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Dal mio verziere

Dal mio Verziere.

Reading edition

Dal mio Verziere.

[Pubblicato la prima volta nella «Cordelia», giornale per le giovinette — Anno XI.]

Una donna soletta, che si gía

Cantando ed iscegliendo fior da fiore.

Purg. XXVIII.

Pochi accordi di preludio. Leggiadre signorine, siete pregate di far capolino un momento nel piccolo santuario dove penso e lavoro. Su quel mobiluccio d'angolo, guardate, fra la lucernetta antica e il ritratto di una diva da molto tempo dimenticata, c'è un modesto albo di felpa rossa che, poveretto, lascio sbadigliare settimane tra quei vecchiumi, dimenticato anche lui. Fu in un malinconico giorno di emicrania e di solitudine che mi ricordai del vecchio confidente, che lo attirai fra i cuscini della mia poltrona. Sulla prima pagina un nome e una data, scritti da una mano ventenne; poi altri nomi illustri, simpatici, italiani, e tutti, o quasi, della letteratura militante. I versi agili, mesti, spigliati, gentili si rincorrevano sulle nitide carte rettangolari dall'orlo luminoso, alternandosi a brevi prose trascritte da tutti i lati, capricciosamente. Fresca com'ero della lettura dell'ultimo libro di Corrado Ricci, la mente corse subito alle pagine più belle, a quei «due suoni disuguali d'acque cadenti che sembravano rispondersi.... Un gorgoglio limpido come un trillo di usignolo e un murmure più lontano, cupo, lamentevole... Sembrava un dialogo cantato in una musica indistinta ma carezzevole e soave». Così il Ricci; e questo io pensava scorrendo le liriche e le brevi prose. Due toni: il maggiore e il minore, i sorrisi e i sospiri nell'eloquio ugualmente dolce, iridato, melodioso. Qua e là gli stornelli costellanti il fondo, come fiori.

Allora, coi fiori, mi venne il pensiero della Cordelia primaverile, di voi, signorine, ed ebbi il desiderio di indugiare con voi nel mio giovanile verziere. Prima però debbo avvertirvi che le creazioni che incontreremo non sono sempre le migliori che uscirono dalla penna dei loro autori, ma sempre le più adatte a voi e quelle forse che voi medesime preferireste per conformità di sentimenti e di tinte, come io preferivo. Ancora: non ci troverete novità. Vari di quei componimenti li avrete letti dove li colsi, sulle strenne o sui giornali. Ma aggruppandoli intorno al nome dello scrittore ci daranno un profumo più distinto e più acuto, svelandocene la personalità; poi qualche sfumatura imprevista del pennello divino la troveremo sempre, non dubitate. Volete dunque? Sì? Muoviamo.

I.

Antonio Fogazzaro.

Il Fogazzaro, che il felice accenno a una reazione idealista tende ora a mettere di moda, è il genio delle nebulose. Il maggior fascino che emana dalla sua produzione è, a parer mio, quello stesso delle più aggraziate invenzioni della fantasia tedesca, nelle quali alla più bizzarra meraviglia si mesce sempre un sottile soffio di semplicità domestica e sana che rischiara e riposa. Non so se sia da preferire nello scrittore il romanziere o il poeta, e, anche sapendolo, mi parrebbe un'irriverenza boriosa il trinciar giudizi in questi scorci alla buona. Mi limito quindi a leggervi qualche verso o a farvi notare i differenti aspetti che ho osservato in lui. Mentre nelle più belle pagine di «Malombra», di «Daniele Cortis», dell'indimenticabile «Mistero d'un poeta» egli ci inebria dell'infinito e ci ravviva lo spirito sino a farci del corpo una specie di simulacro, e, lievi, purificati, gloriosi, ci scorta fino all'estremo lembo della terra, fin dove appare non più come un miraggio, ma già come una costa lontana il paese dove ogni desiderio si sazia e si tace, nelle sue poesie è di una determinatezza lucente e chiara sebben lievissima e dilagante, un po' troppo, anzi, qualchevolta. Ecco intanto un sonetto bellissimo:

IN SAN MARCO DI VENEZIA

Freddo è qual te il mio spirto, o cattedrale,

I tuoi mosaici misti d'ombra e d'oro

Somigliano i fantasmi ch'io lavoro

Del core nel silenzio sepolcrale,

Dove l'amor tace nascoso, quale

Il tuo di gemme inutile tesoro:

All'Ideal che spero, al Dio che adoro

V'arde sola una lampada immortale.

Talora per la tua porta che geme,

Entran lume di cielo, odor di mare,

Qualche figura taciturna e mesta;

Ed anche in me, talora, entrano insieme

Un folle arder vitale che dispare,

Un dolce viso tenero che resta.

Bisogna aver vagato estasiati dentro quel grande gioiello bizantino, bisogna averne avuto il cuore penetrato e la mente abbagliata sino all'emozione, per intendere tutta la sapienza gentile, la giustezza ideale della similitudine. Proprio così: ombra e oro, come una di quelle favolose tele rabescate, che le fate nascondevano in una nocciuola; ecco la trama lieve e tutta, direi, interna, delle creazioni di Antonio Fogazzaro, ordita nel mistero religioso del cuore, che l'arte sua rispecchia fedelmente. Anche là l'amore resta nascosto nel sancta-sanctorum dell'arca santa, tanto nascosto e tanto lungamente invisibile, che qualche volta le pene che soffrono le creature per lui ci sembrano solo l'incombere di un fato affannoso senza leggi e senza speranza di liberazione.

Nel piccolo albo trovo anche questa poesia che trascrissi, mi pare, da Valsolda. Qui riconosciamo un poco l'innamorato di Violet e qui la nota personale del poeta insiste con più evidenza:

. . . . . . . . . .

Mi grandeggia ne l'ombre de la sera

La vôta stanza. Fuor da ogni finestra

Nel chiaror de le nebbie il lago appare

Quale deserto, sconfinato mare.

Uscir vorrei per questo mar deserto,

Navigar solo, navigar lontano,

E, spenta la veduta d'ogni sponda,

Abbandonarmi a' miei pensieri e all'onda.

All'aperto uscirebbero i fantasmi

Che più gelosamente il cor nasconde;

Io sederei a poppa ed essi a prora;

Senza parlar ci guarderemmo allora.

Vi è del refrigerio in questa luce, in questa atmosfera, in questa solitudine in cui non regna che l'inganno innocente del sogno, d'un blando sogno. E che gentilezza la ricerca di quell'isolamento assoluto per immergervi l'anima, che nel suo geloso pudor di ninfea vuol esser sola coi segreti del suo amore! Quanti fra i nostri poeti contemporanei ci hanno abituate a queste raffinatezze del sentimento?... Essi che non esitano a cantarci in un sol libro gli occhi ora azzurri ed ora neri e le chiome ora bionde e ora brune del loro ideale femminile che non si sa mai quale sia.... Udite ora, tolto dall'Agave americana, questo frammento purissimo che si ravviva, come un marmo al sole, di una dolorosa mestizia umana:

Fuggono le stagioni

Senza frutto nè fior per la straniera;

Quando vien primavera,

Ride il bosco felice

Di lei, ridono l'erbe

Tremole per lo scoglio, i fiorellini:

Primavera le dice:

«Perchè non ami? Io passo».

Triste in silenzio,

Ella spiega il pallor de le ricurve

Foglie sull'ermo sasso.

Non sentite voi un blando eco leopardiano?

La Leggitrice par scritta apposta per voi, signorine. Per questo ve la dico, sebbene non sia fra le mie predilette.

Entro piccol volume ella leggea,

Oro nè avorio il libro non avea;

Aveva i sogni dell'amor gentile,

Pitture del novembre e dell'aprile,

Disegni di gagliarda fantasia,

Alterno il riso e la malinconia.

Illuminavan le pensate carte

Fulgor d'ingegno ed equa luce d'arte,

Ella leggea una pagina dov'era

Molle tepor di nova primavera.

Le nubi addormentate, l'aria cheta,

Gli augei migranti in alto ed il poeta.

In quei sogni perduta, in quel riposo,

Lo sguardo sollevò fisso, pensoso;

Da la man semichiusa e negligente

Uscì supino il libro lentamente.

Non è finita, ma io vorrei che finisse qui....

Ecco il Brindisi, poi passiamo oltre. È quello del «Mistero d'un poeta». Mi piace assai per una vita un po' insolita che vi palpita e che ci dà il cantore, come ringiovanito. È l'amore ideale fatto reale? È il vino biondo? Non si sa. Ma la corda vibra più risoluta e il poeta, finalmente, sorride:

A te, bionda fanciulla, io bevo il vino biondo Il riso del tuo sole, de' colli tuoi l'odor. Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

Bevo ed il vin divampami nell'estro suo straniero, Mi batte ed arde un nuovo cor di poeta in sen; Bevo e mi bacia un alito, un'anima, un mistero Che dal più dolce fiore della foresta vien.

Piccolo intermezzo in prosa.

«Qual cosa mai non appar bella ai poeti, ai musicisti, ai pittori che sognano e creano? Cadono d'intorno a loro le angoscie, abbattute dall'arte che somministra le candide pagine pel lavoro; e la mente, confinate le sue tristezze in remote regioni, s'illumina e s'innalza.

«.... E allora, la persona per cui si sospira e si soffre, resta come idealizzata, e l'affetto si fa più intenso, ma meno violento e disuguale, e si ama, si ama profondamente; e l'amore, anzichè turbare lo spirito, l'aiuta a lavorare, e lo fa qualche volta assurgere a grandi altezze. Scompaiono allora l'uomo e la donna, e fanno posto all'artista e alla Musa!»

Corrado Ricci.

II.

Gabriele D'Annunzio.

Certo per voi, signorine, il D'Annunzio non è che l'ami des vos amis. Voi non potete conoscere il D'Annunzio che per averne udito parlare dai vostri fratelli e dalle vostre mamme (i babbi hanno quasi sempre troppo da fare per confondersi con le Muse); tutt'al più qualche sorellina, sposa e mamma, avrà avuto la compiacenza di trascrivere per le più studiose di voi qualche rima di questo Apollo luminoso. Oggi faccio io la parte di sorella maggiore, ma non mi ringraziate troppo: vi assicuro che l'egoismo entra almeno per tre quarti nella mia amabilità. Il D'Annunzio è il mio idolo, e la lirica D'Annunziana ha sempre esercitato su me un fascino che somiglia alla magìa. Potrei leggere cinquanta volte quei versi, la cinquantesima mi trovo più entusiasta della prima. Immaginate dunque se mi faccio pregare ad abbarbagliarvi un pochino con il saettìo tentatore dei brillanti che posseggo! Verrà il giorno che li avrete anche voi. Ma per ora contentatevi dei miei: i diamanti, si sa, non sono per le signorine.

Gabriele D'Annunzio è l'artista squisito della parola. Il Gautier solo può essergli paragonato. La lingua maneggiata da loro acquista un pregio così alto e maraviglioso e impreveduto che ci dà lo stesso stupore di quei gran templi del Giappone fasciati d'oro fino o di quelle lussureggianti foreste tropicali piene di strani uccelli e di fantastica vegetazione. L'oro fino lo conosciamo anche noi, ma noi lo economizziamo per i gioielli; e le piante esotiche e gli uccelli dai vivi colori adornano la nostra casa, ma come una rarità. Eppure tutto fiorisce e sorride negli stessi elementi, sullo stesso pianeta! E quel terreno ch'è più ricco del nostro, quegli uomini che sono più avventurati di noi!... Il D'Annunzio profonde i suoi tesori di gemme, di profumi, di tinte con un fasto asiatico e con una raffinatezza parigina. Sfoglia a migliaia le rose, per dormirvi su, da sapiente Sibarita; e ogni secolo, ogni plaga, ogni arte gli dona l'essenza migliore di sè per deliziare i suoi sogni. Un aroma antico e prezioso ci viene così dalle sue carte, un misto di sacro e di profano come quei bei cuscini che le dame eleganti tagliano in una vecchia pianeta e profumano di viola e di mughetto. Ma guai agli imitatori! Il D'Annunzio non è imitabile, e i suoi seguaci sono come i petrarchisti, odiosi.

