: Gotici, non Romanesi, gli altri Operai, che circondarono Monpellieri d'un Muro Gotico. Io non ignoro, che molte Chiese fabbricaronsi nell'undecimo secolo in Ispagna, nella Gallia Gotica e nella Normandia, secondo lo stile Romanese. Ma come si può negare in quel secolo all'Architettura, buona o malvagia, che i Visigoti aveano recato dal Danubio nell'Europa Occidentale, come si può negarle il nome di Gotica?
XXXII.
Or vengono i Tedeschi della Germania di Tacito, sì agreste fino a San Bonifazio, e cotanto povera ed aspra nel suo linguaggio fino ad Otfrido. Le sue prime costruzioni Cristiane delle Chiese o di pietra o di legno sembrano essere state Romanesi, perchè ho già confessato[168], che d'Italia v'andarono i Missionarj, ed anche i Maestri Comacini d'Italia. Ma i Visigoti della Gallia Gotica poterono parimente andarvi dopo alcun tempo: ed i Monaci della Regola di San Colombano, venuti dalla Burgundica Badia di Luxeu o Lussovio, recarono per avventura in Germania un qualche concetto, che non era del tutto Romanese, dell'Architettura. V'ha eziandio chi vuole, che un gran numero di Architetti Bizantini vi si tramutò nel decimo secolo pel favore della Greca Teofania, moglie dell'Imperatore Ottone II.: al che non saprei contraddire, dopo aver fatto un simil ragionamento intorno all'Architettura Gotica, diffusa nel Regno d'Austrasia dalla Gota Regina Brunechilde. Fra gli Architetti, che passarono in Germania, non si vogliono dimenticare gli usciti dalla Normandia, di qualunque nazione si fossero, nell'undecimo secolo, e soprattutto i Monaci Cattolici. Ainardo, nato nella Germania di Tacito, fu il primo Abate del Monastero di San Pier della Diva, ed il suo Epitaffio soggiunge, ch'egli edificollo con grande studio in Normandia (A quo locus iste... aedificatus ingenti studio[169]). Chi sa quanti altri Monaci Tedeschi si condussero prima del 1042 a studiare la Mano Gotica di Sant'Oveno, e poi ne trasmisero il desiderio alle lor patrie?
I discendenti de' Germani di Tacito cominciarono perciò ad invaghirsi delle non Romanesi costruzioni; e ben presto l'ogiva od arco acuto si vide apparire nelle loro fabbriche. Ogivale dicono essere stata la Cattedrale di Naumburgo, edificata nel decimo secolo, al tempo di Teofania Imperatrice: ogivali nel seguente secolo undecimo le Cattedrali di Minden, di Bamberga, di Goslar e d'Hildesheim. Lo stile dell'arco acuto poscia s'innalzò d'età in età fino all'altezza di quella rinomanza, che conseguirono le Cattedrali di Strasburgo e di Colonia; ma egli prevaleva già in tutta l'Europa, e l'arte de' Tedeschi piacque principalmente all'Italia nel quattordicesimo secolo. Una tanta e sì rapida fortuna indusse in errore quel famoso Alberto Durer, il quale, scrivendo il suo Trattato Geometrico nel sestodecimo, credè i suoi Tedeschi essere stati gl'inventori dell'ogiva, ed i primi, che la mostrarono al genere umano[170].
XXXIII.
Gotica oggi suol chiamarsi da noi l'Architettura, che ama gli archi acuti, ossia l'ogive: donde i più recenti Scrittori deducono, che ella debba denominarsi ogivale, non Gotica. Ciò non toglie, bisogna sempre rammentarlo, che dall'anno 412, in cui si stabilirono i Visigoti nelle Gallie Meridionali, fino al 1042, nel quale si ricostruì Sant'Oveno di Roano dall'Abate Niccolò III, non vi fosse stata in tutto l'Occidente d'Europa l'Architettura Gotica, ovvero la Mano Gotica, o con l'ogiva o senza l'ogiva: una Mano, cioè, Oltredanubiana e differente dalla Greca e dalla Romana. Ma come può egli dimostrarsi, che l'ogiva, la quale regnò in Sant'Oveno dopo la ricostruzione del 1042, non avesse regnato ivi fin dalla prima costruzione del 534? Non è egli più ragionevole, anzi non è egli necessario il dire, che l'ogiva si mostrò in Sant'Oveno fino dal sesto secolo di Gesù Cristo? Non era forse l'ogiva nel Medio-Evo creduta sommamente utile all'elevazione Visigotica del Tempio edificato da Clotario I. in Roano? Utile all'elevazione dell'altro, che poi s'innalzò dal Re Sisebuto a Santa Leocadia in Toledo? (Mirum opus, dicea Santo Eulogio prima dell'858[171], CULMINE ALTO). Nel caso presente, per una rara eccezione, il peso di provare, che non fuvvi l'ogiva in questi due Tempj e negli altri d'una grande altezza, fatti costruire da' Pilofori e da' Re Visigoti, si trasferisce in chi nega: ed a coloro, i quali affermano, basta il ricordare l'antichità dell'arco acuto. Questo non inventassi da niuno in un dato giorno, ma nacque coll'uomo, e trovasi così nelle vetustissime Città d'Italia (tali Arpino e Palestrina) come in Ninive, in Licia, in Gerusalemme, in Egitto ed anche nell'Oasi di Libia, senza parlar della Persia e dell'India.