Intanto io mi dilungo troppo... perdonate. Bastava mettersi un dito alla bocca e dir come Panthea: List! spirits speak! — Zitto, parlano gli spiriti! — Noi, ascoltiamo:

SONETTO D'APRILE

Aprile, il giovinetto uccellatore,

a cui nitido il fiore

delle chiome pe' belli omeri cade,

ne 'l cavo de la man, come un pastore,

in su le prime aurore

ha bevuto le gelide rugiade.

Aprile, il giovinetto trovadore,

su le canne sonore

dice l'augurio a le nascenti biade;

i solchi irrigui fuman ne 'l tepore,

un non so che tremore

le verdi cime de la messe invade.

Ecco la bella! Ecco Isotta la bionda!

China, de la sua porta a 'l limitare,

ella stringe il calzare

a' piè che sanno i boschi. E il dì la inonda:

toccan la terra, a l'atto de 'l piegare,

i suoi capelli, in copia d'or profonda.

Oh, la faccia gioconda

che a pena da quel dolce oro traspare!

Ed ecco che io ripenso ancora una volta le rustiche e ridenti capanne delle fate dei boschi, di Violacciocche, di Smeraldina, le capanne di legno dalle finestrette inghirlandate di caprifoglio, dove i principi splendidi e mesti si riposano e si consolano di non aver raggiunto alla caccia le belle cerve bianche dalle corna d'oro. E proprio in qualche creazione D'Annunziana la natura che vi si riflette è quella ignota e romita delle fiabe e dei sogni.

Sentite questo strano Rondò in cui il giro dei versi e la continua assonanza delle rime fa davvero un ronzìo lievissimo:

Com'api armoniose

uscenti a 'l novo sole

per le felici aiuole

de' gigli e delle rose,

queste che Amor compose

delicate parole,

com'api armoniose

uscenti a 'l novo sole

su le chiome odorose

che Amor cingere suole

di sogni e di viole

spirino dolci cose,

com'api armoniose.

Ecco dalle «Rurali» una florida e imponente bellezza:

I SEMINATORI

Van per il campo i validi garzoni

guidando i buoi da la pacata faccia;

e, dietro quelli, fumiga la traccia

del ferro aperta alle seminagioni.

Poi, con un largo gesto delle braccia,

spargon gli adulti la semenza, e i buoni

vecchi, levando al ciel le orazioni,

pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.

Quasi una pia riconoscenza umana

oggi onora la terra. Nel modesto

lume del sole, al vespero, il nivale

tempio de' monti innalzasi: una piana

canzon levano gli uomini, e nel gesto

hanno una maestà sacerdotale.

Oh mia opulenta campagna latina! È te che penso, te che mi verdeggi innanzi alle pupille dell'anima, piana, regolare, monotona, grandiosa nell'altissimo silenzio degli accesi vespri sereni! Quanta pace mi ha dato sempre la dignità classica della tua terra! quante volte ho indugiato a contemplare i bovi aggiogati al magnifico aratro a dozzine, biancheggianti sulle zolle scure dai riflessi d'acciaio! Il sistro tinniva piantato ritto sui gioghi, e il villano incitava ad alte voci lente dicendo dei nomi cavallereschi e favolosi che svanivano nel vasto cielo come echi di un secolo lontano che non vuol essere dimenticato.... Oh le sublimi fantasie che errano con le nubi occidue sulla mia dolce terra, là fra «'l Po, il monte, la marina e 'l Reno!....»

E poichè vi ho trascinate nel regno delle favole restiamoci un poco. Vedete? passa sul nostro capo la più industre tra le fate:

MORGANA

Or tremule, sui monti e su le arene,

crescon ne la lunare alba le imagi;

materiati d'oro alti palagi

e torri ingenti assai più che Pirene.

Salgono scale in luminose ambagi

con inteste di fior lunghe catene.

Come navi in balia de le sirene,

ondeggiano le pendule compagi;

poi che Morgana, in dolce atto giacente

ne 'l letto de la nube solitaria,

quasi ebra di quel suo divin lavoro,

ama seguendo un carme ne la mente,

cullare da le man languide a l'aria

la città da le mille scale d'oro.

Che bellezza, non è vero? che fragile e preziosa bellezza questa immaginosa visione! Guardiamoci dal determinarla in qualunque modo. Si sciuperebbe. I miraggi non si possono analizzare nè descrivere. I miraggi si adorano, si piangono, in silenzio.

Udite, ancora, poichè non voglio lasciarvi l'adito al dubbio che tutti questi splendori affascinanti non rivestano che parvenze. Il palpito umano c'è, ora gentilissimo ed ora violento, ma sempre d'un'efficacia singolare. Il primo è un Rondò, un gingillo per voi, signorine:

Entro i boschi alti e soli

(era la luna piena)

fluiva in larga vena

canto di rosignoli.

Da 'l triste inno corale

pendeva Ella, in ascolto.

Chino su 'l davanzale,

io pendea da 'l suo volto.

Non i miei lunghi duoli,

non del suo cor la piena

a la notte serena

diceano i rosignoli

entro i boschi alti e soli?

L'altro è un frutto trapiantato da poco nel mio verziere. Appartiene alle «Nuove rime» recentissime, nelle quali la seconda maniera D'Annunziana fa già capolino. Il massimo effetto d'impressione ottenuto con la massima semplicità:

UN RICORDO

Io non sapea qual fosse il mio malore

nè dove andassi. Era uno strano giorno.

Oh il giorno tanto pallido era intorno

pallido tanto che facea stupore.

Non mi sovviene che d'uno stupore

immenso che quella pianura intorno

mi facea, così pallida in quel giorno,

e muta e ignota come il mio malore.

Non mi sovviene che d'un infinito

silenzio, dove un palpitare solo,

debole, oh tanto debole si udiva.

Poi veramente nulla più si udiva.

D'altro non mi sovviene. Eravi un solo

essere, un solo; e il resto era infinito.

Che ne dite? Io dico che se v'ha una persona capace

di rimanere indifferente alla fine di questi versi,

quella persona è più degna di compianto che disprezzo.

È una diseredata.

Piccolo intermezzo in prosa.

«.... dal dolore, dal solo dolore nascono le grandi cose, e sorgono i forti caratteri come il fiore dalla spina. Nella gioia l'uomo è sbadato, imprevidente, infecondo; le belle qualità dell'animo e della mente, non sono o non si palesano negli uomini felici: una sventura le fa scintillare, come l'acciaio, la pietra focaia».

G. Giusti.

III.

Enrico Panzacchi.

In un volumetto abbastanza dozzinale sui poeti bolognesi trovo però questa felice similitudine, o meglio, questa giusta intuizione di due caratteri diversi in poesia: «Il Carducci è armonioso, il Panzacchi melodioso, il primo è il poeta classico per eccellenza, il secondo è il poeta romantico, ma questi due aggettivi nel senso alto, vero, esatto della parola». L'essenza, se non la frase, era questa. Di mio vorrei aggiungere che Enrico Panzacchi canta sempre in tono minore come l'usignolo e come usò di preferenza il Bellini. Le sue liriche sono tutte come i fiori del pensiero, bellezze meste e memori — tutte — anche quelle che non ricordano, poichè rievocano non so quali voci dolorose e antiche di naufraghi; tutte le voci che pregarono e piansero e disperarono e si sommersero in un infinito di azzurro e di passato. È come una resurrezione fittizia e melanconica di parvenze a cui sia permesso, come in certe ballate d'oltr'Alpe, di animare di biancori e di sospiri un parco boscoso per un'ora di una mite notte d'estate. Sono spettri di pensieri, di fedi, d'illusioni, di giovinezze, di speranze, di virtù... spettri sui quali ha penetrato dalle fessure del sepolcro un raggio di luna e la possente parola che tutto vince, nel canto che li piange, li chiama.

Il Panzacchi possiede inoltre una qualità essenziale ad un poeta: il senso squisito della misura. Non dice mai troppo nè troppo poco; ha la valentìa somma dei tocchi maestri che lasciano indovinare più che non rappresentino, e non sfatano il mistero eloquente delle ombre. Su i suoi bei versi aleggia sempre un non so che d'inafferrabile e di dolce, come un fluido che carezzi invisibilmente, o meglio come un'aria montanina di cui non si avverte ma si respira la purezza. È poi di una semplicità refrigerante, o culli accanto al fuoco i suoi sogni, o fantastichi d'angeli, di cavalieri e di re, con una freschezza colorita e gentile. Anzi questo carattere, che secondo il mio modesto parere è il migliore della sua poesia, trovo che in Italia non si è rilevato nè ammirato abbastanza. Pochissimi dei nostri, quasi nessuno, lo supera nella ballata e nella leggenda. Udite, ecco per me il capolavoro in versi del Panzacchi:

I TRE CAVALIERI

Canti di galli uscian d'ogni cascina

E le siepi lucean per la rugiada,

Mentre alla dubbia luce mattutina

Caracollavan sulla bianca strada

Tre cavalieri. Non facean parole;

Come tre viandanti sconosciuti;

Quando raggiò sull'orizzonte il sole

Non gli voltar nè sguardi, nè saluti,

E andavan. Lieta col diurno raggio

La vita delle cose erasi desta,

Venìa dai campi un dolce odor di maggio

E giù dai rami un cantico di festa.

I cavalieri soffermârsi innante

A una casetta solitaria e bella,

D'edera e di glicinia verdeggiante;

Ritta al balcon guardava una donzella.

Una donzella, di beltà un tesoro,

Che avea negli occhi un vago incantamento;

Traea la chioma ad una rocca d'oro,

Brillava il fuso come puro argento.

E mandava per l'aria una canzone

Che ognun dei cavalieri al cor ferì:

Ma un di essi ratto calò dall'arcione

Disse: «compagni, addio; mi fermo quì ».

E i due rimasti seguitâr la via

Esalando il rammarco in sospir vani;

Era l'aria infocata, il sol ferìa

La strada polverosa e i vasti piani.

Suona a un tratto, da lunge ai viandanti

Un gran clangore di trombe guerriere,

Slargano i due corsier le nari ansanti

Drizzan gli orecchi e squassan le criniere.

Poi sorge in vista una città turrita

Circondata da folto accampamento;

Erge fiero l'assedio ogni bastita

Tutte le tende han le bandiere al vento.

E i due guardâro al combattuto vallo

E un fremito di pugna ambo assalì....

Ma un d'essi spronò forte il suo cavallo

Disse: «compagno, addio; mi fermo qui»

E il terzo cavalier tacito e solo

La via prosegue fin che il dì s'oscura

Poi soverchiando la piena del duolo,

Comincia a lamentar la sua sventura.

Ma le querele eran dal pianto rotte

E gli cadea sul petto il capo ardente,

L'anima sua per l'ombre della notte

Si dilatava sconsolatamente.

E pensava il dolor ch'è nelle cose

E vedea l'aridezza entro il suo core;

Un cammin senza lauri e senza rose,

La vita senza gloria e senza amore.

Allor lentò le redini al corsiero,

Com'uom cui brama nè pensier più tocchi,

E andò finchè d'un queto cimitero

Si vide la muraglia innanzi agli occhi.

Un poco riguardò, scese di sella

E al cavallo che lugubre nitrì,

Il cavaliero con fioca favella

Disse: «compagno, addio; mi fermo quì».

La delicatezza, la vigorìa, la sobrietà, il simbolo, lo sfondo del paesaggio e gli aspetti della natura così bene armonizzati cogli ideali dell'anima che vi si rispecchia trovando sempre l'immagine sua nelle ore, nelle cose, ci possono far paragonare e forse anche preferire questa ballata a qualche ballata di Bürger, di Uhland, di Platen, di Heine, se non a quelle del gran Goethe. La cavalcata di quei tre cavalieri taciturni, estranei, ignoti, in ciascuno dei quali arde una diversa fiamma roditrice, ognuno dei quali è sospinto al suo destino fatalmente, assurge a una potenza drammatica meravigliosa, appunto per l'assenza dell'elemento macabro che dà l'efficacia alla maggior parte delle fantasie di questo genere. Qui l'efficacia viene tutta dall'umano, dal simbolo, dalla semplicità di quegli echi ineffabilmente dolorosi più che di dolore, di vanità. Voi, signorine, che più o meno traete tutte fila d'argento da una conocchia d'oro nell'olezzo della flora primaverile, voi forse preferite il primo cavaliere che si appaga di una giovinezza inghirlandata di fiori; o anche, se siete vivaci e fiere, può sorridervi nella fantasia il guerriero che si slancia alla conquista della gloria per rendersi più degno dell'amore; ma che numerosa schiera di anime dolenti e ferite, quelle che tollerate male nella vostra compagnia, signorine, perchè v'annoiano o v'immalinconiscono, quelle che passano silenti nella vita senza gloria e senza amore, si sentono baciate da quell'anima solitaria che si dilatava sconsolatamente nell'ombra!...