Chi crederebbe ora, che il Ramée, uomo dotto, ricordi la Mano Gotica[172] di Sant'Oveno e l'opinione dianzi esposta[173] del Wiltheim sulla perpetua durata dell'Architettura Gotica, senza concepire il più leggiero sospetto intorno a Santa Leocadia del settimo secolo, ed all'Architettura Oltredanubiana, diversa dalla Greca e dalla Romana, in Ispagna? Chi crederebbe, ch'e' dichiari di non aver più antiche notizie sull'Architettura di Spagna e di Portogallo se non dell'essersi nel 1221 edificata la Cattedrale di Burgos[174]? Perchè non apriva egli le Storie del Mariana, e non consultava i Documenti del Florez?
Assai più inaspettata nella bocca del Ramée s'ascolta la sua confessione, che i Duchi di Normandia, nella loro qualità di guerrieri e di Laici, non edificarono se non secondo lo stile ogivale: per la qual cosa l'ogiva ricorre così frequente in tutta la Sicilia[175]. Ogivali dunque debbono sembrar necessariamente al Ramèe le costruzioni della Santissima Trinità di Fecampo e del Monte San Michele fin dal principio, cioè fino dal decimo secolo. Se poi la qualità di Laico chiarisce l'intenzioni de' Duchi di Normandia contro la Chiesa di Roma, e contro l'arco rotondo o Romano, dunque il Laico Riccardo I. cercava di levarsi contro Roma, quando egli chiedeva tanti privilegj per la sua nuova Badìa di San Michele In periculo Maris al Pontefice Giovanni XIII! Ed a fabbricarla deputava per l'appunto i Monaci del luogo!!! Ma di queste cose già ragionai[176].
XXXIV.
Altre vie tengonsi dal Beulé. A lui, salito in fama per le sue scoperte Archeologiche, venne veduta l'ogiva fin sulle Porte d'Atene; del che promette dare più speciali notizie. Di qui deduce, che gli Antichi ben conobbero l'ogiva, ma che l'ebbero a vile; sì ch'ella non apparisce se non per eccezione presso l'Antichità. Ma tali eccezioni si vanno tuttodì moltiplicando: e chi avrebbe sperato di scoprir l'ogiva tra le ruine di Ninive, in compagnia dell'arco rotondo? So l'ogiva si trovò in Atene, perchè non si dovrà trovare anche in Roma, comecchè Plinio e Vitruvio ne avesser taciuto? Il capriccio in pro dello forme straniere, l'esser sazj e ristucchi delle Romane, la corruzione del gusto e cento altre cagioni poterono aprir facile accesso all'ogiva su' Sette Colli. Nel 400 o 405 dell'Era Volgare, in un Dittico pubblicato dal Montfaucon[177], si rappresenta il Console Stilicone seduto sotto l'arco acuto d'una muraglia: nell'847 si scavò una Cappella ogivale in Subiaco. Simili eccezioni, risponderà il Beulé, non costituiscono lo stile ogivale. No, certo: ma egli, che col nome d'Antichi addita solo i Romani ed i Greci, non può nè vuole comprender sotto un tal vocabolo i Geti o Goti. Or come si dimostra, che i Geti o Goti avessero avuto lo stile ogivale in dispetto, così di là dal Danubio, come in Ispagna e nella Gallia Gotica ed in Sant'Oveno di Roano?
Qui si trovano a fronte due specie d'orgoglio nazionale presso i più illustri Scrittori della Francia d'oggidì. Gli uni, come il Vitet ed il Viollet le Duc, aspirano a voler dimostrare, che lo stile ogivale non è se non un trovato Francese: ciò che sarebbe vero, ma per opera de' Visigoti Ariani di Tolosa e della Gallia Gotica. Gli altri, come il Beulé, non solamente abborriscono lo stile ogivale, ma sperano lavar la Francia da ogni rimprovero d'averlo posto in atto per la prima volta. Questi sono i sensi d'un Discorso proemiale, recitato nel 6 Gennaio 1857, ove dal Beulé si tratta dell'insegnamento dell'Architettura. Il Laboulaye ne pubblicò alquanti brani, dicendo, che la questione ivi agitata sull'Architettura ogivale arde sopra ogni altra di tal natura nella nostra età[178]. In quel suo Discorso, il Beulé con nobile risentimento afferma, che i Francesi d'oggidì non sono Franchi, ma Neo-Latini: Latini per le leggi, pe' costumi e per la lingua. Son troppo cari simili accenti all'animo d'uno, che pose, come io feci, una parte della vita nel narrare i trionfi dell'intelletto Romano sulla barbarie dei Germani di Tacito, e sul guidrigildo minore, con cui essi offesero la razza Latina; ma i Geti o Goti, ch'eran diversi da' Greci e da' Romani, erano diversi altresì da que' Germani, e non conoscevano, quante volte dovrò ridirlo?, non conoscevano l'uso del guidrigildo.