Affrettiamoci un poco, ora, a riguadagnare il tempo speso, non perduto. Ecco due sonetti che vi daranno un'idea esatta della vaghezza melodiosa e lieve della poesia del Panzacchi, che mi par sempre cantata fra il verde melanconico del purgatorio dantesco da voci spirtali e penitenti:

PAESAGGI

I

Non sussurrava un alito di vento

Del vicin parco fra le dense chiome,

Avea fatto trillar le dolci crome

Il solito usignol per un momento.

E tacea. Lassù nel firmamento

Mill'astri ignoti a noi perfin di nome

Splendean. Sul mondo era silenzio come

Che s'aspettasse un grande avvenimento.

Le nostre fantasie, bellezza bruna,

Correano intanto un rapido galoppo

Per il paese dei sogni, incantato;

E a noi rideva il disco della luna

Di dietro ai rami d'un aereo pioppo

Dal suo candido sguardo inargentato.

Come che s'aspettasse un grande avvenimento. Avete sentito tutta la verità della sensazione colta a volo dal poeta? Quell'attesa muta della natura a certe ore, a certe stagioni, quando ci sentiamo tristi o rimpiccioliti come se fosse troppo bella per noi! E quell'occhio della luna dietro il pioppo, chi non l'ha veduto, chi non lo rivede di voi, fanciulle della mia regione Emiliana, riflesso blandamente in questi versi come in sogno?

Ecco il secondo sonetto ad effetto di nebbia, sfumato sapientemente. La chiusa poi è bellissima:

II.

Quando i tetti s'ascondon nella volta

Del ciel, e semispento il giorno piove,

Godo a tuffarmi nella nebbia folta

E andare e andar, senza ch'io sappia dove.

Allor la mente un vivo alito muove,

E i ricordi del cor chiamo a raccolta,

E torno sognator come una volta

Seguendo fantasie balzane e nove.

Alberi intanto e uomini e vetture

Simili ad ombre erranti in vacuo fondo,

M'appaion per le strade umide e scure.

Questo mi piace; e torno a amar la vita

Vista dentro il mio capo ed amo il mondo

Perchè somiglia una larva infinita.

Vi narrerò una fiaba prima di dirvi addio per questa settimana. Vi piacciono le fiabe? Jolanda le adora:

Il bellissimo re ferito in guerra

Traea le notti insonni. Atro martir!

Tutti i savi cercò della sua terra,

Tentâro ogni arte; ei non potea dormir.

Ma la sua dama un dì fuor della mente

I bei sogni d'amor tutti gittò,

Il suo giovine cor restò dolente

Ma il re sognando al fin si addormentò.

S'addormentò sognando i sogni belli

Che a lui la dama in olocausto diè;

Sommessi nel giardin cantan gli augelli,

Veglia la mesta dama, e dorme il re.

Dormi, bellissimo re. È difficile addormentarsi quando si rimase feriti; è più difficile che destare le belle assopite nei boschi incantati. A destare, basta un bacio; ma a procurare un riposo e un sogno, abbisogna tutto un sacrifizio di riposo e di sogni. E di ciò non poteva esser capace che una donna... Che ne dite, signorine?..

Piccolo intermezzo in prosa.

«Il faut toujours parler comme si l'on devait être entendu, écrire comme si l'on devait être lu, e penser comme si l'on devait être médité».

Victor Hugo.

IV.

Arturo Graf.

A proposito di Arturo Graf mi ricordo di aver sostenuto con un professore, una discussione accanita. Egli voleva negarmi il diritto di contarlo fra i poeti adducendo la ragione che in Italia non è specialmente conosciuto come tale: ed io, col mio granellino di ribellione al convenzionalismo, m'impuntavo a metterlo tra i quattro miei preferiti ed anche ad anteporlo a qualche lirica autorità costituita con grave scandalo del mio avversario. Naturalmente ci separammo rafforzati entrambi nella nostra opinione e amici più di prima. Mi accadde poi qualche tempo dopo di trovare in una rivista, a cui attendono persone illustri, il nome del Graf onorato insieme al Carducci e allo Stecchetti dell'aggettivo di «maestro della rima». Immaginatevi qual trionfo per le mie teorie e che documento importante per un bisticcio futuro che, per fortuna del mio interlocutore, si farà molto aspettare.

Non so se oltre «Medusa» Arturo Graf abbia pubblicato altri volumi di versi. Credo di no. Mi innamorai delle sue poesie trovandole qua e là, solitarie e luminose, come gemme di gran valore che non hanno bisogno di esser aggruppate nè rilegate per suscitare l'ammirazione. Ognuna nella sua vergine e forte limpidezza vale mezza dozzina, e più se volete, di quegli elzeviri che furono una vera e nuova invasione barbarica per la povera Italia, pochi anni or sono. Mi dicono che è vano cercare l'indole vera dell'individuo nella produzione artistica che cause varie e infinite possono informare; cercare l'uomo nel poeta è poi — si aggiunge — una completa stoltezza. Pure io non posso impedirmi di trovare rispecchiata nella bella e armonica poesia del Graf la figura giovanilmente severa dell'autore, nella sua corretta e sobria eleganza di linguaggio, nel suo mirabile, ed, ahimè, raro equilibrio della mente e del cuore. Ci vedo perfino un riflesso della sua Atene nativa, delle selvose solitudini rumene dove studiò, dell'ardente e azzurra Napoli che prima applaudì al novello dottore. Arturo Graf è ora l'idolo della studiosa gioventù piemontese che perfino, giunse a nuocergli per troppo zelo nella difesa d'alcune teorie letterarie del suo professore. Che esempio per certi studenti!...

Ecco il primo fiore di questo poeta, che s'incontra nel mio verziere:

NINFEA

Un soave mattin di primavera

Un luminoso ciel come di seta,

Su per il monte l'antica pineta

Immobilmente taciturna e nera.

E in vetta al monte, dove più secreta

La foresta s'addensa e più severa,

Chiusa in angusto margine una spera

Di lucid'acqua ammaliata e cheta.

E solitaria, in mezzo al trasparente

Vetro dell'acqua, una bianca ninfea

Che nel riso del sol apresi ignuda;

Come un sogno d'amor vivo e fiorente

Che al radïar d'una superna idea

In sen di verginale alma si schiuda.

Avete assaporato, signorine, il sano odor dei pini, e l'incanto innocente di quelle acque, e il riso ingenuo di quella candida corolla e la forte purezza di quel sogno? Si? Ebbene, allora esultate; siete poetesse anche voi.

Ecco un altro sonetto più soggettivo. Quello era una perla questo un'opale. Due diversi candori, due diverse virtù.

NIRVANA

Un arcano baglior, vasto, uniforme,

Che tutto invade e pur non trova loco;

Un non so che di fulgido e di fioco,

Un non so che di tenue e d'enorme.

Un rotar, un fluir lento di forme

Che si van sfigurando a poco a poco.

Fuse e consunte in quel pallido foco,

Quasi una visïon d'uomo che dorme.

Sfuma la terra e si dilegua il cielo

Si confondono insiem l'imo, il superno,

L'oscurità, la luce, il foco, il gelo;

E in un mar senza fondo e senza sponde

Silenzioso, invariato, eterno,

L'anima si stempera e s'effonde.

Io credo che lo stesso Carducci potrebbe mettere la sua firma sotto questi versi senza tema di danneggiarsi. L'impressione fantastica dell'immenso misto al meraviglioso, e sempre rinnovellata per la mutazione rapida e lenta, insieme, degli aspetti, commista al pauroso stupore che esercita ancora su noi come sui primi abitanti del globo certi fenomeni della natura, sono resi magistralmente. Quell'incubo dilettoso è raccontato con tanta efficacia che ci par vero: abbiamo proprio messo l'occhio alla lente d'un mostruoso caleidoscopio in fondo a cui non c'è che aria e luce; o pensiamo al divino e angoscioso spettacolo d'un'aurora boreale veduta a parecchie migliaia di metri dalla terra nella navicella d'un pallone areostatico, naufrago nell'infinito.

Sono dolente di non potervi trascrivere per intiero nessuna delle poesie del Graf che trovai tempo fa nella Nuova Antologia e che d'averle lette in me stessa n'esalto ancora. La severa dolcezza è la nota dominante nella lirica di Arturo Graf la quale somiglia proprio allo stile dorico della sua terra beata. Eccovi un frammento di Resurrexit. Prima il poeta con qualcuna delle sue grandiose pennellate d'ombra e di luce ci mette in una pianura sterminata e vuota, sotto un cielo nubiloso, fra una «frescura acerba di Maggio boreale» mentre «svania la notte e ancor non era il giorno».

. . . . . . . . . . . .

Come avvenne non so; ma innanzi un bianco

Avel mi vidi. Era di saldo e terso

Marmo l'avello e rilucea; da fianco

Il gran coperchio si vedea riverso.

Di novi fiori intorno una gioconda

Primavera spuntava, e sur un lembo

Sedea dell'arca una fanciulla bionda,

Che piene avea di fior la mani e il grembo.

Oh, come bella e contegnosa, oh come

Era pura e gentil, cinta d'un lieve

Immacolato lin, sparse le chiome

Di lucid'oro sopra il sen di neve!

Le sembianze le ombrava una serena

Melanconia che le facea più belle;

Non era il riso suo cosa terrena.

Splendevan gli occhi suoi come due stelle.

Levò le ciglia, e con benigno riso

Disse: Credevi tu ch'io fossi morta?

Onde tanto stupor? guardami in viso;

Se morta fui, vedi che son risorta.

E veggendomi star muto e sospeso

Com'uom cui falso immaginar disvia,

Soggiunse: Hai dunque l'intelletto offeso,

Che non conosci più la Poesia?

. . . . . . . . . . . .

Scomparsa la visione amata e gentile, che proprio mi piange il cuore di rappresentarvi mutilata così, il Graf nel Post mortem ci dà una vaga fantasia macabra, ammorbidita da una verdezza melanconica di un paesaggio di ricordo, e della melodia suggestiva d'una vecchia musica mèmore. Di questo non posso proprio darvi che gli ultimi tocchi, ma vi sarà possibile, credo, giudicare da essi della bellezza indescrivibile dell'intero componimento:

. . . . . . . . . . . .

Da un vol di nubi candide e leggiere

In quel grande silenzio, in quell'immensa pace,

Lieve come un sospiro un venticel si scioglie

E cessa e poi riprende, così lieve e fugace

Che appena fa rabbrividir le foglie.

E di lontan con esso viene un fremito blando

Di spinette affiochite, di gementi liuti;

Un fremito d'antichi canti d'amor perduti.

Che nella notte si van lamentando.

Ma non vi lascerò, signorine, con l'impressione livida di queste spettrali rovine. Potreste fare dei brutti sogni. Il Graf, se non ha nulla di molto roseo nè lieto, ha però qualcosa d'estremamente blando e tranquillo, d'una pace alta di chiostro, dove anche la tristezza e le lagrime acquistano una pura soavità. Tolgo dalla «Medusa»;

Povero cappuccin quant'anni avete?

Oh come siete malandato e tristo!

Quant'anni avete fraticel di Cristo?

Dite la verità, non lo sapete.

Del mondo assai l'anima vostra è sazia,

Sa Dio quel che dovete aver patito:

Or tempo vi parrà d'aver finito;

Se poteste morir l'avreste in grazia.

. . . . . . . . . . . . . . .

Guarda sotto la volta il paradiso

Con le pupille estatiche ed immote;

Due lagrime gli scendon per le gote,

L'anima sua s'invola in un sorriso.....

Freddo è il mattino, il sol non è ancor sorto

Il ciel si tinge di color di rosa:

Nel suo lettuccio il cappuccin riposa,

Nel suo lettuccio il cappuccino è morto.

Lasciamoci qui. La morte del credente, dell'umile, del buono non è paurosa. Con la memoria piena del mite quadro d'una fresca semplicità francescana, sogneremo il paradiso schiudersi radioso nei paesi del sole per accogliere l'anima pia e triste involata nel lume di rosa e di viola d'una fredda aurora....

O poesia, poesia!

Piccolo intermezzo in prosa

«Due fiori sbocciano sui margini di un ruscello. Ma ahimè! il ruscello si separa.

«In ciascuna corolla posa una gocciolina di rugiada, luminoso spirito del fiore. Il sole dardeggia su una d'esse e la fa risplendere. Ma il fiore pensa: perchè non son io sull'altra riva!

«Un giorno questi fiori si curveranno per morire, e lascieranno cadere come un diamante il loro spirito luminoso.

«Allora le due goccioline di rugiada potranno riunirsi e confondersi».

Quartina Giapponese.

V.

Emilio Praga.

Il poeta di cui ci occuperemo oggi è morto da una diecina d'anni e più, e i suoi versi sono, come quelli del D'Annunzio, quasi tutti inaccessibili alle signorine. Pure se siete tutte coraggiose, o almeno ginnastiche discrete, tenteremo di dar la scalata anche a quest'albero del mio verziere per rubarne qualche frutto tra i più maturi. Quelli non fanno male. E se alcuno passando osserverà, come nel poetico frammento di Saffo, che i raccoglitori dimenticarono le dolci mele rosseggianti sulla cima estrema del ramo noi risponderemo con le parole medesime di Saffo: «No, non le dimenticarono, ma non le poterono cogliere.»

Il nome del poeta è Emilio Praga. Apparteneva a quel gruppo di artisti che, dopo Mürger, si credettero obbligati a darsi alla vita più dissoluta e più bizzarra, per la sola ragione che essendo artisti, era necessario scostarsi in qualche modo dagli altri uomini. Era come un privilegio della casta, un'affermazione e una necessità del mestiere: ma per emergere s'impantanavano. Cominciavano dal vino, passavano all'oppio e all'haschich e finivano coll'assenzio. Sciatti, disordinati, incolti, sgarbati per progetto, spesso brutali. Gente poco piacevole, come vedete. Pure era convenuto che fossero così e si rispettavano, precisamente come quei famosi santi della Turchia; certuni anzi li esaltavano.... sempre come in Turchia. Apro la prefazione alle Trasparenze del Praga e subito c'è un signore che mi avverte con piglio severo che «Il poeta, l'uomo di genio, non può essere giudicato alla stregua del volgare galantuomo....» Dunque attente signorine! Il poeta e l'uomo di genio da una parte e i galantuomini dall'altra. E che non nascano confusioni per carità....

Per buona ventura delle signore, però, quella razza non ha durato molto. Ora se restano dei bohémiens sono giudicati codini. I poeti moderni sono tutte persone serie, studiose, cortesi, ordinate, tranquille: alcuni giungono perfino a cantare le loro mogli e la loro casa; due cose che per gli altri non esistevano...

Ma per Emilio Praga sì. Strano amalgama di fango e di raggi! Accanto alle oscenità egli esalta la cosa più pura e più bella; il bambino, il suo bambino; la più soave: la casa sua. Una pesante nostalgia l'opprime: quella del buono, del vero, del sano, del semplice, dell'onesto. Questo dissoluto ha qualche volta accenti di così dimessa mestizia, di così ingenuo tripudio, che intenerisce e sorprende. A poco a poco quella sincerità d'arte, di pensiero, ci attrae, ci penetra, ci vince. Il ribrezzo svanisce, rimane il desiderio d'inginocchiarci accanto al ferito, di posargli la mano sulla fronte e di parlargli all'orecchio di fede e di perdono. E molto gli sarà perdonato poichè molto amò. La sua vita, i suoi canti sono un incendio, ma non un incendio vivo, libero, grandioso: la fiamma è nell'interno, soffocata, logoratrice, qualche volta aduggiata dal fumo, sovente guizzante all'esterno in lingue cocenti che avvolgono, lambiscono, scompaiono. Dal bruco all'astro, tutte le cose create cantò con anima di poeta vero. Quanti poeti inneggiarono alla neve! Eppure nessuno adoperò sfumature così delicate, nessuno ebbe accenti così spontanei, esultanze così fresche, quasi infantili:

La bella neve! scendete, scendete,

Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli.

Come perluccie coprite, pingete

I tetti, i tronchi, la mota, gli steli.

Dacchè l'ottobre soffiando, spruzzando

Ingiallì tutta la vasta campagna,

Fuor da' miei vetri ove fievole urtando

La farfalluccia dal freddo si lagna,

Mi morir cinque di rosa arboscelli,

E spirò l'anima a Dio la violetta;

Senza l'ammanto di viti, i cancelli

Sembran soldati disposti in vedetta.

Pur questa notte una mano furtiva

L'inaffiatoio rubommi in giardino!

(Se fu per fame che alcun lo rapiva.

Iddio nol vegga l'agreste bottino).

Intirizzisco se schiudono l'uscio,

Ma qui la stufa borbotta tepente:

Oh benedetto il mio piccolo guscio,

Per me, nevata, sei tutta innocente!

Fa il tuo mestiere: scendete, scendete,

Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli;

Come perluccie coprite, pingete

I tetti, i tronchi, la mota e gli steli...

Della mia donna nel fervido core

Aleggia sempre una brezza gentile,

E quando il poeta è ricco d'amore,

Anche il Gennaio somiglia all'Aprile.

I tenui episodi della farfalla smarrita, dei fiori moribondi, del furto dell'inaffiatoio, colorano questa nevata di delicati riflessi antelucani; quando l'aria è ancor pura e le passioni ancora dormono. Potrebbe esser scritta da una di voi, signorine.

Il canzoniere del bimbo è una collana di piccole perle. Credo di poter accostare qui il nome del Praga a quello di Edmondo De Amicis per dirli i bardi del popolo minuscolo che ha per sè l'avvenire. I bambini sbocciano vivi dai loro canti in tutta la lor goffaggine deliziosa, in tutta la lor paurosa fragilità, in tutta la loro potenza di ispiratori della più schietta poesia. Vi basti qualche ritaglio per saggio:

Egli aperse quel dì le sue finestre,

Guardò nel cielo e ringraziò l'azzurro;

Sorrise ai fiori e ringraziò i profumi,

E disse all'aura: oh dolce il tuo susurro!

E alle rondini: addio!

E al passeggier: vi benedica Iddio!

. . . . . . . .

E poi disse a sè stesso: — Anima mia,

Bevi l'ambrosia dai polmoni ansanti;

Centuplica le tue libre d'amore,

Ti stempra anima mia, ti stempra in canti,

È nato il bambinello

Candido, vispo, vigoroso e bello.

È nato il bambinello, il sospirato,

Il messia della placida casetta:

Egli è là, nella culla è già raccolto,

E gli han vestita già la camicetta;

La camicetta bianca,

Con due vaghi ricami a destra e a manca.

Egli è là: sul suo pallido visino

Tutti i sogni del cielo ho già sognati;

Credo agli angeli adesso, agli angioletti

Di vaghe aureole bionde incoronati...

Volumi, io vi saluto,

Imparai l'universo in un minuto.

E più innanzi:

Volin le nuvole

Brilli il sereno!

Dacchè cullandoti

Su questo seno

Vi scende il gaudio

Dal paradiso,

Più non interrogo

Che il tuo bel viso!

Quel viso candido

Dai capei d'oro

. . . . . . . . . . . .

Quel viso candido

Con quel nasino

Che sembra un pètalo

Di gelsomino:

Con quelle piccole

Guancie di rosa,

Parenti prossime

Della mimosa.

Oh, quando in braccio

Della nutrice

Il tuo ti coglie

Sonno felice,

E il capo dondoli

Come un vecchietto

Che sogni il ciondolo

Del suo berretto;

Quando, le deboli

Braccia incrociate

E le finissime

Mani allargate

Al par di un monaco

Fuor dal cappuccio,

Mi osservi attonito

Dal tuo lettuccio

Senti: io risuscito

Le ricordanze,

E per le cèrule

Mie lontananze

Ricerco l'èsule

Che fu me stesso,

Il bimbo, il giovane

Che un padre è adesso

. . . . . . . . . . . .

E adesso anche quel bimbo che sognava il ciondolo del berrettino è un giovane e sogna la gloria, e s'avvia a diventare uno dei migliori drammaturghi italiani.

Ascoltate, ascoltate, fanciulle, e vi scenda sul cuore la pace onesta e blanda e beata a cui attinge il grillo le sue eloquenti canzoni, e l'uomo l'unica felicità:

Quando il sol cadde e tacquero le squille,

La quïete e l'amor cantano un coro

Alla tribù dell'anime tranquille.

L'uomo è stanco di passi e di lavoro,

La donna ha l'occhio languido e profondo,

Il focolare è una chiesetta d'oro.

Mentre il suo raggio acuto e rubicondo

Cresce o svanisce lottando col cero

E colla luna che accarezza il mondo;

Mentre il musino del gattuccio nero,

Immobile ed intento al limitare

Sogna il suo lungo sogno di mistero;

Come un mesto palombaro nel mare

Io discendo nel cor che Iddio m'ha dato,

E mi guida le perle a rintracciare

Il respiro del bimbo addormentato.

Vagliata così, la poesia di Emilio Praga pare onesta, casalinga, queta, tutta odorante di basilico e d'olivo. E forse questa è più sincera dell'altra che come un limo malsano viene a galla nell'effervescenza delle ore tumultuose. Udite che nomi di gentile tenerezza sa trovare per la madre sua in questi versi a lei dedicati:

I RE MAGI

I bei vegliardi dallo scettro d'oro

Che per la neve, sotto il ciel sereno,

Sostar sommessi alla mia porta udia,

La notte della santa Epifania,

O son morti di freddo, o son malati

Nei paesi del sole,

I bei vegliardi dallo scettro d'oro!

Quando la mia scarpetta sul verone

Tutta avvizzita facea la rugiada,

E tu, madre, domestica regina,

La colmavi di doni alla mattina,

Io ricciuto avea il crin, candida l'alma,

E ogni alba che venìa

Di giornate regali il don mi offrìa

Un giovin Sire senza scettro d'oro,

Ma cui nutrian d'aromi e terra e cielo,

E una corte di sogni e di speranze

Complimentava fra beate stanze,

Era in quei giorni io stesso:

Io che il perduto imper sospiro adesso!

I bei vegliardi dallo scettro d'oro

Che per la neve, sotto il ciel sereno,

Sostar sommessi alla mia porta udia,

La notte della santa Epifania,

O son morti di freddo, o son malati

Nei paesi del sole,

I bei vegliardi dallo scettro d'oro.

Quella vena d'amara nostalgia dell'innocenza, della semplicità, che insiste, insiste opprimente quasi come un rimorso, non è già l'elevazione dell'anima, la purificazione, la redenzione?

Fino a qualche tempo addietro io non avevo molta simpatia pel Praga; mi urtava troppo quella negligenza della forma che i vecchi e sommi maestri m'appresero ad adorare: ma vivendo adesso con lui qualche ora d'intimità spirituale, la fragile e fresca flora di quell'anima di poeta ha adornato la mia anima d'un'insolita primavera, una primavera mite e triste come veduta tra i languori della convalescenza...

Ah quante fantasie mi susciterebbe ancora il pallido cantore! Ma lo spazio incalza: non c'è più posto che per un'ultima nota — la nota eloquentissima d'un sentimento femminile. Essa vibra nella raccoltina che ha il grazioso titolo di Domus-Mundus:

La bella mano gli posò sul crine

E disse: — io vedo il tuo serto di spine

E sento l'onda che hai qui dentro ascosa,

O mio dolce poeta, e son gelosa!