La Storia dell'Architettura Oltredanubiana, recata nell'Europa Occidentale da' Visigoti, e assai più antica di quella, che racconta le vittorie dell'intelletto Latino sulla natura de' Franchi, de' Longobardi e degli altri Germani di Tacito: ed inutilmente il Beulé vien rammentando nel suo Discorso le voglie, ch'ebbe Carlomagno di farsi Latino. Fu questo un omaggio involontario di quell'imperatore alla grandezza del nome Romano: ma egli lasciò nella Legge Salica da lui emendata le tasse minori per le vite de' Romani, che non per le vite de' Franchi; nè prese a rialzare del loro civile avvilimento le generazioni Latine, tuttocchè facesse una grande stima del loro intelletto. Mi si perdoni perciò d'aver cercato d'opporre ad alcune moderne pretensioni Germaniche le memorie, omai vicine a spegnersi, dell'Architettura Gotica, le discipline della quale furono affatto ignote a' Germani di Tacito prima di San Bonifazio: mi si permetta d'invocar nuovamente gli studi, da me in altro luogo lodati[179], del signor di Boissieu, il quale s'unisce al Beulé nel proposito di non volere i Franchi per progenitori de' Francesi odierni della Provincia Lionese, ma i Romani ed i Borgognoni; que' Borgognoni, che incorporaronsi co' Goti e passarono all'esercizio dell'Architettura Gotica. Io nè voglio nè posso far confronti di sorte alcuna della bellezza ed eccellenza di questa con la bellezza ed eccellenza della Greco-Romana; ma ringrazio sinceramente il Beulé d'essersi collocato in Roma ed in Atene per contemplare a suo bell'agio i miracoli dell'arte Greca e Romana, sebbene il Laboulaye gli abbia domandato la permissione d'ammirar con occhio imparziale così lo stile ogivale della Cattedrale di Strasburgo, come gli archi rotondi nella Chiesa di San Paolo in Roma.
XXXV.
Gli archi rotondi son quelli, a' quali ora il Ramée ed il Vitet[180] con altri egregi Francesi, aventi sempre in mira lo stuolo degli avversari di Roma, danno il nome di Sacerdotali o Ieratici. E però io desidero sapere se Ieratici od ogivali furono gli archi voltati da' Goti nel 534 in San Pietro di Roano, quando quel popolo era tutto d'Ariani? Se Ieratici o Romanesi, dunque le loro diversità dagli archi ogivali non eran cagione della differenza, che passava tra l'Architettura Gotica e la Romana, ed in cento altri modi potea la prima separarsi dalla seconda, conservando gli archi rotondi, e non perdendo il nome giustamente dovutole di Mano Gotica. Se ogivali, sì come doveano essere perchè di tal natura furono dopo la ristorazione del 1042, dunque dello stile ogivale s'ha nel Tempio Rotomagense un esempio illustre fino del sesto secolo, senza esservi bisogno d'aspettare le Consorterie Laicali od Ecclesiastiche del 926.
Ma, secondo il Ramée[181], le dottrine Architettoniche, descritte nella Carta Eboracense del 926, risalgono all'antichità più alta: ed in quell'anno ardirono gli Anglo-Sassoni di York aspirare a ristorar la vetusta sapienza, per opporsi alle tradizioni Ieratiche de' Pontefici Romani. Or chi erano questi Anglo-Sassoni, se non popoli di Germania? Tali non nacquero gl'Iuti, che discesero insieme con essi nel 449 alla conquista d'Inghilterra, condotti dai fratelli Hengist ed Horsa. Sotto il nome di Iuti si comprendevano allora i Goti o Daci, che seguitando la fortuna d'Ermanarico degli Amali conquistarono la Iutlandia, ed ogni altra regione posta sulle rive Meridionali del Baltico, dando all'antica Dania o Danimarca il nome di Dacia, prima di spingersi nelle contrade oggi chiamate di Svezia e di Norvegia, ossia della Scandinavia. Queste s'acquistarono dopo la morte d'Ermanarico da' Goti, che vi fondarono la Vestrogozia e l'Ostrogozia; nomi, che ancor vi durano; ma quello di Dacia s'impose più tardi anche alla Provincia, che oggi dicesi della Scania in Isvezia. E però nell'età di Rollonde l'appellazione di Dacia si dilatava dalle rive del Danubio, e all'Alania fino all'Oceano Germanico. Già nella Storia narrai[182], che gl'Iuti od i Goti del 449 fermaronsi nell'Isola di Tanet e ne' luoghi dove sorge Cantorbery, la quale di poi accolse Lanfranco e Sant'Anselmo: Cantorbery, non lontana di Londra, è divenuta oggi la sede principale del recente Primato Anglicano. L'essersi uniti cogl'Iuti o Goti non tolse agli Anglo-Sassoni, che formavano il maggior numero di que' conquistatori, la lor natura Germanica, nè l'uso del guidrigildo, che durò in Inghilterra per molti secoli; ma il minor numero de' Goti comunicò modi più civili alle Germaniche genti, che abitavano in capanne agresti senza tegole e senza calce. Gl'Iuti o Goti del 449 tramandarono parimente all'idioma Germanico degli Anglo-Sassoni quel gran novero di voci Ulfilane, pel quale non dubitò l'Hikes[183] di scrivere, che l'Anglo-Sassone somiglia mirabilmente al Gotico del Vescovo Ulfila.
Poichè lo stile ogivale, a senno del Ramée, rinacque nel 926 fra gli Anglo-Sassoni, egli è costretto a doverlo senza più credere Gotico, ed insegnato a' Germani dagl'Iuti o Goti loro compagni nella conquista. Costoro fino all'età di San Gregorio il Grande professarono il sanguinoso e crudele culto, che comandava le quinquennali uccisioni, riferite da Erodoto, degli Ambasciatori da spedirsi a Zamolxi: culto riformato da Deceneo, che prescrisse a' Geti o Daci dirizzar Tempj e Cappelle in onor de' loro Ansi o Semidei e degli Eroi. Poscia patì altre Riforme, oscure tutte od ignote; ma celebre sopra ogni altra divenne, sebbene in mezzo alle tenebre più fitte, la Riforma d'Odino o Wodan, che l'armi e la Gotica predicazione diffusero prima nella Germania Orientale di Tacito e poi nella Scandinavia. Odino, sull'orme di Zamolxi, aprì all'anime de' guerrieri gli spazj eterei del suo Vahalla, in cui gustassero la voluttà di sempre uccidersi fra loro per rinascere a stragi novelle. Più atroci s'udirono i precetti di Thor, descritti dal Duca Riccardo I. e da Rodolfo d'Ivry a Dudone di San Quintino. Thor, Dio de' Geti o Goti[184], inacerbì la riforma d'Odino, e si fece adorare insieme con esso, ma in primo luogo, dai suoi Geti o Goti di Scandinavia: origini, delle quali trattai nella Storia[185], ma più copiosamente nella Tavola Cronologica[186], e che per lunga età produssero l'effetto certissimo d'essersi versato il sangue dell'uomo a torrenti. Poco dopo Dudone di San Quintino lo Scaldo Eilivo, figliuol di Godruna, compose il Poema del Thorsdrapa, ossia della Guerra de' Giganti di Thor: del quale Poema, nell'ultimo anno del secolo trascorso, il Thorlacio pubblicò alquanti versi[187].
Questa nondimeno di Thor fu l'antica Religione di Rollone. Prima di lui, Santo Ansgario d'Amburgo avea predicata la Cristiana in Isvezia, e propriamente in Birca, non lontana di Sigtuna, ove poi s'innalzò Stocolma. Egli morì nell'865; e Ramberto, suo discepolo, che ne scrisse la Vita, narra d'aver Ansgario trovato in Birca idolatra non pochi segni di civiltà e di commercio con infinite ricchezze (quod ibi essent multi negotiatores divites et abundantia totius boni atque pecunia thesaurorum multa[188]). Non so se fin da quell'anno 865 si fosse costruito in Birca il Tempio, denominato Upsal, che due secoli dopo già era famoso nel Settentrione d'Europa, secondo Adamo di Brema[189]. Questi, verso il 1080, ne trasmise alla posterità i più certi e minuti ragguagli; e già egli allora conosceva nella Scandinavia le due Provincie così della Vestrogozia come dell'Ostrogozia. Birca, dicea, s'appartiene a' Goti nel mezzo della Sveonia: »Birka est oppidum Gothorum in medio »Sveoniae[190]». In altro luogo dichiarava, che Svezia e Sveonia erano la stessa cosa: »SVEONIA vel SVEDIA[191]....»: e che l'Ostrogozia si distendea fino a Birca: »OSTROGOTHIA protenditur usque ad BYRKAM[192]». Or questa Byrka non era lontana dal Tempio Ubsola od Upsal: »Byrka est oppidum Gothorum in medio» Sveoniae, non longe a TEMPLO CELEBERRIMO..... UBSOLA[193]»; celebratissimo Tempio, che per la sua ricchezza dicevasi esser tutto d'oro (totum ex auro paratum), dove si veneravano, continua il Bremese[194], le tre statue di Thor, di Wodan od Odino e di Fricco. Il pensiero d'imprigionar gli Dei fra le pareti e d'alzar loro un simulacro sarebbe sembrato infame ad un Germano di Tacito.
La celebrità del Tempio Upsal vicino a Birca nel 1080, ed il concorso di varj popoli non Germanici per celebrarvi alla fine di ogni nove anni le loro solennità, dimostrano la sua non recente costruzione. Di non minor celebrità godeva il Tempio di Letra o Leira (Lederum) nell'Isola Danese, oggi detta Selandia. Ditmaro di Merserburgo[195] (uscì di vita nel milledieciotto) narrava, che in Letra scannavansi novanta nove uomini (ma forse il novanta che precede, sta per un errore nel testo) con altrettanti cavalli e cani e galli: orridi riti Zamolxiani; ma il periodo quinquennale dell'uccidersi, con molti strazj, gli Ambasciatori a Zamolxi s'era mutato in quello di nove anni.
Con lo stesso intervallo di nove anni, s'ammazzavano in Birca nel Tempio Upsal nove capi d'ogni animale maschio, non escluso l'uomo. Questi sono i racconti d'Adamo di Brema[196]; il quale riferisce in oltre, che gli umani cadaveri si appendevano con quelli de' cani, ludibrio a' venti ed alle pioggie, agli alberi di una sacra foresta. Il numero nove, ripetuto in Letra ed in Birca, delle vittime alla fine d'ogni nono anno, sembra da un lato essere il prodotto d'una qualche superstizione Pitagorica o Zamolxiana; e dall'altro ci chiarisce, che uno era il popolo Gotico, una la Religione di quelle due Città. Enea di Gaza, nella seconda metà del quinto secolo Cristiano si trovava in Costantinopoli, ove ascoltò che intorno alle rive del Danubio v'era tuttora un residuo di Geti Zamolxiani, da' quali s'uccidevano ancora i più nobili personaggi fra essi; ciò che si faceva, secondo il parere d'esso Enea[197], per mandarli all'immortalità. Un tal residuo di Geti o Goti, sarà stato quello, che il Toppeltin[198], Storico non antico della Transilvania, dicea viver tutt'ora in quella Provincia nel decimo settimo secolo.