Son gelosa de' tuoi vaghi dolori,

Delle tue belle vendemmie di fiori,

Sono gelosa della fantasia

Che ti dilunga dalla soglia mia...

. . . . . . . . . .

Non vedi? son pallida

Son tacita anch'io;

Perchè quando a vespero

Favello con Dio,

Mi guardi nel viso

Con mesto sorriso?

Io mi affiso lassù, tu in basso guati;

Io mi faccio gentil, tu ti fai strano....

Oh dove sono i dì volati,

I dì che insieme viaggiavam lontano?

Era in riva del mar, nel paesetto,

In mezzo ai boschi... mi ricordo ancora!

Quanta speranza ti cantava in petto,

Come ridendo correvamo allora!

. . . . . . . . . .

E in grazia di questa nota in cui è tutta la melodia appassionata d'un trepido cuore di donna — uno di quei cuori semplici che i poeti amano — perdonate, signorine, al triste cantore le brutture che non conoscete. È morto — e che non si perdona ai morti? E dalle vostre mani, o buone, dalle mani alacri e pie scenda sulla tomba del poeta doloroso, in questa dolce primavera, una gentile carità di fiori.

Piccolo intermezzo in prosa

«L'uomo non educato alla consuetudine del pensiero, per buono e forte che tu lo imagini, s'immerge tutto, felice o infelice che sia, nelle proprie condizioni di vita, piglia dell'allegria delle imbriacature da non si reggere, s'accascia nella tristezza senza che un raggio solo di luce, un fiato solo d'aria pura gli arrivi da nessuno spiraglio. Il pensatore invece l'artista, ha un mondo d'immagini tutte per sè, una selva d'idee, un popolo di fantasimi tra cui diportarsi: e in mezzo a loro si lascia quasi inconsapevolmente andare a seconda, divellendosi al proprio cordoglio».

Tullo Massarani.

VI.

Guido Mazzoni.

Non c'è che dire: il mio coraggio o.... la mia faccia tosta vanno facendo ogni giorno consolanti progressi. Di maggio invio in toscana un fiore toscano. Che ne dite, argute signorine? Oh! voi mi sorridete benigne, lo so, siete tanto amabili con la vostra vecchia amica, ma saranno tutti come voi?..... Non importa: lo mando lo stesso; se non altro per dimostrarvi che quel fiore ha allignato nel mio giardino. Se lo troverete un po' sciupato, dite che è stato il viaggio.

Guido Mazzoni gode meritevolmente la fama di essere uno dei nostri migliori poeti moderni. Se si usasse ancora di dividere i poeti nelle due schiere: classica e romantica, il suo posto sarebbe tra i primi. Forte, elegantissimo, felicemente sintetico; qualche volta un po' oscuro agli indotti, il Mazzoni deve aver studiato con molto amore, anzi con un pochino di feticismo, il Carducci a cui trovo che somiglia un po' troppo. Se non che il poeta sovrano nell'effervescenza del pensiero o nel tumulto del sentimento è tagliente, sgarbato, alcuna volta triviale, mentre il suo giovine discepolo, aristocratico sempre, nella piena degli affetti e delle idee piega nella mestizia, rasentando tratto tratto l'amarezza e il disgusto della vita. Fortunatamente qualchecosa di gaio e di lucente che si effonde e sprizza da questa fiorita di versi, sembra gioiosamente contraddire: un vezzo di bimbo — un viso giovine e amoroso — un sorriso di gloria — una sicurezza d'arte, di avvenire, di trionfo.

Nella fisiologia del dolore io vorrei mettere anche il dolore d'artista, quello che è meno sentito e più sapientemente tradotto. Per questa categoria di afflitti che adoperano il dolore come un color bruno della tavolozza, o lo indossano come le signore in quaresima indossano il nero per l'armonia dei tempi, sono molto spietata, cominciando... oh Dio, lo dico? dal Leopardi per cui non ho mai provato un sentimento completo di compassione...

Ma torniamo al Mazzoni per carità.

Seguiamolo un poco, questo valoroso cavaliere, che par sempre giostrare in uno splendido torneo piuttosto che combattere la vera battaglia della vita. Conoscete La Posta?

O che vi tracci, lettere candide,

la man leggiera sotto cui splendono

fiorenti i ricami, ed i tasti

vibrano d'un fremito canoro;

o che di grossi segni incalzantisi

v'opprima il pugno che al maglio è docile

ma teme la penna, e tremando

recalcitra al lampo del pensiero,

da le soffitte giù per le luride

scale di legno, per le marmoree

da l'intime stanze odorate,

tutte alfine v'accogliete insieme

fraternamente. Nè qui le povere

vesti faranno largo a la boria

di chi le sogguarda stemmata

occhieggiando da' suggelli rossi:

ma tutte eguali, sott'esso il ferreo

timbro passate tutte. Affrettatevi,

o lettere candide; udite?

è chi piange e impazïente aspetta.

. . . . . . . . . . . .

In voi di sogni quanti fantasimi,

quanta, o gentili, copia di lacrime!

Inconscie voi sempre correte,

messaggere di sorriso e pianto.

Poi per le strade folte di popolo

da porta a porta bussando, e l'arida

giogaia de' monti salendo

in cerca d'un ermo casolare:

a la deserta vecchia cui premono

l'ansie pe' l figlio che strugge l'ultimo

vigor de le membra ne' solchi

grigi de l'inospite maremma,

a la fanciulla cui lungo il florido

sposo gli ostili colpi minacciano

pugnando a raccorre nel seno

de la patria l'ultima figliola,

voi radducete, lettere candide,

voi radducete la pace a l'anima,

di che dolci lacrime asperse,

custodite di che dolce cura!

Mi duole di avervi spezzata per ragione di spazio la bellissima poesia eminentemente suggestiva. Anche al limitare della mente nostra s'affollano larve di sogni, di ricordi, di desideri al semplice vocabolo che racchiude come una pila di che far fremere l'umanità. Passioni, vizî, virtù, eroismo, sventura, salvezza; tutti i poemi, gli idilli, le tragedie della vita intima nella piccola e fragile arca affidata al destino. Oh poter dire a una lettera: affrettati! all'altra; indugia! a una terza: ritorna! a una quarta non partire! Quante esistenze deviate, distrutte, vivificate, risorte, per una lettera! Quanti cuori che non sapevano di battere o non immaginavano di battere più, hanno balzato accogliendo in generose onde la vita null'altro che nello scorgere su una busta una calligrafia! E la poesia gentile, inaspettata di certe grosse scritture inesperte uscenti sotto una mano tremante o avvizzita dagli anni? la incredibile prosa di certe letterine stemmate, odoranti, dall'allungata scrittura...?

Oh il vario, inesauribile tema in cui si fondono e sfumano delicatamente psicologia, favola, libero arbitrio e destino!... Un dì o l'altro, auspice la poesia del Mazzoni, lo scriverò il monologo che fa capolino nella mia mente, e che s'intitolerà: La lettera.

A voi, signorine dall'armoniosa favella, una delle più simpatiche liriche del poeta d'oggi — una poesia dalle salde radici e dalla cima fiorita:

IL CAMPANILE DI GIOTTO

— Presso a la Chiesa sorga: e sia l'opera

quale nè i Greci mai la pensarono

nè i padri Romani. Vogliamo

che sia degna di Fiorenza nostra —7

E tu crescesti, fiore marmoreo,

bel campanile! crescesti candido

scambiando un saluto fraterno

con la torre de la Signoria.

— Io son la forza de la repubblica —

disse la torre da i sassi ruvidi.

Risposer fulgendo i tuoi marmi:

— Noi la luce del pensiero siamo!

Ilare e forte crebbe qui l'animo

de' fiorentini: crebbe la cupola,

de l'ombra sua grande coprendo

tanta gloria di costumi e d'arte.

E qui, su i marmi, ne' miti vesperi

posâro un tempo gli avi. Sedeano

raggianti di sotto al cappuccio

l'onestà de la serena fronte;

e in gaie prove già crepitavano

novelle e motti: ma l'arti e i fondachi

orgoglio a la patria vantando,

si accendevan le parole e i volti

d'un santo riso. Su loro, a gli ultimi

raggi del sole, ne la sua gloria

svolgevasi superbamente

il gigliato gonfalone bianco.

Invan le inique schiere si fransero

sotto gli spalti di Michelangelo:

divelti al Marzocco gli artigli

quel ringhioso addormentossi ignaro.

Da i sassi a' marmi volano volano

stridendo i falchi da cinque secoli;

e sotto si frange spumando

la marea de le incalzanti vite:

e tu pur sempre la fronte nitida

levando al cielo, gentil miracolo,

come l'arte splendi sereno,

come l'arte sempiterno splendi.

Ave, Firenze, dolce austerità inghirlandata di rose, anima luminosa d'Italia, ultimo sogno mio giovanile... Passiamo oltre.

Anche Guido Mazzoni gitta un fiore alla neve. La Nevicata del Praga è forse più vera, ma questa è sommamente artistica. Uditene un poco:

NEVE.

Mite è la neve. Scende leggera da un cielo di perla

come il piovente fiore de' biancospini;

silenzïosa scende, s'aggira, sussulta volando

come farfalle presso la siepe nova.

Sopra le vie fangose, su le arse campagne da' ghiacci

morbida e bianca scende la neve pia,

ed al maligno inverno che insulta le terre domate

tanto squallore splendidamente cela.

Crescon per lei sicure le timide punte del grano:

sperano il raggio de' rinfiammati soli:

cresce per lei la speme di messi fiorenti; e il colono

sogna la falce tra le mature spiche.

Guarda il fanciullo ai vetri che 'l fiato fumante gli appanna,

forti trastulli dona la neve a lui:

guarda a la lente il dotto; di stelle e di gelidi fiori

studio invocato dona la neve a lui.

. . . . . . . . .

Questa Neve mi ricorda la neve vera d'un gennaio non tanto remoto eppur così lontano; e una mia fantasia ispiratami da tutto quel bianco della campagna che mi attorniava e dalla reminiscenza insistente dei due primi versi. Io pensavo alla gran soavità dell'aria se quei pètali nivei avessero avuto un profumo...

L'ora, il tempo, la dolce stagione, e il poeta e la sua patria, oggi non ci allontanano dai fiori. Ebbene, cogliamone ancora a piene mani:

NOTTE DI MAGGIO.

Stanotte (il vento lungo affannavasi

rombando ai vetri che crepitavano

ne' buffi de le goccie grosse)

sùbite irruppero ne la stanza

le fate. — Oh come, come a l'angustia

di queste mura piacquevi scendere? —

Ed esse ne' giocondi volti

risero splendidamente belle.

— Non mai più miti salgon gli effluvii

da l'esultanza fresca de' margini,

di quando il fior de l'erba nova

bacian col niveo piè le fate:

ma noi vedemmo splender la fiaccola

traverso a' vetri tuoi per le tenebre;

e qua veniam consolatrici

l'ala del turbine cavalcando.

A sogni è dolce cura de gli uomini:

concedi ai sogni l'anima, Illudervi

di care visioni è a voi

l'unico farmaco de la vita. —

. . . . . . . . .

L'intervento diafano e sottile delle creature vanescenti mette nell'aura di questa poesia che inoltrando s'infosca, una fluttuazione di profumo antico e rudimentale; qualchecosa d'inesprimibilmente blando, come i cori degli spiriti nelle tragedie greche: come intorno al titanico dolore di Prometeo il benefico aleggiare delle Oceanine.

Eccovi per ultimo un esempio della Poesia domestica del Mazzoni, colorita e gentilissima:

Canta canta la mamma al fantolino;

e lo dondola lieve in su' ginocchi,

spiando il lento velarsi de gli occhi:

— C'era una volta un grillo canterino.

Cantava questo grillo in mezzo al lino;

vien la formica: — O grillo, o grillo bello,

dammene un filo! — E che ne vuo' tu fare?

— Calze e camicie pe 'l mio corredino.

Dice il grillo: — Se vuoi ti do l'anello!