Maggior prova della natura Zamolxiana e Decenaica di questa Religione passata dal Danubio nella Dacia o Dania e nella Scandinavia, mercè le susseguenti riforme d'Odino e di Thor, si trova in ciò che Adamo di Brema ci tramandò intorno al culto prestato a' Semidei ed agli Eroi da' Visigoti e dagli Ostrogoti, concorrenti a Birca nel tempio Upsal. »Colunt et DEOS EX HOMINIBUS FACTOS, quos pro ingentibus factis immortalitate donant[199]». Ecco gli Ansi o Semidei, da' quali erano usciti Gapto ed Ermanarico degli Amali, e Teodorico, Re d'Italia.
Qui non mi porrò a riparlare della natura de' Geti o Goti, amica degl'incantesimi[200]. Nel Carmide, Platone[201] parlava di quelli d'un medico Zamolxiano de' Geti: ma Giuliano Imperatore[202] beffavasi de' loro estatici susurri e delle loro arcane parole, dette all'orecchio. Anche Adamo di Brema tocca delle libazioni d'ogni sorta, che facevansi nel Tempio Upsal, delle nenie, che vi si cantavano, e della divinità che attribuivasi agli alberi, ove s'erano i cani e gli uomini appesi[203]. Frattanto, un lungo e non interrotto commercio avea congiunto i Goti di Birca e di Letra cogl'Iuti o Goti della Iutlandia, i quali nel 449 si fermarono in Cantorbery: ma questi convertironsi prima de' Goti Scandinavici al Cristianesimo. Temo pur tuttavolta, non qualche uso di segreti mormorii (obmurmurationes) e d'altre vanità non fosse rimasto presso gl'Iuti d'Inghilterra, donde poi nacquero le confuse tradizioni dell'arcano linguaggio degli Architetti Laici del 926 e de' Culdei. Certo, il Ramèc non aspettava le conseguenze, che i fatti fin qui esposti mi danno il dritto di trarre; che, cioè, lo stile ogivale tenuto da quello Scrittore per una ristorazione Anglo-Sassonica, potesse in vece attribuirsi agl'Iuti o Goti di Cantorbery, mostratori dell'arte d'edificare agli Angli ed a' Sassoni. Costoro avevano abitato fin qui ne' tugurj e nelle capanne, ma videro altresì per la prima volta in Inghilterra l'Architettura degli edificj Romani. Da un'altra parte, questi medesimi Iuti o Goti, a' quali si comandava, per precetto della Religione Zamolxiana o Decenaica, di rizzar Tempj e Cappelle a' loro Eroi, accettarono, mi rincresce il dirlo, l'uso del guidrigildo, sì vivace presso i Germani; ma ebbero un guidrigildo uguale a quello degli Anglo-Sassoni, e però non ignobile, come l'altro imposto nelle Gallie a' Romani.
XXXVI.
Finalmente dopo l'età d'Adamo Bremense, il Cristianesimo rovesciò i funesti e rilucenti altari di Birca: nè il Valhalla rimase più in onore se non ne' Ritmi dell'Edda e nelle Saga d'Islanda. Or qual nome daremo se non di Gotico al Tempio di Birca? E quale all'Architettura sua se non di Gotica, fosse ogivale o no? Certo, quel Tempio non s'edificò alla Romanese, nè i Romani andarono giammai nella Scandinavia. Perchè dunque ad un'Architettura, che senza l'idolatria regnò nell'Europa Occidentale fra' Visigoti per tanti secoli, e per tanti altri con l'idolatria fra gli Ostrogoti ed i Visigoti di Birca, si contende il nome di Gotica?
Un secolo e mezzo era trascorso dall'anno, in cui scrisse Adamo di Brema, e questo nome non le si contendea. I Bagni edificati al tempo di Teodorico in Ravenna ritenevano ancora la denominazione de' Bagni de' Goti nel 10 Luglio 1169, in una Bolla del Pontefice Alessandro III.: »Monasterium Sancti STEPHANI ad BALNEUM GOTHORUM[204]». Gotica udivasi chiamar la Chiesa, edificata in Ravenna verso il 515 dal Visigoto marito d'Amalasunta, Regina Ostrogota: la sola Chiesa, onde mi riserbai di parlare fra tutti gli edificj degli Ostrogoti d'Italia. Nel 1254 si riformò lo Statuto Municipale di Ravenna, e si pose la pena di cinquanta Lire contro chiunque recasse danno alla Chiesa de' Goti: »Ne ECCLESIA GOTHORUM possit destrui, nec destruatur[205]». Se tutte le Città d'Europa imitato avessero un esempio sì degno, non sarebber forse perite alcune delle più antiche memorie dell'Architettura Gotica. Inutile tornò nondimeno quell'esempio, e vane riuscirono le nobili cure de' Ravennati per conservar la Chiesa Gotica, la quale a malgrado di tante cure, cadde nel 1457. Così comandarono i Veneziani, divenuti Signori di Ravenna. Lo Storico Spreti, che visse fin verso il 1474, fu presente alla caduta del Tempio Gotico, da lui amaramente rimpianto e lodato come un'opera insigne d'Architettura. I Veneti edificarono su quel suolo una fortezza, ch'ebbe assai minor vita, e che anch'ella cadde alla sua volta. »ADEST, egli scriveva, et GOTTHICUM TEMPLUM, quod GOTTHI, licet Arianae heresis labe infecti, sub S. Andreae nomine SUMMOPERE COMPTUM, et SUIS TUNC AEDIFICIIS ADMIRABILE construxere. Sed id nuper solo aequatum et funditus deletum vidimus; PRAECLARUM autem OPUS et multorum annorum labores arx munitissima, quae modo tanta Venetorum impensa erigitur, paucis nunc diebus absumpsit[206]».
Or chi potrà mai dubitare, che le sembianze della Chiesa Gotica fossero state diverse affatto da quelle d'ogni altra Romana di Ravenna? Senza di ciò, come avrebb'ella dovuto destar le sollecitudini de' Reggitori del 1254 a tenerla in piedi? Chi non vede, che la singolarità delle sue forme, con l'ogiva o senza l'ogiva, movevano la curiosità e l'ammirazione dell'universale? Non compariva ella tal Chiesa essere un Preclaro Monumento allo Spreti? Per affermare ch'ella non era di stile Gotico, e che però non vi fosse stato giammai un'Architettura Gotica nel mondo, bisognerebbe dimostrare, che i Goti Ariani la fabbricarono, pigliandone l'immagine da' Cattolici; e che gli altri Goti idolatri, Zamolxiani ed Odinici, portarono con loro l'effigie d'un qualche Tempio di Roma o di Ravenna in Birca.
Nè giova punto a chi nega d'aver i Goti o Cristiani od idolatri conosciuta una particolare Architettura, ch'ebbe in tutte le bocche degli uomini la denominazione di Gotica, il dire di non aversi dello stile ogivale al dì d'oggi Monumenti più antichi del decimo o del duodecimo secolo. Egli non si può mai abbastanza rispondere, che l'ogiva non era la sola fonte delle diversità infinite, le quali segregavano la Greco-Romana dall'Architettura Gotica. L'ampiezza delle Chiese, l'elevazione delle mura, le Torri, le Rose, le qualità de' fastigj bastavano a separar l'una dall'altra in quel modo che l'Architettura d'ogni popolo ad un tratto si distingue da quella d'un altro, agli occhi de' più ignoranti delle discipline Architettoniche; in quel modo, che i Tempj di Birca e di Letra si differenziavano da San Vitale di Ravenna, senza nessun magistero dell'ogiva. Che bisogno v'ha dell'ogiva per sapere che l'Architettura Cinese allontanasi dall'Indiana, ed ogni altra Europea od Affricana dall'Asiatica?
S'è già veduto[207], che pel Concilio Epaonense del 517 cadde o si trasformò un gran numero di Chiese Ariane del Burgundico Regno. Più vasta fu la distruzione delle Visigotiche in Ispagna per mano degli Arabi: l'antica Santa Leocadia più non sussiste sul Tago, ma in vece si vede su quel fiume una piccola Chiesa in onore di tal Santa, secondo i racconti dello Spagnuolo Arevalo[208]. Dove sono più gli edificj sacri e profani d'Alfonso il Casto in Oviedo? il Tempio di Letra fu distrutto dal Re Arrigo I in odio dei sacrificj umani: del che affettuosamente lo ringraziava Ditmaro di Merseburgo. La vittoria del Cristianesimo e la mano del tempo hanno successivamente disfatto nel Settentrione d'Europa non solo il Tempio cruento di Birca ma qualunque altro edificio sacro e profano de' Daci, de' Visigoti e degli Ostrogoti, sommersi nell'idolatria fino al decimo al duodecimo secolo: ma l'essere scomparsi quegli edificj dalla terra non concede il dritto ad alcuno di concludere, che que' popoli non ebbero una speciale Architettura, nè fecero alcun lavoro se non secondo l'arte de' Greci e dei Romani. Siano pure ignote quanto si vuole più le forme dell'Architettura Gotica sul Baltico e sul Mediterraneo, tra l'Alpi di Scandinavia e fra i Pirenei, ella tuttavolta vi fu; e non poteva non esservi per la natura delle cose umane, alla quale rispondono tutte le testimonianze della Storia e la continua durata del nome di Gotica dato nel 534, nel 1169, nel 1254, e nel 1457, in Ravenna ed in Roano, all'Architettura di quel popolo.
XXXVII.