Di gioia la formica ebbe a impazzare:

Ma quando furon dinanzi a l'altare.... —

Sul luccicor de gli occhi sonnolenti

gli battono le palpebre frequenti.

Ecco i sogni: sorride il fantolino.

Facciamo anche noi come il bimbo: dormiamo. Dormiamo sul primo fieno falciato vegliati dal grillo e spiati dalla formica. Dormiamo, sognando i calendimaggi ignorati delle microscopiche tribù che ronzano, stridono, saltano, o strisciano nelle loro foreste sterminate di steli in cui mai l'uomo potrà voluttuosamente smarrirsi e che mai potrà conquistare: foreste di milioni di fusti lisci, eleganti come colonnine corintie; fra cui ondeggiano lassù, lassù, nelle cime estreme ed eccelse, gonfaloni rossi, azzurri, bianchi nella gloria del sole. Per noi non sono che campi di lino e di grano fioriti di papaveri e di margherite.

Piccolo intermezzo in prosa.

«Bisogna saper vivere in compagnia, ma più ancora saper star soli».

N. Tommaseo.

VII.

Edmondo De Amicis.

Nei nostri begli anni — negli anni che ascendete voi, signorine — quando nell'anima e nel corpo tutto è ancora così adorabilmente rudimentale; quando il vago panteismo dell'infanzia immaginosa tende a plasmarsi in un aspetto e a compenetrarsi d'uno spirito, allora, come nell'adolescenza dei popoli, sorgono gli idoli e l'adorazione vapora. Vapora l'adorazione, odorosa di tutta la purezza, di tutta la verità, di tutta la gentile incoscienza della vita interiore appena schiusa, ai piedi del simulacro.... il più delle volte insensibile. Arte e Amore, Iside ed Osiride eterni! Non v'ha scolaro di Ginnasio che insieme a un mazzolino, a un nastro, a una ciocca, tenui e care realtà, non esalti l'ombra auspice e divina di qualche principe del pensiero o dell'azione; ed ogni fanciulla a cui s'allunghi ancora l'abitino dell'anno precedente, chiude il prezioso fiore appassito dalle misteriose virtù fra le pagine del libro dalle quali un sapiente conoscitore del cuore umano ha intenerito e sorretto più volte il suo giovine cuore. Ditemi, bambine, pardon signorine, ditemi non colgo nel segno? Non è vero che Lei, soave bionda, ha una viola del pensiero in mezzo alla «Partita a scacchi?...» E Lei, signorina bruna, non rivolge da più di un anno gli occhi nerissimi a quella piccola costellazione di gaggie caduta chissà come nella lizza fra il torneo del «Marco Visconti?...» E quell'altra fanciulla malinconica dalle scendenti treccie castane che piange sullo sventurato amore di Gaspara Stampa, non sorride al fior d'eliotropio che un giorno fosco posò proprio sul sonetto cinquantaquattresimo?.. E infine tu, Gabriella, rosea sorellina mia, che cosa nascondi dunque fra le «Lettere a Maria» dell'Aleardi che veggo continuamente sul tuo tavolino?... Ebbene, che importa? Macchiate i libri di lacrime e di fiori fanciulle, ma serbatevi, oh serbatevi anche fra il tumulto sgarbato della vita le vestali gentili delle corolle morte e dei sentimenti immortali.

Quanti preamboli per dirvi che io idolatravo il De Amicis! E non lo idolatravo specialmente nei Bozzetti militari nei Racconti, nelle Poesie, ma nelle Pagine sparse, dove la mia anima di scribacchina sedicenne trovava qualche lembo da rispecchiarsi, da afferrarsi, da raccogliersi prima di tentare il gran volo... E mi ricordo che quando fu accolto il mio primo bozzetto nella Palestra delle giovinette (in questo stesso giornale) io non sapendo più come manifestare la riconoscenza che sentivo vivissima per quel mio duce invisibile mi slanciai sulle Pagine sparse e scrissi in fretta sul frontespizio — ebbi questo coraggio! — la famosa terzina dantesca:

Tu se' lo mio maestro e lo mio autore...

Oh beate lenti de' sedici anni!

Vi presento dunque oggi con affetto memore una mia vecchia conoscenza. Cioè ho detto male: vi presento: avrei dovuto dire: vi addito. Qual'è fra noi la famiglia che non ha nella sua biblioteca almeno un volume dell'illustre e simpaticissimo autore delle Porte d'Italia? Chi non conosce ad orecchio almeno, uno o due di quei suoi leggiadri sonetti sui bambini? Io non so e non spero che Edmondo De Amicis abbia seguito il mal vezzo di rinnegare i suoi lavori giovanili. Certo che se la prosa sua in generale e particolarmente la prosa della sua ultima maniera è di gran lunga superiore ai suoi versi, pure il sentimento che li avviva non è affatto inferiore; il sentimento è sempre così gagliardo e vero e bello da irrompere e trascinare all'entusiasmo o alla commozione attraverso e malgrado le dighe della forma. È un buon pane nutriente, che non ha la pretesa d'essere una focaccia; un buon pane dall'odor sano evocatore delle bellezze bionde della terra madre, delle fatiche dei nostri fratelli: un pane che si spezza benedicendo.

Ho ripassato le Poesie del De Amicis con la mente ancora illuminata dai riflessi malefici di qualche centinaio di pagine d'una rarissima bellezza; ebbene, quella lirica semplice, qualche volta pedestre, sorse subitamente ai miei occhi, al mio spirito, ad una altezza, ad una dignità vittoriosa. Una feconda luce di sole dopo una magica e insidiosa notte plenilunare.

«Ecco un libro, pensai, che può far del bene.» Ah di quanta lirica moderna si può dire altrettanto? Quale altra si potrebbe quasi raccomandarvi come un ricostituente, signorine?

Cominciamo da questa:

A MIA MADRE.

Amo il nome gentile; amo l'onesta

Aura del volto che il mio cor rinfranca:

Amo la mano delicata e bianca

Che le lagrime mie terge ed arresta;

Amo le braccia a cui fido la testa

Da tristi fantasie turbata e stanca:

Amo la fronte pura, aperta e franca,

Dove tutto il pensier si manifesta;

Ma più de le sembianze oneste e care

Amo la voce che mi parla il vero

E mi conforta l'anima ad amare;

La voce che ogni dì sulla prim'ora

Mi grida in suono d'amoroso impero:

È l'alba, figlio mio! Sorgi e lavora!

Scelgo dal gruppo intitolato: «Miserie.» È un sonetto che vi rattristerà, ma certe tristezze sono come il segreto e freddo battesimo della rugiada che ravviva i germi delle pianticine. Esse s'incurvano per riceverla: chiniamo il capo anche noi; perchè ci tocchi bisogna esserne degni.

II.

Povere bimbe con le vesti a brani

Curve sull'ago in abituri infetti,

Madri che al seno con le scarne mani

Vi stringete i morenti pargoletti,

Tristi fanciulli per le vie costretti

Il tozzo immondo a disputar coi cani,

Vecchi che brancolate oggi, sorretti

Dalla speranza di morir domani,

Misera gente che la morte oblia,

Martorïati scheletri viventi

Per cui tutta la vita è un'agonìa,

Quante volte, nell'intimo del core,

Al mio stato pensando e ai vostri stenti,

Mi par d'essere un ladro e un impostore!

Sentite ora che umorismo fine e che delicatezza d'ispirazione. Eccola la poesia vera che aiuta a vivere, quella che non può dileguare:

SOPRA IL QUADERNETTO D'UN BIMBO

Ecco i quaderni sporchi dei bambini,

Tutti logori fogli accartocciati,

Chiazze d'inchiostro, calcoli sbagliati,

Buchi, macchie di pappa e burattini;

E nel bel mezzo azzurri cerchiolini

Fatti dal pianto, e scarabocchi ai lati,

E quà e colà foglietti lacerati

Per fare alle pallette coi vicini.

Tale è la vita, o bamboli, in succinto;

Conti sbagliati, lacrime frequenti,

E burattini ad ogni piè sospinto:

E ogni giorno una pagina si strappa,

E sotto ai più magnanimi ardimenti

C'è sempre un po' la macchia della pappa.

Affrettiamoci. Non v'ha più che qualche sprazzo purpureo di sole occiduo nel mio verziere. Ma quale frescura! Udite: c'è un pò della malinconica stanchezza del Praga e della gentilezza profonda d'Enrico Panzacchi:

IN CASA DEL CURATO.

(ricordi della campagna)

Questa mattina desinai dal prete

In una stanza disadorna e bianca,

Dove non c'è che un desco ed una panca

E un grande crocifisso alla parete.

Sulla tovaglia fresca di bucato

C'era un vinetto trasparente e puro,

E in faccia a me danzavano sul muro

L'ombre de le alborelle del sacrato.

Un grato odor d'incenso a quando a quando

Veniva dalla muta sacrestia,

Ed una vecchia serva umile e pia

Ci girellava intorno zoccolando,

E c'era un'aria, un'ombra, una freschezza

In quella stanza candida e modesta!

E tanta pace in quella faccia onesta

Di vecchio prete, e tanta gentilezza!

Ei mi parlava de la sua cappella

E dell'orto e dell'uve e del paese,

E ogni sua parola era cortese

E ingenuamente colorita e bella.

E muto tratto tratto e sorridente

Fissava in contro al sole il suo vinetto,

E mettendo la man larga sul petto

Ne delibava un sorso lentamente.

E in me figgendo le pupille vive

Come volesse indovinarmi il core:

— Ebbene, ebbene — mi dicea — signore.

Cosa scrive di bello? Cosa scrive? —

Quindi, bevendo un'altra sorsatina,

Soggiungeva: — Signor, non si sgomenti

Bisogna pur ch'io beva e mi sostenti!

Lo sa che a giorni tocco l'ottantina? —

E mi facea gli onor dell'umil desco

Dicendo in atto di gentil rispetto:

— Provi il mio vino, e mi dirà se è schietto;

Provi il mio burro, e mi dirà se è fresco. —

Indi tacendo, in un pensiero assorto,

S'accarezzava i candidi capelli,

Ed io sentito bisbigliar gli uccelli

E una zappa sonar lenta nell'orto.

E a quando a quando un alito di vento

Facea stormir le viti all'inferriata

E portava nel mio volto un'ondata

D'un sano odor di legna e di frumento.

E mi toccava il cor l'alta quïete

Di quel recesso pio, bianco e modesto...

L'avrei baciato quel buon vecchio onesto

Quel santo volto d'innocente prete.

La spontaneità dell'ispirazione, la nitidezza melodiosa della forma fanno di questa una delle migliori liriche del De Amicis. E che mondo palpita nella mite sincerità della trama! Quelle ombre di giovani alberi che danzano sulla parete intonacata, quelle folate d'incenso uscenti dalla pace semibuia della sacrestia, quel pispigliare d'uccellini, lo stormire delle viti che rampicano ed origliano all'inferriata, gli odori del legno, del grano, e quella zappa risonante ritmicamente nell'orto — oh candida, dolce, antica ed eterna poesia delle Egloghe — la vera sapiente sei tu!

Ma Edmondo De Amicis è innanzi tutto uno spirito bellicoso. Alla zampogna di Pane egli preferisce i canti di Tirteo — canti incitanti alla pugna, non importa quale — anche, forse, la guerra alla guerra. Non indugiate sul bisticcio; piuttosto ascoltate:

Ah! un giorno finirà l'orrida lite,

Disseccherà l'amore in fra le genti

Questo fiume dai vortici cruenti,

Questo mare di lacrime infinite!

Ma quelle razze dall'affetto unite

Ricorderan devoti e reverenti

Le stragi enormi e il sangue e gli ardimenti

A cui dovranno quell'età più mite.

E gli stendardi venerati e santi,

Delle trascorse età pegno e memoria,

Avranno onor di cantici e di pianti;

Ed alzerà ogni gente un arco immane

E scriverà sulla sua fronte: Gloria

A tutti i morti delle guerre umane.

Era il De Amicis dei Bozzetti militari che scriveva così. Non lo dimentichiamo, oggi.

Piccolo intermezzo in prosa.

«L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovare argomenti e parole efficaci per smuovere in noi la vergogna. Ci vuole immaginazione ed eloquenza».