Ma fuvvi ella mai l'ogiva nella Chiesa Gotica di Ravenna? Sì, certamente, rispondo senza esitare, quantunque sia perita una tal Chiesa, e che a me d'un Monumento, il quale piaceva tanto allo Spreti, non sia punto nota l'immagine allo stesso modo, con cui l'aspetto della città di Classe mi sta sotto gli occhi mercè un mosaico Ravennate del sesto secolo. Tutti possono contemplare una tal figura nel Fantuzzi[209]. Giorgio Vasari nondimeno, che nacque nel 1512 e che fu lungamente in Ravenna, dovè senza dubbio veder l'effigie della Chiesa Gotica: dovè anche vedere altre reliquie, oggi dileguate affatto, degli edificj di quella città, costruiti dai Visigoti d'Eutarico degli Amali; tra le quali potevano essere i Bagni de' Goti. Scriveva Giorgio Vasari nel 1550, ed in quel tempo e' diè alla luce per la prima volta le sue Vite de' Pittori[210], venticinque anni dopo la pubblicazione del Trattato Geometrico d'Alberto Durer. L'Architettura ogivale nel 1550 si chiamava Tedesca in Italia e tale era divenuta, sì come dissi, dopo il duodecimo secolo. Quale altro nome avrebbe meritato ella in Europa, quando già sorgevano le Cattedrali di Colonia e di Strasburgo? Tutta l'Italia chiamava gli Operatori Tedeschi: Laici, sì, ma che venivano ad esercitar l'arte loro, secondo gl'indirizzi ed i precetti di chi li chiamava, ovvero de' Vescovi e de' Monaci Cattolici.
Brunellesco finalmente aveva posto la Cupola in Firenze. Allora gli animi si voltarono all'ammirazione dell'arti Greco-Romane; allora i giudizj delle nuove generazioni dell'uomo si mutarono, e l'opere di Colonia e di Strasburgo parvero brutte. Io starò fermo nel proposito di non dar sentenza fra l'Architetture de' Greco-Romani, e così de' Goti come de' Tedeschi d'Alberto Durer; pur non so se Roma e l'Italia, dove abbondavano i più egregj Monumenti dell'arte Pagana, simili al Panteon d'Agrippa, fossero state le contrade più opportune a mettere per la prima volta in opera il Gotico pensiero del Duca Riccardo I, che l'altezza delle Chiese debba sopravvanzare la sommità d'ogni altra fabbrica. Ma quanto un tal pensiero, che fu ancor quello de' Visigoti di Sisebuto e dei Daco-Geti d'esso Riccardo I, seguitati da' Tedeschi, germogliò in Italia, non vi stette ozioso, e si videro le meraviglie dell'Architettura di Firenze, di Pisa e di tante altre Città, per non parlare di San Pietro in Vaticano.
Odansi ora le parole del Vasari, che non ebbe altri occhi se non quelli del Beulé per l'Architettura de' Goti e poi de' Tedeschi. »Ecco un'altra spezie di lavori, che si chiamano Tedeschi, i quali sono d'ornamenti e di proporzione molto differenti dagli antichi e da' moderni: nè oggi si usano per gli eccellenti, ma son fuggiti da loro come mostruosi e barbari; mancando ogni lor cosa d'ordine che piuttosto confusione o disordine si può chiamare, avendo fatto nelle lor fabbriche, che son tante che hanno ammorbato il mondo, le porte ornate di colonne sottili ed attorte ad uso di vite, le quali non possono aver forza a reggere il peso di che leggerezza si sia, e così per tutte le facce ed altri loro ornamenti facevano una maledizione di tabernacoli l'un sopra l'altro con tante piramidi e punte e foglie, che non ch'elle possano stare, pare impossibile ch'elle si possano reggere; ed hanno più il modo da parer fatte di carta, che di pietre o di marmi.
»Ed in queste opere facevano tanti risalti, rotture, mensoline, e viticci, che sproporzionavano quelle opere che facevano, e spesso con mettere cosa sopra cosa andavano in tanta altezza che la fine d'una porta toccava loro il tetto. questa maniera fu trovata da' Goti, che per aver ruinate le fabbriche antiche, e morti gli architetti per le guerre, coloro che rimasero fecero dopo le fabbriche di questa maniera, le quali GIRARONO LE VOLTE CON QUARTI ACUTI e riempierono tutta Italia di questa maledizione di fabbriche, che per non averne a far più s'è dismesso ogni modo loro. Iddio scampi ogni paese da venir tal pensiero ed ordine di lavori, che per essere eglino talmente difformi alla bellezza delle fabbriche nostre, meritano che non se ne favelli più che questo[211]».
Queste poche parole contengono la vera Storia dell'Architettura Gotica; e, come oggi dicono, la sintesi della Storia. I Goti dettero l'arco acuto a' Tedeschi, e questo da' Tedeschi tornò in Italia. Il Vasari, poco versato nelle Storie civili de' popoli, non pensò punto a' Visigoti, ma sì agli Ostrogoti: e così la brevità come la sicurezza delle sue affermazioni dimostrano sempre più ch'egli ebbe i disegni del Tempio Gotico in Ravenna innanzi agli sguardi. Certamente non furono le presenti parole del Vasari, che per la prima volta nel 1550 comandarono agli uomini di chiamar Gotico lo stile ogivale, quantunque il nome di Gotico non si legga in Leon Batista Alberti, ed in altri Scrittori, che parlarono dell'arco acuto. Questo silenzio procedette dal loro proposito di trattar delle ragioni dell'arte, non della sua Storia. E però, secondo il comune dialetto di Liegi, nel 1659 chiamavansi Gotici gli angoli acuti della Chiesa delineata nelle Lamine presso il Wiltheim[212].
Ed or si comprende, che la sintesi del Vasari contiene in se tutte le verità Storiche intorno all'Architettura Gotica, od ogivale. I più recenti Scrittori non fecero, che aleggiare intorno al vero, descrivendone a brani a brani chi l'una e chi l'altra particella: gli uni volendo che lo stile ogivale si mostrò in Francia dopo la caduta del Romano Imperio, senza pensare a' Visigoti ed a Sant'Oveno: gli altri, che l'ogiva fu nemica de' Cattolici, senza rammentarsi dell'Arianesimo de' Visigoti: alcuni altri ch'ella fu Anglo-Sassonica, non ponendo mente a' Goti dell'anno 449 in Cantorbery, non che a' Tempj di Birca e di Letra: ed altri finalmente ricordarono l'arcano linguaggio degli Architetti Laici, quasi per lunghi secoli non avessero i Geti o Goti usato nel Settentrione d'Europa il secreto idioma de' lor mormorii e susurri Zamolxiani.
Un altro insegnamento si ritrae dal Vasari, ed è ch'e' non confuse le stirpi de' Goti con quelle de' Germani di Tacito. L'Hickes pretendeva, che Ulfila i cui progenitori nacquero, per attestato di Filostorgio[213], in Cappadocia, fosse un Tedesco. Al che rispose il gran Leibnizio, che i Goti non furono un popolo Teutonico: »Quod doctissimus HICKESIUS novissime Ulphilam ad Francos, vel ad aliam TEUTONICAM GENTEM voluerit GOTHICA referre, credo quod sibi persuadere non possit Gothos fuisse adeo Teutones[214]». Gli Scrittori Tedeschi d'oggidì scrivono intorno all'Origini Teutoniche secondo la maniera dell'Hickes, non del Leibnizio. Un altro uomo dottissimo di Svezia venne aleggiando intorno al vero, senza raggiungerlo, ed anzi capovolgendolo, quando egli fece uscire Zamolxi ed i suoi Goti dalla Scandinavia per andare a predicare l'immortalità dell'anime nella Tracia. Parlo della famosa Opera di Carlo Lund, intitolata Zamolxi, ove dice: »Getas seu Gothos exisse e Scandia affirmant inter alia Scaldae, mores, litterae, sacra et leges patriae omnium antiquissimae[215]».
Simili errori sull'origini de' Geti o Goti e de' Teutoni o Germani di Tacito corruppero la Storia dell'Architettura per la confusione fatta delle due stirpi di popoli affatto diversi, e per la dimenticanza, in cui si posero il Tracio cenacolo di Zamolxi ed i fatti seguenti dell'Architettura Gotica Oltredanubiana, la quale nel 412 passò nelle Gallie Meridionali, e si diffuse in tutta l'Europa con una doppia corrente; l'una Visigotica da' Pirenei, l'altra non meno Gotica dall'Alpi di Scandinavia, da Cantorbery e dalla Normandia di Rollone il Daco. Più volte, il confesso, doverono mutarsi e rimutarsi le sembianze dell'Architettura Gotica nel corso di più secoli; ma ella non perdè mai le sue naturali condizioni d'Oltredanubiana, e però diversa dalla Greca e dalla Romana. Le sue varie trasformazioni ammisero un uso più o men generale dell'ogiva: e se questa trionfò nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo sull'arco rotondo, non perciò dee dirsi, ch'ella era incognita nel quinto e nel sesto a' Visigoti.
XXXVIII.
La Chiesa di Roma ottenne in ogni età questa lode, che avesse amato benedire e santificare, non distruggere i Tempj del Paganesimo. Lo stesso ella fece intorno alle Chiese de' Goti Ariani di Spagna e della Gallia Gotica, dopo la loro conversione al Cattolicismo nell'anno 587. Durante l'Arianesimo, ben dovettero i Visigoti usar l'ogiva in odio della Chiesa Cattolica e dell'arco rotondo, al quale si dia pur il nome di Sacerdotale o Ieratico. Nella Gallia Gotica, ove ho detto più volte che rimase un lievito d'Arianesimo, l'ogiva dovè più lungamente piacere a' Visigoti non convertiti. Roma intanto accettato avea e benedetto l'ogiva, senza curare il breve stuolo de' Visigoti ostinati nell'eresia. E ben videro i Pontefici Romani de' secoli seguenti, che l'ogiva era di gran sussidio all'elevazione Visigotica de' Tempj la quale innalza gli animi delle fragili creature verso Dio.
Le Storie intanto dell'Architettura si scrivono al dì d'oggi sopra il fondamento, che i Visigoti non ebbero arte d'alcuna sorte, e che lo stile ogivale nacque nel decimo e nel duodecimo secolo. Il danno maggiore, che deriva da sì fatta proposizione, consiste nell'impedire, che si facciano le più diligenti ricerche in Ispagna e nella Gallia Gotica per vedere se può scoprirsi una qualche reliquia delle fabbriche de' Re Atanagildo, Sisebuto, Vamba, Recesvindo, Ervigio, ed Alfonso il Casto, alcune delle quali sussisteano a' giorni del Mariana. La Gallia Tolosana e la Marca Ispanica, ossia di Barcellona, dovrebbero esplorarsi altresì per trovarvi una qualche rovina, od almeno un qualche indizio di quell'industria Gotica, della quale il Muro ed il Fosso di Monpellieri nell'undecimo secolo non furono certamente il primo tentativo. Da queste ricerche un nuovo lume apparirà nella Storia della Cavalleria Spagnuola, della lingua e letteratura dei Provenzali e della civiltà intera d'Europa.
FINE.