E. De Amicis.

VIII.

Contessa Lara.

Ecco fra le fresche dovizie d'una primavera tutta schiusa il più delicato fiore del mio verziere: una figura femminile, una fine figura d'artista e di signora. Un'Eva nel piccolo paradiso, o meglio la fata d'una novellina nordica che porta nell'ubertoso brolo la vaghezza del suo capo biondo e le meraviglie della sua mano. Ha in arte un nome cavalleresco e poetico che a' piedi delle sue creazioni forti e gentili armonizza come l'accordo finale che raccoglie la melodia.

Nella verde Italia in cui nuovi e antichi ingegni scintillano come le goccioline di rugiada su un margine erboso, non è scarsa la pleiade femminile; però non molte delle nostre scrittrici sanno come la Contessa Lara tratteggiare con uguale finezza di gusto e disinvoltura un bozzetto, una poesia, un articolo d'arte, un romanzo. Quindi arrestandoci innanzi a qualche sua poesia non dobbiamo dimenticarlo, non dobbiamo dimenticare che stiamo osservando un sol raggio, un solo colore di questo versatile intelletto. Pensiamoci anche se ci urta talvolta in questi versi un po' di quel dilettantismo mondano nel quale ahimè si crogiolano pure tanti poetini e poetucoli che poi in fin dei conti non sono capaci di fare che i canterini. La penna della Contessa Lara è sopratutto elegante, spesso arguta, molte volte ardente, sempre aristocratica. Il dolore, la mestizia, l'angoscia non effonde in elegie sentimentali, o in quelle tirate romantiche che rinviliscono sotto mentito profumo femminile la nostra letteratura agli occhi della più sapiente metà del genere umano; quando la sua anima è intorbidata, o ferita, o dolente, ella non ce lo dice, ma noi lo intendiamo meglio che se ce lo dicesse. Ella sente forse nella vita, certo nell'arte, la dignità del dolore. Ancora: è raffinatissima, ma non mai sino al decadentismo o alla morbosità; ama le cose belle, la forma più che l'essenza delle cose ma l'ama tanto che sovente giunge a toccarci l'anima non per l'intensità, ma per il rapimento della sua contemplazione. Confonde anche talora la sensazione col sentimento, talora la preferisce apertamente, essendo sempre ed anzitutto schietta con sè e con noi, anche a costo di parer cruda o di dispiacere. La sua è la sincerità delle spine sotto il profumo delle acacie o ai piedi della fiorente venustà delle rose. Un'arma contro la soverchia debolezza, una difesa.

Mi piace di cominciare con questo Ultimo sogno che potrebbe essere il primo di molta giovinezza. C'è un onesto languore e una vaghezza di sfumature tutta femminea.

In mezzo a 'l verde una casetta bianca,

Co' monti a tergo e in lontananza il mare,

Con variopinte aiuole a destra e a manca

Che infioran de la soglia il limitare.

Fuori un'aria che sveglia e che rinfranca,

Dentro, una libreria d'opere rare,

Che a 'l gramo ingegno ed a la fibra stanca

Possan novella vigorìa prestare.

Poi, ne 'l mistero d'una chiusa alcova,

Ne la sua culla un roseo cherubino

Cui per restar con me sparvero l'ale.

È questo il nido che sognar mi giova,

È l'oasi del mio squallido cammino

Tempio a l'arte, a l'amore, a l'ideale.

Salutiamolo, passando, questo vivificante porto di pace che desidero a tutte voi care fanciulle; che alcuna di voi forse intravede già fra i rosei vapori del futuro come l'isoletta d'Elena e di Fausto — della Bellezza e del Sapere — ricinta dall'arcobaleno. Ecco un lembo d'orizzonte grigio, l'avanzo di chissà quale tremendo uragano che lacerato naviga verso di noi, lividamente triste nella sua tenuità:

RICORDO D'APRILE.

Ritorna il mio pensiero

A 'l pallido bambino

Che una sera d'aprile

Fu portato la giù ne 'l cimitero.

Intanto la sorella e il fratellino

Giuocan co 'l suo fucile,

Battono il suo tamburo,

Ed i guerrieri sgorbiano

Ch'egli tracciò su 'l muro.

Oserei dire che solo una donna poteva afferrare tutta la pietosa eloquenza dell'episodio e renderla con tanta efficace semplicità. Il lirismo più alto, più suggestivo, più commovente nel più umile vero. Chi non è tocco dalla visione chiara di quella gaia scena di profanazione infantile, di quei giocattoli, unica eredità del povero bimbo sparito fra i fiori e i lumi in una sera primaverile, dispersa con incoscienza crudele così? Chi è che ha dei bambini cari e che non sente alla sobria arte di questi versi passarsi un brivido in mezzo al cuore e l'acuto desiderio di vederli accanto ai loro giochi subito subito subito?

E la poesia capace di far vibrare in questo modo le nostre intime fibre è bella, è buona, è vera poesia.

Udite due sonetti, solamente leggiadri questi, e intrisi del profumo d'eleganza e di mondanità dell'artistico ambiente dove sono sbocciati, come narcisi in un'anfora preziosa senza terra nè sole, dietro le cortine di raso che nascondono un po' troppo di mondo qualche volta...

RISOLUZIONE.

Egli il silenzio vuol d'una Certosa

Antica da le arcate bisantine

Dove, monaco austero e in bianco crine,

Calmo finir la vita tempestosa,

Ella, del par fantastica e pietosa,

Giura che stanca di monili e trine,

In umili n'andrà vesti turchine,

Mite suora a chi soffre, a Gesù sposa.

Ei sogna i vecchi testi del trecento

Su cui vegliar le notti; ella s'infinge

A 'l capezzale ove il morente geme.

Sorridon tutti e due... Dopo un momento

L'un dice all'altro, mentre a sè lo stringe

Senti, amor mio, se si vivesse insieme?

CONFIDENZE.

A l'ombra delle zàgare egli è nato

La giù, la giù de 'l nostro suolo in fondo

Da un alito cocente accarezzato,

Carezzato da 'l mar terso e profondo.

Poeta strano, forte, innamorato,

Due sole cose gli son care a 'l mondo,

Gli son care ne i sogni: il venerato

Materno capo ed il mio capo biondo.

Senti, se vuoi saper come avvenìa

Ch'ei restasse di me sire e padrone:

È un bozzetto che sà d'Andalusia.

Era di maggio un dì sull'imbrunire,

Ei mi gittò una rosa entro il balcone,

Io la raccolsi, e mi sentii morire.

Leggete ora questi frammenti della Casa dell'ava, che è troppo lunga per essere interamente trascritta; vi basteranno, credo, per indovinare che la Contessa Lara da esperta ricamatrice conosce tutta la delicatezza delle vecchie tinte; quelle vecchie tinte che Bourget e Loti adorano nella lor gentile e calma nostalgia del passato:

LA CASA DELL'AVA

Ne l'ostel solitario

In cui la vecchierella ava serena

Passa il tramonto de 'l suo tardo giorno,

De 'l buon tempo che sparve

Parla ogni cosa intorno.

Fra le sconnesse pietre

Del cortile s'abbarbica l'ortica

Parassita: de gli alti suoi gradini

Su 'l piedistallo, il pozzo

Sorge ne 'l centro ov'ascende a fatica

Una ricurva fante,

E vi cala la brocca che scancella,

Ne l'ima onda percossa,

L'imagine de 'l suo grinzo sembiante.

Ne 'l salone dorato,

Da i centenari specchi

Cadde l'argenteo strato, e ancor su i vecchi

Arazzi de la Fiandra,

A le pareti accanto

Danzan pastori e ninfe

Ne i tarlati boschetti,

E scendon benedetti i raggi estivi

Che a quegli occhi sbiaditi,

Qual per magico incanto

Rendon fulgidi e vivi

I raggi de gli amori impalliditi.

In un angolo oscuro

Una spinetta dorme,

E quando tutto tace ivi s'ascolta

Come un sospiro; è il vento

Che tra le corde freme?

O l'eco de le note che una volta

Con le melodi semplici

Di Pergolese, l'ava

Da lo snello strumento

Fanciulla ancor, destava?

Schiudetevi, cassette

Odorose de i mobili intarsiati,

Piene di fogli e nastri,

Di trapunti, di seriche borsette

D'ambra e zàgara, e veli scolorati.

È un'ora di memorie, ed in quest'ora

Per voi da un morto secolo

Un alito di vita esala ancora.

. . . . . . . . . . . .

E poichè ho detto il nome di quell'impareggiabile Pierre Loti, mi vengono in mente questi altri versi che qualche sua leggiadra japonerie deve aver suggerito alla Contessa Lara.

Il metro è quello dell'uta giapponese, l'arte, il colore, la grazia, sommi:

CONVERSAZIONE.

A una tavola in torno

Giocan tre donne,

Di fiori il capo adorno,

Ricche le gonne:

Fosco tramonta il giorno.

Una dice (un'anziana

Con grinzo il cuore):

— L'amore è cosa vana:

Passa l'amore

Come nube lontana.

Dice un'altra (una sposa

Fresca e ridente):

— È l'amore una rosa

Che sboccia aulente

Nell'anima festosa.

E l'ultima (una frale

Fanciulla, un fiore),

Dice; — Fu strazio eguale

Per me, l'amore,

A un colpo di pugnale.

Assorbono, fumando,

Tutte il thè verde:

E un gran sospiro a quando

A quando sperde

L'aura leggiera, errando.

E con questo fior di loto pòrto da una gemmata mano di dama vi lascio, signorine. Troppe visioni d'Oriente mi s'affollano alla fantasia, m'ipnotizzano. Purchè questo noioso cosmopolitismo dilagante non me lo cancelli, il mio Giappone!

Piccolo intermezzo in prosa.

«L'âme d'une jeune-fille ne doit pas être laissée obscure: plus tard il s'y fait des mirages trop brusques ou trop vifs comme dans une chambre noire».

Victor Hugo

IX.

Mario Rapisardi.

In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto dei cento cavalli per le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.

Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.

Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.

Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.

Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:

.... E da un lato i giocondi orti feraci

Di molti erbaggi festeggianti il sole

Con lor varie verdure, offrian sovente

Se non lauto, alle cene ampio tributo;

Fiorivano dall'altro i bei giardini

Delle case delizia. Ivi precoce

Mandorlo accanto il zèfiro blandisce

L'odorato albicocco; in tra le scure

Foglie nevate di recenti fiori

S'impiattano le arance; dipende

Dal torto ramo il languidetto fico,

Che lacero la buccia e in bocca il miele

Primo seduce il passerel furtivo.

Vedi su l'orlo delle pale irsute

Schierar le frutta l'indico banano,

Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.

Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;

Noderoso ingiallir presso ai vermigli

Grappi del mite tamarindo il forte

Pomo cidonio, che serbato il verno

Rustici alberghi e vestimenti odora.

Ecco non lungi dal cireneo olivo,

Il sesamo oleoso; ecco l'opimo

Alve di Socotôra, che la sete

Smorza del sobrio camello; il sicomoro

Dalle bacche turchine e il tamerice,

A cui flessili e folti a par di crini

Piovono i rami dall'amaro tronco,

Che le febbri cocenti in fuga volge.

Nè te, ritrosa sensitiva, a cui

La vereconda vergine somiglia,

Avea pure scordato il buon cultore:

Nè voi, piante felici, ond'uom distilla

Manne vitali e preziosi aromi;

Con l'acacia del Nil sorgon confusi

I cinnami fragranti; si pompeggia

Nel color aspro delle sue corolle

Il selvatico grogo: odora il nardo

Dalle storte radici, in quel che presso

Agli olibani pii gemon le rame

Del balsamo superbo e i provocati

Pianti avviva di dolci iridi il sole.

. . . . . . . . . . . . . . .

Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:

.... Mentre in queste memorie s'avvolgea

La vecchiarella, e dava esca alla fiamma

Che sorgea scoppiettando e le nodose

Braccia arrossiale e la rugosa guancia,

Una serva robusta entro capace

Madia su quattro saldi piedi eretta,

Agitando lo staccio e i colmi fianchi,

La farine scernea, candido monte

Facevane nel centro, ad esso in cima

Aprìa con pronta mano ampio cratere,

Con pingue latte di camella il caldo

Fonte commisto vi versava, e tutto

Rimenando e intridendo e con gagliarde

Nocche pigiando e con sonanti palme,

Dùttili ne facea biondi pastoni:

Indi, raschiato della madia il fondo

E sgrumate le dita, in picce uguali

Distingueali; con dolce olio d'oliva

Le careggiava, e su convessi forni

Le disponea con vago ordine in giro.

. . . . . . . . . . . . . . .

Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...

Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.

Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;

Un paese conosco ove non ride

Caldo e raggiante il sole;

Ma quanto infido è il Sol, tanto son fide

L'anime e le parole.

Ivi oceani non son, non son vulcani,

Nè abissi il suol nasconde;

Non fiamme d'amorosi impeti umani

Non mar d'ire profonde:

Ma deserti di fiori entro una blanda

Fascia di nivea luna,

Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlanda

Senz'onda ed aura alcuna.

In palazzi d'opale e di coralli,

Avvolte in roseo velo

Pallide giovinette intesson balli

In fra la terra e il cielo.

In fra la terra e il ciel, come fragranza

Che il freddo aere molce,

S'alza un canto di pace e di speranza

Monotono ma dolce.

Oh fratel mio, tal rigido paese

È qui dentro il mio core:

O amico e difensor bello e cortese,

Io non conosco amore.

La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio:

LAUDA DI ANACORETA.

Patria, amici, parenti, famiglia abbandonai

E in questo solitario antro mi ricovrai:

Dio che alla terra oscura manda del sole i rai

Porse alfine un conforto a' miei terrestri guai.

Il mondo è una gran selva d'alberi velenosi

Dove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,

Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosi

Insidian la salute dei giusti e dei pietosi.

Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,

Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:

E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,

Che squarciano le viscere delle smarrite genti.

O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,

Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,

In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,

Beata solitudine, beatitudin sola.

. . . . . . . . . . . . . . .

Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale:

CANTO DI GOLIARDI.

Sulla terra già Venere scende,

Vengon seco le grazie e gli amori,

Sul suo capo il cheto aere s'accende,

Sotto il piè le germogliano i fiori.

Madre e dea d'ogni cosa gentile

Orna i rami, gli augelli ridesta;

L'aria, l'acqua, la terra è una festa:

O l'aprile, l'aprile l'aprile!

O fanciulla che languida giaci

Fra le piume, e sognando sorridi,

E il ciel suona di canti e di baci,

Freme il bosco d'amplessi e di nidi.

O fanciulla, son rapide l'ore

Della gioia, a te mormora il rio;

Sorgi, vieni ti dice il cor mio:

O l'amore, l'amore, l'amore!

. . . . . . . . . . .

L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...

Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:

In alto, in alto! all'etere

Padre al fecondo sole

Sorge ed inconscia palpita

Ogni vivente prole;

O che da germe cieco

Sbocci o da grembo, o come verde smalto

Erbeggi in prato, o induri in selva: o libera

Discorra e voli, o bosco abiti o speco,

Sempre dovunque un'intima

Legge la chiama e la sospinge in alto.

Manda la terra gli umidi

Fumi dal seno, ond'hanno

Nubi di vita gravide

Gli astri al mutar dell'anno.

Desti al gagliardo attrito

Di secchi tronchi e resinose tede

Guizzan dal foco gl'inquieti spiriti

Ubbidienti ad un supremo invito;

E, fiamma anch'essa, l'anima

Lingueggia ardente ad un'eterea sede

. . . . . . . . . . . .

Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...

Piccolo intermezzo in prosa.

«.... Quando ero un garzonetto di circa nove anni, — mio zio mi fece domandare, — per cacciar il falco, cavalcare con lui, — e tenergli compagnia.

E soffiò il vento del Nord, — il vento del Nord nell'uragano — e un sonno di morte piombò su di me, ed io caddi dal mio cavallo.

La regina delle fate or mi tiene, nella sua collina verde per rimanerci; e sono un elfo leggiero e sottile, bionda fanciulla, non lo vedi tu?!...»

(Frammento d'una ballata Scozzese).

X.

Lorenzo Stecchetti.

Ancora un frutto vietato! Dio buono quanti! Di questa specie però ne avete assaggiati qualcuno ben mondo, ben inzuccherato, ben isolato in una coppa di cristallo, al giulebbe della musica di Rotoli e di Tosti. Qualche altro ve lo sbuccerò io, ma pochi. «Anche senza leccornie si vive» ha detto l'altro giorno con filosofia semplice e profonda un vecchio medico a un golosino di mia conoscenza. Parole che possono essere fondamento di una regola di vita — parole da scriversi in oro su ogni camera di fanciulla.

Chi non conosce la gherminella ordita da Olindo Guerrini per dar maggior attrazione e pubblicità alle sue poesie? Chi non ha sentito intenerirsi il cuore pensando a quel povero tisico che scriveva, conscio della sua fine, versi così appassionati e soavi? Chi, vedendo sull'elzeviro quel titolo di «Postuma» e quell'avvertimento «Edito a cura degli amici» non ha riflettuto con un senso di sollievo che, dopo tutto, in questo mondaccio vi sono ancora degli animi nobili e disinteressati ne' quali accanto allo sfolgoreggiante eroismo s'illumina e splende di luce propria la fiammella pallida e dolce della pietà? Oh gentile fratellanza di spiriti! Amicizia buona più forte de la morte! Povero Lorenzo Stecchetti, povera giovine vita falciata così! — E la melodia soave e triste di quei versi scendeva all'anima, e quei versi circonfusi da un'aureola di martirio, purificati, quasi, dalla morte, andavano a ruba, e alle imprecazioni, alle volgarità si applaudiva come al canone di una nuova scuola emancipata dalle ipocrisie, e le gemme poetiche si trasformavano in ghirlande per la tomba del grande e disconosciuto poeta.

Infatti una vaghezza fresca, gracile, melanconica come quella di certe adolescenze destinate a non varcare il limite che le separa dalla giovinezza — una promessa fittizia di energia per l'età matura, ricascante spesso in un languore dolce o nella disperazione, qualchevolta in un'ironia heiniana — la sensazione lucida dell'immensa vanità del tutto, più sentita che espressa, come spesso i predestinati hanno: una delicatezza acuta troppo per la vita: — nulla manca per la verosimiglianza di quell'anima artificiale che lagrima, o raggia nel verso.

Chi non ricorda il sospiro soavissimo:

Voi che salite questo verde monte,

E il silenzio cercate

Dov'è più folto il bosco e chiaro il fonte,

Anime innamorate,

Pietà di me! Sul margin della via

Seggo soletto e gramo,

Ahi! grave, amanti, è la sventura mia!

Pietà di me! non amo.

d'un lirismo così dolce, così dimesso, così fuso col sentimento quasi di vergogna per la triste impotenza che inaridisce il cuore? C'è un alito di frescura e di pena come in un limbo.

E questa di un'efficacia rappresentativa così sincera, così suggestiva:

Nell'aria della sera umida e molle

Era l'acuto odor dei campi arati,

E noi salimmo insiem su questo colle

Mentre il grillo stridea laggiù nei prati.

L'occhio tuo di colomba era levato,

Quasi muta preghiera al ciel stellato,

Ed io che intesi quel che non dicevi

M'innamorai di te perchè tacevi.

Tutta la sinfonia della sera, l'elevazione nello spazio, verso il bene infinito, dei profumi delle voci, dei cuori. E pensando questa delicata sfumatura scritta da un povero ragazzo malato, l'anima vibra d'una pietà che è quasi una tenerezza. Ahimè, infatti il poeta è forse morto davvero....

Lorenzo Stecchetti è uno scapestrato, pure è capace di dare dei buoni consigli alle fanciulle. La poesia che termina con la famosa terzina:

Quando ti specchierai ti dica il core

Che una perla rubata a' tuoi capelli,

Solo una perla può salvar chi muore

è tutta di avvertimento amoroso e severo come di un amico eletto. Un altro finissimo sentimento di pietà riguardosa, lo Stecchetti mette nel cuore e sulle labbra della donna amata:

Questa notte in battello in alto mare

Del mondo ci eravam dimenticati;

Ci dicevamo le parole care

Che san soltanto dir gl'innamorati

. . . . . . . . . . . . . .

Quand'ella tacque, da un pensier colpita,

E dall'òmero mio la testa bionda

Improvvisa levò come atterrita,

E colla faccia stranamente fissa

Nella notturna tenebra profonda:

Taci — mi sussurrò — laggiù c'è Lissa!

Eccovi per ultimo un accento vigoroso e splendido di vita e di verità:

E pur mi sento nel cervello anch'io

Qualche cosa che vive e che lavora;

E pur quest'aura che il mio volto sfiora

L'alito par dell'agitante Iddio!

Talor, cedendo a' sogni miei, m'avvio

Per floridi sentier che il mondo ignora;

Salgono i canti alle mie labbra allora

E spero e credo nell'ingegno mio.

Ma quando il dubbio mi risveglia, quando

Via per la nebbia del mattin tranquille

Sfuman le larve che seguii sognando,

Colle man mi fo velo alle pupille

E mi guardo nel core, e mi domando

Sono un poeta o sono un imbecille?

Ah, gl'imbecilli non hanno mai di questi dubbi, Lorenzo gentile! gli imbecilli non sapranno mai che cosa sia una di queste indefinibili intime lotte di chi sente lo spirito tutto cangiato in una sottile e tremolante fiammella — così sottile e così tremolante e così sacra che la vertigine prende al pensiero che potrebbe spegnersi, e che noi ne morremmo di freddo e di buio come se si spegnesse il sole. È vero: nessuno può toglierci i tesori dell'ingegno — ma li sentiamo così poco nostri! ma chi li possiede non può nemmeno solamente calcolarne il valore! non sa da che hanno avuto principio, se e come avran fine, se si rinnovellano, se si distruggono — e li sente ondeggiare in una paurosa fralezza, ed intuisce solo che sono una splendida somministrazione di una mano ignota e Divina, troppo splendida e troppo preziosa per noi giacchè quasi sempre si storpia nella forma della parola....

E se ne stanno, gli eletti, così a mani protese, come ciechi sotto una manna di rose.

Piccolo intermezzo in prosa.

«Quand'on découvre des grandes taches dans l'âme de ceux qu'on aime, il faut se consulter, se consulter et savoir si on peut les aimer encore malgré cela. Le plus sensé est de cesser, le plus généreux est de continuer.»

George Sand

XI.

Arrigo Boito.

Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.

Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al quale il Libro dei versi e la stupenda leggenda di Re Orso fruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:

E non trovando il Bello

Ci abbranchiamo all'Orrendo

io credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.

Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.

Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:

Arte nata da un raggio e da un veleno

Su questo segno della tua potenza

Mi si rivela appieno

La tua duplice essenza.

O arcane curve, ombre soavi, tocchi

Luminosi, divine orme d'amore!

Sento il raggio negli occhi

E il veleno nel core.

Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:

. . . . . .

Il nome tuo tre secoli

Passò ignorato e mero,

Solo il trovâr le biche

Dell'umili formiche

E la pupilla inquieta

D'un giovine poeta.

Ed eri forse un genio

A cui fallìa la gloria.

Un pazïente anonimo

Smascherator di storia.

Un creätor d'orrende

Romantiche leggende,

O del poema nero

Di Faust o d'Assuero.

Forse una ragna pendula

Fra due cippi romani

Ti rivelò il miracolo

Dei ponti americani,

Forse per l'aura bruna

Vedendo errar la luna

Divinasti l'incauta

Magìa dell'areonauta.

Certo ti colse il torbido

Problema del futuro

Scavando i bei caratteri

Sovra l'antico muro;

Eri certo un poeta!

Eri certo un profeta!!

(O, idea vulgare e trista)

Eri forse un copista.

La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba di Re Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:

V.

PAPIOL.

Per le bimbe, per i pargoli

Dalla fiaba impauriti,

Per i nonni fra le tenebre

Desti, pallidi, romiti,

Cangerò la tetra nenïa

In un verso allegro e matto,

Notes in this chapter

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